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«Ho bisogno di solitudine, ma voglio essere amato»

Una casa piena di libri e solitudine. Piena di amici che non ci sono più. Goffredo Parise, Giovanni Comisso, il cugino Pier Paolo Pasolini. Nico Naldini abita nella prima periferia di Treviso, dove si ritirò una quarantina d’anni fa per lavorare alla biografia di Comisso, abbandonando le luci di Cinecittà dopo la tragica morte di PPP e scegliendo di proposito le ombre della provincia letteraria.

Vive qui, in compagnia dei suoi 91 anni spericolati e della personalissima ricerca del tempo perduto, in bilico tra autoironia e amarezza. Questa solitudine incolmabile fa venire alla mente «il desiderio di essere amato» di Michel Houellebecq «e la riflessione» che non può «farci niente».

È pronto?

«Non voglio essere pronto».

Come sta Nico Naldini?

«È un argomento che non voglio affrontare. I miei amici sono tutti morti».

Novant’anni in questa casa, tre stanze e un piccolo giardino.

«In questa casa… uguale a tutte le altre case. A ogni anfratto, a ogni cloaca, a ogni caverna del mondo».

Chi è Nico Naldini?

«Non so chi è. Non facciamo diatribe, mi ripugna sapere chi è».

Un poeta, un artista, uno sceneggiatore, uno scrittore, un grande biografo?

«Posso essere classificato in tutti questi modi. Però l’unica mia vera ambizione è scrivere tre versi che siano tre. Come faceva il mio amico Sandro Penna».

La sua vera ambizione è la poesia?

«Non è un’ambizione, è uno stato esistenziale, il fondo di ogni atto e di ogni pensiero. Qualcosa che dovrebbe reagire e sentire che ce l’ha fatta».

Uno stato esistenziale profondo che ce l’ha fatta ad affiorare in versi?

«Non ogni stato esistenziale può essere rappresentato da tre versi».

È soddisfatto della sua produzione poetica?

«Neanche per idea, neanche per sogno. Ogni tanto mi sveglio di notte e dico a me stesso: che cazzate».

Turbe degli artisti sempre insoddisfatti?

«Sono categorie alle quali non appartengo».

 A pagina 125 di Il treno del buon appetito (Ronzani Editore, 2017) cita un’espressione di Pasolini a proposito delle sue poesie: «Quel Naldini che pare non osi nemmeno esistere». Che cosa intendeva dire?

«Era un’esagerazione, una cosa provocatoria. Pasolini l’ha detto dopo cinquant’anni che abbiamo vissuto insieme… Improvvisamente si era accorto che ero troppo timido? Lo diceva per polemizzare con altri poeti».

Era una provocazione affettuosa verso di lei?

«Più affettuosa di così. Pensando in quali bolge infernali mi ha fatto entrare era il minimo che doveva dire».

Bolge infernali?

«Le bolge infernali sono bolge infernali. C’è un grande poema che si occupa di loro».

È un po’ reticente, me ne descriva una o teme le vendette di qualche attore o regista?

«Si figuri se mi faccio intimidire dal mondo del cinema. La realtà è il contrario di ciò che diceva Pasolini con quella battuta. Ero io a seguire lui per proteggerlo piuttosto che lui proteggere me».

La sua è una vecchiaia proustiana come fanno intendere L’alfabeto degli amici (L’Ancora del Mediterraneo, 2004) e Il treno del buon appetito?

«Dati i miei novant’anni, la mia generazione non può non essere proustiana se vuol essere qualcosa di diverso dalla volgarità, dall’abitudine a credere che si possa cavarsela facilmente. Aggiungendo una parolina dopo l’altra, ecco, ho fatto tutto. Invece, poi, dalla lettura di Marcel Proust, che è un castigamatti della letteratura, si viene fuori tutti frustati a sangue».

Frustati a sangue?

«Sotto ogni cosa, qualsiasi essa sia, un etto di caramelle o un chilo di patate, uno può sprofondare e ricavare impressioni o dati di fatto. Questo è l’insegnamento di Proust».

È la sua capacità analitica?

«Più che questo, ogni sua frase ti assesta un pugno».

Perché è in gioco quello stato esistenziale, il mistero che abbiamo dentro?

«Perché questo mistero Proust lo sbatte fuori; motivo per cui bisogna leggerlo recitandolo».

Perché un libro come Il treno del buon appetito è rimasto di nicchia?

«A dire il vero è stato recentemente ripubblicato con mia soddisfazione. Comunque sì, non è certo un libro di grande diffusione… perché si scansa dalle soluzioni facili. Ma paradossalmente ne sceglie una ancora più facile, che ha dentro il mistero della sua nascita. Bisogna pensarci molto, perché ogni cosa che dici, anche “buonasera signore”, ha un suo contenuto. A volte ci si adagia su frasi fatte. Ma se io dico “buonasera signore”, può darsi che questa espressione contenga anche la sua contraddizione».

Scrive che non ha «mai appartenuto né al vittimismo né all’orgoglio omosessuale»: che cosa ne pensa?

«Per me l’omosessualità è stata forse soprattutto una facile uscita dalla guerra. Il vittimismo l’ho citato così. Anche la vanità omosessuale per me è incredibile. È qualcosa di spregevole, perché trasforma un problema serio e antico come il mondo in una modernità imbecille».

La messinscena un po’ carnevalesca dei gay pride?

«Massì, anche quel bresciano, Aldo Busi. Tanti hanno un gran successo, ma poi spariscono».

Ce ne fossero come Busi, con il suo travaglio…

«Forse dico cose inesatte a causa della mia ignoranza. Se vogliamo chiudere il discorso sull’omosessualità dobbiamo prendere in esame la produzione di Aldo Palazzeschi e naturalmente Sandro Penna. E anche se vogliamo chiudere il discorso su Proust: è nelle biografie di Giovanni Comisso, Filippo De Pisis, Penna e Pasolini che mi avvicino di più al mondo proustiano».

Che cos’è per lei scrivere?

«Che domanda… Scrivere qualcosa che non sia una lettera alla mia cameriera è il bisogno di raccontare qualcosa di sé stessi che non era noto, non era alla portata di chiunque. Rivelarlo, rivelandosi».

E riguardo a sé?

«È esattamente questo. Degli altri non m’importa niente, son felice se dicono: “Che bello…”. Ma in realtà non m’interessa».

La sua è una solitudine amara?

«È una solitudine nella quale precisare i termini della propria esistenza. Precisare i termini e le possibili fughe dall’esistenza».

È un’espressione un po’ inquietante.

«Siamo qua, mi prenda a schiaffi se vuole. La solitudine è uno stato assolutamente necessario a me stesso. Non potrei convivere con qualcuno, un Adone o un Antinoo… Tornerei a vivere da solo».

Secondo l’insegnamento di Montaigne: «Abbiamo vissuto abbastanza per gli altri, viviamo per noi almeno quest’ultimo resto di vita»?

