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«Veneriamo la tecnologia come una religione»

L’anagrafe conta fino a un certo punto. Paolo Giordano ha 35 anni ed è il più giovane vincitore del Premio Strega. Lo conquistò nel 2008, a 25 anni, con La solitudine dei numeri primi, il suo primo romanzo, che quell’anno vendette oltre un milione di copie e divenne un film con la regia di Saverio Costanzo. In Divorare il cielo (Einaudi) torna a raccontare una storia di formazione di un gruppo di ragazzi, ultratrentenni come lui, che passano dalla fede religiosa al credo ecologista alla rivoluzione digitale. L’anagrafe conta fino a un certo punto: «Dovrei sentirmi più vicino ai millennials», riflette. «Invece, mi rendo conto di essere più affine al sistema di pensiero dei miei genitori». Lo incontro in un locale di Torino.

Divorare il cielo è un romanzo sul bisogno di credere in qualcosa?

«È un romanzo sulla difficoltà di scegliere in che cosa credere. E sulla forte instabilità che ha una forma di credo oggi. Non solo per un fatto antropologico, ma anche per la complessità del mondo contemporaneo. Credo sia una difficoltà di molti».

È un romanzo sulle ideologie o sul desiderio di dare un significato all’esistenza che accomuna tutti?

«Sono refrattario a tutto ciò che ha a che fare con le ideologie, perciò mi sembra impossibile definirlo un romanzo ideologico. Sicuramente c’è un tratto anagrafico comune a persone che vivono a cavallo del millennio. Il che non vorrebbe dir niente se non fosse per il cambiamento radicale che è avvenuto. Veniamo da un secolo d’ideologie dominanti e siamo entrati in un nuovo secolo, dominato dalla polverizzazione o dall’atomizzazione. Delle ideologie non ho alcuna nostalgia, dell’attitudine a credere un po’ sì».

Secondo lei i millennials come cercano il senso della vita?

«Non è facile capirlo. Ho 35 anni e dovrei essere vicino ai millennials, invece, come struttura di pensiero, mi sembra di essere più affine ai miei genitori. Sono curioso di vedere come recepiranno il libro i più giovani, quando li incontrerò nelle scuole. Forse vediamo più differenze di quelle che in realtà ci sono».

Trenta o quarant’anni fa c’erano la Chiesa, i partiti, lo sport. Ora, mentre questi riferimenti appaiono più lontani, si affermano nuovi maestri e nuovi luoghi. Il cambiamento è stato in meglio?

«Non vorrei che il libro fosse inteso come una dichiarazione sui padri e sulle madri. La mia riflessione è sul bisogno di maestri più che sul fatto che quelli che ci sono hanno fallito oppure no. Il mondo ha accelerato, tenergli dietro è difficile per chiunque».

Però glielo chiedo: padre e madri hanno fallito o no?

«Forse non tutto è passato da una generazione all’altra. Lo dico anche a proposito di come ci si oppone a un sistema, di come si coltiva il proprio pensiero all’interno di un solco. I personaggi del libro sono un po’ tutti gettati nel mondo».

Non mettere radici profonde genera instabilità.

«Un progresso così rapido e complesso come quello di questi decenni ha fatto invecchiare rapidamente certi ancoraggi, mettendoci di fronte a tante opportunità anche morali, per cui oggi tutto risulta più difficile. I protagonisti del libro a un certo punto si danno regole precise. Il rispetto della natura diventa il comandamento massimo, per il quale sono disposti al sacrificio. Ma quando emerge un desiderio nuovo come quello di un figlio, che la natura da sola non appaga, si allontanano dal solco. Le generazioni più giovani vivono dentro questa discontinuità, questa incertezza. Io stesso la vivo».

Il mondo collegato alla rivoluzione digitale è la nuova religione dei millennials, un credo fatto di like, visibilità e narcisismo in tutte le sue varianti?

