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Alain, l’icona ribelle che spiazzava la rive gauche

Le ragazze erano tutte innamorate di lui. Il dolce emigrato meridionale di Rocco e i suoi fratelli. Lo sfrontato assassino di Delitto in pieno sole. L’affascinante principe Tancredi di Il Gattopardo (Palma d’oro a Cannes nel 1963). Il glaciale sicario di Frank Costello faccia d’angelo. L’inafferrabile gangster di Borsalino. Il tenebroso professore di La prima notte di quiete. Questo per stare ad alcuni ruoli incarnati a inizio carriera in film che, tra ieri e oggi, le televisioni di tutto il mondo stanno riproponendo.
Per Alain Fabien Maurice Marcel Delon, semplicemente Alain Delon, nato l’8 novembre 1935 a Sceaux, pochi chilometri da Parigi, sex symbol è definizione quanto mai restrittiva. Mostro sacro. Icona del cinema. Uomo dei sogni. Forse il più grande attore francese di sempre – ci sono pure Jean Gabin, suo idolo, Ives Montand, Jean Paul Belmondo, con cui recitò spesso, e Gérard Depardieu. Sicuramente il più popolare. Perché era come in quelle parti: dolce, sfrontato, affascinante, glaciale, inafferrabile, tenebroso. Aggettivi buoni pure per l’uomo affamato di vita, di donne, di avventure. E, pure, mai appagato, mai quieto. Al punto di cadere, più in là negli anni, nella malinconia, cui aveva dato volto interpretando il barone di Charlus in Un amore di Swann tratto da Marcel Proust. Un uomo coraggioso e, a suo modo, indomito. Anche nelle prese di posizione politiche che turbavano i benpensanti della rive gauche. Come quando, difendendo l’eurodeputato Nadine Morano sottoscrisse le parole di Charles De Gaulle: «È ridicolo polemizzare contro una persona che dice che “la Francia è un Paese di razza bianca”. Il Kenya è un Paese bianco? No, lì le persone sono nere. E allora? Qual è il problema?». Oppure quando, lo interrogarono sull’amicizia con Jean-Marie Le Pen e gli chiesero della vicinanza al Fronte national: «E se anche lo fossi? Uno può essere di estrema sinistra, ma non può essere di estrema destra? Il Fn in Francia rappresenta milioni di persone. Sono milioni di idioti? Uno ha il diritto di pensarla diversamente, ma non deve mancare il rispetto delle posizioni degli avversari».
La notizia della morte l’hanno data i figli a un’agenzia di stampa: «Alain Fabien, Anouchka, Anthony, oltre che il suo cane Loubo, hanno l’immensa pena di annunciare la dipartita di loro padre. Si è spento serenamente nella sua casa di Douchy, con accanto i suoi figli e i suoi familiari… La famiglia vi chiede di rispettare la propria intimità in questo momento di lutto estremamente doloroso». È significativo che tutti tre l’abbiano annunciato insieme, considerato che Anouchka si era opposta alla volontà di Anthony di predisporre l’eutanasia, sembra su indicazione del padre. «Non sarà Dio a decidere il momento della mia morte», aveva confessato anni fa a Paris Match. Chiuso e solitario, nella sua villa sul lago Lemano in Svizzera, aveva svelato il proposito del suicidio: «Ci penso spessissimo. Vivo davanti ai miei occhi la scena di quel momento. Il difficile è non farlo».
Tutto veniva dal passato di «bambino infelice», assicurava. Dopo la separazione dei genitori, la madre lo affida a una famiglia adottiva, ma trascorso qualche anno, è assegnato a un collegio di suore a Issy-les-Molinaux. Il dolore germina il temperamento ribelle. Cambia parecchie scuole, abbandona gli studi e si arruola paracadutista in un corpo militare destinato alla guerra in Indocina, dove trascorre cinque anni (di cui 11 mesi in prigione per indisciplina). Tornato in Francia, fa il cameriere, il facchino ai mercati di les Halles, il commesso, l’attore marginale. S’invaghisce di Brigitte Auber, anche lei giovane attrice, che gli presenta Jean-Claude Brialy, con il quale va al Festival di Cannes, dove il suo aspetto viene notato. Era già «un pericoloso veicolo di disordine, tradimenti e tentazione», scrivono di lui. Arrivano le prime proposte. Si trasferisce a Roma presso il fotografo Gian Paolo Barbieri. Nel 1958, sul set di L’amante pura, conosce Romy Schneider, il grande amore della sua vita. Con lei interpreta una mezza dozzina di pellicole di successo come La piscina e Delitto in pieno sole (dal Talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith). Nei primi Sessanta sono la coppia più bella e invidiata del cinema. Si rompe con l’avvento della modella Francine Barthelémy, che si spaccia per sua sorella, prende il nome di Nathalie Delon e sarà la madre di Anthony. A Romy, Alain annuncia l’addio con un biglietto: «Mi dispiace. So che ti avrei reso infelice. Parto per il Messico con Nathalie. Ti auguro ogni bene». Le avventure si susseguono. Ma quando recita una prima volta con Brigitte Bardot la scintilla non scocca. Lui è troppo preso da sé stesso, sostiene lei: «All’epoca non pensava che ai suoi occhi azzurri e alla sua faccina d’angelo». Nel 1968, sul set di Tre passi nel delirio, «avremmo potuto amarci… ma non successe niente». L’unione con Nathalie, invece, naufraga dopo quattro anni. Mireille Darc resiste al suo fianco più a lungo, ma l’elenco dei flirt è infinito: Dalida, Sidney Rome, Dalila Di Lazzaro, Anne Parillaud, la Nikita di Luc Besson, Catherine Pironi. Fino a quando si lega alla modella olandese Rosalie von Bremen, dalla quale ha Anouchka e Alain Fabien. Quando il Novecento tramonta, declina anche il suo protagonismo cinematografico. E, come per Paul Newman, anche per lui, fioccano i premi alla carriera, quasi una riparazione della critica internazionale, disposta a ripagare un interprete cui, in parte, hanno fatto velo le doti estetiche.
Nel 2019 è colpito da ictus. Nel gennaio 2023 si annuncia che soffre di un linfoma a evoluzione lenta. «Faccia d’angelo», lo si capisce, non si rassegna alla vecchiaia: «Invecchiare fa schifo. Non puoi farci niente, l’età si fa sentire. Non riconosci la faccia, perdi la vista», dichiara. «Lascerò questo mondo senza sentirlo. La vita non ha più nulla da offrirmi, ho visto tutto, ho sperimentato tutto. Ma soprattutto odio l’era attuale, mi fa male. Tutto è falso, tutto è stato sostituito, non c’è rispetto per la parola data, ora tutto ciò che conta sono soldi e ricchezza. So che lascerò questo mondo senza dispiacermi».
La prima notte di quiete è appena trascorsa.

 

La Verità, 19 agosto 2024

«Sinistra progressista? No, difende lo status quo»

