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«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

«Foa cancellato perché libero. È una vergogna»

Alberto Contri, sul Sussidiario.net lei ha scritto una lettera aperta all’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi sulla inaspettata chiusura di Giù la maschera, la striscia quotidiana di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente Marcello Foa. Risposte?
«Nessuna».
Come se lo spiega?
«Penso che non mi considerino degno di attenzione. Ma non tanto me come persona, quanto l’argomento che ho sollevato. Non dev’essere trattato perché crea solo imbarazzo».
Eppure, con Rossi ha lavorato a stretto contatto a Rainet. Anche per una vecchia colleganza una risposta era opportuna.
«Siamo stati in uffici attigui per quattro anni. Io gestivo e lui apprezzava e dichiarava su Rainet. Ma eravamo anche ottimi amici e lo stimavo molto. Da quando è diventato prima direttore generale poi amministratore delegato non sono più riuscito a parlargli».
Il silenzio dei vertici aziendali è un tratto distintivo di questa vicenda. Anche il direttore di Radio 1, Nicola Rao, dopo un colloquio con Foa in cui aveva promesso risposte, si è dileguato. Come se lo spiega?
«Temo che sia lo stile di questa gestione che ci sta portando silenziosamente nel Grande fratello di George Orwell».
In che senso?
«
Se guarda i telegiornali sono a base di notizie non date, omertà, incensamenti e tagli di nastri. E il resto è tutto intrattenimento che addormenta e non deve disturbare».
Un quadro tragico.
«Non me l’aspettavo. Essendo politicamente un moderato mi aspettavo maggiore attenzione alla diffusione del senso critico, che invece vedo anestetizzato. Prendiamo, per esempio, le notizie sul caso del ministro della Salute Orazio Schillaci o le nuove evidenze emerse dai video delle riunioni del Cts (Comitato tecnico scientifico) sui vaccini: di tutta questa discussione sui tg Rai non c’è traccia alcuna. È ciò che, paradossalmente avviene anche sulla stampa sugli obiettivi del deep state e del potere di oggi in Italia».
Può spiegarsi?
«Al Meeting di Rimini i nipotini di don Giussani hanno applaudito ugualmente Mario Draghi e Giorgia Meloni che, in realtà, dovrebbero essere su fronti opposti. L’establishment e il deep state comandano».
Accuse pesanti. Torniamo al caso del giorno: un ex presidente della Rai non ha ricevuto comunicazione ufficiale della cancellazione del suo programma.
«È una vergogna con la v maiuscola. Perché non è solo un fatto di galateo: come diceva Giovanni Testori, la forma è essa stessa sostanza. Non aver sentito il bisogno di incontrarlo è la cartina di tornasole dell’atteggiamento stile Marchese del Grillo, “Io sono io…”, il seguito lo conosce. O, per meglio dire, la convinzione di padroneggiare la comunicazione fa calpestare qualsiasi regola di rispetto professionale».
A volte lei è stato ospite, che tipo di programma era Giù la maschera?
«Per me rappresenta la quintessenza del servizio pubblico».
Che cosa le piaceva in particolare?
«In un’ora si affrontava un argomento di attualità, anche delicato, con tre ospiti di opinioni e tendenze diverse trattati con garbo e uguale spazio. Non si prendeva mai parte per uno o l’altro, a differenza dei talk show dove si cerca la rissa per fare audience e non si insegue minimamente uno straccio di verità».
Ricorda qualche puntata che ha sollevato proteste?
«Quella dove fu invitato il dottor Massimo Citro Della Riva che aveva avuto espressioni molto severe nei confronti dei vaccini. Ma nonostante l’equilibrio dato dalla presenza di personalità che interpretavano il pensiero ufficiale delle istituzioni (erano presenti l’ex funzionario dell’Oms Francesco Zambon e l’infettivologo Massimo Galli ndr), Foa fu obbligato a una trasmissione riparatrice. Che però, essendo fatta sempre con il sistema tre opinioni diverse, non accontentò del tutto chi l’aveva pretesa».
Era un programma sotto costante osservazione?
«Sicuramente, perché trattava temi spesso delicati con indipendenza e anche con la partecipazione di Alessandra Ghisleri che forniva dati e ricerche documentate».
Perché il servizio pubblico che dovrebbe vantare questo programma come la sua quintessenza invece lo ha chiuso?
«Per questo ho scritto la lettera aperta indirizzandola a Giampaolo Rossi ma, in realtà, rivolgendomi a quello che chiamo il giro del fumo che avvolge la Rai e la politica».
Oltre all’establishment o al deep state era disturbato anche l’Usigrai, che avrà brindato.
«Certo. C’è stata una quantità di argomenti come il declino demografico e l’immigrazione che intersecavano e sollecitavano l’attività del governo. La mia supposizione è che, forse, questi argomenti e gli ospiti che li trattavano magari esprimendo pareri negativi sull’attività del governo, possano essere stati troppi».
Foa ha detto che poteva aspettarsi la chiusura da una Rai di sinistra non da una Rai con questa governance.
«Assolutamente. È il motivo del mio grande stupore».
Una buona parte dell’opinione pubblica aspetta ancora qualche segnale chiaro di innovazione della Rai che la vulgata chiama teleMeloni.
«Se il buongiorno si vede dal mattino non siamo messi benissimo. Mi sembra che il motto di questa gestione sia quieta non movere et mota quietare (non agitare ciò che è calmo e calma ciò che è agitato). Soprattutto: non disturbare il manovratore».
La prima vittima di radioMeloni, sempre che ci sia, è un programma condotto da un ex presidente di area moderata e di formazione montanelliana?
«Questo è il fatto politico preoccupante. Comunque, chi ha deciso la defenestrazione, ovvero il direttore di Radio 1 Nicola Rao, risulta essere una persona di provata fede meloniana».
Radio e teleMeloni, sempre che ci siano, cancellano gli irregolari di destra?
«Siamo davanti a una sorta di eterogenesi dei fini. So per certo che non si vuol dare l’impressione di occupare la tv pubblica, ma in questo caso si è andati ben oltre, liberando la Rai di una persona di centrodestra per poter dimostrare di essere equidistanti».
Nessuno dagli ambienti politici, né la Lega né Fratelli d’Italia, ha difeso il programma.
«È vero, nessuno l’ha difeso nella maggioranza. E i queruli esponenti di Articolo 21, sempre prontissimi a difendere il servizio pubblico e la libertà d’informazione, dove sono finiti?».
O sei omologato o anche la destra ti cancella?
«Sì».

 

La Verità, 30 agosto 2025

«Macché TeleMeloni, la Rai è piena di woke»

