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Le distopie di Black Mirror sono dietro l’angolo

Distopie ravvicinate. Situazioni di un futuro pessimo, inquietante, in realtà non così fantascientifico e  ipotetico, ma verosimile, plausibile. Sono gli scenari preconizzati dalla settima stagione di Black Mirror, sei episodi antologici disponibili su Netflix, ognuno a sé stante, creati da Charlie Brooker. Le prime produzioni, dal 2011 in poi, erano particolarmente geniali e disturbanti, insignite di premi ed elogiate della critica. Le ultime sono divenute via via più ordinarie. Com’è la settima stagione? Sempre un ottimo prodotto, «che vuole tornare alle origini», secondo l’ideatore: provocatorio, alimentatore di riflessioni e dibattiti, ma un tantino più pop.

In un’azienda dolciaria, la creatrice di leccornie al cioccolato subisce la vendetta ad alta sofisticazione informatica di un’ex compagna bullizzata al liceo che ora diventa la sua Bestia nera. A Hollywood, uno studio cinematografico in crisi inserisce star del presente nei vecchi film in bianco e nero come Hotel Riviere, solo che, una volta implementati, gli attori si ribellano al copione. In Come un giocattolo, un critico di videogame s’impossessa del programma di un gioco trasformandosi nell’allevatore di legioni di Tamagotchi che prenderanno tragicamente il potere. Guidato da un avatar nei ricordi alimentati dalle fotografie dell’epoca, Paul Giamatti compone per la compagnia Eulogy il memoriale immersivo della sua ex fidanzata defunta. Il sesto episodio, Uss Callister: Infinity, è il sequel della parodia di Star Trek iniziata nella quarta stagione della serie.
Di tutte, la storia più efficace è la prima, Gente comune. In una cittadina britannica marito e moglie che si adorano stanno provando ad avere un figlio. Ma a lei, insegnante, diagnosticano un tumore al cervello che la renderà un vegetale. A meno che non s’iscriva al programma di Rivermind, una nuova app che farà il back up in un server della parte malata, sostituendola con materia artificiale in cambio di un modico abbonamento. Purtroppo, sono indispensabili gli aggiornamenti e i servizi che prima erano basici ora si pagano. Come si paga l’eliminazione delle inserzioni pubblicitarie che scattano autonomamente nell’espressione del nuovo cervello. La spirale di incubi che avviluppa la coppia è altamente drammatica.

Black Mirror ribadisce che la tecnologia ci domina, ci schiavizza e ci pervade al punto che, a forza di sperimentazioni e avanguardie, rimaniamo vittime degli stessi meccanismi che mettiamo in atto o a cui ricorriamo. Ma in fondo, non è quello che, in un certo senso, è accaduto e continua ad accadere con la creazione di continue ed esagerate emergenze e con le loro presunte contromisure?

 

La Verità, 19 aprile 2025

Stucky rinfresca il telefilm con indagini analogiche

Canali, acque, portici, calli, mercati, osterie, magioni e palazzi: c’è da scommettere che un flusso turistico premierà presto Treviso, città nascosta alla televisione e ora quinta suggestiva delle indagini del nuovo commissario Stucky che dà il nome alla serie in sei episodi in onda su Rai 2 (mercoledì sera, ascolti tra il 7 e l’8%), tratta dai racconti di Fulvio Ervas, prodotta da Rai Fiction, Rosamont e Rai Com, e diretta da Valerio Attanasio. Come si dice, la location è essa stessa un personaggio del racconto. Personaggio adorabile è soprattutto l’ispettore capo cui dà corpo, molto dimagrito da come lo si ricordava, Giuseppe Battiston. Barba, sigaro, trench stazzonato, si aggira a piedi tra i vicoli e le piazze, con aria finto ingenua, grattandosi la crapa. Un Tenente Colombo del Nordest 2.0 si potrebbe dire, se non fosse che Stucky, nato a Tabriz da madre persiana e da padre di origini svizzere trasferitosi in Veneto, è allergico alla tecnologia. Niente cellulare, niente computer e se una collaboratrice gli parla del risultato di una ricerca su Google con la parola chiave le chiede di andare al sodo. Lui prende appunti su un taccuino e, una volta giunto all’osteria dell’amico Secondo (Diego Ribon), in attesa di un calice di prosecco, distende sul tavolo i foglietti con le note essenziali. È la sua «parete dell’inchiesta», quella che siamo abituati a vedere in decine di polizieschi, composta di foto segnaletiche, frecce, ritagli di giornale eccetera. Come nel Tenente Colombo, anche qui il telespettatore conosce dall’inizio l’identità del colpevole e la curiosità consiste nel seguire i metodi dell’ispettore per incastrarlo, sempre con modi gentili, facendo ricorso a molta psicologia («se ti vuoi suicidare, il giorno prima ti iscrivi in piscina?») e ai pochi indizi forniti dal medico legale (Barbora Bobulova), organizzati in una sintesi finale che precede l’arresto. In Stucky tutto è a misura d’uomo: dalla città ai dialoghi che alternano il dialetto (non sempre precisissimo), dal cibo tradizionale, sebbene spuntino troppi calici di bianco, agli stranieri che risultano ben integrati. La durata, un’ora impaginata con grafica e musica scanzonate, facilita la visione, ridà lustro al vecchio telefilm e risulta rassicurante per il telespettatore stressato da password e aggiornamenti digitali.

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Mercoledì sera all’esordio con La Corrida sul Nove Amadeus ha fatto registrare nella prima parte il 5,5% di share (982.000 spettatori) e nella seconda, dopo le 23, chiamata Il Vincitore, il 6,6% (667.000).

 

La Verità, 8 novembre 2024

Nell’apocalisse di Netflix siamo ostaggi di internet

Con Il mondo dietro di te e un cast di primissimo livello che comprende Julia Roberts, Ethan Hawke, Mahershala Alì e Kevin Bacon diretti da Sam Esmail, Netflix tenta di replicare il successo di Don’t look up, il film che preconizzava la fine del mondo con l’avvicinarsi di una meteora prodotta dal cambiamento climatico con Leo DiCaprio, Cate Blanchett e Meryl Streep che, uscito a sorpresa nel dicembre 2021, collezionò una miriade di candidature agli Oscar e ad altri premi senza tuttavia conquistarne uno. A firmare quell’operazione c’era Adam McKay, regista, sceneggiatore e autore, nonché membro e finanziatore del Climate emergency fund che, fra l’altro, sostiene le azioni degli ecologisti estremi sul pianeta, compresi quelli di Ultima generazione. Il mondo dietro di te ha un pedigree ancor più prestigioso vantando tra i produttori esecutivi nientemeno che Barack e Michelle Obama, ma sembra di poter escludere che il loro sia stato un sostegno oltre qualche vaga ispirazione.

Siamo nell’upper class di New York e i coniugi Sanford, lui un docente di comunicazione, lei una dirigente aziendale nelle pubbliche relazioni che pure confessa di «odiare le persone», decidono di trascorrere un lungo weekend in una villa sul mare. Non fanno in tempo a prendere possesso della splendida residenza e a stendersi in spiaggia che una serie di fenomeni inizia a susseguirsi attorno a loro. Un’enorme petroliera s’avvicina minacciosa senza timoniere sollevando tonnellate di sabbia. Nel parco della villa cominciano a comparire branchi di cervi sempre più numerosi. Aerei precipitano sul litorale nel più assordante frastuono. E mentre, ovviamente, s’interrompe ogni connessione elettronica e la famigliola resta ostaggio del blackout, suonano alla porta un padre e una figlia di colore che si presentano come i proprietari della casa. E, anche loro vittime del cyber-attack, chiedono curiosamente ospitalità ai loro ospiti. Insomma, la fantasia non manca. E nemmeno la qualità della sceneggiatura, dispiegata su ritmi lenti ma efficaci nel sottolineare i momenti di tensione.

A differenza di Don’t look up e dell’emergenza climatica, stavolta a palesare la fragilità della condizione umana è l’abbandono totale delle tecnologie, senza le quali siamo ostaggi di fronte all’ignoto. Così, sebbene nessuno individui una traccia utile, l’escalation dei fenomeni aumenta tra sette che governano il mondo, attacchi antiamericani e complotti sino-coreani e lotte per la sopravvivenza e solo un’idea semplice risolverà l’enigma. Fino a quel momento però, siamo fragili e precari e abbiamo bisogno di qualcuno che pensi per noi. Chi vuole può crederci.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

«Questa società ha bisogno di uomini Lego»

Allora, Susanna Tamaro, contrariamente alla vulgata secondo la quale è un non luogo geografico, il Molise esiste davvero?

