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«In Zamora racconto come si vince la timidezza»

Una storia sana, sorridente e di superamento del limite. Una storia ambientata nella Milano prima di quel Sessantotto che ingrigì lo slancio del boom e del beat, la leggerezza della lambretta e della minigonna, la positività di Il mondo di Jimmy Fontana. C’è tutto questo in Zamora (dal nome di un leggendario portiere spagnolo ndr), film tratto dal romanzo di Roberto Perrone, giornalista e scrittore morto prematuramente poco più di un anno fa al quale è affettuosamente dedicato. Prodotto da Pepito, diretto dall’eclettico Neri Marcorè qui all’esordio da regista, con un cast indovinato, è uno di quei film che ha nel passaparola la migliore promozione.
Marcorè, finora nei suoi profili si leggeva «attore e imitatore», bisogna aggiornarli con una terza voce?
«Direi di sì, il debutto alla regia è un dato di fatto».
È stata la storia che ha trovato lei o il contrario?

«È stata la storia che, attraverso vari passaggi, mi ha indotto al debutto. Pensavo fosse adatta al mio modo di raccontare, peraltro tutto da sperimentare».
Aveva già deciso di dedicarsi alla regia?
«Da alcuni anni, ma l’idea si è concretizzata quando ho proposto il romanzo di Roberto Perrone al produttore Agostino Saccà».
Paola Cortellesi, Claudio Bisio, Claudia Gerini e ora lei, tanti attori e attrici che passano dietro la camera da presa sono una coincidenza?
«Credo sia un legittimo prolungamento dell’esperienza acquisita da interpreti. A un certo punto viene la curiosità di misurarsi con la direzione di altri colleghi e colleghe, di gestire una macchina complessa e affascinante come quella del set».
È la voglia di provare un’esperienza diversa, la ricerca di una nuova carriera, un senso di maggior sicurezza nell’auto-dirigersi?
«Innanzitutto, è un desiderio fine a sé stesso. Poi il futuro dipende dal presente. E considerato che per me è stata un’esperienza anche umanamente molto positiva vorrò ripeterla. Mi invogliano a farlo il gradimento che riscontro alle proiezioni e la gente che mi chiama per dirmi che apprezza tantissimo il film. Dopo questo risultato l’idea di farne un altro è naturale. Anche se non mi pongo tempi e scadenze».
Conosceva i libri di Perrone o lui personalmente?
«Ho conosciuto prima Zamora, che ho letto vent’anni fa. Poi ho conosciuto lui e siamo diventati amici. Infine, ho letto tutto di lui, mi piaceva molto come scriveva».
Che rapporto avevate?
«Parlavamo di libri, di cucina, di sport… Quando ci siamo ci siamo incontrati, anche se non ci vedevamo spessissimo, abbiamo cominciato a chiacchierare e a condividere le cose della vita».
Gli sarebbe piaciuto il suo adattamento? E alla moglie è piaciuto?
«Perrone aveva letto la sceneggiatura e si era commosso, perciò avrebbe apprezzato il film che ne è diretta conseguenza. La moglie e i figli l’hanno visto a un’anteprima a Milano ed erano molto contenti».
A lei che cosa è piaciuto di Zamora?
«Parla dell’inadeguatezza che attanaglia la vita del protagonista. E siccome, in qualche momento capita di sentirsi inadeguati, è una storia che in qualche modo ci riguarda tutti».
Chi è Walter Vismara?
«Un giovane uomo che proprio a causa di questa inadeguatezza preferisce non gettarsi nella mischia. Ma è la vita stessa che lo chiama a buttarsi. Capita a tutti di imbatterci in situazioni che non avevamo previsto e alle quali dobbiamo adeguarci attraverso scelte e comportamenti che non immaginavamo».
È l’antesignano dei nerd di oggi, uno sfigato che si riscatta, uno che capisce che non vuole avere rimpianti?
«Non è affatto uno sfigato, perché ha la sua zona di conforto dalla quale non vorrebbe uscire per evitare sorprese. È un calcolatore, come il suo mestiere induce a pensare».
Il calcolatore da contabile che si porta sottobraccio gli dà sicurezza?
«È un simbolo di questo suo atteggiamento».
Con la timidezza come la mettiamo?
«Fa parte del suo carattere. È sia causa che effetto dell’inadeguatezza che non lo aiuta nelle relazioni sociali».
Lei è timido, Marcorè?
«
Lo sono stato molto, da ragazzo. C’è molto di me adolescente in quel personaggio».
Avrebbe potuto interpretarlo lei?
«Se fosse stato un progetto di vent’anni fa, sì. A distanza di tempo ho preferito ritagliarmi un altro ruolo e dedicarmi alla regia».
Neri è un nome originale o un diminutivo?
«È così all’anagrafe. Era il nome di un amico di mio padre quand’era piccolo».
Le imitazioni aiutano a superare la timidezza?

