«La lettura per dovere salverà i nostri ragazzi»

W la scuola. A un certo punto del suo Contro Pinocchio (Einaudi), titolo da pamphlet più che da memoir, al culmine di una serie di ricordi e citazioni mandate a memoria, Aurelio Picca annota: «Non stiamo a scuola. Abbasso la sguola. W la scuola». Scritto così, con la doppia vu, come si faceva da ragazzini mezzo secolo fa (di solito la vu era rovesciata). E infatti «scuola» sembra rimbalzare da un’altra era. Anacronistica, lontana. Una cosa con i banchi affiancati. La lavagna. La maestra con la messa in piega. Preistoria, in tempi di Dad e Whatsapp. «Oggi la scuola non esiste più, è tutta burocrazia», sbotta Picca dalla sua casa tra gli ulivi sopra Velletri. E nel tono della voce, nell’incalzare del pensiero si avverte tutta la sua carica nervosa, corporale.

Parlavamo della scuola.

«È un grande parcheggio, un tempo di attesa. Chi ci va per imparare? Nessuno. Si va per relazionarsi…».

O per postare i video su TikTok.

«Appunto. Quando ho insegnato, per qualche anno, li facevo leggere e scrivere, leggere e scrivere… Li facevo imparare a memoria i canti di Dante. Adesso arrivano alle superiori che leggono scorrendo le parole con l’indice».

E lei vorrebbe far leggere Cuore di Edmondo De Amicis?

«No, voglio che imparino l’italiano. Che capiscano che cos’è una comunità, una memoria comune, un’appartenenza a una storia. Tanto per cominciare, tornerei a una solo maestra».

Partita persa.

«Probabile. Ma servono insegnanti che sappiano anche loro leggere e scrivere e insegnino la nostra letteratura, non quella americana tradotta. Alessandro Manzoni è modernissimo. Bisogna tornare alla lettura per dovere, che non vuol dire imposta, ma seriamente motivata. In officina se devi usare il tornio devi imparare come si fa. Se vuoi capire chi siamo noi italiani, devi passare dalla letteratura che ce lo dice».

Non Pinocchio, come dice il titolo del libro.

«Si sa come sono i titoli, servono a catalizzare. Più che contro Pinocchio è un libro contro tutti».

Non ci facciamo mancare niente.

«Contro la globalizzazione che ha preso un bel colpo dalla pandemia. Contro il Novecento inteso come secolo breve, che invece non è ancora finito. Contro gli italiani che pensano ancora all’Italia dei borghi e dei souvenir, non certo all’Italia del silenzio e della visione che ho visto da ragazzino».

Pinocchio non le piace perché è un burattino senz’anima?

«Intanto devo dire che ho letto la prima versione nella quale non diventa mai bambino. Lo attacco perché non sta nella realtà, non si fa male a giocare, non c’è la carne. Infatti, non ci dicono di che legno è: faggio, rovere, castagno? Sembra una storia virtuale. Con il legno vero da ragazzini ci facevamo le spade…».

Pinocchio ha ispirato trattati di teologia, di pedagogia, di filosofia perché ha la doppia natura: contestarlo vuol dire privarsi di un pezzo di storia.

«Tutto è partito da una riflessione su cosa far leggere a scuola. Rispetto all’ignoranza dei ragazzi di oggi che non conoscono la storia e la geografia e viaggiano sul computer, Pinocchio non dà risposte. Così, all’inizio abbiamo pensato a un saggetto polemico».

Che poi è diventato un memoir sull’infanzia.

«Faccio la spola tra le memorie letterarie e quelle reali del protagonista. Non è che non veda la metafisica di Pinocchio. Dice persino “Babbo mio vieni a salvarmi”… Solo che non sta nella realtà. Le botteghe dei falegnami non ci sono più, oggi neanche un adulto sa la differenza tra un faggio e un frassino».

Lei preferisce Cuore e I ragazzi della via Paal.

«Cuore è stato scritto a fine Ottocento e ha l’entusiasmo della patria giovane, dell’Italia finalmente unita. Tutta la vita si svolge nell’aula scolastica, dove ci sono i mestieri, gli artigiani, la manualità, le classi sociali. Nei Ragazzi della via Paal invece tutto accade nel campetto, il posto dello scontro con la banda dell’Orto botanico. Che per Ernesto Nemecsek diverrà la sua tomba. Qui la patria è da costruire, è una visione sul futuro che riguarda i ragazzi, ma pure i grandi».

Lei parla dei mestieri, del fabbro e del falegname, ma oggi siamo nell’era digitale.

«Per questo è un libro contro la globalizzazione. Chi si fa i mobili dal falegname? Si va all’Ikea. Non è solo il problema delle merci, dei prodotti, ma pure delle persone. La globalizzazione è standard, interscambio che annulla le differenze, cultura gender avanzata. Non vuole la famiglia, ma single che consumano, che si buttano nella movida, che viaggiano e fanno tutto online».

Dopo il Covid, la guerra in Ucraina ha sancito un altro stop.

«Il Covid ha decretato la caduta della prima globalizzazione, la guerra è il funerale definitivo».

Scrive: «La Russia è il cuore più grande del mondo. Non a caso è il Paese che ragiona in maniera superiore agli altri con il cuore e la vita che vi scorre». Se la legge qualche autore di liste di proscrizione le dispone un Tso d’urgenza.

«’Sti cazzi, dicono a Roma. Se fosse ancora vivo Carl Gustav Jung direbbe che gli americani non possiedono un inconscio collettivo, perché ce l’avevano gli indiani che non ci sono più. L’inconscio collettivo ce l’ha l’Europa cristiana, l’Europa dei miti. Quello più potente ce l’ha la Germania e ha le sue radici in Wotan, il dio della guerra. L’inconscio della Russia si fonda nella cristianità e nella spiritualità, nell’eterna pulsione dei barbari».

Tutto questo per dire cosa?

«Che in questa guerra conta, sì, la struttura, cioè l’economia. Ma contano pure le antropologie e le diverse idee di futuro. Non voglio parlare di guerre di religione, ma mi sembra che si affaccino delle questioni che riguardano il come si deve vivere. Del resto la questione della Russia e dell’Asia viene da lontano».

Lontanissimo.

«Con Giustiniano, Bisanzio era la seconda Roma. Già allora si voleva creare un mondo eurasiatico includendo la Russia. Per alcuni Mosca è la terza Roma. Nella modernità l’unico che ha avuto l’idea di inglobarla e ha parlato di Eurasia è stato Charles De Gaulle che era tutt’altro che atlantista. Voglio dire che non possiamo respingere la Russia, relegarla nell’Oriente».

Finché però c’è uno come Vladimir Putin che invade un Paese sovrano è un’operazione che risulta difficile.

«Putin e la Russia sono due cose diverse. Né noi possiamo risolvere il problema giustiziando Putin perché, a prescindere da lui, la Russia resterà una presenza imprescindibile a tutti i livelli. Hanno fatto fuori gli zar ed è arrivata l’Unione sovietica, è caduta l’Unione sovietica ed è arrivato Putin. La Russia è un’entità culturale complessa con cui fare i conti. Che in qualche modo ci fa da specchio, come noi europei facciamo da specchio alla Russia. In questo confronto reciproco emergono le rispettive contraddizioni».

Nel frattempo, nelle università e nei teatri si cancellano gli scrittori, gli artisti e le opere russe.

«È una bestemmia solo porre il problema».

Mentre lei decanta un passato innocente e carnale, la cancel culture vuole setacciarlo con il perbenismo patinato.

«Stiamo assistendo a un’operazione di cinismo culturale che vuole costruire l’uomo post-umano. Il cyborg, il gender. Meno è cosciente di sé e più l’uomo del Terzo millennio è preda della manipolazione e del controllo».

E recide il suo essere creatura.

«Anche il suo mistero, la sua unicità. Siamo esseri uno diverso dall’altro. Invece si vuol rendere tutto uguale e insapore, uniformando gusti e desideri. Basta guardare la pubblicità, gli ammiccamenti, la convergenza sugli stessi gadget. È la distruzione del sacro, dove creatura e natura si incontrano rispettando le diversità. Siamo a un passo dall’apocalisse, dalla fine dell’umanità».

Spariscono anche l’affettività e il sesso?

«Siamo nel post-pornografico. Si parla di sesso perché non si fa più. La prima cosa che ti mandano sono le foto nude, non si ha più il coraggio dell’incontro. Oppure è solo narcisistico, una pulsione drogata, performativa, sbrigativa. Anche il sesso richiede tempo».

Chi sono i «ragazzi-futuro»?

«Prima o poi, defunta la globalizzazione e visti gli effetti del post-umano, qualcuno, una minoranza, comincerà ad avere a noia l’iPhone e il virtuale e inizierà ad avere una visione».

Scrive che Franti è l’antesignano di Billy Boy di Arancia meccanica: il bullismo di oggi non è nuovo?

«C’è sempre stato. Ma si era allenati a combattere da soli perciò non lo si diceva in casa. Era un rito d’iniziazione, una sorta di apprendistato. Caso mai oggi è aumentata la perversione, la serialità della violenza».

Cosa cercano le baby gang che stuprano in gruppo, agiscono come cosche, si radunano con i social per picchiarsi?

«Esprimono un’impotenza. Una volta ci si batteva uno a uno, corpo a corpo. Adesso in gruppo perché da soli manca il coraggio. Il gruppo copre un’inadeguatezza. Si va in palestra, ci si costruisce una forza utile ad alzare pesi, ma inutile nel quotidiano».

Il sesso virtuale, la pubblicità standard, le palestre, la movida…

«Tutto si uniforma e appiattisce. Anche il turismo e la ricerca della bellezza diminuiscono la possibilità di scelta. Tutti in fila al museo, alla mostra gettonata. La fruizione è schiacciata sull’attualismo e sulle esperienze della maggioranza. Si leggono libri come si guardano i format e si guardano le serie come si leggono i libri. I talenti che portano vera creatività non servono alla cultura globale perché tutti devono somigliare a tutti».

Con la guerra in Ucraina si parla molto di bambini mentre se ne fanno sempre meno.

«È indiscutibile che la morte dei bambini sia la tragedia assoluta. Ma in questo parlarne vedo ipocrisia e cinismo, perché poi nelle relazioni quotidiane, il primo obiettivo è che i bambini non disturbino gli adulti. C’è ancora qualche madre che la mattina prepara al figlio lo spuntino da consumare a scuola? Quello era un gesto rivoluzionario; si fa prima a comprare la merendina industriale».

Le parole salvifiche del libro sono innocenza e patria: dove le rintraccia nella realtà?

«Nella scelta dei rapporti. Nel dire no a questa ondata che travolge l’umano. È una scelta che si paga con la solitudine. Che però, a volte, aiuta a leggere i fatti. Sebbene io pensi che ci sono uomini che nascono con la grazia e la conservano per sempre e altri no, lo sguardo dell’innocenza non spetta più a noi adulti. Forse l’innocenza sta nella libertà di mostrare la propria fragilità. Il che vuol dire anche esser disposti a donarsi. Al contrario del mondo globale che vuole prendere. E mostra solo forza, giovinezza, perfezione».

 

La Verità, 7 maggio 2022

 

 

«Faccio politica per la mia famiglia: i follower»

In un appartamento di una palazzina a schiera tra Padova e la Riviera del Brenta vive Sara Piccione, 19 anni, 515 mila seguaci su TikTok e 336 mila su Instagram, candidata alle amministrative del 12 giugno con «Padova di Tutti», lista considerata «a sinistra del Pd». Ad attendermi, davanti alla casa della «Chiara Ferragni del Nordest», c’è Salim El Maoued, candidato sindaco e medico di origine libanese. Lei è la sua mutuata più famosa. Voce dolce, occhi da cerbiatto e unghie come lame di porcellana rossa, Sara è un cucciolo che può graffiare.

Mi racconti la tua giornata tipo?

Dopo colazione pubblico qualche storia per dare il buongiorno ai miei follower. Poi vado a scuola e anche da lì posto qualcosa o rispondo alle richieste di consigli. Quando torno a casa verso sera, faccio i video per TikTok e posto altre storie. È il mio lavoro, poi vado a cena.

Che scuola fai?

Ho fatto un corso di estetica di tre anni. Ora sto frequentando un altro anno per poter aprire un centro estetico.

Niente università?

Finito quest’anno vorrei prendere un diploma alla scuola serale che mi dia la possibilità di accedere all’università. A Ferrara c’è un corso di estetica.

In cosa consiste precisamente il lavoro d’influencer?

