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L’arbitro del Quirinale è schierato con l’opposizione

La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora, l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023 Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024 Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni Matteo Piantedosi nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024 Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024 Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un paese democratico… che sa badare a sé stessa, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025 Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025 Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia ecc.) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025 Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025 La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025 Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025 C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.

 

La Verità, 24 dicembre 2025

«Niente scandali: Nato e Ue sono affari di Trump»

Mauro Della Porta Raffo, «uno spettro si aggira per l’Europa»: il trumpismo?
«Volendo fare questo riferimento… Tuttavia, vorrei chiarire che Trump, forse in modo più radicale o violento, non è il primo presidente americano che critica l’Unione europea. Perfino Barack Obama, parlando dei leader dei suoi tempi, li aveva definiti scrocconi».
In quale occasione?
«Si riferiva al fatto che l’America doveva sostenere tutte le spese della Nato mentre gli europei davano le briciole. Sta succedendo la stessa cosa di quando, durante il primo mandato, Trump fu attaccato per il muro al confine con il Messico che, in realtà, già Bill Clinton aveva iniziato a costruire. Il trucco è far credere che tutto inizi adesso».

La conversazione con Mauro Della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per il puntiglio con cui precisa le basi storiche e filosofiche del parlare e dello scrivere comuni, eccelso americanologo e presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, comincia con una digressione estetico linguistica. «Gli europei sono arrabbiati per i modi di quel brutalone di Donald Trump», sintetizza.

Il brutalismo è di moda in architettura, e in politica?
«Dal 2024 qualcosa è cambiato. Il brutalismo deriva dal nome del materiale usato. Il primo fu Le Corbusier ad adottare il béton brut da cui viene il brutalismo che possiamo vedere nella Torre Velasca di Milano».
Le brutali critiche all’Ue contenute nel Piano di sicurezza nazionale della Casa Bianca ribadite al sito Politico sono indebite ingerenze negli affari nostri?
«Perché indebite? Trump parla di una situazione che riguarda gli Stati Uniti perché quasi solo gli americani sopportano i costi della Nato. Il suo scopo è mettere fine al fatto che, grazie all’impegno americano, molti possono tenere chiusi i cordoni della borsa».
Tutto qua?
«C’è anche una questione antropologica. Trump è un maverick, uno che ha cambiato pragmaticamente schieramenti, da posizioni democratiche fino a quelle attuali. E poi è un crank, un eccentrico che procede sulla base di intuizioni. Non sono caratteristiche facili da assorbire e omologare».
Dove sbaglia quando dice di non voler governare l’Europa, ma di volere un’Europa forte?
«Non sbaglia. Hanno sbagliato i governanti europei, sinistri e destri, degli ultimi decenni, che hanno sempre immaginato come perpetuo il fatto che gli Stati Uniti si accollavano ogni responsabilità».
«La cancellazione della civiltà» in vent’anni per mancanza di controllo dell’immigrazione è un’esagerazione?
«Nel 2050, in alcuni Paesi del Nordeuropa si prevedono popolazioni a maggioranza musulmana. Parlando dell’Italia non si è mai capito bene che la vera accoglienza non è far entrare chiunque e poi mandarlo per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi, ma fare in modo che chi viene accettato venga anche assistito e instradato. In Svizzera, quando un immigrato supera un attento esame, lo mandano a studiare la lingua del cantone dove vivrà e poi gli insegnano un mestiere».
Come valuta l’idea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Europa e Africa come «unico continente verticale» con un lago chiamato Mediterraneo?
«La differenza tra Europa, Africa e Arabia è enorme. Mi sembra che Mattarella si sia adattato al volemose bene del politicamente corretto, ma il continente verticale è una negazione della storia».
Bisogna preoccuparsi per l’annunciato disimpegno dell’amministrazione americana dalla Nato?
«Non credo. Ammettendo che gli Stati Uniti si disimpegnino, rimane il fatto tutt’altro che trascurabile che sono una potenza con enormi interessi di livello mondiale».
Un altro elemento di critica di Trump è la censura della libertà di parola.
«La stessa avanzata dal vicepresidente J.D. Vance, il vero intellettuale dell’amministrazione, a Monaco. Aveva criticato i governi europei che non difendono il free speech soprattutto quando i contenuti non sono allineati al pensiero unico».
I volenterosi Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz alimentano «aspettative irrealistiche»?
«Dal punto di vista democratico questi leader non rappresentano nessuno. Macron ha ottenuto appena il 20% di consensi degli aventi diritto al voto. Una persona che nel suo Paese non rappresenta l’80% degli elettori come può dettare le linee politiche in Europa?».
Secondo lei alla riunione di due giorni fa qualcuno ha chiesto conto a Volodymyr Zelensky di come sono stati usati i finanziamenti ricevuti dai Paesi europei?
«Stanno tutti glissando su questo argomento. Forse non lo fa Giorgia Meloni perché su qualche punto ha eccepito. E poi questi leader la smettano di girare in aereo da una parte all’altra dell’Europa invece di telefonarsi. Devono avere poltrone troppo comode su quegli aerei».
Sono «leader deboli, che parlano e non producono mentre la guerra continua» come dice Trump?
«Mi sembra incontrovertibile. Trump è l’unico leader occidentale che cerca di arrivare alla pace».
Che giudizio dà del matriarcato che con Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Kaja Kallas e Christine Lagarde governa la Ue?
«Christine Lagarde sa come ci si veste e come ci si muove, le altre… Non c’era bisogno di tutta questa retorica per vedere le donne al comando. In passato abbiamo avuto Margaret Thatcher, Indira Ghandi e Sirimavo Bandanaraike che negli anni Cinquanta divenne primo ministro dello Sri Lanka senza bisogno di quote rosa».
Nei talk show e negli editoriali dei grandi giornali assistiamo al risveglio dell’europeismo.
«Nel 1951 il Trattato di Parigi ha creato la Ceca (Comunità europea carbone acciaio) e nel 1957 quello di Roma ha dato vita alla Cee (Comunità economica europea). Gli ampliamenti successivi non avevano senso se non per seguire la correttezza politica. So di dire una follia, ma dovremmo tornare a quei due primi accordi».
Invece Romano Prodi suggerisce di metterci dietro il carro franco-tedesco.
«Un carro fragile. Abbiamo detto che Macron non rappresenta nessuno nemmeno nel suo Paese… Quanto alla Gran Bretagna è curioso che conti così tanto ora che è fuori dall’Europa».
La Brexit poteva essere il campanello d’allarme per ridurre le forzature unionistiche e previlegiare un federalismo leggero?
«Non c’è al mondo uno Stato che si sia federato. Federazione si nasce, non si diventa».
Quindi non c’è speranza per gli Stati Uniti d’Europa?
«Non ci si deve nemmeno pensare. Lo sapeva bene Charles De Gaulle, un gigante rispetto ai pigmei di oggi, quando diceva che nemmeno il Regno Unito doveva entrare nella Cee».
È sbagliato l’irrigidimento di molti nostri intellettuali?
«È antistorico. Eppure sanno bene che certi fatti non accadono per la prima volta, anche se fa comodo farlo credere all’opinione pubblica meno informata. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America si è sempre interessata dell’Europa e di influire sui suoi assetti politici, finanziando la Dc per decenni e altri partiti in altri Paesi. Così come Mosca finanziava i partiti comunisti».
Prima di Trump anche Mario Draghi ha sottolineato l’indebolimento dell’Europa e la sua scarsa autorevolezza nello scacchiere mondiale: perché ora ci si scandalizza?
«Non si sa per quale ragione Draghi ha l’allure che gli consente di proporre analisi che hanno eco solo sulla stampa del giorno dopo. Se le stesse cose le afferma quel brutalone di Trump, invece bisogna attaccarlo. Se certe cose vanno male è anche per colpa di chi ha avuto le mani in pasta per 50 anni come Draghi».
Il risolutore del problema non può essere chi l’ha provocato?
«O non è riuscito almeno a evitare che si presentasse».

 