Alberto Contri, le piace TeleMeloni?
«Francamente non riesco a capire cosa sia realmente. È una formula giornalistica, un’etichetta sciocca perché la Rai è da sempre, per definizione, incline al governo del momento. Posso testimoniarlo in prima persona: in Rai la sensibilità governativa si è sempre affermata nella scelta delle persone e nelle carriere da promuovere».
Presidente per vent’anni della Fondazione Pubblicità e progresso, autore e saggista (ultimo libro La sindrome del criceto, Nexus, 2023), Contri ride quando gli ricordo che è stato consigliere Rai dal 1998 al 2002 in quota Forza Italia.
«Così dicevano, ma era anche quella una scorciatoia giornalistica. Quando venni nominato, Fedele Confalonieri mi mandò un messaggio: apprendo dai giornali che sei di Forza Italia, non lo sapevo; e forse non lo sapevi neanche tu. Tant’è vero che poi, insieme a Vittorio Emiliani che avrebbe dovuto essere in quota alla sinistra, promuovemmo eventi come La Traviata a Parigi o chiedemmo ad Antonio Lubrano di spiegare le opere con i sottotitoli, scandalizzando i puristi della lirica».
Poi è stato amministratore delegato di RaiNet che in qualche modo è stata l’antenata di RaiPlay.
«Non in qualche modo, RaiPlay è la figlia diretta di RaiNet, tant’è vero che l’attuale direttrice, Elena Capparelli, era la mia principale collaboratrice. Il presidente invece era Giampaolo Rossi».
Torniamo a TeleMeloni. Questa Rai è totalmente al servizio del governo e del premier?
«Totalmente al servizio… Forse nella gerarchia delle notizie dei tg o nel silenzio su alcune altre».
Per esempio?
«Qualche giorno fa la numero uno dell’Intelligence americana Tulsi Gabbard ha accusato Barack Obama di alto tradimento. Ha detto di essere in possesso di prove che dimostravano la sua influenza sulle indagini sul Russiagate nel 2017 per indebolire Donald Trump. Mentre in America non s’è parlato d’altro per giorni, i nostri telegiornali hanno silenziato la notizia».
Forse si è ritenuto che la Gabbard volesse recuperare considerazione presso Trump dopo che l’aveva criticato per l’attacco all’Iran?
«Ne dubito. Si trattava di una conferenza stampa ufficiale. Con lei c’erano diverse altre personalità che hanno messo a disposizione dei documenti. Invece di dare questa notizia sono stati proposti numerosi servizi sulla vicinanza fra Trump e Jeffrey Epstein, un gossip di tutt’altra importanza».
Se così fosse, sarebbe una conferma dell’inesistenza di TeleMeloni.
«Infatti, perché sono ancora attivi i giornalisti di sempre. Forse una certa inclinazione filogovernativa la si vede nell’eccesso di cronaca nera, utile a non disturbare il manovratore».
Quindi, secondo lei nella gestione dell’informazione TeleMeloni esiste?
«Forse c’è una tendenza fisiologica ad allinearsi. Nulla di diverso da ciò che c’è sempre stato con qualsiasi governo. È il solito doppio standard: se lo fa la sinistra è lealtà culturale, se lo fa la destra apriti cielo. Coloro che oggi accusano li ho visti all’opera per anni».
E cos’ha visto?
«Intervenivano senza troppe remore. Il presidente dell’epoca Roberto Zaccaria aveva codificato il metodo sostenendo che l’informazione andava suddivisa in tre parti, una alla maggioranza, una all’opposizione e una al governo. Così i due terzi degli spazi erano filogovernativi. La stessa spartizione si applicava nei programmi di approfondimento».
Qualche giorno fa l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha replicato alle critiche alla Rai rivendicando il fatto che è «la prima fonte informativa degli italiani» e che sullo sport investe molto e vantando «il ritorno di Benigni». Dobbiamo essere soddisfatti?
«Assolutamente no. Se scorro i palinsesti non vedo novità rilevanti. Non c’è nessuna discontinuità.
Da quanti anni Mara Venier conduce Domenica In, da quanti anni c’è Ballando con le stelle, da quanto tempo c’è Antonella Clerici, che mi sta pure simpatica?».
Squadra che vince non si cambia.
«No, certo. Ma qualche iniezione di novità si potrebbe fare. E poi Rossi dice una cosa più ambiziosa: la Rai racconta il Paese. L’ha detto anche quando ha presentato il Concertone del primo maggio: il nostro è un racconto che rispetta il pluralismo. Quale sarebbe il pluralismo rappresentato da Big Mama? Anche la fiction di oggi è farcita di cultura woke e di figure rappresentative delle comunità arcobaleno».
La Rai vanta anche il successo dell’ultimo Festival di Sanremo e di Affari tuoi.
«È come giudicare il guardaroba di una persona dall’abito per la cena di gala. Poi la quotidianità è tutta virata al relativismo etico».
Le piace di meno l’intrattenimento o l’informazione?
«Mi sembra tutto modesto. Come è modesto l’intero contesto nazionale, e cito la disillusione di Marcello Veneziani per lo stato del Paese. Che inevitabilmente si riflette sulla tv pubblica».
Che dovrebbe avere una funzione diversa?
«Di elevazione del senso critico della popolazione. Se prendiamo la musica c’è da essere scoraggiati, altro che elevazione. Si mira verso il basso perché puntando verso il basso è più facile catturare l’audience. E qui emerge il peccato originale dei due colossi che si contendono la pancia del pubblico».
Diceva della cultura woke nella fiction.
«E anche nei varietà e nei programmi d’infotainment. Mentre in America si registra un decadimento in seguito alla ribellione dei cittadini, in tante trasmissioni della Rai, radio compresa, che seguo per motivi professionali, prevale il woke de noantri».
C’è qualche dirigente in particolare che lo promuove?
«Ricordo che una volta, quando era direttore di Rai 1, Stefano Coletta sbottò contro chi chiamava Rai 1 Gay 1: “A me non interessa con chi vanno a letto i miei collaboratori”. Io dico che quando si manda in onda un numero rilevante di persone di orientamento omosessuale la loro visione si diffonde urbi et orbi. L’ha detto più volte anche Mauro Coruzzi in arte Platinette: mai come ora i gay sono sovrarappresentati in tv. Invece, con grande rispetto per le scelte di ciascuno, sono poco più del 3,5% della popolazione. Nella giuria di Ballando con le stelle, che è il varietà di punta del sabato sera di Rai 1, sono la metà. Se si dice che la Rai racconta il Paese, penso che la giuria di un programma popolare dovrebbe rappresentare la segmentazione del pubblico».
Va meglio la parte degli approfondimenti e dei tg?
«Purtroppo no. Ci è voluto molto tempo prima di far apparire la realtà di Gaza. E anche sull’Ucraina c’è stata una narrazione a senso unico. Ricordiamo l’oscuramento del corrispondente da Mosca Marc Innaro che, piuttosto di non far nulla, chiese di andare al Cairo. Non si poteva dire tutta la verità sull’Ucraina, o come ha fatto papa Francesco, che la Nato si era avvicinata ai confini con la Russia. All’opposto, quando Giorgia Meloni dialogava con Joe Biden, da Washington Claudio Pagliara era facilitato a pronosticare la vittoria di Kamala Harris. Credo che questo non avvenga a causa di imposizioni, ma per forme di allineamento fisiologiche. La Rai è un corpaccione stratificato negli anni, hai voglia a spostare le persone… Uno come Giancarlo Loquenzi, ex direttore di Radio radicale, conduce Zapping da decenni e va spesso ospite del Tg3 insieme a Giovanna Botteri».
La vecchia Telekabul però è stata ridimensionata.
«Ma dove? Pensiamo a Monica Giandotti, brillante suffragetta progressista, che da Lineanotte di Rai 3 è approdata alla conduzione di Tg2Post».
E da studioso dell’innovazione nella comunicazione cosa pensa dei programmi di divulgazione sull’intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale?
«Ho sempre apprezzato Codice. La vita è digitale di Barbara Carfagna. Purtroppo, in questa ultima stagione sta mostrando una tendenza riduzionista, materialista e transumanista».
Semplificando?
«Un conto è raccontare le avanguardie digitali, un altro è magnificare l’idea di Alexandr Wang, “l’astro nascente della Silicon Valley”, di fare un figlio solo quando potrà impiantargli un neuralink nel cervello allo scopo di avere un figlio enhanced, potenziato. Oppure, altro eccesso, tessere le lodi del cosiddetto gemello digitale, costituito da ciò che rimane di noi in rete che, quando smettiamo, potrebbe continuare a lavorare al posto nostro».
Invece?
«Quando è disconnesso da quello primigenio, il gemello digitale è solo una massa di dati inerti che, non essendo gestita dal libero arbitrio di una coscienza, non potrà mai fare nulla».
Codice. La vita è digitale da quale direzione dipende?
«Va in onda su Rai 1 e Barbara Carfagna è una giornalista del Tg1 che gode di ampia autonomia. Ma, anche se ogni tanto intervista qualche voce critica degli algoritmi, il servizio pubblico dovrebbe fare attenzione a promuovere certe derive transumaniste».
È stata una scelta vincente eliminare i direttori di rete e creare strutture editoriali per generi – intrattenimento, informazione, fiction, sport – trasversali alle reti?
«Si procede per tentativi. Con Carlo Verdelli direttore editoriale si era provato a organizzare l’informazione, senza riuscirci. Ora si è accentrato il potere in poche mani per semplificare i processi. Ma sono le reti a sapere di quali prodotti hanno bisogno».
Invece così le reti non hanno più identità?
«Esatto. Adesso le gerarchie sono meno chiare e, oltre alla concorrenza di Mediaset, gestire quella interna alla Rai è più complicato. In questa governance che prevede un direttore generale e un amministratore delegato è tutto un po’ confuso e non si capisce bene chi comanda».
Da un anno e mezzo si attende la nomina del presidente di garanzia, rimpiazzato dalla reggenza di Antonio Marano, consigliere anziano. È questa situazione a indebolire la linea di comando o manca una squadra di dirigenti che possa aiutare l’ad?
«La seconda che ha detto. Comunque, il presidente di garanzia è un ossimoro. Ne ho conosciuti tanti, anzi, tante visto che molte erano donne, da Anna Maria Tarantola a Lucia Annunziata fino a Monica Maggioni. Non ho mai capito bene quale fosse la loro funzione. Ancora più incomprensibile mi risulta quella della Commissione parlamentare di Vigilanza, un reperto di archeologia partitocratica. In questa situazione non si può prendersela più di tanto con Giampaolo Rossi. La Rai avanza per inerzia. La conferma è che da decenni i programmi sono sempre gli stessi: Sanremo, Benigni…».