Se un brand mi chiama per una sponsorizzazione, ci mettiamo d’accordo sul tipo di collaborazione e scegliamo se pubblicare un post o una storia. È l’attività dell’imprenditrice digitale; nel caso di TikTok si chiama «content creator».

Immagino che tu ne tragga un guadagno.

A volte sì, a volte no, dipende dal brand.

Che tipo di brand ti contattano?

Della moda, in generale.

Che oggi si dice fashion?

Non proprio. La moda riguarda il vestire. Il fashion ha a che fare con le sfilate, le tendenze…

Scegli di postare su Instagram o TikTok in base al target o ai contenuti?

Ai contenuti. Su TikTok la maggior parte degli influencer sceglie tra comedy e balletti. Io invece metto insieme comedy, balletti e trend.

Fai tutto da sola o ti fai aiutare da un personal branding?

Mi arrangio da sola. Se ho bisogno di consigli chiedo alla mia agenzia.

Cioè?

Un’agenzia di influencer.

È una notizia.

Sono agenzie che ci aiutano e ci danno dei consigli. Trovano le collaborazioni, contattano i clienti che cercano le sponsorizzazioni, trattano con loro.

E se sei indecisa su un post chiedi a loro?

A volte suggeriscono qualche correzione o anche di evitare. Poi, però, decido io.

Come li paghi?

Si trattengono una percentuale.

Perché i tuoi post si concludono spesso con «Amori»?

È un modo carino di rivolgermi ai followers e farli sentire ancora più dentro la famiglia.

Cosa vuol dire esattamente?

Che non sono solo dei numeri, ma un gruppo di persone che mi seguono e magari si ispirano a me. Cercano dei consigli e tu un po’ gli fai da madre, da sorella maggiore, da migliore amica.

Amore e famiglia non sono parole un po’ impegnative?

No, perché? Sui social c’è gente che si è affezionata a me. Se li chiamassi semplicemente «ragazzi» potrebbe sembrare che non mi interessano abbastanza. Invece tengo a loro, ne ho conosciuti molti, non tutti perché abitano ovunque…

Su Instagram ci sono dei post più riflessivi e ispirati, che non c’entrano con la moda: è tutta farina tua?

A volte prendo spunto da un testo sul Web e lo modifico. Elimino ciò che non c’entra con me ed elaboro e propongo dei pensieri miei.

Che cos’hai tratto dalla partecipazione al Collegio di Rai 2?

Mi ha cambiato, sono cresciuta tanto. Prima ero molto timida, a scuola stavo sempre zitta. A 15 anni non uscivo di casa, non riuscivo a farmi degli amici. Dopo Il Collegio ho superato la timidezza e altre paure.

Tipo?

Parlo con i professori e… cose più private.

Perché hai deciso di candidarti alle elezioni di Padova?

Voglio aiutare i giovani e le donne.

Le ragazze?

Anche i ragazzi.

Da consigliere comunale quale sarebbe la tua prima proposta?

Metterei più tram di sera in modo che i giovani non debbano tornare a casa a piedi con la paura di imbattersi in uno spacciatore dietro l’angolo.

Che cosa vuol dire essere a sinistra del Pd?

Siamo una lista civica, né di destra né di sinistra. Io mi sento di centro.

Sei mai stata al Festival di Sherwood?

Non ho tempo, studio o lavoro con i social.

Conosci il centro sociale Pedro?

Ne ho sentito parlare, ma non è uno dei miei posti.

Mancano luoghi di aggregazione per i giovani?

Mancano soprattutto nelle periferie che sono ridotte malissimo. Serve qualcosa per unire i giovani, palestre comunali, sale studio… Questo è un altro dei miei obiettivi.

Conosci il nome di qualcuno che è stato importante per Padova?

(…) Lo sguardo si orienta verso El Maoued, che la incoraggia: «Su… un medico… Vincenzo Gallucci, il primo italiano a fare il trapianto di cuore…».

Il nome di Toni Negri ti dice qualcosa?

(…) Sempre El Maoued: «Devi saperlo!».

C’è bisogno di studiare…

Lo so. Nei giorni scorsi un giornale locale ha innescato una polemica.

Ti hanno criticata?

Hanno scritto che la mia candidatura è la prova della crisi della politica. Ma io non vedo alcuna crisi, perché per me e i miei followers la politica non è mai esistita. L’unica volta che si è occupata di noi è stato per chiuderci in casa, metterci in Dad e accusarci di essere gli assassini dei nostri nonni.

I followers sono elettori? Se ti votasse solo l’1 per cento saresti eletta.

La maggioranza di loro non sono padovani. Che problema c’è se un’influencer vuole rappresentare il disagio e le speranze dei giovani?

Di sicuro fai parte di un’operazione di marketing per la lista.

Sono stata io a dire a Salim: «Se vuoi ci sono». «Bisogna riconoscerlo», interviene El Maoued, «oggi la politica è anche questo. Siamo amici da sempre, la conosco da quando è piccola, quasi come fosse mia figlia».

Hai mai il dubbio di essere finita in un gioco più grande di te?

No. Sono convinta e decisa ad aiutare le giovani donne a essere più protagoniste.

Vuoi fare spettacolo o politica?

Non faccio politica. Provo ad aiutare i giovani visto che sono stati zitti per molto tempo. Il mio campo è lo spettacolo, che può rappresentare una possibilità per la mia generazione.

Cosa guardi in tv?

Reality e serie… il Grande fratello vip. Invece L’Isola dei famosi non mi piace.

Ti spedisco in convento?

M’incuriosisce, ma non l’ho ancora visto.

Le serie preferite?

Gossip girl mi piace un sacco. Poi La regina del sud e Sabrina. Tutte su Netflix.

Ti piacciono i Måneskin?

No, non mi piace la loro musica.

Che musica ti piace?

Blanco è molto bravo. Sono contenta che abbia vinto Sanremo.

Farai delle manifestazioni pubbliche durante la campagna elettorale?

Lavorerò soprattutto con i social. E poi, sì, a metà maggio dovrei presentare una serata in un parco della città con dieci band musicali.

Il tuo modello è Greta Thunberg o Chiara Ferragni?

Sono persone diverse. Mi piace Greta, però anche Chiara Ferragni ha aiutato tanti bambini. È una domanda difficile, vorrei essere un po’ tutt’e due.

 

Panorama, 4 maggio 2022

«La probabilità di guerra nucleare supera il 50%»

Un eretico: si definisce così Nicola Piepoli. Sondaggista creativo, imprenditore dinamico, fondatore di ben due istituti di ricerche, il Cirm prima e, nel 2003, quello che porta il suo nome e tuttora presiede, Piepoli è soprattutto uno che custodisce le lezioni della storia. Dobbiamo parlare della guerra in Ucraina? Per prima cosa elenca i suoi maestri: «Il francese Gaston Bouthoul, l’inventore della polemologia; Franco Fornari, insigne psicologo e autore di Dissacrazione della guerra. Dal pacifismo alla scienza dei conflitti; Luigi Pagliarani, anche lui psicologo, convinto che l’unico modo per combattere la guerra è innamorarsi continuamente della vita».

Lei è innamorato?

«Io sono tra i pochi che ha un rifugio antiatomico».

Prego?

«L’ho comprato in Svizzera dove ho un appartamento di 64 metri quadrati dotato di rifugio antiatomico».

Pensa che le servirà?

«Potrebbe. La possibilità di una guerra nucleare è superiore al 50%».

Non una bella prospettiva.

«Tre giorni fa Vladimir Putin ha dichiarato che di fronte a sanzioni eccessive ricorrerà alle armi che possiede. Siamo in una guerra guerreggiata. Credo che a Mariupol si arrenderanno, ma questo paradossalmente rischierà di coalizzare ulteriormente i Paesi occidentali».

Perciò intravede la guerra nucleare?

«Non penso che Putin possa vincere con armi normali. La Russia ha una superficie doppia di quella degli Stati Uniti e un Pil come quello della Spagna, perciò non può combattere a lungo. Se non si vuole precipitare nella guerra nucleare è necessario diminuire l’aggressività del nemico, come dicevano Bouthoul e Fornari».

Come si fa?

«Studiamo la Guerra fredda. Ottobre 1962: John Fitzgerald Kennedy negozia con Nikita Kruscev il disarmo dei missili della Nato in Turchia e ottiene lo smantellamento di quelli sovietici a Cuba. Scoppia la pace, cioè la Guerra fredda. Successivamente vinta dall’America quando crolla il Muro di Berlino e l’Urss si scioglie».

Il nemico principale è la guerra o Putin?

«La guerra porta sempre distruzione. Perciò la vince chi non la fa. Tra il 1989 e il 1992 l’America ha vinto senza fare un morto. Perché la Russia rinasca servono quattro o cinque generazioni. Se Putin vuole anticipare la rivincita e l’Occidente lo vuole soffocare con le sanzioni, potrebbe ricorrere alle armi nucleari. Credo si debba lenire il suo orgoglio. Concedergli qualcosa, trattarlo da cristiano non da mostro».

La bomba atomica è fatta apposta per non essere usata?

«A dieci anni ho visto Hiroshima. I documenti fotografici di quella sciagura mi hanno terrorizzato per tutta la vita. La bomba atomica è fatta per non essere usata fino a quando non c’è qualcuno che osa usarla. Dipende dalla psicologia del capo che la detiene. E che magari si sente in pericolo».

È vero che in Italia cresce la preoccupazione per le conseguenze economiche del conflitto?

«Sì, ma resta marginale. Nella mente della gente c’è ancora la fine del Covid. Il sentimento prevalente assomiglia a quello del Dopoguerra. La gente vuole ricominciare a vivere, andare a cena, lavorare, viaggiare, pensare al futuro. La guerra in Ucraina è in secondo piano rispetto all’euforia di non avere il Covid e della fine delle restrizioni. Questo sentimento fa aumentare i consumi anche se l’inflazione ci frena».

Gli italiani sono egoisti perché poco interessati alle sorti della popolazione ucraina?

«La risposta è sì, ciascuno s’interessa di sé stesso. Adam Smith diceva che l’economia si basa sull’egoismo, non sull’altruismo. Il panettiere pensa ai suoi clienti non al futuro del Paese».

Il premier Mario Draghi ha posto l’alternativa pace o aria condizionata: quella espressione ha spostato il sentimento della popolazione riguardo alla guerra?

«No, della guerra all’Ucraina si interessano soprattutto i media».

E la gente?

«Se ne interessa meno perché è lontana».

Quella frase ha influito sulla popolarità del premier?

«È stata ininfluente. Draghi rimane attorno a un indice di 60, dietro Mattarella che è a 70. Nel febbraio 2021 anche Draghi era a 70, poi è sceso fino a 52 a maggio, risalendo oltre 60 a fine ottobre e fino a tutto gennaio 2022. Adesso si è assestato sul 60. Crollerebbe se ci facesse entrare in guerra».

Che consenso hanno le sanzioni alla Russia?

«Non ho rilevamenti. Dal mio punto di vista sono una stupidaggine perché danneggiano più noi della Russia».

Perché non abbiamo risorse alternative?

«Perché è un errore rompere rapporti internazionali che producono ricchezza. Inoltre, le sanzioni mostrano che noi vogliamo la guerra e hanno fatto imbufalire Putin, provocando il contrario dell’esito sperato».

Si percepiscono come un boomerang sulla nostra economia?

«La gente non pensa a questo, ma a godersi la vita. Claudio, il patrigno di Nerone, non è stato il più intelligente degli imperatori, ma durante il suo regno non si sono combattute guerre. Il simbolo del potere non è fare la guerra, ma non farla. Ai senatori Claudio disse che per avere il popolo devoto bisogna dare panem et circenses, cibo e giochi. La gente s’interessa dei successi dell’Inter o della Juventus. Noi organizziamo le Olimpiadi di Cortina».

È vero che decresce la preoccupazione per l’allargamento del conflitto? Se non è deflagrato in due mesi…

«Bisognerebbe studiare la mente di Putin. Nel 2014 quando ha preso manu militari la Crimea, molti prevedevano una rapido ritiro. Io ero sicuro del contrario perché l’avevo studiato. Putin ragiona in maniera paranoide».

Cioè?

«Vive la gente come nemici. Non è un merito né un demerito. Una mente paranoide ce l’ha il 25% degli italiani».

Nel 2014 Henry Kissinger scriveva che l’Ucraina appartiene all’anima russa e non può essere un avamposto dell’Occidente o di Mosca, ma dev’essere un ponte tra loro.

«Ragionando psicanaliticamente, bisogna evitare di toccare le corde che provocano una guerra. L’ideale è che Russia e Ucraina si combattano tra loro e gli altri stiano a guardare. Eviterei l’ampliamento e il nostro coinvolgimento nel conflitto».

