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Viva i Sinner che sanno stare al loro posto

Questo è un elogio della famiglia fuori posto. I Sinner, il clan di Jannik. Fuori posto davanti alle telecamere. Davanti ai riflettori. Fuori posto nel royal box del centrale di Wimbledon, che infatti hanno evitato, declinando l’invito. «Lo sapevo, non sono stupito», ha confessato il numero 1 del mondo che li conosce bene. Hanspeter e Siglinde, due genitori atipici nel mondo del tennis e dello sport in generale. Due genitori timidi e, perciò, riservati, ritrosi, mai un’intervista, un’apparizione in primo piano. Giusto in tribuna, a qualche finale, in Europa. Ma anche lì ci stanno scomodi. «Ho visto che la mamma si è allontanata due volte, non è facile per lei», ha rivelato Jannik sul prato dell’All England Club dove aveva appena trionfato per il secondo anno di fila. L’emozione è troppa e la mamma scappa nelle retrovie per contenere la tachicardia. Avete presente certi genitori che assiepano le tribune dei campetti di provincia di calcio che, appena il loro rampollo si distingue tra gli allievi o i giovanissimi, non esitano a supportarlo con tifo sfrenato, urla e proteste e, se non bastano, abbandonano anche loro le tribune, ma per aggredire l’arbitro o qualche avversario poco ossequente verso il talento del loro ragazzo prodigio?
I Sinner no. Sono timidi, di una timidezza adorabile e salutare. Salutare per loro, innanzitutto, perché li preserva dall’invadenza dei media e del circo Barnum annesso. Ma salutare e protettivo anche per il fenomeno che hanno in casa ma che da quando è adolescente non sta più in casa perché è andato a studiare tennis alla scuola di Riccardo Piatti. Insomma, il talento è un dono, un regalo della natura, o della Provvidenza, che non va posseduto né strumentalizzato. I Sinner sembrano saperlo bene, loro che prima hanno adottato un figlio dalla Russia perché dai loro geni non arrivava, ma poi è arrivato eccome. E pensiamo che sensibilità e quanta naturalezza serva per tirare su due figli, il primo adottato che poi si vede crescere a fianco un fenomeno planetario. Pensiamo che equilibrio ci voglia, che capacità di dosare le attenzioni senza preferenze e differenze tra un numero 1 mondiale e Mark che fa il vigile del fuoco e ora vorrebbe prendere il brevetto per guidare gli elicotteri.
I Sinner stanno in disparte perché sanno che il talento va rispettato e coltivato adeguatamente. Si posizionano nell’emisfero opposto di tanti, troppi, genitori presenzialisti e invadenti. Agenti, manager, coach dei loro ragazzi. Ricordate Emanoul Aghassian, nato in Iran, naturalizzato americano con il nome di Mike Agassi, scomparso nel 2021, e primo allenatore tiranno di André Agassi, raccontato dall’ex numero 1 (grazie alle cure di Darren Cahill) nella celebre autobiografia Open, che così comincia: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore». Merito e demerito del padre coach, non il primo di una lunga serie.
La storia recente del tennis è costellata di genitori allenatori. Sono spesso rapporti complessi e burrascosi, come quello tra Venus e Serena Williams e papà «King Richard», raccontato nel film Una famiglia vincente. Il padre o la madre (come nel caso di Judy Murray, coach di Andy prima di farsi d parte) con un passato o un presente da tennista o maestro, proietta sul figlio allievo competenze e aspirazioni. Alexander Zverev senior allena stabilmente il figlio Sascha, ora con la consulenza di Toni Nadal, zio di Rafa, dopo che negli anni si sono defilati Juan Carlos Ferrero, Ivan Lendl e David Ferrer. Stefano Cobolli, giunto al numero 236 delle classifiche mondiali, resiste sulle montagne russe alla guida del figlio Flavio, ora nella top ten. Bryan Shelton, arrivato fino al numero 52, segue il figlio Ben, anche lui tra i primi dieci del mondo. Molto tormentato è il rapporto tra Stefanos Tsitsipas e Apostolos, sebbene la tennista professionista di famiglia sia stata la moglie Julia Salnikova. Tuttavia, fu il padre a smettere di insegnare per allenare Stefanos e seguirlo in giro per il mondo. Dopo il breve intervallo con Goran Ivanisevic nel 2025, è tornato il papà, dal quale Stefanos si è nuovamente separato prima di Wimbledon, annunciando come nuovo coach Patrick Mouratoglou. Poi c’è la sfilza di genitori presenzialisti, alcuni più controllati, come quelli di Novak Djiokovic e di Carlos Alcaraz, altri più smaniosi, come quelli di Matteo Berrettini.
Hanspeter Sinner, che pure gioca a tennis, si tiene fuori e continua a svolgere il suo abituale lavoro di cuoco in Val Fiscalina, così come mamma Siglinde gestisce un piccolo residence in zona. «Auguro a tutti i bambini di avere la libertà che ho avuto io», ha detto Jannik dopo aver vinto gli Australian open nel 2025. «Vorrei che tutti avessero dei genitori come i miei, non mi hanno mai messo sotto pressione e mi hanno permesso sempre di scegliere». Mica facile, in una terra di alpinisti, sciatori e montagne dominanti, dove lo sport è un’espressione di verticalità e di relazione con la natura, lasciare che tuo figlio dedichi la sua vita al tennis, una disciplina ultra competitiva, nella quale le risorse decisive scaturiscono dall’interiorità di chi la pratica. Merito di una certa timidezza, forse. E della consapevolezza che il talento è un dono.
A volte, essere fuori posto, vuol dire anche saper stare al proprio posto.