«Sì, soprattutto nei primi anni di gioventù sono state un aiuto. L’importante è non restarci troppo dentro».
Come si arriva da Porto Sant’Elpidio, un paese di 25.000 abitanti delle Marche, a dirigere un film di successo?
«Un passo alla volta, dandosi il tempo di crescere e cercando sempre nuovi obiettivi, facendosi guidare dalla curiosità e senza troppi timori di sbagliare».
Che è anche un tratto del carattere delle persone timide?
«Potrebbe esserlo. Ma anche le persone timide sanno essere molto determinate. Anzi, a volte quelle che sembrano molto sicure fanno sempre la stessa cosa, proprio per paura di sbagliare».
Ha avuto dei maestri?
«Nelle diverse forme espressive se ne trovano tanti. A volte anche di cattivi, utili a capire dove non andare. Parlando di cinema un maestro è stato sicuramente Pupi Avati».
Ha recitato in tre suoi film e in uno di Walter Veltroni con il quale ha collaborato all’inizio del Pd: in questa regia c’è più Avati o più Veltroni?
«C’è Neri Marcorè. Non mi sono ispirato a nessuno, ho cercato di trovare il mio linguaggio, la mia sensibilità, il mio gusto per le cose. Imparo da tutti, senza voler emulare nessuno».
È un film che rischia la nostalgia, i promettenti anni Sessanta?
«Non direi. Si racconta una storia ambientata in quegli anni che possono generare nostalgia in chi li ha vissuti, ma non punta sulla nostalgia».
Nel cast c’è la ricerca dei caratteri: com’è arrivato ad Alberto Paradossi?
«Con un provino nel quale mi ha conquistato».
Cavazzoni, il suo personaggio, è ispirato a Ricky Albertosi anche se una delle sue imitazioni più riuscite era quella di Dino Zoff?
«È ispirato a quei campioni del passato che avevano un certo spessore umano. Se dovessi citare un riferimento farei il nome di Enzo Bearzot, espressione di un modo di essere sportivi al Nord, quando ancora non c’era il divismo».
Anche Cavazzoni ha bisogno di una seconda chance?
«L’amicizia con Vismara è una possibilità per ritrovare dignità e risalire la china».
Tutto raccontato anche con la musica di Umberto Bindi e Jimmy Fontana.
«La musica degli anni Sessanta ha fatto sognare, commuovere, innamorare, gioire. Credo che la colonna sonora integrata da Pacifico sia molto evocativa».
Avendo imitato a lungo Zoff, di portieri se ne intende?
«È una coincidenza. Più che altro trovo interessante il ruolo di una figura isolata in uno sport di squadra».
A differenza degli altri giocatori non ha possibilità di recupero?
«È il ruolo di maggior responsabilità della squadra. Non a caso ci si chiede se portieri si nasce o si diventa».
Vismara decide di diventarlo quando trova uno che gli dà fiducia e lo stima più di sé stesso?
«C’è bisogno di trovare o dentro di sé o nell’affetto degli altri qualcuno che ti induca a prendere in mano la tua vita senza restarne fuori».
Come mai ha scelto una storia senza risvolti ideologici per debuttare?
«Mi attraeva raccontare questo personaggio nel quale rivedevo me stesso adolescente. E anche il passaggio dalla provincia alla città come quello che ho vissuto con il mio lavoro».
Qui al centro c’è il calcio, ma lei ama il tennis e lo pratica?
«Sì».
Jannik Sinner le piace più come tennista o come persona?
«Tutti e due. Perché devo scegliere? Le due cose si integrano. È un bravo tennista perché ha una forte mentalità. È forte di testa e anche sul campo».
Che cosa dice all’Italia di oggi un campione così?
«Che si possono raggiungere risultati eccellenti attraverso l’umiltà e l’ambizione, due doti non in contraddizione».
E che cosa dice l’Italia vintage di Zamora a quella di questi anni Venti?
«Due cose. La prima, che essere brave persone porta a essere gratificati nella vita. E la seconda, che non bisogna avere fretta, ma lasciare che siano i tempi commisurati alla nostra natura a guidare le svolte».
È un film che sfiora la carineria?
«Credo ci siano tutti gli ingredienti, personaggi meno gradevoli e altri impacciati che possono risultare teneri. È un racconto che propone uno spaccato di persone nel quale ci si può ritrovare. Non mi pare prevalga la descrizione di un quadro rosa. È una commedia che fa anche molto ridere. La gente esce dal cinema col sorriso».
Il cavalier Tosetto, imprenditore brianzolo e patron della squadra di calcio aziendale è un antesignano di Silvio Berlusconi?
«Bisognerebbe chiederlo a Perrone. Personalmente non mi sono ispirato a lui né nella scrittura né nella direzione sul set. Possono esserci somiglianze anche con altri imprenditori entrati nel mondo del calcio».
Come mai il film non è in programmazione proprio a Porto Sant’Elpidio?
«Questo andrebbe chiesto all’esercente del cinema. Comunque, è proiettato nelle sale del comune confinante».
L’industria cinematografica italiana si sta davvero fermando?
«Non lo so, purtroppo. In un momento in cui ci si aspetta il successo da un certo tipo di film poi si ha la sorpresa di trovare altre opere vincenti al botteghino. In questi ultimi mesi vedo che c’è meno lavoro. Non so da cosa dipenda, ma è un dato di fatto».
Fa bene il ministro Gennaro Sangiuliano a rivedere i criteri dei finanziamenti al cinema che spesso negli ultimi anni hanno sostenuto opere che in sala non trovavano il pubblico?
«Da una parte penso che l’ideologia politica non dovrebbe influenzare la creatività artistica. Dall’altra che sicuramente serve un criterio più attento nel selezionare le opere che meritano di essere sostenute. Ma azzerare le agevolazioni non credo sia una mossa vincente perché il cinema è un’industria. E, se ci si crede, genera guadagni economici oltre che culturali».