Da chi dipende l’ampliamento in atto?

«Dalla Russia e dall’America. Joe Biden è un creatore di guerra, parla creando il nemico non l’amico. Da eretico dico che Donald Trump mostra di capire di più di polemologia. Lodare il nemico diminuisce la conflittualità, fa calare l’animus».

Il minor timore del peggioramento della guerra è suffragato anche dal contrasto all’invio delle armi all’Ucraina?

«Sono cose diverse. Gli italiani sono pacifisti, lo erano anche nel 1914 e nel 1940. E lo sono anche adesso, abbiamo il Papa tra noi. E il Papa influenza».

Anche se non è molto seguito?

«Io non sono un’anima religiosa, un cattolico praticante, sebbene sia battezzato e mi sia sposato in chiesa. Eppure, ieri mattina sono andato in chiesa a pregare Dio che ci aiuti in questo momento particolare».

Che cosa pensano gli italiani delle alleanze internazionali?

«La maggioranza non se ne interessa, viviamo nel nostro Paese. Se chiede alle persone per strada la storia della Russia molte si domandano dov’è. Quanti hanno letto Guerra e pace? Forse duecentomila persone, compresi gli studenti che lo leggono per forza».

Gli italiani sono pacifisti, ma i media non rispecchiano questa tendenza. Com’è la fiducia nel sistema dell’informazione?

«È sempre la stessa. La gente segue distrattamente l’informazione politica».

Il distacco tra popolazione ed élite è in aumento o in calo?

«È lo stesso che c’era già nel 1914 e nel 1939. In un saggio intitolato L’opinione degli italiani al tempo del fascismo la storica Simona Colarizi ha rivelato che Mussolini aveva creato un ufficio statistico servendosi di 84 responsabili, uno per provincia, che dovevano informare quotidianamente Palazzo Venezia sul sentimento dell’opinione pubblica. Da questa ricerca risulta che nel 1938-’39 gli italiani erano contrari alla guerra. Divennero favorevoli solo per un breve periodo quando sembrava fosse facile vincerla, in concomitanza della presa di Parigi da parte dei nazisti. Poi tornarono pacifisti».

Perché la serie tv con Volodymyr Zelensky nella parte di un professore che diventa presidente trasmessa da La7 in Italia è stata un flop e altrove un successo?

«Perché sono più saggi i telespettatori italiani di quelli degli altri Paesi. Non può essere capo di Stato uno che è stato un personaggio televisivo. Il diritto internazionale dice che un capo dello Stato è responsabile delle morti nel suo territorio. Ovviamente, lo stesso vale anche per Putin. Sa qual è la verità?».

Me la dica lei.

«Sia Putin che Zelensky sono due criminali di guerra perché hanno violato il diritto internazionale e fatto uccidere i loro sudditi. Ne dovranno rispondere, come accadde a Norimberga per i gerarchi nazisti. Hitler si sottrasse al processo suicidandosi. Il diritto vale anche in guerra: né Putin né Zelensky l’hanno dichiarata».

Putin non l’ha fatto perché l’invasione dell’Ucraina è la prosecuzione della guerra civile nel Donbass?

«Ed è un altro dei motivi per cui non sono ottimista».

L’Occidente ha la tendenza a colpevolizzarsi: in questa vicenda è innocente?

«George Bush senior ha violato i patti. Dopo la caduta del Muro aveva promesso a Michail Gorbaciov che non gli avrebbe creato grane in quella zona. Invece, sono entrati un minuto dopo».

Dissolta l’Urss e sciolto il Patto di Varsavia bisognava sciogliere anche la Nato?

«Oppure invitare la Russia e i Paesi dell’ex Urss a entrare nella Nato? Con un presidente come Trump una guerra come questa non sarebbe deflagrata».

Invece si vuole ancora esportare la democrazia.

«Questo è il modo in cui la vendiamo. Che cosa se ne faccia la Cina confuciana della democrazia mi riesce difficile capire. Credo si dovrebbero imparare ad accettare le rispettive diversità».

Dopo i missili su Kiev durante la visita del segretario dell’Onu Antonio Guterres gli spazi per la trattativa si sono ulteriormente ridotti.

«Si parla di de-escalation, ma accade il contrario. Putin e Biden agiscono per alimentare la guerra non per fermarla».

Ormai è uno scontro tra super potenze sulla pelle degli Ucraini.

«Al quale collabora Zelensky, sacrificando il suo popolo. Ai vicini di casa di un leader paranoide è consigliata prudenza. Henri Guisan era il comandante dell’esercito svizzero durante la Seconda guerra mondiale. La Svizzera: tra Germania, Italia e Francia. Gli hanno eretto un monumento equestre in bronzo con questa dedica: il generale che non ha mai combattuto. Una statua così non l’avranno né Zelensky né Putin».

 

La Verità, 30 aprile 2022

«Io e Ricci, la più longeva simbiosi della satira»

Lorenzo Beccati non si vede mai, ma è popolarissimo. Forse non di nome, ma per la voce, che è quella del Gabibbo di Striscia la notizia, di cui è autore storico. Genovese di nascita, residente ad Alassio, la città di Antonio Ricci con il quale lavora da quarant’anni, Beccati si sta ritagliando uno spazio anche come scrittore di thriller storici, grotteschi, gialli. L’ultimo romanzo, pubblicato da Oligo editore, s’intitola Uno di meno, ed è ambientato nella Genova del 1600.

Quando e perché ha cominciato a scrivere?

Quando facevo cabaret nei teatrini con il mio gruppo, i Cospirattori, scrivere era una necessità. Parliamo degli anni Settanta. Visti i buoni risultati, altri comici mi hanno chiesto di farlo per loro. Ho collaborato a lungo con Gigi e Andrea e Pistarino. Ci sono autori che suggeriscono idee e fanno una scaletta. Io e Ricci siamo della vecchia scuola, ligi al copione parola per parola. Una puntata del Drive in era una roba di 50-60 pagine. Siccome poi ho sempre amato i libri, a un certo punto ci ho provato.

Perché romanzi storici?

All’inizio erano libri umoristici… Poi ho cominciato a incuriosirmi alla storia di Genova, ai carruggi… Ho scoperto il 1600, il secolo delle Repubbliche marinare e della nascita delle banche. Ho consultato testi antichi, frequentato gli archivi di Stato e ora mi sento a casa in quell’epoca. Uno dei primi romanzi, Il guaritore di maiali, vendette discretamente ed è stato tradotto in Germania. Così, ho proseguito.

Dietro la trama di fantasia c’è molta documentazione?

La base è la storia reale. Nell’ultimo romanzo c’è un Doge durato appena 40 giorni, il dipinto di Bernardo Strozzi della ragazza che spiuma le oche, «il genovesino», un tipo di coltello… Un attore scrive il monologo e poi improvvisa. Anche nel romanzo storico c’è ambiguità, realtà e fantasia si mescolano come nella comicità. Nelle note finali preciso cos’è reale e cos’è finzione.

Quando trova il tempo di scrivere?

Durante l’anno sarebbe impossibile. Ma d’estate, ad Alassio, cedo raramente al piacere del mare e mi dedico alla scrittura.

Serve a decantare lo stress del lavoro di autore tv?

Diciamo che è un lavoro più interiore, mentre quello di Striscia è collettivo, di condivisione di testi che innescano il monologo del comico o chiudono i servizi. Striscia è centrata sull’attualità, io mi rifugio nella storia. Sono diversi anche i tempi: pochi minuti in tv, orizzonti ampi nei romanzi. Anche se i miei non sono bestseller, ho un pubblico di fedelissimi. Ultimamente capita spesso che qualcuno di loro mi chieda di firmare copie dei miei primi libri.

Con la letteratura cerca la visibilità che il lavoro di autore non dà?

Assolutamente no. Innanzitutto perché come autori si è conosciuti. E poi, se mi fosse interessata la visibilità, avrei potuto continuare a fare il cabarettista. Mi è più congeniale stare dietro le quinte. Infine, interpretando il Gabibbo sono conosciuto pur non apparendo. Anche Antonio, che sul palco era molto bravo, quando s’impose Beppe Grillo scelse di cambiare vita e concentrarsi sui testi. Dal Drive in a oggi sono passati quarant’anni: salvo pochissime eccezioni, come autori si dura di più dei comici.

È molto duraturo anche il suo matrimonio professionale con Ricci.

Ci siamo conosciuti in vacanza, ma non ci siamo subito frequentati. All’inizio degli anni Settanta Antonio si esibiva con sua sorella Cecilia nel teatrino di Piazza Marsala a Genova. C’erano anche Paolo Poli e Paolo Villaggio. Io iniziai al Teatro Instabile, si chiamava così in polemica con lo Stabile di Genova e anche perché ci cacciavano spesso. C’erano Tullio Solenghi e Beppe Grillo… Non avevo ancora 18 anni.

Come arrivò a Drive in?

Scrivevo i testi di Pistarino e Ricci mi chiese di collaborare con continuità. Era il settembre del 1984, da allora lavoriamo gomito a gomito.

Che esperienza è lavorare con uno così?

È imparare da un genio, da una persona che va a caccia della verità. Anche quando montiamo i servizi, c’è sempre grande rigore. Ricci è uno che la satira ce l’ha «pronta beva», come diciamo noi.  Conosce i meccanismi della comunicazione come nessun altro. Satira e comunicazione sono una vena inesauribile nella quale gli autori hanno grande possibilità di inventare e creare satira.

Mai pensato di fare nuove esperienze?

E perché mai? A qualcuno può sembrare che esageri, ma il lavoro a Striscia è appagante.

Conducete una vita monacale.

Iniziamo alle 9,30 e finiamo alle 21,30, dopo la messa in onda. L’indomani ricominciamo da capo, come le casalinghe. Dove sono gli inviati, cosa scrivono gli autori, a chi porta il Tapiro Valerio Staffelli… Stiamo sempre sul pezzo, il telefono non si spegne mai. Arrivano centinaia di segnalazioni al giorno.

Anche nei migliori matrimoni ci sono incomprensioni e contrasti: voi?

Discussioni su lavori da correggere, quelle sì. Ma screzi veri mai. C’è grande rispetto tra persone che si vogliono bene. Se non fosse così, all’età che abbiamo e non avendo figli potremmo anche separarci…

Qual è stata la soddisfazione più grande come autore?

Impossibile dirlo perché è un lavoro gruppo. Non lo potrebbe dire nessuno. Abbiamo fatto tante campagne importanti, da Vanna Marchi alle mascherine anti Covid, ma è tutto condiviso.

Come dividerebbe le percentuali del successo di Striscia la notizia: genialità di Ricci, lavoro di squadra, documentazione…

La direzione e la capacità di Antonio conta per il 50%. La ricerca maniacale della verità il 20%. L’appoggio del pubblico e le segnalazioni esterne il restante 30%. Il contributo della gente è importante per trovare le notizie e partire con le campagne o i tormentoni.

Cosa fate quando arrivano le segnalazioni?

C’è un gruppo di persone che le vaglia e fa le prime verifiche. Poi incarichiamo gli inviati sul territorio di approfondire. Il 90% delle segnalazioni è vero. Infine, c’è il lavoro degli autori, una dozzina in totale.

Quanto conta il talento e quanto l’applicazione?

Il talento non si insegna, l’applicazione sì. Bisogna stare sul pezzo, lavorare di lima. Ci sono anche gli impiegati della risata perché la battuta, in fondo, è una formula matematica. Ma è il talento a fare la differenza.

Ricci legge i suoi libri?

È il primo a riceverli e in pochi giorni mi dà il suo giudizio. Non ama i gialli, Il pescatore di Lenin è il suo preferito. Una volta mi ha preso in castagna su un cantante lirico che avevo descritto come tenore, invece era un baritono.

Ha già in mente il prossimo?

Mi sono incuriosito al filetto alla Voronoff, scoprendo che Serge Voronoff fu un famosissimo chirurgo e sessuologo, un uomo molto ricco del secolo scorso. Si era occupato del ringiovanimento sessuale maschile attraverso l’innesto dei testicoli di scimpanzè. Ha vissuto in un grande castello a Ventimiglia fino al 1939, quando fu costretto a fuggire in America. Tornò a guerra finita e rimise a posto il castello bombardato. Ora è un bad&breakfast di lusso.

Ha mantenuto i rapporti con il gruppo di comici dei primi anni?

Con Grillo non ho mai avuto rapporti diretti. Ogni tanto vedo quelli del Drive in, seguo gli spettacoli di Solenghi, di Pistarino, di Sergio Vastano e leggo i libri di Enzo Braschi. Mi manca molto Giorgio Faletti.

