Pd e Corriere alleati alla conquista della Rai

I giochi in Rai sono quasi fatti. Il Pd di Enrico Letta e il Corriere della Sera di Urbano Cairo hanno deciso. Eleonora «Tinny» Andreatta diventerà amministratore delegato della Rai e Ferruccio De Bortoli presidente. È una coppia da establishment blasonato, che compiace i poteri forti della politica e del mondo della comunicazione. Resta da vedere se Mario Draghi ci metterà la firma o vorrà sparigliare. Il sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli e il capo di gabinetto Antonio Funiciello, delegati al dossier, stanno esaminando i curriculum per impiattare il ticket da servire al premier. La prima regola da rispettare è la composizione mista, un uomo e una donna per soddisfare il nuovo verbo dell’inclusività, subentrato a quello della meritocrazia. Il «quasi» che lascia ancora un margine d’incertezza sull’esito finale dipende dalla sopravvivenza di un paio di abbinate outsider. Come quella che vedrebbe in Paolo Del Brocco, stimato capo di Rai Cinema, un amministratore anti piattaforme dello streaming, e in Paola Severini Melograni un presidente in grado di valorizzare il mondo del sociale. Un’altra alternativa ipotizza Monica Maggioni nel ruolo di ad e l’economista Alberto Quadrio Curzio in lizza per la presidenza. Spifferi incontrollati e autocandidature a parte, entro fine maggio il premier cercherà di trovare la quadra della composita maggioranza per avvicendare Fabrizio Salini e Marcello Foa al vertice della tv pubblica.

Diversamente dai precedenti giri di nomine, stavolta De Bortoli non si è defilato. Il due volte direttore del Corriere della Sera e attuale presidente dell’editrice Longanesi potrebbe avere l’aplomb giusto per la Rai delle larghe intese. Nella casella più importante si accomoderebbe invece la Andreatta, figlia di Beniamino, maestro riconosciuto di Letta. Eleonora ed Enrico, affini nei modi lievemente alteri, sono come fratello e sorella. Per una vita, lei ha disposto a piacimento della fiction Rai e dei suoi budget multimilionari. Poi, improvvisamente, nel giugno scorso, ha preso baracca e sceneggiature e si è trasferita a Netflix per uno stipendio tra i 700 e gli 800.000 euro. Le cose, però, non sono andate come sperava. Ecco perché, nonostante l’inevitabile ridimensionamento del cachet, vorrebbe rientrare dalla porta principale di Viale Mazzini. L’aspirazione si è vieppiù consolidata con il rientro di Letta a Roma per guidare il Pd. Un ritorno tira l’altro. E se poi c’è anche la benedizione da lontano dello zio Gianni, consigliere di Berlusconi, il cerchio si può chiudere. «Ma come, è passato meno di un anno dal suo addio alla Rai», è sbottato qualcuno in commissione di Vigilanza appena si è fatto il nome di Tinny. Così è stata fissata una clausola di non concorrenza per chi ha da poco lasciato Mamma Rai.

Ma il progetto è solo rallentato. Chi ha incrociato il segretario dem lo ha visto determinato. Altre ipotesi non intende considerarle. Qualche giorno fa ha avuto grande evidenza sul giornale diretto da Luciano Fontana il colloquio di Aldo Cazzullo con Filippo Andreatta, fratello vero di Eleonora, docente a Bologna e consigliere economico di Letta. Non tutti possono intervistare qualcuno senza spiegare perché ai lettori. Il Corriere può. Pochi giorni dopo, un’altra mega intervista a Luca Bernabei, amministratore delegato di Lux Vide, la società «principale azionista della fiction Rai» targata Andreatta, ha consolidato l’operazione. Don Matteo, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti, Doc – Nelle tue mani, I Medici, Sotto copertura e Leonardo sono solo alcune delle serie prodotte dalla casa. L’intervista del figlio di Ettore Bernabei e fratello di Matilde, presidente di Lux Vide e moglie di Giovanni Minoli, si concludeva così: «Quando il governo si è insediato abbiamo mandato a tutti… un cofanetto con scritto “Whatever it takes” contenente la prima stagione dei Diavoli, la serie sulla finanza in cui c’è un passaggio fondamentale attorno alla frase con cui Draghi ha salvato l’euro e l’Europa. Ora deve salvare l’Italia e poiché per farlo serve energia, abbiamo riempito la scatola di cioccolatini». La manovra avvolgente sul premier è a uno stadio avanzato e una filiera di potenti famiglie è pronta a salire sul cavallo di Viale Mazzini. C’era una volta il partito di Repubblica, ora c’è quello del Corriere. Già proprietario di La7, anche Cairo caldeggerebbe l’operazione perché, con De Bortoli, farebbe capolino pure in Rai.

Si vedrà. In commissione di Vigilanza c’è chi è pronto alle barricate e ottenere il quorum dei due terzi dei voti, necessario per il presidente di garanzia, non è facile per nessuno. Anche la Andreatta potrebbe trovare qualche ostacolo nel percorso inverso a quello fatto un anno fa. Chissà se Draghi approverà simile concentrazione di poteri. Magari anche pensando a cosa potrebbe succedere nel domino delle direzioni di reti e testate. Ecco perché qualcuno sussurra che a bordo campo starebbe scaldando i muscoli Salvatore Nastasi, segretario del Mibact, in quota Dario Franceschini. Se toccasse a lui la casella di amministratore delegato, a quel punto, seguendo la regola del ticket misto, tornerebbe in discussione De Bortoli…

Insomma, i giochi sono fatti. O quasi.

 

La Verità, 27 aprile 2021

Letta nel Pd, Andreatta in Rai: un ritorno tira l’altro

D’accordo, è ancora presto. E le priorità sono altre. Però negli ultimi tempi sono successe un paio di cosette che hanno dato un colpo sull’acceleratore delle grandi manovre per il ricambio dei vertici della Rai radio televisione italiana. Tanto per cominciare è cambiato il governo e, dall’assetto giallorosso, si è passati a un contesto più ecumenico e con una guida più autorevole. La seconda novità fresca fresca è la nomina di Enrico Letta segretario del Pd, partito che da sempre ha le mani ben impastate in Viale Mazzini. Va ribadito: è possibile che Mario Draghi non senta impellente la necessità di disputare in prima persona una partita delicata che, comunque la si giochi, costa sempre tante energie ai contendenti. E, in questo momento, le energie del presidente del Consiglio sono assorbite da ben altre emergenze.

Tuttavia, c’è di mezzo il calendario. L’attuale struttura di comando del servizio pubblico va in scadenza il primo luglio e tutto fa pensare che un premier di alto profilo istituzionale intenda rispettare l’agenda. I rumors romani confermano che i preparativi s’intensificano. Anche perché non sarà facile sostituire Fabrizio Salini e Marcello Foa con un ticket di uguale qualità. Tutto sommato, l’amministratore delegato e il presidente in carica hanno gestito la tv pubblica in modo dignitoso, reggendo alle turbolenze della politica e a un traumatico cambio di governo da una maggioranza di centrodestra a una di sinistra. Anche se il prodotto non scintilla per innovazione e qualità, grandi scandali non se ne ricordano. Si registra l’affermazione di Raiplay, ma per contro si deve ammettere l’appannamento dei programmi d’intrattenimento e l’appiattimento della fiction su tematiche modaiole, dai diritti civili alle teorie Lgbt fino alla liberalizzazione delle droghe leggere. Quanto all’informazione, le principali testate giornalistiche, Tg1 in primis, hanno perso autorevolezza. Ma se per Salini la continuità è stata favorita dalla permanenza dei 5 Stelle al governo, dove l’innesto del Pd ne ha consolidato la posizione, nel caso di Foa era lecito registrare qualche contraccolpo. Così non è stato, anche grazie al fatto che il presidente ha tenuto un profilo istituzionale che gli ha permesso di navigare relativamente tranquillo, conquistando la stima dei quadri aziendali, della Roma politica, a cominciare dal ministero dell’Economia e delle finanze e, infine, dei dirigenti delle altre emittenti pubbliche europee. Insomma, le prossime nomine richiedono una quadratura di numerose variabili.

