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«Ormai Bologna è una città in mano agli antagonisti»

Il caso Bologna, perché di caso si tratta. Bologna che conferisce la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese malgrado altre città, governate dalla sinistra, gliela neghino. Bologna, dove l’università si oppone all’istituzione di un corso di laurea per gli iscritti all’Accademia militare. Bologna, dove la Chiesa è guidata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. Bologna, di cui è sindaco il democratico Matteo Lepore, delfino di Elly Schlein, già vicepresidente della regione Emilia-Romagna, che lo indica spesso come esempio di amministrazione illuminata. Bologna, infine, dov’è difficile trovare chi abbia voglia di raccontare quello che succede davvero con l’attuale blocco di potere, che non è più quello dell’Ulivo. Questo coraggio ce l’ha Elena Ugolini, ex preside del liceo Malpighi, ex sottosegretario all’Istruzione e all’università del governo Monti, candidata sconfitta con il 40% dei consensi alle regionali di un anno fa con una lista civica che ha aggregato il centrodestra e ora battagliera consigliera regionale.
Che tipo di città è oggi Bologna?
«È una città sempre bella e “accogliente”, ma insicura, sporca e paralizzata dai lavori in corso per il tranvai. Una città dov’è impossibile trovare casa a un affitto ragionevole per uno studente o un giovane lavoratore. Una città piena di studenti che sono la sua ricchezza fin dal 1089, anno di fondazione dell’università, e ora anche di turisti. Una citta in cui negli ultimi anni molti negozi sono stati chiusi a causa della politica penalizzante nei confronti dei piccoli esercizi commerciali. Infine, è una città con molte zone pericolose e non accessibili».
È esagerato definirla «una città estremista» come ha fatto il senatore di Fdi Marco Lisei?
«È una città nella quale il governo della parte più ideologica, fondamentalista, presuntuosa e moralizzatrice di una certa sinistra ne condiziona la vita e lo sviluppo».
Era la città dell’Ulivo, ora di chi è?
«Le persone che hanno costruito l’Ulivo, una sinistra dialogante non sempre in conflitto con la cultura cattolica, oggi sono molto a disagio. Adesso è la città di Lepore e del suo giro. E di chi accetta che i centri sociali la mettano a soqquadro, non una ma due volte, tre volte, quattro volte…».
È la città degli antagonisti?
«Certo. Dietro il tono in apparenza gentile di Lepore prevale l’antagonismo di sostanza, come ha fatto capire la richiesta al ministro degli Interni di pagare i 100.000 euro di danni causati dai cortei pro Pal in occasione della partita di basket tra Virtus e Maccabi Tel Aviv».
Sul Foglio Giuliano Ferrara ha scritto un articolo accorato per il degrado intellettuale che la affligge.

«Quando scrive che è una città sporca e insicura dice il vero. Qualche giorno fa una storica guida turistica mi ha detto che un grande tour operator ha deciso di escludere Bologna dai suoi circuiti perché ha avuto troppe lamentele dai turisti per il degrado ambientale, la percezione di insicurezza e le molestie subite».
Mentre Firenze ha deciso di revocare la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, Bologna sembra decisa a confermarla.
«Al consiglio comunale di lunedì il sindaco ha avuto l’occasione di rivedere la decisione, invece ha detto che  ci sono “cose più importanti” di cui occuparsi. E, confermando il riconoscimento, ha chiesto più attenzione alla parole della Albanese».
Nemmeno Romano Prodi lo farà recedere?
«Ne dubito. Prodi ha detto che perseverare è diabolico».
Oltre al dissenso del professor Gianfranco Pasquino già manifestato un mese fa e ribadito ieri al Corriere della Sera se ne sono registrati altri?
«Quello di Elisabetta Gualmini, arrivato prima ancora dell’agghiacciante dichiarazione della Albanese sull’assalto alla Stampa. Poi Virginio Merola, sindaco di Bologna prima di Lepore, si è dissociato lunedì con un post prima dell’inizio del consiglio comunale. E ci sono anche i dubbi di Stefano Bonaccini».
Perché il sindaco si è speso impedire la disputa della partita di basket tra Virtus e Maccabi Tel Aviv?