Dopo aver scelto di starsene defilato e di calmare l’astinenza dalla politica con qualche video omeopatico inviato ai destinatari della sua newsletter, ora Claudio Velardi è tornato in prima linea per dirigere Il Riformista. Un marchio che è anche il biglietto da visita dell’ex Lothar dalemiano che, da tempo, ha scelto posizioni più moderate.
Che cosa ti ha fatto abbandonare la tranquillità del buen retiro?
«La crisi evidente nella quale si è trovato Il Riformista dopo l’abbandono di Matteo Renzi e quello successivo del direttore Alessandro Barbano. Quando l’editore Alfredo Romeo, che insieme a me lo fondò nel 2002, mi ha chiamato al suo capezzale non potevo che accettare. Come sappiamo, fare un giornale è la cosa più bella del mondo. Ti svegli la mattina e pensi: oggi come e a chi posso rompere le scatole?».
Ottima definizione del giornalismo. Perché ti senti sollevato a non essere francese e non dover votare domani?
«Perché mi sembra un voto pesantemente condizionato da visioni estreme della politica che oggi non condivido. Nell’età matura tendo a vedere le sfumature, non appartengo ad alcuna tifoseria e cerco soluzioni di buon senso».
Per venire al dilemma francese?
«Soluzioni di buon senso in Francia non ne vedo perché Emmanuel Macron ha scelto di radicalizzare lo scontro. Forse non poteva fare diversamente, ma la forzatura di queste elezioni anticipate non giova a far maturare l’opinione pubblica nella maniera giusta. Perciò, mi sentirei in grande difficoltà: trovo che la polarizzazione che si sta producendo in Francia e altrove sia una caricatura infantile del bipolarismo».
In che senso?
«Sono i bambini che non sanno andare al di là del sì o del no perché non conoscono le sfumature e la complessità. Da adulti non possiamo ridurre lo scontro delle idee a “o di qua o di là”».
Domenica scorsa avresti votato per Renaissance di Macron?
«Sì, sebbene veda i limiti di questo centrismo elitario. Il problema di Macron, e di tanti moderati non solo in Francia, è di pensare di essere il sale della terra».
La parola più gettonata da quando c’è lui è «pedagogia».
«Un’altra espressione che si è un po’ persa era “le spinte gentili”. Capisco che, davanti a scelte difficili, bisogna un po’ accompagnare per mano le persone, ma senza fare i maestrini. Perché in quel caso la gente si ribella».
Macron chiede di votare France insoumise di Jean Luc Mélenchon per impedire che vinca il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Condivide?
«Non sono Macron, ma capisco che voglia garantirsi una gestione meno conflittuale possibile e quindi lavori perché non ci sia una maggioranza Le Pen, ma una situazione d’incertezza politica».
Questo gioverebbe al Paese?
«Nel sistema francese forse questo è il modo per cercare governabilità. Quanto giovi non lo so. Da un punto di vista più globale, quando scoppiano delle bolle e si manifestano eruttazioni sociali è bene che si misurino con il governo. Era il mio pensiero persino quando sono esplosi i 5 stelle, quanto di più lontano da me. È inutile creare barriere e trincee».
Anche se fermando i «barbari» si salva la democrazia?
«Sono motivazioni sbagliate. Se i “barbari” sono cresciuti, evidentemente la democrazia non ha dato risposte adeguate».
Democrazia è anche scegliere Rn?
«Certo che sì. La democrazia dev’essere in grado di assorbire le spinte antisistema. Altrimenti lo è solo quando i cittadini votano i buoni? Se la democrazia è in grado di assorbire la spinta antisistema deve contemplare la possibilità che governi. Anche perché quando queste forze si cimentano con le compatibilità di governo entrano di più nel gioco del sistema».
Anche la sinistra italiana, come quella radicale francese, coccola l’antisemitismo delle proteste giovanili e dei pride che respingono gli omosessuali ebrei.
«Nella sinistra italiana il fenomeno ha radici meno solide, è legato a mode politiche. Le organizzazioni che coinvolgono militanti Pro-Pal non sono del tutto consapevoli che portano dritti diritti all’antisemitismo».
Come spieghi che, invece, in Gran Bretagna dopo 14 anni di governo dei Tory hanno vinto i laburisti?
«Quando la sinistra riformista parla al centro dell’elettorato moderato, affronta i problemi dello sviluppo, non fa demagogia e non si rifugia nelle ideologie, vince».
Da noi si pensa di riprodurre il Fronte popolare. Cos’hai pensato vedendo la foto di Elly Schlein, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni e Giuseppe Conte sul palco di Bologna?
«Ho pietosamente sorriso. Che cosa vuoi fare, vedendo che tra il radicale Magi e il democristiano Conte, c’era il comunista Maurizio Acerbo che saluta la folla a pugno chiuso, se non sorridere pietosamente?».
Anche pensando ai precedenti?
«Che sono illuminanti. Con le grandi ammucchiate si può vincere alle urne, ma il giorno dopo si straperde al governo. È già successo e succederebbe ancora».
Perché anche in Italia, come in Francia, le classi deboli si spostano a destra?
«Malgrado il racconto che fa di sé stessa, la sinistra è la forza che nell’ultimo secolo ha vinto. Nel senso che ha contribuito a realizzare nei paesi occidentali una serie di conquiste sociali sul fronte del lavoro, dell’assistenza sanitaria, delle pensioni e dei diritti civili…».
Ahimè.
«Ma l’esito di questa vittoria è che oggi difende la società esistente. Tutti coloro che ne sono esclusi, le sacche di emarginazione sociale, i nuovi poveri, gli immigrati delle periferie, i lavoratori non protetti e i rider, vanno a destra. Mentre i garantiti, dai professionisti ai docenti universitari fino ai pensionati, stanno a sinistra proprio perché difende gli equilibri attuali. C’è stata un’eterogenesi dei fini, un rovesciamento lessicale: oggi la sinistra difende lo status quo».
È un rovesciamento che subisce o capisce?
«Secondo me, fa finta di non capirlo. Concretamente, non potendo tutelare sia il pensionato che il rider, la sinistra sta con il pensionato perché gli interessi di quest’ultimo convergono su grande scala con i suoi».
Per questo alza lo sbarramento alle politiche di governo, tipo il premierato e l’autonomia differenziata?
«Si oppone a qualsiasi cosa mini lo status quo, compresa la riforma delle istituzioni che, in alcuni momenti di apertura e di espansione dopo vittorie elettorali, ha pensato di promuovere».
Vedi il programma di Achille Occhetto del 1994 e la proposta di Matteo Renzi.
«Oppure la bicamerale di Massimo D’Alema. Cioè, i rari momenti in cui la sinistra non si arrocca su posizioni conservatrici dell’esistente».
Adesso ci si prepara al referendum sull’autonomia differenziata. Sembra che i limiti riscontrati finora debbano bloccare qualsiasi iniziativa propulsiva.
«Penso che il referendum sia sbagliato perché non farebbe altro che accrescere la divisione culturale tra Nord e Sud, che è il fatto che più mi preoccupa. Inevitabilmente, la campagna sarebbe tra Nord produttivo e Sud assistito. Non farebbe bene a nessuno, soprattutto al Sud che, invece, secondo me deve far sentire il suo orgoglio, accettando la sfida dell’autonomia, rifiutando di essere etichettato come la parte del Paese che dipende dai fondi pubblici e non sa nemmeno utilizzarli bene. Questa sfida si raccoglie solo se si fa crescere una nuova classe dirigente che prende in mano la bandiera del Mezzogiorno per farlo crescere in autonomia».
Fuori dalle aule parlamentari, la strategia principale della sinistra è la delegittimazione dell’avversario, vedi l’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale?
«La delegittimazione è l’involucro valoriale di questa strategia conservatrice. Quando chiami il tuo elettorato su posizioni conservatrici devi vestirle con un apparato simbolico molto forte. E cosa c’è di più forte del richiamo alla resistenza e all’antifascismo, i cosiddetti valori fondanti della Repubblica? Questa è l’operazione. Il conservatorismo strutturale e sociale di sinistra ha questa veste valoriale per far risultare nobile e imprescindibile la campagna intrapresa».
Per questo si susseguono gli
allarmi al fascismo e le abiure di Giorgia Meloni non bastano mai?
«Certo. Nel momento in cui si dicesse che la Meloni ha finalmente chiarito, crollerebbe il castello di carte e la sinistra si ritroverebbe a volto scoperto con il suo conservatorismo sociale e istituzionale».
Una sinistra che si propone come anti destra e boccia premierato, autonomia, persino il ponte sullo stretto, può definirsi progressista?
«È il contrario del progressismo che, per definizione, riguarda il cambiamento. Quando non vuoi nessun cambiamento non hai niente a che fare con il progressismo».
In conclusione, la sinistra sa perdere o, come la nostra Nazionale, anziché ammettere la sconfitta e ripartire da un bagno di umiltà, ripete che non si può lasciare campo libero alle destre come se il governo le spettasse per diritto divino?
«È la presunzione di considerarsi superiori agli altri sul piano dei principi e dei valori. O dici che perdi perché non sai giocare a calcio, oppure devi cercare altre ragioni. Se c’è sempre qualche nemico esterno che attenta alle ragioni del Bene puoi evitare la necessità di un ricalcolo e di fare i conti con i tuoi errori. E, anche se perdi, puoi raccontare al tuo popolo che la ragione è dalla tua parte».
Torniamo a Bertolt Brecht: «Il comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo bisogna nominare un nuovo popolo»?
«Certo, le sindromi sono sempre le stesse».
Per finire, considerando lo stato di salute di Macron in Francia e di Renzi e Calenda in Italia, qual è la diagnosi sul riformismo europeo?
«Non vive tempi buoni perché nello statuto del riformismo c’è il cambiamento. Mentre ora viviamo un momento di “dissonanza evolutiva”, come viene chiamata».
Ovvero?
«La grande trasformazione tecnologica in atto ci sopravanza. Gli esseri umani non stanno al passo del cambiamento che loro stessi hanno prodotto. Questo genera resistenze conservatrici sia a destra che a sinistra. Perciò, il riformismo, che invece è cambiamento, è obiettivamente minoritario. Se, poi, agisce per via tecnocratica o pedagogica, diventa ancor più minoritario. La vera scommessa è far diventare il riformismo popolare ed empatico».
In Italia l’impresa è nelle mani di Luigi Marattin ed Enrico Costa che hanno promosso un’iniziativa per scalzare i vecchi leader del Terzo polo.
«Il problema è enorme e si esprime a livello internazionale. C’è bisogno di personalità che sappiano tracciare un sentiero. Stiamo a vedere se saranno loro due le figure giuste per iniziare a farlo».

 

La Verità, 6 luglio 2024

«La sinistra non ha più l’egemonia culturale»

Con un nonno partigiano e l’altro che ha fatto la marcia su Roma, Alessandro Giuli ricerca la conciliazione degli opposti. E, ora che siede alla presidenza della Fondazione MAXXI, opera affinché il dialogo tra destra e sinistra si realizzi. La summa di questo tentativo si trova in Gramsci è vivo, dotto pamphlet appena pubblicato da Rizzoli.
Che cosa tiene ancora in vita Antonio Gramsci?
«La lezione che ci ha offerto come testimone di una libertà conculcata da un regime e l’aver rotto lo schema pseudoscientifico del marxismo-leninismo, mettendo la cultura al centro del discorso rivoluzionario».
Più precisamente?
«Con Gramsci la rivoluzione, il progetto sbagliato della dittatura del proletariato, non avviene solo in base al mutamento dei rapporti socio-economici, ma attraverso la cultura. Non si lasciano tracce durevoli se non si passa per la cultura».
In che modo è ancora attuale il teorico dell’egemonia culturale e della conquista delle casematte del potere?
«Quello è uno schema invecchiato male perché tipico del partito-Stato dei Soviet. Oggi l’egemonia non si crea dall’alto, ma dalla società civile, con i romanzi, le sceneggiature, le pièce teatrali, l’accademia. Se sei bravo e fortunato ti ritrovi in una comunità di persone che rappresentano la sensibilità conservatrice, maggioritaria in Italia, come si vede quando si vota. Tuttavia, questo processo non si realizza per volontà di un partito, dev’essere uno schema condiviso, altrimenti è una distopia».
Come quella in cui abbiamo vissuto negli ultimi decenni, nei quali l’egemonia culturale aveva un colore diverso dal sentire della maggioranza?
«In questo mezzo secolo si è consolidata una divaricazione tra consenso e potere che neanche il lungo intermezzo berlusconiano è riuscito a scalfire se non nelle nomenclature. Abbiamo dovuto aspettare un ministro come Gennaro Sangiuliano per avere un titolare della cultura non frenato nel modificare l’esistente».
Perché un libro che racconta quasi due anni di presidenza della Fondazione MAXXI teorizza il dialogo come caratteristica della cultura di destra?
«Perché i monologhi sono noiosi. Ne abbiamo ascoltati per decenni e ora preferiamo mettere la nostra identità a disposizione della contesa delle idee. Tanto meglio se producendo anche buoni risultati».
Scrivi che «alla retorica irrazionale del barbaro alle porte, che nasce da un malriposto suprematismo e sfocia nel disprezzo antropologico, si può e si deve contrapporre la forza della persuasione e del confronto».
«Esatto. Spesso ci si aspettano dei quadrumani con il lanciafiamme nei luoghi delle istituzioni più alte come il MAXXI e poi ci si stupisce di trovarvi dei bipedi ragionanti».
Il dialogo rispettoso e costruttivo è un obiettivo ottimista?
«No, magari ha una venatura di strategia. Parto dal presupposto che una buona visione del mondo di chi viene da destra può e deve contenere anche schemi e formule di una sinistra che ha abdicato alla propria funzione. La destra vince nelle urne perché soddisfa un bisogno di sicurezza e di identificazione. Non mi interessa piacere a quelli che chiamiamo salotti della sinistra, le idee sono plurali per definizione».
Quindi, non c’è un bisogno di legittimazione?
«Dal Foglio in poi ho sempre lavorato senza cercare approvazioni. Oggi sono gli stessi intellettuali di sinistra a voler dialogare con il mondo che idealmente personifico».
Nel tuo saggio fai l’esempio di Roma che diventa comunità universale spostando i confini e includendo le province. Più che includere non sarebbe corretto dire che ingloba o annette?
«Una corrente di pensiero di sinistra ritiene addirittura che “includere” sia espressione aggressiva perché significa chiudere dentro. In realtà, significa racchiudere. La lezione di Roma è trasformare genti diverse in un’unica comunità».
Questa inclusione così di moda significa che si assorbe una diversità?
«Non c’è dubbio. Cicerone, che odiava Cesare, scriveva al suo amico Attico che Cesare aveva appena conquistato le Gallie e già aveva fatto senatori alcuni di loro. Nel momento in cui hai un’idea di diritto e di sacralità della vita puoi includere chiunque sottoscriva i tuoi canoni, a patto che lo faccia davvero. Noi i canoni li abbiamo».
Ma pochi li sottoscrivono?
«Quelli che non lo fanno vivono male nella nostra comunità. Accade anche a molti con il passaporto italiano, bianchi, biondi e con gli occhi azzurri che pure non meriterebbero la cittadinanza. Se sei fuori dai canoni della Costituzione, non rispetti la sacralità della vita e l’altro da te, compresa la sovranità che appartiene al popolo, sei fuori da questa comunità».
Chi non rispetta la Costituzione dovrebbe andare in galera, quanto al rispetto della sacralità della vita potremmo scrivere un’enciclopedia.
«Se fai l’infibulazione a una donna è evidente che non rispetti né la donna né la vita, ma se ti comporti da razzista e vuoi decidere chi è italiano e chi no, come il generale Vannacci, non rispetti la sacralità della vita e la Costituzione. Il che vale pure per l’ambiente, anche se vediamo molti estremismi e fanatismi, di cui parla l’articolo 9 della Costituzione insieme al rispetto del paesaggio e alla promozione della ricerca scientifica».
Vannacci ha fatto una considerazione inerente ai tratti somatici di Paola Egonu non rappresentativi dell’italianità, non ha detto chi può o non può essere italiano.
«Accetto questa definizione a patto di immaginare che fra 100 anni ci sia un pronipote nero di Vannacci che dica che il mio pronipote bianco non rappresenta l’ideal-tipo dell’italiano».
Fra 100 anni ne riparleremo. Cosa significa che la cultura può fare per la politica quello che la politica non riesce a fare per la cultura?
«Che la politica vive di confronti, che a volte sono conflitti, con pensieri spesso biodegradabili, mentre la cultura ragiona con una gittata più lunga e sorregge le leadership politiche che si succedono. Se creo MAXXI Med a Messina ci sarà un premier che un giorno se lo ritroverà e ne beneficerà come buon esempio di diplomazia culturale rivolta al Mediterraneo, mentre noi come persone fisiche saremo altrove. Questo a prescindere dal colore di chi sarà al governo».
Citi Emilio Isgrò che sostiene che nell’arte non c’è destra e sinistra perché l’arte è come il ciclismo e tutti pedaliamo allo stesso modo. Cosa vuol dire esattamente?
«Vuol dire che l’arte proviene da artisti che possono avere o no idee politiche personali, ma non è quella l’unità di misura dell’opera d’arte. Per questo la sinistra divora Céline e pensa che sia il più grande scrittore del Novecento».
È un obiettivo ingenuo, pur appellandosi a Norberto Bobbio, rigettare la polarizzazione degli intellettuali in rossi e neri?