Ascoltando le sirene della parità di genere, il primo criterio è la scelta di un ticket composto da un uomo e una donna. Per il ruolo di amministratore delegato è molto accreditata l’idea di un interno Rai, qualcuno che conosca bene la macchina amministrativa aziendale. In prima fila c’è Paolo Del Brocco, 57 anni, ad di Rai Cinema, già in passato candidato al vertice aziendale. Forte di alcuni successi internazionali delle produzioni della casa, potrebbe essere l’uomo indicato per contrastare la concorrenza delle grandi piattaforme straniere. La prima alternativa è Carlo Nardello, anche lui 57 anni, un passato in Walt Disney e poi a lungo in Rai, capo dello staff del direttore generale Luigi Gubitosi. Il quale avendolo chiamato in Tim, difficilmente lo lascerebbe andare. La terza candidatura è quella di Eleonora Tinny Andreatta (classe 1964), già responsabile di Rai Fiction e, nel giugno 2020, planata a Netflix da vicepresidente delle serie originali italiane, con un emolumento tra i 700 e gli 800.000 euro. Anche lei sarebbe un cavallo di ritorno. Molto coccolata da Repubblica, l’algida figlia di Beniamino Andreatta – padre politico del neosegretario dem – sarebbe ora felice di fare il percorso inverso per sedere sul gradino più alto di Viale Mazzini. Inutile dire che Letta, di soli due anni più giovane, potrà aiutarla parecchio. Tuttavia – si chiedono certe malelingue romane – perché la signora è disposta a rinunciare a uno stipendio lussurioso per accontentarsi di quello della tv pubblica sottoposto al tetto di 240.000 euro? Arrivata a gonfie vele nella multinazionale dello streaming con sede in California, per Andreatta le cose non sono andate come sperato. La squadra italiana di Netflix è composta da una quarantina di persone che collaborano in una struttura liquida, senza gerarchie e segreti inviolabili. Tutto il contrario del metodo da sempre adottato da Tinny, molto circospetta e gelosa della propria distinzione dai collaboratori. Entrata in attrito con Bela Bajaria, l’ex miss India che dal settembre scorso ricopre il ruolo di supervisore dei contenuti originali, Andreatta è data ora in uscita da Netflix e spera nel gran ritorno al massimo livello. Se la manovra dovesse riuscirle, per salvaguardare il ticket uomo-donna, alla presidenza potrebbe arrivare Ferruccio De Bortoli, ipotesi avanzata anche in passato, e già declinata dall’interessato. Se invece dovesse spuntarla Del Brocco, per Tinny resterebbe la poltrona di presidente, posto dai molti oneri e pochi onori che richiede capacità di dialogo per fare squadra. Non esattamente le doti nelle quali Andreatta eccelle. Forse consapevole di questo, la signora punta dritta allo scranno più alto.

Si vedrà. Un fatto è certo: si partirà dalla carica di amministratore delegato. Se il Pd riuscisse a piazzare qualcuno di suo gradimento, la presidenza andrebbe a una figura gradita alla Lega e Forza Italia. Se invece la spuntasse un tecnico di consenso trasversale, sul presidente ci sarà la solita bagarre. I giochi sono appena iniziati: se non li sbloccherà il decisionista Draghi, si prevedono lunghi e complessi.

 

La Verità, 17 marzo 2021

Con Franceschini Sanremo è un rebus di Stato

Il fatto è che teatri e cinema dovrebbero essere aperti e funzionanti da un pezzo. Ovvio, rispettando protocolli e restrizioni. Seguendo contingentamento e distanziamento del pubblico. Regolando gli afflussi. Ma funzionando. Altrimenti sfugge la ragione per cui i supermercati siano aperti, le chiese, distanziate e sanificate, anche, e le scuole medie ed elementari pure, mentre per le superiori si auspica un rapido ritorno alla didattica in presenza. Perché i teatri e i cinema no, pur con il pubblico al 50%?

Nella confusione generale e normativa che complica la nostra quotidianità era inevitabile che anche il Festival di Sanremo si trasformasse in un affare di Stato. Del resto, per un motivo o per l’altro, lo è ogni anno. Figuriamoci nel bel mezzo di una crisi di governo e di una pandemia che miete centinaia di morti al giorno, come qualcuno, un po’ moralisticamente, ha fatto notare. Così è la nostra Italia. Anzi, l’Italietta delle canzonette. Il governo dimissionario si schiera contro il Festival. Amadeus, il conduttore ancora in carica, critica la decisione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e minaccia di abbandonare la direzione artistica della kermesse. I vertici Rai di nomina governativa si barcamenano. Il direttore di Rai 1, Stefano Coletta spinge perché Sanremo si faccia rispettando le restrizioni: «Sarà uno show protocollato come evento televisivo e sarà realizzato in grandissima sicurezza, in accordo con la prefettura, l’Asl e le autorità preposte». Le case discografiche scrivono al ministro della Salute sottolineando la difficoltà dei loro artisti a esibirsi in un teatro deserto. Eventualità di fronte alla quale Amadeus minaccia il rinvio a tempi migliori. Roberto Speranza inoltra la preghiera delle major della discografia al Comitato tecnico scientifico. Il quale non si riunsice per pronunciarsi sull’inestricabile questione. I giornalisti filogovernativi (Selvaggia Lucarelli) dicono e che sarà mai: «Se ce l’ha fatta Floris senza pubblico ce l’ha può fare» anche Amadeus. Da brava concorrente della Rai, La7 fa il suo gioco: «Il ministro Dario Franceschini mette a tacere le polemiche…», oibò.

Ecco la bagarre che ci mancava, perché Sanremo è Sanremo. In realtà, al ministro è bastato un tweet per dimostrare di averci capito pochino: «Il Teatro Ariston di #Sanremo è un teatro come tutti gli altri e quindi, come ha chiarito ieri il ministro @robersperanza, il pubblico, pagante, gratuito o di figuranti, potrà tornare solo quando le norme lo consentiranno per tutti i teatri e cinema. Speriamo il prima possibile». Nell’attesa che questo «prima possibile» già tardivo arrivi, il nodo da sciogliere è quello dei figuranti: «attori» scelti, controllati e contrattualizzati dalla Rai, che andrebbero a comporre il pubblico di 800 persone che occuperebbe la platea dell’Ariston. Il quale, però, non è un teatro «come tutti gli altri», perché in occasione del Festival diventa un normale studio televisivo.

Il cinguettio del ministro Franceschini – lo stesso che ha promosso la realizzazione della «Netflix della cultura italiana» in partnership con la semiclandestina Chili Tv e non con la Rai – è smentito anche dalle Faq del sito di Palazzo Chigi. La presenza di pubblico è infatti ammessa negli studi tv, «in quanto alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli, perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento “coreografico” o comunque strettamente funzionale alla trasmissione». Non si spiegherebbe altrimenti perché programmi come X Factor e il Maurizio Costanzo show, registrato per altro al teatro Parioli, abbiano potuto andare in onda con un pubblico di figuranti.