 

La Verità, 18 luglio 2026

La volpe Sinner domina highlander Djokovic

Troppo Sinner per Djokovic. Supremazia netta e risultato mai in discussione: 6-4 6-4 6-4. L’abbraccio finale tra i due è rispettoso e affettuoso. Concentrato, concreto, atleticamente brillante, potente nei colpi e molto efficace al servizio, il campione altoatesino si è espresso nella sua versione migliore: 40 vincenti, 15 errori e 14 ace contro il miglior ribattitore del circuito. L’ex numero uno del mondo ora sceso all’ottavo, bugiardo, posto, ha dato il meglio di sé, ma contro questo Sinner non poteva bastare. «È bellissimo per me tornare qui e disputare un’altra finale del torneo più speciale che abbiamo», dice prima di lasciare il campo. «Novak è un grande campione, un esempio per le nuove generazioni. Con lui giochiamo sempre partite lottate, in Australia ho perso, dovevo adattarmi, ho cercato di essere aggressivo e di servire bene, provando a mescolare le cose. Sono soddisfatto. Il mio team mi mette sempre nella condizione per performare al meglio. Sono davvero felice. Grazie a tutti».
Domani, per difendere il titolo di un anno fa, Jannik se la vedrà con Alexander Zverev che ha disputato un ottimo torneo e ha regolato la rivelazione Alexander Fery (7-6 6-2 6-4 il punteggio).
Ormai è letteratura. Mitologia, epica, fiaba. Più che un classico, Jannik Sinner contro Novak Djokovic si candida ad archetipo dei duelli. Mors tua vita mea. Siamo dalle parti di BorgMcEnroe e FedererNadal, per citare nobili precedenti nella stessa disciplina. Sconfinando, tornano in mente CoppiBartali e ClayForeman. Rivalità epocali, somiglianze e contrasti. Ci sono 15 anni di differenza, 39 Novak e 24 Jannik, ma il più giovane si specchia nel più vecchio. E il più vecchio si rivede nel più giovane. Djokovic ha un grande avvenire dietro le spalle, cerca lo slam numero 25 e l’erba di Wimbledon, in assenza di un certo Carlos Alcaraz, può essere l’ultima chiamata. Sinner prova a scrivere la storia, è campione in carica e quest’anno non ha ancora vinto un major. Mitologia ed epica: le ragnatele di Spiderman contro la spada di Highlander. Letteratura e fiaba: la Volpe rossa contro il Lupo d’inverno (titolo del doc sul campione di Belgrado, dal 20 agosto su Prime video).
Siamo al dodicesimo duello, i precedenti dicono 6 a 5 per l’italiano, ma l’ultimo disputato a Melbourne se l’è portato a casa il serbo. Ogni sfida, però, è un romanzo diverso. Stavolta, Nole si presenta forte del successo conquistato al super tie-break del quinto set contro Felix Auger-Aliassime dopo oltre cinque ore di battaglia. In tutto il torneo è stato in campo 16 ore e mezza, tre in più del nostro campione e anche questo, pur con due giorni di riposo, potrebbe avere un certo peso, soprattutto se il match si allungherà. Dal canto suo, quest’anno sul verde dell’All England Club, Jannik non ha espresso il suo tennis migliore. Falloso soprattutto con il dritto. Bene, invece, il servizio. Se vuole prendersi la rivincita degli Australian open sa bene che deve alzare il livello di gioco. Insomma, Sinner è più riposato del Joker, ma il fatto di non aver incontrato finora avversari probanti può rivelarsi un handicap. Tirando le somme, se Jannik è lievemente favorito, quando il gioco si fa duro il Lupo ha più pelo sullo stomaco della Volpe.
Si comincia. Nel box di Novak c’è la moglie Jelena con i due figli, Stefan e Tara; in quello dell’italiano solo il team al completo. I primi game sono di studio, con tante prime di servizio in campo si scambia poco. Djokovic annulla la prima palla break al quinto gioco. Sembra una partita a scacchi, ma Jannik è solido anche con la seconda di servizio, mentre il Joker commette qualche doppio fallo. Nel nono gioco arrivano altre due palle break: Sinner sbaglia uno smash facile, ma trasforma un passante lungolinea di rovescio e, senza scossoni, incamera il primo set.
Rispetto ai giorni scorsi, Jannik sembra un altro. Determinato, poco falloso, potente e creativo allo stesso tempo. Djokovic non gioca male, ma la palla di Jannik è più pesante. Il serbo deve provare a mischiare le carte perché un match impostato su ritmo e violenza è favorevole all’italiano. Che è sempre efficace al servizio, il colpo chirurgico che, all’occorrenza, gli risolve qualche piccolo problema. Da fondo campo, poi, Sinner è una macchina. Colpi tosti e profondi, e a un ritmo che Novak stenta a tenere. Quando arrivano altre due palle break, il pubblico del centrale lo incoraggia: Nole, Nole, Nole. Il serbo regge, ma deve cedere nel successivo game di servizio dopo un rovescio incrociato e una palla corta improvvisa di Jannik. Che nel gioco successivo scaglia tre ace consecutivi. La sua superiorità è netta e un altro 6-4 gli consegna il secondo set. Nel primo gioco del terzo, Djokovic salva tre palle break, ma alla quarta perde la battuta, l’esito del match sembra scritto. C’è ancora un sussulto quando Novak conquista la prima palla break del match, innescando i cori del pubblico. Ma con due ace, Sinner spegne subito i propositi di rimonta e va a prendersi la finale di domani. La Volpe è troppo giovane per questo Lupo. Se gioca così, non si vede chi possa metterla in gabbia.

 

La Verità, 11 luglio 2026

Flavio lotta come un leone ma Zverev sfata il tabù

Disteso sulla terra rossa, Alexander Zverev si gode il momento di felicità. Alla quarta occasione ce l’ha fatta a conquistare il suo primo slam. Onore a Flavio Cobolli che ha lottato per cinque set. A Roma Adriano Panatta aveva dato appuntamento a Jannik Sinner per la premiazione sul Philippe Chatrier del Roland Garros. Invece, con grande eleganza, ha consegnato il trofeo al tedesco con il profilo da guerriero normanno, vincitore con il punteggio di 6-1 4-6 6-4 6-7 6-1.

La curiosità attorno a questa finale inedita riguarda soprattutto Alexander Zverev, già tre volte finalista di slam (Open Usa 2020, Parigi 2024 e Australian open 2025) e mai vincitore: gli sfuggirà questa irripetibile occasione, in assenza di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, di conquistare il primo major? Sascha si avvicina alla trentina e chissà mai quando gli ricapiterà, inchiodato al numero tre delle classifiche ora che anche Novak Djokovic ripiega. Dall’altra parte c’è Flavio Cobolli, faccia d’angelo di strada, adolescenza fra Trigoria della Roma calcio e il Parioli, il circolo dei grandi. Quello di Adriano Panatta, che oggi è in tribuna d’onore per premiare il vincitore 50 anni dopo il memorabile 1976 quando i francesi lo ribattezzarono «Panattà» e, vedendo le sue volée in tuffo, scrissero che «cammina sulle acque».