 

La Verità, 13 aprile 2024

Gioco partita incontro: che fantastica storia, Jannik

La consacrazione è avvenuta. Abbiamo un campione. Un fuoriclasse nel quale riconoscerci. Talento e regolatezza. Genio e affidabilità. Estro e concretezza. Sembrano binomi inconciliabili. Ma quando si coniugano, danno effetti speciali. C’entrano i geni altoatesini, la disponibilità al sacrificio, la passione per lo sport che si pratica. L’umiltà con cui lo si fa. «Grazie alla mia famiglia, vorrei che tutti avessero i genitori che ho avuto io. Non mi hanno mai messo sotto pressione e mi hanno sempre dato la possibilità di scegliere», ha detto Jannik Sinner da Sesto Pusteria, di anni 22, con il trofeo dell’Australian Open in mano. La consacrazione si compie al culmine di un torneo fantastico in cui, prima della finale (3-6 3-6 6-4 6-4 6-3), aveva perso un solo set e demolito il numero uno, sua maestà Novak Djokovic, il maestro (ha vinto l’ultimo Master proprio battendo Jannik). Dopo l’autunno vincente, la conquista della Coppa Davis ancora con lo storico successo su Nole, annullandogli tre match point consecutivi, si è detto e scritto che mancava la vittoria in uno slam. Eccola, 48 anni dopo quella di Adriano Panatta a Parigi, al termine di un crescendo iniziato con la vittoria a Pechino in settembre. Lì, dopo sei sconfitte consecutive, Sinner aveva battuto proprio Daniil Medvedev, poi regolato altre due volte, prima di ieri. È un successo storico per il tennis e per lo sport italiano. Non a caso, archiviate le critiche per la mancata partecipazione alle semifinali della Davis per privilegiare la preparazione, oggi «siamo tutti peccatori». La «Sinnermania» è un fenomeno che ricorda la partecipazione che accompagnava un vincente guascone come Alberto Tomba. Mentre ora, davanti al Pel di Carota di Sesto Pusteria che Amadeus vorrebbe a tutti i costi all’Ariston, sono altre le doti nelle quali possiamo specchiarci.

Costruzione di un campione

Il lavoro giorno per giorno. L’applicazione feroce, ma serena. La dedizione del team composto da Simone Vagnozzi e Umberto Ferrara, ai quali si è aggiunta l’esperienza di Darren Cahill che ha portato Lleyton Hewitt, Andre Agassi e Simona Halep a svettare nel ranking. La cognizione del tennis del coach australiano. La consapevolezza che non sempre vince chi effettua i colpi più spettacolari. Certo, il talento è fondamentale, ma lo è altrettanto il lavoro. E soprattutto la testa, il tennis non mente. Ci possono persino essere giocatori in possesso di un estro maggiore, con una fantasia tennistica superiore, Carlos Alcaraz per esempio. Ma poi bisogna fare il punto. E l’estro bisogna governarlo. E finalizzarlo. È la concretezza del tennis. Nessuno oggi, anche grazie alla consulenza del dottor Riccardo Ceccarelli, ha la testa, il controllo emotivo e la forza mentale di Jannick Sinner. È con queste doti che, sotto due set a zero, con l’avversario che appariva più sicuro e intraprendente di lui, l’altoatesino si è tirato fuori dall’inferno. «Quando pensi che sia finita è proprio allora che comincia la salita», cantava Antonello Venditti in Che fantastica storia è la vita.

Vittoria epica

Gli ultimi tre match contro Sinner, il russo li aveva persi. Inoltre, lui era più stanco perché è stato in campo sei ore più dell’avversario, avendo disputato tre partite al quinto set. Dalla sua parte c’era invece l’esperienza, la maggior abitudine a disputare finali slam. Possibilmente, doveva cercare di vincere rapidamente. Così, attua una strategia precisa. Servizio e scambi abbreviati. Sinner invece è contratto, patisce l’emozione. Al terzo gioco non gli entra mai la prima e c’è subito il break, dopo che in tutto il torneo ne aveva subiti solo due. Al nono game serve ancora poche prime e perde il primo set. L’inizio del secondo è già delicatissimo e, per non andare subito sotto, Sinner deve fare miracoli. Invece, i turni del moscovita finiscono in un amen. In pochi minuti è avanti 5 a 1. Sembra l’inizio della fine, il sogno che s’infrange. Dopo che ha dominato il torneo e annichilito Djokovic, sta consegnandosi all’avversario. Jannik sembra un pugile che resta in piedi per orgoglio. Ma prima che il russo inizi a servire per conquistare il secondo set, Vagnozzi esorta Sinner: «Usa questo game per fare qualcosa di diverso». Con una buona risposta e due rovesci profondi strappa il servizio a Daniil e sale 2 a 5. Poi si aggiudica il suo. Qualcosa sembra che cominci a cambiare. Ma dopo aver annullato un’altra palla break, Medvedev incamera anche il secondo set.

 Parete di sesto grado

Il break conquistato e un altro sfiorato sono la scossa. Ora si combatte anche nei turni di Medvedev. È il gancio a cui aggrapparsi per iniziare la risalita a patto di mettere dentro più prime. Finora Sinner ha ceduto sulla diagonale del rovescio, ma nel terzo gioco riesce a spuntarla due volte di fila prima di chiudere il game con un ace. Piccoli segnali. Il russo è meno brillante, il lavoro ai fianchi comincia a pagare. Meno diagonale di rovescio, più variazioni e palle corte fanno il resto. Al decimo gioco c’è il break e si va al quarto set. Adesso è l’altoatesino a imporre il ritmo. Jannick colpisce meglio e ha più idee. Fa male anche con il dritto lungolinea. Nel settimo game il moscovita ha la possibilità di strappargli il servizio. Ma Sinner l’annulla con un ace e con un altro sale 4 a 3. È la svolta. Daniil è alle corde, mentre Jannik continua a martellare e si prende il quarto set. La situazione è completamente rovesciata. All’inizio del quinto, Sinner vince un braccio di ferro di 39 colpi e con un ace di seconda si aggiudica il primo gioco. S’intravvede il traguardo. Medvedev si tiene a galla con la battuta, ma nel sesto game Jannik gli toglie il servizio e poi tiene il suo alla fine di uno scambio interminabile. La resistenza del russo è domata. Al primo match point, con un dritto lungolinea, Pel di Carota conquista il primo slam della sua carriera. Il primo di tanti, verosimilmente. Anche se ancora numero 4 del ranking, in questo momento è il miglior tennista del mondo.