 

La Verità, 30 luglio 2025

La7 e Mediaset «credono» alla fake di TeleMeloni

Poi dice che uno si butta sullo sport e le serie tv. Che altro ci sarà da guardare in televisione, ora che è stato sollevato il lenzuolo dalla programmazione della prossima stagione di Rai, La7 e Mediaset. Et voilà, novità tendenti allo zero. Fantasia latitante. Salvo rare e apprezzabili eccezioni, perché davvero proprio non si poteva fare diversamente, formule e format sono stati in gran parte confermati. La televisione che verrà sarà deprimente come quella che se n’è appena andata. Il telespettatore che si nasconde in noi è sconfortato. Dovrebbe guardare talk show vocianti con esponenti politici di terza fila mischiati a tuttologi ed esperti che surfano dall’emergenza sanitaria a quella bellica fino a quella climatica? Dovrebbe sintonizzarsi su programmi di approfondimento che in realtà sono ciclostilati di propaganda antigovernativa a prescindere? Oppure varietà ridanciani e cheap con il solito giro di ospiti, anch’essi, a loro volta conduttori o ex conduttori di programmi della medesima scuderia di agenti, quando non della medesima rete tv, in tournée promozionale? O forse il telespettatore medio dovrebbe essere soddisfatto dei morbosi contenitori di cronaca nera che riempiono i pomeriggi delle reti ammiraglie? O magari delle rubriche di gossip e infotainment sugli amorazzi transeunti dei divetti dello showbiz. O dei reality epidermici utili a promuovere mezze figure o a riciclare personaggetti in caduta libera, eppure inflazionatissimi e sovraespostissimi nei primetime delle tv commerciali? ChiareFerragne, DiletteLeotte, AndreiPennacchi, Elodie e Mahmood, StefaniMassini, StefaniFresi, RobertiBurioni, PiniInsegni, GiulieDeLellis, Luchi&Paoli, MassimiGiannini, GeppeCucciare, PaoliConticini, SareManfuso, OscarFarinetti… ci vorrebbe un altro Rino Gaetano in grado di aggiornare con un nuovo capitolo il catalogo della sua strepitosa Nuntereggae più. In assenza, si mette mano al telecomando e si cerca la via di fuga. Appunto, sport e serie tv. In acronimo: S&St. Stop, con rare eccezioni. Gli altri acronimi, Ts&R (Talk show e Reality), oppure VI&G (Varietà, Infotainment e Gossip), hanno ampiamente stancato.
Insomma, personalissima abitudine, la tv generalista non si guarda più, salvo eccezioni.
Ma andiamo con ordine.

Altro che TeleMeloni

Il 27 giugno scorso, un venerdì nel quale i giornaloni rifrangevano i lustrini dei Bezos convolati a nozze sul Canal grande, la Rai ha presentato la sua collezione autunno-inverno 2025/2026. Ci si aspettava l’epocale annuncio di un programma affidato alla reietta Barbara D’Urso. Era la notizia tanto attesa. Invece, nisba. Delusione serpeggiante fra gli addetti al pissi pissi. Barbaria (copy Dagospia) avrà forse qualche ospitata. O magari gareggerà a Ballando con le stelle. Per il resto, spulciando le cronache, si scopre Whoopi Goldberg guest star della soap Un posto al sole, Kevin Spacey bentornato protagonista di una sit com su Raiplay e l’immancabile serata evento pedagogica di Roberto Benigni che, magari con Sergio Mattarella in prima fila, ci racconterà San Pietro. Detto che l’innesto più o meno estemporaneo di tre attori non fa linea editoriale, va aggiunto che, oltre alle conferme di prammatica (Carlo Conti, Antonella Clerici, Milly Carlucci, Stefano De Martino, Marco Liorni e Francesca Fagnani), si registrano soprattutto alcune defezioni. Non che si perda chissacché con la fine di Citofonare Rai2 della coppia Paola Perego Simona Ventura – quest’ultima passa a Mediaset per condurre Il Grande fratello dei Nip. O con lo spegnimento di Epcc dell’eterno giovane Alessandro Cattelan, anche lui in rotta verso Cologno Monzese. Di buono c’è che Viale Mazzini non ha le porte girevoli e ai segnali di pentimento di Amadeus e Flavio Insinna, transfughi un anno fa da TeleMeloni, ha opposto un netto «la Rai non è un albergo». Purtroppo, e paradossalmente, segnali di vero telemelonismo non se ne sono visti. Almeno ci si sarebbe potuti dividere; si sarebbe litigato, discusso, polemizzato. Niente. Un grigiore avvilente. Con la discussa eccezione di Affari tuoi («un game al limite del gioco d’azzardo», secondo Pier Silvio Berlusconi) ci si chiede se nella Rai di questi anni si sia imposto un titolo, un volto, un format che abbia lasciato un segno degno di nota nelle abitudini dei telespettatori? Deserto. Unica possibile àncora di salvezza, Rosario Fiorello e la sua squadra.

Propaganda d’opposizione

L’inesistenza di qualcosa che possa davvero chiamarsi TeleMeloni risulta doppiamente divertente perché gli altri editori si sono strutturati per contrastare quella che si è rivelata una colossale fake news. Secondo tradizione, La7 ha presentato la nuova stagione all’Hotel Four Season di Milano. Anche qui, tante conferme e minuscole novità. Il presidente Urbano Cairo ha sottolineato il carattere indipendente della rete e rivendicato la plausibilità di una quota di canone per il servizio pubblico al quale assolve. Richiesta che è apparsa un filo sopra le righe. Se fino a qualche anno fa, quando il tg di Enrico Mentana e le sue maratone influenzavano effettivamente il palinsesto tale provocazione poteva risultare ragionevole, oggi che con i vari Otto e mezzo, La torre di Babele, DiMartedì, Piazzapulita e Propaganda Live, la linea editoriale è spiccatamente militante, questa richiesta suona velleitaria. Chissà se le paturnie trapelate ai vertici del tg siano dovute all’avvolgente contesto propagandistico del canale. Per dire, Federico Rampini, l’unico conduttore che non ha issato l’antimelonismo sul frontespizio delle sue inchieste, si sposterà su Canale 5. A La7, infatti, per non lasciare spazio a dubbi, oltre alle conferme di tutta la linea – salvo il quiz preserale In Famiglia di Flavio Insinna, cancellato – le novità del prossimo anno saranno l’innesto di Roberto Saviano con sei ritratti di personaggi della criminalità, le Lezioni di mafie di Nicola Gratteri e una serata speciale sulla storia della P2 affidata all’attore Fabrizio Gifuni, ispirato dall’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Un pizzico di telemagistratura non guasta mai.

Ravvedimenti e alternative

Anche le reti Mediaset hanno scartato verso sinistra per compensare la presunta correzione a destra di Viale Mazzini. È un processo iniziato un paio di anni fa, con gli innesti di Bianca Berlinguer e di Myrta Merlino. La quale, sostituita da Gianluigi Nuzzi a Pomeriggio 5, si prenderà un anno sabbatico in attesa di nuove idee. Si sa come vanno queste cose: salvo i conduttori pifferai che si portano il pubblico da casa, raramente una tessera s’incastra felicemente nel nuovo mosaico. E comunque, «il retequattrismo non esiste», ha assicurato Mauro Crippa, responsabile dell’informazione della casa. Forse no, perché da Nicola Porro, al quale verrà affidato anche il preserale Dieci minuti dopo il Tg4, alla striscia di Paolo Del Debbio alle inchieste sul campo di Mario Giordano ci sono parecchie sfumature di differenza. In ogni caso, partendo dalla chiusura di certi inguardabili reality («i programmi più brutti che abbia mai visto», Berlusconi jr. dixit) e arrivando al Risiko del già citato Rampini su Canale 5, al programma di retroscena politici di Tommaso Labate fino al ritorno in video di Toni Capuozzo con dei ritratti dei grandi del Novecento, si nota un certo, salutare ravvedimento. Insomma, qualche eccezione in attesa di conferma forse s’intravede.
Nel frattempo, ci si può consolare con il torneo di Wimbledon su Sky, il finale di stagione della strepitosa MobLand su Paramount+ prodotta da Guy Ritchie e la terza pluririnviata stagione di Teheran su Apple Tv+. Qui si va sul sicuro.