 

Panorama, 27 aprile 2022

«Putin vuole unire il Donbass alla Transnistria»

Sulla strada per Mariupol. La città di Maria. La città martire. Il documentarista Giorgio Bianchi è a Donetsk dall’8 marzo. «Da qui vado spesso a Mariupol, in giornata. Una volta sono rimasto a dormire presso una famiglia che non aveva la casa ancora completamente distrutta». Bianchi è di casa nel Donbass dal 2014. Anche se dall’anno successivo è schedato dai servizi segreti ucraini come «complice dei crimini di guerra russi» e, più di recente, è stato incluso nella lista di proscrizione stilata da Myrotvorets, un sito governativo ucraino che raccoglie e pubblica dati sensibili di persone sgradite alle autorità di Kiev. Curiosamente, vicino all’indirizzo mail del sito si legge: «Langley, Virginia, Usa», città sede del quartier generale della Cia.

Non ha paura?

«In realtà, a Donetsk mi sento abbastanza sicuro. In città ci sono solo donne, vecchi e bambini perché gli uomini abili sono al fronte. Perciò, un personaggio sospetto lo si nota subito».

Lei è sospetto per le autorità ucraine.

«A Donetsk non ho paura, dove ci sono i miliziani nazionalisti, invece sì. Kherson, per esempio, si è consegnata senza combattere. Recentemente però è stato ucciso Valery Kulishov, un blogger filorusso. Mentre Gonzalo Lira, peruviano, è stato arrestato dai servizi ucraini che gli hanno sequestrato computer e cellulare. La mia paura maggiore sarà quando tornerò in Italia».

Perché?

«Perché arrivano tanti profughi che non sappiamo bene chi realmente siano. Ho raccolto testimonianze dalla Svizzera, anche da un’amica che lavora per l’Onu, di ragazzotti ucraini arroganti, protagonisti di azioni inquietanti. Da tempo ricevo minacce e insulti via mail».

Come si muove a Pariupol?

«I militari mi hanno fatto entrare e poi mi hanno lasciato libero. Ho girato con il mio operatore, evitando i posti più pericolosi. Qualche giorno fa in un centro di accoglienza erano arrivati sette pullman. Ho chiesto ai profughi se fossero stati deportati, come si dice in Europa. Hanno riso: <Siamo qui di nostra spontanea volontà>. È falso che i russi non abbiano aperto i corridoi umanitari ed è ancora più falso che i civili siano deportati. Anzi, i russi non riescono a portare fuori i civili».

A chi vende i suoi reportage?

«Ho un contratto con Visione Tv, la web tv di Francesco Toscano. Ha accettato senza obiezioni la mia richiesta economica. E collaboro con un programma pubblico importante, aiutando un giornalista a lavorare qui».

Proclamando la presa di Mariupol Vladimir Putin ha anticipato i tempi?

«La città è sotto controllo dell’esercito russo. Qualche giorno fa sono stato vicino all’acciaieria con una scorta armata dato che ci sono ancora i cecchini nascosti negli edifici. La bandiera della Repubblica popolare di Donetsk è issata sul palazzo della televisione. L’unica parte ancora sigillata è l’Azovstal dove sono asserragliati i miliziani del battaglione Azov e della Brigata marines ucraina n. 36».

Putin può dire che Mariupol è russa prima di aver conquistato quell’area?

«Mi riesce difficile capire che cosa difendono in quelle condizioni, dentro un bunker. I russi stanno applicando la strategia usata in Siria, dove hanno sigillato l’ultima sacca jihadista in un’area di Idlib, mentre altrove la vita è ripresa. L’alternativa sarebbe fare una carneficina e uccidere anche i civili. Pensa di vincere per sfinimento dell’avversario».

Chi e che cosa c’è nell’area delle acciaierie?

«Si è parlato di laboratori per la fabbricazione di armi biologiche che sarebbero finanziati da Hunter Biden. Non ho elementi per confermare o smentire».

Le risulta che militari stranieri addestrino gli ucraini?

«Aiden Aslin, un inglese che si definisce mercenario e combatte da quattro anni con l’esercito di Kiev, mi ha riferito che una fonte qualificata gli ha parlato di mercenari stranieri e ufficiali Nato che istruiscono le milizie nazionaliste».

Quanto a lungo possono resistere?

«Hanno accumulato cibo, acqua e munizioni, ma prima o poi finiranno. Soprattutto se restano anche i civili da sfamare».

Perché non sono saliti sui bus messi a disposizione da Mosca per andarsene?

«Già, perché sapendo dell’arrivo dei russi i civili non se ne sono andati? Molti mi hanno risposto che non era possibile uscire attraverso il confine russo, altri che solo chi poteva pagare ai check point poteva farcela. Le autorità locali hanno garantito a chi sarebbe rimasto che ci sarebbero stati cibo e acqua a sufficienza. Sono stati dissuasi dal percorrere i corridoi russi».

Perciò?

«Ho chiesto: ritenete di essere stati usati come scudi umani? Il 95% mi ha risposto affermativamente. I miliziani hanno mandato le persone nelle cantine per usare gli appartamenti come punti di avvistamento e postazioni per i cecchini. Lo ha scritto anche il Washington Post. I civili non volevano i cannoni nei cortili dei condomini perché la risposta dei russi avrebbe colpito le abitazioni. Ma i miliziani si sono appellati alla legge marziale. In altre zone hanno fatto entrare i russi in città per colpirli sparando dagli appartamenti, come in una sorta di guerriglia urbana».

Che cosa vuol dire l’inizio della fase 2?

«Finora non si volevano distruggere le infrastrutture. Da qualche giorno l’esercito russo colpisce le linee di comunicazione usate per trasportare gli armamenti provenienti dai Paesi occidentali».

Che certezza abbiamo che arrivino all’esercito regolare ucraino?

«Le armi finiscono ai soldati e ai miliziani nazionalisti. Chiaramente qualsiasi mezzo le trasporti è un bersaglio dei russi. Qualche giorno fa è stato abbattuto in volo un aereo cargo. Sono bersagli camion e furgoni che entrano dal confine polacco. Bisogna sfatare il mito della popolazione civile che fa la resistenza. Gli uomini abili sono stati richiamati alle armi. Donne, vecchi, bambini e invalidi che resistenza possono fare?».

È propaganda la parata militare del 9 maggio a Mariupol?

«È l’anniversario della Grande guerra patriottica nella quale la Russia ha avuto 20 milioni morti per sconfiggere il nazismo. È evidente che in un momento difficile per la guerra e le sanzioni si cerchi di cementare il Paese con il sentimento patriottico. Tutti i sondaggi, anche quelli più tiepidi, danno la popolarità di Putin oltre l’80%».

Secondo lei Putin vorrà proseguire fino alla Crimea?

«La mia opinione è che fin dall’inizio volesse mettere in sicurezza le repubbliche di Donetsk e Lugansk. A sud i russi si congiungeranno con le forze presenti nella Transnistria, la zona filorussa della Moldavia, e isoleranno Odessa creando un’altra area sigillata. A quel punto dovranno decidere se bombardare Odessa, la Venezia ucraina. Forse Putin spera in un’insurrezione interna della forte componente russofona».

Cosa dice la blogger Mariana Vishegirskaya, che ha intervistato, del bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol?

«Prima di tutto, che non è stata rapita dai russi, ma è solo tornata a casa sua, a Makeevka, un sobborgo di Donetsk, insieme con il marito e la figlioletta neonata. In seconda battuta, che non ha sentito rumore di aerei il giorno del bombardamento. Anche altre persone, abituate come lei a riconoscere il volo degli aerei, hanno detto di non averli sentiti».

Quindi nessun bombardamento dell’ospedale?

«Non un bombardamento aereo. Cosa sia davvero successo è qualcosa che va indagato».

Appurato che i massacri di Bucha sono opera dei russi, premiare i militari autori della strage è una provocazione?

«Non ho letto né un rapporto dell’Onu né un’inchiesta indipendente che stabilisca l’autore della strage. Personalmente non sono riuscito a intervistare il comandante di quella compagnia come volevo fare. Tra le tante cose poco chiare c’è il fatto che, dopo aver perpetrato quel massacro, i militari russi ne avrebbero lasciato le prove in strada senza buttare i corpi in qualche miniera. Premiando quei militari, Putin ha voluto dire che per loro la questione è chiusa».

Biden vuole cambiare il regime di Mosca?

«È un’ambizione pericolosa: in Russia Putin è una figura di equilibrio. I maggiori partiti d’opposizione sono di estrema destra e di estrema sinistra. Chiunque gli succederebbe accentuerebbe i toni nazionalistici».

All’opposto, Putin vuole abbattere Volodymyr Zelensky?

«Penso che all’inizio il suo obiettivo fosse portare Zelensky al tavolo delle trattative. Visto il fallimento degli accordi di Minsk e della diplomazia internazionale alla quale aveva posto le sue condizioni, ha deciso di entrare in guerra».

Per favorire le trattative Putin dovrebbe smettere di parlare di denazificazione?

«Penso che sia il problema minore. Quello maggiore è l’integrità territoriale dell’Ucraina. Credo che nessuno possa pensare che la Crimea torni ucraina. E tanto meno il Donbass, dopo il prezzo pagato dai russi. Questo significa che, se l’Occidente continuerà a perseguire questa integrità territoriale, la guerra durerà a lungo. Per me, l’unica soluzione è un compromesso che lasci quei territori nell’orbita russa».

Che cosa deve accadere perché la ricerca della pace torni prioritaria?

«L’unico soggetto che poteva e può fare qualcosa è l’Europa. Con Angela Merkel forse si sarebbe evitata questa situazione. Olaf Scholz rischia di essere messo in minoranza. Mario Draghi, i Paesi di Visegrad, Gran Bretagna e Stati Uniti premono per la guerra. Finché noi europei non capiremo che questa guerra stronca la nostra economia e che le sanzioni danneggiano più noi che Mosca, continueremo a illuderci. I russi non hanno nulla da perdere essendo già considerati i mostri del pianeta. Checché ne dica Ursula von der Leyen, l’Ucraina non può vincere questa guerra».

Nonostante i miliardi di dollari stanziati da Joe Biden in armi da mandare a Kiev?

«I russi dispongono di 6.000 testate nucleari e dei missili Sarmat. Per quanto continueranno a combattere con le mani dietro la schiena? Questo è un conflitto regionale che va risolto tra le due parti. L’Ucraina può essere un paese cuscinetto tra i due mondi. Se la Nato aumenterà la sua influenza si andrà verso la terza guerra mondiale. Bisogna ripartire dagli accordi di Minsk, predisporsi ad accettare dei compromessi, creare un’area a statuto speciale e stabilire delle amnistie per i combattimenti di questi mesi».

 

La Verità, 23 aprile 2022

Mughini: «Il design? Meglio degli uomini»

Quante vite ha Giampiero Mughini. Scrittore, giornalista, commentatore televisivo, analista di costume, appassionato di sport, tifoso juventino. Meno noto è come cultore di design, collezionista, accumulatore di oggetti di pregio. Ecco, dunque, Il Muggenheim – Quel che resta di una vita (Bompiani). Godibilissimo vagabondaggio tra cultura dell’immagine, bibliofilia, riviste e rivolte giovanili, Quartiere Latino, arredi d’autore, fumetti, cesure generazionali, rock progressivo, prime edizioni prestigiose, fotografia e iconografia erotica, divorzi professionali. «È inaudito che in Italia non esista un museo dedicato ai Settanta e dintorni», si legge nell’introduzione. «O forse no, forse quel museo in Italia esiste. A casa mia. Scarno, povero, da riempire nove o dieci stanze in tutto. Ma c’è». Eppure, prosegue adagiato nella poltrona prediletta, opera di Gaetano Pesce, «Il Muggenheim è nient’altro che un libro».

Un’autobiografia artistico-esistenziale?

Assolutamente questo.

Com’è nata la passione per il design?

Al liceo o all’università nessun professore aveva mai pronunziato la parola design. Ventenne nei primi anni Sessanta, furibondi di creatività italiana, ho iniziato a incuriosirmi delle cose che mi erano vicine. Il cinema, il fumetto, il rock, le avanguardie culturali… Quanto al design ho imparato a preferire una lampada a un’altra, una sedia a un’altra.

Poi vennero gli anni parigini?

Nelle vie del Quartiere Latino c’era una libreria una porta sì e una porta no. Lì è esploso l’amore per i libri come oggetto, la carta, la copertina, la grafica…

Il design è un’ossessione, una religione, una malattia?