«Ho goduto molto quando il ministro Sangiuliano in un’intervista alla Stampa di Torino, tempio del pensiero azionista, ha citato proprio Bobbio ritorcendo le sue categorie contro chi a sinistra ragiona ancora con il bianco e nero anziché con i colori».
Che cosa pensi di ciò che è accaduto in occasione delle scelte per la rappresentanza italiana alla Fiera del libro di Francoforte anche dopo l’invito di Mauro Mazza a Roberto Saviano?

«Premesso che è un perseguitato dalla camorra e che a mio parere dopo Gomorra Saviano non ha scritto nulla di altrettanto interessante, mi piacerebbe che fossero valorizzati altri scrittori come, per esempio, Sergio Claudio Perroni. Il quale, purtroppo, è morto, ma il suo peggior libro vale quanto il miglior libro di Saviano».
Altra obiezione al dialogo è l’espansione della cancel culture e della cultura woke, che partono dalla superiorità del presente sul passato e delle élite sul popolo?
«Il suprematismo antropologico e la violenza distruttiva della cancel culture sono un’abiezione. Ma se la si guarda da vicino, come per esempio ha fatto Piergiorgio Odifreddi nel suo libro in cui ha ridicolizzato la scwha, si capisce che la cancel culture morirà di autofagia, perché tutti i suoi protagonisti non fanno che trovare elementi inibitori da cancellare. Finché non cancelleranno anche loro stessi».
Ci vorranno decenni?
«La fase di rigetto della cancel culture inizia a coinvolgere anche la sinistra».
Perché sostieni che creare occasioni di dialogo sia un discorso di destra?
«Perché la sinistra vive con le cuffiette e ascolta solo la propria musica. Ma ora una destra matura e avanzata cambia spartito e fa scoprire anche alla sinistra una musica migliore».
Gli intellettuali di Capalbio o con l’attico a New York sono davvero meno ascoltati?
«All’intellettuale di Capalbio, dove ha appena vinto la destra, che sopravvive come categoria dello spirito, non vorrei contrapporre l’intellettuale di Coccia di morto. Anziché attaccare i radical-chic che si stanno estinguendo, dovremmo essere un po’ più chic noi, imparando le buone maniere».
A me pare che siano ancora riveriti, accolti come oracoli nelle televisioni e premiati all’estero, dove esibiscono sussiego e disprezzo per chi non si allinea. Questo zoccolo è ancora duro?
«È duro e spesso anche abbastanza qualificato e ben sostenuto dal sistema culturale. Ma questo lo sosteneva già Giuseppe Berto. Appena diventeremo tutti come Giuseppe Berto li annienteremo perché valgono la metà dei suoi coetanei. Ma la vera domanda è: diventeremo come Giuseppe Berto?».
Secondo te?
«È un compito più che una certezza. Penso che siamo pieni di Giuseppe Berto potenziali che stanno suggendo il latte della mamma e noi dovremo farli crescere».
Il primo anno di gestione della tv pubblica fa ben sperare?
«È stato un anno di transizione. Confido che la nuova dirigenza saprà dare il meglio di sé una volta che l’assetto sarà consolidato e talune incertezze, come quelle che abbiamo tutti, serviranno da lezione».
Nel mondo ideale ipotizzato da Daniel Salvatore Schiffer «l’intellettuale del ventunesimo secolo sarà prismatico o non sarà. Sarà artistico prima che politico, amante del dubbio e nemico del dogma, impegnato ma non militante, e qualsiasi sua adesione a una rivoluzione sarà sempre metafisica e mai ideologica, libera e non partigiana, critica e non fanatica». Chi può realizzare questa utopia?
«Un’idea del genere è talmente liberale che la può esprimere solo una destra illuminata».
Una visione realistica evidenzia il prevalere dell’intolleranza, soprattutto a sinistra.
«Parlando di coloro che vivono nella realtà senza consapevolezza Eraclito li definiva presenti assenti. Al contrario, gli intellettuali di destra sono stati assenti presenti. Ora è arrivato il momento di essere presenti presenti».

 

La Verità, 22 giugno 2024

 

«Più che un diritto l’aborto è una tragica necessità»

Tornare ai fondamentali» sono le prime parole di «Ma io ti ho sempre salvato», il nuovo libro di Luciano Violante, sottotitolo: La maschera della morte e il nomos della vita (Bollati Boringhieri). Un centinaio di pagine dense e commoventi soprattutto nel capitolo finale, dedicato a «Le mie morti». I «fondamentali», infatti, sono la vita e la morte. Alla cui dialettica inesauribile l’ex magistrato, già presidente della Camera e attuale responsabile della Fondazione Leonardo – Civiltà delle macchine, dedica la sua attenzione più ancora che all’altra coppia di categorie, guerra e pace, solitamente ritenuta prioritaria.
Presidente Violante, questo libro è una riflessione filosofica, civile o esistenziale?
Soprattutto civile.
Mossa da cosa?
Dalla mia età. Hai la possibilità di guardare attorno. Viviamo circondati dalla morte, sia a causa delle guerre sia per gli annegamenti dei migranti. C’è una grande campagna per la dignità della morte; ne manca una analoga per la dignità della vita.
Chi era sua madre?
Una donna di grande determinazione e forza di volontà. Garbo e fermezza nel rapporto con gli altri.
Che cosa vuol dire il titolo del saggio «Ma io ti ho sempre salvato»?
È una frase che mi ha detto negli ultimi giorni di vita quando sono stato con lei in ospedale. Dai suoi deliqui ho capito le aggressioni che ha subito, prima nel campo di concentramento inglese in Etiopia dove sono nato, e poi nel percorso da Napoli al paese di mio padre, in Puglia, quando lui, comunista,  era ancora prigioniero degli inglesi. Mi guardava, sorridendo: «Ma io ti ho sempre salvato», diceva. Nel campo di Dire Dawa  alcune amiche l’avevano invitata ad abortire, «Vuoi far nascere tuo figlio in questo immondezzaio?». Ma lei mi aveva salvato, facendomi nascere. Allora penso a tutte le madri che non possono dirlo perché hanno perso i loro figli, magari annegando in mare. Mi ha colpito molto sapere che sui fondali marini si trovano cadaveri di madri stretti a quelli di bambini piccoli.
Perché, mentre incombono due conflitti che turbano il mondo invece che sul dualismo guerra-pace si dedica a quello tra vita e morte?
La dialettica tra guerra e pace riguarda gli Stati, quella tra vita e morte riguarda le persone, quindi è più profonda. Se ci battessimo per la vita piuttosto che per la pace saremmo ascoltati di più.
«Le questioni della vita e della morte andrebbero giudicate non con la miserabilità del metro giuridico, ma con quello del destino dell’uomo»: ammette che può stupire scritto da lei, uomo di diritto?
Chi conosce il diritto, ne conosce anche i limiti.
Li conosceva anche 20 o 30 anni fa?
Con l’andare del tempo matura una visione più profonda delle cose grazie alle esperienze su cui la vita ci fa riflettere.
Che cos’è la «biopolitica» e come può rinnovare l’impegno per il bene comune?
La biopolitica si compone delle riforme che favoriscono la dignità della vita. Noi abbiamo una politica degli asili diversa da quella della scuola, a sua volta diversa da quella del lavoro e della salute. Un governo dovrebbe saperle promuovere insieme, collegandole organicamente le une alle altre.
Che cosa pensa del fatto che la sinistra, un’appartenenza che non so se per lei è ancora valida… Anzi, si considera ancora un uomo di sinistra?
Assolutamente sì.
Che cosa pensa del fatto che aborto, eutanasia, suicidio assistito, i diritti per cui si batte la sinistra, hanno a che fare con la morte?