La Verità, 11 luglio 2025

Benigni, giullare del Colle, sogna una Ue che non c’è

Una colossale operazione ideologica mimetizzata dietro un’abile dialettica. Dietro una cortina fumogena, una nebbia di retorica. È questo l’evento televisivo cui abbiamo assistito due sere fa in prima serata su Rai 1, «in diretta anche su Rai Radio 2 e Raiplay, questo è un colpo di Stato, abbiamo preso il potere, siamo dappertutto, anche sul forno a microonde», ha scherzato Roberto Benigni prima di riverire, come fa puntualmente, «il presidente della Repubblica Mattarella, perché so che ci sta guardando. Buonasera presidente e grazie». Un evento o un comizio; trasmesso persino in Eurovisione. Accade solo per il Festival di Sanremo, e subito si è capito perché, essendo che si parlava di Europa. Se ne distillava il panegirico, un miele di iperboli: «L’Europa è la più grande istituzione democratica da 5.000 anni a questa parte realizzata dall’uomo sul pianeta terra». Mancavano i fuochi d’artificio. Centoquaranta minuti senza interruzioni pubblicitarie, altra eccezione assoluta, per un ascolto di 4,9 milioni di telespettatori (e il 28% di share). Davvero non granché se si considera anche il colpo di fortuna che l’esibizione, tambureggiata per settimane, è arrivata nello stesso giorno della bagarre alla Camera sul Manifesto di Ventotene.
Un comizio antimeloniano, quello del premio Oscar, alla faccia di TeleMeloni. Del resto, il suo manager è Lucio Presta, agente di star della tv, del cinema e di Matteo Renzi, tra i più aspri oppositori personali del premier. Ed è anche l’artefice della doppia ospitata al Festival di Sanremo di due anni fa, quando Benigni declamò la Costituzione italiana davanti a Sergio Mattarella, per l’occasione presente all’Ariston. Infine, l’altro collaboratore dell’esibizione è Michele Ballerin, saggista europeista e federalista, titolare di un blog in materia sul Fatto quotidiano.
Abbiamo assistito a un comizio politico che è entrato nel merito dell’architettura dell’Unione europea, contestando il diritto di veto e l’obbligo dell’unanimità dei 27 Paesi membri che siedono nel Consiglio di Bruxelles. Persino Cipro, si è scandalizzato l’artista, può impedire, com’è accaduto, l’approvazione di qualche provvedimento. E per fortuna, caro Benigni: il diritto di veto è l’ultimo baluardo che impedisce all’Ue di trasformarsi in una democrazia illiberale. Senza l’obbligo dell’unanimità, considerato che il Parlamento di Strasburgo è un istituto consultivo, chissà Ursula von der Leyen o l’ex commissario Frans Timmermans, quello che ha finanziato con denaro dell’unione le formazioni dell’ecologismo estremo, cos’altro ci avrebbero imposto. Eppure, «io sono un europeista estremista», ci ha rassicurato l’artista militante dopo l’esaltazione del Manifesto di Ventotene, nuovo vangelo democratico che propugna l’abolizione della proprietà privata e inneggia alla rivoluzione socialista. Orfana del comunismo, la sinistra si è gettata anima e corpo nella nuova religione. Archiviato con qualche pendenza amministrativa il Serra pride (copyright Giorgio Gandola) e mentre se ne profila un discutibile bis griffato dal primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, ecco la professione dello showman più intoccabile del Belpaese.
Benigni ha decantato le imprese di un terzetto di intellettuali (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che, al confino nel 1941, ha coniato la propria utopia, debitrice dell’impianto federalista della Costituzione americana. Ha enfatizzato la figura di Jean Monnet, ispiratore di ciò che diverrà la Ceca (Comunità europea carbone e acciaio), ampliata qualche anno dopo nella Cee (Comunità economica europea) dai Paesi fondatori (Francia, Germania ovest, Belgio, Italia, Paesi bassi e Lussemburgo). Ha tessuto le lodi del Trattato di Schengen, dell’euro e dell’Erasmus per gli studenti, tratteggiando un Eden di cui i primi a non avvedersi sono i cittadini, ha dovuto ammettere. Riprendendo, però, immediatamente a pennellare «l’unica utopia ragionevole», patria di democrazia, pace e benessere. Tutto, non dimenticando di schizzare le destre e i nazionalismi.
Purtroppo, Il sogno di Benigni è un europeismo taroccato da gravi omissioni. Un Eden ideato da intellettuali e basato su trattati scritti a tavolino dalle élite. La realtà è invece un’Europa che censura le proprie radici greco-cristiane, rimarcate per anni da Benedetto XVI. Inascoltato. Non si tratta di una pignoleria filologica o filosofica, ma di una questione strutturale, ontologica verrebbe da dire. Un albero a cui si tagliano le radici sarà fragile, esposto al minimo refolo e resterà estraneo al terreno su cui stenta a crescere. È l’istantanea dell’Ue di oggi. La distanza tra i cittadini e i poteri di Bruxelles non è casualità, ma frutto inevitabile di una costruzione con fondamenta incerte. L’Europa dei popoli e comunitaria affonda le sue radici in una storia più ricca e profonda. È l’Europa delle grandi università (italiane, tedesche, francesi, britanniche, irlandesi), dei grandi ospedali nati dalla carità, delle cattedrali e degli ordini religiosi, degli scambi commerciali e delle banche nate in Toscana, do you remember Benigni? Di tutto questo non c’è stato cenno nella sua noiosa lezione (l’unica gag riuscita, ma avulsa, è stata sulla presunta liason tra Elon Musk e Giorgia Meloni: «Mi sbagliavo, non c’è niente, me l’ha detto lei: “lo giuro sulla mia Tesla”»).
Come non c’è stato cenno alle gravi distorsioni di una costruzione che, per disciplinare le masse e perpetrarsi, come un albero sradicato necessita di puntelli, ricorre a continue forzature e correzioni a colpi di emergenza (prima quella sanitaria, poi quella climatica, ora quella bellica). E magari, se occorre, esclude qualche candidato sgradito o fa rivotare quei Paesi dove il risultato elettorale si mostra distonico al volere dell’establishment.
Dispiace caro Benigni, l’occasione è smarrita. Il nostro sogno è un altro.

 

La Verità, 21 marzo 2025

«TeleMeloni? Come TeleRenzi o TeleConte»