«Montaigne aveva una biblioteca meravigliosa e ha fatto rinascere molta parte della cultura classica».

Quella citazione significa che anche lei è geloso della sua solitudine?

«Ça va sans dire. La custodisco come qualcosa d’indispensabile».

Una solitudine orgogliosa?

«Una solitudine che qualcuno spero capisca e la concili con me, cioè le dia il senso che voglio io».

Può esistere un nostro simile che la capisca così?

«La solitudine si trova in tantissimi poeti, artisti, scrittori. Pensi a Caravaggio, per me grande come Proust. Anzi no, come Rimbaud. Caravaggio è il mio Rimbaud».

Però la pittura di Caravaggio esprimeva qualcosa di preciso.

«No, per carità. Non entriamo nel merito, lui era un gran teppista, io non sono un teppista come lui. Di fronte a Caravaggio mi metto in ginocchio e sto in silenzio».

Non vuole seguirmi?

«Non posso seguirla. Uno stronzo come me che parla di Caravaggio…».

Nella letteratura chi apprezza?

«Carlo Emilio Gadda riempie tutto. Poi, senza essere grande come lui, Alberto Moravia. E l’autore del Giardino dei Finzi Contini, come si chiama… Giorgio Bassani. Giovanni Comisso copre tutto».

I contemporanei?

«Non li leggo, sono un vecchio di 91 anni, penso di poterne fare a meno».

Chi è l’intellettuale cui è rimasto più affezionato?

«Sono morti tutti i miei amici, ho poco da scegliere».

Nel ricordo, quello che ritorna nelle sue madeleine?

«Più che un ricordo ammirato, il mio è un ricordo di malinconia e di disperazione. Il vuoto che mi hanno lasciato Goffredo Parise e gli altri mi imprigiona nella sua assolutezza. In questa assolutezza cerco di trovare degli elementi vivi canti».

In un’intervista, a una domanda simile, ha nominato Federico Fellini.

«Forse l’avrò detto come frase fatta. Fellini non lasciava impressioni su nessuno perché se le teneva per sé, quel vecchio porco. Non scriva vecchio porco…».

Detta da lei è un’espressione affettuosa.

«Gli ho fatto da ruffiano per tanto tempo. Giulietta Masina mi voleva bene perché sapeva che quando usciva con me poteva stare tranquilla. Divenne anche madrina del premio Comisso e ci veniva volentieri, con Fellini. No, non era un vecchio porco… Avrebbe desiderato esserlo, si metteva in situazioni in cui il porco si esprime con una pacca sul culo di qualcuna, ma poi le cose finivano così. Non aveva una reale sessualità. In tre o quattro volte che siamo usciti insieme l’ho visto una sola volta scopare… Scopare… Chissà».

Parlando di Parise, cita il suo suggerimento: «Niente eccessi di zelo». Negli ultimi suoi anni abitavate vicini, ma non vi siete frequentati.

«È una storia lunga, che non ho ancora capito. Non ho capito perché a un certo punto ha cominciato ad avercela con me. Saranno state le donne? In realtà, non credo potessero avere così tanta influenza. Parise era così, amava tanto qualcuno e qualcosa per poi improvvisamente rifiutarlo. Si annoiava. Ma non mi sarei aspettato di essere buttato nel cestino. Tanto che un giorno, venne a trovarmi qui a Treviso: “Basta, basta, torniamo amici, vieni a cena a casa mia a Ponte di Piave”. E io, un po’ da checca vendicativa, gli ho risposto di no, “Vengo un’altra volta”. Mi aveva molto turbato il suo cambio di comportamento, perché lui e Dacia Maraini avevano presentato al Premio Strega la mia Vita di Giovanni Comisso con la quale arrivai secondo. Pensavo che quel risultato fosse anche merito suo ed ero pieno di gratitudine. In quel momento scattò in lui il rifiuto».

Il sentimento dominante delle amicizie con Parise, Comisso e lo stesso Pasolini è l’incompiutezza?

«Sarei pronto a dire di sì se ci fosse stata. Sono stati rapporti profondi. Ho reso felice Comisso negli ultimi giorni della sua vita».

Il treno del buon appetito narra numerosi rapporti più o meno passeggeri, ma si legge poco o forse mai la parola amore: sbaglio?

«Non sbaglia. Si può pronunciare la parola amore dopo aver fatto ben altre esperienze che quelle che racconto lì. Soprattutto dopo aver sentito la sofferenza dell’amore. Comunque, per me questo libro è di secondaria importanza, quelli veri sono le biografie di Comisso e di De Pisis».

E di Pasolini.

«Quella non la cito per pudore. Grazia Cherchi mi considerava un grande biografo. Per scrivere una biografia vera bisogna perdere mezza vita. Ora non lo farei più. Farei una biografia di me».

Un’autobiografia, vuol dire?

«No, una biografia di me».

La differenza?

«L’autobiografia è un genere, peraltro di moda, che ha le sue formule e i suoi schemi. Una biografia di me significa che dovrei dire chi cazzo sono io».

Siamo tornati alla domanda di partenza: chi è Nico Naldini?

«Ce ne sono tanti. Ognuno di noi si moltiplica in tanti ego. È anche un fatto di vanità. Per cui è impossibile… Dire chi sono sarebbe un lavoro immane».

Niente autobiografia e biografia di sé a sua firma, ma qualcuno dovrà pur scriverla…

«Quando sono arrivato a Treviso, per documentarmi su Comisso, la prima persona che ho conosciuto è stato Nicola De Cilia. Abbiamo trascorso lunghe serate durante le quali gli ho raccontato quello che potevo».

La scriverà lui?

«No, perché è eterosessuale. L’omosessualità è una cosa che ha un suo intimo labirinto. È essa stessa un labirinto. E non vedo come lui possa essere il mio Teseo».

Non a caso è stato lei a scrivere le biografie di Comisso, Pasolini, De Pisis, Penna, tutti omosessuali. Chi scriverà la sua?

«Nessuno, mi auguro. Perché chiunque volesse provarci, rischierebbe di perdersi nel mio labirinto».

Come trascorre le giornate?

«Guardo documentari della Rai, i testi sono molto belli».

Riesce ancora a leggere?

«Poco, mi stanco presto. Rileggo le Lettere dal Ponto, ma non solo. Ovidio è il mio autore».

In Lettere dal Ponto chiede di essere perdonato e riammesso alla corte di Augusto.

«Non si può dire per cosa chiede perdono perché non si capisce il motivo per cui è stato mandato in esilio. Si sa che cos’è il carmen, ma l’error no: perché ha avuto varie interpretazioni nel corso dei secoli».

Ma lei per che cosa vorrebbe essere perdonato e da chi?

«La mia ammirazione per Ovidio è estetica e basta. Personalmente, non ho niente da farmi perdonare. E da chi? Sì, qualche volta penso a mia mamma e vorrei che me lo chiedesse lei».