«Perché per lui garantire l’ordine e la sicurezza consiste nel lasciare parti della città in mano ai centri sociali. C’è un filo di collegamento tra chi governa la città in modo apparentemente democratico e chi la occupa condizionandola con la violenza».
Era anche un modo per legittimare i contestatori?
«Con la motivazione della sicurezza si accetta che le attività della città siano interrotte perché i contestatori hanno più diritti degli altri».
Che idea delle istituzioni manifesta questo comportamento?
«Di istituzioni che danno messaggi contrastanti. Da una parte si chiede aiuto alle forze dell’ordine per evitare scontri, dall’altra non si accetta la creazione di zone rosse dove esercitare un controllo preventivo. Gli agenti della polizia locale sono in una situazione di debolezza. Per esempio, non hanno in dotazione il teaser».
Perché l’università ha negato la possibilità che gli studenti dell’Accademia militare di Modena frequentino un corso di laurea in filosofia?

«In realtà, la richiesta del capo di Stato maggiore dell’Esercito Carmine Masiello di iscrivere 15 cadetti alla facoltà di filosofia non è stata neanche messa all’ordine del giorno del dipartimento. I Collettivi universitari hanno subito accusato la militarizzazione dell’università. Che, a quel punto, si è trincerata dietro problemi organizzativi e di costi. Ma l’Accademia era pronta a pagare i corsi. Il meccanismo è il solito: una parte del corpo docente ha il filo diretto con i collettivi che osteggiano la richiesta dell’Accademia».
Perché altri corsi in ingegneria, scienze politiche o diplomatiche che si tengono in seno all’Accademia o a Reggio Emilia non hanno trovato ostacoli e questo sì?
«Perché Bologna non è una città libera. Le faccio un altro esempio».
Prego.
«L’Alma Mater ha respinto la proposta di collaborazione di Leonardo, un’istituzione che collabora con oltre 100 atenei italiani ed esteri».
I collettivi hanno influenzato la decisione del rettore?

«Certo. Ma la responsabilità è del dipartimento che, nell’ambito dell’autonomia didattica, può dire faccio il corso oppure no».
Come si è comportato il sindaco in questa occasione?
«Si è lamentato dell’interferenza del governo, rivendicando l’autonomia di Bologna e dell’università».
Giorgia Meloni poteva non intervenire sull’argomento?
«Credo che il governo non possa non occuparsi di Bologna perché si verificano fatti inaccettabili che richiedono un intervento. Al contrario, io ringrazio gli esponenti del governo perché non ci lasciano soli».
Com’è l’agibilità politica all’Alma Mater?
«Ci sono aule perennemente occupate. Soprattutto c’è un clima di insicurezza e di degrado in tutta la zona universitaria, nel centro della città, che dalle 18 del pomeriggio è ostaggio degli spacciatori e in balia dei collettivi. Qualche giorno fa l’università ha tolto i ponteggi dalle facciate appena ridipinte, ma il giorno dopo erano già piene di scritte contro Piantedosi e Tajani. Sebbene tutti conoscano gli autori di queste scritte perché sono sempre i soliti nessuno interviene».
Che tipo di rapporto intrattiene il sindaco con i centri sociali?
«Ci sono edifici pubblici anche in pieno centro cittadino stabilmente occupati da loro. È una situazione profondamente ingiusta e che perdura da diversi anni grazie a bandi che si aggiudicano sempre i soliti perché cuciti su misura sulle loro attività».
E sul terreno economico come si muove l’amministrazione?
«Anziché incoraggiare l’iniziativa dei cittadini tende a intimidirla. Alla convention nazionale di Confabitare di fine novembre si è sottolineato il turismo fonte di ricchezza grazie alla crescita da 1 a 2,5 milioni di visitatori annui. L’ex capo delle Sardine, Mattia Santori, che ha la delega ai giovani e al turismo, è intervenuto per mettere in guardia sulla volatilità del turismo. C’è una mentalità recessiva… Le faccio un altro esempio…».
La ascolto.
«In queste settimane si sta esaminando un progetto della giunta regionale sugli affitti brevi: la relatrice Simona Larghetti di Avs ha postato un video in cui sventola trionfante il testo della legge: “Purtroppo, non possiamo mettere un tetto al prezzo degli affitti brevi, non possiamo espropriare”. Ma almeno con questa legge riusciremo a limitarli».
Come procede l’esperimento delle pipette per fumare il crack?
«È stata un’operazione di propaganda per proclamarsi città in cui ci si può sballare e drogare tranquillamente. Dall’analisi delle acque reflue emerge che Bologna, secondo i dati del dipartimento per la politica antidroga della Presidenza del consiglio, è la città con il più alto consumo di metanfetamine in Italia».
Che tipo di presenza ha la Chiesa guidata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei?
«Una caratteristica che tutti riconoscono a Zuppi è che sa voler bene alle persone e ha costruito una trama di rapporti positivi. E questa trama di bene è un grosso dono che la Chiesa sta facendo alla città. Penso che sia fondamentale uscire dalle sacrestie e seguire ciò che ha detto papa Leone XIV ad Assisi: è bene che i cattolici intervengano nel dibattito pubblico senza farsi intimidire. Lo dovrebbero fare anche i cattolici che sono nel Pd e hanno responsabilità pubbliche».
Ci sono i cattolici nel Pd, ma il Pd va da un’altra parte?
«In questo momento sono una minoranza in grandissima difficoltà».
È stupita che nella classifica per la qualità della vita delle città Bologna sia al quarto posto?
«È una classifica giornalistica che non si basa su ricerche scientifiche. L’attrattiva di Bologna per i giovani, il turismo, la cultura e il tempo libero si basa su qualità che prescindono da chi la governa. Ripeto: bisogna vedere come vengono stilate queste graduatorie. Per esempio, sulla giustizia e la sicurezza siamo al 102esimo posto».
Considerato che Matteo Lepore è una creatura di Elly Schlein dobbiamo immaginare che l’Italia governata da lei sarebbe pro Pal, amica degli antagonisti e pronta a liberalizzare l’uso degli stupefacenti?
«Temo di sì. Non dimentichiamo che la conquista di Bologna da parte di questa sinistra è cominciata nel 2013 proprio con la Schlein leader del movimento Occupy Pd. Bologna è un laboratorio importante. Per questo, se i cittadini che non si riconoscono in questa cultura si rassegnassero al dominio della sinistra, commetterebbero un gravissimo errore».