Una religione no, perché gli dei non si vedono e non si toccato e invece la poltrona su cui sono seduto sì.

Si definisce «bibliofolle».

Sono pazzo dei libri. Soprattutto delle prime edizioni, perché quello è il momento in cui il libro sfida il mondo. E spesso quella prima sfida la perde. Talvolta vince le successive. Al momento della sua morte, nel 1928, Italo Svevo aveva venduto sì e no 300 copie. Oggi quando nel mondo si parla di letteratura del Novecento, Svevo compete con i grandi autori internazionali. Per me possedere una sua prima edizione è un’esperienza ai limiti dell’erotismo. Anzi, data la mia età, forse qualcosa di più.

Il gusto per l’estetica supera la passione per la politica?

Sì, se s’intende la competizione tra Pd e M5s o tra Lega e Fratelli d’Italia. Non quando si devono fare scelte decisive, come quelle guidate da Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Bettino Craxi o suggerite da Matteo Renzi. Per il resto la politica la scruto da lontano. L’estetica la respiro a pieni polmoni tutti i giorni.

In quegli anni c’era una ricerca ideale diversa da quella che viene dalla politica?

Altroché. S’imparava dalle cose della vita, innanzitutto dalle sconfitte. A 17 anni, avendo vinto quelli siciliani, partecipai ai campionati italiani di ginnastica artistica a Novara e mi accorsi che i ragazzi che s’erano addestrati nelle palestre del Nord erano di tanto più forti di me. Dieci anni dopo scappai dal Mezzogiorno arretrato con seimila lire in tasca. Fu il mio primo gesto «rivoluzionario», senza protezioni di partiti o di logge di alcun tipo. L’altro grande evento della mia vita è stato uscire dall’extraparlamentarismo di sinistra. Raschiarne via la cultura mi costò altri anni, fino al Compagni, addio del 1987. Ecco perché oggi non concedo più nulla alle fesserie ideologiche.

Per esempio?

Sono allibito dinanzi al fatto che il populismo sia così duro a morire. In Francia il 21% ha votato per la sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Incredibile.

Include Mélenchon tra i populisti?

Il socialismo di cui parla non significa nulla. Nelle democrazie industriali avanzate su 100 euro percepiti da ciascuno di noi 50 vanno allo Stato. Il socialismo esiste già. Le diseguaglianze? Sono inevitabili: uno non vale uno.

Gli anni Settanta sono generalmente disprezzati per il soffocamento ideologico, lei ne decanta la creatività e il fuoco artistico.

Nelle strade della Bologna del 1977 c’era il rock non la classe operaia. Non era vero che tutto nascesse nella fabbrica. I germi del cambiamento possono attecchire in un’industria come la Ferrari o in una band come gli Skiantos.

La stanza alla quale è più affezionato è quella dei Cinquanta?

Il design non è come la tua donna, si possono amare più epoche. I Cinquanta pulsano del rapporto con l’estetica di Ico Parisi che, quando lo conobbi, tutti lo avevano dimenticato. Ora i suoi mobili sono all’apice delle quotazioni internazionali.

Nel libro omette la vendita della collezione di libri futuristi: capitolo troppo privato o troppo doloroso?

Certamente un lutto. Era la seconda o terza collezione d’Italia. Erano libri che non leggevo più. Pur a malincuore, decisi di venderli per iniziare nuove avventure dell’anima.

Non l’avrà venduta perché una giornalista le disse che aveva una biblioteca di destra?

Quella giornalista sosteneva che fossi di destra perché possedevo un centinaio di volumi di Filippo Tommaso Marinetti e solo cinque o sei di Eugenio Scalfari. Le risposi che il numero di quelli di Scalfari era più che sufficiente

Scrive che gli arredi e i libri sono più affidabili degli esseri umani: bilancio amaro.

L’amarezza più dolorosa. A volte la solitudine l’ho cercata, difesa e proclamata orgogliosamente. Altre volte è stata eccessiva. In buona parte è derivata dall’andare  in contrasto con la mia generazione. Avevo fondato Il Manifesto e me n’ero andato pochi mesi dopo. Per due anni il telefono non ha squillato. Lunghi silenzi anche dopo che mi dimisi da Panorama nel 2005 perché non c’era sintonia con il nuovo gruppo dirigente del settimanale. E tanto più dopo gli anni trascorsi con un grandissimo direttore com’è stato Claudio Rinaldi. Non andavamo d’amore e d’accordo su tutto, ma avevo una stima totale per lui. Quando gli proponevo un pezzo su qualcosa che lui non conosceva di prima mano, mi rispondeva: «Di quante pagine hai bisogno?».

Si avverte una certa estraneità anche verso il presente.

Non penso sia colpa del presente. C’è che non sono adatto alla comunicazione via social e alla continua esibizione del proprio sé stesso da cui è dominata.

È un’estraneità colmata da pochi amici: Roberto D’Agostino, Francesco De Gregori, Oliviero Diliberto. Cosa glieli rende tali?

D’Agostino lo conosco da 40 anni e quando creò Dagospia, mentre molti alzavano il sopracciglio, il primo giorno gli mandai una lettera d’affettuoso incoraggiamento. Non è un amico, è un fratello.

De Gregori?

L’ho conosciuto nel momento giusto, una ventina d’anni fa. La nostra è un’empatia sentimentale e intellettuale.

Diliberto?

Condividiamo la bibliofollia, amicizia totale. Da capo di Rifondazione comunista non mi piaceva proprio, forse quello che frequento adesso è suo fratello gemello.

Antonio Ricci, invece, è un bibliofilo rivale?

E molto più potente di me, guadagna 20 volte quello che guadagno io. Credo sia il maggiore collezionista d’Europa della produzione lettrista e situazionista francese.

C’è un Mario Draghi prima e dopo le elezioni per il Quirinale?

Capisco il ragionamento, ma lo respingo. Più che altro la situazione del governo non induce all’ottimismo perché ciascuna delle sue componenti fa di tutto per farsi notare. Se uno vale uno, nutro crescenti riserve sulla democrazia di massa. Mi lascia esterrefatto che in Francia la distanza tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen sia solo di 4 punti.

Che cosa le fa pensare che mentre in tutti i sondaggi la maggioranza degli interpellati è contraria all’aumento della spesa per le armi, governo e grandi media marciano nella direzione opposta?

Nel rapporto tra Pil e spesa militare l’Italia è solo al 102esimo posto della classifica mondiale. Non possiamo essere i pezzenti dell’esercito europeo di cui tanto si parla. La Russia ha 10.000 carri armati, la Francia 400, noi 120. Non credo sia una buona idea aumentare la presenza di truppe della Nato a Est. Ma nel caso, l’Italia dovrebbe fare la sua parte. Detto questo, non voglio affatto una nuova guerra fredda.

Quella in corso è molto calda.

Lì è caldissima. Penso che Silvio Berlusconi faceva benissimo a dialogare con Vladimir Putin. La Russia ha accanto la Cina e l’India e andiamo verso un mondo in cui l’Occidente non sarà più maggioranza.

Sembra anche a lei che con la pandemia e la guerra nei media si è affermato un conformismo intollerante?

Sulla guerra sono in parte d’accordo. Seguo e rispetto le riflessioni del professor Alessandro Orsini o quello che scrive il generale Fabio Mini sul Fatto quotidiano. Sulla pandemia invece la questione è semplice: essere vaccinati è una condizione di gran lunga migliore che non esserlo.

Gli ospiti in Rai dovranno essere giustificati da comprovata competenza.

E chi la decide se non il conduttore? Il professor Orsini ha una competenza comprovatissima. Sono rimasto allibito quando ho saputo che è scattata la riprovazione nei confronti di una persona di assoluta levatura intellettuale e morale come Lucio Caracciolo.

 

Panorama, 20 aprile 2022

«Vivo al Lido, ma niente Mostra: ora dipingo»

Catherine Spaak è morta il 17 aprile 2022, giorno di Pasqua, dopo una lunga malattia. Ripropongo la mia intervista, pubblicata dalla Verità nel settembre 2017, perché, pur dissonante nel coro generale degli osanna, ne fa ugualmente trasparire l’intelligenza e lo spirito indomito.

«Eravamo in barca…». Catherine Spaak arriva al bar del Lido di Venezia scortata da una barboncina. Camicia e bermuda, capelli raccolti, abbronzatura da esposizione senza creme protettive. Il fascino resiste.

In barca con suo marito?

«Sì, è pilota di porto, ma ha una barca sua».

Cosa fanno i piloti di porto?

«Salgono a bordo delle navi da trasporto e da crociera e le guidano insieme ai comandanti fino all’ormeggio».

Sulle grandi navi in laguna…

«Dice che non danneggiano l’ambiente: sotto, nei canali, c’è la melma».

Da quanto vive al Lido?

«Da due anni. Prima mio marito stava a Trapani».

E vi siete sposati sposati a Erice.

«Mio marito ha avuto un incidente a una spalla ed è rimasto fermo per un po’. Quando è rientrato ha potuto scegliere la nuova destinazione e ha scelto Venezia, che piaceva anche a me».

È più giovane di 18 anni: pesa la differenza d’età?

«Le cose che facevo con facilità a 40 o 50 anni ora mi costano. Andare in bicicletta, per esempio. Le cene e la mondanità invece non mi sono mai piaciute».

Capisco. La differenza di età rispetto al marito?

«Non credo sia rilevante».

Perché ha molte energie?

«Mi posso accontentare».

O perché crede nell’amore?

«Qualcuno ci riesce, ma penso che vivere senza amare sia una condanna».

Tra Emmanuel Macron e sua moglie ci sono 24 anni di differenza.

«Non m’interessa. Ho perso il vizio di giudicare: è troppo faticoso».

Sbaglio se dico che bisogna avere tante risorse per non farsi scoraggiare dagli amori finiti e risposarsi la quarta volta?

«A Maurizio Costanzo non farebbe questa domanda».

Magari sì.

«Ne dubito, è una domanda che si fa alle donne. Ci sono donne che hanno avuto mille uomini, ma essendosi sposate una sola volta sono stimate. Lo so, i matrimoni fanno effetto; io credo possa essere una brava donna anche chi è arrivata al quarto».

L’ultima volta che il grande pubblico l’ha registrata è stata all’Isola dei famosi

«Che cosa significa registrata?».

Cosa non ha funzionato all’Isola?

«Accadevano cose diverse da quelle prestabilite e me ne sono andata».

Per esempio?

«Non ne parlo volentieri, sono state scritte cose pessime. L’Honduras è violento. All’ingresso degli alberghi c’erano cartelli che invitavano a lasciare le pistole in macchina. A causa di un tornado siamo rimasti in hotel una settimana. Mi è capitato di vedere un servizio in tv sui soldati dell’esercito che, siccome si annoiavano, sparavano alle gambe dei cani per esercitarsi».

Ne fu turbata.

«Era parte di una situazione per me insostenibile».

In televisione iniziò come conduttrice di Forum su Canale 5, ma dopo due anni smise…

«Come giornalista sì, ma durò di più…».

Perché finì?

«Non ne voglio parlare».

Ad Harem invece si è divertita molto.

«Per 15 anni. Autori e direttori di Rai 3 mi hanno lasciato piena libertà. Credo che anche il pubblico si sia divertito».

L’ospite più divertente?

«È difficile, tre persone a settimana per 15 anni… Una è Kuki Gallmann, l’ambientalista autrice di Sognavo l’Africa. E Paola Borboni, piena di vita».

La sua dote era la malizia?

«La capacità di ascoltare. I giornalisti hanno paura del silenzio. In tv, poi, vanno nel panico. Ero intuitiva, accettavo il silenzio, prima che la persona parlasse».

L’ospite che la mise in difficoltà?

«Nessuno».

Perché fu chiuso il programma?

«Dopo Angelo Guglielmi altri cinque direttori l’avevano confermato. Quando arrivò Paolo Ruffini decise che si era detto tutto sulle donne».

Nessuna trattativa?

«Avevo dei progetti, ma non ebbero seguito».

Prima della tv il cinema e un po’ di musica: ha sempre voluto fare l’attrice?

«Volevo fare la ballerina classica, avevo studiato, ma sono diventata troppo alta. Il contatto con il cinema è stato casuale».

Sentiamo.

«Un’amica che doveva fare un provino per un cortometraggio mi chiese di accompagnarla. Il regista disse: “Lei è esattamente la tipologia di persona che cerco”. Solo che ero io. Quello fu il mio inizio, anche se mio padre era un importante sceneggiatore e in casa venivano molti uomini di cinema».