Pochi numeri per il curriculum della vittima di questa settimana. Età: 56 anni. Mogli: una, dal 2006. Anni di assunzione alla Rai: 21. Cause per demansionamento vinte contro la Rai: 4. Share di Ore 14, il programma che conduce su Rai 2: 8,5%. Paparazzate subite da magazine e riviste: 0.
Milo Infante, come si sta a TeleMeloni?
«Ah ah ah… Esattamente come a TeleConte, a TeleRenzi e prima a TeleProdi. Ma poi: cos’è TeleMeloni?».
La Rai dove non si muove foglia che il premier non voglia, o no?
«Se devo rispondere da telespettatore, dico di no. Invece, da conduttore di Ore 14 lo dico due volte».
Però.
«Nella cosiddetta TeleMeloni, come prima a TeleConte, nessuno mi ha mai detto cosa posso dire o non dire».
Negli spostamenti e nelle promozioni sarà cambiato qualcosa…
«Da TeleConte a TeleMeloni sono passato da vicedirettore a vicedirettore ad personam, perdendo deleghe e  potere».
Essendo in quota Lega ci si aspetta il contrario.
«Detto che non è vero, ogni tanto qualcuno lo scrive. Ma a me sfuggono tuttora gli eventuali vantaggi. Se TeleMeloni esistesse dovrebbe spingere i suoi centurioni, ma io promozioni non ne ho avute e miglioramenti economici nemmeno. L’azienda mi ha chiesto un impegno e io lo porto avanti. Con questa leggenda si è indotti a credere che in Rai si faccia carriera in base all’appartenenza politica presunta. Garantisco che nel mio caso non è così».
TeleMeloni dovrebbe lasciare il segno con qualche programma o progetto magari non condivisibile, ma degno di nota. Invece…
«Io non dispero. Quello da poco nominato con Giampaolo Rossi, Antonio Marano, Roberto Natale e Simona Agnes è un Cda di persone che conoscono bene il prodotto. Penso abbia le potenzialità per favorire un salto di qualità. La Rai è sempre presa di mira. Ricordo un titolo di Repubblica al podcast di Massimo Giannini quando è andato via Amadeus: “Amadeus saluta TeleMeloni. E la destra mantiene la promessa: fuori i migliori, restano solo i servi”. Non ho mai visto un atteggiamento così violento nei confronti della prima azienda culturale italiana».
Come sta andando la stagione di Ore 14?
«Abbiamo consolidato l’8,5% di share, un punto e mezzo in più rispetto all’anno scorso, con una media di 931.000 spettatori al giorno. Un risultato straordinario per Rai 2».
Perché un programma di cronaca nera dopo pranzo fa questi ascolti?
«Perché racconta quello che accade in Italia senza pregiudizi o falsificazioni. Non spettacolarizziamo la notizia, non enfatizziamo il negativo e scappiamo dal morboso. Siamo un programma di cronaca, non abbiamo balletti, non ospitiamo vip, modelle e influencer, per dedicarci al racconto del reale».
La tua squadra – la criminologa Vittoria Bruzzone, Piero Colaprico, Candida Morvillo – com’è accolta dalla critica?
«Bene perché i nostri esperti parlano di cose che conoscono in base al loro vissuto e alle loro competenze. Non chiamiamo ospiti a gettone che esprimono opinioni».
Niente vita mondana, sei un conduttore tv atipico?
«Rifuggo qualsiasi personalismo e cerco di trasmettere la mia passione facendo trasparire ciò che penso. Non ho problemi a mostrare i miei sentimenti. Finito di lavorare sto con mia moglie e mio figlio».
Eviti salotti e non ammicchi al gossip patinato.
«Sì. Rispetto i colleghi che lo fanno, ma non è nel mio stile. È una scelta di vita, anche se forse non aiuta il mestiere. La riservatezza è una filosofia professionale. L’albero che cade fa più rumore della foresta che cresce».
Come va con i vertici aziendali? Hai detto che il tuo programma era il più inosservato dalla Rai.
«Fino all’anno scorso lo era, mai un comunicato, una citazione. Da quest’anno con Giampaolo Rossi amministratore delegato e grazie a Paolo Corsini, capo degli Approfondimenti, per la prima volta ci sentiamo sostenuti. La nostra forza è essere sulla notizia in tempo reale come i tg. E questo anche grazie alla considerazione dei colleghi perché, fin dal primo giorno, le nostre richieste alla Pianificazione mezzi e produzione vengono soddisfatte».
In passato non è stato così, visto che hai fatto causa alla Rai per demansionamento.
«Di cause ne ho fatte e vinte quattro. La Rai è una grande realtà dove, a volte, le cose sbagliate sono opera di piccoli uomini che poi scompaiono, cancellati dall’azienda. Non ho mai trovato la benché minima ostilità dalla Rai durante quelle vertenze, anzi. Il giorno in cui ho ripreso a condurre i colleghi mi hanno detto “ben tornato al tuo posto”».
Si parla di alcune prime serate: quando andranno in onda e come saranno?
«Io e Corsini concordiamo sul fatto che non si possono fare programmi spot, ma serve un progetto forte, continuativo nel tempo, in sinergia con la striscia quotidiana. Lo dico da tempo, ma lo vedo realizzato da altri editori».
Non sulla cronaca nera, però.
«Meno male, così possiamo farlo noi. Però Paolo Del Debbio è bravo a partire dalla cronaca per arrivare alla politica. Da vent’anni propongo una prima serata, adesso c’è Quarto grado, e Chi l’ha visto?, che è un grande format, parte dagli scomparsi e si allarga ad altri casi».
Perché questa espansione della cronaca nera?
«Perché interessa alla gente. E poi c’è qualcuno che pensa di sfruttarla per fare ascolti, ma non va distante».
Però è innegabile che faccia audience.
«Il pubblico premia chi sa trattare certi casi, ma non ci s’improvvisa. Non c’è automatismo fra cronaca nera e grandi ascolti».
Femminicidi, persone scomparse, apparizioni religiose, baby gang, stupri: che Italia è quella di Ore 14?
«È una parte di Paese senza cuore. Per fortuna una realtà limitata, gli italiani non sono così».
Rispetto a qualche anno fa vedi un peggioramento?
«Soprattutto tra i più giovani. Anche ai miei tempi eravamo spregiudicati, ma non così crudeli. Vedo fatti spaventosi. Per esempio, il compiacimento di chi assiste alla mortificazione di una vittima come a uno spettacolo. Parlando dei casi più noti, cosa possiamo dire di Alessandro Impagnatiello che accoltella la compagna con un bambino di 7 mesi in pancia, se non che il male nella sua accezione più diabolica è tra noi?».
Da Paderno Dugnano in poi molti minorenni commettono delitti senza movente o per futili motivi.
«Esiste un disagio psichico nelle scuole e nelle comunità di ragazzi problematici che sfugge a ogni controllo. Gli adolescenti che compiono atti violenti vengono trattati come poveri bambini da proteggere. Questo crea un senso di impunità. Quando una minaccia di morte a un proprio simile per un banale litigio di strada o certe risse non producono conseguenze o sanzioni, trasmettiamo ancora un’abitudine all’impunità. Di fronte a certi atti violenti, carabinieri e poliziotti si sentono dire: tanto non ci potete fare niente perché siamo minorenni».
Come sono cambiate le bande giovanili rispetto a quando te ne occupavi a inizio carriera?
«Oggi i ragazzi insultano le forze dell’ordine nei post, nei social, nelle loro canzoni perché sono convinti di poter fare qualsiasi cosa e purtroppo la legge glielo consente».
Anche dal tuo osservatorio hai conferma di una relazione diretta tra omicidi, risse, violenze sessuali e immigrazione irregolare come documentato dal ministero dell’Interno?
«Non c’è dubbio. Innanzitutto, c’è un numero spaventoso di ragazzi extracomunitari non accompagnati. Premesso che fatichiamo a darla ai nostri figli, a più di 20.000 minori extracomunitari non riusciamo a dare alcuna educazione. Sono ragazzi che vivono senza genitori, affidati alle comunità, dove basta la presenza di una mela marcia per trasmettere le peggiori abitudini. Accanto a questi ragazzi ci sono i clandestini che vivono fuori dalla legalità. Che cosa può fare chi è senza una casa e un lavoro se non commettere reati? È un problema oggettivo, che non si può negare».
Tornando a parlare di Rai, qualche giorno fa Antonio Marano, presidente pro tempore, ha ipotizzato una direttiva che impedisca ai dirigenti di condurre programmi. Se fosse approvata, oltre a te dovrebbero lasciare il video Sigfrido Ranucci, Monica Maggioni, Francesco Giorgino e Alberto Matano.
«Marano si è dimenticato di Matano (ride). Battute a parte, io, Ranucci e Matano siamo dirigenti ad personam, senza poteri se non sui contenuti dei nostri programmi. Non possiamo comprare neanche una biro. Ci sta che un direttore non possa condurre se non espressamente autorizzato».
Se dovessi scegliere tra la vicedirezione e la conduzione
di Ore 14 per cosa opteresti?
«Sceglierei tutta la vita Ore 14. Un vicedirettore ad personam è un generale senza esercito. Non credo che quella di Marano sia una mossa contro Ranucci, muoiano Sigfrido e tutti gli altri vice ad personam. Report è un valore per l’azienda. Credo che Marano abbia sollevato la questione in riferimento a una norma già esistente».
Vita dura a TeleMeloni anche se si è considerati in quota Lega?
«Questa quota è davvero ridicola. L’ultima volta che ho parlato di Rai con Matteo Salvini era il 2003. Uscivo da corso Sempione e lui, consigliere comunale, manifestava contro il canone con un gruppo di militanti».
Già allora.
«È una battaglia storica della Lega».
E tu che cosa ne pensi?
«Che il canone deve esserci e deve essere di stimolo per fare un prodotto sempre migliore. Sarebbe bello produrre tutto gratis, ma a quel punto le risorse dovrebbero essere attinte altrove. Se pescassimo di più dalla pubblicità creeremmo seri problemi agli altri editori. Ricordiamoci che la Rai assolve a funzioni che non possono competere alle tv commerciali, come l’informazione regionale e dalle sedi estere. Detto questo, se mi consenti, voglio farti io una domanda».
Prego.
«Se uno è in quota a un partito resta senza lavoro e fa causa alla Rai? La verità è che sono sempre stato lontano dalla politica».
Però hai sposato Miss Padania…
«E lo farei ancora. Se la mia appartenenza dipende dal fatto che ho sposato una ragazza che a 18 anni ha vinto un concorso di bellezza, vabbé. Allora, se Sara avesse vinto anche Miss Italia invece di arrivare solo in finale, avrei la targa di Forza Italia?».
O di Fratelli d’Italia.
«Quello no; all’epoca non c’era».