«Sanremo è un continuum dell’intrattenimento che siamo riusciti a organizzare quest’anno nonostante la pandemia», ha sottolineato il direttore di Rai 1. Non sfugge ai più che, tra sponsor, pubblicità, industria discografica, cachet delle star, autopromozione della rete e tutto il resto, movimentando alcune decine di milioni di euro, il caravanserraglio del Festival è la macchina da soldi della Rai. E anche del Comune di Sanremo: «La mancata realizzazione del Festival comporterebbe un minor introito alle casse tale da portare il comune al default», ha detto allarmato il sindaco Alberto Biancheri. E pazienza se alcuni sovrintendenti d’importanti teatri come La Scala o L’Opera di Roma lamentano il trattamento di favore di cui godrebbe il Festival della canzone italiana. Per la verità c’è anche chi spinge nella direzione opposta e chiede di superare l’ipocrisia dei figuranti, aprendo le porte dell’Ariston a un pubblico vero. Con la sua forza d’urto, Sanremo potrebbe funzionare da apripista. Per ritornare alla normalità, prima o poi, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Il governo è ancora in carica «per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione». Ma con il Covid, il Festival della canzone italiana è affare ordinario o straordinario? Servirà nominare una task force per saperlo?

 

La Verità, 29 gennaio 2021

Anche nella Chiesa c’è chi si oppone alla serrata

Anche nella Chiesa c’è chi dice no. Anche nelle gerarchie qualcuno non si conforma, alza il ditino e fa sentire la sua voce dissonante. Era ora. Sono tre vescovi poco celebrati dai media smaltati del pensiero unico. In rapida successione, Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, Massimo Camisasca, presule di Reggio Emilia-Guastalla, e Corrado Sanguineti, capo della diocesi di Pavia, hanno incrinato la lastra di cristallo calata sulle nostre teste dalla comunicazione globale. Ognuno con il proprio stile, tutti con un certo coraggio. «Non conformatevi»: bastano le due parole-manifesto della Lettera di San Paolo ai Romani (12, 2) a spiegare perché era ora che qualcuno lo facesse.

Da mesi stiamo vivendo una situazione inedita, pervasiva e apocalittica. Nonostante gli annunci della Pfizer, non riusciamo ancora a intravederne la conclusione e a immaginare come saremo, se ci saremo, quando tutto finirà. Siamo ostaggi di un microrganismo invisibile. I virologi, di cui pochi mesi fa nemmeno conoscevamo l’esistenza, sono diventati gli oracoli delle nostre serate, sebbene si contraddicano di frequente. Su qualsiasi canale radiotelevisivo ci si sintonizzi si sente parlare solo di Covid e di contagi, spesso in dibattiti infuocati da dissensi e scomuniche politiche, culturali, scientifiche. E la Chiesa? Come si è comportata la Chiesa in questa congiuntura tanto drammatica? Quali parole ha pronunciato per confortare i fedeli e suggerire una traiettoria al mondo? Si è uniformata o ha rappresentato una differenza? Si può dire che dopo la Preghiera di papa Francesco nella piazza San Pietro deserta del 27 marzo scorso ha subito il lockdown religioso senza eccepire (chi l’ha fatto, da monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, a don Lino Viola, parroco di Soncino, è stato sconfessato)? Si può dire che, salvo qualche esibizione di buonismo religioso (forse neanche un redivivo Norberto Bobbio saprebbe condurre alla «mitezza» i ristoratori poco ristorati), è stata passiva anche in termini di giudizio?

Ora però, sembra che finalmente qualcosa inizi a muoversi. Qualche giorno fa, in una lettera al Corriere della sera, monsignor Sanguineti, ha parlato di «morte sociale». Tornare a un nuovo lockdown totale «sarebbe un colpo terribile e insostenibile per la nostra economia e per la tenuta psicologica e sociale del Paese», ha messo in guardia il vescovo di Pavia. «Non si muore solo di Covid o di altre malattie, esiste anche una morte sociale e culturale che fa le sue vittime nelle famiglie e nelle persone più fragili». Bisogna tenere aperte le scuole, come stanno facendo Francia e Germania che pur avendo chiuso tutto non hanno interrotto le lezioni in presenza. «Un Paese vive non solo di salute e lavoro, ma anche di cultura e spiritualità: per questo motivo occorre, appena possibile, dare spazio alle attività di teatri e di cinema, così come alla coltivazione delle arti e della musica», ha caldeggiato Sanguineti.

«La salvezza è stata spesso ridotta alla salute e il bene comune è stato fatto coincidere con l’applicazione delle restrizioni del governo», ha denunciato monsignor Crepaldi nella Lectio magistralis tenuta il 17 ottobre in occasione della Terza giornata della dottrina sociale della Chiesa, organizzata con l’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuân. Ancora più forte la preoccupazione espressa in una lettera di monsignor Camisasca ai preti della diocesi: «Il nostro popolo, già provato dalla pandemia nei mesi del lockdown, può correre il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà, distaccata cioè dalle vere dimensioni del pericolo». Intervistato da Nicola Porro a Quarta Repubblica, il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla ha spiegato che ha voluto invitare la popolazione a «non chiudersi in casa», a non ripiegarsi su sé stessa nel tentativo di superare questo momento difficile. Causato da un’informazione ansiogena e deformata che ha «accentuato gli aspetti polarizzanti della situazione»; «dal dissidio fra gli scienziati», i quali non possiedono dogmi, ma fanno delle ricerche e come tali devono presentarle; infine, dalla difficoltà della politica nel «dare chiarezza sul futuro alle persone».

Insomma, qualcuno nelle gerarchie comincia a chiedersi, con circospezione per non provocare reazioni in Vaticano, se le misure adottate dalle istituzioni siano proporzionate alla reale gravità del momento. E se invece, approfittando della pandemia si stiano insinuando nuove ideologie e nuove convenienze. «Ci sono molti centri di potere politico e finanziario», ha detto monsignor Crepaldi, «che intendono usufruire della pandemia per riorganizzare, in un senso che non può lasciarci tranquilli, l’economia mondiale». Nei primi sei mesi dell’anno, per esempio, mentre si è registrato un crollo della produzione mondiale del 10%, le 90 aziende top dell’informatica hanno aumentato il fatturato di 800 miliardi. «L’economia viene così colonizzata da un lato da un nuovo statalismo e dall’altro da un nuovo mondialismo, due coltri ideologiche che la trasformano in diseconomia», osserva l’arcivescovo. E sulla spinta della pandemia si richiede alla popolazione di cambiare stili di vita. Ma se questo può avere un senso, non dobbiamo farlo «assumendo quelli imposti da un supposto nuovo ordine mondiale, bensì quelli collegati con la natura dell’uomo, la famiglia, la vita. Come mai tra i cambiamenti di vita proposti non c’è mai la riscoperta della famiglia, del matrimonio, della procreazione secondo modalità umane, dell’importanza anche economica ed ecologica della natalità?». Se si basa il concetto di fratellanza tra i popoli «su ragioni riconducibili all’economia, allora si deforma anche l’economia. Mi sembra essere questa la situazione dell’Unione europea… Infatti in Europa sembrerebbe nata la nuova religione ecologista», alla quale acriticamente si accodano settori importanti della Chiesa e del mondo cattolico. «Si spendono somme enormi per difendere la natura più che per difendere l’uomo», ammonisce l’arcivescovo di Trieste. Ma «se impostiamo l’economia sui consumi individuali e prevalentemente voluttuari, una società senza figli, senza famiglia, fatta di individui asessuati o dalla sessualità polivalente che lavorano per consumare e consumano per lavorare è senz’altro attraente per gli operatori economici senza scrupoli», conclude Crepaldi la sua Lectio che andrebbe letta integralmente.

