«Sono complesso: sì al ddl Zan, no all’aborto»

Alfonso Signorini è uomo di chiaroscuri e contraddizioni. Sono la sua ricchezza, la sua poliedricità. Direttore del settimanale Chi, conduttore del Grande Fratello Vip, regista di opere di grandi compositori. Nel salone dell’attico a San Felice (Milano) a un passo dalla Mondadori, campeggia un pianoforte a coda. Per esercitarsi ogni giorno ne avrà uno, più piccolo, anche nel camerino di Cinecittà, dove lunedì debutterà il reality di Canale 5. Al piano inferiore, invece, c’è la palestra: «Faccio pesi e corsa, ho bisogno dei miei spazi… Finita la puntata del giovedì, riparto subito per arrivare qui all’alba e godermi il fine settimana». Quest’anno Signorini festeggia vent’anni di carriera televisiva.

Perché consiglia di guardare la settima edizione del Grande Fratello Vip?

«Per staccare la spina. Ci aspetta un autunno con tanti punti di domanda, i rincari delle bollette, la necessità di essere parsimoniosi. E le spade del Covid e della guerra che ancora pendono sulle nostre teste. Il Grande Fratello è tv di svago e intrattenimento, sebbene l’intrattenimento fine a sé stesso alla lunga mi annoi».

In che senso?

«Mi piace di più raccontare le persone. Il pubblico può affezionarsi e immedesimarsi nelle loro storie, nei loro sentimenti. Con Mediaset play i concorrenti entrano nella quotidianità dei telespettatori, la loro vita è la tua vita».

Che cos’ha di diverso questa stagione dalle precedenti?

«Quando Pier Silvio Berlusconi mi propose di condurlo accettai con entusiasmo a patto di poterlo fare a modo mio. Ho tolto i giochi e puntato sull’emotainment. Quest’anno nel cast ci saranno meno nomi da locandina come Katia Ricciarelli, Rita Rusic, Michele Cucuzza o Barbara Alberti. Ad arrivare in fondo sono quasi sempre concorrenti giovani come Tommaso Zorzi o le sorelle Selassié, persone che il grande pubblico non conosce, ma che poco alla volta diventano centrali».

Però non è riuscito a mantenere segreto il cast.

«I nomi ufficiali sono tre su 24. Giovanni Ciacci, Pamela Prati e Wilma Goich, persone molto diverse tra loro. Il resto sono chiacchiere del Web».

Secondo queste chiacchiere, quest’anno la categoria inedita sarebbe rappresentata dalla transgender Elenoire Ferruzzi: c’è qualcosa di più mainstream del gender?

«È vero, è un tema caldo. Ma essendo stato a lungo compresso ora vuole conquistare la ribalta. È uno schiaffo alla comunicazione come lo è stato l’anno scorso parlare di disabilità con Manuel Bortuzzo in un format d’intrattenimento».

Ciacci e la Ferruzzi o chi per lei al Gieffe, Cristiano Malgioglio su Rai 3, Alex di Giorgio che su Rai 1 danzerà con un partner gay, le drag queen su Rai 2: non c’è una sovraesposizione dei gay in tv?

«È un’osservazione giusta se guardiamo al numero. Ma è una lettura che diamo noi che siamo legati alle categorie e agli orientamenti sessuali. Non certo i ragazzi che hanno una mentalità più fluida e aperta. Dopo decenni, anzi, secoli di oscurantismo, ben venga la sovraesposizione. E poi bisogna vedere come si raccontano queste storie».

Non le piacciono i gay rappresentati come macchiette, ma difende i Gay pride che ne sono l’esasperazione carnevalesca.

«Anche se non salirei mai su un carro perché è una manifestazione lontanissima da me, tuttavia la difendo perché difendo la libertà di espressione di chi lo fa. Lo stesso Malgioglio è lontano da me per come si pone, però difendo la sua libertà di essere in tv».

Non ama il macchiettismo omosex, ma invita una drag queen.

«So di apparire contraddittorio, ma voglio mostrare cosa c’è sotto la maschera. Le racconto un aneddoto…».

Prego.

«Premetto che non faccio paragoni con i transgender, quando frequentavo il liceo, tornando a casa attraversavo un tratto di strada dove sostavano le prostitute. Mia madre mi metteva in guardia dal fermarmi. Invece io ne ero affascinato e diventai amico di un paio di loro. Mi raccontavano le loro storie, spesso tra le lacrime, con il trucco che colava sul viso. Ho ancora in mente quei volti imbrattati… Ora voglio raccontare la destrutturazione della maschera».

È favorevole al ddl Zan, giornata sulla teoria gender nelle scuole compresa?