La Verità, 11 dicembre 2025

Macron arruola anche Cannes a difesa di Zelensky

Arruolata anche la Croisette. Spedita al fronte. Schierata sulla linea di confine della guerra in Ucraina con tutta la grandeur, l’allure e il glamour di star e starlette, sebbene quest’anno meno svestite del solito. Il 78º Festival di Cannes si è aperto nei giorni della trattativa tra Volodymyr Zelensky e la delegazione russa con la mediazione logistica della Turchia e quella diplomatica dell’amministrazione Trump e, con raro zelo temporale, la direzione della più importante manifestazione francese ha colorato di giallo e azzurro un’intera giornata. Quattro film, meglio, tre documentari e un lungometraggio in concorso, dedicati all’Ucraina. Uno schieramento massiccio, senza possibilità di equivoci, «con un evidente significato politico che», annota la solitamente asettica Ansa, «non può essere sganciato dall’impegno del presidente francese Macron per il gruppo dei Volenterosi».
Il presidente ucraino è, invece, il protagonista di due documentari mostrati nella sala intitolata al prestigioso critico Jean Bazin. Un reportage firmato da Bernard-Henry Lévy e Marc Roussel, girato sui fronti dell’Ucraina orientale, dal significativo titolo Notre guerre, dove lo si vede riluttante nei giorni che precedono la visita alla Casa bianca. Ma è soprattutto Zelensky, 135 minuti di biopic firmati da Yves Jeuland, Ariane Chemin e Lisa Vapné, autori e giornalisti francesi, a irradiare di luci prive d’ombra l’ascesa dell’ex comico nato a Kyvryj Rih e diventato nella realtà il personaggio inscenato nella finzione della serie Servitore del popolo.
Assai bizzarro è il fatto che, per mostrare questa sorta di agiografia, Cannes abbia derogato alla consuetudine di proporre solo opere inedite. Le due parti del documentario sono infatti da giorni visibili su Arte.tv, la piattaforma culturale che in homepage martella la sua vocazione «europea per gli europei». Et Volodia devint Zelensky, è il titolo originale, prende le mosse dalla celebrazione per i 33 anni dell’indipendenza ucraina, il 24 agosto 2024, quando la guerra è in corso da due anni e mezzo.
Chi è Volodymyr Zelensky, si chiedono gli autori. Un nazionalista, una marionetta, un saltimbanco o un eroe che porta sulle spalle il destino di un popolo intero? «Questa è la storia di un sovietico che sognava il mondo dello spettacolo». Oppure, «è la storia di un comico che ha interpretato così bene il presidente da diventarlo sul serio». Si riparte da Kyvryj Rih, nell’Ucriana ancora sovietica, patria del protagonista, la città del ferro dove, se a qualcuno fosse sfuggito il filo rosso sotterraneo, basta poco per apprendere che «il suo acciaio è servito per costruire la Torre Eiffel». Sul palco del cortile di casa il giovane Volodia e i suoi amici iniziano a esibirsi con piccole storie, canzoni, gag. Volevano diventare star della televisione. Le maestre dei ragazzi raccontano che la Gioventù comunista li addestra come «pionieri». «Ma noi non volevamo essere uomini sovietici», sottolinea l’amico Denys. La scuola propone corsi di matematica, dibattiti, gare di danza. Volodia eccelle in tutto. A 28 anni partecipa a Ballando con le stelle e vince. Fonda il gruppo Kvartal 95 per partecipare al varietà umoristico Kvn. Il produttore Alexandre Rodniasky ricorda la prima volta che lo vide: «Era divertente, carismatico, estremamente svelto, un vero leader». Ma dal 2003 al Cremlino c’è un nuovo inquilino, Vladimir Putin, e una band di Kiev non può spuntarla sui ragazzi di Mosca. Così, il giovane Zelensky torna in Ucraina, nel frattempo divenuta indipendente, dove il successo è inarrestabile.
Altra citazione strategica, la seconda parte del documentario si apre con l’intervento di Zelensky all’inaugurazione del Festival di Cannes. È il 17 maggio 2022, l’invasione di Putin è iniziata da tre mesi e il presidente ucraino evoca Charlie Chaplin nel Grande dittatore. «Zelensky non è il nuovo Chaplin», concedono gli autori, «ma la sua storia è altrettanto romanzesca».
Il 2014 è l’anno dei cambiamenti. Zelensky non partecipa alla rivolta della piazza Maidan, ma quando Putin annette la Crimea gli risponde sul filo della satira e poi va nel Donbass per tenere alto il morale delle truppe al confine (lui che il servizio militare è riuscito a evitarlo). Con gli amici di sempre, scrive la sceneggiatura della serie Servitore del popolo in cui interpreta Goloborodko, un insegnante che diventa presidente dell’Ucraina. La finzione irrompe nella realtà. La serie, diffusa dalla rete tv 1+1 del magnate e suo futuro sponsor elettorale Ihor Kolomoisky, ha grande successo. Un amico deposita il marchio del partito Servitore del popolo. Il 31 dicembre 2018 a mezzanotte lui rompe gli indugi in diretta tv annunciando la sua candidatura dal backstage di uno show. Dopo l’annuncio, riprende a cantare fra le ballerine. Gli autori della serie sono gli organizzatori della campagna elettorale. La confusione e la sovrapposizione tra i due ruoli, i due linguaggi e i due copioni è voluta. Zelensky è un Beppe Grillo che ce l’ha fatta.
A completare la spedizione cinematografica embedded, a Cannes si sono visti anche 2000 metri da Andriivka del regista premio Oscar Mstyslav Chernov che, camminando a fianco dei soldati ucraini ne documenta l’avanzata per liberare il villaggio di Andriivka, e Two prosecutors, in concorso, del regista ucraino Sergej Loznitsa, dedicato all’orrore delle purghe staliniane.
La diplomazia culturale della Croisette è stata organizzata nei minimi dettagli.

 

La Verità, 17 maggio 2025

Ritirata di Zelensky: solo un testo letto da Amadeus

Ritirata sul fronte di Sanremo. Battuta d’arresto dei bellicisti a oltranza. Sul campo di battaglia dell’Ariston lo schieramento pacifista registra un piccolo, ma simbolico successo. Se sia merito della Rai o di Volodymyr Zelensky lo capiremo meglio nei prossimi giorni. Il leader ucraino non manderà un videomessaggio come previsto finora, ma un testo che verrà letto da Amadeus. Una lettera al posto di un discorso registrato. L’artiglieria leggera invece dei carri armati. Una raffica di mitra anziché gli ordigni dei Leopard. Non siamo alla resa, ma la de-escalation è evidente. La notizia arriva all’ora di pranzo dalla conferenza stampa di apertura del Festival di Sanremo e provoca sconcerto e delusione nelle formazioni atlantiste. A darla è Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento prime time della Rai, incaricato dall’ad Carlo Fuortes di tenere i rapporti con le autorità ucraine. «Siamo in contatto quotidiano con l’ambasciatore in Italia Yaroslav Melnyk», annuncia misurando le parole il solitamente ciarliero capo dei varietà della Tv di Stato. L’impaccio è evidente. Come lo è l’arretramento della Rai che finora si era proclamata compatta nella difesa dell’ospitata del leader ucraino.

Basso profilo

«Nel pomeriggio del 2 febbraio l’ambasciatore ha comunicato che il presidente avrebbe preferito inviare un testo, che sarebbe stato letto da Amadeus», precisa Coletta. Una scelta di basso profilo, che avrà un impatto certamente inferiore a quello del video in divisa militare di Zelensky. Calcolo dei benefici e attenzione a non inimicarsi l’opinione pubblica italiana, alla fine dei conti gli uomini di Kiev sembrano autori aggiunti del Festival: niente videomessaggio, ma un testo affidato al conduttore. Il quale, interpellato su tutta la vicenda, nega che avrebbe fatto volentieri a meno di questa grana. Com’è noto, era stato lo stesso Zelensky a manifestare a Bruno Vespa il desiderio di essere ospitato a Sanremo. Con un passato da attore consumato, il presidente ucraino sa bene che nella società dello spettacolo ogni avvenimento, anche il più drammatico, viene comunicato con il linguaggio dello showbiz. Per questo, finora il suo tour aveva inanellato i Grammy Awards e il Festival di Cannes, la Mostra di Venezia e i Golden Globe. Alla collezione mancava Sanremo. Ma ora il display della war speech avverte a sorpresa che «qualcosa è andato storto» e bisogna aggiornare il programma.

Levata di scudi

Sebbene Giorgia Meloni abbia confermato la linea di sostegno a Kiev adottata dal precedente governo, la maggioranza degli italiani rimane contraria all’invio delle armi. Detta in breve, ne ha le tasche piene di un conflitto che si ripercuote sulla vita quotidiana di tutti. Perciò, la notizia dell’ospitata di Zelensky aveva scatenato un dissenso diffuso e trasversale. Perché il servizio pubblico deve offrire una platea di 15 milioni di persone come la serata finale del Festival, la più affollata dell’anno televisivo, al leader ucraino richiedente nuovi armamenti? Ragioni di opportunità e motivi di contenuto lo sconsigliavano. Da quando è trapelata la notizia, il fronte contrario ha coinvolto da Pier Silvio Berlusconi, editore figlio del capo di un partito di governo, a intellettuali come Aurelio Picca e Carlo Freccero, fino a politici di schieramento diverso come Matteo Salvini, Carlo Calenda e Gianni Cuperlo. In alcuni casi la critica principale riguardava il contesto scelto: non si parla di guerra e morte tra i lustrini e le paillettes. Ma la questione è più profonda. Se ci si strappa le vesti per difendere l’indipendenza del popolo ucraino perché la volontà prevalente di quello italiano dev’essere ignorata? Anche la Rai avrebbe potuto averne un contraccolpo d’immagine, finendo per alienarsi una fetta rilevante di pubblico, per altro già nervoso per l’eccesso di messaggi gender di cui sarà disseminata la kermesse.

Atlantisti delusi

Sui contenuti del testo che arriverà già tradotto in italiano «saremo più puntuali nei prossimi giorni», ha chiarito il solito Coletta. Che subito dopo ha precisato: «Mi sembra complicato poter censurare il presidente. Il controllo di noi dirigenti è preventivo alla messa in onda di ogni programma, ma sorrido all’idea di un dirigente Rai che possa censurare un presidente». Però la decisione è presa: i ghost-writer di Kiev allentano la presa sulla postazione dell’Ariston. Mentre non si registrano rilevanti prese di posizione sul fronte politico, forse deciso a non seguire l’altalena di decisioni tra canzonette e proclami di guerra, contrarietà e malumore attanagliano gli editorialisti con l’elmetto. Non aspettavano che di vedere l’ex Servitore del popolo reclamare nuovi armamenti indossando la t-shirt dell’esercito. Invece dovranno accontentarsi del lettore Amedeo Umberto Rita Sebastiani (in arte Amadeus) in smoking scintillante. A meno che, alla fine, qualche autore non pensi che se la leggesse Chiara Ferragni, magari con una spallina scivolosa, potrebbe fare anche più audience. Buona visione.