Non si batte solo per questi, ma anche per il salario minimo e per una sanità efficiente.
Ma i diritti civili sembrano avere questa inclinazione.
Noto un allargamento importante ai diritti sociali.
Cosa pensa dell’impegno del presidente francese Emmanuel Macron, il leader intellettuale dell’Unione europea, nell’introdurre l’aborto come diritto nella Costituzione continentale dopo averlo fatto in quella del suo Paese?
Non credo che l’aborto possa definirsi  un diritto;  può essere in alcune circostanze una tragica necessità. Comunque noi uomini su questo tema dovremmo lasciare la parola alle donne.
Concorda con la convinzione diffusa che, siccome incombono conflitti, catastrofi ambientali e pervasivi domini tecnologici, è meglio non procreare?
Non concordo. È una forma di egoismo che ci fa consumare tutte le risorse che abbiamo a disposizione.
C’è anche chi ipotizza un contenimento delle nascite per non peggiorare lo stato del pianeta.
Il problema è gestire la presenza umana in modo tale che non provochi danno all’ambiente. Se ci sono meno esseri umani, ma ci si comporta male ugualmente, la situazione non migliora.
I giovani di «Ultima generazione» lamentano l’eco-ansia: oltre a causare nuovi protagonismi, i toni apocalittici causano anche nuove patologie?
Mi colpiscono le rivendicazioni dei giovani attorno ad alcuni grandi temi. Che a Gaza sia in corso un massacro è difficile negarlo. Apprezzo anche la mobilitazione dei ragazzi che in Georgia si ribellano alla legge russa che pretende di controllare le associazioni culturali.
Si può parlare davvero di un nuovo Sessantotto?
No. Il Sessantotto esprimeva una teoria generale contro il potere, oggi siamo di fronte a mobilitazioni su fatti specifici attorno ai quali si costruisce consenso e dissenso.
Anche se in alcuni casi il dissenso è poco tollerato da questi giovani.
Chi esercita un potere politico si espone e sa che può essere oggetto di critiche. Anche a me è capitato. Una volta, a Genova, un gruppo che dissentiva da quello che dicevo mi svuotò una bottiglia d’acqua in testa.
Non piacevole, però dissentivano da qualcosa che era riuscito a dire. Oggi accade che s’impedisca di parlare.
I comportamenti che abbiamo visto attuare nei confronti del ministro per la Famiglia Eugenia Roccella, che conosco e stimo, sono sbagliati. Tuttavia il politico deve mettere in conto la critica anche aggressiva. Ma impedire di parlare a chi la pensa diversamente è inaccettabile.
Secondo lei l’inverno demografico è causato dalle scarse politiche di sostegno alle famiglie o da un’idea disimpegnata della vita delle giovani coppie?
Credo che il costo della crescita di un bambino, calcolato in 600 euro al mese, sia in molti casi insostenibile.
Perché negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in condizioni di maggior povertà, si è comunque verificato il boom demografico?
Eravamo più abituati a essere poveri perché lo eravamo tutti. Non ci sentivamo obbligati a possedere una certa automobile, una certa tv, un certo frigorifero.
Quindi il mantenimento di un certo tenore di vita c’entra.
Reggere un normale tenore di vita e in più spendere 600 euro per un bambino non è alla portata di tutti. Quanto costa oggi in carburante e in trasporti spostarsi quotidianamente dalla periferia al centro?
Scrive che essere intellettuali non è un privilegio, ma una responsabilità. Qual è il ruolo degli intellettuali nella società contemporanea?
Dare un senso a quello che accade.
Un compito ben diverso da come viene interpretato da quelli più gettonati dai media.
Certo, è una cosa diversa. In quei casi siamo nel campo dello spettacolo.
Che cosa pensa del sistema Liguria? Siamo davvero di fronte a una nuova Tangentopoli?
Vorrei capire un po’ tutto. Da qualche stralcio di intercettazioni abbiamo intuito che qualcosa di marcio c’era. Quanto, lo capiremo quando avremo tutti gli elementi in mano.
Troverà mai un equilibrio stabile il rapporto tra politici e magistrati?
È un equilibrio per sua natura instabile. In America Donald Trump è sotto processo, la giustizia francese ha condannato Nicolas Sarkozy e in Spagna è stato fatto il governo grazie all’amnistia, azzerando decine di  condanne.
È ovunque un rapporto travagliato.
Per sua natura: giustizia e politica sono due sovranità in perenne tensione, che hanno i confini in comune.
È favorevole alla riforma per la separazione delle carriere?
È inutile perché sono già separate. In alcuni paesi si ritiene positivo che si passi da una competenza all’altra.
Magari dove la magistratura è meno militante.
In Francia non scherza.
Quando morì una zia ultracentenaria lei disse «è calato il sipario», mentre una suora sussurrò «forse si è sollevato». L’eternità la spaventa?
No. Il punto è questo: come può un qualunque essere umano pretendere di cogliere la  complessità del divino?
Sicuramente non può circoscriverlo come ipotizzava il razionalismo illuminista.
Con la pretesa di spiegare tutto. Dobbiamo essere consapevoli dei nostri limiti.
Presidente, lei cancella dalla rubrica del cellulare i numeri delle persone che non ci sono più?
Quello di mia moglie certamente non lo cancellerò.

 

Panorama, 22 maggio 2024

«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

«Se si dimentica la famiglia la selezione sarà spietata»

Una militante della moderazione, ma pur sempre una militante. Non più giovanissima, Paola Binetti conserva l’innocenza degli ideali e, sebbene nel settembre 2022, dopo quattro legislature, non sia stata rieletta (nella sua circoscrizione la lista di Noi moderati non superò il 3%), la si trova al lavoro nell’ufficio della Camera dell’Udc: «Continuo a occuparmi dei temi che ho sempre seguito. Per me, la politica è servizio alla ricerca di soluzioni ai bisogni della gente». Neuropsichiatra, saggista, esperta in materia di bioetica, qualche giorno fa nella sala capitolare del Senato, «strapiena», è stato presentato il suo Elogio della moderazione. Nella moderna dialettica politica (Cantagalli), appena uscito.

Professoressa Binetti, come definirebbe la moderazione?
«È un atteggiamento che deriva dalla convinzione nei propri valori, dal desiderio di condividerli con gli altri e dalla ricerca dei toni che favoriscano questa condivisione al fine della realizzazione di un progetto. La politica non è solo idee, ma anche concretezza e collaborazione per raggiungere dei risultati».
L’invito alla moderazione è un auspicio, una mozione d’ordine, un programma di governo o un’utopia?
«È una conditio sine qua non se si vogliono davvero realizzare riforme solide».
Che seguito può avere questo invito in una società ad altissimo tasso ideologico come la nostra?
«Può anche cadere nel vuoto. Ma se ciò avvenisse si allargherebbe la distanza già enorme tra il Paese e la classe politica».
È una battaglia donchisciottesca?
«Diciamo che conserva il valore dell’utopia e, in una certa misura, della speranza. Credo ancora che si possano cambiare le cose».
Gran parte della comunicazione, tipo i talk show, inclina dalla parte opposta.
«Questo dimostra le responsabilità del mondo dell’informazione. Alla presentazione del libro al Senato alcuni dei relatori hanno raccontato che quando vengono invitati ai talk show sono esortati a non essere troppo buoni perché l’audience si regge sulla conflittualità».
Un altro avversario della moderazione sono i social media, il posto in cui il conflitto diventa odio.
«L’esercizio dell’odio è un sasso che rotola e diventa valanga. Si basa su un’informazione lacunosa e una cultura fatta di slogan. Bisognerebbe rileggere una volta in più ciò che si è scritto prima di postarlo».
Walter Veltroni ha scritto un pamphlet intitolato Odiare l’odio, come per stabilire una gerarchia dell’odio sano e tollerabile.
«Senza la virtù del perdono è difficile praticare la moderazione e andare per primi incontro all’altro. Guardiamo ciò che accade tra Palestina e Israele: vige un’idea di giustizia rivolta a sé stessi e che sa solo pretendere».
Chi sono i moderati in Italia?
«Non necessariamente il gruppo di Noi moderati di Maurizio Lupi. Più ci si avvicina al centro e più, teoricamente, ci si avvicina alla moderazione. Questo luogo lo individuo, storicamente, nell’Udc. È un modo di fare politica che permette di dialogare con gli altri in base alle proposte e ai valori che si presentano. Coloro che si oppongono per principio, come talvolta fanno le opposizioni, sono per definizione non moderati».
Qualche indicazione in positivo?
«In Forza Italia ci sono tanti moderati. All’interno di Fratelli d’Italia, un tempo identificati come destra-destra, anche. Nel Pd c’è una componente a disagio di fronte a certe scelte attuali. Sostanzialmente, l’Italia è un Paese moderato perché attento a temi fondamentali come il lavoro, la scuola e la salute, che tutti vogliamo migliorare».
Ma con l’introduzione del sistema maggioritario per favorire l’alternanza si penalizza la rappresentanza.
«Alla presentazione del libro, Giancarlo Giorgetti ha detto che è nel governo come ministro perché i voti li prende Salvini. A volte è l’elettore a privilegiare chi buca lo schermo, ma poi, per governare, servono persone moderate».
Il tentativo di ricreare il centro di Matteo Renzi e Carlo Calenda è una delusione dalla quale è difficile riprendersi?
«È stata una grande delusione perché è apparso chiaro che le differenze principali sono legate alla personalità di entrambi: uno stile di vita con poca moderazione e una gran voglia di affermazione personale oltre la proclamazione di alcuni principi condivisi».
Nella lotta alle diseguaglianze si è proclamata l’abolizione della povertà mentre in realtà si è penalizzato il lavoro?
«Innanzitutto, penso che in questo contesto di consumismo esasperato dobbiamo recuperare tutti una certa sobrietà. Per esempio, apprezzo la legge europea che invita a riparare i cellulari, evitando l’obsolescenza programmata e la frenesia di avere quello di ultima generazione. Poi è corretto sanare le situazioni di povertà vera, sapendo che “i poveri li avrete sempre con voi”. La povertà si può lenire, non abolire del tutto».
Un approccio ideologico ci ha illuso che fosse possibile?
«Era il tallone d’Achille del reddito di cittadinanza. Equiparando le politiche del lavoro alle misure di contrasto alla povertà ai giovani conveniva accedere al sussidio invece di andare a lavorare».
Com’è possibile che la politica per la famiglia «nucleo fondativo della nostra società» sia il terreno della collaborazione tra conservatori e progressisti se una certa cultura lavora per smembrarla?
«Ha ragione. Crescono le famiglie cosiddette mononucleari e le coppie che scelgono di non sposarsi. Ma la verità è che la vita si allunga e si allungano le stagioni in cui dipendiamo dagli altri. La composizione della popolazione è illustrata dalla piramide rovesciata, più vecchi e meno giovani. In assenza del welfare famigliare chi si prenderà cura degli anziani? Serviranno eserciti di badanti. Per fortuna è stata approvata la legge 33/2023 che prende atto di questa emergenza. La riscoperta della famiglia sarà obbligatoria, altrimenti i costi sociali ricadranno tutti sullo Stato».
Serve una politica più efficace per incrementare la natalità?
«Assolutamente. E non solo perché non nascono più bambini e si devono tramandare cultura, storia e identità. La scienza ha aggiunto anni alla vita e condizioni migliori per i malati. Disabilità e cronicità saranno le nuove povertà. Ma l’assenza della famiglia produrrà costi insostenibili per lo Stato e creerà una selezione spietata».
Può esserci dialogo se per la sinistra la teoria gender, definita «il pericolo più brutto» da Francesco, è il cardine dei diritti civili?
«Il primo dato intangibile è il rispetto della persona qualsiasi sia il suo orientamento sessuale. Le discriminazioni non vanno tollerate. Ma ciò non significa che si possano negare i valori fondativi della convivenza civile costruita negli anni. La famiglia e la vita sono alla base di tutte le società».
Ma il presidente francese Emmanuel Macron e l’Unione europea operano in direzione opposta.
«L’errore più grave è stato non inserire nella Costituzione europea il richiamo alle nostre radici elleniche e cristiane. Fu la Francia a opporsi maggiormente. Esiste una frontiera che chiamiamo valori non negoziabili. Sono pochi, ma ci sono e ci impegniamo a difenderli, senza colpevolizzare le donne che abortiscono. A loro che, per vari motivi, fanno scelte diverse, vanno tutta la nostra empatia e solidarietà. Ma non possiamo negare che quell’embrione, se lo si lascia in pace, in nove mesi diventa un bambino. Non a caso l’intestazione della legge 194 è “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”».
Quanto può favorire il dialogo per la costruzione del bene comune la continua richiesta di abiura del fascismo a esponenti del governo?
«Si abiura a un giuramento, ma la generazione che governa è tutta post-fascista e non ha mai prestato alcun giuramento».
Perché quando un post-comunista va al governo nessuno gli chiede l’abiura del comunismo?
«Perché avremmo una nuova guerra civile. Non chiedo a nessuno di abiurare un credo di un secolo fa, mi basta la sua vita, quello che è ora».
Il tratto distintivo di questa cultura è essere anti?
«Noi tentiamo di essere proattivi, cercando di capire di cosa hanno bisogno le persone accanto a noi».
Perché i diritti su cui si insiste oggi, eutanasia, suicidio assistito, aborto, sono imperniati sulla morte?
«Ci vuole coraggio a vivere perché la vita è bellissima, ma non è sempre facile. Sono felice che nel 2010 sia stata approvata la legge 38 per l’accesso alle cure palliative delle persone che soffrono fino all’ultimo momento della vita. L’accompagnamento alla vita gli uni degli altri è lo scopo di una società realmente solidale».
Crede anche lei che esista un’élite culturale che si ritiene superiore e pregiudichi il dialogo alla pari?
«Sì, c’è qualcuno che si ritiene più uguale degli altri come ne La fattoria degli animali di George Orwell. La forza che ci spinge a migliorare è il riconoscimento delle nostre fragilità».
Ha ragione Matteo Salvini quando dice che nelle opposizioni prevale la politica dei No: No-Tav, No-Tap, No-Ponte eccetera?
«Assolutamente. È un’opposizione sterile, non animata da proposte positive. Il bambino di tre anni si afferma attraverso il no. I manuali di psicologia evolutiva lo chiamano “l’alba del principio d’identità”».
Come spiega che oggi su questi temi molti vescovi anziché partire dalla dottrina sociale della Chiesa parlano del salario minimo e contrastano gli accordi con Paesi terzi per l’accoglienza ai migranti?
«È difficile anche per i vescovi distinguere tra missione spirituale e scelte personali e politiche. Oltre la dottrina sociale, la carità ci guida a perseguire e difendere ciò che conta davvero. Nell’ultimo capitolo della Dignitas infinita si suggeriscono i comportamenti relativi alle contraddizioni contemporanee, dall’immigrazione al gender, dall’utero in affitto alla violenza digitale. I cattolici, e i loro pastori in primis, dovrebbero tener conto di tutte queste situazioni, non limitarsi ad alcune».
Il centro come aggregazione politica è una chimera?
«Se lo si intende come partito, sì. Se lo si intende come luogo del confronto, può essere il punto di sintesi della democrazia. Non è l’inciucio, non è il governo di larghe intese. Vediamoci in centro a prendere un caffè. È il posto della mediazione, della ricerca e della condivisione del bene comune».