«Sì, sempre per riscattare il silenzio che c’è stato finora. Ed essendo convinto che, in realtà, non ce ne sia bisogno perché i ragazzi sono già informati e quindi si sfonda una porta aperta».

Invece, è sempre contrario all’aborto?

«Escludendo le spinose questioni dell’aborto terapeutico e dei soprusi sessuali, difenderò sempre la vita e mi scaglierò sempre contro la superficialità con cui a volte si decide d’interrompere una gravidanza».

Gli omosessuali la adorano e le femministe la odiano?

«Quando si prendono delle posizioni non si può sempre essere amati da tutti».

Lei non fa vita mondana, ma i suoi programmi e il suo giornale alimentano la mitologia vippaiola: c’è una contraddizione o mi sfugge qualcosa?

«C’è una profonda contraddizione, alimento quel mondo dal quale prendo quotidianamente le distanze. Ma mi diverte e credo di avere una lucidità che può venire solo dalla non frequentazione».

La prende di più il debutto del Grande Fratello o della Cavalleria rusticana di cui ha curato la regia?

«Sono due esperienze diverse, entrambe molto emozionanti. L’opera richiede un lavoro di preparazione così certosino che ti sembra di costruire una cattedrale. Per il Grande Fratello l’impegno è doppio perché nella scelta del cast, se sbagli non dirò uno ma due elementi sbagli il programma, poi c’è il working progress. In entrambi i casi vorrei evitare la vigilia, saltando alla prima in teatro e alla diretta in tv. Comunque, non sento lo stress forse perché sono incosciente».

Come riesce a dirigere giornali, condurre programmi, fare regie di opere?

«Non sono cose diverse, la vita è fatta di tanti colori. Mi piace cantare Mille di Fedez con Orietta Berti e suonare al piano Canzone napoletana di Tchaikovsky. Sono goloso di tutto».

Il mondo della lirica è selettivo?

«Purtroppo trovo che lo sia sempre meno. I cantanti sono macchine costrette a correre sempre a tavoletta con le inevitabili conseguenze per la voce e il fisico. Se un interprete fa una bella Traviata in un teatro di provincia, l’anno dopo lo troviamo già alla Scala o al Metropolitan. È un mondo inquinato dagli agenti che fanno e disfano i cartelloni a loro piacimento. In confronto, Beppe Caschetto e Lucio Presta sono Alice nel paese delle meraviglie. Nella lirica ci sono lati oscuri su cui varrebbe la pena indagare: lo dico da giornalista, non da regista».

Come sono accolte dagli addetti ai lavori le sue regie?

«All’estero benissimo, in Italia meno. Qui siamo schiavi dei luoghi comuni: il direttore di Chi o il conduttore del Grande Fratello non può essere un buon regista. Nei teatri italiani si affidano opere a registi che non sanno leggere la musica, ma chissà perché sono considerati la quintessenza della cultura».

E magari cambiano i libretti.

«Quando alla prima della Scala vedo Lady Macbeth su un ascensore mi viene mal di stomaco. Pensando di lasciare il segno si stravolgono le opere. Io mi riconosco nella scuola di Franco Zeffirelli e di Giorgio Strehler che furono rivoluzionari nel rispetto della tradizione. La Cavalleria rusticana è di Mascagni, la Turandot è di Puccini, non di Signorini o del regista di turno».

Nel mondo della televisione ha amici?

«Pochissimi. Con Maria De Filippi ci confrontiamo costantemente. Io la ascolto e lei mi ascolta».

Ilary Blasi lo è?

«Non a questi livelli. È una collega che ho imparato a stimare nel tempo. Non ci frequentiamo oltre il lavoro, per andare in vacanza o a cena. In generale, non frequento gli ambienti della televisione».

Perché non le piace o perché è solitario?

«Sostanzialmente sono un solitario. Frequento pochi amici che non appartengono al giornalismo o al mondo dello spettacolo. Sono molto corporativo nell’amicizia, credo che sia l’espressione più nobile dell’amore. Siamo una specie di comune tipo Le fate ignoranti, poi ognuno ha la sua vita. Tengo molto a questi rapporti, sono geloso, non voglio interferenze».

Quando ha saputo della crisi tra Ilary e Francesco Totti?

«L’ho saputo da Dagospia. Roberto D’Agostino è un maestro in queste cose. Avendo lavorato con Ilary, mi è capitato di andare a cena con entrambi a fine serata. Avevo visto sempre grande complicità tra loro anche nell’accettare eventuali sbandate di entrambi. Quando è uscita la notizia, nella fase più delicata non ho mai preso in mano il telefono per sentire lui o lei perché la cosa m’imbarazzava. Mi spiace che due persone che si sono volute molto bene si lascino malissimo».