Che fantastica storia è quella di Jannik Sinner.

 

La Verità, 29 gennaio 2024

 

Grazie a Sinner, campione nel quale riconoscersi

La pasta non è venuta perfetta. Bisognerà riprovarci. Dosare meglio gli ingredienti, il sale, i pomodorini, la cottura: secondo la metafora di Jannik Sinner. Si può ancora migliorare. Stasera c’è stato un po’ di appannamento fisico ed è mancata forse un pizzico di fiducia nel piano partita. Soprattutto nella prima parte, Novak Djokovic è parso un muro invalicabile. Con un doppio 6-3 il campione serbo si è laureato Maestro dell’anno per la settima volta. Questo genere di match bisogna essere abituati a giocarli. A Jannik è mancato il guizzo finale. Ma per il nostro giocatore, che ha disputato uno splendido torneo, il successo è solo rinviato. Un altro passo verso la vetta è stato fatto e se continuerà a lavorare con la determinazione dimostrata in quest’ultimo anno e mezzo, il vertice non potrà sfuggirgli. Il tempo, la serietà, l’applicazione e la qualità del team composto da Simone Vagnozzi, Darren Cahill e Umberto Ferrara sono dalla sua parte.

Che la finale sarebbe stata una partita diversa da quella di qualche giorno fa lo si era intuito dal modo in cui Djokovic aveva liquidato Carlos Alcaraz, concedendogli solo cinque games. Stavolta il numero 1 del mondo giocava davanti ai suoi bambini seduti in tribuna. Una motivazione in più, che lo ha aiutato a stare concentrato e a non lasciarsi andare a polemiche nei confronti del pubblico schierato con il beniamino di casa. A volte sono certi dettagli, che tali non sono, a fare la differenza. Il campione è sempre una persona. Lo ha detto anche Sinner di sé stesso. «Quello che faccio in campo dipende dalla persona che sono fuori dal campo». Parole consapevoli, che forse spiaceranno a qualcuno abituato a separare il fattore tecnico dal fattore umano.

Il match di ieri era particolarmente interessante perché per la prima volta Djoker il cannibale e Jannik Capel di carota si sfidavano in una finale. Due campioni che si assomigliano sia nel gioco che nel temperamento. Nel gioco: solidità da fondo campo, colpi di base senza punti deboli, ritmo, grandi qualità difensive, capacità di esprimersi in tutte le parti del campo, buona disposizione per le variazioni, doti tattiche. Nel temperamento: concentrazione, tenuta nei momenti difficili, autocontrollo e capacità di nascondere le emozioni (su questo Sinner è persino superiore, totalmente privo di tic e scaramanzie). Ecco perché, in un certo senso, quando si incontrano Novak e Jannik si assiste a un match allo specchio.

Parte a servire Djokovic e si ha subito la sensazione della partita a scacchi in cui ogni colpo è studiato per comandare lo scambio. Nei primi due giochi Djokovic scaglia quattro ace e da fondo non concede niente. Sinner sembra intimorito, meno brillante dei giorni scorsi e al quarto gioco subisce il break da 40-15 con un dritto sulla riga invece chiamato fuori (e Sinner non chiede la verifica). La differenza la fanno la percentuale di prime di servizio e il numero di ace: 7 a 3 per Novak. Il break subito in apertura del secondo set arriva quasi come una sentenza. Jannik rischia di subire anche il secondo, ma resta aggrappato al match, nella speranza che l’avversario abbia un calo, soprattutto nel servizio. L’occasione si presenta sul 15-40 del sesto gioco, servizio Djokovic, ma con tre prime palle il serbo si porta sul 4 a 2. Il settimo gioco è interminabile, Sinner prova soluzioni alternative, attacchi in contro tempo e palle corte. Anche Djokovic spreca qualche occasione a rete. Sembra esserci ancora una partita e sullo 0-30 arriva un’altra occasione per rientrare, ma Sinner mette in rete la risposta a una seconda di servizio. L’opportunità svanita è il tramonto della partita. La prossima volta la pasta verrà ancora meglio, ma già quella di questa settimana è di grandissima qualità.

Dobbiamo essere grati a questo ragazzo che gioca a tennis con la leggerezza dei suoi 22 anni, ma con la maturità e la disciplina di un veterano. Abbiamo un campione nel quale specchiarci. Jannik è un fuoriclasse formidabile. Un talento di tecnica, di concentrazione e forza mentale. Talento e regolatezza. Djokovic è il campione che conosciamo da tanti anni e non ha alcuna intenzione di cedere il trono. Appuntamento la prossima settimana alla Coppa Davis.

Talento e regolatezza, il tennis di Sinner «è futuro»

Adesso comincia la nuova vita. Già da stasera. In campo contro Holger Rune. Bad boy della next gen. Comincia la nuova vita del good boy Jannik Sinner. Per avere un’altra conferma che è now gen. Finalmente, al quarto tentativo, ha rotto il tabù del Djoker, imbattibile numero 1. Sarà lui quello del futuro, come recita in un martellante spot pubblicitario? Servono nuove vittorie. Nuovi chiodi ben piantati nella parete verso la vetta. Qualcosa si potrebbe capire già in serata, quando in palio ci sarà la qualificazione per le semifinali del Master Atp di Torino, il torneo tra coloro che hanno totalizzato più punti nel corso della stagione. Lo strafottente ventenne danese ora allenato da Boris Becker sarà molto riposato, reduce com’è da una partita durata solo tre games a causa del ritiro di Stefanos Tsitsipas. Tutt’altra storia il match epico di oltre tre ore contro Novak Djokovic, ben raccontato su Sky da Elena Pero e Paolo Bertolucci, di gran lunga la coppia di commentatori più affiatata e competente di tennis (ben coadiuvata da Ivan Ljubicic e Paolo Lorenzi).