«Ricordo che all’esame di seconda elementare la commissione mi chiese di indicare sulla carta geografica dov’era il Molise. Si diceva sempre Abruzzo e Molise… Così, con una lunga bacchetta, puntai l’Italia centrale. Forse mi è rimasta da allora la passione per questi posti. Anche la protagonista di Va’ dove ti porta il cuore sposa un uomo dell’Aquila».

Quella di Il vento soffia dove vuole invece ne sposa uno di Capracotta (Isernia), esemplare degli uomini Lego. Messa così sembra la trama di un romanzo di fantascienza…

«Sembra».

Invece è un romanzo epistolare come Va’ dove ti porta il cuore, che però è del 1994. Chi scrive lettere nell’èra dei social e dei messaggi vocali?

«Più o meno nessuno. Però, secondo me, sta iniziando una controtendenza. Nella mia libreria a Orvieto c’è un reparto di belle carte da lettera, forse qualcuno le compra… Ci dimentichiamo che l’uomo è memoria e la memoria passa attraverso la scrittura. L’uomo smemorato è un futuro servo obbediente».

Susanna Tamaro è a Padova, ospite della Fiera delle parole, dove ha presentato in anteprima nazionale Il vento soffia dove vuole (Solferino), il nuovo libro che ha per protagonista una madre autrice di tre lettere alle sue due figlie e al marito, nelle quali succedono un sacco di cose che la scrittrice triestina narra con quel suo linguaggio semplice, frutto di una complessità risolta, affrontando temi come l’adozione, l’aborto, l’eredità genetica, la marginalizzazione del maschio.

Possiamo dire che si tratta di un romanzo antimoderno?

«In un certo senso sì, perché usa una forma di comunicazione che si può considerare antiquata ma, secondo me, da rivalutare. Ai tempi di Va’ dove ti porta il cuore ricevevo migliaia di lettere. Avendo risposto quasi a tutte ricordo le storie dei miei lettori… La schematizzazione virtuale delle emozioni e del pensiero non fa bene a nessuno».

La schematizzazione virtuale?

«I like, mi piace, non mi piace. Con i social viviamo in una perenne distrazione di massa, mentre scrivere fa articolare pensieri complessi».

Nel libro ricorre anche a espressioni che derivano dal mondo induista.

«Ho avuto una formazione particolare. Mio padre era un seguace di Krishnamurti, un importante mistico di origine indiana. Anch’io ho letto i suoi libri e sono state letture importanti. Ogni popolo ha una propria forma per esprimere la sete d’infinito. E ognuna di queste forme porta un tassello alla nostra vita e la arricchisce».

Usa anche la poesia, soprattutto Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Come mai Giacomo Leopardi, che nelle scuole insegnano come il campione del pessimismo?

«Leopardi è un grande della letteratura che ho detestato fino ai miei trent’anni. Quando mi sono immersa nello Zibaldone, ho trovato la sua poesia sempre nuova, ricca, mi ha regalato tanto. La poesia è un patrimonio che ci illumina e ci apre nuovi orizzonti. Primo Levi raccontò di essersi salvato nei campi di concentramento imparando alcune poesie a memoria».

Chi sono gli uomini Lego?

«Quelli che hanno la spinta a costruire relazioni che durano nel tempo. Sono quelli che sanno che ci vogliono le mani per potare un melo, per riparare un cancello… Vivo in campagna da 35 anni e vedo che in città queste conoscenze si perdono e si perde la dimensione della costruzione perché è tutto mentale. Abbiamo migliaia di anni alle spalle legati alla terra e all’evoluzione, ma pensiamo che gli ultimi trent’anni di iper-modernità siano tutta la nostra storia».

Le sembra che ci sia bisogno di questi uomini Lego?

«Sì, assolutamente. La mia visione della natura e del mondo materiale è segnata anche dal taosimo, una religione basata sulle polarità. Se uno dei due poli diventa debole, tutto si sbilancia. Oggi viviamo uno squilibrio nel rapporto tra maschile e femminile perché l’uomo ha perso il potere che aveva un tempo e non ne ha ancora costruito un altro. Per questo siamo in una fase di transizione».

La accuseranno di voler ripristinare il patriarcato.

«Ho parlato di transizione, non di ritorno al passato. La maggior parte delle mie amiche è sposata con uomini Lego e anch’io ho amici che sono persone sensibili. Invece nella narrativa prevalente l’uomo e descritto come qualcosa di torbido, portatore di negatività».

Questa mamma, da ragazza, ha abortito e porta nella psiche e nel corpo qualche conseguenza. L’aborto è un diritto conquistato in anni di lotta delle donne, ma si pensa che, una volta praticato, non abbia memoria?

«Appartengo alla generazione che ha vissuto in pieno l’arrivo della legge 194. Avevo e ho molte amiche attiviste e militanti radicali. È stata una battaglia epocale. Ma nonostante abbia vissuto in questo ambiente quegli anni ho sempre provato turbamento davanti a quello che considero un evento non indolore. Mi impressiona il fatto che venga trattato sempre come una questione ideologica e mai come una questione ontologica».

Cosa intende dire?

«Che l’aborto è un’azione che riguarda chi è, cos’è la persona. Come si forma. Di questi tempi mi colpisce il disprezzo generalizzato per la vita. A nessuno capita mai di pensare che se la propria madre avesse deciso di abortire lui non sarebbe nato, non avrebbe fatto parte dell’avventura difficile e complicata della vita».

Invece prevale l’ideologia…

«Che cancella la sofferenza delle donne. Può capitare nella vita di fare come la mia protagonista, si pensa di risolvere un problema… Ma è un’azione importante che non si può archiviare in modo disinvolto perché le sue tracce segnano la fisiologia e restano a lungo nel corpo delle donne. Penso che le donne debbano ascoltare il loro dolore profondo ed essere orgogliose dei loro diritti».

Questa madre poi adotta e mentre sono in corso le procedure per l’adozione rimane incinta e sta per ricredersi: è un eccesso di sincerità raccontarlo alla figlia adottiva?

«So di casi analoghi: la maternità adottiva sblocca anche la fecondità naturale. È molto umano provare uno smarrimento in quella situazione perché aspetti un figlio sconosciuto e ne hai un altro naturale in pancia. Quando si scrive bisogna avere il coraggio di mettere a nudo anche le proprie fragilità. La madre evidentemente pensa che la figlia sia in grado di comprendere il suo travaglio».

Nel parapiglia tra spermatozoi e ovuli che s’incontrano la protagonista intravede il destino.

«Il destino è la grande realtà che abbiamo rimosso perché viviamo in un mondo immolato al caso. Invece, proprio per la fragilità che ci abita e per l’imprevedibilità degli eventi, appartiene alla cultura umana l’idea che le nostre vite siano governate da un destino invisibile».

Lei si sofferma sulla differenza tra la figlia adottata e quella naturale: parlare dell’importanza della genetica nella nascita e nella formazione delle persone vuol dire essere razzisti?

«Vuol dire essere realisti. Oggi, nonostante ci si proclami super scientifici e super razionali, dimentichiamo la complessità dell’ereditarietà e della memoria della discendenza. Il mondo attuale cancella le genealogie, ma gli studi sul Dna ci stanno svelando cose straordinarie sull’ereditarietà genetica. I talenti, per esempio, sono ereditari. Nel karma indiano quando si studia la complessità delle famiglie si vede che in ogni generazione si ripropone un problema relazionale o affettivo non risolto da quelle precedenti».

Come colmare il fossato che la realtà virtuale così invadente oggi ha scavato tra le generazioni adulte e gli adolescenti?

«Con una grande consapevolezza e un grande lavoro. Già negli anni Novanta il grande psichiatra Giovanni Bollea voleva sensibilizzare il mondo della politica sui danni neurologici e psichiatrici della realtà virtuale, allo scopo di insegnare alle famiglie e alla scuola un uso consapevole di questi mezzi, per altro meravigliosi. Io non sono contro la modernità digitale. Dalla medicina all’agricoltura ha permesso passi avanti straordinari, ma forse dovrebbe essere meno invadente nella nostra vita quotidiana perché altrimenti rischiamo di trasformarci da homo sapiens in homo demens. Nella progredita Svezia hanno tolto l’uso delle tecnologie digitali dalle scuole e sono tornati a carta e penna perché si sono accorti del danno cognitivo ingenerato nei bambini».

Ha seguito il dibattito sullo spot di Esselunga?

«Mi è sembrato tanto rumore per nulla. Così come mi sembra umanamente ovvio che un bambino desideri che i propri genitori si vogliano bene. Sono la sua origine, il senso del suo esistere».

Nell’esortazione Laudate Deum promulgata per il Sinodo il Papa invita a cambiare comportamenti per sconfiggere il cambiamento climatico. È il tipo di messaggio che l’umanità si aspetta dalla Chiesa?