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo (mondo ndr)», conclude Paolo rivolto ai cristiani di Roma, «ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto». È un’esortazione utile anche oggi.

 

La Verità, 11 novembre 2020

 

 

De Luca, Zaia, Conte, Sala, Fazio: quanti salti di specie

Quanti spillover durante questo lockdown. Quanti salti di specie verso l’alto. Ma pure verso il basso, perciò spillunder. A forza di stare reclusi, a forza di parlare di virus e contagi, abbiamo finito per assorbirne comportamenti e abitudini. Così anche i nostri politici, gli scienziati, i volti noti della tv ne hanno introiettato la metamorfosi, il cambiamento, la modificazione genetica. Sono entrati in una situazione sconosciuta, in un tunnel semibuio, e ne sono usciti trasformati come dopo un viaggio sulla macchina del tempo di Ritorno al futuro. Qualcuno ha completato l’upgrade, consacrandosi. Qualcun altro ha inanellato svarioni, precipitando nell’arrampicata. Qualcun altro ancora è scomparso del tutto.

Il salto di specie di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, è materia di studio. Certo, già prima del coronavirus era un campione del folclore partenopeo, ma oggi è un altro leader. Fustigatore di lassismi giovanili, educatore col lanciafiamme. I suoi video sono degni di Totò e Peppino. Come quello sugli assistenti civici: «Il governo ci apre il cuore alla speranza… E infatti ha deciso questa straordinaria operazione, direi mistica perché… che cosa devono fare questi sessantamila assistenti volontari? Abbiamo posto questa domanda… Possono fare la multa a chi non porterà la mascherina obbligatoria? No. Possono fare la multa ai ristoranti che non mantengono i tavoli distanziati? No. Possono intervenire a controllare un po’ la movida? No. Possono regolamentare un po’ il traffico? No. E allora ci domandiamo che (pausa nervosetta) cosa devono fare questi sessantamila? Ci è stato risposto che possono fare moral suasion (suescion)… Cioè, faranno in pratica gli esercizi spirituali. Quindi vedremo sessantamila persone andare in giro con il saio con sopra scritto: Pentiti! È colpa tua», ha ammonito con l’indice accusatore verso la telecamera.

Da governatore sceriffo a sublime cabarettista.

Niente social invece per Luca Zaia. Il Veneto è stata la prima regione colpita insieme con la Lombardia, ma non si sa ancora se per merito di Andrea Crisanti, della professoressa Francesca Russo o del virologo Giorgio Palù, fatto sta che ne è uscita con un bilancio più contenuto di decessi. Merito della proclamazione tempestiva di Vo’ Euganeo zona rossa e dei tamponi a tappeto. Sicuramente merito della guida risoluta del governatore. Zero distrazioni, riunioni continue con lo staff, comunicazione stringata. Sempre in anticipo sull’agenda del virus, dalla strategia delle tre T alle riaperture. Un Clint Eastwood dell’emergenza.

Da amministratore periferico a volto pragmatico e dialogante della Lega, possibile uomo di governo.

Protagonista di un considerevole upgrade è pure Ilaria Capua. Con all’attivo l’assicurazione che il coronavirus equivaleva «a una brutta influenza», quando la veterinaria dell’università della Florida compare a DiMartedì i telespettatori fanno gli scongiuri. Qualche giorno fa ha detto che il contagio in Lombardia è dovuto ai «treni dei pendolari sporchi e maltenuti». Queste performance non le hanno impedito di pubblicare l’instant book nel quale discetta sul Dopo, promosso dal Corriere della sera con tanto di foto da star ispirata. Caso da manuale del principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello d’incompetenza», sempre con esiti comici. In questo caso si temono tragici.

Da stimata scienziata a caposala della pandemia e sociologa scifi.

Uno che sembrerebbe rimasto uguale a sé stesso è Fabio Fazio. Invece il suo spillover è evidente quanto misterioso. A differenza di tanti suoi colleghi, FF ha continuato ad andare in onda, sciorinando personalità assurte, nostro malgrado, al ruolo di maître à penser dell’emergenza. All’uscita dal tunnel ha trovato il prolungamento del dorato contratto, il ritorno alla Rai 3 delle origini, ulteriori spazi e programmi. Tutte cose che ha sempre fatto, si dirà.

Resta da vedere se il passaggio da figurina del bontonismo ideologico a «fratacchione» consulente di Bergoglio è un upgrade oppure no.

Per Giorgia Meloni invece il salto di qualità è inconfutabile. La leader di Fratelli d’Italia aveva iniziato a crescere già prima della pandemia. Durante il lockdown l’ascesa s’è fatta verticale e ora Fdi, quarta forza nazionale, ha nel mirino i 5 Stelle. Merito di una scala di priorità intellegibile e di una comunicazione lucida, senza eccessi propagandistici. Memorabile l’intervento alla Camera nel quale imputava a Conte «la sospensione della Costituzione» e l’adozione di quei «pieni poteri» la cui richiesta contestava a Salvini.

Da leader di complemento a potenziale leader primaria del centrodestra.

La stella di Matteo Salvini si è invece appannata. Questa viscida crisi ha messo a nudo una certa tendenza alla semplificazione e alla comunicazione monocorde. Forse servirebbe più ponderazione, un po’ di dieta dai social, studio dei dossier. Prima l’invito ad aprire tutto, poi la retromarcia non gli hanno giovato. Le montagne russe della complessità e il gioco di squadra non si addicono al Capitano.

Da uomo nero da tenere lontano dalle urne a leader in condominio, sorvegliato anche dentro la Lega.

Precipitano anche gli indici di Giuseppe Conte. A fine gennaio chez Lilli Gruber annunciò improvvidamente: «Siamo prontissimi». Da allora ha enfatizzato l’emergenza per puntellarsi a Palazzo Chigi. Ha rifiutato il supercommissario e infarcito d’inutili consiglieri la task force di Vittorio Colao per rallentarne le decisioni. Cavilli e paternalismi. Mattonate di decreti e buffetti ruffiani. «Congiunti», «apriamo con prudenza» e altre supercazzole, si esprime al gerundio o al futuro, mai al passato prossimo (copyright Mario Giordano). Usare la crisi per assurgere a leader del centrosinistra è il suo obiettivo fallito.

Ora sta lavorando al suo partito: da statista in rotta sul Quirinale a piazzista di sé stesso.

Dopo le prime gaffe di Walter Ricciardi, l’ex attore membro dell’Oms consulente del ministero della Salute, si è capito che non tirava aria buona per scienziati e tecnici. Ma per pararsi il lato B, il governo si è duplicato nelle task force. Qualcuno ha visto uno straccio di relazione? La débâcle ha infranto per sempre il mito dei tecnici salvatori della patria nei momenti di crisi. Il sospetto che, con il loro dogmatismo, i virologi siano stati i migliori alleati di Conte è molto più che un sospetto.

Da task force a task weakness.

Tutte strette per riempire le piazze contro il leader della Lega, le sardine avevano fatto dell’assembramento il loro manifesto politico.

Da movimento col sole in tasca, universalmente coccolato a sinistra, a specie estinta.