Che rapporti aveva con i suoi?

«Non buoni. Me ne sono andata a 18 anni dopo il primo film, Dolci inganni, di Alberto Lattuada».

Come la pescò Lattuada?

«Aveva già collaborato con mio padre a un film intitolato La spiaggia. Veniva a trovarci e diceva che prima o poi avrei fatto l’attrice. Quando chiese se poteva farmi un provino a Roma non pensavo di fare l’attrice».

Da bambina firmava autografi ai compagni di classe.

«Era un gioco».

Suo padre le concesse il provino, non era cattivo…

«Lo vedevo poco. A 9 anni sono entrata in collegio e ne sono uscita a 14 per andare a scuola a Parigi. A 16 o 17 ho iniziato a lavorare. Erano rapporti sempre un po’ conflittuali».

Poi risolti?

«Quando si è giovani è difficile comprendere certe cose, ma alla mia età mi sento serena. Non vivo nel passato».

In quegli anni al cinema era spesso oggetto del desiderio di persone adulte.

«Fanno ridere queste parole se si guardano quei film. Interpretavo ruoli di ragazza libera, consapevole. O personaggi letterari come la Cecilia de La noia di Alberto Moravia. Donne autonome».

Proto femministe.

«Non c’era il divorzio, le donne erano sottomesse, tanto più in un mondo maschilista come il cinema. Sul set c’erano 60 uomini e tre donne. La sarta, la segretaria di edizione e l’attrice protagonista; quattro con la parrucchiera. Anche uomini di talento e di cultura erano misogini».

Il suo fascino etereo incrinò il dominio delle maggiorate.

«Era anche un fatto generazionale. Io e alcune colleghe come Stefania Sandrelli eravamo diverse da Sofia Loren a Gina Lollobrigida, con tutto il rispetto. La seduzione divenne più mentale che fisica».

Il suo modello?

«Ammiravo Audrey Hepburn. Quando la cito gli uomini storcono la bocca».

Cosa pensa dello scandalo delle molestie sessuali?

«Che doveva capitare. È la solita storia: tutti lo sanno e nessuno lo dice. Io ne parlai molti anni fa, ma molte colleghe dissero che a loro non era mai successo. Forse era solo troppo presto».

Il movimento Metoo?

«Ci sono tante sfaccettature, anche donne che approfittano di certe situazioni o che hanno delle responsabilità. Tuttavia, penso che la maggior parte abbia aderito perché ha subito situazioni spiacevoli. Il femminicidio è il risultato di un comportamento maschile sbagliato».

Catherine Deneuve ha difeso la libertà degli uomini di importunare.

«Poi si è scusata. Catherine Deneuve è Catherine Deneuve. Posso solo dire che non sono d’accordo».

Se gli uomini superano il limite non basta ribellarsi?

«Bisogna proteggere le donne molestate e violentate. Ci vuole un’educazione diversa di quella che si dà ai maschi, non solo in Italia. Qualche anno fa se una donna andava in commissariato le ridevano in faccia. Servono leggi severe per gli uomini che si comportano in modo sbagliato».

Lei ha subito molestie?

«Tempo fa, niente di grave, atteggiamenti inadeguati».

Che idea si è fatta della vicenda di Asia Argento?

«Nello studio di Bruno Vespa l’ho difesa dicendo che è assurdo stabilire un lasso di tempo oltre il quale una denuncia non è valida».

Gli ultimi fatti insegnano che lo schema uomini violenti e donne vittime è da rivedere?

«Bisogna sapere bene come sono andate le cose prima di giudicare. Io non lo so».

È ancora interessata alle discipline orientali?

«Pratico la meditazione buddista secondo la tecnica Vipassana».

Cosa le trasmette?

«Mi aiuta a interrogarmi sulle questioni fondamentali della vita. Anche la scuola dovrebbe educare al silenzio. Viviamo in un mondo di rumore, saltando da un posto all’altro. La tecnologia ha grande responsabilità, vedo ragazzi che non vivono senza essere connessi e non sanno stare soli con sé stessi».

Le manca il tempo in cui era «la voglia matta» di Ugo Tognazzi?

«Per carità».

Quando cantava L’esercito del surf?

«Per carità».

E quando ospitava Giulio Andreotti ad Harem?

«Nooo. Non vorrei avere né 30 né 40 né 50 anni oggi, sarei in difficoltà. Ero così anche a vent’anni».

Così come, un filo snob?

«L’hanno detto in tanti».

Si definisca.

«Non saprei… Sto bene con me stessa».

L’hanno mai invitata alla Mostra del cinema, a due passi da qui?

«Due anni fa hanno proiettato L’uomo dei cinque palloni di Marco Ferreri con Marcello Mastroianni. Mi hanno invitata, ma ho declinato. Non ho voglia di presenziare…».

Se le chiedessero di consegnare un premio?

«Mah… Vivo lontano dal cinema e dal teatro. Anche se l’anno scorso ho recitato un testo scritto da me su Colette. L’abbiamo portato in tournée e replicato diverse settimane al Parioli di Roma».

Perché smise di fare cinema?

«Trovavo banali le parti che mi proponevano. Tutto si è affievolito molto serenamente».

Ci va ancora?

«Da normale spettatrice, anche a teatro. Vado alle mostre, alla Biennale… E dipingo; la pittura mi ha preso molto».

Quando vedremo i suoi quadri?

«A fine anno».

Ci può anticipare qualcosa?

«Devo incontrare un gallerista interessato a quello che faccio, ne parlerò al momento opportuno».

Niente notizie, le piace più intervistare che farsi intervistare.

«Ora nemmeno più quello. Quando ho cominciato a scrivere sospettavano che scrivesse qualcun altro; quando facevo le interviste che le preparasse qualcun altro; ora diranno che i quadri chissà chi li ha dipinti. Ha presente quando si diceva che gli attori di cinema non potevano recitare a teatro? Però questi giudizi non mi hanno impedito di fare quello che ho fatto e che faccio».

Il suo film della vita?

«È difficile… Adoro Momenti di gloria».

Bellissimo.

«Anche E. T. e Jules e Jim. Poi leggo molto, due o tre libri al mese».

L’ultimo?

«La treccia di Laetitia Colombani».

Vive al Lido e va spesso a Roma…

«Ogni tanto, Roma non mi piace più, sto meglio qui. Anche d’inverno».

La Verità, 2 settembre 2017

«Il Papa è solo contro gli ultras della guerra»

Filosofo e docente di Filosofia morale all’università di Perugia, Massimo Borghesi è una delle voci più seguite dell’intellighenzia cattolica. L’ultimo suo libro s’intitola Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e «ospedale da campo» (Jaca Book).

Professore, come vive questa Pasqua di guerra?

«Siamo di fronte a un evento drammatico che, al pari dell’11 settembre 2001, cambia la scena del mondo».

Paragone forte.

«La storia è segnata dalla lunga durata, come dicono i francesi, e da avvenimenti spartiacque che hanno un prima e un dopo. Stiamo entrando in una fase nuova e inaspettata, nella quale affonda il mito della globalizzazione che aveva già subito grossi colpi con la caduta delle Torri gemelle».

Finisce il Nuovo ordine mondiale nato nel 1989?

«Dal mondo multipolare si torna a un mondo bipolare. Da un lato, gli Stati Uniti attraverso la Nato, stanno svuotando l’autonomia europea, dall’altro, la Russia, comunque finirà la guerra, si accoderà sempre più alla Cina. Nel nuovo mondo si fronteggeranno America e Cina. La povera Ucraina è il terreno di scontro di questi nuovi equilibri».

Il cardine teorico dell’Occidente è sempre la vecchia ambizione di esportare la democrazia?

«È chiaro che la responsabilità di aver scatenato una guerra ingiustificabile ricade tutta su Vladimir Putin che ha le mani insanguinate per le tante morti provocate. Questo va sottolineato con chiarezza. Detto ciò, ci troviamo di fronte al tipico schema manicheo che rende quasi irrisolvibile il conflitto. Da una parte Putin vuole restaurare la Grande Russia contro l’Occidente, terra della decadenza. Dall’altra si ripropone il modello teocon, aggiornato in chiave democratica, dell’Occidente paladino della libertà in contrasto con le autocrazie».

Abbiamo parlato di Pasqua di guerra, sarebbe più corretto dire in guerra?

«È una Pasqua di guerra, ma non certo “una Pasqua di giusta guerra” come ha affermato Giuliano Ferrara sul Foglio. L’Occidente ha fatto bene a sanzionare Putin e a sostenere sul piano militare la resistenza all’invasore. Non può, però, limitarsi a questo. Deve premere, al contempo, per trovare una possibile intesa che metta fine al conflitto».

Invece?

«Quando sentiamo dire che l’Ucraina potrebbe vincere o quando sentiamo parlare di assalti in territorio russo delle forze ucraine, significa che non siamo più di fronte a una mera guerra di resistenza, ma a un conflitto di lunga durata. Quando sentiamo il presidente americano Joe Biden, sostenuto da un esagitato Boris Johnson, parlare di sanzioni e armi senza accennare a soluzioni di pace non possiamo che preoccuparci. La domanda che dobbiamo porci è: l’Occidente ha una strategia di pace?».

Biden vuole destituire Putin.

«Credo che il suo obiettivo sia mettere all’angolo la Russia, non semplicemente di sostituire Putin».

Fosse semplice…

«Vuole arrivare allo scacco militare in modo che il problema russo venga per un certo tempo accantonato. Perciò mi chiedo: Biden ha intenzione di arrivare alla pace o no? L’Occidente ha una strategia di pace o ha delegato la mediazione alla Turchia e a Israele? Tra Russia e Ucraina medierà la Cina che non ne ha voglia, l’Onu che risulta impotente, l’Europa che balbetta? Se ci si limita a inviare armi e a inasprire le sanzioni la guerra finirà per desertificare l’Ucraina. Qualcuno si preoccupa degli ucraini oltre al Papa?».

La cui richiesta di una tregua durante la Settimana santa è stata ignorata.

«In questo contesto il Papa è il fattore di contraddizione. È l’inascoltato per eccellenza perché rappresenta un giudizio realistico, il pericolo della terza guerra mondiale, che nessuna delle parti vuole sentire. Non Putin che vuole tornare a casa con il suo bottino, non Zelensky che vorrebbe addirittura il coinvolgimento della Nato».

Francesco è solo?

«La solitudine del Papa risalta maggiormente davanti ai silenzi dei leader politici dopo l’invito alla tregua pasquale. Nessuna voce si è levata dall’Onu o dall’Europa o dal presidente cattolico Biden a sostenere quella proposta».

Per farsi ascoltare Francesco ha alzato i toni parlando di «sacrilegio», di «pazzia» del riarmo, di «oltraggio a Dio», di «tradimento blasfemo del Signore della Pasqua» e «idolatria del potere».

«Il Papa è angosciato da questa guerra perché la vede come la fine del progetto di pace per cui ha lavorato in questi anni. È la sconfessione della Fratelli tutti che presupponeva un mondo multipolare e la coesistenza tra le potenze. Il ritorno allo schema bipolare manicheo passa da una guerra senza prigionieri. Il timore di Bergoglio è che la “terza guerra mondiale a pezzetti” diventi reale a tutti gli effetti».

Diventi un pezzo unico?

«Una guerra globale. In questi giorni abbiamo sentito analisti e politici accennare alla possibilità di un conflitto nucleare. Questo dice la follia alla quale siamo arrivati. Sembra di essere tornati alla crisi di Cuba».

John Kennedy si comportò in modo diverso da Biden.

«Concesse la smobilitazione dei missili dislocati in Turchia. Un compromesso che convinse Nikita Krusciov a togliere i missili a Cuba. Oggi la parola compromesso è bandita dal vocabolario».

Come mai Francesco è inascoltato anche da quei media che solitamente lo elogiano?

«Questo non mi sorprende perché il Papa è apprezzato ora da destra ora da sinistra a seconda di come le sue parole possono essere utilizzate».

Ieri si è celebrata la Via crucis al Colosseo: come valuta il fatto che l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede e il vescovo di Kiev hanno deplorato la scelta di Francesco di affiancare una donna russa e una ucraina?

«La reazione ucraina a questa unione fraterna tra le due donne sotto la croce di Gesù, fa capire che non si vuole la pace, ma lo scontro fino all’ultimo sangue. La presa di posizione dell’ambasciatore rappresenta una grave ingerenza. Ancora più grave è l’intervento del vescovo perché animato da nazionalismo politico-religioso, vera piaga dell’Est cattolico e ortodosso».