«Questo messaggio è già promosso da tutti i media, dai governi e dagli organismi internazionali. Forse sarebbe bello che la Chiesa tornasse a parlare dell’esistenza dell’anima. Forse è questa la cosa di cui abbiamo più bisogno: sapere che non siamo pura materia, sapere che in noi abita la complessità su cui si staglia l’ombra del Mistero».

Qualcuno vede nella cultura woke una sorta di nebbia che allontana l’essere dalle sue radici e una forma di conformismo. Come bucare questa nebbia?

«Questa cultura provoca un grande disordine e quando viene provocato un disordine con tanta caparbietà bisogna chiedersi a chi giova».

Cosa indica la viriditas che alla fine del libro propone di rivalutare?

«È un termine coniato dalla grande mistica benedettina Ildegarda di Bingen vissuta nel XII secolo che Benedetto XVI ha proclamato dottore della Chiesa. Nella sua visione profetica elogiava la presenza di una forza vitale, generativa, legata al verde come il colore delle piante e alla base della natura. Una parola contenente anche il termine vir, che indica la virilità dell’uomo. Non il maschilismo tossico, beninteso. Ma quella dote che appartiene a ogni essere umano, indifferentemente dal sesso, capace di vivere all’altezza delle domande dell’anima».

 

La Verità, 7 ottobre 2023

«Sull’onda del Covid l’élite vuole rifare il mondo»

Carlo Freccero, il provocautore. Da quando, quasi due anni fa, ha lasciato la direzione di Rai 2 ed è tornato stabilmente a Savona, lungi dal ritirarsi a vita privata, Freccero continua a studiare e a intervenire nel dibattito delle idee restando l’anarchico e vulcanico autore che abbiamo conosciuto in tanti anni vissuti pericolosamente. Al punto che, come conferma l’intervista che segue su pandemia e globalizzazione, la definizione di provocautore gli calza a pennello.

Sulla pandemia, fin dalla prima reazione dei balconi e degli slogan come «andrà tutto bene», è in atto uno scontro sempre più ideologico. Perché secondo lei?

Ci sono due Italie destinate a non incontrarsi perché partono da presupposti diversi. Per gli ortodossi è in atto la più pericolosa pandemia di cui si abbia memoria. Di fronte alla morte il sacrificio dei diritti costituzionali è indifferente e necessario. Per i dissidenti la pandemia non è la causa, ma il pretesto per eradicare questi diritti e instaurare un nuovo modello di vita attraverso quello che Klaus Schwab, il fondatore del World economic forum, ha chiamato «il Grande Reset» nel suo libro scritto con Thierry Mallaret e dedicato agli effetti del Covid. Anche il Time gli ha consacrato la copertina con un’immagine del globo terrestre circondato dai ponteggi di un cantiere in cui gli operai ricostruiscono il mondo.

Esistono organizzazioni economiche o gruppi di potere che vorrebbero trasformare la pandemia in un’occasione di palingenesi planetaria?

Oltre che sanitario, la pandemia è un evento politico ed economico. Per le élites è un’occasione irripetibile per instaurare l’agenda 2030 con largo anticipo. Cito ancora Schwab e Malleret: «Il mondo come lo conoscevamo nei primi mesi del 2020 non c’è più, dissolto nel contesto della pandemia. Stiamo per trovarci di fronte a dei cambiamenti radicali di una tale importanza che alcuni esperti parlano di anticoranavirus e dopocoronavirus». AC e dC non significherebbero più avanti Cristo o dopo Cristo, ma avranno per spartiacque la pandemia.

Concorda con gli studiosi secondo i quali come la peste nera fu all’origine dell’uomo moderno anche il Covid potrebbe provocare cambiamenti nell’antropologia di quello del Terzo millennio?

Li provocherà se lasceremo spazio al transumanesimo, grazie al quale l’uomo dovrebbe sconfiggere la morte e acquisire un potenziamento intellettuale e soprattutto mnemonico connettendosi all’intelligenza artificiale. Per chi ci crede c’è un solo ostacolo: il sovrappopolamento del pianeta. Da tempo nei testi scolastici il concetto di sovrappopolamento – insieme al riscaldamento del pianeta – è un dato acquisito. Non a caso tutti i filantropi, a cominciare da Bill Gates, si pongono il problema della pianificazione familiare. Si potrebbe scrivere un libro su questo argomento, ma cito solo la conferenza del 2014 nella quale Roberto Cingolani, attuale ministro della Transizione ecologica, ha detto che «il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone». Perciò, siccome siamo 8 miliardi, o si riduce la popolazione o se ne comprimono i consumi impedendo viaggi e tutto ciò che produce Co2 . A questo servono lockdown e chiusure.
Vede anche lei come Massimo Cacciari un pericolo nel ricorso a prolungati stati di emergenza?
Cacciari ha ragione. Sotto l’onda emotiva della pandemia e di fronte alla minaccia della morte, la maggioranza degli italiani è disposta a rottamare quella stessa Costituzione che nel 2018 fa aveva saputo difendere contro il referendum promosso da Matteo Renzi. Disarmarci oggi per la pandemia è pericoloso per il nostro futuro. Perché il mondo potrà essere cambiato senza che noi possiamo decidere come.
Secondo Schwab l’umanità è a un bivio: dopo la pandemia potrà costruire una società più solidale e inclusiva o più individualista e selettiva. È davvero così?
Schwab si riferisce all’agenda 2030 che è piena di buoni propositi e condivisa da organizzazioni internazionali come l’Onu, l’Unesco e l’Oms. Questi buoni propositi però hanno una matrice malthusiana: difendere il pianeta dall’invadenza dell’uomo e non viceversa. Si persegue la fine dell’umanesimo in favore della green economy. Per me questa utopia è, in realtà, una distopia perché è antiumanistica. Ma noi siamo uomini: come potremmo mai partecipare al nostro stesso ridimensionamento?
Perché è stato l’annuncio dell’adozione diffusa del green pass a riportare parte della popolazione nelle piazze?
Perché costituisce una violazione dell’articolo 3 della Costituzione che vieta ogni forma di discriminazione.
Per il filosofo Giorgio Agamben il vaccino è «un simbolo religioso» al quale si attribuisce potere salvifico. Ne è una conferma il fatto che chi non vi ricorre è colpito da una sorta di scomunica sociale?

Secondo Walter Benjamin, cui Agamben sembra rifarsi, il cristianesimo è una religione culturale. Al suo interno tutto ha significato in riferimento a un culto, più che rispetto a un dogma o a un’idea. La vaccinazione non avrebbe senso senza il culto che la circonda. Provoca emozione come la celebrazione di un sacramento e dev’essere immortalata sui social di tendenza. La sua somministrazione sancisce l’appartenenza al gruppo di culto e provoca intolleranza verso chi si sottrae.

È la scarsa dignità culturale dell’universo no-vax a giustificare questa divisione in cittadini di serie A, vaccinati, progressisti e acculturati, e di serie B, antiscientifici, di destra e rozzi?

I no-vax vengono dipinti dalla propaganda come scientificamente ignoranti, ma la realtà è diversa. Il mainstream identifica la scienza con un vaccino che, secondo il suo stesso bugiardino, non è stato sperimentato e lo sarà soltanto se le vaccinazioni si protrarranno sino al 2023. Come possiamo definire scientifico un dispositivo non sottoposto a verifica sperimentale? Molti no-vax sono informati sulle più recenti scoperte della letteratura scientifica. I loro riferimenti sono il premio Nobel Luc Montagnier e il maggior virologo vivente Didier Raoult. Mentre i favorevoli al vaccino hanno per informatori le star della tv.

Come vengono usati i grandi quotidiani e i talk show nella costruzione di questa narrazione?

Per la comunicazione la pandemia è un grande campo di studio. Marshall McLuhan aveva previsto una terza guerra mondiale combattuta non con le armi tradizionali, ma con l’informazione. Giornali mainstream e televisione tendono a rendere conformista l’opinione degli utenti tramite l’emissione di un messaggio unico. Invece il web, anche quando viene commissariato dalle grandi piattaforme tramite gli algoritmi, i factchecker e la censura esplicita dei dissidenti, riesce a far trapelare messaggi «eretici». Sui social la censura è scandalosa, ma in qualche modo ha motivato i dissidenti. Sulla tv generalista invece non c’è censura perché non c’è n’è bisogno: il pubblico della televisione sembra vittima di una forma d’ipnosi.

C’è chi vede nell’adozione del certificato verde una forma di sorveglianza del potere. Ma anche per guidare un’auto bisogna esibire una patente che attesti l’idoneità del pilota a tutela della collettività.