 

La Verità, 5 dicembre 2025

Testimonial della vita senza sponsor Cei e nei media

Questione di postura, come si dice. Tutti girati dalla stessa parte. Che non è quella giusta, perché è la parte della morte. La parte del fine vita, del far finire la vita, dell’arrivare alla morte come scopo della vita (ieri ci ha aiutato a capirlo Carlo Cambi su questo giornale). Chi sono questi tutti voltati verso il buio? I grandi media e buona parte del mondo politico e intellettuale. È la scelta considerata ovvia, anzi normale, una volta che ci si imbatte nella malattia e nella sofferenza. Quando è tanta – troppa in base a livelli sempre più soggettivi di sopportazione – si dice basta. Si contatta il medico giusto. Si stacca la spina. Si va in Svizzera. Magari annunciandolo con un certo orgoglio sui social network. O istruendo le istituzioni su come si debbano comportare, dopo. E quali leggi debbano approvare.

Noi non abbiamo certezze incrollabili, né vogliamo giudicare dogmaticamente situazioni specifiche e casi personali. Non mettiamo la mano sul fuoco su come reagiremmo se fossimo toccati dalla sciagura di una malattia degenerativa e fortemente invalidante. Stiamo parlando di un orientamento prevalente. Della postura del mondo in cui viviamo.

Perché i testimonial della (buona?) morte sono sempre in vetrina e hanno le foto di copertina dei giornali e i servizi d’apertura dei tg? E perché i testimoni della vita no, restano nei magazzini della società della comunicazione? Perché viviamo in una società che sente liberante scegliere la morte. Che non ama abbastanza la vita, come documentano le tragiche cifre della glaciazione demografica. Viviamo in un tempo nel quale nemmeno i massimi vertici ecclesiastici si pronunciano, suggeriscono un criterio, prendono parte al dibattito. Non lo saranno forse, ma appaiono indifferenti. Passivi, se non proprio girati dall’altra parte. Acquiescenti al pensiero prevalente. Forse ritengono che sia materia che appartiene allo Stato e alle istituzioni laiche e non sia il caso d’interferire. Tuttavia, il cardinale Matteo Zuppi e monsignor Giuseppe Baturi, presidente e segretario della Cei, intervengono con zelo e frequenza incalzante sulla qualunque, dal premierato all’autonomia differenziata, dall’8×1000 (attribuendo erroneamente la paternità della legge al governo Meloni) all’accoglienza senza barriere dei migranti, fino alla priorità dell’Unione europea sulle leggi nazionali. Ma finora, sui temi del fine vita, del suicidio assistito e della progressiva deriva verso forme di eutanasia che agitano tante famiglie, a differenza degli instancabili «tifosi della morte», si sono dimostrati afoni. A conferma che non siamo di fronte a una pur riprovevole dimenticanza è facile portare la linea asettica adottata dal quotidiano Avvenire, organo ufficiale dei vescovi italiani. Nel frattempo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sta redigendo in perfetta solitudine una proposta che legiferi sulla complessa materia e recepisca le controverse indicazioni della Corte costituzionale. Auguri.