In Ucraina e in Russia, come mostra la benedizione della guerra del primate ortodosso Kirill, il nazionalismo prevale sull’appartenenza alla Chiesa?

«Questo è ovviamente molto grave e rende ancora più coraggioso l’impegno ecumenico di papa Francesco. Il cesaropapismo rende la Chiesa di Kirill organica al progetto della Grande Russia perseguito da Putin. Usare il nome di Dio per legittimare le guerre sembra un’idea condivisa anche dal vescovo cattolico di Kiev».

Francesco è solo quanto lo fu Giovanni Paolo II ai tempi della guerra in Iraq?

«Forse anche di più. Osannato come il protagonista che aveva permesso la caduta del comunismo, quando nel 2003 prese posizione contro la guerra di George W. Bush, Giovanni Paolo II fu osteggiato dai media e criticato dai teocon cattolici che invitavano a schierarsi con l’America contro il Papa. Allora però la sinistra e il mondo cattolico seppero organizzare un movimento pacifista oggi latitante».

Qual è la causa di questa assenza?

«In Italia e in Germania oggi i partiti sono molto preoccupati di allinearsi alla politica americana. Il fatto che alla Casa Bianca sieda un democratico rende questo allineamento ancora più sensibile. Con Donald Trump la sinistra italiana si sarebbe sentita più libera di articolare una riflessione critica. Detto questo, non è vero che il Papa è completamente solo».

Cosa glielo fa dire?

«Se guardiamo i sondaggi ci accorgiamo che più di metà della popolazione, in Italia e in Europa, è favorevole a un processo di pace e non vuole il coinvolgimento della Nato. La maggior parte dell’opinione pubblica è con il Papa. Invece l’establishment non è con lui».

Il Pd è diventato improvvisamente il partito della guerra?

«Non sono stupito data la leggerezza dei partiti attuali che fiutano il vento proveniente da Washington. Vedo che la Lega è più dubbiosa. Ma mi chiedo se Salvini si sarebbe smarcato o allineato nel caso in cui Trump avesse attuato una politica bellica. Dobbiamo chiederci qual è la vera autonomia dell’Europa».

È significativo che i consensi al Papa arrivino da figure della sinistra-sinistra come Luciana Castellina o Michele Santoro?

«Certo. La sinistra nel 2003 appoggiò Woytjla che pure aveva favorito la fine del comunismo e questo perché aveva la pace nel suo Dna. Negli anni successivi si è compreso che aveva ragione perché la guerra in Iraq si è rivelata un disastro immane. La sinistra-sinistra conserva la memoria dell’Europa uscita da due guerre mondiali, conosce il valore dell’Onu e, dopo aver preso atto della caduta del comunismo, ha sperato nella distensione tra Russia, Europa e Stati Uniti».

Nei media d’ispirazione cattolica si è ritrovata una certa unità su questi temi.

«Avvenire di Marco Tarquinio, Civiltà cattolica con il direttore padre Antonio Spadaro e L’Osservatore romano di Andrea Monda stanno facendo un ottimo lavoro di documentazione e riflessione. Purtroppo in questi momenti emerge il fatto che il mondo cattolico non ha quella forza mediatica necessaria per far sentire una voce fuori dal coro. La voce dei cattolici non ha spazio nelle grandi testate nazionali».

Cosa pensa dei cattolici che militano nel Pd?

«Immagino che vivano qualche disagio. Come la sinistra-sinistra così anche i cattolici nel Pd non sono rappresentati, come voleva il progetto originario di Romano Prodi. Questo disagio, già visto sulla legge Zan, riemerge con l’allineamento eccessivo alle volontà americane».

Il responsabile della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi è uno dei garanti del Pd per le Agorà.

«In alcuni articoli sul Domani uno degli esponenti più significativi di Sant’Egidio, Mario Giro, ha espresso posizioni guidate da grande realismo, in profonda sintonia con il pensiero del Papa».

In conclusione, esiste una terza via sulla guerra in Ucraina?

«La terza via è quella che si muove tra il pacifismo integrale, che però non ha storia, e il bellicismo ad oltranza che non si cura della sorte del popolo e della nazione ucraina. Quest’ultima posizione è quella che oggi prevale, ad Est e ad Ovest. Il Papa è la voce della mediazione. Occorre una potenza della mediazione che lo sostenga. L’Onu e l’Europa devono ritrovare la voce, devono frenare Putin limitando il suo appetito, cinico e sanguinoso, e portare anche l’Ucraina al tavolo delle trattative. Al contrario assistiamo a una resa dei conti planetaria in cui la povera Ucraina è vittima sacrificale».

 

La Verità, 16 aprile 2022

«Pd indifferente ai poveri, meglio la destra»

Buongiorno Michele Santoro: le stanno facendo pagare di aver detto che la guerra è un nemico più mostruoso di Vladimir Putin?

«Mi sembra evidente che il nemico più grande sia la guerra. Una guerra che potrebbe essere nucleare e mettere in discussione l’esistenza della nostra specie».

Le fanno pagare di non demonizzare abbastanza Putin?

«Pago già un’emarginazione che non è cominciata con questa guerra. Mi sono battuto contro l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi, ho raccolto voti per chi si dichiarava diverso da lui. Ma che alla prova dei fatti non lo è affatto».

Questa guerra finirà solo con la destituzione di Putin?

«Siamo di fronte al congelamento delle posizioni. L’ipotesi più sciagurata per l’Europa è l’allungarsi del conflitto. Ai morti e ai massacri si aggiungerà la situazione tragica dei profughi e di tutti coloro che già stanno sopportando le conseguenze della pandemia. Il numero dei poveri aumenterà enormemente».

Il vicesegretario della Nato Mircea Geoana ha teorizzato che più si arma l’Ucraina prima finisce la guerra.

«La traduzione pratica di questo linguaggio è il ricorso a sistemi sofisticati di contraerea e all’uso di missili a medio raggio. Quale sarebbe la risposta di Putin? Armi nucleari tattiche? Nessuno ricorda come iniziano le guerre che finiscono male».

Per esempio?

«Il bombardamento dell’Afghanistan giustificato dalla mancata consegna di Bin Laden, ucciso anni dopo in Pakistan. La guerra è continuata per altri undici anni e si è conclusa con una rovinosa ritirata. Oppure l’invasione dell’Iraq giustificata dalla presenza delle inesistenti armi chimiche che ha portato all’Isis e a milioni di morti».

Questi fatti giustificano l’azione di Putin?

«Ne creano le premesse. Putin chiede: perché gli americani possono perseguire unilateralmente i propri interessi strategici e io non posso perseguire quelli russi? La Nato non c’entra? Ma se i militari ucraini vengono addestrati in America vuol dire che l’Ucraina già si comporta come un paese della Nato».

Ha torto Biden quando dice che siccome Putin non vuole trattare, l’unica possibilità per riportare la pace è schiacciarlo militarmente?

«I fatti lo smentiscono. Le rivelazioni del Wall Street Journal sul tentativo del cancelliere tedesco Olaf Scholz dimostrano che chi non ha voluto trattare è Volodymyr Zelensky».

L’Europa e l’Italia hanno interesse a seguire l’America in questa strategia?

«Secondo me non ha interesse nemmeno l’America. È una strategia che si è dimostrata fallimentare in Iraq Afghanistan, Libia. Oggi Biden vuole creare un muro tra Europa e Russia. Ma questo spinge Putin in braccio alla Cina, creando un blocco asiatico in grado d’influire in maniera decisiva sul dollaro».

E l’Europa e l’Italia?

«L’economia europea sarà la più penalizzata. Quanti profughi e disoccupati avremo? Per me è grave che la destra appaia più sensibile alle condizioni degli strati disagiati. Cosa ci dice il voto in Ungheria e in Serbia? Non vince l’indignazione nei confronti di Putin. Perché Marine Le Pen recupera su Macron. Questi politici non sono certo nelle mie simpatie, ma si mostrano più preoccupati per le sorti dei più deboli. In Italia il Pd è totalmente indifferente alle conseguenze della guerra sui ceti più poveri. Mentre devo sentire Giorgia Meloni dire una cosa ovvia: chiudere il gas per noi è un suicidio».

Perché Mario Draghi è il più zelante nel seguire Biden?

«Temo che la mancata elezione al Quirinale l’abbia trasformato in un’anatra zoppa. Lo stesso governo è un’anatra zoppa. Prima non si poteva aprire una crisi per la pandemia ora per la guerra. Il governo sopravvive e basta. Draghi è l’alfiere della linea dell’<intervento armato umanitario>. Zero iniziativa».

Cosa pensa dell’alternativa pace o aria condizionata?

«La guerra la stanno facendo con i missili non con i condizionatori».

Forse ritiene risolutive le sanzioni.

«Allora perché ha approvato l’invio di armi, decisione che, per conto mio, offende la Costituzione. Dovremmo inviare armi a tutti i popoli aggrediti, come fa intendere Giuliano Amato?».

Il fatto che tutti i sondaggi diano una maggioranza contraria all’aumento delle spese militari avrebbe meritato più attenzione?

«Da 15 anni non abbiamo un governo espressione del voto popolare e meno della metà degli aventi diritto va alle urne. Questa democrazia che difendiamo anche con le armi non mi pare scoppi di salute».

Perché Letta e Draghi sembrano gareggiare in allineamento alle volontà americane? C’è qualche poltrona da conquistare?

«Credo che non riescano a concepire un pensiero diverso. Per Letta è più grave perché è un leader di un partito».

Il Pd ha il pensiero dei Dem americani.

«Biden e Letta si assomigliano, ma nel Pd non ci sono Ocasio-Cortez o Bernie Sanders».

I massacri di Bucha sono il punto di svolta della guerra: prima si parlava di negoziato ora c’è spazio solo per le armi?

«Quella strage, sulla quale restano molti dubbi, porta a concludere che con Putin che fa queste cose non si può trattare. Gli stupri, il missile per i bambini. Tutto viene narrato per arrivare a questa conclusione».

Non l’hanno convinta le intercettazioni dei servizi segreti tedeschi che svelano i dialoghi tra i militari russi che giustiziano i civili?

«Le intercettazioni e i morti sono veri. Metto in discussione la connessione tra gli elementi, trasformati in una comunicazione organica per trasformare tutto in uno scontro tra cattivissimi e buonissimi».

Per esempio?

«Chiamare fossa comune quella buca con i cadaveri davanti alla chiesa. Le fosse comuni servono ad occultare cadaveri giustiziati, non adagiati in attesa di essere sepolti. Si mostrano i corpi sulla strada, ma non si capisce quando e dove siano stati giustiziati. Poi si mostra una camera di tortura… Il video dell’ingresso a Bucha della milizia ucraina non mostra né la fossa comune né i morti per strada. Siccome i morti dovevano essere per forza visibili, qualcuno dovrebbe spiegare perché non sono stati mostrati subito».

Il sindaco di Bucha a Piazzapulita ha detto che i cadaveri erano in un’altra zona.

«Nel filmato con la milizia ucraina si vedono levarsi i droni. E i droni li avrebbero visti. E secondo me li hanno visti, ma hanno preferito tenerli al riparo per confezionare adeguatamente il racconto. Detto questo, i morti sono veri. C’è un altro fatto».

Cioè?

«Esiste una guerra civile tra russofili e ucraini. Una guerra combattuta non dagli eserciti regolari, ma da civili e bande avvezze a rappresaglie, torture, vendette di tutti i tipi, com’è sempre nelle guerre civili».

Questa è una guerra dominata dalla propaganda?

«Sicuramente. II linguaggio degli ucraini è molto efficace per gli occidentali, meno per la Cina o l’India. Come per l’esercito, i consulenti americani funzionano bene anche per la comunicazione».

Stiamo camminando su un piano inclinato? Come spiega la voglia di guerra dei nostri media?

«Il conformismo si era già steso ovunque con la pandemia. Perciò i nostri media erano già pronti… Se si deve arrivare a Mosca è necessaria un’escalation della comunicazione».

Ora si calcano i toni apocalittici e si parla di genocidio, forni crematori, stupri di bambini…

«Si usano termini che possono tradurre l’equazione tra Putin e Hitler, sovrapporre le due immagini. Ma mentre Hitler aveva la volontà di annientare gli ebrei, non credo che Putin voglia sterminare gli ucraini».

Letta ha risposto al suo invito di pronunciarsi per il diritto di Alessandro Orsini a partecipare ai programmi Rai?

«No».

Il professor Orsini a Cartabianca censurato da Andrea Romano e Valeria Fedeli, l’eurodeputata Francesca Donato zittita da Paola Picierno: oltre che della guerra il Pd è diventato il partito dell’intolleranza?