 

La Verità, 4 maggio 2024

«Doris? Un cattolico con la speranza che manca al Pd»

Ennio Doris, un outsider sottovalutato. Forse anche a causa del suo temperamento tutt’altro che megalomane. A fargli giustizia arriva ora nei cinema un biopic incentrato sulla clamorosa restituzione nel 2008 di 120 milioni di euro a 11.000 risparmiatori che avevano investito nella Lehman Brothers. Tratto dall’autobiografia C’è anche domani (Sperling & Kupfer, 2014), prodotto da Movie Magic International, distribuito da Medusa, diretto da Giacomo Campiotti, interpretato da Massimo Ghini e Lucrezia Lante della Rovere, il film sarà nelle sale come evento speciale il 15, 16 e 17 aprile, prima di andare in onda in autunno sulle reti Mediaset.
Massimo Ghini, conosceva Ennio Doris prima di interpretarlo?
Ne conoscevo l’immagine pubblica, diffusa dallo spot della «banca costruita intorno a te» mentre lui traccia un cerchio per terra. Mi ha stupito che mi abbiano chiesto di essere lui: è stato come intraprendere un viaggio nella vita di un uomo particolare. Alla convention con 20.000 persone organizzata da Mediolanum a Torino ho letto un brano di una lettera nella quale sosteneva che chi lavora nella finanza, oltre a occuparsi di soldi, ha una responsabilità verso gli altri.
Cosa le è piaciuto di quest’uomo?
Il fatto che, pur essendo tra i più ricchi d’Italia, sia rimasto un uomo semplice, con uno spirito cattolico e un senso della famiglia molto forti. Conosco diverse persone molto facoltose e posso dire che un comportamento così non è nelle loro consuetudini. Sempre a quella convention ho detto che la parola chiave del mio confronto con Doris è «sorpresa». Come si fa a non essere sorpresi da un uomo che il sabato sera aveva l’abitudine di tornare in elicottero al suo paese d’origine per giocare a carte con gli amici?
Per impersonarlo non ha potuto far leva sulla somiglianza.
Era un omone alto e mi hanno sconsigliato di ricorrere alla cadenza veneta, così mi sono immedesimato nel suo temperamento. Alla fine, il complimento più bello è stato quello della moglie Lina: Massimo, mi hai emozionato perché hai saputo riproporre l’atteggiamento e la grinta che aveva Ennio quando faceva le cose.
Come definirebbe Ennio Doris?
Un uomo non ipocrita e generoso. Non ipocrita perché non fingeva di essere buono, ma era dotato di una generosità innata. Correggeva chi lo chiamava «dottore» perché era ragioniere. Ricordava di essere cresciuto in mezzo alle vacche e che suo padre era mediatore nei mercati agricoli.
Un visionario con i piedi per terra?
A differenza del grande amico Berlusconi, ha sviluppato il suo talento nella finanza portandosi dietro la cultura dalla quale proveniva.
Ha cambiato il modo di gestire le banche stando dalla parte dei risparmiatori?
Questo è un fatto bellissimo. Oggi la finanza è raccontata in modo negativo, non ci sono molti a spendersi per aiutare chi è in difficoltà. Non stiamo parlando di Padre Pio, ma di un uomo che, ricordandosi delle sue radici, ha fatto funzionare la banca e, contemporaneamente, tutelato i risparmiatori.
Era il banchiere di Silvio Berlusconi, non un bel biglietto da visita per un uomo di sinistra come lei.
All’inizio anch’io lo pensavo. Ora posso dire, e me ne assumo la responsabilità, che Berlusconi ha imparato da Doris. Quell’uomo gli insegnava a fare i soldi. Non a caso, tutto ciò che Berlusconi ha toccato è diventato suo, mentre la banca di Doris è rimasta di Doris. Berlusconi si è dimostrato intelligente rispettandone la genialità e lasciandolo lavorare.
Cosa pensa del fatto che quando ci fu il crollo di Lehman Brothers rimborsò di tasca propria i risparmiatori che avevano investito in quei titoli?
Non voglio fare paragoni con altre grandi famiglie, gli Agnelli tanto per dire. Questa vicenda mi ha lasciato a bocca aperta e penso che anche il pubblico rimarrà stupito quando la scoprirà dal film. Il figlio Massimo mi ha detto che è già nota, ma io credo non abbastanza. 11.400 investitori e le loro famiglie salvati da questa decisione. Dove si trova un uomo che dice «pago io»? Alla fine, Berlusconi gli è andato dietro, ma all’inizio, sia l’Abi (Associazione bancaria italiana ndr) che lui dicevano che era un pazzo. Ma Doris era deciso: ho i soldi e lo faccio anche da solo.
Il primo caso di restituzione spontanea di denaro ai risparmiatori fu un’azione di sinistra?
No, io ci vedo un’anima cattolica. Il fatto che ci siano uomini che devono essere salvati non ha bisogno di catalogazioni di destra o sinistra. Doris aveva questa formazione veneta, fortemente cattolica, e l’ha tirata fuori. Lo dico con piacere.
Che cosa le ispira il titolo del film tratto dall’autobiografia C’è anche domani?
D’istinto può ricordare il film di Paola Cortellesi, perciò il nostro s’intitola Ennio Doris – C’è anche domani.
Il libro di Doris è del 2014.
Infatti. È un titolo che dice che non serve indugiare sulle cose andate male, c’è sempre la possibilità di rimettersi in careggiata. Non è un pensiero di natura finanziaria, ma un’idea positiva di futuro.
Un’idea di speranza?
I nostri genitori hanno fatto le guerre, noi viviamo un momento di confusione che non aiuta a preparare il futuro dei nostri figli. Dobbiamo insegnare loro che il futuro si costruisce giorno per giorno.
La sinistra sa infondere questa speranza?
In questo momento no, non riesce a darla. Dobbiamo costruire un progetto comprensibile alle masse e alle persone comuni. Le continue divisioni interne sono una delle maggiori imbecillità del secolo.
Pur essendo di sinistra lei ha fatto cinema e televisione popolare. Cosa pensa del fatto che il cinema d’autore, finanziato dai fondi ministeriali, ha trovato raramente il favore del pubblico?
Se ho qualcosa di cui vantarmi è di aver fatto sia cinema popolare che impegnato. Il nostro mestiere serve a raccontare con professionalità storie che possono essere comiche o drammatiche. L’idea che dovremmo privilegiare i film d’autore perché siamo di sinistra mi sembra una stupidaggine. Ho recitato per registi internazionali e mi sono sempre rifiutato di pensare come alcuni colleghi, che se un film non sfonda è perché non è stato capito. Forse sei tu che non ti sei fatto capire.
Un pregio e un difetto del cinema italiano?
Il difetto è dividere sulla lavagnetta i buoni e i cattivi, i bravi e i non bravi. Ricordo che quando entrai negli uffici della Titanus, la prima casa di produzione italiana, c’erano le locandine dei musicarelli, dei film di Totò, di Luchino Visconti e Michelangelo Antonioni. Non a caso ora il governo sta introducendo nuovi criteri di sostegno al cinema.
Il cinema italiano è romanocentrico?
È un’accusa esilarante. È come se dicessimo che il cinema americano è «losangelescentrico». I film di Paolo Sorrentino sono napoletani. Matteo Garrone ha raccontato i migranti africani, Mediterraneo ha vinto l’Oscar con una storia di guerra, Roberto Benigni è toscano.
C’è amichettismo anche nel cinema, il solito giro di attori e di registi?
Questa è una critica che serve ai giornali. Il cinema è nato a Roma, ma i registi e gli sceneggiatori sono romagnoli, milanesi, siciliani. Poi, siccome di soldi non ce ne sono e i produttori cercano di risparmiare, i film si fanno prevalentemente a Roma.
Quando vediamo i cast di Pupi Avati ci stupiamo perché recupera attori fuori dal giro?
Vogliamo dire, con tutto il bene che gli voglio, che Avati è «bolognesecentrico»? In America ci sono due poli produttivi, New York e Los Angeles, fine. Il criterio è uno solo: un film è bello o brutto, è interessante o no. Queste polemiche sono nate dalle film commission e dalla relativa distribuzione dei fondi. La prima film commission la proposi nel 1995 a Francesco Rutelli quand’ero consigliere comunale a Roma. Adesso ogni regione ha la sua film commission.
Prima consigliere comunale, ora membro della segreteria Pd del Lazio: mai pensato di impegnarsi seriamente in politica?
Me l’hanno chiesto, ma ho cercato di non rovinarmi la vita. Vivo il mio impegno come un volontariato perché mio padre è stato partigiano, combattente e internato a Mauthausen. Così, ho pensato di dare una mano anch’io.
Da romano come giudica l’amministrazione del sindaco Roberto Gualtieri?
Diciamo che potrebbe essere migliore.
Se dovesse dare un consiglio affettuoso a Elly Schlein cosa le direbbe?
Che abbiamo bisogno di persone che parlino al cuore della gente. Allora lei dovrebbe preoccuparsi meno del giudizio del salotto di Capalbio e di più di ciò che pensa chi vive nelle periferie.