In questo deserto, un paio di giorni fa L’Arena di Verona ci ha aggiornato sulla situazione di salute di Pietro Lonardi, un imprenditore di 56 anni che vive a Legnago. Lonardi è sposato con Claudia e padre di Maria e Giulia. Sei anni fa gli è stata diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la patologia che colpisce le cellule responsabili dei movimenti volontari, causando atrofia progressiva fino alla paralisi. Ora è immobile a letto. Comunica con gli altri grazie a un puntatore ottico che gli permette di agire sulla tastiera del computer e di altri dispositivi elettronici. Lo usa sia per parlare con le donne della sua famiglia che gli sono sempre vicino procurandogli «pura felicità». Sia per dialogare con le assistenti domiciliari, i medici e i collaboratori della sua azienda di stampaggio lamiere che gli chiedono tuttora consigli. Elisabetta Papa, la collega autrice del servizio, ha raccontato che sui suoi profili Facebook e Instagram Lonardi tiene un diario quotidiano intitolato «Pillole di Sla» nel quale posta pensieri personali, citazioni dai vangeli o dai testi della mistica Maria Valtorta. Lo fa da un anno, quasi sempre di notte: «Le poche ore di attività che mi sono concesse dagli occhi avvengono in quell’orario. Allora è tutto un cercare, leggere, copiare, condividere, divulgare». Lo scopo è raccontare come affronta una patologia ancora senza cure efficaci, provando a essere vicino agli altri malati. «Che gioia quando la mia assistente alle 8 del mattino mi muove energicamente le gambe e le braccia dopo 12 ore di immobilità», confida. Parla anche del suo avvicinamento al cristianesimo – lui che era buddista – avvenuto frequentando il santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi e i luoghi di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. «Penso e ripenso a questa malattia e mi convinco sempre più che essa sia spiritualizzante», riflette Pietro. «Piano piano si perde il corpo e rimane lo spirito. Sento che la Sla sia stata un bene, permessa da Dio per la salvezza della mia anima. E ringrazio, nonostante la sofferenza. Nonostante sappia che adesso si farà dura». Però, aggiunge, «non c’è disperazione se c’è Dio. La vita quando senti che stai per perderla vuoi solo averla: brutta o bella che sia, ricca o povera, sofferente o no, libera o meno». Parole che indicano una testimonianza estrema. Molto simile a quella di Dario Meneghetti, l’ex cantante lirico della Fenice di Venezia che, pur senza il conforto della fede, lotta da 13 anni con la Sla nella sua casa di San Donà di Piave. I grandi giornali si sono accorti di questi testimonial della vita e hanno scelto di ignorarli?

E le nostre eminenze ed eccellenze reverendissime vogliono davvero lasciare sole persone come loro che combattono quotidianamente sul crinale dell’esistenza?

 