Beppe Sala, il sindaco a cui piace essere «cool», lo confidò a Daria Bignardi, è entrato a tavoletta nel lockdown. Prima una colazione nella Chinatown milanese per sconfiggere il razzismo e la psicosi. Poi con la stessa preveggenza ha firmato il video #milanononsiferma e dato appuntamento ad Alessandro Cattelan sui Navigli per l’aperitivo. Dopo l’appello alla Madonnina tra le guglie del Duomo, l’invito ai milanesi a svacanzare all’Idroscalo, i litigi con i sardi e il nuovo libro che auspica la rinascita di «una sinistra spirituale», i suoi video su Facebook hanno l’autorevolezza dei giochi di prestigio del Mago Oronzo.

Da candidato in pectore della sinistra di governo a funzionario in monopattino e Forrest gump dei social.

 

La Verità, 4 giugno 2020

Le migliori teste italiane: l’apocalisse si avvicina

L’allarme è unanime. Le menti più lucide, i cervelli più autorevoli e disincantati lo ripetono all’unisono: la ripresa che speriamo per questa povera Italia non può essere guidata dal governo attuale. È un dato di formazione, di attrezzatura culturale, di inesperienza. Bisogna cambiare rapidamente pilota, dicono i migliori economisti, sociologi e filosofi, se non vogliamo che il pullman finisca nel precipizio della povertà e della protesta sociale violenta. Lo intonano da settimane senza che nei media, in gran parte omologati al pensiero mainstream, il loro invito superi il livello delle voci isolate. Provando ad avvicinarle ne scaturisce un coro. Giorgio Agamben, Quodlibet: «È evidente – e le stesse autorità di governo non cessano di ricordarcelo – che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventerà il modello della politica che ci aspetta». Luca Ricolfi, intervista all’Huffington post: «La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta è destinata a trasformarsi in una società parassita di massa». Giulio Sapelli, intervista alla Verità: «All’ora della verità arriviamo governati da eterni disoccupati». Massimo Cacciari, La Stampa: «Serve una cultura politica esattamente opposta a quella che si è manifestata in questi mesi». Giuseppe De Rita, intervista alla Verità: «La ripartenza non si fa con le sovvenzioni ad personam». Carlo Galli, La Parola: «Il Paese è chiamato a grandi scelte per ripartire a guerra finita, ma anche prima, a breve». Marcello Veneziani, La Verità: «Non possiamo lasciare la ricostruzione in mano ai nani».

Incurante del ridicolo, qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha presentato un piano strategico per trasformare «questa crisi in opportunità» sulle stereofoniche colonne del Corriere della sera e del Fatto quotidiano. Una fogliata di «profonde» riforme volte alla modernizzazione del Paese che va dalla sburocratizzazione alla capitalizzazione delle imprese e delle start up, dal sostegno green economy alla digitalizzazione dell’offerta formativa, dalla riforma dell’abuso d’ufficio all’introduzione di una nuova disciplina fiscale. Un vasto programma che abbiamo già orecchiato in altre solenni occasioni con «Giuseppi» in piedi dietro a un leggio su come verranno usati i molto promessi fondi europei. Un Recovery plan così altisonante che non l’ha sentito nessuno, non un approfondimento né una ripresa se si eccettua quella, obbligata, del ministro per gli Affari europei Enzo Amendola. Del resto, la credibilità, quando la si è persa è difficile riconquistarla. Mesi di conferenze stampa abborracciate, di decreti affastellati, di proclami labili e provvedimenti volubili, di alluvioni di fantastilioni e casse integrazioni mai arrivate, di rilanci futuri al tavolo da poker che i presentissimi sprofondi rossi hanno smascherato come l’ennesimo bluff, dando al «piano strategico» l’attendibilità di un desiderio da Miss Italia neoeletta.

Intanto l’apocalisse incombe. La tratteggia Agamben citando Patrick Zylberman: un certo «terrore sanitario» ci ha precipitato in una situazione «da fine del mondo. Dopo che la politica era stata sostituita dall’economia, ora anche questa per poter governare dovrà essere integrata con il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi», conclude il filosofo, «se una tale società potrà ancora definirsi umana o se la perdita dei rapporti sensibili, del volto (con le mascherine ndr), dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una sicurezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia». Più che mai urgente è un cambio di direzione copernicano. Ma per Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, può essere persino «già tardi». Di sicuro è improbabile che chi comanda ora sia in grado di guidarlo. «Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso», osserva «le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque stelle». Lo scenario tracciato dal responsabile scientifico della Fondazione Hume è cupo: «Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione e l’export sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di Stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti». Anche Sapelli, insigne economista, parla di società parassitaria: «In autunno saremo circondati dai poveri come Buenos Aires negli anni Ottanta o il Perù negli anni Novanta. Grazie a questi politici l’Europa si sta sudamericanizzando. E come in Sudamerica avremo le zone dei ricchi e le zone dei servi, sorvegliati dalle torrette con le mitragliatrici». Non bastano sussidi e detassazioni, «sono indispensabili gli investimenti e la sburocratizzazione». Sapelli ha presentato un appello affinché si perseguano questi obiettivi, perché «nell’ora della verità» siamo governati da «una classe di ricchi globalizzati o di eterni disoccupati». Lo pensa anche Giuseppe De Rita: «Sarebbe interessante che qualche giornalista consultasse la Navicella parlamentare per studiare i curricula di ministri e sottosegretari e vedere cosa tornerebbero a fare se non rieletti». Quanto alla ripresa, prosegue il presidente del Censis, «non si fa con le sovvenzioni ad personam. Ma è frutto di un processo socio economico complesso che rimetta in moto filiere produttive, gruppi di imprese e territori. Se i cittadini non hanno fiducia e non escono di casa, se non arrivano i turisti, i ristoranti restano chiusi anche se gli si dà il bonus per riaprire». Ancora più ultimativa l’analisi di Cacciari: «Interventi assistenziali non basteranno più, anche ammesso e non concesso che ci siano stati finora, tempestivi ed efficaci. Non ci saranno neppure le risorse per incerottare tutti. Interventi a pioggia – e per di più, per necessità, ben avari – moltiplicheranno soltanto diseguaglianze e proteste». Se vogliamo davvero cambiare rotta, incalza l’ex sindaco di Venezia, serve «una cultura politica esattamente opposta a quella che si è manifestata in questi mesi, preda di quell’irresistibile impulso ministerial-centralistico e statalistico, capace di decreti più voluminosi della Recherche proustiana». In questo contesto si ripete che non è il momento di fare polemiche. «E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno», sottolinea Galli, analista del Mulino. «Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve», osserva il professore di Dottrine politiche a Bologna. «Una di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa economica il Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità». Soggiacendo ai diktat dell’eurotecnocrazia come sembrano voler fare gli attuali governanti, risulterà velleitaria la risalita post-pandemia, «un’opera gigantesca», scrive Veneziani. «Per fondare uno Stato sociale ci vuole il lavoro di un popolo, di una classe dirigente, di ministri e primi ministri che sanno rispondere davvero alla storia, ai popoli, e non si limitano a sceneggiare numeri di teatrino in tv, con la regia di uno del Grande fratello… Affidereste mai la rifondazione di uno Stato al collasso, di una società con una crisi economica e vitale senza precedenti, di un modello sociale di ricostruzione a gente così? L’ultimo che lo fece, dopo una catastrofe, si chiamava Alcide De Gasperi, il Recovery fund allora si chiamava piano Marshall».