Per il campione di Sesto Pusteria, era la madre di tutte le partite. Diventerà la matrice della nuova vita? L’esame di laurea finalmente superato. Solido, autorevole, convincente, il nuovo Sinner non si è deconcentrato nemmeno quando il campione serbo ha tentato di allentare la tensione con qualche arma di distrazione extra campo. La polemica per il tifo del pubblico schierato con l’efebico Capel di carota. La contestazione dell’arbitro per la mancata chiamata di un let. Imperturbabile Sinner. La forza mentale, la concentrazione, la capacità di reazione e di non scoraggiarsi nei momenti difficili sono le sue doti migliori. La testa, insomma, prima ancora dei colpi. Lo ha sempre dimostrato e lo si è visto anche l’altra sera sul 3-2 per Nole, quando ha cancellato un’insidiosa palla break con un ace a 207 km/h. Un fatto che da qualche tempo si ripete con maggior frequenza. Oltre a dargli più punti facili, riducendo il carico di fatica complessivo di ogni match, ora il servizio lo tira fuori anche dai momenti difficili. Ci vogliono freddezza e fiducia. Il servizio è il colpo nel quale ultimamente è migliorato di più, seconda palla compresa. Darren Cahill, il coach che da un anno e mezzo si è aggiunto a Simone Vagnozzi e Umberto Ferrara nel team dell’altoatesino, l’ha sempre detto: la forza di un giocatore si misura dalla qualità della seconda di servizio. Detto fatto. La battuta è il primo mattone della casa. Il colpo della fiducia e della sicurezza su cui sono nati i successi di questo scorcio di 2023 in cui ha battuto per la prima volta sia Daniil Medvedev che, appunto, Djokovic. Il nuovo Sinner è spuntato al torneo di Pechino di fine settembre, dove ha sconfitto prima il numero 2 Carlos Alcaraz e poi, in finale, il russo numero 3 (conquistando a sua volta la quarta casella del ranking). Vittoria confermata qualche settimana dopo a Vienna.

È in quest’autunno che Sinner ha fatto il salto di qualità, speriamo definitivo. Non c’è più traccia del giocatore che aveva frequenti problemi fisici, più volte costretto al ritiro per infiammazioni all’anca o per le vesciche ai piedi. Nemmeno si registrano più quei «passaggi a vuoto» che lo sconnettevano per qualche momento dalla partita. Pause di qualche minuto che gli facevano infilare serie di errori che lo obbligavano a faticosi recuperi. Equilibrio, solidità, autocontrollo sono tratti altoatesini. Come l’innato understatement. Dotazioni che lo differenziano dagli altri pretendenti alla successione del Djoker. L’esuberante Alcaraz, dotato di un talento tanto vario quanto complicato da gestire, il predestinato per gran parte degli addetti ai lavori. L’arrogante e altrettanto talentuoso Rune, portato ad andare sopra le righe. Il potente e promettente Ben Shelton, forse ancora un po’ acerbo. Sinner è un altro animale, un altro esemplare. Disciplinato, sereno, tutt’altro che privo di emozioni, ma in grado di gestirle. I geni contano. Il pubblico non solo di Torino se n’è accorto e se n’è innamorato. «We are all Sinners» (siamo tutti peccatori ndr), recitava un cartello sulle tribune del Pala Alpitour, durante il match dell’altra sera. «Non esiste cosa più bella che battere il numero 1 al mondo. Sono riuscito a giocare i punti più importanti nel modo migliore. Con voi – rivolto al pubblico – abbiamo vinto insieme», ha detto a caldo dopo la partita.

Gli screzi di qualche settimana fa per non aver risposto alla convocazione per la Coppa Davis sono archiviati. Sinner è un atleta e un tennista diverso. Talento e regolatezza. C’è il tipo di giocatore che sfodera spesso i colpi più spettacolari, ma alla fine la partita la vince l’avversario – di esempi ne abbiamo. E poi c’è Capel di carota, uno capace sia di giocare in difesa a un ritmo unico sia, quando serve, di ricamare. «Right energy» lo ha incoraggiato da bordo campo Cahill in un momento delicato della partita con il Djoker. Di energia giusta, positiva, avrà bisogno anche stasera contro quel demonio di Rune. Per capire ancora di più se lui, Jannik Sinner, è futuro.

 

La Verità, 16 novembre 2023

Sinner-Djokovic sulla scacchiera di Wimbledon

A volte il tennis sembra somigliare al gioco degli scacchi. Diventa una questione di testa, di pause e di mosse giuste, studiate a tavolino. Ce l’ha fatto pensare Jannik Sinner, nelle ultime due partite vinte, contro John Isner e Carlos Alcaraz. Due match splendidi, capolavori di tattica. Oggi, però, l’asticella sale ancora. E di parecchio. Di fronte a Sinner ci sarà Novak Djokovic, il campione in carica di Wimbledon che nel 2021 sconfisse Matteo Berrettini, quest’anno eliminato dal Covid. Sul campo centrale dell’All england tennis and croquet club si staglierà una montagna più alta di quelle, scalate finora. Stan Wawrinka, ex numero 3 del mondo, vincitore non più giovanissimo di tre slam, regolato in 4 set. Il più abbordabile Mikael Ymer (numero 88), superato piuttosto agevolmente. Isner, un big server secondo il verbo di Sky Sport, osso durissimo sui prati. Alcaraz, numero 6 del ranking e pronosticato presto in vetta da gran parte degli addetti ai lavori. Curiosamente, in questo momento Djokovic è solo numero 3 della classifica mondiale, dietro a Daniil Medvedev e Alexander Zverev, entrambi assenti a Wimbledon, il tedesco perché infortunato e il russo perché russo e vabbè (anzi no), ma è un’altra storia. Dopo la rumorosa esclusione agli Open australiani e la sconfitta patita da Rafa Nadal a Parigi, Nole non potrà partecipare ai prossimi Open degli Stati Uniti a causa del rifiuto a vaccinarsi, e pure questa è un’altra molto controversa storia. Sta di fatto che per lui Wimbledon ha il sapore della sfida per dimostrare di essere tuttora vincente, riavvicinando Nadal nel numero degli slam vinti: 22 a 20 per lo spagnolo. Assai difficile, dunque, che Sinner possa domarlo. Però, mai dire mai. Perché qualcosa dev’essere pur cambiato nella testa, nei muscoli e nell’autostima del ventenne campioncino di Sesto Pusteria.