È combattuto quando deve pubblicare una notizia delicata riguardante una persona cara?

«Chi non lo sarebbe? Poi bisogna vedere perché la notizia è delicata. Se si tratta di un tradimento, pubblico anche se riguarda una persona cara. Dirigo Chi, non Famiglia cristiana. Ognuno è responsabile di ciò che fa. Quando ho pubblicato la foto di Totti che usciva dalla casa di Noemi Bocchi, lui mi ha detto, tramite un intermediario, “però ho dei figli”; io gli ho risposto: «ci dovevi pensare prima tu ai tuoi figli»».

Andrà a votare?

«No, non lo faccio da anni».

La politica le è mai interessata?

«Mai, sono i politici che s’interessano a me».

In che senso?

«I leader di partito vogliono apparire su Chi che qualche voto lo sposta e per questo accettano anche di posare. Giorgia Meloni ha fatto il servizio fotografico sopra i tetti di Roma, Giuseppe Conte si è fatto fotografare con un toro maremmano, poi Berlusconi, Salvini, Letta, a tutti lo stesso spazio».

Sono vent’anni che fa televisione: se dirigesse Canale 5 che programma affiderebbe ad Alfonso Signorini?

«A pensarci bene, preferirei dirigere Rete 4 perché lì sarebbe più possibile ritagliarmi lo spazio per un talk in seconda serata. Un programma con tutti i sapori dell’attualità, dallo spettacolo alla musica alla politica».

Un po’ come Kalispera!, il programma nel quale si riconosce di più?

«Più attaccato all’attualità, dalle corna tra Totti e Blasi alla campagna dei leader nella comunicazione fino alle mode lanciate dalle influencer. Sì, a Kalispera! sono molto affezionato perché ha precorso tanti generi, dai cooking show a certe cose viste in Casa Mika. Poi è il programma che con l’intervista a Ruby Rubacuori ha tuttora il record di ascolti della seconda serata di Canale 5, con picchi al 40% e 3,5 milioni di telespettatori».

A quello scoop concorsero tante componenti.

«Ovvio che sì. Fin troppe».

 

La Verità, 17 settembre 2022

«Con questa campagna elettorale, meglio ballare»