 

La Verità, 7 febbraio 2023

Achille Lauro è il volto identitario del Festival

Achille Lauro non poteva mancare nemmeno stavolta, e fanno cinque edizioni consecutive. Tre da concorrente e due come superospite. È lui il volto identitario del Festival di Sanremo anni Venti. Una vetrina modaiola di fluidità e gender in varie gradazioni che ha sostituito la kermesse patronale, il luna park tuttifrutti di un tempo. Adesso il frutto principale è questa salsa queer. Sanremo segue il costume, ma qualche volta lo anticipa e lo influenza a suon di musica e polemiche, ugole e predicozzi, canzonette e politica. È così fin dal Ragazzo della via Gluck e Chi non lavora non fa l’amore (Adriano Celentano, 1966 e 1970), e da Una vita spericolata (Vasco Rossi, 1983), per citare le prime. Da La terra dei cachi (Elio e le storie tese, 1996) e Non è l’inferno (Emma Marrone, 2012), per avvicinarci al presente. Sanremo era Sanremo. Condito di superospiti internazionali, da Josè Feliciano, anche in gara, a Madonna, da Michail Gorbaciov a Mike Tyson e John Travolta, che per brevi comparsate procuravano salassi alle casse della Rai e overdosi di polemiche sull’uso del denaro pubblico. Il concorso era trasmesso in Eurovisione e c’era chi diceva che tutto il mondo ce lo invidiava. Domenico Modugno, Claudio Villa, Gianni Morandi, Celentano, Laura Pausini vendevano alla grande anche all’estero, e senza il complesso di essere italiani. Anzi, magari proprio per quello. Oggi no. Oggi, nell’èra della globalizzazione, sebbene declinante, i generi musicali perlopiù li importiamo. Comunque, Sanremo era quella roba lì. Epperò negli ultimi anni abbiamo assistito a una curiosa metamorfosi. Con innesti crescenti di progressismo, il nazionalpopolare è mutato in mainstream. Ben più di una correzione linguistica, un passaggio culturale. Dalla prospettiva nazionale a quella globale, dalla tradizione del Belpaese al pensiero unico sul vassoio dell’intrattenimento di tendenza. Il nuovo linguaggio deriva dalla frammentazione dei generi? L’Ariston si adegua e offre la vetrina.

Dicevamo di Achille Lauro, nome d’arte(?) di Lauro De Marinis. Quando si è presentato in gara, le sue dimenticabilissime canzoni navigavano nelle retrovie della classifica, puro pretesto per le messinscene, le mise transex, gli scandaletti di polistirolo pour épater le bourgeois. La sua ultima esibizione aveva simulato un battesimo. Roba farlocca. Tanto che, stuzzicato da Fiorello che l’anno prima, con una corona di spine sul capo, aveva duettato con lui, l’Osservatore Romano aveva dispensato delusione: «Volendo essere a tutti i costi trasgressivo, il cantante si è rifatto all’immaginario cattolico. Niente di nuovo. Non c’è stato nella storia un messaggio più trasgressivo di quello del Vangelo. Da questo punto di vista difficilmente dimenticheremo la recita del Padre Nostro, in ginocchio, di un grande artista rock come David Bowie. Non ci sono più i trasgressori di una volta».

Insomma, in quel lembo di Liguria si fatica a pensare in grande. A osare veramente. Ci hanno provato Rula Jebreal con un monologo in difesa delle donne violentate e Roberto Saviano ha voluto ricordare il trentennale dell’uccisione di Giovanni Falcone con tre mesi di anticipo. Nel 2020, con una libera interpretazione del Cantico dei cantici, definito il libro «più bello, più santo, più importante della Bibbia», Roberto Benigni ha sdoganato tutte le forme di amore, quella «dell’uomo con la sua donna, la donna con la sua donna, l’uomo con il suo uomo». Perché, alla fine, si casca sempre lì, nella moltiplicazione dei sessi e nell’amore non binario, come si dice.

Sotto la supervisione di Stefano Coletta, prima come direttore di Rai 1, poi come responsabile della sezione Intrattenimento della tv pubblica, Sanremo si è travestito da festival queer, disseminato di baci gay, unghie smaltate e trucco pesante per entrambe i sessi (e speriamo che la comunità Lgbtq non insorga). Se prendiamo i vincitori delle edizioni frequentate da Lauro, due volte ha vinto Mamhood (nel 2022 con Blanco) e una i Måneskin, poi tornati come ospiti l’anno scorso. E il vecchio luna park è sembrato un Gay pride per famiglie. Arcobaleno, naturalmente.

Erano gli anni dei governi guidati da Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi, con il Pd a dare sempre la linea (tranne la breve parentesi gialloverde). Erano gli anni del dibattito sul ddl Zan, di genitore 1 e genitore 2, dell’asterisco e dello schwa proposti, e spesso adottati, nei documenti pubblici… Non che siano stati definitivamente archiviati. Tuttavia, dalle parti di Palazzo Chigi l’aria è cambiata. Invece in Rai ancora no. Basta guardare i programmi d’intrattenimento, certe rubriche pomeridiane di Rai 1 e Rai 2, le giurie degli show della rete ammiraglia… Finora l’avvento di Giorgia Meloni e del governo «delle destre» non ha fatto girare il vento nemmeno tra i fiori e le pailettes della kermesse canzonettara. Al suo fianco, il conduttore e direttore artistico ha voluto, sì, il rassicurante Gianni Morandi, amato sia dalle nonne che dai giovanissimi («Da grande voglio essere come lui», confidò Blanco sul palco di un anno fa). Ma fedele al mainstream modaiolo, ha chiamato l’«imprenditrice digitale» Chiara Ferragni e la pallavolista non binaria Paola Egonu (e chissà perché nessuno invita mai Miriam Sylla, anche lei di colore e pure capitana dell’Italvolley femminile).

Intanto Madame ha dovuto cambiare il titolo della canzone in Il bene nel male (al posto di Puttana), prima di essere indagata per una storia di vaccini falsi e piegarsi al volere comune: senza polemiche la colonnina dell’Auditel non s’impenna. Dopo aver detto che non ci sarebbero stati ospiti perché già tanti erano i cantanti in gara, man mano che ci si avvicinava al giorno d’inizio, Amadeus ha annunciato Black Eyed Peas, Piero Pelù, Francesco Renga, Nek… E, sempre in modalità allineamento, si è parlato di Volodymyr Zelensky in videocollegamento nella serata finale.

Di sicuro c’è che i cantanti in gara saranno 28, ventidue big più sei giovani, così le serate termineranno quando albeggia, tutta salute per lo share. A naso, il cast del 73° Sanremo, dal 7 all’11 febbraio, è tranquillo. C’è la quota star da stadio con Marco Mengoni e Giorgia, il trash dei Cugini di campagna, la nutrita fetta anni Novanta con Anna Oxa e i Modà, senza dimenticare le reunion di Articolo 31 e Paola e Chiara. Ci sono «i figli di» Leo Gassmann e Lda (di Gigi D’Alessio), i big da classifica Lazza, Elodie e la già citata Madame, la quota di musica indie con Colapesce Dimartino e Coma Cose, che bissano la partecipazione dell’anno scorso, come Tananai che, giunto ultimo, può migliorare ma non è detto. Non s’intravedono troppe trasgressioni fasulle. Però occhio a Rosa Chemical che somiglia non poco ad Achille Lauro, speriamo solo nell’aspetto. Nell’incertezza, si è pensato bene di convocare anche l’originale. Hai visto mai che se ne sentisse la mancanza.

 

Il Timone, febbraio 2023

«Sono ateo (provvisorio), ma credo in Lucifero»

Intelligenza magmatica, ragionamento proteiforme, linguaggio minaccioso, Quirino Principe è uno degli intellettuali più controversi della cultura contemporanea. Nato a Gorizia 87 anni fa, vive a Milano dove cura la sua incessante attività di traduttore, musicologo, saggista, critico e consulente editoriale. Forse lo si potrebbe inserire nella galleria dei grandi reazionari ma, nella sua vanità, rifiuterebbe anche questa collocazione. Si definisce ateo, salvo riconoscere e, in un certo senso esaltare, la figura di Lucifero. Non a caso, se lo si definisce «un tizzone d’inferno» s’inorgoglisce. Intervistarlo vuol dire infilarsi in un ingranaggio infernale. Ha un così elevato concetto di sé da permettersi risposte particolarmente sprezzanti.

Professore, come mai da qualche tempo non la si legge e non la si ascolta?
«Le contro-domando: dove diavolo dovrei scrivere o parlare affinché mi si legga o mi si ascolti?».

Perché si è interrotta la sua collaborazione con Il Sole 24 ore?
«Mi ero stancato di recensire libri di altri. La funzione di recensore è interessante, ma a un certo punto ha cominciato a starmi stretta. Perciò avevo più volte proposto di occuparmi di letteratura tedesca, inglese, ispanico-americana, mitteleuropea, slava. Non sono solo uno studioso di musica, ho tradotto Ernst Jünger, Karl Jaspers, molti altri autori, un numero indescrivibile di Lieder e di testi di teatro d’opera».

E dal Sole come le hanno risposto?
«Non ci fu né richiesta né risposta. Avevo altro cui pensare, e per cui soffrire maledettamente. Era appena morta mia moglie, dopo 60 anni precisi di matrimonio felice e fedele. Non occorre essere religiosi per essere fedeli, non occorre essere ricchi come il patriarca Kyrill o come i vari Ronaldo, Mask, Bezos, per essere felici. Sono molto affezionato e grato al Sole 24 ore, però non posseggo competenze soltanto musicali, anche se a qualcuno sfugge l’esistenza di una mia forte professionalità anche al di fuori della musica. Questo non vale solo per Il Sole 24 ore, ma anche per altri committenti».

Per esempio?
«La Rai».

Che cosa faceva per la Rai?
«Quando la Rai era meno nepotista e meno corporativa, avevo qualche spazio possibile: musica, poesia, teatro, filosofia… La domenica tenevo una rubrica molto seguita su Radio 3, La spina nel fianco. Nella sua conduzione,  fra l’altro, proponevo ogni settimana un sonetto che, attraverso diabolici depistaggi, invitava gli ascoltatori a individuare un autore, un’opera o un episodio di storia della musica».

