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Asia e Fabrizio, propellente per tv di plastica

«Andiamoci piano, io Fabrizio l’ho visto due volte. Dico: due volte». Asia Argento vorrebbe tenerla bassa, ma risulta difficile da ospite d’onore di CR4 – La Repubblica delle donne, il talk tempio del gossip di Piero Chiambretti che su queste cose ci si tuffa e, insieme ad Alfonso Signorini, ci ha costruito l’ultima tranche di carriera (Rete 4, mercoledì, ore 21.25, share del 4.36%). Fabrizio, non tutti son tenuti a saperlo, è Corona: tra lui e Asia è scoccata indomita passione, come documenta la cover di Chi in edicola. I due si sono incontrati e trovati, uniti dalle ingiustizie che hanno subito, affinità vedremo quanto elettive. Argento, per esempio, non ha ancora metabolizzato il licenziamento «via mail» dalla giuria di X Factor per una cosa che assicura di non aver fatto.

Sebbene i neoamanti si siano visti appena due volte, la serata di Rete 4 veleggia su retroscena della relazione, estremi che si attraggono, tecnica dello scoop e messaggi social commentati dalle «ministre» del governo Chiambretti, in verità eterogeneo assai, oltre che dall’immancabile Cristiano Malgioglio. Ci sono molteplici aspetti da sviscerare e angoli dark da illuminare. Il Fabrizio che ha conosciuto Asia è una persona così diversa da quella vista al Grande Fratello Vip, «qualcosa l’avrà fatto arrabbiare». E allora, per difendere l’idea verificata di persona di «un uomo intelligente e profondo e che ha sofferto», meglio cambiare canale imbattendosi proprio in quel X Factor da cui è appena stata licenziata. Che disdetta. La story però è succulenta e ricca di connessioni, a cominciare da quella con il movimento Me too, per proseguire con il ricatto dell’ex attore prodigio Tommy Bennett e il rapporto con il masterchef suicida Anthony Bourdain… Sulla faccenda si pronunciano anche padre e madre. Comprensivo Dario Argento, caustica Daria Nicolodi, di cui viene mostrato il pungente tweet, omettendo però la replica della figlia che dal cristallino pulpito impartisce lezioni di buona condotta, prima di trincerarsi nella privacy.

Insomma, il prodotto da supergossip è rifinito con i fiocchi e ci sarà tanto da scrivere. Asia e Fabrizio sono una manna, il contraltare di Albano e Romina Power. Ora che anche la liason tra Matteo Salvini e Elisa Isoardi è svanita ce n’è più che mai necessità e un’accoppiata più propellente, apoteosi del maledettismo patinato, era difficile immaginarla. Per Signorini e Chiambretti è un invito a nozze irrinunciabile. Ma il risultato è una televisione prevedibile e carnevalesca, più rivolta verso ieri che proiettata al domani.

La Verità, 9 novembre 2018

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

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«Così la leucemia (e la fede) mi hanno cambiato»

Il re del gossip. Se ce n’è uno in Italia, è lui: Alfonso Signorini. Un giornalista curioso, superinformato, arguto, leggero, tagliente, giocoso, malizioso, manovriero, influente. Ma «il Signorini», dal titolo di un suo libro di qualche anno fa, è anche molto altro. Opinionista, conduttore radiofonico e televisivo, regista di opere liriche, musicologo, biografo di Maria Callas, romanziere, già insegnante di greco e latino grazie a una laurea in Lettere classiche. Sta per partire per Tbilisi dove firmerà la regia del Simon Boccanegra. Eccoci nel suo ufficio di direttore di Chi, in Mondadori, tappezzato di copertine, manifesti, libri, gadget, targhe di premi giornalistici.

Come si diventa Signorini cominciando dalla Provincia di Como?