Vorrebbe essere perdonato da lei?

«Vorrei che me lo chiedesse lei, solo a lei avrei permesso una simile domanda. Le avrei risposto che non ho nulla di cui discolparmi. Non sto rispondendo a lei, è sempre un colloquio con mia madre».

Qualche giorno fa ho pensato a lei quando ho letto questa riflessione di Michel Houellebecq: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora».

«Condivido totalmente. È un discorso lungo e complicato, che però non voglio fare. Anch’io ho il desiderio di essere amato».

Nico Naldini è morto il 9 settembre scorso. Questa intervista inedita è contenuta in Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre in libreria

«Per difendere il Prosecco serve l’ecosostenibilità»

Vino, cibo, turismo, cultura, storia. C’è tutto questo nella parabola di Giancarlo Moretti Polegato, imprenditore atipico, radicato nel territorio tra Asolo, Conegliano e Valdobbiadene, colline del Prosecco. Un vignaiolo illuminato, autore di un importante recupero di archeologia industriale, finalizzato alla rinascita di una zona del paese. Quello della storica ex filanda – divenuta calzificio Si-Si e Golden lady, chiuso a fine anni Novanta per le delocalizzazioni – trasformata in una scuola professionale di ristorazione che, insieme ad altre attività circostanti, è tornata a essere il cuore di Valdobbiadene come un tempo. Fratello di Mario, mister Geox, Giancarlo avrebbe dovuto essere l’uomo dei conti della famiglia, una dinastia da sempre produttrice di vini di alta qualità. Sessantadue anni, sposato con Augusta Pavan, ex modella che ha calcato le passerelle in giro per il mondo, è padre di Diva Maddalena (il nonno si chiamava Divo) e Leonardo, anche loro impegnati nell’azienda di famiglia. Il suo quartier generale è Villa Sandi, dimora palladiana che risale al 1622, acquistata negli anni Ottanta, alle pendici del Montello, zona della Prima guerra mondiale. Nei sotterranei si trovarono lunghe gallerie, ora riciclate come cantine per la maturazione dei rossi pregiati. Ci incontriamo nella sede della scuola Dieffe, frequentata da 250 studenti. Dei quali Polegato ha scritto: «Vedere così tanti di voi passare dai timidi sorrisi e un po’ d’incertezza iniziale a via via maggiore sicurezza e più larghi sorrisi, impegnati e seri nel percorso di formazione intrapreso, è stata per me la più grande e bella delle gratificazioni».

Mi fa un suo identikit in poche parole?

«Sono uno dei tanti imprenditori del Nordest che lavora con passione credendo nei propri collaboratori. Il primo patrimonio di un’azienda sono le sue risorse umane. Io m’impegno a essere la cabina di regia delle varie attività, razionalizzando investimenti, produzioni e acquisizioni nelle diverse tenute».

Attività che le stanno dando soddisfazioni, mi pare.

«Non mi lamento. Con 106 dipendenti e 26 milioni di bottiglie l’anno nei diversi marchi, Villa Sandi è una delle maggiori cantine italiane, prima per export della provincia di Treviso. Negli ultimi cinque anni abbiamo raddoppiato il fatturato, sfiorando i 100 milioni. Le nostre produzioni sono presenti in 104 paesi, il Cartizze “Vigna La Rivetta” ha conquistato i Tre bicchieri del Gambero rosso. Ma il riconoscimento cui tengo maggiormente è la fedeltà dei nostri clienti».

È figlio d’arte.

«Mio padre ha sempre avuto la passione del vino. Purtroppo è morto in un incidente stradale quando avevo vent’anni. Nelle sue intenzioni il vignaiolo doveva essere mio fratello, iscritto alla scuola enologica di Conegliano, mentre io ho studiato ragioneria e avrei dovuto occuparmi dell’amministrazione. Poi, quando mio fratello ha avuto l’idea della suola traspirante con la quale ha creato uno dei marchi calzaturieri più affermati nel mondo, la nostra storia è cambiata».

Siete cresciuti con vostra madre.

«È stata il nostro unico punto di riferimento. Veniva in azienda tutti i giorni anche negli ultimi tempi, prima di morire, un anno fa. È sempre stata partecipe delle nostre scelte e ci stimolava continuamente. Perciò abbiamo voluto aggiungere il suo cognome e chiamarci Moretti Polegato».

Avete deciso con lei di acquisire Villa Sandi?

«Era già un sogno di mio padre. Vivevamo lì vicino e guardandola facendo progetti. Dopo la sua morte, nel 1979, con la spinta di mia madre l’abbiamo acquistata da una famiglia romana, ma abbiamo preferito darle il nome dell’architetto costruttore. Era tradizione dei nobili veneziani edificare nell’entroterra. L’abbiamo restaurata, ristrutturata e aperta al pubblico, sicuri che anche dopo quattro secoli potesse esercitare il suo fascino. Coniugando mondo del vino e paesaggio, arte e storia, le abbiamo dato appeal turistico, creando un circuito di ospitalità con percorsi e due locande. Ogni anno arrivano 20.000 visitatori, anche americani e giapponesi, molti dei quali vengono anche qui alla scuola, curiosi di vedere i segreti dei prodotti locali. Anche i sotterranei, 1,5 chilometri di gallerie, usate durante la guerra sul Piave, rientrano nella visita».

Erano rifugi bellici e depositi di munizioni?

«E sono diventati suggestive cantine, ideali per la maturazione dello spumante classico e dei rossi che chiedono un invecchiamento fino a cinque o sette anni. La villa e le colline appartengono al comprensorio che nel luglio scorso è stato proclamato patrimonio dell’Unesco. Un riconoscimento che, oltre a darci visibilità internazionale, ci carica di responsabilità».

Il prosecco ha ottenuto riconoscimenti, ma anche critiche per l’invadenza sul territorio e l’uso di sostanze chimiche nocive. In che modo le vostre coltivazioni rispondono alle esigenze di sostenibilità ambientale?

«Vino uguale turismo come territorio uguale turismo. Il rispetto dell’ambiente è un fatto di cultura, una forma di riconoscenza verso una terra che ci ha dato tanta ricchezza e opportunità. Gran parte dei 160 ettari che possediamo tra Veneto e Friuli è certificata con il marchio “biodiversity friend”. Non usiamo diserbanti e pesticidi. I vigneti sono vicini alle case, immersi nei centri abitati: è giusto essere molto rigorosi. Questo è il fronte su cui siamo più impegnati. I commissari certificano periodicamente il rispetto dei parametri di agricoltura sostenibile, l’attenzione alle risorse idriche, l’utilizzo di energie rinnovabili, il mantenimento di aree a bosco e siepi per la salvaguardia dell’habitat adatto alle specie animali. C’è un dialogo continuo e serrato tra i consorzi di tutela ambientale e i coltivatori».