 

Panorama, 10 aprile 2024

«Con me anche gli islamici rispetteranno le leggi»

Nei formidabili Settanta Monfalcone era la Stalingrado d’Italia, ora è uno dei comuni a più alta densità islamica. Circa 7.000 cittadini di religione musulmana su un totale di 30.000 residenti. Stando alle parole di Paolo Mieli ospite di Quarta Repubblica di Nicola Porro, Anna Maria Cisint «è una Vincenzo De Luca moltiplicata per mille». In questi giorni, la sindaca leghista è accusata di impedire ai musulmani di pregare mentre la comunità islamica ha convocato una manifestazione nazionale a Monfalcone per il 23 dicembre, antivigilia di Natale.
Anna Maria Cisint, come devo chiamarla?
«Sindaco».
È primo cittadino dal 2016…
«Mi pare fosse il 5 novembre quando ho vinto la prima volta. Pier Luigi Bersani disse in tv di non aver dormito tutta la notte perché aveva perso Monfalcone. Nel 2022 sono stata rieletta al primo turno con quasi il 73%».
… perché ha aspettato il secondo mandato per mettere su questo casino?
«Non è un casino, è rispetto della legge».
Perché è diventato attuale adesso?
«I dirigenti dell’ufficio urbanistico e la polizia locale hanno appurato che le moschee non erano a norma».
Prima lo erano?
«No, perché il piano regolatore, che non ho fatto io, stabiliva che quei locali erano destinati a commercio e attività direzionali. Non si può dire che non lo si sapeva. Poi, ultimamente, si sono aggiunti due fatti: la forte crescita dei musulmani a Monfalcone e l’invito online delle associazioni ad andare a pregare nelle moschee».
Sono moschee, parcheggi, hangar, centri culturali?
«Quelle in questione erano moschee di fatto, finti centri culturali».
Che cosa la preoccupa?
«Sono preoccupata perché ho una responsabilità istituzionale nei confronti dei cittadini. Abbiamo fatto tutte le verifiche per dire che in quelle moschee c’era una presenza massiccia di islamici che andavano a pregare. Perciò si poneva sia un problema di legalità che di sicurezza pubblica».
In che senso?
«La legalità garantisce pari diritti e doveri per tutti. Un garage non può diventare una discoteca. Un vecchietto che ha costruito una tettoia e deve pagare il condono edilizio può chiedermi perché tollero che quei centri commerciali siano diventati luoghi di culto. Poi c’è il problema logistico, uscite di sicurezza, sistemi antincendio. Ma non solo…».
Vede pericoli di reclutamento terroristico?
«Dopo il 7 ottobre alcuni ragazzi bengalesi si sono arrampicati sul campanile e hanno gridato “Allah akbar. A morte Israele”. Qui nessuno ha condannato l’azione di Hamas. In quelle moschee non si prega in italiano e non si parla italiano, perciò non sappiamo che cosa predicano gli imam. Pochi giorni fa è stato espulso da Milano un terrorista protetto da oltre un anno dai capi di una moschea. Non alimento paure, sono solo preoccupata per la sottovalutazione di questi fenomeni e voglio capire se c’è un processo di radicalizzazione».
Ha segnali che lo fanno pensare?
«Le ho appena citato i ragazzi che si sono arrampicati sul campanile. Poi ci sono altri fatti. Prima di tutto l’aumento delle coperture integrali delle bambine, anche nelle scuole. Le preparano a diventare schiave. Ci sono già le spose bambine. Pochi giorni fa abbiamo risposto alla richiesta di soccorso di una ragazzina di 15 anni picchiata dai genitori che volevano mandarla a sposarsi in Bangladesh e contrastavano la sua volontà di frequentare un amichetto. Ci ha chiamato e l’abbiamo portata in un luogo protetto. La stessa cosa è successa due anni fa con una tredicenne che vive tuttora in luogo protetto. Abbiamo salvato due potenziali Saman (Abbas, la diciottenne pakistana uccisa perché si opponeva al matrimonio con il cugino voluto dai genitori ndr)».
Questi fatti li vede solo lei?
«Li vedono tutti. Anche la sinistra e la comunità musulmana che, nominalmente, mi danno ragione, ma non fanno nulla per fermarli».
Perché a Monfalcone gli immigrati sono in gran parte bengalesi?
«Perché c’è Fincantieri. Dal 2005 è stata fatta una modifica produttiva delocalizzando al contrario e portando la manodopera più povera a Monfalcone».
E sono arrivati soprattutto bengalesi?
«Sì. Va detto che in Italia è facile ottenere i ricongiungimenti. Se un bengalese ha il permesso di soggiorno grazie a un contratto di un anno e guadagna meno di 13.000 euro, può ricongiungere ben due persone. La conseguenza è che il welfare comunale è quasi tutto a beneficio degli immigrati».
Perché?
«Con i ricongiungimenti, dopo un anno sono in tre. Quando arriva la moglie la famiglia inizia a crescere, ma lavora uno solo. Così gli aiuti per la casa, la scuola, la mensa, i trasporti sono assorbiti da loro. I beneficiari del bonus bebè sono stati al 98% bengalesi».
Perché gli italiani non fanno figli?
«Perché loro ne fanno tanti. Su 7.000 bengalesi lavorano 1.700, di cui solo 7 sono donne, per loro la donna è una schiava».
E lei non vuole farli pregare.
«È una fake news. È sconvolgente che gli organi d’informazione che dicono di combatterle siano quelli che le promuovono. Mai detto che non possono pregare, ma che la legge va rispettata da tutti».
Trovare un altro luogo di culto per gli islamici?
«Il piano regolatore fatto dalle giunte di sinistra non lo prevede perché la città ne ha già e io non ho intenzione di modificarlo. Monfalcone non è un’isola alla fine del mondo».
I preti si sono schierati dalla parte dei musulmani?
«Altra cosa scritta da Repubblica che non mi risulta. Hanno fatto delle riflessioni condivisibili sulla libertà di culto».
A Monfalcone però sembra difficile praticarla.
«Ripeto: a Monfalcone c’è un piano regolatore. Non è colpa del comune se sono in 7.000. Rinvio la palla nel loro campo. Se andassi in un Paese islamico dubito che si preoccuperebbero di costruire la chiesa cattolica».
Mi dice una persona importante per la sua formazione?
«Mio padre, soprattutto. Operaio che ha costruito navi nelle aziende del territorio, morto di amianto dopo decenni di lavoro senza protezioni adeguate. Mi ha insegnato cosa significa avere la spina dorsale e mantenere la rotta in mezzo alle difficoltà».
Perché ha deciso di candidarsi e com’è diventata sindaco?
«Per 29 anni sono stata dirigente comunale, poi ho deciso di mettere la mia competenza amministrativa a servizio della comunità, prima all’opposizione e ora al governo della città».
Il suo modello è l’ex sceriffo di Treviso Giancarlo Gentilini?
«La devo deludere, le persone intelligenti governano inserite nei contesti in cui si trovano. A Monfalcone è imprescindibile la presenza di Fincantieri dove ci sono 8.000 persone che lavorano provenendo da fuori. È inutile parlare di modelli».
Il suo primo provvedimento qual è stato?
«Contrastare il degrado ereditato, c’era spazzatura ovunque, e recuperare vivibilità. Poi, essendomi insediata a novembre, organizzare il Natale secondo la nostra storia. Chi c’era prima aveva eliminato il presepio perché riteneva fosse un affronto a qualcuno. Adesso nella sala del comune c’è una mostra con 19 presepi realizzati da artisti locali e nella piazza principale troneggia il simbolo della nostra tradizione».
Nel 2018 ha fissato un tetto del 45% per bambini stranieri negli asili. Quanti ne sono rimasti esclusi e che asili hanno frequentato?
«In questi anni ho fatto costruire quattro scuole. Quando sono arrivata c’era una lista d’attesa per l’infanzia di 90 bambini. Come detto, gli stranieri sono molto prolifici. Era una situazione inaccettabile sia per loro, perché ghettizzati, sia per gli italofoni, perché perdono pezzi di programma. Il tetto è servito e serve a stabilire condizioni di equilibrio. Altrimenti un bambino italofono può trovarsi in una classe con 20 bengalesi che non vogliono scrivere la parola cane perché il cane è un animale impuro. Per i bengalesi abbiamo messo a disposizione gli scuolabus e hanno frequentato gli asili sul territorio dove, per altro, non c’erano bambini sufficienti a formare le classi».
La sinistra propone ogni settimana lo ius soli e lo ius culturae mentre lei mette delle soglie d’ingresso agli studenti stranieri: si stupisce che la contestino?
«La sinistra sta sempre dalla parte sbagliata. Tutti gli anni a fine gennaio si spertica per ricordare la Shoah, ma quando Hamas aggredisce barbaramente Israele strizza l’occhio alla Palestina. Dice di battersi per le donne e poi tace sulle situazioni che le ho illustrato. Per la sinistra e i suoi giornali la legge va rispettatat solo se si allinea alle loro idee».
Michele Serra ha proposto di identificarla.
«Sono a disposizione. Se verrà lo porterò a vedere i presepi vicino al Municipio».
Gorizia è terra di confine e di commistione fra culture diverse, l’integrazione è possibile?
«Effettivamente le etnie sono diverse. Con quella rumena, che è la seconda per importanza, non abbiamo mezzo problema. L’integrazione è un contratto biunivoco: con le comunità che pretendono di mantenere la loro cultura creando un’altra città nella città l’integrazione non si realizza».
Il tetto per i bambini stranieri, i vincoli urbanistici per pregare… i suoi provvedimenti sono tutti per frenare le altre etnie?
«Siamo in Italia. Ci sono una storia e una cultura da salvaguardare. Nessuno ha chiesto a nessuno di arrivare. È giusto chiedere rispetto del nostro Paese e delle nostre leggi».
Mi dice un suo provvedimento per promuovere positivamente la nostra etnia?
«Monfalcone era uno spogliatoio di Fincantieri e noi abbiamo messo al centro il rispetto della città. I provvedimenti sono innumerevoli, dal recupero del Natale con una serie di eventi fino alla valorizzazione della storia con le mostre sul Carso e le sue trincee».
Si candiderà alle Europee?
«Sono lusingata del fatto che il mio partito diretto molto bene da Matteo Salvini mi tenga in considerazione. Se potrò dare una mano alla Lega che ha le idee giuste per l’Italia e l’Europa lo farò. Ma sono orgogliosa di fare il sindaco di una delle città più difficili d’Italia, perciò la mia scelta sarebbe rimanere qua. Vedremo».
Si farà la manifestazione del 23 dicembre indetta dalla comunità islamica?
«Le manifestazioni sono libere, perciò penso che si farà. Ma la trovo una provocazione nei confronti dei cittadini che vogliono trascorrere un Natale tranquillo e dei commercianti che sperano negli incassi di quei giorni. Chiamare a raccolta 5.000 musulmani obbligando alla chiusura del centro storico mostra il volto di una comunità che se non riesce a fare ciò che vuole pone problemi. Martedì si riunirà il Comitato di pubblica sicurezza composto da prefettura e questura. Se vogliono parlare e confrontarsi, sono a disposizione».