Cara Luisella Costamagna, ci presenta il suo curriculum da ballerina?
«Ho fatto danza classica da bambina, come tanti».
Tanti?
«A sei anni mi piaceva avere il tutù e le scarpette a punta. Non coltivavo particolari ambizioni. Adesso ballo quando mi capita».
Per esempio?
«In vacanza, a una festa, corsi veri non ne ho mai fatti. Appena un paio di lezioni di tango, qualcun’altra di danza afro, quando andava di moda».
In gioventù?
«Mi piacevano i musical, il tip tap, Ballando sotto la pioggia, Gene Kelly più di Fred Astaire. Anche Blues brothers».
Un ricordo di lei ballerina?
«Ero in vacanza con i miei genitori e il villaggio organizzò una serata di rock acrobatico, ma a me capitò un partner mingherlino. Così mi toccò fare l’uomo e reggere le sue capriole. Ridevano tutti».
Balere, sagre paesane, discoteche o night?
«Vivevo in un paesino della provincia torinese di 1.300 anime e al sabato sera o la domenica pomeriggio si andava in discoteca. Adesso, a una festa di amici o in un hotel se c’è musica mi viene spontaneo ballare».
È la prima volta che Milly Carlucci le chiede di partecipare a Ballando con le stelle su Rai 1?
«Me lo chiese già qualche anno fa, ma dissi di no perché i tempi non mi sembravano maturi».
Perché ora lo sono?
«Ci siamo risentite in primavera e considerando che il ballo mi diverte, non ho trovato un solo motivo per non partecipare. Peraltro, dopo Agorà, non avevo impegni…».
Suo marito cos’ha detto?
«All’inizio era perplesso, ma poi si è convinto».
Giornalista televisiva e della carta stampata, autrice di libri-inchiesta sul sesso visto dagli uomini, Luisella Costamagna si è affermata nei programmi di Michele Santoro a partire da Moby Dick su Italia 1, anno 1996. Dopo la collaborazione con Maurizio Costanzo, ha firmato come autrice Annozero e Servizio pubblico, sempre di Santoro, per poi approdare alla conduzione in proprio su Sky e La7, fino alle ultime due edizioni di Agorà su Rai 3. Mentre parliamo la si sente svapare.
Sta fumando?
«Sì, fumo le sigarette elettroniche, recuperare il fiato sarà faticoso. Due anni di Agorà fiaccano fisicamente, prima andavo a nuotare, ora ho smesso. Sono sempre stata sportiva, ho giocato a calcio da centravanti. Da diversi anni ho scoperto le immersioni e ho preso il brevetto».
Un maschiaccio.
«Avevo due fratelli maschi, ma ho sempre rivendicato la mia femminilità».
Parliamo di Ballando, cosa pensa delle polemiche per l’arruolamento di Enrico Montesano?
«Penso che abbia ragione Milly Carlucci, Montesano è un grande uomo di spettacolo. Non condivido una sola parola di quello che dice sul Covid, ma non se ne parlerà perché Ballando è un varietà e non un programma d’informazione».
Lorenzo Biagiarelli è fidanzato della giurata Selvaggia Lucarelli: conflitto d’interessi?
«Confesso la mia ignoranza sia su di lui che sulle polemiche collegate».
Alex Di Giorgio per la prima volta ballerà con un partner gay.
(Sospira) «E che problema c’è?».
Discorso lungo. L’Espresso ha scritto che, partecipando a Ballando, corrompe la missione del giornalismo duro e puro.
(Ride) «Ho scoperto di avere dei nuovi tutori. Se ballo, come se faccio le immersioni, sono meno credibile come giornalista? Penso che quelli che mi attaccano cerchino visibilità attraverso di me. L’Espresso ha scritto che sono “una giornalista di razza” che è stata “salutata con imbarazzante leggerezza” dopo due stagioni di Agorà. Mi domando perché non l’hanno scritto quando è successo e lo fanno solo adesso, attaccandomi in nome di una categoria che non difendo».
Il ballo corrompe il giornalismo?
«Appunto, no. Sono due mondi diversi. Faccio la giornalista da trent’anni, penso di aver già dimostrato se sono capace di farlo o no».
Non trova curioso che chi critica la sua partecipazione a Ballando difenda a spada tratta la premier finlandese?
«È un problema loro. Una donna premier è libera di ballare a una festa come io lo sono di partecipare a un talent in cui si balla».
Ma lei è in quota riciclati con Gabriel Garko, in quota giornalisti con Giampiero Mughini o nella rivincita delle bionde con Paola Barale e Marta Flavi?
«Nei cast di Ballando c’è sempre stata la quota giornalisti. È un programma nel quale si fa del ballo sportivo con dei maestri e mi fido della credibilità che Milly gli ha dato negli anni. Nel cast ci sono concorrenti noti e popolari come Iva Zanicchi e Gabriel Garko che è un attore, non un riciclato. Altri sono più smarcati come Ema Stokholma e Paola Barale. Quello che mi compete è come provare a fare bella figura».
E la rivincita delle bionde?
«Anche delle brune, degli uomini e delle donne… Il ballo è interprofessionale, intergenerazionale, internazionale…».
Adesso è chiaro perché, giubilata da Agorà, non ha posato da martire: aveva voglia di far tardi la sera per andare a ballare.
«Su Agorà non voglio fare polemica. Dopo due anni di sveglia alle 4 del mattino, di non vita, di 2 ore di diretta al giorno e risultati eccellenti, mi sarei aspettata qualcosa di più e di meglio di un gelido “si accomodi”. Non fare una terza stagione ci stava pure, ma il nulla mi è sembrato un po’ ingeneroso».
Non le hanno detto niente?