«Sono d’accordo sul fatto che un certo tipo di tecnologie siano oggi oggetto di venerazione. Se dovessi scegliere una fede dominante, direi proprio quella, con tutto il corollario di personalità carismatiche che ruotano lì attorno. Steve Jobs su tutti. Nel romanzo avevo idea di approdare lì fin dall’inizio, ma per arrivarci con senso sono dovuto partire da lontano. Nel momento in cui i ragazzi scappano e trovano l’ennesimo nascondiglio, in Germania, la loro attenzione si rivolge proprio al Web, ad Amazon… Inoltre, non è un caso che la prima frattura fra Bern e Cesare (il giovane e l’adulto della storia ndr) avvenga per l’acquisto di un computer».

È casuale che i protagonisti abbiano genitori distanti non solo geograficamente?

«Non è casuale. Anche se la narratrice viene dal quadro più borghese e solido possibile. Una costante dei miei libri è il tentativo di definire che cosa sia famiglia. Temo si stia tentando di definirla in un recinto molto stretto, mentre io la vedo come una realtà diramata ed estendibile».

Non è più il luogo dell’educazione e della testimonianza?

«Lo è, ma non necessariamente nella struttura tradizionale, che si dimostra non al passo con i tempi».

Il passo dei tempi ci sta dando un uomo più felice?

«Forse no. Ma di sicuro ci chiede una forte versatilità e adattabilità. Il cambiamento è molto più epocale e rapido di quanto ci accorgiamo. Quand’ero studente, 15 0 20 anni fa, i figli di separati erano anomalie. Tra i genitori dei ragazzi di oggi ci sono famiglie ricomposte, monogenitoriali, sovrabbondanza di padri e madri. Alla politica e al buon senso comune sta decidere se trattarle come errori o rendere più elastici i bordi delle definizioni. La rigidità con cui il sistema si oppone o le esclude genera solo stati di sofferenza».

I rapporti tra i ragazzi vengono messi alla prova dal desiderio di essere padri e madri. Perché anche questo oggi è complicato?

«Perché il futuro spaventa di più. L’incertezza è anche economica. C’è un senso di precarietà diffuso che aumenta il grado di responsabilità».

Per avere un figlio ricorrono alla fecondazione eterologa, imbattendosi in ambienti e medici ambigui.

«In Italia, fino a pochi anni fa, sulla fecondazione assistita c’era un vuoto legislativo che veniva colmato da persone animate dalle loro convinzioni o da obiettivi più ambigui; più spesso da una strana commistione delle due cose. Se la politica non pensa a regolamentare certe esigenze reali, chi le avverte e agisce di conseguenza rischia di passare per criminale. Come accadeva ai tempi dell’aborto clandestino».

Cosa pensa del ricorso alla gestazione per altri?

«Non ho una linea tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Per me l’unico criterio discriminante è la sofferenza delle persone».

Oggi facciamo nascere figli in tutti i modi oppure li sopprimiamo se indesiderati. Questo ventaglio di opzioni in contraddizione tra loro è vero progresso o sintomo di egoismo?

«Non lo so. Ho un atteggiamento iper laico su questi argomenti. Penso che il punto sia la grande impreparazione di tutti noi riguardo alle tante possibilità che abbiamo. Riportare il dibattito indietro, a livello politico e ideologico, è assurdo. Credo che dobbiamo educare il nostro senso critico per saper entrare nelle situazioni reali».

Dopo l’esperienza religiosa, i ragazzi del romanzo diventano ecologisti insurrezionalisti. Ha tratto ispirazione dai movimenti NoTav che hanno base a Torino? È un credo credibile?

«Se il romanzo fosse stato ambientato in Piemonte, sì, quei ragazzi avrebbero partecipato alle azioni NoTav. Le cause ecologiste sono territorializzate. In Puglia ci si batte contro l’abbattimento degli ulivi. Io non prendo parte, non l’ho mai fatto, sono sempre diviso. M’interessava capire dove un giovane oggi può investire le sue energie di protesta».

Protesta che sconfina nella violenza e nel terrorismo. A tratti viene in mente Pastorale americana.

«È un libro scritto negli anni dell’ultima ondata di terrorismo. C’è la genesi di un terrorista, di un integralista».

Pur di credere in qualcosa si può diventare terroristi: la società contemporanea non ha spazi che rispondano alla ricerca di senso?

«In modo significativo, non saprei. Ci sono tanti palliativi».