 

La Verità, 16 dicembre 2023

«Gaber uomo libero, la sinistra doveva ascoltarlo»

Per una volta si può dire «il marito di». Riccardo Milani lo è di Paola Cortellesi e, anche se lui, giustamente, recalcitra con un sonoro «no» quando lo provoco, da lunedì competeranno al botteghino. Ha ragione: C’è ancora domani, diretto e interpretato da sua moglie alla prima regia, pluripremiato alla Festa di Roma, è in vetta agli incassi, mentre Io, noi e Gaber, pure passato a Roma, è «solo» un documentario (prodotto da Atomic con Rai Documentari e Luce Cinecittà, distribuito da Lucky Red) che andrà nelle sale come evento speciale il 6, 7 e 8 novembre.

Giorgio Gaber ci manca da vent’anni e ritrovarlo ora nei monologhi in tv e a teatro («Fisicamente non ce la faccio a essere di destra. Ma come mi fanno incazzare quelli di sinistra…», ai tempi della candidatura di Ombretta Colli in Forza Italia), al fianco di Enzo Jannacci, Mina e Celentano e nei ricordi di chi l’ha frequentato, è un regalo oltre che per i suoi cultori anche per il grande pubblico. Il cinema di Milani, da Buongiorno Presidente! a Come un gatto in tangenziale, ha l’ambizione di coniugare contenuti e linguaggio pop e dunque non c’era regista migliore per raccontare un artista che è stato coscienza critica e grande uomo di spettacolo.

Questo documentario è un’idea sua, della Fondazione Giorgio Gaber o di qualcun altro?

«Con la figlia, Dalia Gaberscik, ci eravamo già sfiorati in passato, poi due anni fa mi ha chiamato: “Nel 2023 saranno vent’anni dalla morte di mio padre e vogliamo fare qualcosa. Sappiamo quanto gli vuoi bene, facci una proposta”. Da lì è partito tutto».

Lei è romano, Gaber milanese: come lo ha intercettato?

«Già da piccolo ascoltavo Goganga, Torpedo blu, La ballata del Cerutti, Il Riccardo. Poi il suo corpo con quel modo di muoversi si è abbinato a quelle canzoni orecchiabili. Più tardi, diciottenne, ascoltavo i testi del Teatro-canzone. Con quelle riflessioni e le loro durezze arrivavano tanti segnali che riguardavano la nostra vita, il movimento, la politica. Era un punto di riferimento. Provavo a far mia una sua costante: il coraggio, la capacità di seguire la propria strada, anche con una certa rabbia, se necessaria».

Era solo ascolto o anche rapporto personale?

«Era il rapporto di chi andava sempre ai suoi spettacoli quando veniva a Roma. Aspettavamo i suoi concerti e i suoi pezzi come si aspetta una parola importante. Su Gaber ci si divideva molto. Aveva amici, estimatori ma anche detrattori sia a destra che a sinistra. Io apprezzavo la sua semplicità di dire le cose senza filtri o strategie di comunicazione».

A sinistra c’erano anche altri cantautori di riferimento.

«Stimavo molto Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Franco Battiato. Ma la parola di Gaber aveva un’autenticità diversa perché era diretto, mescolava ironia e rabbia. Polli di allevamento fu una mazzata sui denti: ci aveva detto che eravamo passati da movimento a moda».

L’omologazione di Quando è moda è moda.

«Fu quasi un’offesa personale, la denuncia che tutto aveva preso un’altra piega. Come sarebbero andate le cose se avessimo ascoltato di più Gaber? Avremmo imparato a giudicare un’idea per quello che era a prescindere dalla sua provenienza di destra o di sinistra, senza essere ideologici».

In quella canzone denunciava i vezzi delle élite, «le parole nuove sempre più acculturate… che per uno di onesti sentimenti quando ve le sente in bocca avrebbe una gran voglia che vi saltassero i denti».

«Un testo attualissimo».

Facciamo che l’io del titolo del documentario sia lei: chi è Gaber per Riccardo Milani?

«Un uomo libero. Credo sia la definizione più giusta».

Gliene sottopongo altre: un grande anticonformista, un benefico scocciatore dell’anima, la coscienza critica della sinistra.

«Tutte hanno qualcosa di giusto. Gaber è stato anche un musicista, un cantante, un conduttore tv, un uomo di teatro che ha inventato un genere. Un grande intellettuale. Che sapeva essere al tempo stesso colto e pop, un passo avanti e un passo indietro».

Il noi del titolo chi rappresenta?

«Tutti noi che dobbiamo fare i conti con lui. Le persone che poi ho incontrato nel mondo della tv, del cinema, del teatro e della politica. È un resoconto che possiamo fare adesso, per capire come il nostro Paese si è trasformato e si sono avverate certe sue previsioni».

Tipo il rimescolamento di destra e sinistra?

«Alcune abitudini che nella sua famosa canzone erano prettamente di destra sono diventate di sinistra e viceversa. Oggi il culatello è consumato anche a sinistra».

Il documentario rischia di mettergli il timbrarlo come uomo della sinistra?

«Non direi. È un lavoro attraverso il quale la sinistra può confrontarsi con lui e rivedere la propria evoluzione».

Ci sono Michele Serra, Fabio Fazio, Ivano Fossati, Claudio Bisio, Pierluigi Bersani, Mario Capanna, naturalmente Sandro Luporini…

«Tutte persone che si misurano con loro stesse e gli errori del passato».

Non ho notato grandi autocritiche.

«Già allora Gaber poteva farci aprire gli occhi. Adesso Fazio ammette che era ridicolo dividere il mondo in due e forse all’epoca non lo pensava. Poi ci sono lo sguardo di un cattolico come Massimo Bernardini, il pensiero di Paolo Dal Bon, Mogol che ricorda che quei militanti fecero piangere De Gregori…».

Mogol non fa autocritica da sinistra.

«Lui e Battisti erano etichettati come fascisti solo perché non facevano canzoni impegnate. Erano anni di follia generale. Io l’ho voluto dire nel cinema, ma vale per la musica, il teatro: la qualità di un prodotto si valuta senza affibbiare etichette».

Qual è il lascito di Gaber?

«Forse la critica al consumismo non legato all’essenziale. La difficoltà della generazione dei padri di trasmettere a quella successiva questa autenticità. E poi l’invito a non delegare, la famosa partecipazione, e ad avere un’identità forte».

Ma la sua generazione ha perso o no?

«Penso che da allora alcune istanze giuste siano arrivate. Se guardiamo alla società di oggi non possiamo non vedere una forte deriva consumistica».

Il lascito può essere anche il primato della sfera esistenziale su quella politica? È la persona nella sua totalità a giudicare anche la politica e non il contrario?

«Ho sempre pensato che nella sfera esistenziale ci dev’essere anche la politica. Viviamo in una comunità. Gaber metteva in guardia dal delegare troppo. Fino a qualche anno fa i votanti erano il 75%, ora siamo al 50%. Cioè, c’è un 25% che non esercita più nemmeno una sana delega».

Quali sono le sue tre canzoni preferite?

«C’è solo la strada, Quando è moda è moda e La libertà».

Ce n’è una o un verso che l’ha ferito di più?

«Mi ripeto “la strada è l’unica salvezza”. Penso che oggi sia fondamentale vivere la società in cui siamo in modo non personalistico, intimistico».

Da lunedì il suo documentario contenderà gli spettatori a C’è ancora domani, il film di Paola Cortellesi in vetta al botteghino.

«Ma nooo».

Certo, non ci può essere gara… Vi aspettavate questo successo o vi ha sorpreso?

«Paola è molto stupita e io sono molto felice per lei. Per il cinema italiano è qualcosa di importante. Il valore di un film è anche l’impatto che ha sul pubblico in un preciso momento. Il fatto che alla fine della proiezione il pubblico applauda in modo spontaneo significa che il film riaccende una scintilla di senso civico, rimasta sopita in molti di noi».

Paola ha recitato in alcuni suoi film: che esperienza è dirigere la propria moglie?

«Non so cosa dire, mi piace molto come attrice perché sa essere tante cose e arrivare al cuore e alla mente delle persone».

Aveva intravisto il suo talento di regista?

«Sì, avevo intuito che è in grado di dirigere un film. E che ha la cifra per parlare a un pubblico trasversale, di bambini e adulti».

Possiamo dire che difficilmente non vi portate il lavoro a casa?

«Invece possiamo dire che molto facilmente non ce lo portiamo. Non frequentiamo feste, terrazze e salotti. Andiamo alle anteprime solo degli amici e a teatro paghiamo il biglietto».

Le avrà chiesto consigli per la regia.

«Zero, non ho voluto sapere nulla. Quando abbiamo fatto film insieme ha visto sul set come lavoravo, stop. Così avrà fatto anche con gli altri registi con cui ha lavorato».

Non le ha chiesto faccio così o colà?

«Non sapevo nemmeno la storia, salvo che era in costume. Ho visto il film finito».

Stento a crederlo. Il successo di questo film dà ragione a Pierfrancesco Favino quando dice che dobbiamo credere di più nelle storie italiane interpretate da italiani?

«Ho sempre pensato che dall’estero arrivano grandi film, ma anche film brutti e sopravvalutati. La scelta degli attori dipende dai produttori e dai registi. Pierfrancesco ha fatto bene a porre un problema d’identità, invitando ad avere maggiore attenzione per la nostra creatività».

Che cosa pensa dei finanziamenti del ministero dei Beni culturali al nostro cinema?

«Penso che sanità, istruzione, ricerca e cultura siano i pilastri portanti di ogni Paese civile. Il cinema appartiene al nostro patrimonio e va trattato come tale. Poi è possibile che negli anni scorsi qualche errore sia stato commesso e qualche finanziamento sia stato sbagliato. Una volta individuate, le distorsioni vanno eliminate».

In un momento come questo converrebbe ridurre le produzioni e concentrare le risorse?

«Dev’esserci spazio anche per chi il cinema deve rinnovarlo. È giusto investire nel futuro. Altra cosa è disperdere le risorse in tanti film che incassano pochissimo. A volte si promuovono prodotti che un pubblico non l’avranno mai».

O hanno 29 spettatori in sala.

«Magari poi si riscattano sulle piattaforme. Bisogna individuare gli sprechi e anche qualche errore consapevole».

Il cinema italiano è autoreferenziale, espressione di un ristretto circolo di registi, registe, attori e attrici?

«Non lo so. Non ho mai fatto parte di nessun circolo. Amo il mio mestiere cercando di raccontare storie che trovino il pubblico. Qualità vuol dire anche essere popolari. L’autorialità a tutti i costi può rivelarsi dannosa».

Ha già in mente il suo prossimo lavoro?

«Sto montando il film con Antonio Albanese e Virginia Raffaele che uscirà a gennaio e s’intitola Un mondo a parte».

Quale sarebbe questo mondo?

«Un minuscolo paesino di montagna».

Gaber cantava: «Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva,
la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti». Sbagliava?