 

La Verità, 21 dicembre 2024

«Contento per Malpensa, Sala si occupi di Milano»

Niente da fare, Pier Silvio Berlusconi non si riesce proprio a iscriverlo a Forza-Italia-Viva, il partito larvatamente macroniano che alligna in alcuni ambienti dell’establishment del Nord. Resta un forzitaliano e basta, senza aggiunte. Non è assimilabile alla schiera di coloro che patiscono il complesso d’inferiorità della sinistra. Alcuni volenterosi colleghi provano a tirarlo da quella parte, ma lui, pacatamente (come direbbe Crozza/Veltroni), si riappropria della giacca e si risistema. «Non ho mai, mai, mai commissionato un sondaggio, né io né Mediaset, che riguardi me e la politica. È una balla assoluta e totale. Se vado a Roma qualche giorno ogni due o tre settimane è solo perché lì c’è una parte importante della nostra attività, la Fascino (società di Maria De Filippi che produce i successi Mediaset ndr), e per incontrare alcuni investitori. La politica non c’entra».
Come al solito, alla presentazione dei palinsesti Mediaset della prossima stagione a Cologno Monzese, si parla di tutto: dall’andamento economico del gruppo («molto positivo, siamo il primo broadcaster europeo»), alle radio, alla crossmedialità centrata sulla vitalità della tv generalista. Ma stavolta, esaurite cifre e numeri in poche slide, a tenere banco è proprio la politica a tutto campo. TeleMeloni, per dire, non esiste né in Rai né nella tv commerciale. «Lo so che vi do un dispiacere», si scusa l’amministratore delegato, «ma tutto si può dire, tranne che in Italia non ci sia libertà di parola. Magari si sarà commesso qualche errore, si sarà fatta qualche scelta sbagliata, ma questo lo si è già detto». Quanto a Mediaset, «siamo un editore ecumenico. Non siamo un giornale, ma un’intera edicola. Ci sono il Tg5, il Tg4, Bianca Berlinguer, Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Pomeriggio 5… tante voci, c’è pluralismo. Le novità sono benvenute, ma non c’è nulla che va male. Caso mai si tratta di aggiungere, non di togliere». Flop anche del secondo tentativo di arruolamento.
Ciò che invece provoca la reazione di Pier Silvio è l’idea della Lega di alzare il tetto di affollamento pubblicitario per la Rai così da abbassare il canone: «È un pasticcio assoluto. Il contrario di quello che andrebbe fatto», sentenzia. «La Rai senza canone vorrebbe dire migliaia di licenziamenti e questo significherebbe distruggere il mercato». A stretto giro, in una nota ufficiale la Lega si dice «lieta di confrontarsi con l’ad di Mfe-Mediaset e la sua azienda sul futuro dell’offerta televisiva italiana, ivi compreso il miglioramento della tv pubblica. Il dialogo è sempre utile, anche perché l’obiettivo è migliorare la concorrenza e la qualità complessiva del prodotto». Si vedrà.
Sull’altro fronte, un ulteriore stop a certi ammiccamenti viene dal commento all’intervista nella quale Marina Berlusconi si è detta in maggior sintonia con la sinistra sui diritti civili. «La parola comunista mi si addice quanto la parola interista», premette Berlusconi jr sgombrando il campo da ogni ambiguità. «Marina ha espresso un’opinione personale e come editore e, ovviamente, è libera di farlo. La difesa dei diritti civili è nel Dna di ciò che ci ha tramandato mio padre. Ma è una battaglia di modernità e di civiltà che non è né di destra né di sinistra», precisa Pier Silvio, correggendo garbatamente la sorella. L’eredità lasciata dal padre, confida più tardi il secondogenito, comprende anche «il fascino della politica in termini di adrenalina, avventura, spinta, rapporto con la gente io lo sento, è qualcosa che ahimè sento di avere. Parlare con le persone è stato il mio mestiere per più di 30 anni, perché questo fa la tv. Ma un conto è partecipare a una grande avventura elettorale, un altro è il sacrificio della vita politica di tutti i giorni. E poi che cosa fai, il conflitto di interessi come lo gestisci? Vendi tutto? Molli tutto in mano a qualcuno? Non è una faccenda leggera».
Altre possibilità di arruolamento sulla politica internazionale. Che cosa pensi della situazione in Francia e delle elezioni americane? «Per fortuna che in Italia c’è un governo stabile… La stabilità fa bene ai cittadini, alle aziende e agli imprenditori. Povera Francia. Sulla leadership americana di oggi faccio fatica a esprimermi». L’ultimo argomento paludoso è l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa. «Tutto ciò che viene intitolato alla memoria di nostro padre a noi figli non può che fare piacere perché lo stramerita. Noi non siamo stati coinvolti, lo abbiamo saputo alla fine e forse le modalità potevano essere diverse. Era prevedibile che ci sarebbe stata polemica. Ma soprattutto», sottolinea Pier Silvio, «quello che non mi piace è chi oggi fa polemica sulla polemica. Lo trovo terribile». Più tardi, parlando al gruppo di giornalisti più nottambulo, Berlusconi jr specifica che si rivolgeva al sindaco Beppe Sala. «Cosa c’entri che tiri in ballo mia sorella sui social? Di’ se sei favorevole o no. Non rompere. Puoi anche dire che sei contro per mille motivi, ma non fare polemica sulla polemica. Sala pensasse a Milano. Io vivo in Liguria, ma tutte le volte che vengo qui dico che è un disastro: traffico, delinquenza, buche…». Inevitabile, la replica piccata del primo cittadino milanese, nel frattempo precipitato al 19° posto della classifica dei sindaci: «Io userei la dedica dell’aeroporto per fare politica? Vorrei ricordare che in Italia c’è un partito che porta il nome Berlusconi. L’intitolazione non è un atto politico?». Intanto, proseguendo nella loro strategia di travisamento, ieri i siti di alcune testate nazionali titolavano: «Pier Silvio: un errore intitolare Malpensa a mio padre». La mistificazione è servita.

 

 

 

A Del Debbio la striscia di Rete 4, Diletta Leotta new entry per condurre La Talpa

«La serata dei paccheri», come l’ha ribattezzata il padrone di casa di Cologno monzese, è un gioco di società che alterna chicche e smentite. Le chicche sono quelle che Pier Silvio Berlusconi, Ceo di Mediaset, Federico Di Chio, direttore generale marketing strategico, e Mauro Crippa, direttore generale informazione, dispensano durante la presentazione della prossima stagione. Le smentite, invece, sono quelle che colleziona la fiction della narrazione corrente, uscita clamorosamente bocciata dalla serata. Da giorni leggiamo anticipazioni sul ridimensionamento dei programmi cosiddetti «sovranisti», invece si apprende che la vera novità del palinsesto di Rete 4 sarà la striscia dell’access primetime affidata a Paolo Del Debbio al posto di Bianca Berlinguer. La quale, a sua volta, raddoppia con un nuovo appuntamento la domenica virato sull’inchiesta, in un’altra serata competitiva contro Che tempo che fa sul Nove e il Report allungato su Rai 3. Non si sa ancora se quello di Del Debbio, che manterrà Diritto e rovescio al giovedì, sarà solo il primo segmento di una staffetta oppure se si allungherà a tutto l’anno, sta di fatto che «abbiamo un gruppo di professionisti che ci consente di fare gioco di squadra», sottolinea Berlusconi jr. Non è del tutto escluso un ritorno di Bianca Berlinguer, dunque, o l’impego di qualcun altro, da gennaio. «Ciò che più conta è che Rete 4 è protagonista di un riposizionamento unico nella storia della tv, da rete di telenovele a rete di approfondimenti e informazione, con una ricchezza di proposta e di conduzioni che non ha eguali all’estero», sottolinea Crippa al fianco dell’amministratore delegato e poi al tavolo dei direttori delle maggiori testate presenti, alla faccia del siluramento imminente come – altra smentita – ci raccontano certe indiscrezioni. Restando a Rete 4, l’altra novità è la riedizione di Freedom condotto da Roberto Giacobbo, il sabato sera, che completa la settimana di produzioni interne della rete.
Più d’una, come accennato, le chicche. Il rinnovo per altri due anni del rapporto con Il Volo e con il duo Pio e Amedeo, per testarli su altri progetti oltre la vis comica controcorrente. Confermate tutte le serate di Maria De Filippi, gli altri giochi e varietà, si rivedrà La Talpa, reality molto discusso per gli eccessi trash. «Ma stavolta ne faremo una versione glam», sintetizza Pier Silvio, «con la conduzione di Diletta Leotta a cui do il benvenuto in Mediaset». Andrà in onda free da ottobre, prima su Infinity e poi su Canale 5 (salvo la puntata finale anticipata sull’ammiraglia) con l’intenzione di creare una sinergia tra piattaforme, e completerà un trittico di reality inaugurato dal nuovo Temptation island e dal Grande fratello, sulla rampa a inizio settembre. Altra novità su Canale 5, due serate speciali per «celebrare i grandi artisti nati ad Amici, il format con il quale Maria De Filippi sta scrivendo un pezzo di storia della musica italiana». Sarà una produzione Fascino in collaborazione con Verissimo, che vedrà fianco a fianco Maria e Silvia Toffanin, cui sarà affidata la conduzione. Musica al centro anche di una serie di concerti evento di Andrea Bocelli, Vasco Rossi, Pooh, Annalisa e Laura Pausini, quest’ultimo anticipato da una sorta di doc a puntate che inizierà su Infinity. Infine, si allarga all’intrattenimento anche Italia 1, con Max working e le performance di Max Angioni, e Il Formicaio, versione italiana di un format comico spagnolo.
In conclusione, una serata dei paccheri dall’alto contenuto tele-calorico. Alla quale, con inusitata auto-smentita, si è sottratto proprio Pier Silvio Berlusconi, preferendo un ricco piatto di bresaola.