Tipo?

«Lo yoga in palestra, le diete bio, le vacanze ecosostenibili, le grandi camminate in montagna. Anche l’idea di mettere al mondo dei figli può diventare una forma di appagamento spirituale. Oppure, l’ambizione di costruire un piccolo mondo immune dalle regole del mercato. Avendo sgretolato i grandi sistemi spirituali, la ricerca di un credo si distribuisce e si frammenta».

Che giudizio dà dei media?

«Sono un disastro. Hanno abdicato alla responsabilità di fare da guida. Famiglia, fecondazione, ambientalismo sono questioni capitali: visto che la politica latita, mi aspetterei dai media una funzione di supplenza, un lavoro che aiutasse a creare consapevolezza e discernimento. Non vedo niente del genere».

La letteratura che ruolo può avere?

«Può provare a dissodare le coscienze. Può far sorgere domande scomode. Se una cosa non ti tocca personalmente è facile tirare la riga della moralità: di qua sì, di là no. La letteratura aiuta ad attraversare questa linea, a spostarla o a toglierla del tutto».

C’è chi ritiene che le serie tv siano la letteratura del futuro: concorda?

«Le serie mi piacciono, ma non le amo. Non sottoscrivo l’identificazione tra serie e romanzi. La narrazione televisiva sfrutta il romanzesco e i romanzi devono fare i conti con la serialità, ma la struttura è diversa. Le possibilità di profondità che il romanzo consente sono inavvicinabili anche dalle serie più riuscite. Credo che l’impegno di leggere un romanzo, se lo è davvero, offra un premio molto maggiore».

Tornando a Divorare il cielo, il suo bisogno di credere ha trovato casa?

«Se la domanda secca è se credo in Dio, la risposta è sì. Ma…».

La domanda è se ha trovato qualcosa che risponda alla sua ricerca di felicità?

«Diciamo che ci sto lavorando».

 

La Verità, 24 giugno 2018

 

Ferretti, il punk convertito non rilevato dai navigatori

Vive in un posto fuori dal mondo, ma ben dentro il mondo. Andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti all’indomani del successo di Trump vuol dire regalargli una vittoria facile. Non tanto per l’esito del voto, quanto per la fragorosa sconfitta dei media. «La notte dei risultati guardavo la tv. Giornalisti e commentatori fissavano le loro macchinette, i loro tablet, e non dicevano niente. Erano allibiti. La corrispondente della Rai osservava la carta degli Stati: Hillary Clinton ha vinto in tutte le città, ma ha perso la Casa Bianca. Quando contano la quotidianità e la vita reale, la campagna esiste ed è in grado di scardinare luoghi comuni, sondaggi e analisi. Nel ventennio tra i Sessanta e gli Ottanta le nostre generazioni hanno sopravvalutato il potere salvifico della musica», ammette Ferretti. «Negli ultimi decenni abbiamo mitizzato i media e la tecnologia. Crediamo di essere connessi con il mondo stando davanti alle macchinette. Io credo che siamo più connessi guardando fuori dalla finestra, seguendo le stagioni, osservando il creato. Oggi piove e questo modifica il mio agire: lo so e lo capisco immediatamente, anche se ignoro le determinazioni del Protocollo di Kyoto».

Sessantenne, fondatore del gruppo punk Cccp – Fedeli alla linea e poi dei Csi (Consorzio suonatori indipendenti), uno che negli anni ’80 sfoggiava cresta viola, catene e stivali militari, dopo una lunga stagione filosovietica si è riavvicinato al cristianesimo. Fa ancora il cantante e il cantastorie, pochi concerti per mantenersi. Porta in giro gli spettacoli di «Teatro barbarico» con Marcello Ugoletti, «il signore dei cavalli», una ventina. Cerreto Alpi è un paese di 60 anime, adagiato a 1000 metri sui crinali dell’Appennino emiliano che digrada sulla Liguria. Un paese di pastori, battuto da venti ruvidi, il centro abitato più grosso si chiama Ventasso. Se lo digiti sul navigatore esce «corrispondenza non trovata». Eppure è un posto vitale, dove alcuni giovani hanno deciso di restare. È nata la Fondazione Giovanni Lindo Ferretti, «la più scalcagnata che esista», poi c’è la cooperativa che gestisce il Circolo sportivo e culturale, il bar e le feste d’estate, quando il Cerreto si popola. «Queste attività non derivano da un progetto, ma dalla vita che progredisce. Sono sempre più insofferente alle ideologie. M’interessa fare le cose, non discuterci sopra. Lavoro per la conservazione e la rigenerazione del vivere in montagna».