«Non mi hanno proposto un’alternativa. Sono in contatto con Antonio Di Bella, (nuovo responsabile del genere Approfondimenti ndr): fino a dicembre c’è Ballando, vediamo se poi maturerà qualcosa».
Come gliel’hanno spiegato?
«Mario Orfeo mi ha comunicato che non avrei più fatto Agorà poco prima di essere rimosso anche lui dalla direzione degli Approfondimenti. Che abbia fatto bene il mio lavoro è nei fatti».
Non sarà perché è considerata in quota 5 stelle?
«Sono in tv dal 1996, quando i 5 stelle nemmeno erano nell’anticamera del pensiero di Beppe Grillo. In quante quote dovrei essere stata da allora?».
Cartabianca Carlo Calenda l’ha accusata di essere aggressiva.
«Ho fatto solo delle domande. Visto che parlava dell’incoerenza di altri politici ho citato una sua frase in cui si esprimeva in termini non entusiastici su Matteo Renzi. Poi gli ho chiesto se Mario Draghi è d’accordo sull’idea del Terzo polo di mantenerlo a Palazzo Chigi oppure se è un’iniziativa a sua insaputa. Forse alcuni politici non sono più abituati a ricevere delle domande».
I giornalisti potrebbero fare qualcosa di più per elevare questa campagna elettorale?
«Secondo me, sì. Per esempio, fare le domande ai politici. Proprio quello di Calenda è un caso emblematico, anche di un giornalismo acquiescente. Un altro problema di questo Paese è la memoria. Certe dichiarazioni o certe posizioni assunte non vengono tenute a mente quanto dovrebbero».
Per esempio, bisognerebbe chiedere più conto della gestione della pandemia?
«Infatti, il Covid sembra debellato. È un errore non parlarne soprattutto in prospettiva, perché purtroppo non è finito e bisogna continuare con la campagna vaccinale. Ho un figlio che tra pochi giorni tornerà a scuola e vorrei sapere perché certi interventi sui trasporti o sui sistemi di areazione non sono stati fatti».
Sarebbero interessanti anche risposte sulla mancata adozione degli antinfiammatori di cui l’Istituto Mario Negri ha documentato l’efficacia?
«Di fronte a un virus sconosciuto si è proceduto politicamente e scientificamente per approssimazione. Inevitabile siano stati commessi errori perché si facevano i conti con un virus nuovo. Ciò che preoccupa è che non se ne parli».
Come giudica che non si parli delle scelte economiche del governo Draghi e dell’invio di armi all’Ucraina?
«Negli ultimi mesi della mia conduzione di Agorà era un tema cruciale, mentre in campagna elettorale è scomparso. Un altro tema rimosso che riguarda milioni di italiani è quello delle pensioni, a fine anno scadrà quota 102: come la sostituiamo? Con una campagna elettorale così, meglio ballare…».
È proprio convinta.
«C’è solo lo scontro tra rosso e nero. Non si parla dei temi cruciali, ma dell’allarme per la democrazia».
Lei non lo vede?
«Non vedo derive autoritarie alle porte. Penso che il vero pericolo per la democrazia siano i troppi governi non scelti dagli elettori. E questo a causa del fatto che da anni, prima il Porcellum ora il Rosatellum, abbiamo leggi fatte per non far vincere gli avversari più che per garantire una maggiore e migliore rappresentanza degli italiani».
Le piacciono di più i manifesti rossoneri di Letta o le barzellette su TikTok di Berlusconi?
«Né gli uni né le altre. Sono radicalizzazioni inevitabili nelle campagne elettorali. Preferirei che i giornalisti facessero le domande e si parlasse di temi concreti».
Anche a lei sembra che Giorgia Meloni abbia un problema con le donne?
«No, anzi».
Sono le donne che hanno un problema con lei?
«No, domanderei ai suoi colleghi perché lei sia l’unica donna leader di partito e candidata premier. Perché gli altri sono così in ritardo? Rinfacciare a lei un problema con le donne lo trovo surreale».
Elly Schlein ha detto che non se ne fa niente di una donna premier non femminista.
«Condivido quello che ha detto Hillary Clinton: “La prima donna premier è sempre una rottura col passato, ma sicuramente è una buona cosa. Dopodiché sarà giudicata per quello che fa”. Nel frattempo registro che nel Regno unito siamo alla terza premier donna».
Andrà a votare?
«Sono sempre andata, votare è un diritto-dovere. Mi preoccupa lo scollamento che percepiscono gli italiani, il 40% tra indecisi e astenuti è un campanello d’allarme su cui riflettere».
La causa è un difetto di rappresentanza o la nascita di troppi governi creativi?
«Vedo varie motivazioni di questa distanza. Siamo usciti da una fase di grave preoccupazione sanitaria e siamo piombati in un’emergenza economica ed energetica. Il costo delle bollette è un problema serio e stringente e gli italiani vorrebbero delle risposte sul gas, sulle pensioni e sulla pandemia, invece si parla di TikTok».
Tornerà a scrivere sui giornali, magari sul nascente Nuovo mondo di Michele Santoro?
«Anche se prenderò sul serio Ballando con le stelle, continuerò a fare la giornalista, partecipando ai talk show e scrivendo. Conducendo Agorà in Rai avevo interrotto le collaborazioni perché tenevo a presentarmi in modo imparziale. Ora le riprenderò. Santoro non lo sento da tanto; nelle posizioni che ha espresso ultimamente, dopo un periodo di smarrimento, ho ritrovato il Michele che conosco».