Una rubrica esoterica?
«Ma quale esoterica? In quella rubrica mi divertivo con l’enigmistica, e qui l’esoterismo c’entra come il classicissimo cavolo a merenda. Cerchiamo di non usare parole a vanvera, e di conoscere bene il significato delle parole, prima di attingere al lessico italiano, che sospetto essere enigmatico per troppi miei connazionali! Lei è certo di sapere esattamente che cosa significhi “esoterico”? Quella rubrica era, per me,  un esercizio di tecnica versificatrice come parodia dei poeti stilnovisti, e, per il pubblico, un’occasione per saggiare il livello culturale medio degli italiani. Quella rubrica, che mi aveva molto divertito, era piuttosto un impagabile incentivo a una mia naturale tendenza,  quella a non avere peli sulla lingua e a non avere rispetto per le nullità travestite. Infatti, l’allora direttrice di Radio Tre troncò di brutto quella rubrica, in atto da due anni – era la fine del 1999 – per “punirmi” dell’avere io osato citare in modo “irrispettoso” i nomi di Francesco Rutelli e di Alessandro Baricco. Nella fattispecie, dovendo, per depistare gli ascoltatori, citare Bonifacio VIII a proposito di Dante, e avendo bisogno di una rima in “-elli”, avevo indicato quel papa – a me odioso, come lo sono per me tutti i papi, anzi, tutti gli ecclesiastici di tutte le religioni monoteistiche – con un “irriguardoso” endecasillabo: “… il primo precursore di Rutelli”. Ovviamente, alludevo alle analogie tra le due colonne di pellegrini che vanno verso San Pietro (Inferno, 28-33) oppure ne ritornano indietro: espediente di regolazione del traffico, “copiato” da colui che  era sindaco di Roma alla fine del secolo XX. Non vedo come potessi avere “offeso” Rutelli, tipo simpatico ma allora troppo sollecito nel fornire i servigi del Comune di Roma al Vaticano, More solito, del resto:  per me, incrollabilmente laico, è insopportabile questo ricorrente servilismo delle laiche istituzioni pubbliche italiane a favore di Santa Madre Chiesa. Quanto a Baricco… ebbene sì, nel sonetto della settimana successiva fui io ad essere molto antipatico. Lo riconosco: meritavo una punizione. Mi scusi: c’entra, tutto questo, con il concetto di esoterismo?».

Non le sfugge certamente che di lei si parla come di un «tizzone d’inferno». Che cosa la attrae verso l’elemento infernale?
«Io sono ateo come visione del cosmo, anche se non escludo l’impensabile, l’indescrivibile, il “totalmente altro”, come lo chiama Max Horkheimer. Marxista eretico, nel suo penultimo libro parla del “totalmente altro” come di una necessaria idea collaterale che deve accompagnarci quando parliamo del certamente definibile. Pur essendo ateo contemplo il demoniaco e l’infernale come ne hanno parlato le grandi religioni».

Non è contraddittorio?
«La mia dichiarazione di ateismo è provvisoria, una messa in sicurezza di fronte all’immagine contraddittoria di Dio data dalle religioni monoteiste. Un Dio geloso, che si arrabbia, si vendica e si occuperebbe di questa piccola specie che è l’homo sapiens. Mentre per me è un concetto altissimo, sublime e parlare di Dio mi risulta difficilissimo. Al contrario, il demonio è qualcosa di prossimo alla nostra esperienza, agli istinti, alle necessità naturali e sane. Il bisogno di mangiare e di provare piacere con il sesso, per esempio. È un’energia presente nel cosmo, nell’istinto di ribellione al potere».

Come trascorre le giornate?
«Le ore diurne lavorando, invece le ore notturne lavorando. Il totale delle ore di sonno durante la settimana è di cinque o sei. Non è insonnia, è lavoro incessante. Se non avessi avuto l’incidente che mi ha spezzato le gambe e un braccio dimostrerei trent’anni di meno e sprigionerei ancora più energia. Purtroppo il 4 giugno del 2011 sono stato investito e da lì è iniziato il mio declino fisico. Il 4 giugno è il giorno di San Quirino: il mio ateismo ne è stato ulteriormente confermato».

In che cosa consiste il suo lavoro?
«Traduzioni, soprattutto dal  tedesco. Saggi per teatri d’opera. Preparazione capillare di lezioni universitarie, a beneficio degli studenti tutti laureati: da 10 anni insegno Storia della Musica in un master post-universitario. Sto preparando la seconda edizione del mio libro su Richard Strauss. Curo con assoluta esattezza le mie lecturae Dantis: una lectura integrale, dal principio alla fine della Commedia. Tengo le lecturae nella sede della casa editrice Jaca Book. Sono arrivato al XXII del Purgatorio.  Di solito, non leggo: recito direttamente, in stile teatrale. Conosco l’intero poema dantesco a memoria».

Lavoro «matto e disperatissimo»?
«Il lavoro non è disperato, è fatica e la si sopporta. Lo studio invece è felicità assoluta».

C’è qualcosa o qualcuno che lenisce la sua solitudine?
«Come dicevo, lo studio. Invece, amo la solitudine. Vorrei assolutamente che mia moglie rinascesse. Anche i miei figli, quando vengono mi fanno felice. Ma sto bene con la solitudine, è così fin da adolescente. È essa il mio vero lenimento».

Perché ritiene l’insegnamento della musica la molla della rinascita?
«Perché è il livello più alto della conoscenza. Forse neanche i musicisti lo capiscono. Platone, Damone, Aristosseno, Plutarco, anche un politico come Pericle, Lucrezio, Quintiliano, Boezio, consideravano la musica una dote indispensabile per ogni uomo di governo. Così anche, in tempi vicini a noi l’hanno capito filosofi come Adorno. La musica è matematica, regina delle scienze, che agisce sui nostri sensi e sulle nostre percezioni. Purtroppo oggi è ritenuta solo una forma di intrattenimento».

Preferisce i grandi compositori del passato?
«La musica non va valutata in base alla cronologia, ma per la sua qualità. Nella mia estetica il bello è ciò che ha forza di significato, il brutto ciò che è debole di significato o ne è privo».

Tre opere che porterebbe su un’isola deserta.
«Facciamo cinque. Don Giovanni di Mozart, il Quartetto opera 132 di Beethoven, la Sonata per pianoforte n. 32 Op. 111 di Beethoven, le Scene per il Faust di Goethe di Schumann, Parsifal di Wagner».

Il più grande direttore d’orchestra del Novecento?
«Sebbene ai direttori d’orchestra si richieda più studio che genio, le propongo una rosa ristretta: Gustav Mahler, straordinario anche come direttore, Bruno Walter, Gino Marinuzzi, Sir Thomas Beecham, e Whilelm Furtwängler. Herbert von Karajan per me è un po’ al di sotto».

Tra quelli contemporanei chi apprezza?
«Oleg Caetani, Riccardo Chailly e Riccardo Muti».

Qual è il suo pensiero riguardo ai generi musicali contemporanei?
«Quali? Me li indichi».

Cosa pensa del jazz?
«È una provincia marginale come, del resto, lo è anche Chopin. Una provincia che pure contiene opere splendide. Come quelle di Cole Porter, George Gershwin, Chick Corea, Ornette Coleman, Duke Ellington… A volte le suono, Sophisticated lady è una delle mie preferite».

Il John Coltrane di A love supreme e My favorite things?
«Mi piace molto, certo».

Keith Jarrett?
«Interessantissimo. Apprezzo il mixage e le contaminazioni, senza le quali potrebbe risultare un po’ noioso».

Le piace qualcuno degli interpreti popolari della canzone italiana?
«Odio visceralmente tutto ciò che è popolare, o così denominato. Nel suo interesse, non mi faccia andare su tutte le furie».

Cosa pensa del rap?
«Non è musica e nemmeno suono musicale. È un parlato in forma di scioglilingua accompagnato da una consolle. Perciò, essendo non-musica, non mi riguarda professionalmente».

Ha mai visto il Festival di Sanremo?
«Un paio di volte Il Sole 24 ore mi ha chiesto di seguirlo. Ho obbedito con disagio e noia. Ciò che detesto maggiormente sono il contorno di lustrini, coriandoli, luce diffusa, neon, stivaletti di marca…».

Negli ultimi anni è diventato una vetrina gender: conosce Achille Lauro?
«Com’è ovvio, più che conoscerlo, so chi è. Non ho alcuna intenzione di approfondire la sua conoscenza».

Per Uto Ughi i Måneskin sono un insulto alla musica e all’arte.
«Ha perfettamente ragione».

Quest’anno vedrà il Festival di Sanremo?
«No. Non ho intenzione di vomitare».

Salvo sorprese, alla serata finale dovrebbe partecipare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con un videomessaggio: che impressione le fa?
«Penosa. Zelensky era un modesto attore comico che si è trovato per sua sventura in una posizione disperante, affrontata con coraggio. Altri si sarebbero dati alla fuga, invece la sua resistenza lo ha nobilitato. Purtroppo, con questa partecipazione mette la sua figura nobile in un contesto ignobile».

C’è qualcosa o qualcuno che fa eccezione alla sua contestazione della contemporaneità?
«Grrrrrrrrr….. un tipo di domanda che suscita i miei istinti omicidi. Lo volete capire, si o no, che non è questione di cronologia, bensì di qualità, di livello qualitativo? Per favore, non irritatemi ulteriormente con domande senza significato. Alla fine, non rispondo delle mie azioni. Sono un ex ufficiale di artiglieria, e ho un’indole violenta. Non contesto la contemporaneità, dal momento che anch’io sono contemporaneo a me stesso. Contesto, invece, lo schifo».

Che cosa pensa della letteratura italiana contemporanea?
«Non credo che Dio esista, almeno nei termini con cui il cattolicesimo ufficiale, il Papa, monsignor Ravasi, eccetera, ce lo rappresentano. Ma se Dio esiste davvero, ci liberi dall’incubo: ci liberi dall’immaginare che la letteratura sia Gianrico Carofiglio o Alessandro Baricco o Alda Merini! Non mi preoccupa il male, è il nulla a essere spaventoso».