Il Recovery plan invece propinatoci dal premier serviva ad avvisarci che non ha intenzione alcuna di spoltronarsi da Palazzo Chigi, né per la restante parte della legislatura e auspicabilmente neanche per la prossima. Ma chi conserva un residuo briciolo di speranza crede che la massima autorità statale cominci a considerare l’appello trasversale che giunge da molte tra le voci più autorevoli e disinteressate del nostro Paese. Le quali tutte, in coro, dicono, come usa a Milano, che per il governo Conte si è fatta una certa…

 

La Verità, 31 maggio 2020

Il bel monologo di Jebreal con i numeri sbagliati

Noi donne vogliamo essere questo: musica». Si è concluso così, l’altra sera, al culmine di un notevole crescendo, il monologo di Rula Jebreal sul palco dell’Ariston di Sanremo. Il pubblico era in piedi ad applaudire. Una bella performance, senza dubbio, che avrebbe potuto essere bellissima se solo fosse stata corretta e completa. Corretta nelle cifre delle violenze alle donne, senza usare come sinonimi – ciò che non sono – molestie, abusi, brutalità, stupri, violenze. E completa nel citare anche il trattamento che il sesso debole (si può ancora dire?) subisce dentro e fuori dall’Italia, in tante comunità islamiche. Sul quale, invece, diversamente da come speravano gli osservatori più ottimisti, non è stata pronunciata parola alcuna.

Il giorno dopo l’attesa esibizione della bella giornalista palestinese alla prima serata del 70° Festival di Sanremo le opposte tifoserie hanno ribadito i loro punti di vista, Laura Boldrini da una parte, Maria Giovanna Maglie dall’altra, per capirci. Inutile rifare la storia delle polemiche, innescate fin dall’invito all’ex moglie del banchiere Arthur Altschul jr. all’evento più popolare del Paese nel quale è a lungo vissuta e che, pure, ha ripetutamente accusato di razzismo e xenofobia. Ripartiamo dalla performance di martedì sera che ha registrato la sparizione del video di Roger Waters, il fondatore dei Pink Floyd, protagonista di campagne anti Israele oltre che di un chiacchierato flirt proprio con Jebreal, annunciato come introduzione al monologo di lei. Un bel pezzo di televisione, si diceva. Commovente, vissuto e carico di pathos. In grado di far ricredere anche chi, accingendosi alla visione di un festival della canzone, poteva, comprensibilmente, avvertire un certo fastidio di fronte all’iniezione intramuscolare d’impegno morale. L’idea però conteneva una trovata scenica semplice e diretta, qualcosa di ancora non visto in tv. Un libro nero «della realtà e della sofferenza» da un lato e un libro bianco del mondo che vorremmo, dall’altro, raccontato dalle parole di amore, protezione, rispetto, tenerezza di alcune canzoni «scritte tutte da uomini» (La cura di Franco Battiato, La donna cannone di Francesco De Gregori, Sally di Vasco Rossi, C’è tempo di Ivano Fossati).

Ieri, poi, dalle parole della stessa giornalista, abbiamo scoperto che l’esibizione è frutto della collaborazione con gli autori Rai, ma soprattutto con Selvaggia Lucarelli, che ha corretto e riscritto il testo del monologo introdotto dalla tragica esperienza personale. «Sono cresciuta in un orfanotrofio con tanti altri bambini… Tutte le sere prima di dormire ci raccontavano le storie delle nostre mamme, spesso stuprate, torturate e uccise…». La madre di Rula, brutalizzata per anni dal compagno, non è più riuscita a convivere con il proprio corpo, «luogo della tortura», e con il senso di colpa, pur non avendone. Una ferita atroce e acuita dall’incredulità dell’ambiente circostante, che l’ha portata a suicidarsi, dandosi fuoco.

Di fronte a una storia tanto drammatica è difficile parlare di retorica o di predicozzo come qualcuno ha fatto. Tuttavia, qualche eccesso c’è stato. Nulla attenua la condanna di violenze, stupri e torture. Ma non è che le donne in quanto tali e in tutto ciò che fanno, com’è sembrato, siano dogmaticamente prive di qualsiasi responsabilità e le colpe risiedano sempre e in modo esclusivo dalla parte degli uomini. A loro, comunque, si è rivolta Jebreal nel toccante appello finale: «Lasciateci essere quello che siamo, quello che vogliamo essere». Celebrando il trionfo della prima serata sanremese (52,2% di share medio, al terzo posto per ascolti dal 2000 a oggi), il neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, ha detto che, «senza nulla togliere a Diletta Leotta», il Festival «è stato vinto da Rula Jebreal».

Nulla da obiettare: Leotta è parsa scolastica nel suo elogio della bellezza e del tempo che passa. Tuttavia, il successo della giornalista di fede musulmana sarebbe stato più evidente se le cifre da cui ha preso le mosse la sua riflessione fossero state più precise. Sarà stata l’emozione o una mancata verifica insieme ai suoi collaboratori, ma «3 milioni e 150.000 donne» vittime di «violenze sessuali nei posti di lavoro» negli ultimi tre anni è parso subito un numero esorbitante. Che, per altro, non concorda con l’altro, fornito sempre da Jebreal, di 88 vittime al giorno, una ogni 15 minuti (sarebbero 32.130 all’anno, 96.360 in tre).

L’ha notato Franco Bechis su Twitter. Considerato che le donne che lavorano sono 9 milioni, «in ufficio ne avrebbero violentata una su tre. Sicura?», ha chiesto sommessamente. Immediata la valanga di accuse di lesa maestà. Alle quali il direttore del Tempo ha replicato con gli ultimi dati Istat disponibili, triennio 2013-2016: i casi di violenza al lavoro sono 425.000. Negli anni successivi, saranno verosimilmente diminuiti. Restano ancora troppo lontani dallo zero. E dunque, ben venga la lezione portata dal palco del Festival di Rula Jebreal, figlia dell’imam sufi di Gerusalemme est, giornalista e scrittrice nata ad Haifa (Israele), con gioventù in Italia, prima di trasferirsi a New York, compagna del regista Julian Schnabel e poi moglie del banchiere Altschul, a sua volta figlio di un socio di Goldman Sachs, dal quale ha divorziato nel 2016. Curriculum prestigiosissimo, frequentazioni invidiabili, consulenze a capi di Stato come Emmanuel Macron, intervistata da Matteo Renzi alla Leopolda 2019, in prima linea nelle battaglie per le minoranze. Forse, in dieci minuti di monologo sui femminicidi, ci poteva stare anche una parola di denuncia sul trattamento riservato alle donne nei Paesi arabi e nelle comunità islamiche anche italiane. I divieti, i silenzi, le violenze, i matrimoni obbligati e le figlie ripudiate perché si ribellano o perché vestono all’occidentale. Invece, nulla.

 

La Verità, 6 febbraio 2019

Arriva in tv una «casetta» per il cinema italiano

Non c’era. Difficile da credere, ma è così. Un canale tv dedicato al cinema italiano non esisteva. Colmerà la lacuna Cine34 di Mediaset, la nuova rete tematica (al tasto 34 del digitale e al 327 della piattaforma satellitare), che esordirà il 20 gennaio, nel centenario della nascita di Federico Fellini, al quale sarà dedicata la programmazione dell’intera giornata: otto film del maestro riminese, da Lo sceicco bianco a 8 e ½ passando per Amarcord e La dolce vita.