 

 La Verità, 10 settembre 2022 

 

«Abbiamo creato l’opera, ora cambiamo i finali»

Katia Ricciarelli non le manda a dire. Per temperamento e per l’autorevolezza conquistata con una carriera artistica che l’ha portata sui palcoscenici di tutto il mondo. Lei si autodefinisce «una donna artista curiosa». All’ultimo Grande Fratello Vip, un posto dove ne succedono di tutti i colori, la sua schiettezza ha fatto inalberare le sentinelle del bon ton. Qualche giorno fa, dopo le esibizioni di Placido Domingo all’Arena di Verona, titubante nel canto e nella direzione di Turandot, parlando con l’edizione veneta del Corriere della Sera, ha consigliato l’amico e partner di tanti duetti di «smettere di cantare». Quanto a lei, presto tornerà in teatro con Riunione di famiglia, una commedia diretta e interpretata da Pino Quartullo, con Claudio Insegno e Nadia Rinaldi.

Signora Ricciarelli, è difficile capire quando è il momento di appendere il microfono al chiodo?

«È difficile, certo. Ma bisogna avere l’onestà di dire: questo lo posso fare, quest’altro no. Qualcuno insiste fino a 80 anni, io mi sono fermata prima. Noi cantanti abbiamo uno strumento incorporato che si deteriora. Le corde vocali sono dei muscoli, non si ha per tutta la vita la voce da ragazzino».

Domingo l’ha chiamata dopo i suoi suggerimenti?

«No, ma non vorrei parlare ancora di lui, esprimo solo il mio pensiero. Ritengo strano che voglia cambiare registro passando da tenore a baritono. Domingo è stato grandissimo come tenore, ma come baritono non lo voglio sentire. Un cantante non è un pittore che, come Picasso, può avere fasi artistiche diverse».

Però si può staccarsi dalle opere più impegnative come ha fatto anche lei.

«È una questione di buon senso. Io canto ancora per far avvicinare i giovani all’opera, il repertorio del melodramma è vasto. Ma non posso certo interpretare Giulietta di I Capuleti e i Montecchi. Per farlo ci vogliono la voce e la presenza di una ragazzina. Se vogliamo essere credibili…».

Si può anche cambiare repertorio?

«Negli ultimi anni interpretavo opere che non potevo cantare da giovane perché richiedevano maturità. Ma mi sono fermata prima dei 70 anni. Certo, tengo ancora concerti, ma sono un’altra cosa. Non c’è niente di più avvilente che fare qualcosa che hai fatto bene quando eri giovane e sentir dire: “Eh, ma una volta…”. Alcuni anni fa Marilyn Horne, una collega mezzosoprano americana, mi disse che se una sola nota in un’opera le provocava incertezza smetteva d’interpretarla perché il pubblico avrebbe ricordato solo quella».

Pur restando nel mondo della musica, a un certo punto per lei è iniziata una seconda vita artistica.

«E meno male. Non l’ho cercata io. Ricordo che quando mi telefonò Pupi Avati per propormi di recitare per lui pensai che fosse uno scherzo. Quando capii che non lo era, mi armai di umiltà e mi affidai a lui e ai nuovi colleghi».

Che ricordo ha del set di La seconda notte di nozze?

«È stato l’incontro con un regista straordinario, un poeta della cinepresa che non mi ha abbandonato neanche un secondo».

Dopo che quel ruolo le valse subito un Nastro d’argento pensò che quella dell’attrice potesse essere una nuova professione?

«Neanche per un secondo. Non si può inventarsi una carriera a quasi 60 anni. Ho accettato qualche altra proposta, consona con la mia data di nascita, diciamo così. Ho interpretato la madre di Felice Maniero nella serie Faccia d’angelo…».

Ha recitato per Cristina Comencini, di nuovo per Avati, per Carlo Mazzacurati: ha rifiutato qualche copione?

«Quelli non adatti alla mia età. Uno dei segreti è mantenere una dose d’ironia e di autocritica».

Poi è tornata alla fiction, il matrimonio con Pippo Baudo l’ha più ostacolata o aiutata nella sua carriera?

«A parte che sono separata da un bel po’, Pippo mi ha dato coraggio con Avati, mi ha tolto i timori: se lui ti ha scelto… Siamo stai sposati 18 anni, ma avevo già la mia carriera. Non abbiamo fatto niente insieme, non ho mai avuto bisogno di appoggi. Anche in questo mondo serve umiltà, che non significa diminuire la propria figura, ma capire quando e quanto c’è da imparare dagli altri».

La sua schiettezza le ha mai causato qualche danno in un mondo come quello del cinema e della televisione abituato a una certa diplomazia?

«No mai. La mia non è mancanza di diplomazia, ma sincerità. Semplicemente, dico quello che farei. Non avendo mai chiesto niente a nessuno mi viene anche più facile dire quello che penso. Altrimenti sarei ipocrita».

Su Canale 5 sta per ripartire il Grande Fratello Vip al quale ha partecipato l’anno scorso, che esperienza è stata?

