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Netflix è bella e comoda, ma il cinema si vede in sala

Ancora due parole su Don’t look up e dintorni, la pellicola Netflix che si avvia molto precocemente a essere il film dell’anno. Finora è tra le più citate nei pensosi editoriali, ma rischia di esserlo a suo discapito. Difficile infatti trovare un’opera altrettanto sfaccettata e interpretabile come quella diretta da Adam McKay, sebbene sia vista come grande metafora del presente: la cometa che annuncia la fine del mondo, come la pandemia in atto decreta la fragilità dei nostri equilibri, l’allarme insistito degli scienziati, come quello che ci pervade quotidianamente, il ritardo della politica, universale e perenne. In realtà, per far combaciare la carta calcante, il mainstream distorce il film. Dopo alcune settimane dall’uscita, è permesso un piccolo spoiler. In Don’t look up fa una pessima figura la politica, bipartisan però: se è vero che la presidente di Meryl Streep è repubblicana, la foto nello Studio ovale che la ritrae abbracciata a Bill Clinton fa intendere che la stolidità è ben condivisa. Bocciata anche l’informazione, descritta in tutta la sua vacuità. E peggio ancora va al mondo della finanza digitale, rappresentato dal guru dei telefonini, una caricatura trinitaria di Steve Jobs, Bill Gates ed Elon Musk. L’unico a salvarsi è l’astronomo di Leonardo DiCaprio. Ma si tratta di uno scienziato sideralmente distante dai virologi positivisti e moraleggianti che pullulano nei nostri talk. Dopo essersi abbandonato alle gioie dell’eros con l’avvenente Cate Blanchett, come ha sottolineato Giorgio Gandola su questo giornale, è uno scienziato che davanti alla fine del mondo incombente, si affida alla preghiera in una scena che sembra citare L’ultima cena. Ce li vedete i nostri Massimo Galli o Andrea Crisanti? Ben venga, dunque, il dibattito: ma, se possibile, rispettando il dato di realtà.

Per chiudere, un’ultima considerazione sull’effetto collaterale suscitato dal film dopo lo streaming televisivo e non dopo l’uscita nei cinema. Netflix ormai si usa come un social, è la vittoria definitiva dell’algoritmo, si è scritto, che decreta la fine delle sale cinematografiche. Tuttavia, per ciò che vale, nell’ultimo mese ho visto in sala È stata la mano di Dio, Cry macho, Nowhere special, Supereroi, Illusioni perdute e persino Spider-Man: No Way Home. Mentre Don’t look up l’ho visto nel salotto di casa, ma distrattamente perché stavo chattando su whatsapp. Non è una differenza da poco, la visione domestica dei film li espone a dannose e frequenti interferenze. Nessuna rassegnazione, dunque, all’agonia delle sale. Fosse solo per il gusto di sfuggire all’algoritmo.

 

La Verità, 12 gennaio 2021