La Verità, 3 agosto 2025

Non venero i cantautori, ma se si convertono…

Uffa, ancora i cantautori. È stata questa la mia reazione alla doppietta di interviste del Corriere della Sera a Francesco Guccini e Roberto Vecchioni. Un mese e mezzo prima c’era stata quella, un po’ diversa, a Jovanotti, da cui tutto è partito. Megainterviste, doppie pagine dense e ricchissime. Al netto del fatto che a un giornale come il nostro mai la concederebbero – non si sa se per snobismo o per pregiudizio ideologico – tuttavia continuo a chiedermi perché nella terza decade del Terzo millennio continuiamo a regalar loro cattedre magistrali. I cantautori storici, come Guccini e Vecchioni, hanno conquistato il successo in una stagione precisa, un decennio disgraziato di violenza e terrorismo, eppure pontificano tuttora su canzoni di mezzo secolo fa da pulpiti argentati: programmi tv, case editrici, testate giornalistiche, tutto molto chic.
Perdonerete la digressione: musicalmente, non sono mai stati la mia preferenza. In casa, con un fratello e una sorella maggiori, si ascoltavano di più Mina, Lucio (Mogol) Battisti e «i complessi». Poi, grazie a un amico, mi avvicinai al rock progressivo dei Jethro Tull e della Premiata Forneria Marconi da Impressioni di settembre in poi e, da lì, alla fusion e al jazz, sempre per il primato della musica sulle parole cariche di implicazioni ideologiche. E se qualcuno dei cantautori mi emozionò, fu il Lucio Dalla visionario ed esistenziale di L’ultima luna, Caro amico ti scrivo, Anna e Marco, prima della scoperta dell’intelligenza anarchica e abrasiva di Giorgio Gaber, tuttora attualissimo. In ogni caso, erano ascolti che non avevano nulla di assoluto. Perché buona parte di quel decennio lo trascorsi impegnato in altre faccende – frequentando da fuori sede e privo di attrezzature musicali dignitose, la facoltà di Scienze politiche di Padova, egemonizzata da Toni Negri – essendomi imbattuto, senza meriti, in una storia che aveva riferimenti ben diversi dai cantautori. Non essendolo stati allora, meno ancora li venero maestri oggi. Anche quando, nelle serate tra amici, qualcuno ci invita a riflettere su una frase di un loro brano con l’enfasi degna di una lirica lepoardiana, ne riconosco la qualità, ma senza riuscire a sperticarmi. Così come mi è accaduto leggendo le interviste di cui sopra.
Devo dire che Jovanotti non parlava da un po’, causa il grave incidente di cui è rimasto vittima. E chissà, forse per la travagliatissima esperienza, me l’ha fatto trovare diverso da come lo ricordavo. Meno allineato al mainstream. Più coraggioso su temi come fede e ragione: credere «è una scelta, ed è anche un lavoro, dettato dal destino. Sono un illuminista riluttante… Ho una formazione razionale. Ma lascio la porta aperta al mistero, anzi spalancata. E ci passa una corrente travolgente. Una volta Saviano mi invitò in una sua trasmissione a cantare Imagine. Dissi di no… Non voglio cantare un mondo in cui non esista la religione. Un mondo senza religioni sarebbe peggiore, perché la fede è la cosa più umana di te». Su papa Francesco: «Umanamente, Francesco mi piace, mi diverte, mi emoziona. Gli si vuole bene. Ma l’idea che la Chiesa si debba trasformare in una onlus non mi pare del tutto condivisibile». Su Donald Trump e la sinistra: «Trump è un fenomeno del nostro tempo, e come tutti i fenomeni, anche i più inquietanti, è un’occasione per distinguere cosa Trump non è, e farla fiorire. Ha vinto nettamente, e gli elettori meritano rispetto. Dall’altra parte gli altri non sono riusciti a darsi una leadership forte, che si occupasse dei temi che davvero interessano… Gli eccessi della cultura woke sono controproducenti». Jovanotti con quell’intervista è stato la molla delle successive perché ha avuto l’azzardo di dire che non lo convince «la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. Gloria di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla Locomotiva di Guccini». Proprio questo non si perdona a Lorenzo Cherubini: la pari dignità alla cultura bassa rispetto a quella alta. Così le interviste successive sono nate per rimarcare la differenza di lignaggio. «Al Corriere stavamo pensando a una serie di interviste ai grandi artisti italiani, per farci raccontare la “loro” canzone. Inevitabile a questo punto cominciare da lei e dalla Locomotiva. Quali libri ci sono dietro?», ha stuzzicato Guccini, Aldo Cazzullo. Adombrato, il «maestrone» di Pavana, che pure iniziò come cantante e chitarrista di orchestrine da balera, ha evidenziato tutta la filigrana del suo inno all’anarchia. Ora non vi tedierò con un’altra raffica di citazioni gucciniane salvo quella in cui si stupisce che il cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei, sia «un amico, per quanto mi sembra impossibile avere un amico cardinale», con cui va persino in pellegrinaggio in Vaticano (ma questo al Corriere non l’ha detto). «Pensi se un giorno fossi amico di un Papa… Ma forse sarebbe troppo grossa», ha messo le mani avanti.
Vecchioni, invece, arrivato a stretto giro, ha condito con citazioni di Orazio Luci a San Siro e di Somerset Maugham e del Talmud babilonese Samarcanda. Ma la sua intervista è densa di rivelazioni dolorose, il suo alcolismo e il suicidio del figlio, affetto da sindrome bipolare, e bisogna inchinarsi davanti alla generosità di Vecchioni, forse in parte debitrice alla moda dell’oversharing, l’eccesso di condivisione, di cui sono fatte queste confessioni (lo dico da parte in causa, dedicandomi al genere) contenenti traumi ed esperienze drammatiche che non sempre si sa dove sfocino. Nel caso di Vecchioni, sembra in modo più esplicito e consapevole rispetto a Guccini, a uno sguardo di fede, che ha ben «tre motivi», e che l’ha portato qualche mese fa a tenere un concerto in piazza San Pietro, alla presenza di papa Francesco.
Ecco, curiosamente si finisce sempre lì. Tuttavia, la mia irritazione di partenza, lungi dallo sparire perché non amo la facile distribuzione di patenti magistrali della società dello spettacolo, è solo compensata da quello che sembra l’arrivo degli esponenti della «cultura alta» allo stesso approdo del più popolare e umile Enzo Jannacci. Il cantore dei perdenti e dei disperati che diceva che «abbiamo tutti bisogno della carezza del Nazareno» (la prima volta quando si parlava di Eluana Englaro).
Dunque, cari cantautori, benvenuti tra noi.
Post scriptum Se vi capita di andare su Spotify, provate ad ascoltare i podcast ricavati per Chora Media dalle lezioni di don Luigi Giussani