Come Zverev anche Cobolli detto «Cobbo» è allenato dal padre. In questo i due amici si somigliano, come si somigliano i rapporti vivaci tra padri e figli del tennis. «Ammiro Flavio più come uomo perché come tennista può migliorare ancora tanto», ha detto Stefano Cobolli. Di rimando, il ragazzo gli fa pesare quando predisse che non sarebbe mai entrato nei primi 10. Invece, grazie all’exploit di questo torneo è già in top ten. E ora, in caso di vittoria, si isserebbe al numero cinque. Zverev non progredirebbe in classifica nemmeno vincendo, ma sfaterebbe un tabù che cambierebbe curriculum, autostima e conferenze stampa. Le carte in regola le ha tutte come dimostra il disco rosso alzato in faccia alla nouvelle vague, i vari Rafael Jódar e Jakub Menšík incontrati sul suo cammino. Cobbo invece consacra il momento di gloria di les italiens, con Matteo Arnaldi e Matteo Berrettini nei quarti di finale di un torneo senza Lorenzo Musetti e Jannik Sinner, fuori al secondo turno.

Zverev è più esperto e abituato a questi match, ha un servizio più potente, un rovescio più sicuro e un registro di gioco più limitato. Il suo punto di forza è la regolarità, soprattutto sulla diagonale del rovescio. Cobolli possiede un dritto esplosivo, maggior varietà di colpi, è dotato di gambe fenomenali che gli consentono grandi recuperi. La sua arma può essere la smorzata, perché Zverev non è un fulmine quando deve correre in avanti. I precedenti dicono 3-1 per il tedesco che per la prima volta si presenta da favorito alla finale di un major. Ma in questa primavera siamo uno pari, Cobbo vincitore a Monaco, Sascha a Madrid. Sarà decisiva la testa. Cioè, concentrazione, tranquillità e capacità di stare lì a giocarsi ogni singolo punto.

Pronti via, c’è il break e l’italiano deve subito inseguire. Sascha è solido con il rovescio e incrocia stretto con il dritto. Cobbo affretta i colpi nel tentativo di rientrare, ma diventa falloso. Il primo set è perso in un soffio. Bisogna liberarsi della tensione e aspettare con pazienza l’occasione buona. All’inizio del secondo set, Flavio è più disinvolto ed efficace al servizio. Riduce gli errori, introduce la smorzata e ottiene il break. Ora è Cobolli a comandare, i suoi turni di servizio si accorciano, quelli di Zverev si allungano. Al decimo game un ace e un lungolinea di rovescio portano l’italiano sull’uno pari. La situazione è capovolta. Flavio è più intraprendente, mentre Sascha ha perso sicurezza. Nel quarto gioco del terzo set, quando Cobbo annulla due palle break la fiducia cresce. Invece, mentre l’italiano si fa prendere dalla fretta, il tedesco non fa regali e si prende il terzo set. Ma il break conquistato all’inizio del quarto rimette subito in partita l’italiano. Nel sesto gioco il tedesco rientra. Il nemico di Flavio è la fretta che lo rende falloso. Il tie-break è un mezzo romanzo. Dopo un passante miracoloso, Cobolli manca una palla set facilissima, ma si rifà con un lungolinea di dritto. Si va al quinto. Flavio cede subito il servizio e poi ancora una seconda volta. Nel quarto gioco non sfrutta tre palle break per provare a rientrare. Finisce in un batter d’occhio. Vince il tedesco con il profilo da guerriero normanno, ma il ragazzo con la faccia d’angelo di strada può competere con i migliori del mondo. A presto.

 

La Verità, 8 giugno 2026

«Il signor Mattarella» e Panatta incoronano Sinner

Jannik Sinner è imperatore di Roma. Pronostico confermato. Al termine di un match senza grandi colpi di scena, la superiorità tecnica del numero 1 del mondo s’impone: 6-4 6-4. Il rosso non tradisce. È il sesto Master 1000 consecutivo, dopo Parigi Bercy, Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. Un filotto da record inavvicinabile. Il terzo consecutivo sulla terra, un tris riuscito solo a Rafael Nadal. Di Novak Djokovic, invece, Sinner eguaglia il successo in tutti i nove Master 1000 del circuito, tra i quali mancavano proprio gli Internazionali d’Italia. Le vittorie consecutive di quest’anno sono 34. Una collezione di record. «Sono passati 50 anni dall’ultima vittoria italiana. Sono contento che uno di noi ha ottenuto questo risultato. C’è stata tanta tensione, ma sono contento», ha detto a caldo appena terminata la partita.
«Chi vince qui entra nella storia», ha sentenziato Adriano Panatta, uno che sa di cosa parla. Vincendo qui inaugurò il trionfante 1976, Roma Parigi Coppa Davis. Ora che Nicola Pietrangeli, l’altro storico trionfatore degli Internazionali d’Italia (1957 e 1961) non c’è più, è lui al fianco di Sergio Mattarella quando consegna la coppa a Sinner. «Sono sempre molto emozionato quando c’è il signor Mattarella…», abbozza Jannik. «In qualche modo riesco sempre a mettermi in posizioni non piacevoli quando devo stare davanti al presidente», dice strappando il sorriso di tutti i presenti. «Adriano, dopo 50 anni abbiamo riportato a casa questo trofeo molto importante», osserva, più a proprio agio, provocando l’ovazione del Centrale. «Non posso dire di averti visto vincere su questo campo, forse i miei genitori non si erano ancora messi insieme», continua sul filo dell’autoironia. Panatta sorride. Lui e Sinner, due tennisti e anche due uomini che più diversi è difficile. Estroso, romantico e irregolare nell’applicazione sportiva il primo, metodico, concentrato e votato al miglioramento continuo il secondo. Ma uniti dalla stima reciproca e dalla passione per il tennis. E, in un certo senso, anche dal desiderio di Adriano di vedere finalmente un altro italiano alzare al cielo la coppa che lui conquistò 50 anni fa. Prima di smarrirla, forse in qualche trasloco, come ha rivelato.
Mezzo secolo dopo siamo qui, per vedere se il nostro numero Uno è anche il gladiatore del Foro italico. A sottolineare il clima di festa è presente anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proveniente dalla visita fuori programma ai feriti di Modena e Bologna. Vicino a lui siede il presidente della Fit Angelo Binaghi, e attorno numerosi ministri ed esponenti politici in giacca e cravatta. Poco più in là, la famiglia Sinner è al completo, papà Hanspeter, mamma Siglinde, emozionatissima, il fatello Mark e Laila Hasanovic, fidanzata di Jannik. A un certo punto si era pensato che, a causa della trasferta straordinaria, il capo dello Stato avrebbe rinunciato alla presenza sul Centrale. Invece non ha voluto mancare, fedele alla fama di portafortuna per gli atleti italiani, accreditata dai media, cominciando dalle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Insomma, se Sinner non va al Quirinale, Mattarella va al Foro italico. Per mettere, astutamente, il timbro su questa storica vittoria, presentandosi alla premiazione insieme a Panatta. E avendone un ritorno di popolarità.
La festa del tennis italiano comincia poco prima del suo arrivo con il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori che piegano la resistenza della coppia Granollers/Zeballos (7-6 6-7 10-3). 66 anni dopo quello di Pietrangeli e Sirola, un doppio italiano conquista Roma. «Un trofeo che non è nostro, ma di tutti voi che ci avete trascinato fin qui con l’affetto e il sostegno…», dice Simone. Parole di stima per gli avversari da Vavassori: «Siete una coppia fantastica. Questo è il doppio, due amici che giocano insieme».
L’unico deciso a guastare la festa del tennis tricolore è Casper Ruud, numero 25 della classifica mondiale ma in un momento di grande forma, come conferma il cammino sicuro per conquistare la finale contro Jannik. Il piano di gioco del norvegese è chiaro. Un tennis atletico, impostato sul fisico e su scambi lunghi, facendo leva sulla verosimile maggiore stanchezza dell’italiano dopo la maratona di due giorni contro Daniil Medvedev. Jannik sembra patire un pizzico di emozione per la pressione e le tante attese che lo circondano. Il famoso appuntamento con la storia. Subito break e, per fortuna, controbreak. Meglio non far scappare Casper che giostra con il dritto, il suo colpo migliore. Pian piano, però, emergono solidità e varietà del tennis di Jannik che nel nono gioco, con tre ottime palle corte, conquista il break e va a servire per il primo set. Con due dritti e uno smash vincente, lo incamera senza problemi. Il secondo set si apre con un altro break in favore di Sinner. La partita sembra indirizzata oltre che nel punteggio anche nel gioco. Quello di Ruud non crea problemi al rosso di Sesto Pusteria. Concentrato, concreto, ora efficace con la prima di servizio e con entrambi i colpi base. Poi c’è la smorzata, il suo colpo in più, sempre più chirurgico e disinvolto, la chiave con cui scardina le difese del norvegese. Che si scoraggia: l’italiano fa tutto meglio di lui. Ruud prova, comunque, a resistere e nell’ottavo gioco si conquista anche una palla break, che Jannik annulla con una prima seguita da un dritto vincente.
Arrivano tre championship point. Il Foro canta Sinner Sinner. Jannik alza le braccia e si distende in un largo sorriso. La festa può cominciare. Jannik scrive «Grazie» sul vetro della telecamera. Ma siamo noi a ringraziarlo.