Tanto più ora che si insiste a parlare di green economy.

«Proprio perché quest’area ha avuto un grande sviluppo negli ultimi dieci anni è stata messa sotto il microscopio. Con 560 milioni di bottiglie all’anno nei vari segmenti Doc, Docg e Cartizze, il consorzio del Prosecco è il primo in Italia. Le nostre bollicine hanno conosciuto un grande boom nel mondo, il 70% viene distribuito all’estero, dal Sudamerica all’Australia. Ma Prosecco è il territorio che dà il nome al vino, come il Chianti o lo Champagne, mentre l’uva si chiama glera. Il territorio non si può espandere, si può solo difendere e tutelare. Sono sicuro che le giovani generazioni ci aiuteranno a essere più attenti alle esigenze della sostenibilità».

Lei sottolinea questo binomio tra produzione vinicola e paesaggio perché ritiene che insieme in futuro possano incrementare la loro attrattiva turistica?

«Ne sono convinto. L’obiettivo è creare un turismo che vada oltre il mordi e fuggi. In California gli americani sono riusciti a creare dei flussi di visitatori legati alle degustazioni. L’economia turistica alimentata dal vino è tutta da promuovere. Credo che anche la Regione Veneto abbia questo interesse. Tanto più che dispone di un pacchetto di offerte di grande appeal internazionale, da Venezia all’Arena di Verona, dalle Dolomiti al Lago di Garda. Nel febbraio 2021 a Cortina ci saranno i Campionati del mondo di sci, prova generale delle Olimpiadi del 2026. Ma bisogna rimboccarsi le maniche».

Come, per esempio?

«Io posso parlare per il nostro territorio. Credo che dobbiamo potenziare le infrastrutture dell’ospitalità. Forse non servono grandi interventi, ma possiamo migliorare la rete viaria, creare piste ciclabili, recuperare casali e rustici, rendere più moderni ristoranti, locande e agriturismi dotandoli di tutti i comfort».

Lei si è portato avanti con il recupero di questa vecchia fabbrica?

«L’ex filanda Piva è sempre stata il cuore vitale di tutto il paese dal quale tanti emigranti erano partiti per l’estero. Era l’unica grande fabbrica rimasta. Prima del boom del Prosecco, con 1200 operai alimentava l’economia di Valdobbiadene. Come altri calzifici, in seguito alle delocalizzazioni, è stata chiusa a fine anni Novanta. Noi l’abbiamo acquistata nel Duemila dai proprietari di Golden lady. C’erano ancora le lire, paragonate all’oggi, tra acquisto e restauro, abbiamo investito 5 o 6 miliardi per riqualificare tutta l’area, ristrutturando la viabilità con parcheggio, supermercato, locanda, sede della Confartigianato e questa magnifica scuola».

Un progetto molto ambizioso.

«Ci avevano proposto di fare un centro sportivo con palestre e scuola di ballo. Ci ho pensato: un imprenditore fa i suoi calcoli… non avrei avuto contributi per la scuola professionale… Ma, poco alla volta, anche confrontandomi con i ristoratori della zona e con il preside, Alberto Raffaelli, mi sono appassionato. Il successo di queste zone lo dobbiamo al vino: creare una sinergia con una scuola che formerà cuochi e ristoratori era la cosa giusta da fare. Forse, se non fossi stato un imprenditore del settore, non avrei capito».

Com’è stata accolta questa operazione dalla popolazione locale?

«Molto bene perché, come dicevo, abbiamo recuperato un’area industriale con la sua storia, finalizzandola a qualcosa di utile per tutta la zona. La scuola è valore aggiunto. Questi ragazzi saranno ambasciatori della nostra cucina legata alla terra e alle eccellenze locali là dove andranno a lavorare. E già cominciano a esserlo con i premi che vincono ai vari concorsi gastronomici».

Ha altri progetti in serbo?

«No. Abbiamo appena acquistato Borgo Conventi, un vigneto nel Collio, per produrre del vino fermo. È un’area paragonabile a questa, un colle nel goriziano, al confine con la Slovenia, dove nascono eccellenti vini, Malvasia, Picolit, Ribolla, Sauvignon, Cabernet, vari tipi di Pinot… È un investimento che completa la nostra offerta di bollicine. Anche lì incentiveremo le visite alla cantina, creeremo una locanda per l’ospitalità. C’è tanto da lavorare…».

 

La Verità, 1 dicembre 2019

«Il prosecco insegna che le crisi sono opportunità»

Un romanzo profetico, con un titolo sorridente e brioso come le bollicine. Era il 2008 quando Fulvio Ervas, 64enne scrittore trevigiano, iniziò a scrivere Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos), giallo a sfondo verde approdato al cinema con Giuseppe Battiston nei panni del commissario Stucky. Da allora quel titolo è diventato un augurio nei brindisi di tante feste di famiglia. Faccia schietta e sguardo luminoso come un calice di cartizze, raggiungo Ervas in vacanza in Spagna, ospite di sua figlia.

Buongiorno Ervas, ha brindato per la promozione delle colline di Valdobbiadene a patrimonio dell’umanità?

«No, l’ho saputo di mattina ed era presto anche per lo spritz. Certo, la notizia non mi ha sorpreso: c’è stato un grande lavorio delle istituzioni e dei produttori per il riconoscimento che avrà conseguenze economiche. È un riconoscimento ad alto contenuto simbolico: per qualcuno è un premio al lavoro e all’ingegno, per altri è un incentivo agli inquinatori e agli sfruttatori del territorio. Può diventare un dibattito interessante sulla gestione ambientale nella nostra regione».

Anche per l’Unesco Finché c’è prosecco c’è speranza?

«Quando ho iniziato a scrivere il libro, nel 2008, stavamo entrando nel pieno della crisi economica. Eppure c’era, nel Veneto, una produzione che cresceva a due cifre, come la Cina, ed era quella del prosecco. Il titolo nasce dalla suggestione, e dalla convinzione, che anche le crisi sono opportunità. Che si può uscirne, bisogna però avere delle strategie. E, tra tutte le critiche che si possono fare ai “proseccari”, quella di non avere strategie è improponibile».

Parlando di critiche, concorda con quella di Camillo Langone che sul Foglio ha sottolineato l’eccessiva espansione del prosecco, indice di «femminilizzazione del gusto»?

«Non saprei, sono più preoccupato per la depilazione maschile, anche se ognuno è libero di fare ciò che ritiene decente. Immagino che Langone sarebbe più felice se tutti bevessimo raboso Piave, aspro e acido come lo faceva mio padre. Però era un Veneto da cui ci siamo spostati, e qualche motivo ci sarà. Non mi convincono queste etichettature. Lo champagne rende i francesi delle donnette?».

Pochi giorni prima della decisione dell’Unesco sulle colline del prosecco c’era stata anche la vittoria dell’abbinata Milano-Cortina d’Ampezzo per le Olimpiadi invernali del 2026. Il Nordest torna a essere locomotiva come si diceva un paio di decenni fa?