Fino a una settimana fa non aveva mai vinto una partita sull’erba. Sempre spedito a casa all’esordio persino al primo turno dell’Atp di Eastbourne, propedeutico alla 135ª edizione dei Championships nella quale ora si trova ai quarti, davanti a quella montagna. Come abbia fatto, sono in tanti a chiederselo. Reduce da una stagione balbettante, privo di trofei, protagonista di ripetuti ritiri a causa di frequenti infortuni – l’ultimo al ginocchio al Roland Garros mentre stava dando una lezione ad Andry Rublev – nonostante in uno spot recitasse «Tu sei futuro», all’orizzonte del rosso altoatesino iniziavano ad addensarsi le nubi dell’incertezza. L’inatteso divorzio, in febbraio, da Riccardo Piatti, lo storico coach con cui lavorava da sette anni, e la scelta di un nuovo team capeggiato da Simone Vagnozzi, sembrava non dare i frutti sperati. Con lui «sto di più in campo, privilegiamo la qualità sulla quantità… Ho sperimentato cose diverse, che prima non sentivo», aveva spiegato a Gaia Piccardi del Corriere della Sera, ribadendo la gratitudine verso Piatti e i meriti del lavoro con lui, ma anche sottolineando «che dopo un giorno con Simone mi sembrava di conoscerlo da vent’anni». Eppure, per l’altoatesino il salto di qualità non s’intravedeva.

Abituato a imparare anche dai campioni di altri sport, pronto ad andare a sciare con Lindsey Vonn, a incontrare Ibrahimovic a Milanello («la sua voce mi è rimasta stampata in testa»), a leggere la biografia di LeBron James, Jannik ha continuato a crederci e a lavorare. Dopo il ritiro a Parigi, ha annunciato l’inizio della collaborazione con Darren Cahill, già ottimo doppista australiano, che da allenatore ha portato Lleyton Hewitt a essere il più giovane sul primo gradino del mondo e, al contrario, nel 2003 ha aiutato André Agassi a diventare il più anziano giocatore in vetta al ranking. Stesso risultato raggiunto con Simona Halep, in vetta alla classifica femminile tra il 2016 e il 2017. Certo, neanche lui possiede la bacchetta magica, il tennis è il più complesso e sfaccettato degli sport individuali.

Però nei match contro Isner e Alcaraz, qualche novità tattica si è iniziata a vedere. Contro il gigante americano (208 cm), reduce da una convincente vittoria sull’idolo di casa Andy Murray, Sinner ha attuato un piano di bombardamento al corpo. Chi ha braccia e gambe lunghe si destreggia bene se può attivare gli arti nella loro ampiezza, mentre patisce le palle che arrivano addosso perché è più macchinoso nel coprire la figura. Per tutto il match Jannik gli ha servito in pancia, costringendo Isner a sbagliare spesso o a rimandare risposte innocue. La sfida contro Alcaraz, meglio posizionato di Sinner in classifica, era stata presentata come la sfida tra i due candidati al primato futuro. Considerato l’erede di Nadal, lo spagnolo è giocatore dagli enormi mezzi tecnici e atletici, che si galvanizza quando sale la temperatura agonistica e nei duelli prolungati con rincorse ai quattro angoli del campo. Contro di lui, Sinner ha accorciato gli scambi, puntato sui colpi d’inizio gioco, servizio e soprattutto risposta, sfruttato il tempo a disposizione tra uno scambio e l’altro. Così è riuscito a raffreddare la partita, conservando sempre un ottimo grado di lucidità, senza farsi condizionare dal fatto che l’avversario lo attendeva impaziente per avviare il gioco.

Se il tennis è uno sport globale, fatto anche di testa e di tempi, in certi momenti, sul rettangolo verde di Wimbledon è sembrato profilarsi il quadrato bianconero di una scacchiera, dove ognuno dei giocatori cercava di portare la sfida sul terreno preferito. Così, con la sua freddezza e la sua flemma, il rosso Sinner, ha vinto un grande match contro pronostico.

Oggi, davanti a una parete di nome Djokovic, quale strategia riuscirà ad allestire?

 

La Verità, 5 luglio 2022

 

Viva Wimbledon. Ma c’è telecronaca e telecronaca

Bisogna riconoscere a Sky Sport la capacità di fare del torneo di Wimbledon l’evento sportivo dell’estate. Operazione che, detto per inciso, non è riuscita alla Rai con i Mondiali di nuoto nei quali gli atleti italiani hanno battuto tutti i record di medaglie. Esempio: uno speciale sulla rinascita di Gregorio Paltrinieri non era fattibile? Si dirà, Sky ha tanti canali, la Rai uno solo (che per giunta, non si capisce perché, inibisce la funzione registrazione). Venerdì pomeriggio prima di trovare la semifinale del Settebello di pallanuoto è toccato fare zapping tra Rai sport, che trasmetteva la semifinale femminile dal trampolino di 3 metri (scomparsa dopo la terza serie di tuffi in favore della Nazionale femminile di calcio, nuovo totem mainstream) e Rai 2 (occupata dal Tour de France) fino a scovarla sorprendentemente su Rai 3, per fortuna ancora sullo zero a zero.