 

La Verità, 18 maggio 2026

Musetti costretto alla resa nel match della vita

Il braccio è proteso ad agguantarla ma, improvvisamente, la stella si allontana e il sogno svanisce. A un metro dal traguardo, dalla consacrazione definitiva, dalla conquista del terzo gradino delle classifiche mondiali, in questo momento il massimo possibile. È successo ieri pomeriggio a Melbourne, l’alba in Italia, sul campo centrale degli Australian Open che inaugurano la grande stagione tennistica. Lorenzo Musetti stava disputando la migliore partita della sua carriera, una pioggia di lungolinea vincenti, un’ottima resa del servizio. Era avanti due set a zero contro Novak Djokovic, 39 anni e 10 finali vinte su quel campo, quando il tennista di Carrara ha inclinato la testa per togliersi la fascia e si è avvicinato alla rete per stringere la mano al vecchio campione. Per la cronaca, il punteggio era 6-4 6-3 1-3 (15-40) in suo favore. Il dolore alla coscia destra si era fatto insopportabile. Soprattutto, continuando a giocare, avrebbe potuto compromettere buona parte della stagione. Essere costretti a ritirarsi mentre si sta esprimendo il proprio tennis migliore, con due terzi di vittoria in tasca contro l’ex numero 1 del mondo e il quasi sicuro approdo in semifinale dev’essere un’esperienza crudele.
«Voglio andare in campo pensando di poterla vincere», aveva promesso Musetti alla vigilia. Con il successo avrebbe raggiunto la semifinale che, se contro Jannik Sinner, avrebbe promosso un finalista italiano, e conquista il terzo posto del ranking, attualmente il massimo raggiungibile dietro i due mostri, scavalcando in un colpo sia lo stesso Djokovic che Alexandre Zverev.
«Dover lasciare mentre stavo giocando forse la miglior partita della mia carriera è tanto doloroso. È davvero difficile da spiegare», ha confessato Lorenzo trattenendo l’emozione. «Non ho parole per dire quanto sia triste per questo infortunio in questo momento. Conosco abbastanza bene il mio corpo da capire che non potevo andare avanti, sono piuttosto sicuro che si tratti di uno strappo». Il fastidio alla coscia si era presentato già all’inizio del secondo set, ma il suo coach Josè Perlas l’aveva incoraggiato a continuare: «Stai andando alla grande. Rilassati». La palla usciva bene dal piatto corde e il rovescio lungolinea continuava a funzionare, mentre dall’altra parte della rete il campione serbo faticava a reggere la pressione e inanellava errori gratuiti (32 a fine match). Alla fine del secondo set Novak si è fatto medicare una vescica a un piede. Poi si è ripreso a giocare e tutti pensavano che il match avesse ormai imboccato la sua naturale conclusione. Invece, sull’1-2 del terzo set l’italiano ha chiamato il fisioterapista. Ci ha provato ancora un paio di game, ma alla fine ha dovuto arrendersi.
Musetti è il primo giocatore costretto ad abbandonare nei quarti di uno slam mentre è in vantaggio due set a zero. Anche questo è un record. Della «sfiga» però, come ha borbottato lui stesso rivolgendosi al suo team: «Che devo fare?». «Tu conosci il tuo corpo, decidi liberamente, io appoggerò qualunque tua decisione», gli ha risposto Perlas. Dopo gli applausi tributati a Lorenzo dal pubblico della Road Laver Arena, Djokovic è parso quasi imbarazzato: «Non so cosa dire, mi dispiace per lui. Era stato il giocatore migliore in campo, io ero pronto ad andare a casa. È stato molto sfortunato, avrebbe dovuto essere il vincitore oggi», ha riconosciuto con grande sportività, «spero che abbia una rapida guarigione».
Già l’anno scorso in finale a Montecarlo e in semifinale a Parigi, sempre contro Carlos Alcaraz, Musetti era stato costretto al ritiro per un infortunio all’adduttore. Stavolta, potrebbe trattarsi di un altro muscolo nella stessa zona della coscia, lo si saprà dagli esami medici. Questi ripetuti ritiri potrebbero consigliare all’intero team del numero 5 una revisione del suo tennis, forse troppo impostato sulla difesa e la conquista di punti maratona, con conseguente notevole dispendio di energie. «È successo anche a me in passato», ha ricordato Djokovic. «Doversi ritirare avanti due set a zero nei quarti di uno slam, in totale controllo del match, è davvero una grande sfortuna. Per me è un’opportunità per andare avanti e spero di giocare meglio tra due giorni». Si troverà di fronte per l’undicesima volta Sinner (finora 6 a 4 per l’italiano), che nell’altro quarto di finale ha regolato come da pronostico Ben Shelton (6-3 6-4 6-4).
Questa esperienza sfortunata segnerà l’indole di Musetti, ma servirà certamente a rafforzare il suo enorme talento. Il sogno di diventare uno dei tre migliori tennisti del mondo è solo rinviato.