 

La Verità, 8 gennaio 2025

Francesco è «scomodo» e la sinistra lo silenzia

Francesco, papa «scomodo». «Francescomodo», si potrebbe dire fondendo il concetto in una crasi. Il succo è che papa Bergoglio non va più bene, non è più amato, non è più mainstream. Figuriamoci: ora che manifesta rispettosa attenzione verso il nuovo governo… C’è stato un tempo in cui era la stella polare, il leader mondiale, l’autorità universalmente riconosciuta. Soprattutto nei grandi media e presso gli esponenti politici della gauche. Senza dimenticare i vescovi e la stampa cattolica di osservanza Sant’Egidio. C’è stato un tempo in cui era studiato, imparato e mandato a memoria dall’intellighenzia. Un tempo in cui lui stesso citava Fabio Fazio su Repubblica: 18 marzo 2020, dopo un suo fervorino sulla quarantena da coronavirus. Invece qualche sera fa, mentre fior di giornalisti discutevano di accoglienza, e dopo che nello stesso giorno lui aveva parlato a lungo dell’argomento, zero: nessun riferimento, nessuna citazione. Storia finita, amore tramontato, Francesco lo si ascolta solo per dovere. Ma poi, anche nelle gerarchie, si tira dritto per schierarsi e colpire l’avversario, il solito.