Professore, lei è massone?
«Ci mancherebbe solo questo!!! Mi avrebbe potuto risparmiare una simile domanda, che mi offende gravemente e mi fa infuriare: e non perché io disistimi la massoneria, che è una realtà storica e cui attribuisco qualche pregio per quanto riguarda l’esperienza illuministica della nostra amata Europa. No, ciò che mi offende è l’attribuzione, alla mia persona, dell’obbrobrio di “far parte di qualcosa”, di “condividere essendo in sottordine”. Trovo la domanda gravemente offensiva: da querela, se avessi la sia pur minima fiducia nel trionfo della  giustizia, sia in Italia, sia in Afghanistan,  o altrove. Ma non è forse arcinoto che io voglio essere solo, che non voglio far parte di associazioni, partiti, circoli, parrocchie, cellule, di questo o quello staff, board, team, e via divertendoci  con questo sterco lessicale anglicizzante? Come potrei, Io, Quirino Principe, associarmi a persone o ad ambienti sociali che  sappiano nulla di nulla, che non sappiano usare la lingua italiana, che non sappiano leggere un codice medievale né la grafia musicale espressa in neumi, che non conoscano il greco antico, né il latino, né il sanscrito, né il tedesco, né la matematica, né l’astrofisica, né la meccanica quantistica, né gli scritti musicali di Aristosseno o di Plutarco, né la differenza tra calendario giuliano e calendario gregoriano??? Per favore, smettiamola con queste offese alla mia persona. Rammento che la mia indole è notoriamente molto irascibile, e sono capace di eccessi».

 

 La Verità, 4 febbraio 2023

«Zelensky a Sanremo puro atto di propaganda»

Carlo Freccero, cosa significa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ospite del Festival di Sanremo?

«Significa che siamo di fronte a un atto di propaganda».

Cioè?

«È sempre stato necessario far accettare al popolo un’azione impopolare come la guerra, le cui vittime sono sempre i popoli. Indipendentemente dagli schieramenti, guerra significa morte. Di solito non si scherza a un funerale».

Nel caso del popolo italiano, in maggioranza contrario all’invio di armi all’Ucraina nonostante l’informazione spinga in questa direzione, la propaganda fallisce?

«È interessante osservare il comportamento del pubblico su due argomenti. Sui vaccini ha assecondato la linea governativa, mentre sulla guerra dissente apertamente. Questo avviene per due motivi. Il primo è la paura di un conflitto nucleare che suscita una reazione di rifiuto dettata dall’istinto di sopravvivenza. Il secondo motivo è che nel nostro Paese c’è povertà e noi abbiamo già destinato molti soldi all’Ucraina. La guerra sta provocando disagi all’economia e alla nostra vita quotidiana».

Questo potrebbe essere egoismo?

«La guerra è la forma di egoismo più atroce. Ormai non si parla solo dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Vladimir Putin, ma di equilibri internazionali e dello scontro fra America e Russia. La maggioranza degli italiani non vive come Joe Biden alla Casa bianca, ma in case fredde e con spese che si  moltiplicano».

L’errore di questa ospitata è il contesto o il contenuto?

«Entrambi. Innanzitutto perché sollecitare l’invio di più armi significa elevare la tensione e aumentare il pericolo. La Russia ha già fatto presente che se si alzerà l’asticella sarà costretta a usare armi pesanti. Anche le persone che ritengono necessaria la partecipazione alla guerra non ne condividono la spettacolarizzazione a Sanremo. La metafora dell’Orologio dell’apocalisse segna 90 secondi alla fine del mondo».

Spieghi.

«L’Orologio dell’apocalisse è il Bollettino degli scienziati atomici ideato nel 1947 da un gruppo di studiosi della California, idonei a esprimere un giudizio sul pericolo nucleare. Oggi l’Orologio indica una distanza di soli 90 secondi alla mezzanotte. Neanche durante la Guerra fredda eravamo così vicini al disastro irrimediabile».

Zelensky all’Ariston è la spettacolarizzazione della guerra?

«Mentre non c’è spazio per la trattativa e per la diplomazia, tutto è affidato all’azione delle armi e l’Ucraina è diventata un cimitero a cielo aperto».

Proprio questo giustifica l’invito al suo presidente?

«È tutto più complesso. Questa guerra è un esempio di reductio ad Hitlerum di Putin analoga a quella condotta contro Saddam Hussein e Gheddafi. Ricordiamo le armi di distruzione di massa di Saddam simboleggiate dalla fialetta agitata da Colin Powell nell’assemblea delle Nazioni unite. Tutti sanno che quelle armi non esistevano, però nell’immaginario Saddam è rimasto un crudele dittatore».

I morti ucraini esistono.

«A questo proposito vorrei ricordare la frase sfuggita nel 2014 a Victoria Nuland, all’epoca segretario di Stato aggiunto, quando le fu fatto presente che l’Europa non poteva tollerare un colpo di Stato nazista in Ucraina: “Che l’Unione europea si fotta”, disse. Da quel colpo di Stato, la guerra dell’Ucraina contro le popolazioni russofone del Donbass non si è mai interrotta. Tutti conoscono la strage di Odessa, oggi derubricata da Wikipedia a incendio incidentale. Prima dell’intervento di Putin anche i giornali mainstream riportavano correttamente le provocazioni ucraine, ma appena iniziata l’invasione l’informazione è stata colta da amnesia sugli otto anni precedenti».

Zelensky è intervenuto al Festival di Cannes, alla Mostra del cinema di Venezia e ai Golden Globes: dov’è lo scandalo?

«Nel frattempo la guerra si è trasformata in pericolo nucleare e Sanremo viene usato per allargare il conflitto. Zelensky chiederà altre armi, invece bisogna dire basta».

Dire basta significa pace senza giustizia?

«Questo è argomento delle diplomazie».

Il presidente ucraino è un ex attore comico e un ottimo comunicatore.

«Non un comunicatore, ma un attore che cura molto le sue apparizioni. Il fatto interessante è che mescolare guerra con spettacolo è, in qualche modo, in continuità con la propaganda pandemica».

In che senso?

«I virologi chiedevano di vaccinarsi contro il Covid sulle note di Jingle bells. Ora Zelensky ex attore arriva al palco del Festival di Sanremo a chiedere armi. Da tempo Sanremo sembra occuparsi, più che di musica, di look transgender presunti trasgressivi. Anche a questo riguardo Zelensky è idoneo perché sono noti i suoi balletti con tacchi a spillo, nudo e lingua fuori, in perfetto stile Måneskin».

Non li ho visti.

«Li trova su Telegram».

Pierferdinando Casini ha ironizzato sulla necessità di far intervenire anche Putin per la par condicio…

«Promuovere la propaganda e l’allargamento della guerra su un palcoscenico ultra popolare come l’Ariston va contro la maggioranza dell’opinione pubblica italiana. La democrazia non conta più nulla? Infine, la cultura della guerra, se non ricordo male, è contro la nostra Costituzione».

Il Cda Rai ha convocato il direttore dell’Intrattenimento Stefano Coletta per spiegare l’invito: cosa si aspetta?

«Oltre a Coletta, sarebbe interessante ascoltare Bruno Vespa che si è prestato a fare il Beppe Caschetto di Zelensky».

 

La Verità, 31 gennaio 2023

«Zelensky a Sanremo? Affronto alla democrazia»

Nella sua casa tra gli ulivi sopra Velletri, Aurelio Picca sta lavorando al nuovo romanzo. «Un libro coraggioso e audace, come sempre», dice. Del resto, coraggio e audacia gli appartengono, come conferma anche in questa intervista.

Ha visto la serie Call my agent?

«Ho visto qualcosa. C’era Pierfrancesco Favino che faceva Che Guevara. È un bravo caratterista…».

Perché secondo lei gli addetti ai lavori sono in estasi?

«Evidentemente amano questa autofiction, una finzione nella quale i protagonisti sono personaggi reali. Stefano Accorsi fa Accorsi, Paola Cortellesi fa sé stessa e così tutti gli altri. Sembra una duplicazione, una bolla narrativa. Siccome oggi la commedia prende un campo ristretto, come se non si potesse raccontare in modo comico la realtà, ci s’inventa questa escrescenza della commedia. Che, alla fine, è tragica. Il gioco dell’apparire che sostituisce l’incapacità a raccontare la realtà è, a suo modo, tragico».

La gente già va poco al cinema per non vedere i soliti attori, ora si appassiona all’ombelico del cinema, pur raccontato in modo brillante?

«Dovrebbe appassionarsi alle storie di questi grandi attori che fanno sempre più o meno la stessa parte? Qualche tempo fa, vedendo Il bambino nascosto di Roberto Andò, mi sono imbattuto in un Silvio Orlando inedito, un ruolo totalmente inaspettato. Se si esce dalla bolla, anche l’attore diventato seriale può sorprendere. Non così se si resta nella comitiva in gita dei produttori, nel giro dei casinò delle produzioni come mi sembra sia questa serie».

Il cinema sul cinema è l’ombelico del cinema?

«Nessuno rischia più sulle storie psicopatiche e apocalittiche, le storie dell’orrore e della fine del mondo. Che sono le storie della realtà. Nessuno racconta la fine del mondo antico mentre noi contemporanei camminiamo su una strettoia. Vorrei vedere un grande film sulla ricerca di assoluto. Con i teenager che non guardano la tv e puntano al sublime. Perché non alzare il tiro e provare a vedere come si abbracciano i ragazzi, come cercano l’assoluto, l’utopia?».

Il cinema è prigioniero dell’autoreferenzialità come la letteratura?

«Tutto è prigioniero, anche le arti visive, il teatro… Se proponessi al Franco Parenti ogni sera un monologo a canovaccio di 50 minuti come mi accoglierebbero? Si preferisce l’ennesima caricatura di Mussolini… Adesso va molto il rapimento di Emanuela Orlandi, rispolverano anche quello di Mirella Gregori… Su quello che accade oggi fanno la serie tra una settimana, e chi se ne frega del linguaggio cinematografico e della profondità. Vendiamo prodotti da supermercato. Anche nell’arte si privilegia la cronaca bassa».

Agenti, critici, premi, festival, cordate: tutto nello schema dell’amichettismo?