 

La Verità, 29 gennaio 2026

Tre Davis di fila, Italia nella storia anche senza Sinner

E tre. La Coppa Davis è nostra per il terzo anno consecutivo. Siamo i re della mitica Insalatiera per la quarta volta. Siamo il regno del tennis. Nell’era moderna, da quando non c’è il challenge, è la prima volta che una nazione vince per tre anni di seguito. Dopo i successi del 1976 in Cile, del 2023 e 2024 contro Australia e Olanda, la quarta vittima è la Spagna. Matteo Berrettini ha regolato in due set (6-3, 6-4) Pablo Carreño Busta al termine di una partita mai in discussione. Flavio Cobolli ha sconfitto Jaume Munar al termine di un match tesissimo, in rimonta: 1-6, 7-6, 7-5. Nella fase finale di Bologna l’Italia non ha perso neanche una partita. Oltre che dei giocatori, il merito è di tutta la squadra, a cominciare dal capitano Filippo Volandri che ha tenuto insieme il gruppo e creduto nei giocatori a disposizione, e dei tecnici dello staff, da Vincenzo Santopadre a Umberto Rianna.

Anche senza Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è sempre Italia Spagna. Anche senza i numeri 1 e 2 del ranking mondiale e anche senza i numeri 2 di entrambi i Paesi, Lorenzo Musetti e Alejandro Davidovich Fokina, è sempre un duello all’ultimo punto. La Davis ha un pathos unico. Italia Spagna nel tennis, 13 sfide in totale, avanti l’Italia 7 a 6 (ma gli iberici hanno vinto sei Davis, noi tre), è un po’ come Italia Germania nel calcio. Una rivalità storica ed emozionante. Questa è la prima volta che ci si incontra nella finale. Noi schieriamo Berrettini, attuale numero 56, e Cobolli (22), loro presentano Carreño Busta (89) e Munar, numero 36. Ma in Davis la classifica conta fino a un certo punto (per esempio, Lorenzo Sonego è 39). Sia perché non sempre rispecchia lo stato di forma del giocatore, sia perché è una competizione che smuove sentimenti oltre i contenuti strettamente tecnici. Il tennis è uno sport individuale, ma in Davis la squadra e il senso di appartenenza sono fondamentali. E, quanto a spirito di squadra, l’Italia non è seconda a nessuno. È stata la vittoria dell’amicizia tra Flavio e Matteo (che coinvolge i due Lorenzo, Sonego e Musetti), della stima fra i tecnici e dell’equilibrio sapiente di Volandri. In un certo senso, è un piccolo vantaggio incontrare la Spagna al posto della Germania che, con il numero 3 del ranking Alexandre Zverev, partiva quasi sicuramente da 1 a 0.

Carreño Busta è un atleta regolare, difficile da scardinare. Sabato ha vinto un tie break contro il tedesco Jan-Lennard Struff recuperando da 1-6. La prima di Berrettini funziona bene da subito e poco alla volta comincia a farlo anche il dritto. Lo spagnolo è ordinato ed evita di innescare il colpo migliore di Matteo che varia con qualche discesa a rete e la palla corta. Il break arriva nell’ottavo gioco e Berrettini va a servire per il primo set. Con un ace e altri due servizi vincenti incassa il 6-3. Nel primo gioco del secondo set lo spagnolo si salva annullando due palle break. La percentuale di prime di Matteo è molto alta, ma il secondo set sembra una copia del primo. Al nono gioco, dopo due errori di dritto di Carreño Busta, Berrettini lo trafigge con un passante e conquista tre palle break consecutive. Basta la seconda per mandare Matteo a servire per il match. Dopo un’ora e 18 minuti di partita è uno a zero per l’Italia.

Tocca a Cobolli contro Munar, l’avversario più ostico, battuto da Zverev solo con due tie break. Lo spagnolo parte forte e nel primo gioco mette a segno due ace, mentre a Flavio difetta la prima di servizio e si trova sotto 0-30. Risale, ma dopo uno smash non definitivo concede subito il break. Sembrava un punto fatto ed è diventato la porta girevole del set. Cobolli sembra travolto dall’onda perché allo spagnolo riesce tutto. Il primo set è compromesso. Nel quinto gioco non sfrutta cinque occasioni di break. Munar continua a martellare e incamera il primo set 6-1. In questo momento è difficile immaginare che qualcosa possa cambiare. Ma il tennis è strano. Volandri lo sprona, suggerendogli di alzare la traiettoria della palla. Pur lottando, Cobolli cede anche il primo gioco del secondo set. Ma nel game successivo lo spagnolo commette i primi errori del match e arriva il controbreak. Ora gli scambi si allungano, Flavio ha più pazienza e lavora di più la palla. Nel sesto gioco, dopo un nastro sfortunato di Flavio, si scalda anche il pubblico. Calano le percentuali di servizio di Munar e Cobolli inizia a comandare il gioco. Sul 6 a 5, lo spagnolo annulla quattro set point con il servizio. Ma nel tie break non può nulla alla prima palla set che Cobolli gioca con la sua battuta. Nel terzo set si procede seguendo i turni di servizio, sempre più determinante. Ma lo spagnolo non è più in grado di replicare al dritto a sventaglio di Flavio. Sul 5 pari c’è il break e il nostro giocatore va a servire per il match. E con servizio e dritto inside-out chiude il conto. Gioco partita Coppa Davis.