«Nel Nordest, dal Mose alla Pedemontana, ci sono opere faraoniche, tra le più grandi in Italia. Fatte sempre bene? Mah. Impattanti? Molto. Siamo uno snodo logistico importante, un’economia che regge. Ma che ha esigenze potenti, non sempre ben governate. Potremmo e dovremmo fare meglio. Ma vivere a Nordest è un po’ come stare dentro un vulcano. L’idea che non si dovrebbe cambiare nulla è inattuabile. Mi piacerebbe un po’ di spirito svedese-danese».

Che cosa non le piace di questo sistema socio-economico?

«Non c’è visione. La velocità che ha assunto questa fase economica e sociale è tale che non riusciamo a vedere la direzione del movimento. È come viaggiare su un super treno che fa sfrecciare immagini che non non riusciamo a decodificare».

Quindi non è soddisfatto della qualità della vita del Veneto? Spesso Treviso risulta ai primi posti delle classifiche nazionali.

«Mi piace Treviso, mi piace la sua morfologia, le acque, una certa dolcezza generale. Ho insegnato per molti anni a Mestre e la bruttezza urbanistica era, però, in parte bilanciata da una certa vivacità, anche caratteriale. Mi piacerebbe una Treviso più frizzante».

Il titolo del suo libro più famoso è un auspicio, ma si apre con quello che sembra un suicidio: il vino e la terra possono anche causare morte e rovina?

«Il vino ha una storia anche simbolica e culturale. Vino e birra si contendono storie e territori diversi, anche se oggi li troviamo assieme nei bar.  Il prosecco, è innegabile, muove grandi interessi, produce un effetto antropico molto forte sul territorio. Quindi è una sorta di faglia sismica che può generare anche conseguenze negative. Il segreto è minimizzarle. Cioè far sì che si producano più benefici, non solo economici ma di comunità, che malefici».

Che cosa significa per il Veneto questa elezione delle colline trevigiane a Patrimonio dell’umanità?

«Simbolicamente è una vittoria: è la promozione ad un esame di Stato per il quale molto ci si è preparati. Abbiamo preso un voto attendibile? È stata una buffonata, come dicono i critici? Se questa promozione verrà vissuta come l’occasione solo per fare cassa vorrà dire che siamo dei ragionieri. Se invece sarà l’occasione per fare del legittimo profitto e anche per consolidare processi di salvaguardia e sostenibilità, sarà un esame superato a pieni voti. Siamo qui per testimoniare».

È una vittoria della cultura e della tradizione locale?

«Sicuramente è la vittoria di una capacità imprenditoriale e organizzativa molto netta.  Non sono sicuro che nasca da un’idea culturale o da una specifica tradizione locale. Non vedo una particolare cultura del vino e della vite, quanto piuttosto un’abilità nella coltivazione: il merito della tradizione locale è aver saputo coltivare in condizioni morfologiche speciali. Sono attitudini indispensabili, senza le quali non si raggiunge alcun risultato. Dietro a tutto questo, più che tradizione e cultura, ci sono soprattutto scienza e ricerca. Ci sono le scuole di enologia, abilità lavorativa, capacità di promuovere un prodotto e di fare squadra, condizione non comunissima nel Veneto».

È la conferma che una specificità locale può avere ambizioni internazionali e mondiali? E che la globalizzazione va temperata?

«Sono convinto che sia una vittoria quando il prodotto di un territorio conquista un segmento di mercato importante. E che una volta entrato nel flusso oceanico del mercato le correnti possano davvero portarlo ovunque. Questa facilità di flusso dei mercati mondiali, che chiamiamo globalizzazione, ha giovato al prosecco. Se poi, entrasse con rilevanza nel mercato cinese, gli gioverebbe ancora di più. Non possiamo essere antiglobalizzatori con le merci degli altri e globalizzatori con le nostre».

Ha detto che per questa terra servono «pennelli da pittori non caterpillar che distruggono». Servono anche penne da scrittori: com’è nata l’idea di trarre un libro dalla cultura del prosecco?

«L’idea del libro nasce dal fatto che, da agronomo, ero colpito dalla sfida tra la monocultura e la bellezza del luogo. Se si riescono a tenere armonicamente assieme due forze eterogenee allora significa che si è imparato molto e che si vuole durare nel tempo.  Oltre all’ispettore Stucky, il protagonista del romanzo è il conte Ancillotto, un vignaiolo che, guidato dal motto “meglio meno ma meglio”, ama la terra come si ama una donna, con ardore e delicatezza. Nel 2008 ho provato a raccontare la passione per il vino, la bellezza delle colline, i suoi incanti, e anche gli effetti di alterazione che un’attività umana invasiva può produrre. Sono attratto dal raccontare luoghi e storie in cui ci sono processi in movimento. La promozione dell’Unesco è una tappa di questo processo. Soddisfa molte coscienze e ne agita altre, ma pone anche delle sfide. Non è un premio in denaro, ma una responsabilità».

Il protagonista dei suoi romanzi è l’ispettore Stucky, ma i suoi sono gialli per indagare sul territorio e le sue incongruenze.

«Sono innamorato di questo Veneto. Ma se fossi nato in Calabria sarei innamorato del suo territorio. Rispetto la terra che mi nutre.  Per questo ho scelto, nel filone poliziesco, di creare romanzi attorno a delitti e casi ambientali. In Italia i crimini più gravi sono ambientali. E solo degli imbecilli bucano la barca, cioè l’ambiente, su cui stanno navigando».

Come divide la sua attività di professore e scrittore?

«Prima di tutto viene la scuola, nel tempo libero scrivo. Ancora mi diverto a insegnare. E spero di avere una qualche utilità, non solo nel formare una conoscenza scientifica, fragile in Italia. Ma anche nel convincere le nuove generazioni che l’insegnante può essere uno strumento e un’opportunità significativa per crescere».

Dieci anni fa la professione di insegnante le ispirò il romanzo Follia docente. Che cosa è più folle nella scuola di oggi?

«È troppo distante dal mondo. Trovo che i modelli di trasmissione delle informazioni, le modalità didattiche e molti contenuti siano troppo statici e che nell’epoca della crisi degli enti di mediazione – famiglia, Stato, Chiesa – la scuola non riesca a stare al passo con le nuove richieste di formazione».

Commesse di Treviso, il primo giallo scritto a quattro mani con sua sorella, uscì nel 2005 quando lei aveva già 50 anni: prima a che cosa si dedicava?

«All’orto. Come adesso».

Come ha cominciato a scrivere? Che cosa le ha aperto questa vocazione adulta?

«Leggo molto, soprattutto saggi scientifici. Avevo molte cose nella testa da scaricare. In realtà i miei romanzi sono riassunti, semplificati, di saggi scientifici».

Chi sono i suoi autori di riferimento?

