Il doc israeliano che racconta gli orrori di Gaza

In un certo senso è «come in un videogame» perché i bombardamenti si fanno da remoto. Lo spiega uno dei 25 membri dell’intelligence israeliana che hanno accettato di essere intervistati con la garanzia dell’anonimato e l’alterazione digitale della voce per non essere riconosciuti. Un altro ufficiale dice che colpire può essere «divertente», perché portare a termine una missione «dà soddisfazione». Siamo dentro Naza, l’atteso documentario presentato ieri alla Mostra del cinema, prodotto da The Guardian e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi israeliani che con No other land nel 2025 hanno vinto l’Oscar nella categoria dei documentari. A Venezia, i doc partecipano al concorso per il Leone d’oro e in passato lo hanno vinto, come fu nel 2013 con Sacro Gra di Francesco Rosi. Difficile che Naza, distribuito in Italia da I Wonder, arrivi a tanto, anche considerando la composizione della giuria. Si tratta di un’indagine giornalistica volta a spiegare come avviene «l’uccisione di massa di civili palestinesi programmata da Israele». Un lavoro di 80 minuti, durato tre anni, che cita solo all’inizio, un po’ velocemente, il massacro del 7 ottobre 2023 ordito da Hamas. Naza è l’acronimo usato dall’intelligence per indicare le vittime collaterali, fino a 50, che possono essere uccise durante un bombardamento per colpire un esponente dell’organizzazione terroristica palestinese.

Il documentario consiste in una lunga serie di interviste ai membri dell’intelligence, alcuni dei quali si dicono «di sinistra», che si svolgono di notte, sui tetti di Tel Aviv, dove non c’è nessuno, in un contesto favorevole alle confessioni. «Noi, in quanto israeliani, siamo in una posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui ci opponiamo perché crediamo sia ingiusto», spiega Abraham. «Se dei colleghi palestinesi avessero tentato di contattare l’intelligence israeliana, sarebbero stati arrestati oppure uccisi, così com’è accaduto ad altri 200 giornalisti a Gaza».

Spesso è l’Intelligenza artificiale a decidere quale abitazione colpire perché può essere più oggettiva di un ufficiale che magari la settimana prima ha subito, lui o qualche persona a lui vicina, un attentato da Hamas. Un tecnico ha ideato l’algoritmo per individuare i bersagli attraverso il controllo dei loro cellulari. Si bombarda nelle ore notturne, quando la famiglia dorme e il padre, solitamente l’obiettivo primario, è rientrato in casa. In tre anni, i civili uccisi sono più di 70.000. Non ci si fa scrupolo di colpire famiglie con bambini. «Io sono solo un tecnico», si giustifica uno degli intervistati, «non devo fare scelte morali. Se mi rifiutassi, il mio compito l’assolverebbe qualcun altro». Vivo qui, sono ebreo e questo è il mio lavoro, osserva un altro: «A volte faccio un bombardamento, poi esco con gli amici». Qualcuno ha dei ripensamenti: «Sono stato in Polonia e ho imparato come hanno agito i nazisti. Per me sono sempre stati il male, perciò mi chiedo: io che cosa sono?». I registi riprendono la similitudine tra l’Olocausto e ciò che avviene nella Striscia: «Primo Levi ha parlato di deumanizzaione, di un essere umano che diventa non umano», riflette Abraham. «I riferimenti all’Olocausto sono emersi in più di un ufficiale intervistato. Ci sono tante differenze, naturalmente, con quello che succede a Gaza, ma una scelta coerente è porsi il problema della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per andare avanti. Lavoriamo per rompere il silenzio che circonda le uccisioni che proseguono anche adesso mentre siamo qui a Venezia».

 

La Verità, 11 settembre 2026