A cosa li abilita di specifico il green pass? Semplicemente alla vita quotidiana che da quasi due anni ci è impedita. Nessun regime era arrivato al punto di richiedere una patente per vivere.

Una volta era la sinistra a difendere il diritto di critica e di dissenso. Oggi, sulle norme sanitarie, Giorgia Meloni la pensa come lei e Cacciari, e Matteo Salvini come Maurizio Landini.

Chi era di sinistra come me criticava il pensiero unico neoliberista, ma non conosceva ancora l’unanimismo di oggi. Sembra di essere piombati nella distopia orwelliana, costruita sul controllo e l’impoverimento del linguaggio. Non solo i politici non si sottraggono a questa tendenza. Di più, sono loro a costruire la gabbia del pandemicamente corretto nei limiti del quale ci si può esprimere. Maggioranza e opposizione stanno entrambe collaborando al grande reset.

Tuttavia il certificato verde è adottato in Francia e non ad esempio in Germania, Stati Uniti e Giappone.

Perché è un disegno che procede a macchia di leopardo. Molti Paesi lo hanno già accantonato. Altri vogliono andare avanti a ogni costo. L’Europa resiste con alterne vicende perché è il centro dell’operazione. Basta guardare gli interventi al Global Forum del gennaio 2021 per capire gli schieramenti.

È sotto gli occhi di tutti che la pandemia ha reso ancora più centrali le piattaforme. L’omologazione planetaria arriva con lo streaming di Netflix e Amazon?

Distruggere le piccole e medie imprese perché considerate obsolete per incrementare le grandi corporation fa parte del piano. Tutto ciò viene presentato come progresso. Dall’inizio della pandemia, le piattaforme e le grandi società di distribuzione hanno guadagnato tutto quello che le piccole imprese hanno perso.

Che spazi rimangono per l’originalità e l’identità nell’arte e nella comunicazione?

Ormai originalità e identità sono slogan pubblicitari per imporre obiettivi di massa nascondendoli sotto una patina di glamour.

 

Panorama, 11 agosto 2021

«L’Italia è un Paese in coma farmacologico»

Avete presente quel signore che indossa sempre maglioni sgargianti? «Sono nato tra i colori, avevo nonni pittori e artisti. E poi detesto le uniformi». Con Paolo Crepet, 69 anni, psichiatra e sociologo, misurato ospite di talk show, autore di Vulnerabili (Mondadori) e La fragilità del bene (Einaudi) viene tutto facile. Ci si saluta al telefono e ti inonda. «Io e l’università ci siamo lasciati consensualmente, sono un uomo libero, non subordinato. Non lo ero nemmeno con Franco Basaglia. Sempre stato inquieto, ma mia madre, anche se è morta giovane, ha potuto intuire che non tutto sarebbe andato male».

C’era il rischio?

«Ho sfiorato la droga e il terrorismo. Negli anni Settanta, bastava andare a una festa, ho visto come sono finiti alcuni amici. Con mio padre ho visto anche l’invasione dei carri armati sovietici a Praga. Sempre stato progressista e antifascista, ma per me quella violenza è uguale a quella praticata dal nazismo. Non c’è alcuna differenza, mentre per buona parte degli intellettuali italiani non è così. E si vede».

Chi è stato per lei Basaglia?

«Un eroe dei diritti dell’uomo, molto più che un luminare della psichiatria. Quando iniziai a lavorare c’era il dibattito per l’abolizione delle classi differenziali, poi quello per la chiusura dei manicomi. Oggi m’indigno quando vedo che l’indifferenza e il cinismo che giustificavano quelle situazioni non sono stati estirpati».

Dove li vede?

«La lunga reclusione domestica dei bambini avrà conseguenze pesanti. Tenerli davanti alla tv dieci ore al giorno è una tortura. Un bambino ha bisogno di giocare a pallone, di litigare con gli amici, di complicità. Maria Montessori o don Lorenzo Milani cosa direbbero del lockdown? Se si toglie la voce isolata di qualche psichiatra infantile c’è un silenzio preoccupante».

Lei è stato invitato a parlarne al Senato.

«Sì, qualche settimana fa, c’era anche Matteo Salvini. Ma è come se avessi parlato della Juventus che non vince il campionato. Sembravano tutti sponsorizzati da Acquascutum».

Cioè?

«Impermeabili. Ai politici, agli imprenditori, agli intellettuali non importa niente dei nostri ragazzi».

Anche agli intellettuali?

«A loro interessano i 12 che concorrono al Premio Strega. Capisce? Fossi stato l’organizzatore avrei dato un segnale di discontinuità. Invece si continua come in un anno qualsiasi. Accorarsi per lo Strega ora è come lucidare l’argenteria sotto i bombardamenti».

La responsabilità maggiore è della politica?

«Lei ha sentito qualcuno scusarsi con il popolo italiano come ha fatto la Merkel in Germania? Io ho chiesto le dimissioni del ministro Speranza che invece va avanti come se avesse sconfitto il Covid. Un anno fa vedendo i dati dei decessi nelle Rsa mi vergognavo di essere italiano. Adesso continuiamo a dare i vaccini ai trentenni o alle categorie professionali influenti».

Ha scritto un libro intitolato Vulnerabili: la vulnerabilità è la conseguenza della fragilità?

«No. La vulnerabilità è un talento. Ogni grande artista o genio è stato vulnerabile. Gli invulnerabili sono stati Hitler, Stalin e Mussolini».

Perché abbiamo bisogno di eventi tragici per riconoscere i nostri limiti?

«Siamo fisiologicamente egoisti, solo quando ci manca il pane ci svegliamo. È un bene che ci siano i dirupi, altrimenti non ci accorgiamo di niente».

I periodi di opulenza e progresso ci fanno sentire invincibili?

«Onnipotenti, immortali. Guardiamo i giovanotti che prendono lo spritz fregandosene di mascherine e distanze, sono imbecilli nati dal boom economico in poi. Ma la colpa non è tutta loro».

Non sanno cosa sia la sofferenza?

«Non l’hanno mai vissuta. I loro genitori pensano che educare sia togliere dolore».

Riduzione della mobilità, lavoro da remoto, diminuzione dei consumi sono formule della decrescita. L’uomo ne trae felicità o malinconia?

«Per me sono motivo di tristezza. Lo smart working è la più grande fregatura che la Silicon valley poteva regalarci. Credo che quello che ci può salvare, la via d’uscita, sia una maggiore sobrietà».

Come definirebbe la società del lockdown?

«È una via crucis che produce due tipi di comportamento. Da una parte la rabbia, anche sociale, che chi governa dovrebbe studiare in modo approfondito, dall’altra l’immobilità. Perché la paura può produrre una creatività straordinaria, ma può anche paralizzare come il veleno di un serpente».

Qual è il sentimento che ha sostituito i balconi canterini e gli slogan ottimisti?

«L’angoscia. Quando finirà la battaglia dei vaccini – siamo i più lenti d’Europa –  si concretizzerà l’angoscia per la situazione economica. Ora siamo in coma farmacologico: ci somministrano le elemosine, i sostegni, la cassa integrazione, sospendono i mutui. Ma tutto questo finirà. Non so se a settembre Unicredit sarà ancora compassionevole».

Che cosa prevede?

«Dovremo fare i conti con 10 milioni di non dipendenti statali. Si rischierà la guerra civile tra i garantiti, gli insegnanti, gli impiegati dei ministeri e dei comuni, e tutti gli altri».

La pandemia ha creato nuove patologie?

«In generale no. Sono aumentate quelle che c’erano già, depressione, diminuzione dell’autostima, ansia, stati di panico, insonnia, calo della libido».

E nello specifico?

«Sono patologie derivate dall’enorme quantità di ore che passiamo davanti allo schermo per la didattica a distanza, lo smart working, le esigenze private. Ci sono ragazzi che trascorrono anche 10 ore davanti al pc. Già prima del Covid abbiamo conosciuto il fenomeno degli hikikomori. Oggi questa sindrome si chiama online brain e definisce il cervello che funziona in rapporto a uno schermo».

Che sintomi ha?

«Simili alla demenza: perdita di memoria breve, incapacità a concentrarsi, mal di testa, irritabilità, difficoltà a relazionarsi. È una patologia che durerà più della pandemia. Con i vaccini i sintomi del Covid finiranno, invece queste sindromi non cesseranno se non cambieremo il sistema di funzionamento della scuola e del mondo del lavoro».

Perché scrive che dove non è arrivato il virus arriva un male peggiore come la paura?

«Ci sono persone che non escono di casa anche se non hanno il virus. È uno stato d’ansia collettivo, la paura di ciò che si potrebbe subire. Riducendo la nostra vita si riducono enormemente gli stimoli cerebrali. Questo spiega meglio anche la demenza da eccesso di tecnologia».