Domenica nello studio di Che tempo che fa si erano dati convegno Roberto Saviano, Marco Damilano, Massimo Giannini, Claudio Cerasa e Fiorenza Sarzanini. Una grande rimpatriata, uno sfogatoio contro il governo delle destre. Durante il quale si è a lungo parlato delle quattro navi delle Ong ormeggiate nei porti italiani che, assicurava il conduttore, «sarà l’apertura dei giornali di domani». Purtroppo, essendoci stati anche l’annuncio della candidatura di Letizia Moratti alla regione Lombardia con il terzo polo e l’intervista rilasciata da Francesco sull’aereo di ritorno dal Bahrein, l’indomani solo La Stampa confermava la previsione di Fazio. Del resto, nel corso della serata Giannini era riuscito a dire che gli sbarchi selettivi – ovvero di donne, bambini e malati – gli ricordavano la selezione nazista dei deportati ebrei. Ora, come accennato, si dà il caso che proprio nel pomeriggio Bergoglio aveva buttato lì un paio di cosette sul tema dei migranti. Per esempio, dopo aver detto che vanno «accolti, accompagnati, promossi e integrati» e che «la vita va salvata in mare, perché il Mediterraneo è diventato un cimitero, forse il più grande del mondo», il Pontefice aveva caldeggiato l’attiva partecipazione dell’Unione europea. «Ogni governo della Ue deve mettersi d’accordo su quanti migranti può ricevere. Al momento sono quattro i Paesi che li accolgono: Cipro, Grecia, Italia e Spagna. Ma la politica va concordata tra i Paesi e l’Unione. Non si può lasciare a Cipro, Grecia, Italia e Spagna l’accoglienza di tutti i migranti che arrivano sulle spiagge». E ancora: «Ho sentito che hanno fatto sbarcare bambini e donne. Ma l’Italia e questo governo, o anche un governo di sinistra, non possono fare nulla senza l’accordo a livello europeo e la responsabilità europea». In conclusione aveva citato Angela Merkel: «Se vogliamo risolvere i problemi dei migranti, risolviamo i problemi dell’Africa con un piano di aiuti». Di tutto questo, nessun accenno. Zero citazioni per lo stesso identico Papa che il 6 febbraio scorso Fazio aveva ospitato, collegato dalla casa Santa Marta. Quella sera, insieme al conduttore, il parterre di giornalisti quasi identico a quello di domenica, aveva introdotto l’intervista con una raffica di enfatiche definizioni del capo di santa romana Chiesa: «Un intellettuale di cuore» (Fazio), «il Papa vicino alla gente, inviso alle gerarchie» (Giannini), «uno straordinario rivoluzionario» (Sarzanini), «l’ultimo socialista» (Saviano), «un grande uomo solo» (Carlo Verdelli).

Insomma, la figurina da aggiungere all’album della «Chiesa che va da Madre Teresa di Calcutta a Che Guevara». E che sembra ancora piacere alla Cei presieduta da Matteo Zuppi, come dimostra la linea dettata da Avvenire che ieri, dopo aver dedicato mezza riga del catenaccio al pensiero papale, ha sparato un lapidario: «È crisi disumanitaria». Perfettamente allineato è l’appello della Fondazione Cei Migrantes di monsignor Giampaolo Perego firmato da 24 organizzazioni di volontariato, nel quale si afferma che gli sbarchi selettivi «sono incostituzionali». Sordità verso le parole di Bergoglio a proposito della responsabilità dell’Europa trapelavano invece nell’intervista a Repubblica dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice («Il governo discute inutilmente sul fatto che le imbarcazioni battano questa o quell’altra bandiera…»). Il quale, ospite ieri di Agorà, ha fatto dire a Gesù «ero profugo e mi avete accolto» invece dell’originale «ero forestiero…».

Forzature bibliche a parte, il magistero bergogliano amplificato fino a qualche mese fa dai giornaloni che se ne contendevano le interviste e i testi, oggi è accolto con sufficienza quando non ignorato. Lo si è visto anche sulla guerra in Ucraina. L’invito alle autorità coinvolte nel conflitto a far tacere le armi per avviare una trattativa che risparmi le vite umane è regolarmente sottaciuto. Gli interessi atlantici pulsano altrimenti. Così, è stata rimossa la denuncia che in alcuni momenti «la Nato ha abbaiato alle porte della Russia». E lo sono stati il riconoscimento che «difendersi è non solo lecito, ma anche un’espressione di amore alla patria», e la riflessione che «io non escludo il dialogo anche con l’aggressore… Alle volte il dialogo si deve fare così. Puzza, ma si deve fare». Parole cadute nel vuoto (pronunciate il 22 settembre, tornando dal Kazakistan). Come quelle sul bisogno di sostenere la natalità e contrastare la crisi demografica: «È urgente sostenere nei fatti le famiglie e la natalità», disse Bergoglio agli imprenditori di Confindustria, in udienza nell’Aula Paolo VI (13 settembre). «Su questo dobbiamo lavorare, per uscire il più presto possibile dall’inverno demografico nel quale vive l’Italia e anche altri Paesi. È un brutto inverno demografico, che va contro di noi e ci impedisce questa capacità di crescere. Oggi fare figli è una questione, io direi, patriottica, anche per portare il Paese avanti».

Disse proprio così, «patriottica». No, decisamente: Francesco non è più di moda.

 

La Verità, 9 novembre 2022