«Sì, ma niente formule però. Gli editori scelgono sempre al ribasso, autori da 500 parole. Finalmente si stanno rivalutando i provinciali, Luciano Bianciardi, Curzio Malaparte… Qualche anno fa se ne parlavi ti beccavi del fascista come successe a me. Il problema è nato con Italo Calvino che per pubblicare Una questione privata ha aspettato che Fenoglio fosse morto. Si è appiattita la letteratura sulla comunicazione…».

Ci si parla addosso, si rincorre la propria coda?

«Si è raschiato il fondo e non c’è più niente. Se anche nelle antologie scolastiche non ci sono gli autori importanti del Novecento ma quelli che hanno scritto due libri, è inevitabile che la scrittura si fermi a 1000 parole, quando va bene. Anche la scuola è motore di un meccanismo bloccato».

Questo ripiegamento è dettato dalla rivoluzione digitale?

«Viene dall’industria culturale degli anni Sessanta e Settanta che, in nome della rivoluzione, ha distrutto il romanzo. Era uno degli obiettivi della neoavanguardia perché alla rivoluzione non servivano i romanzi. L’esempio più pertinente – lo dico con molto rispetto perché sto parlando di un grande storico medievale e di un grande semiologo – è Umberto Eco. Anche lui ha lavorato per la distruzione del romanzo perché era un teorico della neoavanguardia, come il Gruppo ’63. Poi però ha fatto Il nome della rosa, il grande romanzo comunicativo che ha venduto milioni di copie».

L’autofiction e l’appiattimento sulla comunicazione vengono da lontano.

«Negli anni Novanta alcuni nuovi narratori e poeti hanno ricominciato, tentando di recuperare il romanzo come arte che inventa i mondi. Ma l’industria gioca al ribasso per accontentare il lettore dominato dai mass media e infarcito di comunicazione e informazione».

Ora questo processo è aggravato dai social network?

«È un processo inestricabile. La virtualità non ha allontanato o migliorato l’orrore della realtà, è proprio un altro modo di viverla. La virtualità ha decomposto i corpi, ormai incapaci di vera leggerezza e vera pesantezza. È tutto simulazione».

Il lavoro è postare dei selfie dal salotto di casa.

«Penso agli operai comunisti che si alzavano alle 4 del mattino per andare a lavorare e tornavano alla sera, orgogliosi. In pochi anni siamo passati dal lavoro con il corpo alla cancellazione del corpo».

Che però è molto esibito.

«Un corpo che si vede ma che non si incontra e non si tocca, non è un corpo, ma una sua proiezione. È la stessa differenza che passa tra fare l’amore sul serio e vedere pornografia in rete. La virtualità è tutta pornografia perché si vende una finzione di sensualità e di erotismo che non ha la controprova dell’incontro».

Perché Chiara Ferragni è attesa al Festival di Sanremo come una regina?

«Perché siamo stupidi. Sono convinto che la stragrande maggioranza degli italiani guardi queste cose ma ci rida su, come in una commedia. Purtroppo, nella realtà siamo soffocati dall’orrore per il cinismo montante, la disumanità nei rapporti, l’incapacità di parlarci».

Cosa pensa del fatto che Ferragni ha annunciato di devolvere il cachet del Festival a un’associazione per la difesa delle donne?

«È detestabile che si annunci pubblicamente la beneficenza per accrescere la propria immagine».

Sono le regole della comunicazione?

«Ovviamente, i soldi si devolvono alle donne. Ormai, anche la donna fragile è un cliché esibizionista. Siamo nel post-femminismo dell’esibizione. Perché le donne devono combattere da sole e non insieme agli uomini? La donna fragile è un nuovo stadio dell’evoluzione della specie».

La notizia delle griffe scelte da Ferragni per l’Ariston è stata data al Tg1.

«Siamo in una fase di deragliamento che temo incontrollabile. O c’è un’intenzione precisa per non parlare dell’apocalisse che si avvicina, oppure la visibilità è diventata scientificamente il nuovo idolo e quindi è ancora più folle. Come in una commedia dell’assurdo di Ionesco».

Sempre al crocevia tra moda e spettacolo, che adesso si chiamano fashion e show, cosa pensa del fatto che per promuovere il nuovo disco i Måneskin hanno simulato un matrimonio?

«Io credo nel matrimonio assoluto, i giochetti non li apprezzo. Quando facevano i baffi alla Gioconda m’incazzavo. Adesso trovo irritante quella pubblicità con l’Ultima cena nella quale Gesù è una mezza femminuccia. Non accetto che una grande cultura sia spazzata via in un gioco di barzellette».

Ma nel rock si è sempre dissacrato…

«Certo, ma qui l’operazione è sottile. Prendiamo queste parole, glamour, fashion, show… Il problema non è che siano declinate in inglese, che è già grave, ma che il loro scintillio annulla la potenza del corpo, la sua realtà».

Lo scintillio sostituisce la carne?

«Esattamente, anche nella malattia o nella sanità. Sostituisce la corporeità in tutte le sue manifestazioni».

È il trionfo dell’immagine?

«Siamo oltre l’immagine, siamo alle ombre cinesi. L’immagine erano anche quelle degli anni Settanta, c’erano le icone… Questa è la frutta caricata di potassio, la carne chimica…».

La barzelletta compensa i limiti artistici?

«Questo non lo so, anche se non trovo grande musica. Lo dico da appassionato di Peter Gabriel, da uno che a 14 anni amava Jumpin’ Jack Flash, tutta la musica italiana anni Sessanta, e poi il travestitismo che però aveva sotto il corpo, dai Roxy Music a Lou Reed a David Bowie. La nudità di Iggy Pop era funzionale alla musica, il corpo era uno strumento, anzi, lo strumento principale».

Perché i Måneskin non si possono criticare?

«Perché sono il punto più alto della vendibilità, della vendibilità facile».

Quest’anno tornano a Sanremo per la terza volta, invece Achille Lauro sarà presente per il quinto anno di fila. È lui il volto identitario della manifestazione più importante della Rai?

«Alcuni suoi pezzi potevano pure piacermi… Il fatto è che si va per annate, ci sono pure Al Bano, Massimo Ranieri e il solito Gianni Morandi».

Questioni di audience e di target?

«Certo. I Måneskin e Achille Lauro sono la pseudo avanguardia, in realtà sono retroguardia perché la trasgressione c’è già stata negli anni Settanta. Poi ci sono i vecchi dromedari e la terra di mezzo. È una parcellizzazione in tante minoranze, come avviene per i diritti civili, dei gay, dei trans, delle donne… La parcellizzazione dei diritti sembra un’avanzata di civiltà, invece produce frammentazione in tante minoranze».

Che cosa indica il fatto che alle ultime sfilate Giorgio Armani ha scelto di tornare al classico facendo indossare i suoi capi a coppie composte da un uomo e una donna?

«È stato un gran signore. Il portabandiera di una nuova avanguardia che si oppone a questa deriva. Da stilista ha dato prova di stile. Anzi, di eleganza: c’è differenza… L’eleganza è naturale, lo stile si acquisisce con gli abiti e il portamento. I veri eleganti sono i bambini e gli animali, perché si muovono con grazia e libertà. Armani ha smesso i panni dello stilista e ha indossato quelli dell’uomo elegante».

Che cosa pensa del fatto che Volodymyr Zelensky sarà ospite in videocollegamento della serata finale del Festival?

«È un’idea pessima. Un una mossa da croupier del casinò. Una politicizzazione estrema».

La maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina eppure si offre a Zelensky la vetrina di maggior ascolto della televisione italiana.

«Infatti, è un affronto alla democrazia. Un inedito. Qualcosa che sa di dittatura mediatica».

I Giganti cantavano: «Mettete dei fiori nei vostri cannoni», stavolta si mettono i cannoni tra i fiori di Sanremo.

«C’è bisogno della guerra tra le canzonette? La decomposizione dei corpi, l’assenza di incontro tra le persone, la vittoria delle ombre cinesi e la parcellizzazione dei diritti non sono già una guerra?».

 

La Verità, 28 gennaio 2023

 

«Processo all’Azov e Donbass chiavi della pace»

Ricalcolo. Come i navigatori quando si sbaglia strada, anche opinionisti e analisti di geopolitica sono costretti ad aggiornare il percorso. La mappa della guerra evolve inesausta e le cartografie con le sagome di carri armati e missili si arricchiscono ogni giorno di nuovi elementi. Di conseguenza pure il nostro scenario politico diventa scacchiere di fantasiose alleanze. Ne parliamo con Antonio Padellaro, giornalista politico di lungo corso, già al Corriere della Sera, L’Espresso, L’Unità, fondatore e direttore del Fatto quotidiano, spesso ospite di Piazzapulita su La7.

Quando sembra che si apra lo spiraglio per un dialogo subito ci si deve ricredere?

«Sicuramente sotto traccia persistono tentativi di negoziato per un cessate il fuoco, per aprire corridoi umanitari o marittimi al fine di sbloccare le forniture di grano. Ma per iniziare a parlare di pace a mio avviso servono due condizioni. La prima: che Vladimir Putin conquisti militarmente il Donbass entro il primo luglio. La seconda: il riconoscimento della denazificazione, con l’avvio del processo nel quale alcuni elementi del battaglione Azov confesseranno le loro colpe. Una volta che queste due condizioni si saranno realizzate, forse il signor Putin acconsentirà all’idea di cercare un accordo».

L’importanza per Putin del consolidamento del Donbass è evidente, perché è importante anche la vicenda del battaglione Azov?

«Perché dal processo, al quale potranno assistere gli osservatori occidentali, capiremo se il problema dei nazisti era una sua invenzione e se quelle milizie impedivano a Volodymyr Zelensky di trattare. L’impressione è che l’Ucraina non sia un monolite che combatte come un sol uomo per l’indipendenza, ma che convivano varie fazioni. Tolta di mezzo quella più intransigente, si può aprire qualche spiraglio. La resa del battaglione Azov serve a Putin, ma forse anche a Zelensky».

Le condizioni di Mosca andranno bene anche a Kiev e all’Occidente?