 

La Verità, 24 novembre 2025

Sinner doma Alcaraz e fa il bis: è lui il Master 2025

Olé olé olé Sinner Sinner. Sarà pure «un carrarmato», un caterpillar, come l’ha definito Massimo Cacciari, ma dopo le Atp Finals che assegnano il titolo di Maestro della stagione, forse non vanno trascurate le doti tattiche e di forza mentale, che lo hanno fatto reagire nelle difficoltà, come quelle che ieri hanno consentito a Jannik Sinner di spuntarla al termine di un match combattuto e a tratti spettacolare, su Carlos Alcaraz, protagonista di un tennis «di sinistra», sempre secondo l’esegesi del tenebroso filosofo. Il risultato finale è 7-6 7-5. «Senza il team non siamo niente. È stata una partita durissima», ha commentato a caldo il nostro campione. «Per me vuol dire tanto finire così questa stagione. Vincere davanti al pubblico italiano è qualcosa di incredibile».
Aver sconfitto il fresco numero 1, oltre alla conferma del Master vinto l’anno scorso e all’incasso di oltre 5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro), è di buon auspicio per il piano di riconquista del vertice che partirà dagli open d’Australia di gennaio. La sconfitta di settembre a New York è vendicata. Ora Sinner è atteso dal meritato riposo in famiglia e con la fidanzata, Laila Hasanovic. Alcaraz deve rinviare il proposito di riportare in Spagna il Master che manca al suo Paese dal 1998 quando lo vinse Alex Corretja (non ci sono riusciti il suo attuale coach Juan Carlos Ferrero e nemmeno Rafa Nadal).
Era inevitabile che, divenuta fenomeno pop, la rivalità tra Sinner e Alcaraz spingesse filosofi e intellettuali a farne dei simboli. Jannik pitagorico, Carlitos omerico. «Il yin e yang del tennis moderno», per Yevgeny Kafelnikov. La finale dell’Inalpi Arena di Torino è la bella dell’anno, ben oltre le posizioni del ranking, perché i duellanti ci arrivano dopo essersi divisi i quattro slam. L’italiano si è preso gli Australian open e Wimbledon, lo spagnolo il Roland Garros e Flushing Meadows. Nel conteggio degli scontri diretti di quest’anno, segnato per Jannik dai tre mesi senza tornei per il Clostebol, è avanti Carlos 4 a 1 (il match a Riad non fa testo, se non per il conto in banca), ma anche quando il nostro campione ha dovuto cedere sono state partite all’ultimo scambio, memorabile quella sul rosso sotto la Tour Eiffel. Nel corso del torneo dei maestri, l’italiano non ha perso neanche un set, mentre lo spagnolo ne ha ceduto uno a Taylor Fritz.
Ogni volta che li guardiamo affrontarsi siamo curiosi di scoprire quale nuovo colpo o tattica ha escogitato lo sconfitto del match precedente per ribaltare il pronostico. Ieri toccava a Sinner rendere più aggressivo il servizio per poter comandare gli scambi ed evitare il dritto dell’avversario, letale dal centro del campo.
All’inizio c’è qualche errore da entrambi le parti. Un passante di dritto di Carlos e un paio di ace di Jannik mantengono l’equilibrio. Dopo una lunga interruzione, l’italiano tiene un complicato turno di servizio. Olé olé olé Sinner Sinner, si scalda anche il pubblico. Si procede appaiati, gli scambi sono brevi. L’intenzione è evitare di offrire angoli allo spagnolo, tenendo il gioco sul terreno della geometria più che del ricamo o della trans agonistica. Dopo la prima palla break concessa – che è anche un set point – e annullata da Sinner, si arriva al tie break. Jannik non coglie un’occasione sotto rete, ma il rovescio successivo di Carlos esce di un niente come, subito dopo, una palla corta dell’italiano. Ma uno smash e un lob gli danno due palle set. Basta la prima. Alcaraz chiama il fisioterapista per un massaggio alla coscia destra, ma nel gioco non sembra frenato. Nel game d’apertura, dopo due doppi falli, Jannik cede per la prima volta nel torneo il servizio. Adesso, mentre scendono quelle dell’italiano, crescono le percentuali di prime dello spagnolo, ma dopo una volée e un dritto sbagliati, una palla corta di Jannik lo riporta sul tre pari. La prima latita, ma conquista il delicato, settimo gioco. Riprende il dominio dei servizi e Sinner sembra più solido. Mentre lui mostra il pugno al suo team, Alcaraz ci discute animatamente e cambia spesso posizione quando è alla risposta. Due passanti portano Jannik sul 6 a 5. Nel dodicesimo gioco lo spagnolo non è lucidissimo e si proietta avventurosamente a rete. Il Master 2025 è Jannik Sinner, il campione nel quale ci riconosciamo: «È stato più bello dell’anno scorso. Sono contento di dare qualcosa di positivo a tutti voi».

 

La Verità, 17 novembre 2025

Il Maestro di Favino e il tennis metafora della vita

Ora che abbiamo in Jannik Sinner un campione nel quale possiamo riconoscerci checché ne dicano i rosiconi Schützen e Novak Djokovic, tutti abbiamo anche un figlio o un nipote che vorremmo proiettare ai vertici delle classifiche mondiali. Grazie alle soddisfazioni che regala, il tennis inizia a competere con il calcio come nuovo sport nazionale (giovedì su Rai 1 la Nazionale di Rino Gattuso ha totalizzato 5,6 milioni di telespettatori mentre sommando Rai 2 e Sky Sport, il match di Musetti – non di Sinner – contro Alcaraz ha superato i 3,5 milioni). Così, dopo esser stati Ct della Nazionale ora stiamo diventando tutti coach di tennis. Tuttavia, in Il Maestro, interpretato dall’ottimo Pierfrancesco Favino, Andrea Di Stefano (erano insieme anche in L’ultima notte di Amore) raffredda le illusioni perché non avalla nessuna facile aspirazione di gloria. Anzi.

A fine anni Ottanta, mentre imperversano Ivan Lendl e John McEnroe, i telefoni vanno a gettone e si indossano pantaloncini ascellari, il papà, ingegnere della Sip, destina energie e risorse economiche al progetto di trasformare in un campione il figlio tredicenne (il bravissimo Tiziano Menichelli). Niente sbruffonate e gioco d’attacco, «quello lo lasciamo ai figli dei ricchi», ma ore di allenamento serale con il padre dietro il «drago lanciapalle» a dettare i tempi delle rincorse a fondocampo. La strategia funziona a livello dei tornei regionali, ma ora che si avvicinano l’estate e il circuito nazionale, c’è un cambio di programma. Cancellate le vacanze nel solito villaggio turistico (pure con campi da tennis), con disappunto della parte femminile della famiglia, i risparmi vengono investiti nell’ingaggio di un maestro accompagnatore che vanta un ottavo di finale agli Internazionali di Roma. Il curriculum del campione mancato però omette altre caratteristiche non secondarie ma incombenti. Le consegne dell’inflessibile padre al maestro riempiono il borsello a tracolla: quaderni con regole di allenamenti e di comunicazione durante i match, sacchetto di gettoni per le telefonate quotidiane di aggiornamento sui risultati, contanti per il pagamento del maestro e degli alberghi nelle località delle competizioni.