Dando informazioni non stimola il nostro cervello?

«A chi produce tecnologia non interessa ciò che facciamo dopo che riceviamo le informazioni».

Però ci profila con gli algoritmi.

«E la nostra creatività è morta. Non a caso quando è nato il pc si chiamava terminale. Per i giganti dell’hi-tech il computer è il capolinea, il fine corsa».

Perché in una recente intervista al Mattino di Padova dopo il raid di una baby gang in una multisala ha preconizzato un’estate di scorribande?

«Se si apre il recinto delle pecore non succede niente perché sono mansuete e il cane pastore le tiene in fila. Speriamo tutti di poter andare a mangiare un piatto di spaghetti al mare, ma è evidente che una parte della popolazione da mesi è schiacciata come una molla e ora è pronta a scattare. L’abbiamo già visto l’anno scorso, temo che sarà peggio».

Un autorevole studio di epidemiologi, biologi e statistici prova che la scuola in presenza non trasmette contagi, eppure si continua ad adottare la dad. Con quali conseguenze?

«Devastanti anche a livello affettivo e relazionale, oltre che cognitivo. Un bambino che da un anno non può abbracciare o fare la lotta con gli amici subisce un danno grave. La notizia di quella ricerca produce sgomento in chi, come me e altri studiosi, ha dato l’allarme da mesi. Purtroppo non solo il ministro della Salute, ma anche la comunità scientifica ha dimostrato tutti i suoi limiti».

Virologi ed epidemiologi sono i nuovi oracoli.

«Commentano i bollettini quotidiani analizzando le cellule. Come se non esistessero le emozioni. Nel Comitato tecnico scientifico non sono presenti studiosi della mente e dell’anima».

Un amico mi ha raccontato che suo figlio iscritto alla prima liceo dove si studia in dad prende tutti 2, mentre alle medie aveva la media del 9.

«Non mi sorprende, è un caso che vale come esperimento sociale. Pensi, in proposito, al capolavoro di uno dei maggiori editori italiani che ha avviato un’iniziativa per regalare un tablet a tutti i bambini italiani».

Perché è un errore concentrarsi sugli eccessi dei giovani?

«Perché sono cuccioli di gorilla. Mal educati o non educati».

Deficit di educazione, responsabilità degli adulti?

«Lo segnalo da 30 anni, ho anche creato una Scuola per genitori che ha 36 sedi in tutta Italia. Il deficit di educazione ha ricadute economiche devastanti».

Per esempio?

«Giovani che non studiano come potranno prendere sulle spalle le aziende create dai padri e dai nonni? O le venderanno o le chiuderanno. È una generazione di mantenuti che vivrà grazie all’eredità».

O ai sussidi.

«Com’era quota cento che Mario Draghi ha deciso di togliere e Salvini ha potuto solo incassare. Presto toglieranno anche il reddito di cittadinanza. Credo non ci sia provvedimento più diseducativo che dare del denaro a chi non fa niente».

Cosa pensa delle risse organizzate via social?

«Sono sintomo d’impotenza. Non potendo pensare un progetto di vita, si sfoga la propria aggressività contro il mondo dando botte da orbi, come si diceva una volta. L’orbo è il miope che non vede il futuro».

La stranezza è che sono organizzate.

«È consolatorio sapere che ci sono tanti orbi. Chi ha un’idea, una passione, è da un’altra parte. Un ragazzo che studia per laurearsi non va ad ammazzarsi di botte in piazza».

Come sarà la nostra vita dopo la pandemia?

«Ne scriverò nel prossimo libro che uscirà il 18 maggio da Mondadori e s’intitolerà Oltre la tempesta. Non si potrà fare il copia incolla del 2019, ma non ce lo dicono perché altrimenti cresce l’ansia. Resteranno quote consistenti di vita digitale, mi auguro non eccessive. Provi a immaginare uno scenario che sommi smart working, intelligenza artificiale e robotizzazione e mi dica cosa vede».

Oltre a lavarci le mani e indossare le mascherine, tutti abbiamo un antivirus personale: qual è il suo?

«Scrivo».

 

La Verità, 27 marzo 2021

«Racconto la neweconomy come una storia rock»

È da poco finito il pranzo della domenica che su La7 spunta Carlo Massarini. Non era il mitico Mister Fantasy, dal nome di un album dei Traffic che diede il titolo alla sua trasmissione? E non era un volto Rai? Un critico musicale, rock pop e jazz, che per primo aveva sconfinato nel mondo digitale? La guida di Cool tour e di Ghiaccio bollente, rubrica culturale e contenitore di concerti e storie su Rai 5? Lui: il programma che conduce adesso sulla tv di Urbano Cairo s’intitola Startup economy, c’entra sempre con l’avanguardia digitale, ma è tutt’altra faccenda. Non resta che chiamarlo per capirne di più… la voce va e viene. «Meglio se ci sentiamo sul telefono fisso», invita Massarini. «Lo uso poco, ma ho dovuto farlo installare perché, a sei chilometri dal Raccordo anulare di Roma, vivo in una di quelle zone grigie dove il segnale balla. La connessione è migliorata dopo peripezie e cambi di operatori… Ora vedo i filmati che per anni mi erano inibiti».

Non male come paradosso.

(Ride) «È una buona metafora della nostra Italia: una persona che ha sempre lavorato sull’avanzamento tecnologico ha una connessione balorda a casa».

Com’è nata l’idea di Startup economy?

«Diciamo che viene da lontano. Dal 1995 al 2002 ho condotto MediaMente su Rai educational, un programma sull’innovazione digitale ideato dal direttore Renato Parascandolo».

Pionierismo.

«Facevamo alfabetizzazione ad orari impossibili. Però funzionava. Avevamo coinvolto i migliori studiosi, gente come Derrik De Kerckhove. Internet era agli albori. Creammo anche il primo sito Rai. Il programma vinse dei premi, all’estero però».

E in Italia?

«Quando arrivò Giovanni Minoli a Rai educational decise di chiuderci, non era interessato».

Eravate troppo in anticipo?

«Forse. Ma credo che un servizio pubblico avrebbe potuto mantenere la postazione».

Ora Startup economy.

«Con il professor Francesco Sacco, conosciuto allora, abbiamo studiato questo format. Ci siamo prefissati di colmare un vuoto, di imprenditoria futura non parla nessuno. Trent’anni fa Apple, Amazon, Google, Facebook eccetera erano startup. Pensiamo a quello che sta facendo Elon Musk a proposito di ricerca sullo spazio. Tutti i grandi marchi sono sostenuti da piccole aziende ad alta specializzazione. Nei paesi più avanzati sono filiere che incidono sul Pil. In Italia ancora no, ma comincia a muoversi qualcosa in gruppi come Enel ed Eni che finanziano le startup utili ai loro processi. O nell’economia bancaria, che è un’incubatrice. Mettendo tutto insieme è nato questa specie di periscopio sul futuro».

Come si parla di economia digitale in tv?

«Non ci rivolgiamo solo agli smanettoni, agli iniziati, per i quali dobbiamo essere credibili, ma a tutti. Perciò dobbiamo essere comprensibili, accessibili. Quando ci imbattiamo in qualche termine specifico lo traduciamo con il nostro “wiki”, un decodificatore che fa la spiega in tempo reale e aiuta a familiarizzare con espressioni che a volte sento anch’io per la prima volta».

Buona divulgazione.

«Divulgazione dell’innovazione. Una buona formula sono le storie. Anche quando parlavo di rock usavo le storie. Tutti conosciamo quella di Steve Jobs, un’epopea partita da un garage e culminata con il famoso “Stay hungry, stay folish”. Tra le tante, racconteremo la storia di un ragazzino del Togo, adottato da una famiglia parigina, che ha frequentato un college in Svizzera e creato una startup che abbatte del 90% le emissioni di Co2 di alcuni prodotti. Io non sono un chimico, ma lo vedremo alla prova».

Perché un programma così va in onda su La7 se lei è un volto Rai?

«La7 è stata disponibile e contiamo di tornare in autunno con un altro ciclo. La Rai mi rimbalza, come se non fossi mai passato da quelle parti. Hanno chiuso anche Ghiaccio bollente su Rai 5».

Prima era stato chiuso anche Cool tour.

«Non ho capito bene perché, forse costava più della media di rete, forse per altri motivi che ignoro. Era un programma itinerante…».

Era in anticipo anche con i videoclip, forse troppo?