«Credo che vedremo due parti in commedia. Innanzitutto l’Europa, rappresentata da Francia, Germania, Italia e Spagna, non vedrà l’ora che l’Ucraina le accetti, malgrado sia stato aggredita. La seconda parte riguarda l’atteggiamento americano, che nessuno può prevedere. Biden potrebbe accodarsi alla posizione più morbida dell’Ue, oppure potrebbe spingere perché Zelensky vada avanti. Una buona merce di scambio potrebbe essere un ingresso veloce dell’Ucraina nell’Unione europea. Nel poker c’è un momento in cui tutti i giocatori dicono “parola”, e al giro successivo ognuno fa la propria puntata. Poi c’è un altro elemento che può avere un peso sui negoziati».

Quale?

«La ricostruzione dell’Ucraina è il più gigantesco affare internazionale dal dopoguerra a oggi. Quali Paesi saranno coinvolti e a che condizioni?».

Appena ipotizzato un colloquio tra Zelensky e Putin sono rispuntate le armi pesanti: quelle che invierà Joe Biden smentiscono l’idea della Nato alleanza difensiva?

«Mentre la Russia vuole chiudere la partita militare, la Nato, l’America e l’Ucraina tendono a rallentarla. Ora sembra che il pallino ce l’abbia in mano Putin. Questo nuovo invio di armi serve a evitare che realizzi il suo piano militare entro il primo luglio. Se così fosse, avrebbe meno forza per imporre le sue condizioni».

È ricomparsa anche Angela Merkel.

«Già, chi l’ha vista? Quello della Merkel è un mistero».

In che senso?

«In patria è accusata di aver favorito la stabilizzazione del regime putiniano, trasformando la Germania in un partner importante della Russia. Come l’Italia, la Germania dipende dal gas di Mosca. Al termine del suo mandato il cancelliere Gerhard Schroeder è entrato nel vertice di Gazprom. Sebbene la Merkel sia stata la migliore amica di Putin in Europa, quel genio di Matteo Renzi l’aveva proposta come mediatrice della crisi».

Con queste premesse, ora l’ex cancelliera denuncia l’aggressione della Russia.

«Senza togliere nulla al suo spessore politico, arriva con 100 giorni di ritardo».

Anche questa una fotografia degli impacci della diplomazia occidentale?

«L’esempio più clamoroso è il vertice del G7 di fine ottobre a Roma, quello delle monetine lanciate nella Fontana di Trevi. Nei documenti finali c’era un cenno molto generico alla situazione ucraina. Com’è stato possibile che nessuno tra i grandi della terra, che anche ora mentre si sparano addosso si telefonano con una certa frequenza, abbia ravvisato la gravità della situazione».

Cosa vuol dire?

«Osservo che tre mesi prima che scoppiasse l’ira di Dio un importante vertice tra i capi dei Paesi più importanti del pianeta non ha dato la sveglia. Se non è dolo, è colpa».

Rispetto ai primi giorni del conflitto è scemata la retorica sulla resistenza ucraina e si parla meno di esercito russo allo sbando?

«Dobbiamo stare ai racconti degli inviati dei giornali e delle televisioni, che però sono al seguito delle truppe ucraine o russe. È probabile che Putin pensasse di chiudere la partita in poco tempo. Ma da qui a dire che, essendo passati 100 giorni, ha perso la guerra, ne passa. Lo stesso discorso vale per Zelensky che oggi, forse a causa di ciò che avviene sul terreno militare, appare più morbido».

Come giudica il comportamento altalenante del presidente americano?

«Finora abbiamo visto tre Biden. Il primo è quello che offre a Zelensky un elicottero per mettersi in salvo e si sente rispondere che non gli servono passaggi, ma armi. Il secondo comincia a credere nella vittoria di Kiev e nella defenestrazione di Putin, salvo farsi correggere da fonti della Casa Bianca. Il terzo Biden forse ha capito che Zelensky non può vincere e si può frenare l’avanzata russa con armi più pesanti per cercare un compromesso più favorevole all’Ucraina».

I nostri media mainstream sono un po’ meno monolitici rispetto all’inizio del conflitto?

«Hanno meno certezze sulla vittoria dell’Ucraina e sul crollo del regime di Mosca. Nei nostri media pesa l’inquinamento del discorso pubblico avvenuto nelle prime settimane con l’accusa di filoputinismo a coloro che non sono subito saliti sul carro armato. Abbiamo visto le liste di proscrizione e la bullizzazione di chi si azzardava a porre domande. Il professor Alessandro Orsini descritto come quinta colonna della propaganda russa è una vergogna che parla da sola».

Introducendo l’etica nell’interpretazione bellica si è affermato il primato dei buoni?

«Il primo passo è stato equiparare Putin a Hitler. Fortunatamente il Papa ha detto che forse “la Nato ha abbaiato” ai confini della Russia. A lui non si può dire che è filoputiniano. Del resto, ha detto ciò che hanno provato a dire anche alcuni analisti americani, ovvero che alcune azioni della Nato hanno favorito la sensazione di accerchiamento del Cremlino. Questo non giustifica l’aggressione, ma smonta il paragone tra Putin e Hitler».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Come canta Lucio Battisti, andiamo a fari spenti nella notte. Verrà un momento di riflessione per valutare se è il caso di fermarci o di continuare ad armare Zelensky?».

Il 21 giugno in Parlamento?

«Ci auguriamo di capire di più. Dire che dev’essere Zelensky a stabilire quali debbano essere le condizioni della pace è un’arma a doppio taglio. È vero che l’Ucraina è uno Stato sovrano, ma è altrettanto vero che non possiamo essere a rimorchio di decisioni altrui. Dobbiamo definire una condotta e forse anche uno stop al sostegno militare, considerando le conseguenze economiche della guerra».

Salvini ha portato legna al fuoco del fronte bellicista?

«Non c’è dubbio. Impressiona che il segretario di un partito di governo avvii un’iniziativa diplomatica per incontrare ministri, politici e magari lo stesso Putin senza avvisare il premier. Lo stesso giudizio vale per il piano abbozzato da Luigi Di Maio: vuoi concordarlo con il governo di cui sei ministro degli Esteri? Questa improvvisazione toglie credibilità a un Paese che potrebbe avere un ruolo di mediazione».

Gli schieramenti attuali sull’Ucraina alimentano la suggestione di un governo Letta-Meloni.

«In tutta sincerità, mi sembra una barzelletta, un film di fantascienza. L’atlantismo di Enrico Letta e quello di Giorgia Meloni sono molto diversi. Mentre il Pd ha come riferimento Biden, Obama e i democratici americani, Fdi, proveniente dall’estrema destra, punta a trasformarsi in un partito conservatore e in grado di dare garanzie per governare l’Italia. Mi sembra lunare che il prossimo Parlamento, drasticamente ridotto in termini numerici, finisca per esprimere una maggioranza tanto stravagante. L’ipotesi più plausibile sarà un altro giro di valzer con Draghi e molti nuovi ballerini. Sarebbe sempre inquietante, ma meno incomprensibile».

Come giudica il fatto che anche la banca americana Goldman Sachs scongiuri un cambio di governo e un successo del centrodestra?

«È evidente che Draghi sia il garante del nostro gigantesco debito pubblico. E che sia il garante dell’applicazione del Pnrr, portato a casa da Giuseppe Conte, non dimentichiamolo. Tuttavia, Draghi appare un po’ logorato dalla gestione della pandemia e della guerra. Forse è il caso di chiederlo a lui se nella prossima legislatura vorrà restare a palazzo Chigi. Magari vorrà andare a fare il nonno o subentrare a Ursula von der Leyen o a Jens Stoltenberg, alla Nato. A quel punto chi garantirà i nostri soldi?».

Navighiamo nell’incertezza.

«Ci siamo abbastanza abituati. Ma senza fare le cassandre, qualche interrogativo in più sulle conseguenze economiche di questa guerra dovremmo porcelo. Sempre sperando che in autunno il Covid non torni a mordere. Crediamo nel ritorno alla normalità, pensiamo ai festeggiamenti delle nostre squadre e ai pullman scoperti per le strade di Milano e Roma…».

A proposito, visto il botta e risposta con Stefano Disegni, più facile una cena tra un laziale e un romanista o l’alleanza tra Letta e Meloni?

«Una cena tra un laziale e un romanista è possibile come lo sono stati gli incontri tra Letta e Meloni. Una fusione tra Roma e Lazio, quella è impossibile: ci sono i tifosi e gli elettori. Se, più che improbabile, Letta e Meloni riuscissero ad accordarsi, chi glielo racconta agli elettori di Fdi e del Pd?».

 

La Verità, 4 giugno 2022

«La probabilità di guerra nucleare supera il 50%»

Un eretico: si definisce così Nicola Piepoli. Sondaggista creativo, imprenditore dinamico, fondatore di ben due istituti di ricerche, il Cirm prima e, nel 2003, quello che porta il suo nome e tuttora presiede, Piepoli è soprattutto uno che custodisce le lezioni della storia. Dobbiamo parlare della guerra in Ucraina? Per prima cosa elenca i suoi maestri: «Il francese Gaston Bouthoul, l’inventore della polemologia; Franco Fornari, insigne psicologo e autore di Dissacrazione della guerra. Dal pacifismo alla scienza dei conflitti; Luigi Pagliarani, anche lui psicologo, convinto che l’unico modo per combattere la guerra è innamorarsi continuamente della vita».

Lei è innamorato?

«Io sono tra i pochi che ha un rifugio antiatomico».

Prego?

«L’ho comprato in Svizzera dove ho un appartamento di 64 metri quadrati dotato di rifugio antiatomico».

Pensa che le servirà?

«Potrebbe. La possibilità di una guerra nucleare è superiore al 50%».

Non una bella prospettiva.

«Tre giorni fa Vladimir Putin ha dichiarato che di fronte a sanzioni eccessive ricorrerà alle armi che possiede. Siamo in una guerra guerreggiata. Credo che a Mariupol si arrenderanno, ma questo paradossalmente rischierà di coalizzare ulteriormente i Paesi occidentali».