«All’inizio non volevo accettare. Insistendo sul tasto del rapporto con i giovani alcune persone mi hanno convinto. È stata un’esperienza difficile, però non mi sento di rinnegarla. Mi ha insegnato a essere tollerante verso il prossimo che non conosco. Una tolleranza fisica e intellettuale. La convivenza gomito a gomito e il rispetto dell’altro sono un bel banco di prova. Non a caso la convivenza è una delle ragioni principali di tanti divorzi».

La sua partecipazione è stata ritenuta divisiva?

«È normale, non possiamo piacere a tutti. Se dici qualcosa che non va bene agli altri automaticamente diventi una che divide. Io volevo soprattutto il rispetto che veniva dalla mia età. Pensavo si potesse apprendere qualcosa da una persona che ha girato il mondo per motivi artistici. Alle due serate sul melodramma gli altri concorrenti hanno partecipato volentieri, anche se non hanno cantato».

Perché secondo lei l’hanno accusata di omofobia e razzismo?

«Guardi, nella mia vita ho frequentato persone di tutti i colori e di tutte le razze. Ci ho cantato e recitato. Gli omosessuali? Ho amici gay, non ho nessuna fobia. Mi è anche capitato di sposarli».

Ha dato della scimmia a una concorrente.

«In dialetto veneto si dice a pare ’na scimieta… Tradotto in italiano può suonare male, ma non è un’espressione offensiva. Nel reality ci sono anche persone che hanno il compito di accendere il racconto, altrimenti sai che noia».

Nel cast, intende?

«Esatto. A me hanno detto che sono brutta e vecchia e può darsi. Ma omofoba e razzista non esiste. Lo gne gne è di persone poco intelligenti: mia madre diceva che il raglio dell’asino non arriva al cielo».

Il politicamente corretto s’insinua nell’arte. Se le avessero proposto di cantare nella Carmen con il finale capovolto dal regista come si sarebbe comportata?

«Avrei rifiutato. Nel melodramma ci sono sempre due che si amano, di solito il tenore e il soprano, e un terzo che rompe le scatole, il baritono. Quelle che muoiono sono chiamate eroine. Carmen è un peperino, una donna libera e libertina, che dopo aver fatto perdere il lavoro a Don José, ora che è ridotto sul lastrico, se ne va con un altro. Le storie sono così».

Cambiando il finale si volevano denunciare i femminicidi.

«Allora ammazziamo l’uomo? L’opera l’abbiamo inventata noi nel 1600 e cambiamo i finali? Mi viene da ridere. Invece, mi commuovo davanti alle notizie di cronaca, alle continue violenze sulle donne, poco ascoltate e poco tutelate. Chi non soffre davanti a certi fatti? Ma la vita reale è una cosa, il melodramma un’altra».

Come ha vissuto il periodo della pandemia?

«Sono stata a casa con il mio cagnolino, un maltesino. Ho una casa piccola con il giardino, vedo il lago di Garda e la montagna. Ho pensato e ripensato a tante cose. Ho ripreso ad apprezzare lo sbocciare dei fiori, i tramonti… Quando sei in giro non hai il tempo per farlo».

È sempre stata ligia alle prescrizioni?

«Ho fatto le tre dosi e rispettato le regole. Finito il lockdown è iniziata la quarantena del Grande Fratello che è durata sei mesi. Facevamo il tampone un giorno sì e uno no. Ma una volta uscita sono risultata positiva asintomatica: cominciavo a pensare che non mi volesse nemmeno il Covid…».

Sta seguendo la campagna elettorale?

«Poco. Mi è dispiaciuto per Mario Draghi, che apprezzo. Una volta, prima che diventasse premier,  l’ho incontrato alla stazione di Bologna. Stavamo salendo sul treno, mi ha sorriso e ha detto agli uomini che lo accompagnavano di aiutarmi a salire. L’avrei abbracciato».

La campagna elettorale?

«Devo riflettere, non voglio mescolare la politica con l’arte, perché noi dobbiamo cantare e lavorare per tutti. Vedo molta confusione. Soprattutto vedo la fatica dei giovani a trovare il loro posto nel mondo. Noi abbiamo avuto più facilità. Insegno ai bambini e agli adolescenti la musica, ma abbiamo tanti ostacoli da superare».

Cosa si aspetta dall’esito del voto?

«Che venga premiato qualcuno di preparato, capace e attento alle esigenze del mondo della cultura».

Ma un’idea ce l’avrà…

«Sono sicuramente di destra, ma non faccio nomi. Devo studiare e capire meglio perché tutto cambia da un giorno all’altro».

Ha visto che alcune cantanti come Loredana Bertè, Giorgia e Levante si sono schierate contro Giorgia Meloni, rea di non essere femminista?