Si parte per la consacrazione dei sogni. Ma già a bordo della Jaguar parecchio fané di Favino iniziano le prime divergenze sul giocatore preferito, l’imperturbabile Lendl per il ragazzo e lo sregolato Guillermo Vilas per l’allenatore, e sugli approcci all’universo femminile. «Le ragazze non mi interessano», replica l’adolescente alle proposte di intraprendenza dell’adulto, che recupera con un «bravo, ti volevo testare». In realtà, dovendo mantenere nella disciplina l’allievo, l’insegnante prova a liberarsi delle trasgressioni che lo rendono irrisolto e malinconico. Il ragazzo è disorientato e comincia a inanellare sconfitte con conseguente dramma famigliare. Inevitabile che il conflitto tra il rigore del padre e la cialtroneria del maestro deflagri non solo sulla racchetta dell’adolescente. Il quale, reggendo a situazioni ben più grandi di lui, si rivela il più adulto di tutti.

Curato nei dettagli di costume, ben sceneggiato da Ludovica Rampoldi con il regista, Il Maestro metabolizza Open di André Agassi e J.R. Moehringer, Challengers di Luca Guadagnino e persino Il sorpasso. Ma a ben guardare, non è né un film on the road, né un film sul tennis, né una commedia brillante – caso mai dolceamara. Pur, come detto, ambientato negli anni Ottanta, parla del presente e di tanti aspetti che ci sono famigliari. Dei padri invadenti e oppressivi (che oggi aggrediscono gli arbitri di calcio nei campetti), dei genitori che vogliono fare i coach (quanti ne vediamo nei team dei top ten), degli atleti che non hanno vinto quanto potevano perché convinti che bastasse il talento e delle sconfitte che fanno maturare.

Insomma, un film che parla di noi.

 

La Verità, 15 novembre 2025

Alcaraz è straripante, Sinner abdica al trono

Onore a Carlos Alcaraz. Ha giocato meglio, è stato più continuo e più efficace al servizio. E ha meritato di vincere: 6-2 3-6 6-1 6-4 il punteggio finale. Premiato il suo piano tattico, servire bene e rispondere bene. I colpi d’inizio gioco hanno fatto la differenza. Lo spagnolo si è preso tutto. Oltre al trofeo degli Us Open, con annesso assegno di 5 milioni di dollari, il più ricco del circuito, anche il primo posto della classifica mondiale. Jannik Sinner glielo ha ceduto dopo 65 settimane consecutive, al termine di una partita in cui è stato più timido, più balbettante al servizio, più falloso. Ci sarà da lavorare.

Ancora loro. Jannik contro Carlos era la terza finale slam di quest’anno. Un evento serializzato (i precedenti sono 9 a 5 per lo spagnolo). Sulla terra rossa del Roland Garros aveva prevalso Alcaraz in cinque set, sull’erba di Wimbledon Sinner in quattro. La finale di ieri sul cemento degli Us Open (quarta consecutiva nel 2025 per Jannik come riuscito solo a Rod Laver, Roger Federer e Novak Djokovic), nell’ultimo major della stagione, era la bella. Sull’Arthur Ashe stadium, 23.771 spettatori, il più imponente teatro di tennis del pianeta. E davanti a Donald Trump, la cui presenza ha richiesto importanti misure di sicurezza, e a una schiera di star hollywoodiane e celebrità. Con i Big Two lo show è assicurato. Il duello dei contrasti è adrenalina pura non solo per gli intenditori. Il rosso e il nero, l’uomo Lego e l’uomo magia, la solidità e la fantasia, la pressione e l’invenzione. Sinner e Alcaraz – la versione 2.0 di Djokovic contro il mix di Federer e Nadal – non stanno facendo rimpiangere, come si temeva, i Big Three. Una serie con parecchi episodi e parecchie stagioni. Perché terzi incomodi all’orizzonte non se ne vedono. Ma c’è da divertirsi anche così.

Dalla sconfitta di Wimbledon, lo spagnolo ha studiato. «Ho lavorato sulla mia costanza e la mia tenuta per eliminare qualche su e giù all’interno della partita», ha rivelato. Ma alcuni miglioramenti si sono visti anche nella solidità e varietà del rovescio. Al contrario, Sinner ha ammesso che avrebbe dovuto elevare il rendimento del servizio, colpo chiave del match: «Il mio non è dove vorrei». E aveva annunciato una maggiore attenzione tattica. Ma la potenza dei colpi di Carlos non ha permesso a Jannik di tessere il suo piano.

Al primo gioco, con un paio di errori gratuiti, Sinner concede subito il break. Alcaraz è molto concentrato e per Jannik non ci sono punti facili. Allora si spinge a rete per conquistarli, ma i suoi turni di servizio sono sempre sofferti. Stasera lo spagnolo è solido anche con il rovescio; sia il lungolinea che lo slice incrociato mettono in difficoltà l’italiano. In 37 minuti è 6 a 2, mentre i punti sono 31 a 18 per Carlos. Serve una reazione. I primi giochi del secondo set sono fondamentali. Mentre il murciano martella senza cedimenti, l’altoatesino tiene con fatica il primo turno, poi un secondo e lentamente sembra crescere in fiducia. Ora guarda il suo team mostrando il pugno. Improvvisamente sembra entrato in partita, si muove meglio, alza il ritmo e nel quarto gioco ottiene il break. Alle percentuali basse di prime palle, Sinner rimedia con una buona efficacia della seconda. Si prosegue punto a punto e in 42 minuti il campione italiano incamera il secondo set. Uno pari. Ma all’inizio del terzo, con un dritto in corridoio, cede subito il servizio. Al quarto gioco altro break. Il terzo set sembra il replay del primo, con un Alcaraz molto aggressivo e un Sinner più falloso. Adesso bisogna capire come fermare l’onda. L’italiano deve fare qualcosa di più, come minimo trovare continuità al servizio. Invece, la prima seguita alatitare e al quinto gioco c’è il nuovo break. La partita sembra segnata. Lo spagnolo aumenta la potenza e l’efficacia dei suoi colpi. Alla fine, Sinner ha avuto solo una palla break contro le dieci dello spagnolo. Carlos Alcaraz vince la bella e da oggi è il nuovo numero uno. Arrivederci alle Finals di Torino.