«Il Pd per nascondere il vuoto politico in cui si trova si rifugia nell’indignazione facile. Ma dimentica i 20 milioni di russi morti per combattere Hitler».

L’unica voce che prova ad affermare una visione diversa è papa Francesco?

«Mi ha colpito che a Fabio Fazio che gli chiedeva delle conseguenze della guerra sui bambini il Papa ha risposto che più che dei bambini dobbiamo parlare della guerra. Certo, muoiono i bambini, muoiono i civili. Non trascuriamo la sofferenza enorme di vedere questi morti. Però può essere fuorviante parlare dei bambini e delle morti piuttosto che del sacrilegio della guerra. Appena si palesa la possibilità di un accordo si torna a parlare delle atrocità dei bambini e non di come fermare la guerra».

Francesco ha detto che prevale lo schema della guerra sullo schema della pace.

«Bisogna che l’Unione europea si comporti diversamente dagli Stati Uniti e costringa Biden a cercare l’accordo. Perché fin quando non lo cercherà Biden la guerra continuerà».

Un’altra accusa è ai neutralisti. Come sostituire alla prospettiva Zelensky o Putin quella guerra o pace?

«Innanzitutto, non sono neutrale. Condanno l’invasione di Putin di uno stato sovrano. Sto decisamente dalla parte dell’Ucraina. Quelli che s’indignano nei dibattiti ci facciano capire quale obiettivo perseguono. Vogliono arrivare a Mosca e rendere la Russia un Paese simile all’Italia? Non avvertono il peso dei morti, non vogliono la fine del massacro? Vogliono che si concluda con un <lieto fine democratico>. Fra quanti mesi, quanti anni, quanti morti?».

Siamo sempre all’esportazione della democrazia?

«Se la esportiamo con la forza dell’esempio mi va benissimo. Se la vogliamo imporre con le bombe o con una possibile distruzione del mondo, mi va meno bene».

In questa situazione la priorità della pace rischia di aggiornare uno slogan storico: meglio russi che morti?

«L’idea che Putin possa invadere la Polonia è una favoletta buona per giustificare l’equazione con Hitler. I cosacchi non si abbevereranno alla fontana di San Pietro; ma se fosse possibile vorrei evitarmi anche le distruzioni e le radiazioni nucleari». 

 

 La Verità, 9 aprile 2022

«Spero che l’azione del Papa riapra il dialogo»

Paolo Pezzi è l’arcivescovo di Mosca. Nato nel 1960 a Russi (Ravenna), nel 1980, durante il servizio di leva alcuni commilitoni gli fanno conoscere Comunione e Liberazione. Dieci anni dopo diventa sacerdote ed entra nella Fraternità di San Carlo Borromeo, fondata da don Massimo Camisasca. Dal 1993 è a Novosibirsk, in Siberia. Torna in Italia nel 1998, ma 5 anni dopo è di nuovo in Russia. Nel 2007 Benedetto XVI lo nomina arcivescovo di Mosca: 2,7 milioni di chilometri quadrati, 56 milioni di abitanti, 180.000 cattolici battezzati. I suoi autori prediletti sono Luigi Giussani, Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger, Charles Péguy e Paul Claudel, oltre ai maggiori scrittori russi. In La piccola chiesa nella grande Russia, appena pubblicato (con Riccardo Maccioni) da Ares, fra cento aneddoti e riflessioni racconta l’incontro con una babushka in Siberia alla quale avevano ucciso davanti agli occhi i due figli: «Che cosa penso di Stalin?», rispose l’anziana donna a precisa domanda. «Guardi che io l’ho perdonato tanti anni fa, perché se non si perdona non si vive più. E io come avrei potuto continuare a vivere, dopo aver visto uccidere due figli?». «Ricordo che mi misi a piangere e me ne andai zitto zitto con la coda tra le gambe», annota Pezzi.

Eccellenza, da un mese e mezzo il Paese dove esercita il suo servizio pastorale è entrato in guerra. Qual è stato il suo primo pensiero quando ha saputo dell’iniziativa del presidente russo Vladimir Putin?
«Un pensiero di stupore, non pensavo si arrivasse a questo. Poi immediatamente dolore e anche angoscia per la gente, per chi inevitabilmente avrebbe sofferto senza saperne il perché, e senza avere voluto questo. Solo dopo un po’, lo confesso, mi sono ripreso, andando a pregare in cappella».
Dal suo osservatorio privilegiato per i rapporti che ha avuto con le rappresentanze del Cremlino aveva mai temuto che potesse prodursi una situazione del genere?
«Sinceramente mai».
Aveva colto dei segnali preoccupanti di qualche natura?
«Segnali sì, ma non che si sarebbe arrivati a tanto».
Ho letto nel libro La piccola Chiesa nella grande Russia che il capo di gabinetto dell’amministrazione del presidente russo è un lettore delle encicliche di papa Francesco. Che rapporto c’è tra i rappresentanti del Cremlino e il magistero della Santa Sede?
«Non il capo di gabinetto, ma un responsabile dei rapporti con le religioni presso l’Amministrazione del Presidente. Certamente sapevo che sono molto informati, ma mi stupì che avesse già studiato un testo come la Laudato si’ e per di più non ancora pubblicato in russo. Come lui stesso mi disse in Amministrazione sono molto attenti al magistero del Papa, soprattutto per quel che riguarda le encicliche “sociali”, diciamo».
Pochi giorni fa papa Francesco ha pronunciato l’atto di consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore immacolato di Maria. Com’è stata vissuta dai fedeli di Mosca questa consacrazione?
«In modo molto toccante e molto forte. La cattedrale era piena, e quando ho chiesto ai sacerdoti presenti di essere disponibili alle confessioni durante la liturgia penitenziale voluta dal Papa, mi ha stupito vedere la fila incessante dei fedeli. Anch’io ho confessato quasi un’ora».
Dopo questa iniziativa di Francesco riveste particolare responsabilità il fatto che la cattedrale dove presiede le celebrazioni sia intitolata all’Immacolata concezione di Maria?
«No, direi piuttosto che è un passo nel cammino che facciamo. Dieci anni fa, ad esempio, ci fu la consacrazione della arcidiocesi all’Immacolata, e due anni fa abbiamo avuto un pellegrinaggio dell’icona della Madonna di Fatima per le parrocchie e le famiglie della arcidiocesi con l’intento di suscitare un maggior interesse alla Parola di Dio. Il pellegrinaggio è stato infatti accompagnato da preghiere e litanie alla Mater Verbi, alla Madre del Verbo».
In questo periodo ha notato un fervore diverso nel popolo dei fedeli?
«Sì, alla celebrazione penitenziale cui è seguita la consacrazione al Cuore immacolato di Maria, ho notato partecipazione, desiderio di perdono, e riscoperta di condivisione di carità. Dopo la pandemia di Covid ho invece notato un gran desiderio di tornare a guardarsi in faccia, di avere relazioni in presenza. Mi ha molto colpito che molti fedeli siano tornati alla Chiesa proprio per aver sperimentato questa solitudine, e quindi questo bisogno direi fisico di sentirsi vicini. Con tutto l’aiuto che ci ha indubbiamente dato, le celebrazioni e gli incontri a distanza non sono fatti per l’uomo. L’uomo ha bisogno di comunione».
Qual è la sua prima preoccupazione nel rincuorarli? 

«Richiamare alla conversione dei nostri cuori».
E nel parlare del popolo ucraino?
«Di solito non ne parlo, non amo le generalizzazioni. Parlo dei e ai miei fedeli concreti che hanno radici ucraine; cerco soprattutto di condividerne il dolore: molti di loro hanno parenti e amici in Ucraina. Ho notato che la condivisione reale è una “parola” molto più efficace».
Che rapporti intrattiene con la Chiesa ortodossa?
«Rapporti di conoscenza reciproca, di amicizia, e, talvolta, di collaborazione su questioni puntuali. Ho rapporti con il Patriarca due o tre volte all’anno soprattutto in occasione della liturgia ortodossa del Natale e della Pasqua. Con diversi vescovi e sacerdoti. Tra i laici ho soprattutto rapporti culturali o di attività caritative».
Concorda con chi dice che questa è anche una guerra tra confessioni cristiane?
«No, non concordo. Se dei cristiani si fanno la guerra, come è già avvenuto in passato, è perché hanno dimenticato di essere cristiani. Più spesso invece finiscono per essere usati da chi ha altri scopi».
O tra diverse giurisdizioni ortodosse?     

«Tanto meno».
L’omelia pronunciata qualche giorno fa dal primate ortodosso Kirill, considerato vicino a Putin, ha fatto pensare che il conflitto iniziato in Ucraina contempli anche un attacco all’Occidente e alle sue libertà considerate eccessive e dannose. Qual è la sua valutazione in proposito?
«Penso che i responsabili delle diverse comunità cristiane non dovrebbero mettersi su un piano di difesa da un attacco di questa o quella parte del mondo. Personalmente non considero la secolarizzazione come un male da superare, ma come una circostanza, magari difficile, una prova, in cui mostrare la testimonianza cristiana, l’annuncio cristiano».
Papa Francesco ha ripetuto parole di condanna per la guerra in atto, definendola ripugnante, vergognosa, scandalosa. Ha detto che i potenti decidono e i poveri muoiono. Che eco hanno nella sua diocesi queste parole?
«Un’eco molto forte. Per questo ripeto ai miei fedeli ciò che disse, mi pare, una volta Giovanni Paolo II: “Quando i potenti di questa terra si incontrano – o si scontrano, aggiungo io – allora la Chiesa prega”».
Qual è il primo pensiero al mattino quando apre gli occhi?
«Quando non sono troppo sfinito, il primo pensiero è di gratitudine perché Cristo c’è, e io ci sono, e quindi posso offrire la mia giornata a Lui. A volte questa coscienza è immediata, a volte occorre attendere la preghiera dell’Angelus, o il primo “veni Sancte Spiritus, veni per Mariam”. Spesso accade con grande commozione quando mi metto di fronte al Santissimo, cosa che avviene di solito all’inizio del mattino. A volte mi aiuta un buon caffè».
Cosa c’è nelle sue preghiere?
«Innanzitutto la domanda della mia conversione, poi la domanda della conversione dei cuori a Cristo. Nelle mie preghiere c’è poi tanto dolore e tanta paura che vivono i miei fedeli, e di cui mi faccio carico. C’è il desiderio di condividere, di accompagnare, più che di risolvere, magari magicamente, delle situazioni».
I cristiani come possono collaborare al superamento di questa crisi?
«Il contributo originale dei cristiani è essere una presenza costruttiva di rapporti nella società, essere portatori di speranza, essere come fiammelle nel buio. Una fiammella per quanto piccola accende tutta la notte in cui ci troviamo».
Come considerare i tentativi in atto di organizzare un incontro tra papa Francesco e il patriarca ortodosso Kirill? Potrebbe essere più significativo per la ricerca del dialogo e della pace un viaggio del Papa a Kiev?
«Penso che i tentativi di papa Francesco vadano letti nella prospettiva che egli mi sembra mostrare in occasione di tutti i conflitti: il Papa, se volete è disponibile. In questo senso parlerei piuttosto di dialogo tra le parti che non di mediazione, ma sono miei pensieri. Un viaggio a Kiev per me è paragonabile al viaggio fatto in Repubblica Centroafricana, se non sbaglio. Bisognerà vedere se ci sono le condizioni per un viaggio del genere oggi a Kiev».
Quanta speranza possiamo attribuire a questo incontro?
«La speranza, soprattutto in certi momenti della storia, può poggiare solo in Dio. Un incontro porterà frutto solo a partire da questa speranza».
Per finire, dalla cattedrale metropolitana dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria quale messaggio vuole diffondere?
«Il messaggio che diffondo dal 24 febbraio è di rischiare sul perdono, cioè sulla possibilità di guardare l’altro non come un potenziale nemico, ma come amico. Per me la Madonna, <di speranza fontana vivace> come la chiama Dante, mettendo in bocca a san Bernardo quel bellissimo inno nel Paradiso, è il sostegno a guardare i miei fratelli uomini con questo sguardo. In queste settimane mi ripeto spesso e ripeto spesso quanto disse papa Francesco durante il suo viaggio in Iraq: “Da dove può cominciare il cammino della pace? Dalla rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia. Mentre alcuni cercano di avere nemici più che di essere amici, mentre tanti cercano il proprio utile a discapito di altri, chi guarda le stelle delle promesse, chi segue le vie di Dio non può essere contro qualcuno, ma per tutti. Non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione, non può atteggiarsi in modo aggressivo”».

 

La Verità, 6 aprile 2022