«Mister Fantasy è stato il primo programma al mondo che ha trasmesso i videoclip. Merito di Paolo Giaccio. Anche MediaMente è stato il primo sulle tecnologie digitali. Due programmi di svolta. Mi costruivo dentro quello che incontravo fuori. O meglio, trovavo fuori il corrispettivo delle mie tensioni. In mezzo, nel 1986, c’era stato anche Non necessariamente; quello sì troppo precoce, come il figlio geniale che non ha avuto successo, ma era il più intelligente».

Perché la Rai non ha sviluppato quelle intuizioni?

«Bisognerebbe chiederlo ai direttori che si sono succeduti. A nessuno è venuto in mente di riprenderle. Io non credo ai complottismi, fatto sta che non si è fatto niente e dopo quasi vent’anni, durante il lockdown per il Covid, scopriamo che non c’è la banda larga e che la scuola è impreparata per la teledidattica».

Pigrizia, scarsa lungimiranza?

«C’è chi si giustifica dicendo che “il pubblico non ce lo chiede”. A me non basta: se fai servizio pubblico puoi creare attenzione e affezione per certi contenuti. Nella nostra tv si parla quasi solo di politica, dei temi legati all’innovazione e al futuro non c’è traccia. Nel mondo non è così. C’è chi studia e avanza, senza che lo si sappia. Ci accorgeremo del ritardo quando ci sarà la ricaduta concreta».

Tornando alla Rai?

«Ho smesso di farmi domande. Uno se le fa un anno, due, tre, poi dice come i ragazzi americani: “Grazie, è ora di andare via da casa”».

Com’è la new economy vista dall’angolo d’Africa del suo salotto?

(Ride) «È vero… ma c’è anche il Budda thailandese. Noi andiamo davvero in onda da casa. Mi piace l’arte di luoghi lontani. Ho coltivato una passione per la cultura africana, musica, letteratura, arredamento, simbologia. Mi piace mescolare il primitivo e il tecnologico come hanno fatto Brian Eno, Peter Gabriel, i Talking heads. Ho anche oggetti degli eschimesi canadesi che erano di mio padre…».

Ufficiale della Marina.

«Il più grande regalo che potesse farmi fu portarci a vivere in Canada per tre anni, dal 1959 al 1962. Un Paese che amo tuttora, il lato soft degli Stati uniti. Vivere lì è stato un grande privilegio, la possibilità di allargare l’orizzonte e imparare bene l’inglese. Così, quando sono arrivato alla radio, prima ancora di parlare al microfono, ho iniziato a tradurre i testi per Giaccio e Mario Luzzatto Fegiz».

Domenica sulla t-shirt sotto la giacca spuntava David Bowie.

«Un po’ di musica trasmetterebbe l’elemento emotivo della new economy. Per ora mi limito alle citazioni».

Che musica ascolta oggi?

«Di tutto, senza distinzione. L’altro giorno ho comprato un disco di Selda Bağcan, una cantante turca. Blues, jazz, musica popolare, poco rock perché mi pare non abbia più molto senso. Preferisco le contaminazioni, le musiche che non conosco. È un fatto di curiosità, se restassi nella mia confort zone non mi sentirei cittadino del mondo».

Perché ha ripubblicato Dear Mr. Fantasy (Rizzoli Lizard) «foto-racconto di un’epoca musicale in cui tutto era possibile», dieci anni dopo la prima edizione?

«Era nato come un libro personale, realizzato con foto solo mie in una stagione in cui le star non erano blindate da manager, agenti, addetti stampa. Noi reporter stavamo a bordo palco, andavamo nel backstage. Oggi è un libro generazionale che include artisti fondamentali fotografati da altri come Frank Zappa, Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Fabrizio De André, e altri che magari hanno avuto notorietà più breve, ma sono stati importanti per me».

Se dovesse indicare la principale differenza tra la musica di quel decennio e il presente quale sarebbe?

«Sono tante. La prima è questa: per acquistare Mr. Fantasy, il disco della mia vita, dovetti aspettare tre mesi, dal novembre 1967 al marzo successivo. Era un disco d’importazione. Oggi un artista mette le tracce sul sito e istantaneamente sono su Spotify. Le case discografiche non ci sono più. L’idea stessa del disco è cambiata, si anticipano i brani in Rete, poi nel Cd ce ne sono altri… È tutto più liquido. Un’altra differenza è che allora c’era più creatività. Oggi, a causa del mercato intasato, si tende a ripetere la formula che si presume di successo. Nel rock di quegli anni rifluivano la politica e le domande esistenziali, oggi si ascolta la musica sul cellulare e con tre emoticon te la cavi. Detta in modo un po’ brutale: noi avevamo meno e andavamo in profondità, oggi si ha di più e si resta in superficie».

Com’è raccontata oggi la musica in tv?

«Non è raccontata. Ci sono X Factor, Sanremo, anche le monografie di Unici. Va tutto bene, ma manca un programma che racconti il passato e il presente, e sia una guida per l’ascolto».

C’è SkyArte.

«La guardo molto. Con una cifra più elegante e maggior credibilità è quello che era Rai 5. Ma anche SkyArte non ha un vero programma musicale».

Che cosa pensa dei talent show?

«Sono startup di interpreti. Marco Mengoni è figo, Emma Marrone è in gamba, anche se lontana dai miei gusti. I ragazzi sono soprattutto esecutori, prevalgono le cover. Se vincono un talent conquistano milioni di like e visualizzazioni, ma poi spesso si perdono perché non possono avere la scorza che si fa in anni di gavetta, sui palchi, nelle piazze minori. La tv non sempre dà il tempo di maturare».

La massima aspirazione di un cantante o musicista italiano è vincere un talent o il Festival di Sanremo?

«Sono le principali catene di successo. Se ti va bene sfondi. Ma sono due sprint. Credo che, se parliamo di arte, il successo vero sia una maratona, un traguardo che si raggiunge con il tempo. Un altro discorso riguarda i cantanti già affermati o con un buon retroterra. Può piacere o far inorridire, ma per esempio Achille Lauro si è presentato all’Ariston come tableau vivant. Non dobbiamo scandalizzarci. Le generazioni passano: i nostri eroi non sono gli stessi dei nostri figli, come quelli dei nostri padri non erano i nostri».

 

La Verità, 13 giugno 2020

 

«Lo dice la storia, dopo le pandemie c’è la rinascita»

Professore, da grande viaggiatore quanto soffre il lockdown?

«Non molto. Quando c’è vento fatti canna, recita un detto siciliano. Finita la bufera torni dritto…».

Franco Cardini ha la saggezza degli antichi e dei filosofi. Di suo, è storico, insigne medievista, fondatore e direttore di riviste, consulente di case editrici, polemista. «Impenitente reazionario», sottolinea. Cattolico, antimilitarista, tutt’altro che innamorato della democrazia, riluttante alle regole della tecnologia e del giornalismo: «Il mio sito lo gestiscono alcuni collaboratori, ci scrivono anche altri, io ogni tanto mando le mie pensate. Quando scrivevo per il Giornale e Indro Montanelli mi chiedeva 4.000 battute me ne venivano il doppio. “Io non taglio nulla, taglia tu”, mi ribatteva. “Ma sono le due di notte”. E lui: “Veglia”».

Con quale immagine descriverebbe la situazione in cui siamo?

«È l’esito finale del capovolgimento del rapporto tra domanda e offerta attuato dall’Occidente. Un tempo era il cliente a stabilire cosa far produrre. Da due millenni la prospettiva è rovesciata: i produttori inducono i consumi per arricchirsi. Le conseguenze le vediamo».

La pandemia ci ha fatto riscoprire gli esercizi spirituali?

«Ci dividiamo in tre famiglie. Quelli che non hanno scoperto un accidente e restano nel disagio o nell’ottusità. La maggioranza che ha riscoperto questa dimensione dimenticata. E una minoranza che non ha mai abbandonato, almeno in linea concettuale, il silenzio e il rapporto con sé stessi. Qualcosa che i credenti chiamano Dio».

Finiti gli esercizi spirituali ci sarà la trasformazione del capitalismo?

«Non credo. Il capitalismo può cambiare i suoi pesi e contrappesi interni. Più produzione e meno finanza, più tecnologia e meno manifattura, forse. Ma senza ciò che i greci chiamavano metanoia, cioè conversione a qualcosa di diverso, il capitalismo non muterà la sua natura determinata dalla fame dell’oro».

Vede il pericolo di svolte autoritarie?

«Quello c’è sempre. Ma che sia in sé un pericolo è da dimostrare. Io sono un impenitente reazionario e segnalo che prima della svolta autoritaria c’è il disordine. Platone osservava che quando c’è troppa licenza, un eccesso di forza bruta a tutti i livelli, questo genera un violento e arbitrario ritorno all’ordine. Aveva ragione e viveva ad Atene».

Si parla di primato della scienza, ma i virologi litigano.