Disponiamo di televisioni sempre più complesse ma anche smart, di connessioni multiple, di telecomandi che sembrano consolle di portaerei, di decine e centinaia di canali ma, lasciando stare le reti generaliste, presi dalla smania di accontentare i vari target, i fan dei reality, quelli del crime, gli amanti del lifestyle e quelli della comicità, ci eravamo dimenticati del nostro cinema, quello che racchiude tutti i generi. Incoraggiati dalla crescita di ascolti delle altre 11 reti tematiche (il 7.4% di share in prima serata supera Rai, Discovery, Sky e Viacom) i dirigenti Mediaset hanno deciso di aprire questa nuova «casa del cinema», nella quale i diversi generi saranno proposti con una programmazione giornaliera: la domenica i poliziotteschi, il lunedì le monografie, il martedì i maestri del cinema, il mercoledì i thriller e così via. L’offerta attinge a una library di 2672 titoli, 446 dei quali mai trasmessi in tv, ottenuta sommando al magazzino Mediaset acquisizioni di nuovi listini per completare collane di autori, come nel caso di Fellini, o per integrare filmografie di sicura presa sul grande pubblico, come la commedia sexy (in palinsesto il venerdì) e gli spaghetti western (il sabato). Precisato che il nuovo canale prevede la giornata dedicata alle pellicole d’autore e d’essai, la parte del leone la faranno i cosiddetti B movie. L’ingenerosa etichetta proviene dalla critica colta, ma se un regista come Quentin Tarantino si è felicemente formato alla scuola del cinema popolare italiano, non dovremo essere noi a snobbarlo.

Rivolto a un pubblico centrale, con leggera predominanza maschile, l’obiettivo di share del nuovo canale è l’1% da raggiungere in sei mesi. Non potendo contare sulla visibilità nelle pagine dei programmi tv dei giornali, ci vorrà pazienza perché il passaggio da Cine34 diventi un’abitudine dello zapping serale. Ma contando su alcune chicche inedite in tv (tra le altre, Black killer con Klaus Kinski, La minorenne con Gloria Guida) o su alcuni classici dimenticati nei vari generi (La polizia incrimina, la legge assolve, con Franco Nero, La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati), forse si può azzardare che quell’1% è una previsione al ribasso.

 

La Verità, 18 gennaio 2020

Adesso Fiorello trasforma Nonna Rai in «Raiflix»

Fiorello innovatore. Fiorello sperimentatore. Fiorello apripista. Fiorello multitasking, multipiattaforma, multimediale. Fiorello multi.

L’appuntamento è in Via Asiago 10, nuova «casa» professionale dello showman più geniale dell’etere. Anzi, del web. Anzi, di tutt’e due. Perché in Via Asiago, c’è la tecnologia indispensabile per realizzare Viva RaiPlay, dal 4 all’8 novembre su Rai1, 15 minuti di minivarietà dopo il tg delle 20 e, in contemporanea, su RaiPlay, dove, dal 13, rimarrà in esclusiva con episodi di 50 minuti (il mercoledì, giovedì e venerdì) prima di traslocare su Radiodue (il sabato e la domenica) con Il meglio di Viva RaiPlay («se ci sarà un meglio», scaramanticheggia Rosario). La nuova frontiera è sgretolare le frontiere, oltrepassare i compartimenti stagni dei diversi dispositivi, scavalcare i recinti delle piattaforme che non dialogano. È proprio questo il significato di over the top, sopra le reti, attraversandole con contenuti premium, un programma che va in anteprima nella rete più generalista che c’è, prosegue in streaming e in esclusiva e sconfina in radio. Con un ultimo colpo di coda: ritornare con pillole random di RaiPlay nelle reti generaliste.

«Con questo progetto che inseguo da un anno inauguriamo una nuova era in Rai», ha esordito l’ad Fabrizio Salini. «Nessun operatore al mondo ha mai realizzato uno show live di sei settimane su una piattaforma over the top. La Rai lo fa per prima grazie a un artista coraggioso, il numero uno, per arrivare con lui a un pubblico il più ampio possibile. In questo progetto la Rai è coinvolta ai massimi livelli», ha sottolineato. E lo confermavano i tanti dirigenti seduti in prima fila nella Sala B di Via Asiago, «mancano solo Foa e la De Santis (presidente Rai e direttore di Rai1 ndr) che sono a Perugia a fare i caroselli dopo le elezioni in Umbria», ha scherzato Fiorello riferendosi alla loro vicinanza alla Lega.

«È un’operazione ambiziosa e sfidante», ha sottolineato il direttore di Rai Digital Elena Capparelli, perché dal primo novembre trasformerà RaiPlay «da strumento di revisione di programmi già trasmessi a piattaforma produttrice di contenuti originali ed esclusivi» (come il documentario dei Negramaro, visibile dal 16 novembre). Per l’occasione sarà attivo anche un numero verde e per facilitare l’accesso alla piattaforma non sarà richiesta la registrazione. «L’obbiettivo è rendere disponibile un’ampia offerta rivolta a pubblici variegati».

Per avere un assaggio di che cosa tutto questo voglia dire basta dare un’occhiata alle clip di Fiorello già sulla piattaforma e alcune trasmesse come spot in tv: un condensato di autoironia ed eclettismo tecnologico. Rai1 ha un pubblico stagionato mentre le app sono territorio dei millennials, ma Fiorello scavalca i target e rompe le liturgie. Anche quella della conferenza stampa, trasformata in uno show: «Buonasera, buongiorno, buon pomeriggio, buon mattino… Non so cosa dire, ma in fondo è questo il vero contenuto del nuovo progetto: qualcosa che si può vedere in qualsiasi momento». Potenzialmente, è una piccola grande svolta, «come la tv a colori o la nascita di Rai3. Se ci penso, mi sorprendo da solo: gli ho detto davvero di sì? Tanto, se va male, c’è Fiorello», ha scaramanticamente sottolineato l’artista. Che ha svelato come Salini sia riuscito a convincerlo con una sola parola: «“RaiPlay?”. E io: “Interessante”. E dopo un po’: “Interessantissimo”. Peccato che si chiami RaiPlay, perché ricorda replay, qualcosa di già visto e che si rivede. Se si fosse chiamata Raiflix sarebbe stato perfetto», ha proseguito. «Diciamo che se avessi voluto andare sul sicuro con un varietà sarebbe stato più facile. Ho anni di teatro, materiale pronto in quantità. Così Salini mi ha allungato la vita artistica. A me piacciono le sfide, non avere davanti niente con cui confrontarmi. Ho sempre cambiato reti, media, piattaforme. Il primo contenuto originale su Sky l’ho fatto io. Nel 2011 ho portato per primo l’hashtag su Rai1 con #Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend tanto che il grande Bibi Ballandi mi chiese cosa fosse. Ora ci chiediamo come si fa a vedere RaiPlay? È facile, non è gratis perché c’è il canone… Ma poi avete in omaggio Rai1, Rai2, Rai3, RaiStoria, RaiYoyo e tanta informazione. Alla prima puntata mi piacerebbe avere il premier Giuseppe Conte, per far vedere che la colpa del flop di qualche giorno fa era del conduttore, ma chissà se verrà… Però, pensandoci», ha proseguito improvvisando, «sarebbe bello intervistare i politici. Se fosse oggi, magari Salvini o Di Maio, per intervistarli con una chiave originale. Sicuramente non verrebbero. Anzi, forse ho sbagliato a dire questa cosa, perché non vorrei che il titolo diventasse: Fiorello si butta sui politici. Invece alla prima puntata esclusiva su RaiPlay vorrei davvero avere lui, l’amministratore delegato. Perché sulla piattaforma non c’è un copione fisso, non c’è l’anteprima, anzi magari c’è, solo che la facciamo alle nove di mattina e poi la mandiamo a un’ora su Raiplay e a un’altra su Raidue. Ogni episodio s’improvvisa, un giorno farò un’imitazione, un altro un monologo – no il monologo no – un altro, se verrà il mio amico Jovanotti, lascerò fare tutto a lui. Vorrei creare uno spazio per le interviste e diventare il nuovo Silvio Toffanin, vedremo».