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

La casa dove Ferretti è tornato a vivere all’inizio dei Novanta è un rustico con stanze grandi e senza porte. «Dicendola in sintesi, io ho salvato questa casa e lei ha salvato me. I miei vecchi l’avevano modificata per rimuovere i ricordi della guerra, sebbene avesse una storia antifascista, cattolica e tradizionalista. C’erano le volte a crociera, i mobili di famiglia. Qualcosa sono riuscito a conservare, ma abbiamo perso molti pezzi. Qui c’era e c’è la cucina. Sotto, le stalle». Il piano superiore è un grande open space di legno con molti posaceneri – Ferretti fuma come un turco – e librerie fino al soffitto. «Ho uno spacciatore di libri usati e poi compro volumi di storia dell’arte e storia della Chiesa, di montagna, cavalli e pastorizia. Fu durante un viaggio in Mongolia che decisi di vivere qui, non solo di abitarci. Nel deserto dei Gobi avevamo preparato il campo per la notte. Era il tramonto, mi sono allontanato salendo su una collina. E ho realizzato che nelle case dei pastori dov’ero stato per due settimane avevo visto le stesse abitudini, gli stessi sorrisi, le stesse cose di quand’ero bambino. Allora, ho pensato che dovevo riscoprire la mia infanzia». Lei però viveva già qui da parecchi anni. «Sì, ma ero sempre in giro. Il buono è che con i concerti dei Csi avevo guadagnato un po’ di soldi. Mentre la casa cadeva a pezzi. Eravamo nel 1999, fine secolo e fine millennio. Ho mandato mia madre e mio zio al mare e, con un ingegnere e un architetto, abbiamo cominciato a lavorare. Dovevamo finire per novembre, ma l’inverno ci ha sorpresi. È piovuto per quattro giorni e quattro notti, abbiamo rischiato l’alluvione. Dormivo qui, non c’era il tetto, di notte mi alzavo a spalare la neve per non rimanere bloccato. Poco alla volta abbiamo rifatto il solaio… Mia madre è tornata il 24 di giugno, San Giovanni. Entrando predisse i commenti dei miei amici: “Cazzo, che bella casa!”, e quelli delle sue amiche: “Che casa di merda!”. Indovinò». Il meglio doveva ancora arrivare. «Dopo l’estate cominciai a star male. Un disagio che credevo psicologico, dovuto alla nausea dello stare sul palco. Mi dolevano le mani, pensavo fossero reumatismi causati da quell’inverno al freddo. Era un tumore alla pleura. Quando asportarono la massa tumorale i medici rimasero esterrefatti perché, nonostante il tabagismo, i polmoni erano perfettamente sani, immuni persino dal fumo passivo. Ebbi la conferma che la vita è qualcosa di misterioso. Ora quando mi dicono che fumo come un turco, rido. Penso di far parte di quel 25 per cento di esseri umani che non patisce conseguenze dalla frequentazione del tabacco».

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante abbia avuto un tumore alla pleura

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante un tumore alla pleura

La giornata di Ferretti è piuttosto atipica per una persona che sta nell’Appennino. Sveglia tra le 7 e le 8, colazione con lo zio novantenne. Un paio d’ore dedicate alla scrittura e alla lettura dei giornali. Dopo pranzo un po’ di riposo e ancora lettura e cura dei cavalli. «D’estate c’è molto più da fare. Da qualche anno ci siamo proposti di recuperare le feste tradizionali, il 24 giugno, la Festa del ritorno dalla transumanza, e il 9 settembre. Per le persone che stanno qui d’estate, in alternativa alle Notti bianche, abbiamo inventato la Notte oscura: per contemplare le stelle, ascoltarci, godere il silenzio. Abbiamo ideato degli spettacoli senza elettricità, con il fuoco e i cavalli. Così è nato il teatro equestre. Niente di forzato: mostriamo alla gente quello che Marcello è in grado di fare, attualizzando il patto di mutuo soccorso tra uomini e cavalli che risale alla notte dei tempi».