«Da una parte riconosciamo il primato della competenza e la necessità che certi argomenti vengano discussi tra addetti ai lavori, dall’altra, vittime della mitologia democratica, pretendiamo di sapere e dire la nostra su tutto, anche quando dovremmo ascoltare. I talk show sono l’emblema di questa contraddizione. Aveva ragione Umberto Eco: c’è una massa di imbecilli che vuole pontificare senza studiare».

La pandemia è una lezione di umiltà per la scienza che rincorre il virus?

«Qualunque scienziato serio sa di essere una formica. Il problema è che la scienza non va avanti sulle proprie gambe, ma su quelle del potere. I mezzi per farla avanzare sono in mano a chi dovrebbe decidere per il bene comune, ma in realtà decide per mantenere la propria supremazia».

Ai tempi della spagnola la scienza era messa peggio, ma si faceva leva su altre risorse?

«C’erano maggiore coesione sociale e maggiore capacità di reagire intimamente. Più fede religiosa e più capacità di relativizzare la vita umana. In Italia abbiamo adottato misure così drastiche perché abbiamo proiettato a livello sociale le nostre paure individuali. Se la vita è un valore assoluto perché siamo convinti che dopo non ci sia nulla, la morte è irrimediabile».

La politica che figura ci sta facendo?

«Nel Medioevo l’egoismo dei politici era temperato dalla filosofia del buongoverno. Carlo Marx prevedeva che i governanti si sarebbero trasformati in comitati d’affari. L’economia e la finanza – le menti – e la tecnologia – il braccio armato – comandano sulla politica che balla su uno spartito scritto da altri. Se Machiavelli scrivesse oggi Il Principe non lo spedirebbe ai capi di Stato, ma a Wall Street o a Davos».

E i nostri governanti come si stanno comportando?

«Si potrebbe far di meglio, ma non so quanto. L’Italia è una delle maggiori potenze europee, ma avendo perso l’ultima guerra ha ceduto sovranità. Non abbiamo autonomia nel decidere se fare la guerra o mantenere la pace. Non abbiamo sovranità diplomatica, monetaria e territoriale. Siamo un Paese militarmente occupato da circa 130 basi di uno Stato extraeuropeo e di un’alleanza egemonizzata dalla Nato».

Che nesso c’è con la gestione dell’epidemia del coronavirus?

«Il nesso è nei fondi che si usano per fabbricare gli F35 anziché per il sistema sanitario. Sono antisovranista perché i sovranisti non lo sono abbastanza. Il cane bastonato morde il bastone e lecca la mano del padrone, ma se capisse da dove viene la bastonata morderebbe la mano. Questo Giorgia Meloni lo sa bene».

Il premier Conte è troppo paternalista quando assicura che non si potrà tornare alla situazione di prima?

«Un governante ha una capacità di comprensione del mondo superiore a quella dei cittadini comuni. Il pater familias è per natura paternalista».

Il paternalismo può servire a indorare il lockdown e prolungare il mandato?

«Uno statista adegua le scelte alle esigenze del momento. C’è un’emergenza senza precedenti. Poi può anche sbagliare. Il governante dice: so più cose, ho più responsabilità e più mezzi di voi. Quando vi dico una cosa, fatela».

La tendenza ad applicare uno schema identico a situazioni diverse è eccesso di ideologia?

«Credo che se il governatore di una regione decide una linea più permissiva debba anche assumersi la responsabilità di affrontare l’eventuale ripresa del contagio».

Molise e Umbria devono sottostare alle stesse normative decise per Lombardia e Piemonte?

«Bisogna pensare alle possibili ricadute del contagio. L’obiettivo di un governo dev’essere arrivare al debellamento del virus su tutto il territorio nel minor tempo possibile. Il virus si è diffuso con tempi e modalità diverse, sparirà con tempi e modalità diverse. In alcune regioni servirà qualche settimana, in altre qualche mese. Perciò, certe cose si possono fare e altre no».

Lo stesso eccesso ideologico si è visto nella sospensione delle funzioni religiose feriali? In certi paesi di campagna l’unica novità è il divieto di assistere alle messe.

«Il divieto di partecipazione alle messe è una misura estrema, bastava chiedere il rispetto della distanza di un metro. I valori di carattere spirituale che riguardano i diritti di Dio sono superiori ai valori materiali».

Le gerarchie ecclesiastiche dovevano fare di più perché venissero rispettati?

«Le gerarchie sanno che gran parte dei fedeli sono tiepidi. Perciò, non hanno avuto una reazione più robusta di fronte a questi provvedimenti. Dei credenti autentici sarebbero insorti. Pur di non rinunciare all’alimento spirituale avrebbero corso il rischio dell’infezione».

Che sentimento le ha provocato la Preghiera del Papa in piazza san Pietro?

«È stato il gesto della solitudine della Chiesa e di un Papa che ribadisce il suo ruolo nel mondo. Ma che, allo stesso tempo, non può chiedere ai fedeli di venire in piazza. Lo fece nel 1630 il cardinal Federigo Borromeo con un’altra cristianità, indicendo la processione per scongiurare la peste. Il giorno dopo erano tutti infettati, ma credevano fosse per volontà di Dio».

Le sono piaciuti i balconi del 25 aprile?

«Non capisco come mai devo adattarmi alla messa televisiva e si è permesso a tante persone di celebrare insieme il 25 aprile. I balconi mi sono sembrati la dimostrazione che abbiamo bisogno di liturgie consolatorie, cantando Bella ciao o Fratelli d’Italia».

Fratelli d’Italia più di Bella ciao, o no?

«Come cittadino sì, ma come uomo l’unità d’Italia è stata una sciagura. Ero per il mantenimento del Granducato di Toscana, cioè per un’unità non lesiva delle differenze regionali, su modello dei länder tedeschi. Invece abbiamo scelto qualcosa di contrario alla nostra storia, simile allo Stato nazionale francese».

Come si sta comportando l’Europa?

«Come un’entità inesistente. Quando si è formata, pareva un passo verso un assetto federale o confederale. Invece l’Unione europea è solo doganale e finanziaria, al massimo socioeconomica. Non certo sociopolitica. È il regno dei Chief executive officiers, funzionari che badano agli interessi delle lobby e delle multinazionali. L’Europa non dispone di strumenti legislativi per arginare le crisi. Dipendiamo dai banchieri tedeschi e dagli imprenditori francesi».

In questa emergenza si sono realizzate le idee di Beppe Grillo: riduzione dei consumi non essenziali, stop alle grandi opere, tutti a casa con i sussidi statali: è la decrescita felice?

«Non tanto. Quella di Grillo è una visione statica. Gli storici sanno che durante le pandemie succede questo. Dobbiamo recuperare la capacità di guardare oltre. Per fortuna, dopo le epidemie e le guerre c’è un rifiorire, si aprono nuove strade…».

Anche quella di una vita controllata dalla tecnica: droni, piattaforme, app. Scaricherà l’applicazione «Immuni»?

«Io no, i miei familiari e collaboratori sì. È la contraddizione dei sistemi democratici: difesa della privacy o sicurezza, libertà o salute. Nasce dalla Rivoluzione francese: la fraternità è la componente più trascurata, libertà e uguaglianza sono difficilmente compatibili. Il vaccino garantisce salute, ma impone controllo sociale. Il drone salva dal malvivente, ma sorveglia il privato. Trovare il giusto equilibrio spetta alla politica».

È ottimista sul futuro?

«Sì, grazie ai miei studi. Dopo un trauma c’è sempre una ripresa. Dopo la crisi del Basso Medioevo, dopo la Seconda guerra mondiale… Si torna a riempire i vuoti. Lo dico a scapito di me stesso: la pandemia si comporta da predatrice e colpisce i più deboli della specie, indirettamente rafforzandola. Dopo aver perso potere demografico ci sarà una nuova natalità. Dopo aver perso ricchezza torneremo a produrre…».