«Non sbagliava. Penso che la qualità di un film non dipenda dall’appartenenza politica di chi lo realizza. Purtroppo ci sono stati anni in cui il cinema è stato giudicato con questo parametro. Ed è stato un errore».

 

La Verità, 4 novembre 2023

 

 

 

«L’islam conquista l’Europa con migranti e natalità»

Giornalista del Foglio, già collaboratore del Jerusalem Post e del Wall Street Journal, autore di saggi sulle religioni del Medio Oriente, Israele e mondo arabo, Giulio Meotti è uno dei maggiori esperti italiani di islam.

Il suo ultimo libro pubblicato da Cantagalli s’intitola La dolce conquista, sottotitolo: l’Europa si arrende all’islam. Perché sarebbe dolce questa conquista?

«Perché è più pericolosa delle bombe e delle uccisioni, ce ne sono state tante con centinaia di morti».

Sembra un controsenso.

«È più pericolosa perché non provoca una reazione dell’opinione pubblica e di coloro che dovrebbero proteggerci».

La dolcezza risalta a confronto con i precedenti tentativi di conquiste, quella dei Mori della Spagna, e quella dei Turchi passando dai Balcani?

«In parte sì. Il grande islamologo e arabista Bernard Lewis diceva che questa è la “terza conquista”, dopo che i musulmani sono stati fermati a Poitiers e alle porte di Vienna».

Di quali mezzi si serve?

«Della demografia perché il tasso di fertilità è di gran lunga superiore al nostro, dell’immigrazione e della dawa, che è la predicazione attraverso le moschee e la proliferazione dei simboli islamici».

È più l’Europa che si arrende o la religione islamica che è aggressiva?

«Un mix delle due cose. Da un lato c’è l’arrendevolezza dei politici europei e dall’altra la volontà di espansione che appartiene all’islam che, ricordiamolo, si distingue tra il dar al-islam, la terra dell’islam, e il dar al-harb, che è la terra della conquista, tutto ciò che non è islamico ma lo dovrà diventare».

Premesso che Francesco sottolinea che la missione si esprime attraverso il contagio, il proselitismo appartiene a tutte le religioni.

«Con la differenza che il cristianesimo nella vecchia Europa è in ritirata mentre l’islam è in una fase di grande avanzata. Il mix letale è scristianizzazione più islamizzazione».

Un travaso fra vasi comunicanti?

«A suo tempo il cardinal Giacomo Biffi disse che “l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà islamica”».

Sono proselitismi paragonabili?

«Non c’è nella storia dell’islam un Paese che si islamizza e preserva comunità religiose alternative. Nel più laico tra i paesi musulmani, la Turchia, gli ebrei sono una manciata e i cristiani stanno scomparendo».

Non ammettono la convivenza con altre confessioni?

«Boualem Sansal, autore di 2084. La fine del mondo, ha paragonato l’islamismo a un gas, “nel lungo periodo occupa tutto lo spazio”».

È corretto definire l’islam religione?

«Non è solo una religione, è un’ideologia e un modo legislativo di vivere: non bere alcolici, fai crescere la barba ma non i baffi, vela le donne. L’islam non ha capacità di separare il privato dal pubblico».

Prevede anche la poligamia, la guerra santa contro gli infedeli, l’assassinio degli apostati, la sottomissione delle donne?

«Nel Corano si può trovare tutto e il contrario di tutto. Ma per come si è impostato nei secoli, l’islam è diventato una straordinaria macchina di conquista per cui, oggi, gli stessi musulmani sono oggetto di conquista. Lo vediamo in Europa dove le seconde e le terze generazioni sono più religiose dei loro padri».

In che senso?

«I padri sono venuti qui per lavorare alla Renault e alla Fiat e si sono laicizzati a contatto con le libertà e i diritti occidentali. Ora i figli si sono reislamizzati. Con l’affermazione degli ayatollah e dei Fratelli musulmani i giovani sono diventati oggetto di una nuova campagna di indottrinamento. Altrimenti come spiegarsi il fatto che, pur essendo in Occidente da decenni, ancora pensano al Profeta, al califfato, alla sharia?».

La jihad è solo un movimento religioso?

«Jihad significa sforzo quindi è anche militare ed economica. Lo si vede dall’esplosione del mercato halal, i ristoranti, i menù nelle mense, le catene alimentari, i pellegrinaggi organizzati dall’Europa verso La Mecca. E poi dalla quantità di denaro spaventoso che Qatar, Arabia saudita e Turchia investono in Europa».

Però esiste anche un islam moderato.

«Esistono i musulmani moderati, persone che vogliono vivere la loro vita in mezzo a noi, che non hanno in testa la guerra santa o la sottomissione. Ma guardando ai grandi poli dell’islam mondiale, cioè l’Arabia saudita, l’Iran, il Qatar, il Pakistan, la Turchia e i Fratelli musulmani non esiste una corrente che abbia fatto la riforma. Cioè, reinterpretato il Corano nel presente. Anche perché, per loro, il Corano è stato dettato da Allah e quindi va applicato letteralmente».

L’islam moderato conta poco?

«Il grande studioso Rémi Brague ha detto: “L’islamismo è un islam che ha fretta”. I musulmani moderati sono singole persone».

Tra queste Pietrangelo Buttafuoco, appena designato alla presidenza della Biennale di Venezia.

«È una persona che stimo, con cui ho lavorato per tanti anni al Foglio. La sua non è una conversione militante».

Ci sono margini per una convivenza armonica?

«Sì, se l’Occidente si fa rispettare e pone delle condizioni. La prima è che l’Europa è giudaico-cristiana. La seconda è che gli islamici accettino che la libertà di pensiero e di parola è un diritto sacrosanto. E la terza che la donna e l’uomo sono uguali».

Pensa che integrazione e multiculturalismo siano utopie?

«Lo ha detto Angela Merkel: “Il multiculturalismo è fallito”».

In cifre come si può quantificare questa espansione?

«Bruxelles, la capitale dell’Unione europea, è per il 30% islamica, con vere e proprie enclavi dove si arriva al 50%. Birmingham, la seconda città britannica, ha il 30% di cittadini musulmani. Le grandi città francesi, da Marsiglia a Lione, hanno comunità dal 30 al 40% di cittadini islamici. È possibile che nel giro di una generazione i musulmani saranno la maggioranza».

Cosa significa che in Gran Bretagna città come Londra, Birmingham, Leeds, Sheffield, Oxford e altre hanno sindaci musulmani nonostante la Brexit?

«Significa che hanno rinunciato all’operaio polacco per avere quello pakistano. Con la Brexit si sono sparati sui piedi, fermando i flussi dall’Est Europa e aumentando quelli dall’Asia. Gli unici Paesi che sono riusciti a fermare un po’ questa conquista, un po’ perché sono meno attraenti e un po’ perché hanno un’identità più forte, sono i Paesi dell’Est europeo».

Quanto concorre l’arrendevolezza della nostra civiltà a questa espansione?

«Per una buona parte, ma dobbiamo distinguere due categorie. I fifoni, che sono atterriti e intimoriti, ma sanno cosa c’è dietro questa strategia. E i collaborazionisti. Coloro che si sono prestati in cambio di voti a fare il gioco del cavallo di Troia dell’islam politico. Il partito socialista belga non esisterebbe oggi senza il voto degli immigrati».

Esempi di collaborazionismo italiani?

«Se fossi un esponente della sinistra, farei mio il progetto vincente del voto di scambio del partito socialista belga. In Francia Jean-Luc Mélenchon per non alienarsi l’80% del voto islamico difende i veli e non critica l’attacco di Hamas».

Prima accennava all’influenza dell’Arabia saudita e del Qatar.

«L’Arabia saudita è stata decisiva dagli anni Sessanta ai primi anni Duemila e le grandi moschee di Roma, Bruxelles e Madrid sono tutte saudite. Dopo sono arrivati il Qatar e la Turchia, che oggi sono i costruttori delle moschee con i minareti in tutta Europa».

Con la forza del denaro.

«In Francia, dove ogni due settimane circa apre una nuova moschea, arrivano i soldi del Qatar attraverso le sue ong. Ma avviene così anche in Italia».

L’islam politico si è alleato con la cultura di sinistra attraverso l’ideologia green e Lgbtq?

«È riuscito a fare sue le parole d’ordine del progressismo: diversità, antirazzismo e lotta alla cosiddetta islamofobia».

Ma il movimento arcobaleno è agli antipodi dell’islam.

«Gli attivisti arcobaleno sono come i tacchini che festeggiano il giorno del ringraziamento. Infatti, siamo alla resa dei conti. In Belgio la sinistra ha portato il gender in tutte le scuole e i fondamentalisti islamici sono scesi in piazza a protestare anche con metodi aggressivi».

La cancel culture favorisce questa conquista?

«Prepara il terreno creando una società gelatinosa, senza storia e identità, perfetta per realizzare la sostituzione di civiltà. In Gran Bretagna, hanno abbattuto decine di statue di personaggi storici e a Birmingham hanno appena eretto una grande statua di una donna velata».

Perché ogni anno di questi tempi spunta qualche ente che vuole obliterare il Natale cristiano?

«Quest’anno tocca all’Istituto europeo di Fiesole. L’Europa è una società in metastasi, quasi masochista nell’automutilazione: non ho mai sentito i musulmani lamentarsi per il Natale».

Come valuta il magistero di Francesco?

«È il grande Papa post europeo. Dopo Benedetto XVI che ha provato a salvare l’Europa da sé stessa, è arrivato il Papa che dice che l’Occidente è fili spinati e schiavitù. Quindi è come se per lui l’Europa continente cristiano non fosse da preservare».

Come incidono in questo scenario i movimenti migratori?

«Persino Jacques Attali che è il grande intellettuale globalista di Emmanuel Macron ha detto che l’Europa è un colabrodo. Che altro vogliamo aggiungere».

Ora la guerra in Israele renderà tutto tremendamente più complicato.

«Favorisce il grande risveglio della coscienza islamica che, ricordiamo, è una umma, una comunità di 1,5 miliardi di fedeli che non sono divisi in Stati-nazione. La causa palestinese è il grande afrodisiaco dell’islam».

Si risveglia anche l’alleanza con la sinistra?

«La sinistra alimenta manifestazioni all’insegna di “Allah akbar”, “morte agli ebrei” e “Palestina libera”. La più grande strage di ebrei dopo la Seconda guerra mondiale ha dato vita alla più grande esplosione di antisemitismo in Europa».

Senza dimenticare le responsabilità di Israele.

«Ci sono in tutti i conflitti. Non vedo armeni accoltellare azeri, o ciprioti del sud accoltellare ciprioti del nord».

Il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres ha detto che gli attacchi di Hamas non sono nati dal nulla.

«L’Onu è diventato il teatro dell’assurdo di Ionesco per cui i grandi regimi della terra lo usano in nome dei diritti umani per imporre la loro visione del mondo».

Perché grande sostituzione e sostituzione etnica sono espressioni tabù?

«Perché sembrano preconizzare un complotto, mentre indicano un fatto della vita dei popoli europei di oggi. E perché siamo degli struzzi che non vogliono capire che se cambia la popolazione di un Paese cambia anche la sua cultura. Per quanto abbiano tutti gli stessi diritti, gli esseri umani non sono intercambiabili».

 

La Verità, 28 ottobre 2023