 

La Verità, 18 luglio 2024

«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

«Sono nottambulo, ma Sanremo dura troppo»

Gigi Marzullo è anche un filosofo. In queste notti in cui Sottovoce è andato in onda all’alba, dopo le serate festivaliere e la splendida appendice fiorellesca, si rivolgeva così al suo pubblico: «La felicità, a volte, è proprio nell’attesa».

Marzullo, lei è un medico che voleva fare lo psichiatra e invece conduce programmi su Rai 1, di solito dopo la mezzanotte: che cosa ci sfugge?

«C’è sempre qualcosa che sfugge… A 17 anni volevo fare il medico chirurgo e mi sono iscritto alla facoltà di medicina all’università di Pisa dopo aver conseguito la maturità classica al liceo Pietro Colletta di Avellino. Ho superato bene i primi esami, ma pio, a vent’anni volevo cambiare vita e diventare un attore. Mi sono trasferito all’università di Napoli, sempre alla facoltà di medicina, e ho iniziato a informarmi per iscrivermi al Centro sperimentale di cinematografia o all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Arrivato al bivio, esame di anatomia o esame al Centro sperimentale, la paura ha vinto sul coraggio e ho scelto quello di anatomia proseguendo medicina, per poi laurearmi superati i 40 anni. Intanto, sono arrivati Radio Irpinia, Tele Avellino, Mattino di Napoli e la Rai Radiotelevisione Italiana. Tutto questo fino ai miei primi 70 anni».

Si è sposato dopo una lunga convivenza con Antonella De Iuliis, celebrante Ciriaco De Mita, sindaco di Nusco. Adriano Galliani testimone però è un’altra cosa che sfugge.

«L’amicizia è come l’amore. Quando ci si imbatte in questi sentimenti si può solo prendere atto di quello che la vita regala».

Quando l’ha conosciuto?

«Più di vent’anni fa al ristorante Garibaldi a Milano. Lo invitai a Sottovoce. Ma in quel momento il Milan non era in un buon periodo e mi rispose che se avesse vinto lo scudetto mi avrebbe concesso l’intervista. Manco a farlo apposta il Milan vinse e da lì è nata la nostra amicizia. Un’amicizia vera».

Anche calcistica?

«No, io tifo Avellino. È la mia prima squadra. Poi ho simpatia per le squadre di cui Galliani è amministratore delegato, prima il Milan, ora il Monza».

Ha superato quarant’anni di lavoro in Rai: ci regala un ricordo, un episodio?

«Ricordo con piacere il primo giorno a via Asiago, il primo contratto come annunciatore in radio, poi il primo contratto da consulente a viale Mazzini. Tra i ricordi spesso mi torna in mente l’incontro professionale con Fanny Ardant a Bari, un mio mito da sempre».

La persona che le ha insegnato di più?

«Ho appreso da tutti. Da Brando Giordani, da Carlo Fuscagni, da un vecchio dirigente che si chiamava Paolo De Andreis, dall’ex direttore di Rai 1, Nadio Delai. Fu Fuscagni a dirmi di aprire la notte di Rai 1. Giordani aveva grande umanità. Un giorno mi vide solo a Viale Mazzini e mi disse: se non hai di meglio da fare t’invito a casa mia, vengono un po’ di amici. Era l’ultimo dell’anno, ci andai. E poi Biagio Agnes, che mi ha assunto».

Era di Avellino come lei e De Mita.

«Di Serino, un paese della provincia. Poi Flavio Cattaneo che, da direttore generale, mi invitò a creare una struttura di rubriche culturali».

Anche Fabio Fazio vanta 40 anni di carriera Rai. Però da quando è andato sul Nove lei non partecipa più al Tavolo. Mentre Amadeus e Fiorello hanno presentato lì il Festival.

«In 40 anni da operaio Rai sono stato sempre in sintonia con l’azienda che è il posto dove finora ho passato più ore della mia vita. La partecipazione a Che tempo che fa è stata un’esperienza esaltante e costruttiva sotto il profilo umano e professionale. Tutto nella vita va, viene e a volte ritorna».

Può tornare anche la partecipazione al programma di Fazio?

«Mi riferivo ai possibili ritorni nella vita in genere. Che tempo che fa? Sono un operaio della Rai e faccio quello che mi dice la Rai».

Esiste o no TeleMeloni?

«Esiste la Rai».

Conduce Cinematografo. Qual è il suo rapporto con il cinema?

«Ho ideato e condotto Cinematografo perché la mia passione per il cinema è profonda, intensa e speciale. La mia adolescenza l’ho trascorsa a vedere tanti film all’Eliseo, il Partenio, il Giordano e l’Umberto di Avellino, spesso al primo spettacolo, da solo. Il cinema mi regala e mi ha regalato in tanti anni sogni, dubbi, speranze, certezze. E qualche piccolo smacco: una volta mi presentai per vedere Zabriskie point che era vietato ai 14 anni. Ma, per pochi giorni, non li avevo ancora compiuti e non mi fecero entrare, con mio gran dispiacere».

Che film ha visto quest’anno?

«Ogni settimana ne vedo molti, per piacere e per lavoro. Ultimamente ho visto C’è ancora domani, Foglie al vento, Io, noi e Gaber».

Io capitano di Matteo Garrone e Perfect Days di Wim Wenders?

«Io capitano non ancora avuto tempo di vederlo. Perfect Days lo vedrò di sicuro».

Quale film ha amato di più?

«Amo le storie d’amore: La prima notte di quiete, Innamorarsi con Meryl Streep e Robert De Niro, Una giornata particolare con Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Le storie d’amore con un lieto fine mi regalano serenità».

Conduce anche un programma sui libri. Cosa legge e chi sono i suoi autori?

«Per piacere e per lavoro leggo molto. Libri che raccontano la vita degli altri, libri di filosofia, romanzi sentimentali. I miei autori vanno da Roberto Gervaso a Maurizio De Giovanni».

Più di 5000 interviste a Mezzanotte e dintorni e Sottovoce che quest’estate compirà trent’anni. La più difficile?

«Ogni intervista è un incontro che mi arricchisce e mi aiuta a capire qualcosa anche di me. Non ci sono interviste facili o difficili, ci sono interviste che possono interessare di più o di meno. Per me un’intervista è un momento di crescita umana e professionale».

Quella che le ha dato più soddisfazione?

«Oltre l’incontro con Fanny Ardant, gli incontri con Alberto Sordi, Sophia Loren, Woody Allen e Richard Gere».

Quella che vorrebbe fare e non ci è ancora riuscito?

«All’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ho letto il suo libro autobiografico e ne sono rimasto molto colpito».

Sempre in onda a notte fonda: ci sta bene?

«Sono contento della possibilità che un po’ di anni fa ho avuto di aprire la notte della prima rete Rai. Un’occasione che mi ha regalato emozioni personali e professionali».

Domanda marzulliana: che cos’è per lei la notte?

«Sono più notturno che diurno. A volte la notte mi regala serenità, altre volte inquietudine. Tra la luna e il sole scelgo sicuramente la luna. Ho un fisico più adatto alla notte e meno alle ore mattutine».

Mai desiderato un programma in prima serata?

«A volte ci ho pensato. Ma comunque non lascerei mai la notte».

Le sue preferenze televisive?

«A casa ho una tv in ogni stanza, bagno compreso. In camera da letto ne ho due perché la domenica, per esempio, su una guardo le fiction e sull’altra le partite. Guardo un po’ tutto. I telegiornali e poi da Porta a Porta a Linea notte. Anche qualche film su Cine 34. Quelli con Maurizio Merli, Corrado Pani, i polizieschi degli anni Settanta tipo Roma violenta, Italia a mano armata».

Ultime serie viste?

«La Storia di Francesca Archibugi tratta dal libro di Elsa Morante. Ho visto tutto Il commissario Ricciardi con Lino Guanciale, dove c’è la Napoli di De Giovanni».

Adesso fa anche un programma alla radio.

«Il Marzulliere su Isoradio. Un’ora a settimana di canzoni, libri, persone e chiacchiere in libertà»

Da ragazzo preferiva Mina o Ornella Vanoni?

«Ho conosciuto e incontrato con la complicità delle telecamere Ornella Vanoni; solo per questo dico Ornella Vanoni».

Adriano Celentano o Lucio Battisti?

«Ho conosciuto Adriano Celentano e apprezzo Lucio Battisti, ma non l’ho mai incontrato. Per questo dico Celentano».