Algeria, Sudafrica, Jugoslavia, Mongolia, Russia, Gerusalemme: ha viaggiato parecchio, Ferretti, come ha raccontato, con scrittura ancestrale, nel bellissimo Reduce (Mondadori). «Io sono il terminale di un cammino e di una devozione lunghissima. Ho riabbracciato la mia storia, la tradizione. Come tanti giovani ho provato di tutto per trovare la mia strada. Il campionario delle mode culturali ti offre dal buddismo tantrico ai fiori di Bach per garantirti un benessere, più o meno artificiale. Ma nemmeno l’appagamento artistico e culturale possono rispondere alle domande di senso. Restava sempre un vuoto, una mancanza, che solo l’incarnazione del cristianesimo è riuscita a colmare. Più che un semplice fatto logistico, il ritorno a casa ha rimesso a posto il mio errare. Oggi vedo che c’è differenza tra una giornata in cui c’è spazio per la preghiera e una in cui non ce n’è. Quando assistevo mia madre malata di Alzheimer, a una certa ora la situazione peggiorava. Allora recitavamo il rosario, lentamente. Pian piano si calmava. Quel momento modificava la realtà, il resto non m’interessa. Le letture psicologiche, le obiezioni razionaliste: guardo tutto con ironia. Come guardo con una certa perplessità le esortazioni a essere un cristiano perfetto, missionario». Sta parlando del Papa? «Non precisamente. Però papa Francesco non mi piace. Il Papa è il Papa e non sono io a dire se va bene o no. Non mi piacciono le sue posizioni sull’immigrazione e le guerre mediorientali. È difficile ascoltare un Papa che usa il linguaggio di Hillary Clinton e dice l’esatto contrario di quello che dicono i patriarchi del Medio Oriente. Per fortuna non siamo nel campo della dogmatica. No, il mio non è un cristianesimo individualista e spiritualista. Credo che per essere cristiani non sia necessario essere santi o mistici. Abbiamo dimenticato la dimensione sociale della fede, la devozione comunitaria, che per me è molto importante. Ho un padre confessore, padre Maurizio, che mi accompagna. Sto con il salmista quando dice che “il mio peccato mi è sempre davanti”. Quando qualcuno sfoga le sue frustrazioni gli consiglio di andare a confessarsi. Perché non possiamo riconoscere la nostra colpa e accettarci come creature? Ci crediamo padroni del mondo. In pochi anni abbiamo vissuto una rivoluzione antropologica per la quale pretendiamo figli a nostra immagine e somiglianza anche se siamo omosessuali. E crediamo di governare gli Stati con gli algoritmi delle nostre macchinette. Poi si va a votare e vince Trump. E magari un campagnolo analfabeta l’aveva intuito meglio di tanti analisti del web».

È arrivata l’ora di risalire in macchina per tornare nel mondo rilevato dal navigatore.

 

La Verità, 13 novembre 2016

Tamaro: «Perché ho rinunciato a entrare in politica»

Una fiaba ai tempi di Instagram. Una grande allegoria con riferimenti religiosi nell’èra dei social network e della connessione h 24. S’intitola La tigre e l’acrobata (La Nave di Teseo, pagine 184, euro 16) il ventitreesimo libro di Susanna Tamaro. Una chiacchierata con lei, sul libro e non solo, aiuta a rimettere in ordine le gerarchie. Soprattutto, a rimettere al centro la persona, con le sue domande.

Perché una favola? C’è bisogno di trovare nuovi modi per comunicare attraversando il frastuono dei media?

«Sì, certo. Amo il linguaggio della fiaba fin da ragazza. È il linguaggio dei bambini e i racconti fiabeschi sono le scarpe con cui ho camminato a lungo. Oggi sento il bisogno di provare a riempire le parole vuote delle tante narrazioni da cui siamo circondati. Anche le fiction rischiano di impoverire le parole della letteratura. La fiaba è un genere classico, che usa gli archetipi dell’inconscio e permette di andare oltre la narrazione mondana».