Si diceva dell’evento di Wimbledon. Quest’anno Sky ha introdotto lo studio volante (Eleonora Cottarelli) per dare ordine alla giornata, inviando all’All England Lawn Tennis and Croquet Club Stefano Meloccaro e Paolo Lorenzi per presentare i match, proporre profili e raccontare i tanti dietro le quinte. Poi ci sono le telecronache: Paolo Bertolucci con Elena Pero commentano le partite dei big sul centrale, Luca Boschetto, di solito con Laura Golarsa, racconta i match degli italiani, Fabio Tavelli aiuta a coprire la vasta offerta.

Ci sono le telecronache competenti e tattiche che spiegano gli errori nell’esecuzione dei colpi, utili anche al giocatore di club che voglia migliorarsi, e che si chiedono cosa deve fare il giocatore più debole per contrastare l’avversario. Gli esempi sono Piero Nicolodi e Diego Nargiso e soprattutto Pero-Bertolucci. È significativo che gli ex campioni scelgano un profilo basso (in qualche caso è basso anche il tono di voce). Ci sono le telecronache enfatiche, che invece alzano sia il profilo che la voce per esaltare la spettacolarità dei colpi. Infine, ci sono le telecronache inutilmente enciclopediche, che sfoderano valanghe di cifre, precedenti, classifiche, risultati di match in contemporanea di altri tornei… È tipico di chi vuole esibire conoscenze e si piace e compiace di quello che fa eccedendo nelle informazioni, creando un sottofondo poco ascoltabile che non sempre aiuta a capire l’evoluzione della partita. Anziché fare da contrappunto al fatto agonistico lo si copre di nozioni e pettegolezzi come accaduto durante la cronaca di Sinner-Isner quando, preso dalla foga, Boschetto è riuscito a dire che sono due cognomi «quasi acronimi». Neanche Sky Sport è perfetta.

 

La Verità, 3 luglio 2022

Tennis, il ricambio generazionale è a un passo

Dunque, Dominic Thiem (27 anni) e Daniil Medvedev (24) hanno battuto Novak Djokovic e Rafa Nadal, numero uno e due del mondo, e si giocheranno il titolo di Maestro del 2020, anno anomalo anche per il tennis. Solo chi non ha seguito con attenzione lo svolgimento dei turni dei due gironi può parlare di sorpresa. Per dire: Thiem ha battuto Nadal con due tie break al culmine di uno dei match più spettacolari e avvincenti dell’anno, Medvedev ha rifilato un doppio 6-3 a uno svogliato Djokovic. Anche nel 2019 Nadal e Djokovic non arrivarono in fondo alle Atp Finals, fermati addirittura nei rispettivi Roun robin, e la finale fu tra Thiem e uno Stefanos Tistsipas che, in stato di grazia, la conquistò motivando previsioni di un futuro in vetta al circuito che, invece, sembra almeno posticipato. Il torneo che chiude l’anno tennistico ha sempre qualcosa di strano e imprevedibile e forse non può essere preso come oro colato dei reali valori in gioco. Basta pensare che Nadal non l’ha mai vinto, anche perché si disputa sul veloce. I test più probanti sono gli slam lunghi due settimane e al meglio dei cinque set. Tutto vero, però.

Le due semifinali di ieri erano già in partenza molto incerte e, da ciò che si era visto, Rafa e Nole non partivano con un gran favore dei pronostici. Qui il mio tweet. https://twitter.com/MCaverzan/status/1330089069397897219

Il campo ha poi confermato l’impercettibile appannamento che da un po’ sembra avvolgere il numero uno del mondo, meno spietato e invalicabile del solito. Come se la routine e l’abitudine a vincere stessero togliendo smalto al suo gioco. Thiem si è dimostrato più protagonista, in possesso di una condizione atletica straripante e di una superiore fiducia nei propri mezzi, che gli hanno consentito di rimontare da 0-4 nel tie break decisivo dopo quasi tre ore di un match tesissimo giocato punto a punto. Nadal sembra iniziare a pagare le fatiche del suo tennis ultra dispendioso, in difficoltà a reggere la regolarità e al tempo stesso l’assoluta imprevedibilità del tennis di Medvedev. Nel terzo set è apparso stanco, con gli occhi infossati. Ha provato a variare intensificando le discese a rete, ma venendo spesso infilato o mancando di precisione nelle volée. Destino che lo accomuna a Djokovic, anche lui spinto a un gioco d’attacco per uscire dal palleggio titanico di Thiem. Sorte paradossale: due giocatori come Nadal e Djokovic scelgono il gioco a rete per non subire quello da fondo campo dei propri avversari.

Forse è presto per dire che l’atteso cambio generazionale è avvenuto. Come detto, le Atp Finals sono probanti fino a un certo punto, tanto più al termine di un anno così particolare. Però, viste le personalità dei protagonisti – senza scordare del tutto Tsitsipas (22) e dando il tempo necessario alla maturazione di Jannick Sinner (19) – forse si può iniziare a dire che nuovi Fab four si affacciano.