Perciò intravede la guerra nucleare?

«Non penso che Putin possa vincere con armi normali. La Russia ha una superficie doppia di quella degli Stati Uniti e un Pil come quello della Spagna, perciò non può combattere a lungo. Se non si vuole precipitare nella guerra nucleare è necessario diminuire l’aggressività del nemico, come dicevano Bouthoul e Fornari».

Come si fa?

«Studiamo la Guerra fredda. Ottobre 1962: John Fitzgerald Kennedy negozia con Nikita Kruscev il disarmo dei missili della Nato in Turchia e ottiene lo smantellamento di quelli sovietici a Cuba. Scoppia la pace, cioè la Guerra fredda. Successivamente vinta dall’America quando crolla il Muro di Berlino e l’Urss si scioglie».

Il nemico principale è la guerra o Putin?

«La guerra porta sempre distruzione. Perciò la vince chi non la fa. Tra il 1989 e il 1992 l’America ha vinto senza fare un morto. Perché la Russia rinasca servono quattro o cinque generazioni. Se Putin vuole anticipare la rivincita e l’Occidente lo vuole soffocare con le sanzioni, potrebbe ricorrere alle armi nucleari. Credo si debba lenire il suo orgoglio. Concedergli qualcosa, trattarlo da cristiano non da mostro».

La bomba atomica è fatta apposta per non essere usata?

«A dieci anni ho visto Hiroshima. I documenti fotografici di quella sciagura mi hanno terrorizzato per tutta la vita. La bomba atomica è fatta per non essere usata fino a quando non c’è qualcuno che osa usarla. Dipende dalla psicologia del capo che la detiene. E che magari si sente in pericolo».

È vero che in Italia cresce la preoccupazione per le conseguenze economiche del conflitto?

«Sì, ma resta marginale. Nella mente della gente c’è ancora la fine del Covid. Il sentimento prevalente assomiglia a quello del Dopoguerra. La gente vuole ricominciare a vivere, andare a cena, lavorare, viaggiare, pensare al futuro. La guerra in Ucraina è in secondo piano rispetto all’euforia di non avere il Covid e della fine delle restrizioni. Questo sentimento fa aumentare i consumi anche se l’inflazione ci frena».

Gli italiani sono egoisti perché poco interessati alle sorti della popolazione ucraina?

«La risposta è sì, ciascuno s’interessa di sé stesso. Adam Smith diceva che l’economia si basa sull’egoismo, non sull’altruismo. Il panettiere pensa ai suoi clienti non al futuro del Paese».

Il premier Mario Draghi ha posto l’alternativa pace o aria condizionata: quella espressione ha spostato il sentimento della popolazione riguardo alla guerra?

«No, della guerra all’Ucraina si interessano soprattutto i media».

E la gente?

«Se ne interessa meno perché è lontana».

Quella frase ha influito sulla popolarità del premier?

«È stata ininfluente. Draghi rimane attorno a un indice di 60, dietro Mattarella che è a 70. Nel febbraio 2021 anche Draghi era a 70, poi è sceso fino a 52 a maggio, risalendo oltre 60 a fine ottobre e fino a tutto gennaio 2022. Adesso si è assestato sul 60. Crollerebbe se ci facesse entrare in guerra».

Che consenso hanno le sanzioni alla Russia?

«Non ho rilevamenti. Dal mio punto di vista sono una stupidaggine perché danneggiano più noi della Russia».

Perché non abbiamo risorse alternative?

«Perché è un errore rompere rapporti internazionali che producono ricchezza. Inoltre, le sanzioni mostrano che noi vogliamo la guerra e hanno fatto imbufalire Putin, provocando il contrario dell’esito sperato».

Si percepiscono come un boomerang sulla nostra economia?

«La gente non pensa a questo, ma a godersi la vita. Claudio, il patrigno di Nerone, non è stato il più intelligente degli imperatori, ma durante il suo regno non si sono combattute guerre. Il simbolo del potere non è fare la guerra, ma non farla. Ai senatori Claudio disse che per avere il popolo devoto bisogna dare panem et circenses, cibo e giochi. La gente s’interessa dei successi dell’Inter o della Juventus. Noi organizziamo le Olimpiadi di Cortina».

È vero che decresce la preoccupazione per l’allargamento del conflitto? Se non è deflagrato in due mesi…

«Bisognerebbe studiare la mente di Putin. Nel 2014 quando ha preso manu militari la Crimea, molti prevedevano una rapido ritiro. Io ero sicuro del contrario perché l’avevo studiato. Putin ragiona in maniera paranoide».

Cioè?

«Vive la gente come nemici. Non è un merito né un demerito. Una mente paranoide ce l’ha il 25% degli italiani».

Nel 2014 Henry Kissinger scriveva che l’Ucraina appartiene all’anima russa e non può essere un avamposto dell’Occidente o di Mosca, ma dev’essere un ponte tra loro.

«Ragionando psicanaliticamente, bisogna evitare di toccare le corde che provocano una guerra. L’ideale è che Russia e Ucraina si combattano tra loro e gli altri stiano a guardare. Eviterei l’ampliamento e il nostro coinvolgimento nel conflitto».

Da chi dipende l’ampliamento in atto?

«Dalla Russia e dall’America. Joe Biden è un creatore di guerra, parla creando il nemico non l’amico. Da eretico dico che Donald Trump mostra di capire di più di polemologia. Lodare il nemico diminuisce la conflittualità, fa calare l’animus».

Il minor timore del peggioramento della guerra è suffragato anche dal contrasto all’invio delle armi all’Ucraina?

«Sono cose diverse. Gli italiani sono pacifisti, lo erano anche nel 1914 e nel 1940. E lo sono anche adesso, abbiamo il Papa tra noi. E il Papa influenza».

Anche se non è molto seguito?

«Io non sono un’anima religiosa, un cattolico praticante, sebbene sia battezzato e mi sia sposato in chiesa. Eppure, ieri mattina sono andato in chiesa a pregare Dio che ci aiuti in questo momento particolare».

Che cosa pensano gli italiani delle alleanze internazionali?

«La maggioranza non se ne interessa, viviamo nel nostro Paese. Se chiede alle persone per strada la storia della Russia molte si domandano dov’è. Quanti hanno letto Guerra e pace? Forse duecentomila persone, compresi gli studenti che lo leggono per forza».

Gli italiani sono pacifisti, ma i media non rispecchiano questa tendenza. Com’è la fiducia nel sistema dell’informazione?

«È sempre la stessa. La gente segue distrattamente l’informazione politica».

Il distacco tra popolazione ed élite è in aumento o in calo?

«È lo stesso che c’era già nel 1914 e nel 1939. In un saggio intitolato L’opinione degli italiani al tempo del fascismo la storica Simona Colarizi ha rivelato che Mussolini aveva creato un ufficio statistico servendosi di 84 responsabili, uno per provincia, che dovevano informare quotidianamente Palazzo Venezia sul sentimento dell’opinione pubblica. Da questa ricerca risulta che nel 1938-’39 gli italiani erano contrari alla guerra. Divennero favorevoli solo per un breve periodo quando sembrava fosse facile vincerla, in concomitanza della presa di Parigi da parte dei nazisti. Poi tornarono pacifisti».

Perché la serie tv con Volodymyr Zelensky nella parte di un professore che diventa presidente trasmessa da La7 in Italia è stata un flop e altrove un successo?

«Perché sono più saggi i telespettatori italiani di quelli degli altri Paesi. Non può essere capo di Stato uno che è stato un personaggio televisivo. Il diritto internazionale dice che un capo dello Stato è responsabile delle morti nel suo territorio. Ovviamente, lo stesso vale anche per Putin. Sa qual è la verità?».

Me la dica lei.

«Sia Putin che Zelensky sono due criminali di guerra perché hanno violato il diritto internazionale e fatto uccidere i loro sudditi. Ne dovranno rispondere, come accadde a Norimberga per i gerarchi nazisti. Hitler si sottrasse al processo suicidandosi. Il diritto vale anche in guerra: né Putin né Zelensky l’hanno dichiarata».

Putin non l’ha fatto perché l’invasione dell’Ucraina è la prosecuzione della guerra civile nel Donbass?

«Ed è un altro dei motivi per cui non sono ottimista».

L’Occidente ha la tendenza a colpevolizzarsi: in questa vicenda è innocente?

«George Bush senior ha violato i patti. Dopo la caduta del Muro aveva promesso a Michail Gorbaciov che non gli avrebbe creato grane in quella zona. Invece, sono entrati un minuto dopo».

Dissolta l’Urss e sciolto il Patto di Varsavia bisognava sciogliere anche la Nato?

«Oppure invitare la Russia e i Paesi dell’ex Urss a entrare nella Nato? Con un presidente come Trump una guerra come questa non sarebbe deflagrata».

Invece si vuole ancora esportare la democrazia.

«Questo è il modo in cui la vendiamo. Che cosa se ne faccia la Cina confuciana della democrazia mi riesce difficile capire. Credo si dovrebbero imparare ad accettare le rispettive diversità».

Dopo i missili su Kiev durante la visita del segretario dell’Onu Antonio Guterres gli spazi per la trattativa si sono ulteriormente ridotti.

«Si parla di de-escalation, ma accade il contrario. Putin e Biden agiscono per alimentare la guerra non per fermarla».

Ormai è uno scontro tra super potenze sulla pelle degli Ucraini.

«Al quale collabora Zelensky, sacrificando il suo popolo. Ai vicini di casa di un leader paranoide è consigliata prudenza. Henri Guisan era il comandante dell’esercito svizzero durante la Seconda guerra mondiale. La Svizzera: tra Germania, Italia e Francia. Gli hanno eretto un monumento equestre in bronzo con questa dedica: il generale che non ha mai combattuto. Una statua così non l’avranno né Zelensky né Putin».

 

La Verità, 30 aprile 2022