È soddisfatta del risultato?

«Molto. È stato il libro più difficile da scrivere. Un libro complicato, che mi ha richiesto due anni di lavoro. In ventitrè libri questa è stata l’unica volta in cui mi sono interrotta non per qualche giorno. Per nove mesi sono stata senza scrivere, col libro aperto. Finché l’ho ripreso… Spero si legga d’un fiato».

Assolutamente, è una favola per adulti.

«Dai 14 ai 100 anni. Ha tanti lettori preadolescenti e anche più stagionati perché ha molti livelli di comprensione: ognuno percepisce il proprio».

La tigre è Susanna Tamaro?

«Lo ammetto, c’è molta autobiografia. Due anni fa quando tenevo una rubrica di aneddoti e racconti su Avvenire mi veniva spesso in mente l’immagine di una tigre. Finché ho deciso di metterla da parte, pensando che avrebbe potuto scaturirne qualcosa di nuovo. È un animale pregnante. C’è anche una poesia di Thomas Stearns Eliot – Gerontion – che parla di Cristo come tigre».

C’è anche un film di Benigni intitolato La tigre e la neve.

«È vero, me n’ero dimenticata. Anche quella è una specie di favola… Di recente avevo letto un libro di John Vaillant intitolato proprio La tigre (Einaudi), un reportage in Siberia».

I sentimenti dominanti nella prima parte della storia sono l’innocenza e un senso di estraneità al mondo. Anche qui molta autobiografia?

«Certo, la tigre vive un’incapacità a essere tigre fino in fondo. Fin da bambina mi sono sempre sentita estranea a ciò che avevo intorno. Guardavo le cose da fuori, m’interrogavo sul senso delle azioni. Come tante persone sensibili, massimamente gli artisti, mi ponevo le domande fondanti sull’esistenza. Questo atteggiamento può creare una distanza da ciò che ti circonda».

È un’estraneità anche nei confronti della società contemporanea?

«Mi sento molto fuori da questo tempo. Non riesco a capire, a seguire, c’è una velocità che rende difficili le cose. Credo che gran parte della mia generazione provi questa sensazione. Siamo nati quando non c’era ancora la tv nelle case. Ora è tutto veloce, anche un po’ fuori controllo».

Che rapporto ha con la tecnologia? È tutto oro quello che si connette?

«La tecnologia porta un mare di vantaggi in tutti i campi, chi può negarlo. Però ci vuole molta consapevolezza. Io non sono appassionata di elettronica, ma il tablet è una bacchetta magica moderna. A me piacciono gli animali: con il tablet la camera si riempie di giraffe, cammelli… Una tentazione e una distrazione irrefrenabili. Però la sera cominci a navigare e vai a letto nervosa, con un senso di vuoto perché ti sembra di non aver fatto niente. Serve un’autodisciplina, di tempo e di scopo. Usare la tecnologia per obiettivi precisi. Per i bambini il discorso è ancora più delicato».

Sono più indifesi.

«I bambini vanno protetti perché il cervello umano è una cosa plastica, che procede per fasi. Ogni funzione ha un tempo di apprendimento. C’è un’età in cui il bambino impara a parlare, poi a camminare, a leggere… Se lo riempi di nozioni e atti non necessari in quel momento, puoi ritardare l’apprendimento della funzione per cui è predisposto. Se gli insegni che con un click risolve il problema, azzeri il suo cervello, non lo alleni, non favorisci la creatività ».

Anche la frase «tra la libertà e il potere ho scelto la libertà» sembra aver a che fare con lei.

«È il motto della mia vita. Negli anni del grande successo avrei potuto fare qualsiasi cosa. Una volta una giornalista mi disse: “Finalmente ha raggiunto quello che tutti desiderano”. “Cioè?”, chiesi io. “Andare a cena con tutti i politici”. Giuro che non mi è mai venuto in mente nemmeno come desiderio; semmai come incubo».

Una scelta di potere quale sarebbe stata?