«Bella domanda. Sono partito da lì. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato, nessuno che potesse facilitarmi. Ma avevo il pallino della musica. Studiavo, suonavo e leggevo le recensioni. La mattina andavo in piazza Cavour e salivo tutti i piani del palazzo dei giornali, Il Giorno, La Stampa, La Notte… Qualche volta scrivevo delle brevi, ma non c’era futuro. Allora, mi proposi come corrispondente alla Provincia. Mandavo brevi critiche sui concerti della Scala e dei festival. 7.000 lire a pezzo».

Qualche anno dopo la troviamo direttore di due settimanali di grande tiratura, Chi e Tv Sorrisi e canzoni. In più conducevi un programma quotidiano su Radio Monte Carlo, in tv aveva Verissimo, Kalispéra!, il Grande Fratello e trovava il tempo per scrivere libri…

«Un periodo da overbooking. Mi bastano poche ore di sonno e durante la notte lavoro bene. Peraltro, in quel periodo, mia madre si era ammalata. La sera, fuori di qui, andavo a Mediaset per registrare Verissimo, mangiavo qualcosa e andavo ad assisterla in ospedale. Al mattino facevo una doccia e preparavo il programma di Radio Monte Carlo. Per fortuna mi avevano montato lo studio in casa e potevo condurlo da lì. Poi venivo in redazione…».

Tra La Provincia di Como e l’overbooking c’era stato l’insegnamento?

«Sette anni. Lettere alle medie e italiano, latino e greco al liceo dei gesuiti. Il Leone XIII è stata una scuola di vita. Una volta al mese il cardinale Carlo Maria Martini teneva una riflessione agli insegnanti. Ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo, sulle questioni professionali e sulla mia vita privata. Sono andato a trovarlo a Gerusalemme e ho mantenuto una corrispondenza con lui».

Com’è passato da professore a giornalista?

«Insegnavo e facevo il corrispondente della Provincia. Ma la vena del gossip era innata. Da ragazzo origliavo le telefonate di mia sorella ai fidanzati. Da professore il primo tema che commissionavo era: parlami della tua famiglia. Così venivo a sapere tante cose della borghesia radical chic milanese. Tra queste, scoprii che un mio alunno era figlio di Pierluigi Ronchetti, vicedirettore di Gigi Vesigna a Tv Sorrisi e canzoni. Lo faccio o non lo faccio, mi chiedevo. Siccome il ragazzo se la cavava alla grande e non aveva bisogno di aiuto, ruppi gli indugi, chiesi di parlare con i genitori e proposi al padre una rubrica di musica classica. Due settimane dopo era in pagina».

Poi che cosa accadde?

«Erano gli anni dei primi Pavarotti and Friends e siccome ero amico di Luciano, Vesigna m’incaricò di seguirlo. Qualche anno dopo, fondò un nuovo settimanale e mi propose di diventare giornalista a tempo pieno. Mia madre piangeva, mio padre mi sconsigliava, io trascorsi la notte di don Abbondio. Il giornale andò malissimo e dopo un anno chiuse, ma io avevo trovato la strada».

A chi è professionalmente più grato? Piero Chiambretti, Silvio Berlusconi, Piersilvio Berlusconi, Gigi Vesigna…

«Per il giornalismo cartaceo devo molto a Silvana Giacobini, direttore di Chi quand’ero inviato speciale. Una donna tenace e talentuosa. Poi sono grato a Carlo Rossella, che mi ripescò dopo che avevo sbattuto la porta in Mondadori».

Cos’era accaduto?

«Pippo Baudo tornava in tivù dopo qualche anno e mi aveva chiesto di fare l’autore di Novecento su Rai 3. Dovevo aiutarlo per la prima serata e per la striscia quotidiana con Giancarlo Magalli. Era inevitabile lasciare il giornale. “Se esci da quella porta non rientrerai più”, minacciò la Giacobini. “Ricordati che sei Signorini di Chi”. “Sono Signorini e basta”, ribattei. Non potevo rifiutare l’invito di Baudo, anche economicamente vantaggioso».

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