 

La Verità, 3 maggio 2020

«Hanno riaperto prima le librerie delle chiese»

Fuma ancora?
Certo. La mia mascherina è la coltre di fumo che c’è tra me e il mondo.
Quando, una ventina d’anni fa, il tabagista Giovanni Lindo Ferretti fu operato di tumore alla pleura i polmoni erano sani come quelli di un bambino. «Adesso come allora il mio problema è la mia salvezza». Parole da perfetto reazionario. «Non può farmi complimento migliore». Ecco Ferretti: pronto ai paradossi e a capovolgere problemi e soluzioni. Sessantasette anni, fondatore dei Cccp – Fedeli alla linea, primo gruppo punk italiano poi evoluto nei Csi (Consorzio suonatori indipendenti) e nei Pgr (Per grazia ricevuta). Uno che aveva la cresta rossa e girava in minigonna e stivali militari. Che è tornato a casa, al cristianesimo, vive a Cerreto Alpi, un borgo incastonato nell’Appennino emiliano che declina verso la Toscana. Settanta anime, bar alimentari circolo ricreativo, chiesa, cimitero, stalle. Un posto dove il tempo si è fermato. Come si vede in Ora, il video da poco pubblicato su YouTube.
La sua vita è cambiata da quando si è diffuso il morbo?
Non granché. Anzi, nella quotidianità non è successo proprio nulla. Sono cambiati i pensieri. Quando si arriva qui, di solito, si resta colpiti dal silenzio ma ora il silenzio si è fatto così acuto che ci ha rintronati.
Racconti.
Pensavamo anche noi che quello di prima fosse silenzio ma nella valle c’è una strada statale, il cielo era attraversato dagli aerei e ci spostavamo in macchina. Adesso siamo tutti fermi, camminiamo lenti e i pensieri rimbombano.
Il primo qual è?
Negli ultimi anni, per liberarmi da un eccesso di inviti, proposte, aspiravo agli arresti domiciliari. Troppa grazia: ci siamo finiti tutti, abbiamo consegnato la nostra libertà in cambio di una promessa medico scientifica di sicurezza. È il segno che abbiamo valutato male molte cose.
Tipo?
La libertà di spostamento. La riavremo in cambio della tracciabilità? Sarà un potere tecnico-scientifico con finalità etico-morali la soluzione dei nostri problemi?
È uno stato di emergenza.
Niente come l’emergenziale apre al possibile, al consuetudinario. Non ho soluzioni, pongo domande.
Non crede che ciò che sta succedendo possa portare svolte positive?
Non vedo come, mobilità e socialità sono comportamenti improvvisamente divenuti pericolosi. Parlando da qui: i borghi di montagna e le terre alte hanno un’economia ridotta a turismo. Mi permetto di ricordare che quassù non ci sono molte casse integrazioni.
Come tanti paesi, Cerreto Alpi è rimasto in un’altra epoca?
Non c’è dubbio. Però se continui a portare sempre i soliti pantaloni a campana, quando tornano di moda sei all’avanguardia.
Siete da sempre in lockdown. Tempo lento, pochi assembramenti…
Di fronte a tanto dolore è vergognoso dire che qui è una specie di paradiso terrestre. È che si intravede l’angelo che si sta posizionando sulla porta….
Vive con uno zio di 94 anni e ha un cugino di 86 in casa di riposo. Ha paura?
Sono il loro parente più prossimo. Per mio cugino lo ero perché è morto qualche giorno fa.

Mi dispiace…

Quanto a me, non ho paura di ammalarmi o morire. La vita è così: dentro la disgrazia c’è la grazia e la grazia contiene la disgrazia. Mi sono già trovato, in ospedale, insicuro del risveglio. Con la paura della morte è meglio cominciare a fare i conti da adolescenti. Certo, per far tesoro della disgrazia bisogna che da qualche parte ci sia la grazia.
Dopo saremo migliori?
Non vedo in forza di cosa. Ci sono buone possibilità del contrario.
Qualcuno ha fatto il confronto con l’11 settembre.
Il terrorismo internazionale ha prodotto una crisi estrema, ma lo conoscevamo. La storia dell’umanità è costellata da violenza e guerre. Il virus mina l’economia, la politica, la religiosità, il costume. L’immaginario. Credevamo di aver debellato il male ma risultiamo vulnerabili.
Lo spot di una casa automobilistica tedesca dice: «Il momento giusto per ogni cosa? È quando decidi di viverlo».
È proprio questo «deciderlo tu» che è crollato.
Lo sconcerto è che non ci sia il vaccino.
Possiamo credere che ci sarà, non che sconfitto un virus non ne arrivi un altro.
Il video intitolato Ora si pronuncia con la «o» stretta o larga?
Avverbio di tempo o voce del verbo orare? Decida lei.
Dice che siamo «connessi, tracciabili, asettici»: che cosa la inquieta?
Questa forma di tecnodipendenza. Per richiedere il sussidio di 600 euro bisogna connettersi. Per mandare i figli a scuola serve un computer, un allacciamento e una buona connessione. Persino per la messa serve un pc o uno schermo… rito o spettacolo?
La tecnologia non fornisce soluzioni?
È la soluzione il nostro problema.
La tecnologia è il problema?
Ne abbiamo una visione teologica. È il nuovo idolo. Ci affidiamo a lei come ci si affidava ai miracoli. Mi auguro funzioni come a volte funzionavano i miracoli. Però ammettiamo di essere nel campo della teologia.
Nel video dice «comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte». Siamo soli davanti a uno schermo?
Lo inseguivamo da molto e finalmente il regno delle solitudini si è materializzato. Connessi, nelle proprie case, cittadini singoli, liberi in libero Stato nel libero mondo. Dovremmo essere contenti, no? Nell’ultimo secolo abbiamo cancellato famiglie, comunità, piccole patrie, corpi intermedi e i doveri che derivano dalla vita comune e reale, non virtuale. Ho ben presenti difetti e orrori della famiglia e della società tradizionale. Ma conosco altrettanto bene l’orrore e la solitudine esistenziale nella quale ci siamo infilati.
Nelle prime c’era una legge morale da seguire, nella seconda c’è il nichilismo?
È stata cancellata la dimensione naturale e cosmica dell’uomo. Il quale s’illude di essere ciò che decide, come diceva quello spot. Uno che non decide nemmeno di venire al mondo, di esserci.
Questa pandemia porterà un po’ di umiltà?
Non vedo perché questo morbo debba essere così benefico. Non c’era bisogno del virus, abbiamo appena avuto terremoti distruttivi, muoiono comunque persone care, la malattia e il dolore c’erano anche prima del coronavirus.
Tornando al video la si sente dire: «Tutti da Fabio Fazio la domenica sera». Che cosa non le piace?
Il Papa che cita Fazio l’ho trovato imbarazzante. Si reggono cose tremende poi un’inezia ti distrugge.
Le chiese chiuse le sopporta?
Si riaprono le librerie perché allietano l’anima, ma le chiese ben chiuse che l’inquietano.
A Cerreto Alpi c’era pericolo di assembramenti?
Si agisce per ideologia, senza una visione materiale della quotidianità. Qui non è cambiato nulla col virus. Le novità sono la chiesa e il cimitero chiusi. Il problema non doveva nemmeno porsi. A messa la domenica siamo una decina. Nel cimitero, all’aperto, due o tre volte l’anno vedo un’altra persona a 50 metri.
Contesta l’acquiescenza delle gerarchie ecclesiastiche?
L’acquiescenza preventiva, chiusa prima la chiesa del bar.
L’acquiescenza delle gerarchie e l’invadenza dello Stato?
Lo Stato contro il diritto naturale. In Veneto hanno dato il permesso di mangiare in giardino, capisce? Si possono portare fuori i cani, ma non con tutte le precauzioni i bambini?
La sua conclusione è il benedettino ora et labora?
Senza orare né laborare? Non mi si dica che la preghiera è libera nell’anima, quello è nell’ordine dei sentimenti e nessuno può impedirlo. La preghiera è soprattutto liturgia e se impedisci di lavorare impedisci il pane quotidiano. La metà del genere umano si guadagna il pane in modi non sindacalizzabili e gestibili dall’alto. Illegale? In queste montagne non ci sono cassa integrazione e sussidi statali.
Si sente fuori dal mondo?
Al contrario, sono al centro del mondo. Nel posto in cui sono stato desiderato e amato, nella casa della mia famiglia, tra la mia chiesa e il mio cimitero, al cospetto della creazione.
C’è un gesto o un’immagine che le è rimasto in mente di questo periodo?
Due immagini. La prima me l’ha mostrata la filmaker che lavora con me. È una foto dalla Mongolia: un drappello medico militare dell’esercito cinese a cavallo, tanto utile a contenere che ad allargare il contagio. La Cina è l’impero di mezzo, e muove. L’altra immagine è la prima liturgia in piazza San Pietro deserta, il Papa senza curia, Urbi et orbi. Bellezza e timore. Prescindo da valutazioni positive o negative, la Cina e la Santa sede sono i soli due soggetti politico sociali presenti in questa situazione. Tutto il resto è silente, litigioso e insignificante, o non pervenuto.
A cosa sta lavorando?
Il 29 febbraio ho consegnato a Mondadori un nuovo libro, dieci anni di riflessioni, chiuso il conto con il tempo di prima. Sto lavorando ad un nuovo video canzone: Ora II.
Come sarà la nuova normalità?
Quando finirà questa sospensione non sarà possibile tornare a prima, è un tempo sconosciuto.

 

Panorama, 22 aprile 2020