Con la solita verve irrefrenabile, Fiorello ha raccontato di aver regalato alla madre di 84 anni una smart tv e che quando, tutte e mattine, va a bere il caffè da lei le insegna a usarla e a muoversi nello schermo. «“Mi…ia! Ma ora posso pure rivedere La Piovra”. Capite?». Lo scopo non è innanzitutto attrarre i giovani in tv, ma ridurre le distanze tra le generazioni più stagionate e le nuove tecnologie. Anche il cast sarà intergenerazionale: da Vincenzo Mollica a Lorenzo Cremonesi, dai Gemelli di Guidonia (Pacifico, Gino ed Eduardo Acciarino) a Pippo Protti, dall’autore musicale Danti fino a Luciano Spinelli, un ragazzo di 19 anni che ha 7,2 milioni di follower sulla piattaforma di Tik Tok. «Dove mi ci ha fatto entrare mia figlia», riprende Rosario: «Ecco, mi rivolgo agli amici miei, quelli con i problemi di prostata… Dobbiamo smetterla di dire con l’aria vissuta che noi eravamo meglio, mentre questi qui… Se lui ha 7,2 milioni di follower vuol dire che ha ragione lui».

Come in ogni show che si rispetti c’è anche spazio per il fuori programma sul Festival di Sanremo. Tipo le clip del backstage montati nei titoli di coda dei film. È vero che il Dopofestival sarà un’esclusiva di RaiPlay? E che sarai ospite di Sanremo? «Sul Dopofestival ci stiamo lavorando», ha risposto Salini. «È ovvio che andrò a Sanremo», ha confermato Rosario. «Amadeus verrà a Viva RaiPlay. Gli ho solo chiesto di lasciarmi tranquillo fino al 20 dicembre. Ma di sicuro ci andrò, ce lo siamo promessi da ragazzi: “Se mai un giorno presenterò Sanremo, tu dovrai esserci anche se non farai più spettacoli», mi disse. È una cosa di 35 anni fa, eravamo a Ibiza, c’era anche Jovanotti».

 

La Verità, 29 ottobre 2019

 

 

Messner: «Greta? Tanta pubblicità. E su Jovanotti…»

Lorenzo Jovanotti è un grande musicista che va rispettato, «ma io chiedo rispetto anche per la montagna». L’impegno per l’emergenza climatica di Greta Thunberg «è lodevole, ma non cambierà niente…». Reinhold Messner è una grande star. Il più grande alpinista vivente, dall’alto dei suoi 14 «ottomila». Uno che non ha timore di prendere posizioni anche impopolari, quando servono. Se la ressa per i selfie e gli autografi sono un termometro di popolarità, bisogna riconoscere che, alla venerabile età di 75 anni con zazzera e barba pepe e sale, l’eccelso scalatore può competere con rapper famosi e grandi musicisti. Uno dei quali proprio il 24 agosto farà tappa con il suo controverso Jova Beach (o Mountain?) Party a Plan de Corones (2.275 m), poche centinaia di metri di dislivello dal Palaghiaccio di Dobbiaco, alta val Pusteria.

Dove, l’altra sera, l’appuntamento era alle 20 e l’inizio della proiezione del film documentario La Cima Grande era prevista alle 21. Invece, siccome alle 20.30 il palazzetto è già gremito da oltre un migliaio di persone, con gente seduta per terra, perché attendere?

L’occasione sono i 150 anni della prima ascensione alla famosa vetta dolomitica (2.999 m.), la più alta delle Tre Cime di Lavaredo, compiuta dal pioniere viennese Paul Grohmann insieme con le guide Franz Innerkhofler e Peter Salcher. È solo la prima di una serie di salite che illustrano l’eroismo con il quale si sono cimentati i migliori alpinisti da fine Ottocento ai giorni nostri. Centocinquant’anni fa si scalavano le Dolomiti con gli attrezzi dei contadini, vestiti con giacche di loden, aiutati da qualche corda e con approssimative scarpe chiodate, abbandonate nei passaggi più delicati affrontati solo con calzettoni di lana. Pian piano «l’arte dell’alpinismo», come la chiama Messner, si è evoluta, con l’introduzione di attrezzi più sofisticati, chiodi soprattutto, per superare le verticali come quella della Cima grande, ritenuta a lungo invalicabile. È una distinzione alla quale il grande scalatore tiene in modo particolare. La differenza rispetto a chi considera l’alpinismo «solo» uno sport è data dal fatto che l’obiettivo non è più la conquista della vetta, ma la ricerca di vie alternative, di percorsi più fantasiosi, nei quali entrano in gioco «la creatività e l’eleganza dei vari alpinisti».

Nel suo film, metà divulgazione didattica e metà excursus storico, metà eroismo e metà applicazione meticolosa, si susseguono le immagini delle ascensioni più ardite, interpretate da rocciatori giovani di oggi con tecniche e attrezzature d’epoca, chiodi, scalpelli e scarpe con la suola di feltro. Imprese vertiginose, riprese da brivido. Anche solo per girare poche immagini degli attori-scalatori appesi sulle pareti della verticale, nei panni di Emilio Comici nel 1933 e via via di tutti gli altri fino ad Alexander Huber, l’arrampicatore tedesco che per primo, nel 2002, conquistò la Cima in free solo, in solitudine e senza l’ausilio di attrezzature di protezione.

Tre quarti d’ora di documentario sottotitolato in italiano che hanno soddisfatto la platea dei frequentatori delle alte vie e, forse, spaventato ulteriormente chi ha un rapporto timoroso con le vette dolomitiche. Alla fine, dopo le domande agli attori e i saluti delle autorità, il bagno di folla di Messner. Per parlare con il quale si è dovuto aspettare la lunga coda di fotografie e dediche autografe. Sabato a Plan de Corones ci sarà la stretta di mano con Jovanotti e fine di tutte le polemiche? «Io non andrò al concerto, non sarò a Plan de Corones. Certo, ci incontreremo: non ho nulla contro Jovanotti e la sua musica, che rispetto. Anzi, lo ritengo un grande musicista». Ma? «Ho qualche perplessità riguardo al posto del concerto… Chiedo rispetto anche per la montagna, perché credo che sia il luogo del silenzio». Che idea si è fatto dell’impegno di Greta Thunberg per l’emergenza climatica del pianeta? «È un’iniziativa lodevole contro l’inquinamento e in favore dell’ambiente. Purtroppo, temo che non cambierà niente… Finché il presidente americano dice che non c’è il riscaldamento globale… E paesi come la Cina, l’India e il Brasile non fanno niente è difficile che le cose cambino». Che cosa pensa del suo viaggio in barca a vela per partecipare al simposio di Washington? «Mah…», riflette Messner, «non sono convinto che serva a ridurre le emissioni di Co2. Gli accompagnatori devono tornare in aereo. Mi sembra un po’ strano… Forse poteva andare lei con suo padre, senza troppa pubblicità». Sembra ci sia tanta parvenza. «Quando entrano in gioco gli interessi diventa tutto un affare… Ci sono di mezzo i genitori…». Più di così è difficile strappare alla star della serata, giustamente geloso di un po’ di tranquillità. Sarebbe stato stimolante interrogarlo sul superomismo e l’umiltà degli alpinisti. Chissà, magari arriverà l’occasione favorevole.

 

La Verità, 23 agosto 2019