«Come giallista, Fred Vargas».

Il suo prossimo libro?

«Un libro per ragazzi, in autunno».

Se, visto che ha portato fortuna, dopo la speranza legata al prosecco dovesse formulare un nuovo auspicio, cosa suggerirebbe? 

«Finché rispettiamo l’ambiente c’è speranza».

La Verità, 14 luglio 2019

«La crisi del Nordest nasce dall’italietto»

Dopo una settimana di cellulare «non raggiungibile», di mail senza risposta e di editori e amici rassegnati, Francesco Maino risponde inopinatamente all’ennesima chiamata a fondo perduto. Eccoci nella piazza di San Donà di Piave, «Venetorientale, un bidè di provincia chiamato bassopiave», come scrive lui stesso, avvocato quarantacinquenne, nel suo Cartongesso (Einaudi, 2014) vincitore del Premio Calvino per le opere prime. È una suite di 240 pagine, flusso continuo senza capitoli, protagonista un penalista con tendenze suicide che fa l’elastico tra le bettole dell’entroterra e il tribunale di Venezia, occupandosi d’immigrati, disoccupati, poveri diavoli. Romanzo autobiografico e di feroce denuncia di un modello considerato vincente, invece descritto come falso, posticcio, meschino e sregolato, patria d’individualismo, evasione e alcolismo. E reso con scrittura scorretta, scomposta, torrenziale, gorgogliante, provocatoria, furiosa.

Un libro dal quale è dura liberarsi?

«Durissima. Racchiude 40 anni della mia vita, di cui otto impiegati per scriverlo. Ci hanno fatto tesi di laurea, l’università di Venezia ha organizzato un seminario con gli architetti… Non che non abbia più scritto nulla. Prima Ratatuja, per uno spettacolo con un trio di jazzisti, poi L’Inferno indolore, un racconto per il Festival Dante 2021 di Ravenna. Per disintossicarmi… Era una storia terminale».

Non è solo il classico blocco del secondo libro?

«Mi è venuto su come un conato, io stesso ne sono ossessionato. C’è tutta la frustrazione di sapere di essere uno scrittore e non farcela… Erano i giorni dello scandalo del Mose, andavo in tribunale a Rialto, vedevo la città che smottava e me che facevo e faccio un mestiere che mi ripugna.  Poi le carceri veneziane, altro incubo. Dovevo trovare una lingua. Quando mi chiamano, anche adesso, si aspettano altre invettive, altra ferocia. Goffredo Parise diceva che per scrivere ci vogliono una carica vitale e un registro stilistico personale, riconoscibile. La carica vitale temo di averla riversata lì. Preferisco stare a casa, con tutto il bello che c’è da leggere».

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

Ha il dubbio di aver detto tutto?

«Mi dicono: “Tu sei destinato a durare”. Invece, può succedere che la scrittura non venga più a visitarmi. Mai avrei pensato di essere pubblicato da Einaudi. Avevo questo testo nel cassetto; Romolo Bugaro, un amico prima che uno scrittore, mi ha incoraggiato. Un’importante agenzia letteraria mi aveva detto che era bello, ma impubblicabile. “Mandalo al Premio Calvino”, ha insistito lui. Mio padre è un professore di lettere, 3000 volumi negli scaffali con Carlo Emilio Gadda, Luigi Meneghello, tutti i grandi. Gli ho detto: “Non occorre che lo esponi”. L’ha messo vicino all’Airone di Giorgio Bassani. Potrei anche fermarmi qui, no?».

Invece, cosa sta scrivendo?

«Nella mia testa so che il prossimo libro sarà una tragedia. Come un Euripide del 2018 vorrei creare dei miti, qui, in questa terra, come fosse Tebe. Presto o tardi lo farò. Sto lavorando su una lingua geometrica, ossea, senza midollo, solo struttura e cassa toracica. Un conto è avere come protagonista una voce esondante, straparlante che ti tiene in bilico sul cavo d’acciaio per 250 pagine, un altro è progettare un libro in cui l’io scompare e, in un mondo spettrale, ci sono solo ossa che camminano. Però, per farlo devo isolarmi e leggere».

Il Veneto in cui vive è davvero solo libertà, nero e ombre?

«Avevo bisogno di calcare, di addentrarmi nel grottesco per tentare un rilancio impossibile. M’interessava sovvertire. La letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare, rassicurare, deve aprire la pancia e guardare cosa c’è dentro, come diceva Giuseppe Berto. È stato un esordio psicotico, visionario, da non prendere alla lettera. Il protagonista è un puteo baùco (bambino stupido, minchione ndr) che, tra le tante cose, può infilare anche qualche verità. Hanno preso questo libro come un paradigma di tutta la regione. Ma non sono un sociologo, mi sono limitato a raccontare quello che vedevo con il mio sguardo bipolare. Dopodiché se la gente si accapiglia, bene».

Il cartongesso è simbolo di falsità, di fragilità apparentemente solida.

«C’entra molto il linguaggio. Si parla del territorio, della città diffusa. “Dobbiamo ascoltare il territorio…”, capisce? Non il popolo. Siamo dentro questo impasto di formule: “La locomotiva del Nordest deve tornare a correre”. Avevo in mente una riflessione sulla memoria, sull’essere senza passato e perciò senza futuro. Mi veniva dal gergo avvocatesco: dobbiamo “depositare la memoria, sennò il tempo scade”. Che cosa vuol dire “depositare la memoria”? Siamo prigionieri dell’eterno presente e ci schianteremo. Poi ho conosciuto un imprenditore fallito, pronto alla galera: “Ma sì”, mi ha detto, “per tremila euro mi metto a buttar su un po’ di cartongessi e il gioco è fatto”. Il cartongesso è una polpa mista, una cosa finta. Il cartone è il materiale delle baracche del dopoguerra nelle campagne povere. Il gesso è la farina, la polvere, persino la coca. Una roba falsa, posticcia e senza fondamenta. Come noi».

Diceva della necessità di una lingua.

«L’estraneità è innanzitutto linguistica. Oggi basta un suffisso, tipo bio o eco, per nobilitare qualcosa di banale. È il gergo della pubblicistica promozionale: villaggio residenziale sta per oscena periferia, crema al mais vuol dire polenta. Provo a raccontare uno smarrimento collettivo, senza fare sconti nemmeno a me stesso. Dopo la stagione di Goffredo Parise, Guido Piovene, Giuseppe Berto, Dino Buzzati, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto c’è un’altra generazione che prova a raccontare la trasformazione irreversibile di questa terra».

Ripesca dal passato parole dimenticate, altre le crea con la rabbia. E si scaglia contro il dialetto edulcorato che fa folclore, «il grezzo», un misto di italiano e dialetto che potremmo chiamare «italietto»: falso come il cartongesso?