 

La Verità, 8 settembre 2025

Sinner, talento globale, tiene svegli gli italiani

Jannik Sinner è una spanna sopra. Più solido, più continuo, più vincente. 6-1, 6-4, 6-2: l’esito della sfida con Lorenzo Musetti non è mai stato incerto. «Ho giocato un match solido», ha detto Jannik ancora sul centrale di Flushing Meadows. «Io e Lorenzo ci conosciamo bene, veniamo dallo stesso Paese. Giochiamo la Davis insieme. Ma dobbiamo mettere da parte l’amicizia per la partita». Poi la riflessione sul momento dell’Italia: «Siamo sempre più italiani che giocano i tabelloni principali. Grazie a chi ci ha seguito fino a quest’ora». Lì era quasi mezzanotte, da noi quasi le sei del mattino. «Qualcuno in Italia non sarà andato a dormire per questo match. Siamo orgogliosi di essere italiani. L’Italia è un Paese che ci dà molto, abbiamo grandissimo sostegno e siamo ovunque. È bello essere italiani».

I dati precisi su quanti sono stati i telespettatori che dalle 3 e mezza hanno seguito il derby azzurro agli Us Open si conosceranno solo oggi. Tuttavia, il fenomeno Sinner è esploso da tempo. Stavolta, con e contro di lui c’era anche Lorenzo Musetti, un altro top ten. Tra gli uomini era la prima volta nei quarti di finale di uno slam (nel 2015, sempre a New York, Flavia Pennetta e Roberta Vinci disputarono una storica finale, vinta da Flavia). Dunque, anche complice il fatto che la partita, oltre a Sky Sport era visibile in chiaro anche su Supertennis, una fetta d’Italia non è andata a dormire o ha puntato la sveglia per seguire questo meraviglioso confronto di stili. Un piatto prelibato non solo per raffinati amanti della racchetta. Il tennis italiano è leader nel mondo. In questo torneo, delle 32 teste di serie erano quattro quelle azzurre (Flavio Cobolli e Luciano Darderi oltre a Jannik e Lorenzo). Nella classifica mondiale abbiamo nove giocatori tra i primi 90. Siamo noi la meglio gioventù, le due coppe Davis consecutive lo attestano. Trainato da questo ragazzo nato al confine con l’Austria ma «orgoglioso di essere italiano», il tennis tiene svegli come un tempo facevano certe partite dei Mondiali di calcio, qualche match di Nino Benvenuti, Alberto Tomba o le imprese di Luna rossa. Questione di passione sportiva, certo. Di attrattiva e identificazione con i protagonisti, pure. Ma il fatto che ci sia un’Italia vincente aiuta a scavalcare i fusi orari e a metabolizzare una giornata contrappuntata da qualche sbadiglio.

Sinner contro Musetti è un confronto di differenze. Jannik è quello che Susanna Tamaro definirebbe «un uomo Lego» e non solo per l’abitudine di rilassarsi giocando con i famosi mattoncini. No; anche perché fa della costruzione e della solidità la caratteristica del suo tennis: una sinfonia, una tessitura completa, basata sul ritmo asfissiante, letale per l’avversario. Quello del campione di Sesto Pusteria è un talento globale, che avrebbe potuto esprimersi ad altissimi livelli anche in altri sport: talento atletico, ma soprattutto mentale, di fiducia, consapevolezza e autocontrollo (ha detto Musetti dopo il match: «Jannik è opprimente, ti manda fuori giri. È impressionante, ha vinto sotto tutti gli aspetti»). Lorenzo è un «uomo fantasia», un esteta dei gesti bianchi (anche se ieri notte era in total black), uno degli ultimi interpreti del rovescio a una mano, un talento specifico della racchetta attorno al quale ha coagulato le doti di atleta. Il suo gioco è fatto di varietà, improvvisazioni e rotazioni. I precedenti dicono due a zero in favore di Jannik e, fino a qualche mese fa, anche il pronostico di questa sfida sarebbe stato tutto dalla sua parte. Da questo torneo Musetti ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche su questa superficie ed è diventato più concreto.

Ma il tennis non è solo questione di singoli colpi, di alcuni jolly, o di scegliere una tattica che poi l’avversario ti contesta e allora tutto si complica. È anche questione di fiducia, di consapevolezza, di abitudine a volare a queste altitudini. È questione di saper gestire i momenti.

Il risultato finale documenta una supremazia netta, messa timidamente e brevemente in discussione solo nel secondo set. Il numero 1 riparte dalla stessa modalità Robocob messa in campo contro il povero Alexandr Bublik. Un ciclone inarrestabile. Lorenzo, vittima dell’emozione, non trova la prima di servizio e in un amen siamo già 5 a 0 e poi 6 a 1. La partita non è ancora cominciata. Per alimentarla, il numero 10 deve liberarsi dalla tensione e giocare più vicino alla linea di fondo. Finalmente la prima comincia a funzionare, Musetti dà segni di vita e nel quarto gioco conquista una prima palla break. Il gioco successivo è molto combattuto e anche Lorenzo deve cancellare una palla break. Il secondo set è decisivo per l’esito finale. Il tennista di Carrara è obbligato a vincerlo perché sotto 0 a 2 difficilmente potrebbe rimontare. Entrambi lo sanno: al netto di qualche imprecisione, Jannik è sempre una furia, mentre Lorenzo cresce nelle percentuali di prime e piazza qualche vincente (uno splendido passante incrociato di rovescio). All’inizio del nono gioco l’altoatesino vince una battaglia di rovesci, poi si avventa come un fulmine su una palla corta. Il primo doppio fallo di Lorenzo consegna a Jannik la possibilità di servire per andare due set a zero. I giochi sono fatti. Nei momenti chiave del match Sinner è sempre in controllo, concentratissimo, esente da errori. A differenza di Musetti. Incamerato il secondo set, il numero 1 ottiene il break all’inizio del terzo. La partita è in discesa. Non avendo più nulla da perdere, Lorenzo gioca più sciolto e conquista due palle per il controbreak, poi una terza e una quarta. Alla fine, saranno sette in totale, senza che riesca a trasformarne nessuna. Un ulteriore break catapulta Sinner in semifinale.

L’altoatesino è parso inscalfibile. Stanotte all’una, se ne attende conferma stanotte all’una contro Félix Auger-Aliassime. Il vincente incontrerà chi uscirà dalla semifinale tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic. Il campione nel quale ci riconosciamo deve difendere il posto di numero 1 del mondo e il titolo conquistato qui l’anno scorso.

Ci sarà da divertirsi. È bello essere italiani.

 

La Verità, 5 settembre 2025