Cantautori o gruppi rock?

«Per la mia storia e per la mia età dico cantautori, senza disprezzare i gruppi rock che a volte seguo con interesse e curiosità».

Frequenta i social network?

«Non li frequento, forse per pigrizia. Penso che ognuno possa scegliere cosa fare nella e della propria vita, senza mai invadere la libertà degli altri».

Al venerdì, nel fine settimana, torna ancora ad Avellino?

«Avellino è le mie radici, la mia educazione, la mia formazione. Quando posso ritorno dove tutto è partito. È lì che c’è la casa nella quale ho trascorso i primi anni di vita e dove conservo i ricordi e gli incontri più importanti».

La canzone più amata della storia del Festival di Sanremo?

«La canzone più amata è Dio come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti».

Che cosa le è piaciuto di più e che cosa di meno di questa edizione?

«Il Festival di Sanremo rappresenta il nostro Paese. È una festa che aggrega giovani, meno giovani, donne, uomini e bambini. Uno spettacolo per tutti. Seguo da sempre Sanremo, mio papà alla fine dell’edizione comprava sempre tutti i dischi. Il momento che ho apprezzato di più di quest’anno è il toccante racconto e la breve esibizione di Giovanni Allevi. Quanto al lato negativo, forse farei durare di meno le serate».

Ha mai pensato di condurlo?

«Quando lo vedo, compreso quest’anno, ci penso. È ovvio che condurrei Sanremo come sono io e come so fare. Sicuramente sarebbe un Festival un po’ antico, ma l’antico può essere moderno. Solo la vecchiaia non può diventare gioventù».

Qual è la sua più grande ossessione?

«La morte. La trovo una grande ingiustizia. Scherzando ma non troppo, a volte dico che nasciamo già con il cancro e il cancro è sapere di dover morire. La vita è un intervallo tra la nascita e la morte».

È un pensiero che fatica a rimuovere?

«Ci penso sempre, purtroppo a 70 anni ancora di più. Mia madre mi diceva: <Perché ci pensi sempre? Dovrò morire prima io>».

Un’ossessione più leggera?

«Il cibo. Anche se mangio sempre le stesse cose, gelati, pasta e verdura. Non amo il salato».

Un hobby, un’abitudine personale, uno spazio solo suo?

«Mi piace passeggiare da solo. In mezzo alla gente, anche nel centro di Roma, magari per fare shopping o guardare i negozi. E poi mi piace oziare».

Dove?

«Posso stare anche diverse ore seduto in un bar. A guardare la gente».

 

La Verità, 10 febbraio 2024

 

«Macché TeleMeloni, la Rai è unica e si ama sempre»

Alla fine sul palco della Sala A di Via Asiago è spuntato anche Adriano Pappalardo per intonare con la sua voce di catrame: «Lasciatemi cantare, senza Viva Rai2! non so stare: ricominciaamooo…». È l’ultimo colpo di scena del minishow allestito per il varo della seconda stagione di Viva Rai2! Dal 6 novembre alle 7 sul secondo canale cinque giorni la settimana e, novità di quest’anno, su Radio 2 alle 14. Il primo, studiato, colpo di teatro era stato l’inizio della conferenza stampa senza Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari. Tutto schierato, invece, lo stato maggiore Rai, dall’amministratore delegato Roberto Sergio, al direttore dell’Intrattenimento prime time, Marcello Ciannamea e il suo vice Claudio Fasulo. Del resto, l’artista siciliano è ormai un patrimonio della tv pubblica, forse il suo asset creativo più pregiato. Al punto che, sottolineando la fruibilità del «mattin show» su tv, radio e Web, Sergio ha parlato di «Rai Fiorello». Conta su di lui anche per risollevare Rai 2, «dove si è voluto sperimentare»: i palinsesti autunnali si sono decisi in velocità, ma «adesso la vera sfida sono i palinsesti di gennaio. Rosario ci aiuterà…». Sedendosi al suo fianco, Fiorello ha duettato con l’amministratore delegato. «Da quando sei arrivato tu, i danni…». «Erano in itinere», ha puntualizzato Sergio. «È vero che Francesca Fagnani andrà sul Nove?». «No», risposta secca. Ma Fiorello voleva giocare tra il serio e il faceto: «Chiamerò Francesca e le dirò: “Se vai sul Nove vengo sotto casa tua e buco le gomme della macchina di Enrico Mentana” (forse dimenticando che non ha la patente). La Rai è la Rai a prescindere dal governo che c’è», ha proseguito. «Adesso si parla di TeleMeloni. Allora prima c’era TeleDraghi e prima ancora gli altri, fino a TeleMonti. La Rai è unica al di là del governo in carica. Tu hai votato la Meloni?». E Sergio: «Lo sai che sono democristiano».

Altra polemica di giornata lo spostamento al Foro Italico della location. Il disappunto dei residenti di via Asiago per il rumore ci poteva stare, ma erano i fan degli ospiti a provocarlo. «Però quando hanno detto che lasciavamo sporca la strada mi sono risentito perché non era vero. Sul serio vogliamo parlare di pulizia delle strade di Roma? Stavo per fare un reportage col telefonino sui cumuli d’immondizia…».

Argomento immancabile Sanremo, tanto più dopo la boutade di affidare a Fedez l’edizione del 2025. Qualche giorno fa c’è stata anche la riconciliazione tra il rapper e Sergio. Che però ha frenato: «Prima c’è da fare il Festival del 2024». Ma quello è già sistemato: «Nel 2025 prendete Fedez, chiamate Fazio e pagate la liberatoria alla Warner, che saranno due euro». E tu, Fiore, non pensi al Festival? «Non è il mio mestiere, ancora non avete capito? Ormai, quando mi chiedono se lo conduco quasi mi offendo. Alla quinta canzone da presentare potrei scappare. Avete creduto anche a Jovanotti ospite per cantare una canzone scritta da Lazza e intitolata Lazzaro, prima di buttare via le stampelle. Cosa dovevo dire ancora per far capire che era una gag?».

Paziente, Fiorello ha risposto alle domande sul talento, sui suoi stessi difetti, sul posto che riserva a Viva Rai2! in una classifica dei suoi programmi («considerato il pubblico eterogeneo lo metterei sul podio»), sulla sua multimedialità. E anche sulla satira dei fuori onda: «Striscia la notizia lo fa da sempre. Se lavorassi a Mediaset saprei che c’è la bassa frequenza e Antonio Ricci è così e mi comporterei di conseguenza. Tant’è che si sente che qualcuno glielo dice (a Giambruno ndr) di fare attenzione. È la cifra di Striscia. Noi ne abbiamo fuori onda?».

A 63 anni, Fiorello è un artista che l’Unesco dovrebbe proteggere come patrimonio universale del divertimento. Ma è anche un artista maturo. E a chi gli chiede se c’è qualcosa su cui non si può scherzare risponde: «Ci hanno chiamati per regalare un po’ di buonumore, 45 minuti senza riferimento ai fatti che ci angosciano tutti. La Rai ha una copertura del 100%, perché dovremmo dire anche noi la nostra? Io non ho un retaggio culturale adeguato… Se ti esprimi devi conoscere bene i fatti e io non li conosco abbastanza», ha sottolineato con grande consapevolezza. «Viene chiesto a tutti per chi parteggi… Ma non è Milan-Inter, ci sono bambini che muoiono, siamo tutti devastati. Se qualcuno mi chiedesse per chi parteggio lo manderei a quel paese. Qualsiasi cosa dici sei strumentalizzato… Io parteggio perché questa situazione venga risolta, ma da chi la deve risolvere. Non ci credo più molto, siamo arrivati al capolinea. Si dice che una parte deve farsi il suo Stato e l’altra il suo, certo. Ma non credo accadrà domani. Se non stiamo attenti qualcosa di drammatico può diventare ancora peggiore. Io, Rosario Fiorello, non ho risposte. Ma consentitemi l’indignazione, il dolore di veder uccidere i bambini, sia palestinesi che israeliani», ha sottolineato differenziandosi da Fedez che aveva detto che «c’è una sola parte dove si può stare, quella dei bambini e dei civili che a Gaza hanno perso o stanno perdendo la vita».

In chiusura, quanto ti deve la Rai? «La riconoscenza è reciproca. Io lavoro qui e mi sento a casa. Se il Nove mi chiamasse ci andrei…», gioca ancora. «Lo sapete che è in differita di un minuto? L’ho scoperto domenica quando ho chiamato Fazio sul cellulare. “Ma come, mi chiami adesso che c’è la pubblicità?”, ma io lo vedevo in onda. Hanno 60 secondi in più perché sono americani: servono per tagliare le parolacce».

Arriva Pappalardo: «Ricominciaamooo».

 

La Verità, 31 ottobre 2023