«Varie cose, oltre alla politica. Accettare contratti editoriali con molti zeri, programmi televisivi, entrare nel giro dei premi e dei circoli letterari».

Se n’è tenuta a debita distanza scegliendo di vivere in Umbria. Anche la tigre del libro non vede l’ora di evadere dal circo.

«Nel circo le tigri anziane le dicono: alla lunga ti adatterai, ti piacerà stare qui, ti piacerà il successo. Il circo è la metafora di un mondo con il quale ognuno deve fare i conti. Per lavoro, per sopravvivere, per convivenza civile. Situazioni nelle quali prevalgono quasi sempre logiche di potere. La vita mondana non fa per me. Uno scrittore deve lavorare molto, stare in solitudine, studiare. Ha tempi lenti che confliggono con quelli della modernità».

Anche la metropoli non fa per lei?

«A proposito di fiabe, c’è quella famosa di Esopo. Quando vado a Roma, mi sento come il topo di campagna che va in città e si trova sempre in affanno. Non ho più i riflessi adatti… E poi la campagna è una miniera per la scrittura che ha bisogno di immagini e metafore».

Lei è pessimista a riguardo della natura umana? Nel libro gli uomini non fanno una bella figura.

«Mediamente non la fanno. La natura umana è sempre stata terrificante. Adesso vediamo e ascoltiamo di più, ma questo ci fa sentire ancora più terrificanti. La post modernità ha demolito le basi della natura umana».

In che senso?

«Nel senso che si ritiene che solo il nostro desiderio ci crei e ci definisca».

Si riferisce alla teoria gender, in base alla quale la persona può stabilire il proprio genere di appartenenza?

«È un esempio. Si crede che tutto dipenda dalla cultura e poco o niente dalla natura. Penso che dobbiamo imparare a riconoscere ciò che siamo. Ciò che viene prima di noi. In una torta la cultura è come la glassa di cioccolata. Mentre la natura è tutto il resto, che sorregge la guarnizione. Oggi si tende a disconoscere anziché a riconoscere. Chi trascorre gran parte della vita dentro gli uffici nelle metropoli non è facilitato, perché perdendo il contatto con la natura dimentica quanto ne siamo parte, quanto ne siamo espressione. La distruzione della natura, la scomparsa della distinzione tra bene e male, l’arbitrio assoluto portano confusione nelle nostre vite».

Poi ci sono eventi come il terremoto. Lì in Umbria l’avrà sentito…

«Per fortuna ho Ia casa antisismica, ha oscillato parecchio ma è ben ingabbiata. Vivevo in Friuli e rimasi molto scioccata dal sisma del ’77. Quando mi sono costruita la casa qui la prima cosa a cui ho pensato è stata di farla antisismica. La terra che trema è interiormente destabilizzante perché dà la percezione della nostra precarietà. Siamo scossi dentro e, per tornare al discorso di prima, sperimentiamo in modo tragico che la natura è molto più potente della cultura».

Però continuiamo a rifiutare l’idea che l’uomo è un essere fragile, che dipende.

«Una certa cultura ha perversamente predicato il diritto alla felicità. Pensare che la vita sia una passeggiata è una falsità. La cultura contadina di qualche decennio fa ci insegnava che è fatta di scogli da affrontare e superare. Se ci si riesce».

Nel libro l’acrobata ridà la libertà alla tigre. Vede qualche acrobata nel nostro presente?

«L’acrobata rappresenta l’innocenza della grazia che libera dalle catene. Oggi non ne vedo molti in giro. Però c’è grande esigenza di trovarne. Qualche tempo fa ho letto un articolo che parlava dei nuovi eremiti delle montagne e della gente che ci va a parlare. Il frastuono generale rende impossibile far giungere parole liberatorie. Ma c’è enorme bisogno di parlare di cose fondanti, anche fuori dalle istituzioni preposte».

A un certo punto la tigre si convince che «bisogna essere in due per cambiare le cose».

«È la relazione che porta la salvezza. L’individuo da solo riproduce la propria ambiguità. Ricade schiavo del potere e della propria ambizione smisurata».

 

La Verità, 4 novembre 2016