«Domina una lingua prolassata, la parolina stucchevole tra un prosecco e l’altro. È una lingua che si sposa al techno british dei piccoli imprenditori con il Suv a rate. Ogni tre parole senti “start up” e “smart”. Per essere moderno diventi ruffiano. I marchesati farlocchi dell’export hanno coniato un gergo buono per il luogo comune del Veneto regione più turistica d’Italia. Poi vai a Roma e quasi non sanno dov’è. E dove mi vedono come uno scrittore esotico. Voglio dare dignità alla nostra lingua antica, timida, modesta, povera, la lingua del dolore e del sacrificio che usava mia nonna. Un italiano dosato, che non ha curve perché va all’essenza. Una lingua sacra e solenne. Quella di Zanzotto, Biagio Marin e Giacomo Noventa. Di recente mi è capitato di ascoltare i discorsi pronunciati da Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi nel loro italiano sicuro, dignitoso, non una lingua all’antica, ma una lingua antica. Che ha fatto rinascere l’Italia».

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Cos’è la «nientitudine»?

«È una forzatura che descrive la disperazione dettata dal vuoto, dalla rinuncia a spiegare le cose, affidandosi agli slogan giornalistici, economici, legali, politichesi: “la dichiarazione choc, la tobin tax, la civiltà dei consumi, la nuova campagna elettorale, ce lo chiede l’Europa, l’ennesima carretta del mare avvistata davanti alle coste di Lampedusa, l’ennesimo barcone di migranti…”. Niente ha più peso, sostanza. La nientitudine è anche nei rapporti. La facilità delle separazioni, il divorzio breve, i matrimoni che si sfaldano per niente».

Lei «fa» l’avvocato ma, precisa, non «sono avvocato». Poi scrive e ha anche un terzo lavoro, «tenere al guinzaglio la morte», e un quarto, «trovare persone che mi salvino la vita».

«Penso alla morte e ho paura. Sono sempre in bilico. Cerco persone che mi aiutino a stare in equilibrio in questo mistero della vita. Per fortuna, oltre alla mia compagna, ho amici molto cari. Mi basta la loro presenza. Tenderei a sentirmi fuori posto, fuori tempo, anche nell’editoria. Non mi piacciono i libri di successo, i circuiti obbligati, il frastuono. Nel 2017 siamo capaci di costruire una città senza ricorrere a Renzo Piano? O di produrre dei libri con una storia nostra? Mi chiedo come si comporterebbe Calamandrei all’Ipercoop. O Pertini. Provo a credere alla possibilità dell’uomo di essere gentile, sensibile, poeta. Ma non so se basterà. Come diceva Pier Paolo Pasolini: non avendo fede, non credendo in niente, mi batto per qualcosa».

Poste queste problematiche recriminerebbe anche se vivesse in Toscana o in Piemonte.

«È vero. C’è un disagio che non è solo paesaggistico o geografico. È una rabbia che ci sarebbe anche se vivessi in Olanda. Chi scrive è sempre in cerca di luoghi ed equilibri introvabili. Come fossi un pesce costretto in una prateria, come fossi anch’io un asilante. Per questo la lingua è centrale. Ho un’idea di bellezza che non si ritrova nel Veneto, nell’Europa della Brexit, negli indipendentisti della Catalogna, nelle primavere arabe. Abbiamo visto morire Enrico Berlinguer e la Repubblica accartocciarsi in quello che è adesso, persa nella raccolta differenziata. Senza prospettiva, senza orizzonte, senza…».

Mi accennava a qualcosa di lieto che sta per accadere nella sua vita.

«Sì, sta per nascere la mia prima figlia. Si chiamerà Anna, come Anna Karenina, e già mi sta sconvolgendo la vita. Passo dalla condizione di figlio a quella di padre. Ho anche un po’ di paura. Nasce una bambina e mi accorgo di essere generativo. In una visione in cui non si salva nessuno, succede un fatto così… Aspetto. Non potrò che scrivere diversamente».

La Verità, 31 dicembre 2017

«Vi racconto la frontiera tra le Dolomiti e il West»

C’è un nuovo scrittore di successo a Padova. Si chiama Matteo Righetto. La critica letteraria lo elogia. Vince premi. Scrive romanzi da cui vengono tratti film interpretati da Marco Paolini e Paolo Pierobon. L’ultimo libro, pubblicato da Mondadori, è stato tradotto in Gran Bretagna, Germania, Australia, Canada e Olanda prima di uscire in Italia. S’intitola L’anima della frontiera ed è un western alla Cormac McCarthy ambientato fra i contrabbandieri del tabacco della valle del Brenta di fine Ottocento. Righetto ha 45 anni, insegna lettere al liceo, collabora con Il Foglio, è sposato e conduce una vita normale. Ci incontriamo al Centro culturale San Gaetano, l’ex tribunale trasformato in centro civico, composto di sale, teatro, bar, gallerie, biblioteche: un ben di dio sottodimensionato. Essendo Padova la nostra città, scambiamo opinioni sulle sue potenzialità poco sfruttate, dalla Cappella degli Scrovegni alla Specola, dall’Ortobotanico al Palazzo del Bo, dal Palazzo della Ragione ai santuari al Prato della Valle. Il succo è il seguente: «Se ci fosse un bravo assessore, un intellettuale lungimirante che desse un’impronta di sistema a tutto questo e capisse che la cultura può essere economicamente interessante, Padova vivrebbe un piccolo grande rinascimento».

Lei sembra spuntato come un fungo di montagna. Chi o che cosa sono stati la sua pioggia fertilizzante?

«Il fungo di montagna ha una crescita rapida, dalla notte al giorno. Io inseguo la mia affermazione da quando esordii con Savana padana, nove anni fa. Da allora lavoro per dare alla mia voce un timbro che unisca romanzo d’autore e letteratura di genere. Penso che L’anima della frontiera mostri questa maturazione».

Com’è cominciata?

«È un processo fatto di determinazione, forza di volontà, disciplina. Poi c’è il contagio di alcuni autori italiani e stranieri. Gocce di pioggia provenienti da Mario Rigoni Stern e Ferdinando Camon, per parlare dei nostri. Ernest Hemingway e Cormac McCarthy, per citare gli stranieri».

Qualcuno ha scomodato anche William Faulkner.

«Certo, l’ho letto. Ma non credo ci sia un influsso diretto».

Che cos’è la disciplina dello scrittore?

«La caparbietà nel voler raggiungere l’obiettivo. Per farlo si rinuncia a tante cose. La vicenda di Mario Balotelli insegna che il talento da solo non è sufficiente. Servono sacrificio e lavoro. Per perfezionare la scrittura limito vacanze e serate. Se andiamo al mare, quando le mie figlie e mia moglie vanno in spiaggia io rimango al computer. Insegno nove mesi all’anno, la domenica, le vacanze di Natale e d’estate scrivo. Certo, qualche passeggiata in montagna me la concedo anch’io».

Sua moglie non protesta?