Un dio greco sta scalando l’Olimpo del tennis

Forse abbiamo trovato il numero uno del futuro. È un eroe greco di ventun anni, capelli biondi e un filo di barba che incornicia il profilo da Jesus Christ superstar (copyright Fabio Fognini). Si chiama Stefanos Tsitsipas, è figlio di Apostolos, il padre manager, e di Julia Salnikova, ex tennista russa. Domenica a Londra, al culmine di una settimana di grande tennis e di un match lottato punto su punto con Dominic Thiem, ha conquistato la coppa di «Maestro dei maestri», è questo il titolo che si assegna alle Atp Finals, storicamente chiamate Masters, tra gli otto migliori giocatori della stagione. L’attimo degli astri, però, quello che aveva distillato i segni degli dei era scoccato la sera prima, quando, con un ace, Stefanos si era aggiudicato gioco, partita, incontro, battendo l’idolo dell’adolescenza, il modello inarrivabile, il dio del suo olimpo di giovane ateniese, quel Roger Federer di 17 anni più esperto di lui. Non era solo un risultato contro pronostico, una discreta sorpresa basandosi su ciò che si era visto nei giorni precedenti, il tennis angelicato con il quale Roger aveva surclassato un buon Novak Djokovic, e la lotta di quasi tre ore che aveva costretto proprio Tsitispas a inchinarsi al solito, indomito, Rafa Nadal. Non era solo un risultato inatteso, forse anche un passaggio di testimone, tanto il tennis di Roger e quello di Stefanos sono accostabili per completezza, fantasia, estetica: più calligrafico quello dell’eroe svizzero, più impetuoso, anche per ragioni anagrafiche, quello del discepolo ellenico. Dopo quell’ace definitivo, Stefanos aveva lasciato cadere braccia e racchetta, abbandonandosi al sorriso radioso della felicità.

A volte, nello sport sono i piccoli indizi a suggerire che qualcosa sta accadendo. Sfumature appena accennate nella tavolozza dei fatti e delle colorazioni primarie. E servono poi tante altre pennellate a farle diventare poco alla volta dominanti. Protagoniste del cambio di passo, avvento di una nuova stagione. Rivisitato a posteriori, il Masters di Londra 2019 (dal 2021 al 2025 si disputerà a Torino) potrebbe essere l’evento che ha inaugurato la svolta, gettando le basi del cambiamento. Da un po’ ci si chiede chi succederà ai Big Three, chi verrà dopo la meravigliosa epoca regalata da Federer, Nadal e Djokovic con i loro talenti cristallini, le loro tempre così diverse e complementari nel rivaleggiare e superarsi di continuo, lassù al vertice dello sport individuale più complesso, affascinante e poliedrico che esista. Forse abbiamo trovato la risposta in questo ragazzo di un metro e 93 per 85 chili che già agli Australian Open di gennaio aveva eliminato re Roger.

Corsi e ricorsi, qualcuno potrà obiettare. Già nel 2018 Zverev aveva sconfitto Federer in semifinale e Djokovic in finale. E già allora molti avevano pronosticato un futuro da numero uno al giocatore tedesco, figlio di genitori russi. Ma le previsioni sono fatte per essere contraddette, appunto. E, pur mantenendosi a livelli eccellenti, il 2019 di Zverev non ne ha confermato le ambizioni, palesandone alcuni limiti tecnici e di temperamento. Per contro, di Tsitsipas impressionano le doti di personalità e la solidità del tennis in tutte le zone del campo: di dritto e di rovescio, in attacco e in difesa, di potenza e di ricamo, nei colpi di rimbalzo e in quelli al volo, nei campi veloci e in quelli in terra rossa. Il greco non teme di sfidare Nadal sulla diagonale di sinistra, il suo rovescio contro il dritto arrotato di Rafa, o Federer sulla traiettoria da destra, dritto contro il dritto dello svizzero. E, caratteristica dei fuoriclasse, sa giocare da protagonista i punti importanti dei match, con una maturità di molto superiore ai suoi 21 anni. Alle finali londinesi, Nadal e Djokovic si sono fermati nei gironi di round robin, i due minitornei tra 4 giocatori che servono a laureare i 4 che disputano le semifinali. Solo Federer vi è approdato, poi eliminato dal greco. Gli altri due semifinalisti erano Alexander Zverev, 22 anni, e Dominic Thiem, 26: 3 rovesci a una mano su 4, per la gioia degli esteti. Quel che più conta è che il ricambio generazionale appare avviato. E sembra ben avviata l’ascesa del più giovane di tutti, il greco protagonista di un gioco coraggioso e «completo» (l’aggettivo più ribadito da Paolo Bertolucci in sede di commento), senza schemi fissi, perché privo di punti di debolezza.

Nelle previsioni sportive il «forse» è d’obbligo e vedremo nei prossimi mesi. Di sicuro, soprattutto negli slam che si disputano 3 set su 5, i Big Three renderanno vita dura alla next gen che scalpita. E nella quale, per altro, non vanno dimenticate le ambizioni della nuova piccola leva italiana. Dopo Adriano Panatta, nel 1975, e Corrado Barazzutti, nel 1978, usciti senza vincere un match, Matteo Berrettini, appena iscritto al club dei top ten, è stato il primo italiano a tornare alle finali dei migliori otto e il primo in assoluto a vincere una partita (contro Thiem). In questo 2019 è stato protagonista di una crescita straordinaria e le doti sia tecniche che mentali fanno molto ben sperare. Berrettini è un giocatore moderno, diverso da tutti quelli che abbiamo avuto finora, potente nel servizio e nel dritto da fondo campo, ma anche in possesso di buon tocco. Ancor più vertiginosa sembra la crescita dell’altoatesino Jannik Sinner appena diciottenne e fresco vincitore delle finali milanesi della Next Gen (e del challenger di Ortisei) che hanno preceduto quelle dell’intero circuito. Se a Berrettini «bisogna dare tempo», come ha suggerito Panatta pronosticandone un futuro ai piani alti, ancor più bisogna avere pazienza con Sinner, promettentissimo puledro purosangue, affidato alle mani esperte di coach Riccardo Piatti.

Nell’attesa, freghiamoci le palme delle mani. La splendida epoca dei Big Three resterà sicuramente irripetibile. Ma chissà, se le promesse dei nostri atleti troveranno conferme, anche per gli italiani il futuro potrebbe riservare ruoli da protagonisti.

 

La Verità, 19 novembre 2019