«Mia moglie è una persona straordinaria. Gran parte del successo lo devo a lei. Quando sono arrivate le mie due figlie ero un po’ preoccupato. Porteranno confusione, come farò a scrivere, pensavo. Invece, proprio da loro viene la spinta principale».

Come mai L’anima della frontiera è stato venduto prima all’estero che in Italia?

«Il contratto con Mondadori risale a dicembre 2016. Poi il mio agente l’ha presentato al Salone del Libro di Francoforte e alla Fiera del Libro di Londra, riscontrando un forte interesse. Negli Stati Uniti, in Canada, Gran Bretagna e Australia i diritti sono stati acquisiti da quattro editori diversi. Per primo verrà pubblicato in Olanda».

«L'anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

«L’anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

In Italia la critica l’ha accolto molto bene.

«La critica è sempre stata benevola con me. Stavolta percepisco i fari puntati addosso».

Lei ambienta le sue storie in Veneto: si può parlare di letteratura glocal?

«Direi di sì, sono storie legate a un territorio specifico, ma al contempo universali perché riguardano i vizi e le virtù dell’uomo. Possono essere lette a Vicenza come a Melbourne».

E anche di letteratura di montagna?

«La letteratura di montagna è abitualmente identificata con le storie della Grande guerra, il trekking, lo sport, il turismo. Per me le Dolomiti sono un set esistenziale. Luoghi dell’anima che trasmettono una dimensione sia epica che intimista. Sono uno specchio per la coscienza e una metafora per l’umanità. Sono aspre, dure, selvagge, eppure sublimi, dolci, consolatorie. Sono esse stesse dei personaggi che forgiano a loro volta i protagonisti delle storie».

Letteratura primordiale?

«Nel senso che porta in superficie le questioni profonde dell’uomo. Anche il rapporto tra padri e figli è un tema ricorrente. Così come il senso del viaggio, metafora dell’esistenza e romanzo di formazione».

Che cosa facevano i suoi genitori? Com’era il rapporto con loro?

«Sono di umili origini. Mio padre era un orfano di guerra che poi ha fatto l’impiegato dell’Enel. Era l’uomo dell’intraprendenza. Mia madre era casalinga, la donna degli affetti. Pur non avendo studiato, erano persone di grande intelligenza, che mi hanno trasmesso i valori della tradizione cattolica, anche se io non mi definisco cattolico. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza normalissime. Le umili origini sono state il mio humus di scrittore. E sono interessanti perché poco comuni, essendo la grande maggioranza degli autori italiani figli della media borghesia intellettuale, di professori e giornalisti».

In questo libro mostra una conoscenza approfondita della flora di montagna e delle tecniche di coltivazione del tabacco.

«Mi sono documentato, ho fatto un lavoro di ricerca sui libri e parlando con le persone del posto».

Quindi è una storia quasi vera? Esisteva davvero il tabacco della valle del Brenta?

«Era tra i più pregiati d’Europa. E, nonostante questo, i contadini erano costretti alla fame dall’imposizione fiscale, prima della Regia Tabacchi, poi dell’Impero asburgico. C’era un paese che si chiama Nevada, tra il costone dell’Altopiano di Asiago e l’argine del fiume. Poi c’erano i minatori e il confine: quello che adesso divide Veneto e Trentino a fine Ottocento separava Italia e Austria. Quando ho scoperto che in quegli anni stavano costruendo la ferrovia ho pensato: questo è un western. E l’epica si è imposta da sola».

Un tipo di letteratura che scarseggia nella narrativa italiana.

«C’è sempre un sottofondo di piagnisteo, la precarietà di camera e cucina. Preferisco l’epos della letteratura americana. I miei editori m’incoraggiano in questa direzione».

Niente metropoli e rivoluzioni digitali: non ha la preoccupazione della contemporaneità?

«M’interessa raccontare gli uomini, sono loro il segreto di tutte le fiabe. Il mondo dei social non mi dice molto. Tra dieci anni ci saranno ancora i cellulari, o saranno sostituiti da altre macchine? L’anima dell’uomo ci sarà sempre».

Lei è un professore-scrittore, esemplare di un nuovo ircocervo culturale?

«A Treviso c’è Fulvio Ervas, l’autore di Se ti abbraccio non aver paura. E poi Alessandro D’Avenia…».

Tutta gente di successo. Tornando alla letteratura di montagna, cosa pensa di Mauro Corona?

«È un caro amico, una persona generosa per la quale nutro un affetto smisurato. Ultimamente la sua immagine mediatica ha prevaricato la dimensione autoriale».

Lasciando stare i padri storici, parliamo degli scrittori veneti. Conosce Vitaliano Trevisan?

«Lo conosco e lo stimo. È un grande scrittore e Works un grande libro».

Francesco Permunian?

«Non lo conosco così bene».

Massimo Carlotto, padovano anche lui?

«Carlotto lo conosco, ma facciamo cose molto diverse, in tutti i sensi».

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Si può parlare di scuola veneta? Il territorio influenza i vostri lavori?

«Certo che si può. Esiste una scuola letteraria veneta, il cui tratto comune è proprio il legame e l’osservazione del territorio. Purtroppo, perché sia riconosciuta come tale anche da noi stessi, mancano ancora due elementi. Il primo è una certa autocoscienza, l’idea stessa di sentirsi scrittori veneti. Si parla di scuola sarda, pugliese, partenopea. Gli altri fanno clan. Noi, individualisti come siamo, lavoriamo ognuno per conto nostro. Il secondo elemento mancante è una critica che ci guardi così. Non esiste un critico letterario che abbia trovato un tratto comune, una convergenza narrativa. Ci vuole ancora tempo».

Che tipo di scrittore è Matteo Righetto?

«Personalmente custodisco quello che una volta mi ha detto Joe R. Lansdale: “Ricordati sempre che i tuoi libri sono più importanti di te”.  Perciò non amo essere troppo protagonista. Quando m’invitano preferisco parlare di libri. È il modo migliore che ho di prendermi cura delle persone. Non amo gli scrittori tuttologi che si atteggiano a intellettuali. Per carità, ho le mie idee. Ma il fatto che scriva un bel romanzo non stabilisce che le mie idee politiche siano più geniali di quelle del mio fornaio».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«La mia famiglia, innanzitutto, anche se potrebbe sembrare banale».

Di questi tempi non lo è. E poi?

«Una certa vita spirituale, anche se non specificamente confessionale. E poi la letteratura. Un autore come René Girard, con la sua teoria imitativa, m’insegna che con le nostre azioni, il nostro esempio, possiamo influenzare gli altri in modo positivo. Questo mi dà forza. Penso che se fai del bene, prima o poi ti viene restituito».

Che cosa si aspetta da questo libro?

«Mi piacerebbe che fosse amato da molti italiani».

Ne sarà tratto un film com’è avvenuto per La pelle dell’orso?

«Me lo auguro. C’è molto interesse».

 

La Verità, 2 luglio 2017