«Credo che un premier debba essere aperto a tutti, uomini e donne a prescindere dai loro orientamenti sessuali».

Alba Parietti ha detto che non condivide nulla del pensiero della Meloni, ma ritiene che se diventasse premier sarebbe ugualmente un segno di cambiamento.

«Per fare il premier serve anche una buona squadra. Personalmente, ho spesso agito da sola e, soprattutto da giovane, con la mia attività ho mantenuto la famiglia. Non è che siccome siamo donne possiamo fare quello che vogliamo. È giusto battersi per eliminare le ingiustizie, ma ci sono tanti modi per farlo. Io sono femminile, non femminista».

Pensando all’Italia futura che cosa chiederebbe ad Aladino?

«Che ci fosse più attenzione ai giovani. Insegnando, in due mesi ho incontrato 20.000 bambini inferiori ai dieci anni. Un giorno uno di loro è venuto sotto il palcoscenico e mi ha detto: “Signora Ricciarelli, ma è vero che il melodramma è una malattia incurabile?”. Questo dice tutto: un bambino può non sapere, ma qualche adulto l’ha fuorviato. E poi, vorrei un’altra cosa…».

Prego, signora.

«Che avessimo meno tasse».

 

La Verità, 3 settembre 2022

 

 

«Ho vissuto in caserma, mi batterò per le divise»

Quando risponde al telefono, reduce da una giornata di campagna elettorale a Bari, Rita Dalla Chiesa t’inonda con la sua energia: «Sono travolta, i giornali stanno scrivendo di tutto». Ma dopo un attimo spunta l’amarezza: «Internet è una cloaca, mia figlia mi ha impedito di andare sui social. Quando le disobbedisco ci trovo certe cattiverie, ingestibili per la mia testa».

Quali cattiverie?

«Ci sono quelli che dicono che sfrutto il cognome di mio padre. Dopo 40 anni di lavoro senza raccomandazioni, certe parole feriscono. Hanno scritto che sono entrata nel partito che ha fatto uccidere mio padre. Non so come spiegarmelo, penso siano persone malate, magari provate dai due anni di pandemia. Nella mia vita ho sempre fronteggiato gli attacchi, ma queste malvagità mi fanno vacillare».

È sorpresa da tanto livore?

«Un po’ lo conoscevo perché sono sempre stata sui social. Mi sono tolta da pochi giorni, per evitare quest’odio… C’è anche qualcuno che non condivide la mia idea, ma mi dice lo stesso in bocca al lupo. Amo il confronto, ma l’odio scaricato su Silvio Berlusconi ora si riversa anche su di me perché ho lavorato a Mediaset e l’ho difeso».

Era accusato di contiguità con la mafia.

«È stato assolto da tutti i processi, sono stanca di ripeterlo. Fino a prima di entrare in politica nessuno lo accusava. Poi, siccome lo temevano per il suo carisma e le sue capacità, improvvisamente lo hanno ritratto come un sostenitore della mafia. A volte penso che se mi avesse candidata la sinistra e frequentassi l’Ultima spiaggia di Capalbio nessuno avrebbe detto niente».

Perché?

«Perché la sinistra controlla i media e può contare sugli intellettuali e i salotti. Conosco quegli ambienti, li ho frequentati. Ho visto le case, le barche, i patrimoni. Per loro la destra è una realtà da cancellare. Invece io credo che si possa confrontarsi civilmente».

Candidata alla Camera nell’uninominale di Molfetta e come capolista nel proporzionale a 74 anni: signora Dalla Chiesa, lei è una donna avventurosa?

«Mi hanno dato una vita e provo a viverla fino in fondo. Anche alla mia età, adagiarmi non è nel mio carattere. Ero nel mondo dei carabinieri pieno di regole, ma mi sono separata in anni in cui era rarissimo. Oggi, più vedo ingiustizia nel tentativo di fermarmi, più trovo motivazione per andare avanti».

La sua candidatura ha sorpreso qualcuno?

«Quelli che, non conoscendo la mia famigliarità con la Puglia, pensano che sia una paracadutata. Invece ho molti legami, papà e mamma si sono conosciuti a Bari, ho vissuto in una caserma sul lungomare. Ho lavorato a RadioNorba e TeleNorba e ho un ottimo rapporto con il pubblico. Al Bano mi ha fatto conoscere il Salento, in Puglia vengo spesso in vacanza».

L’ha convinta Berlusconi?

«Avevo parlato con Licia Ronzulli e Antonio Tajani, ma quando hanno capito che stavo resistendo, mi ha chiamato Berlusconi».

Resistendo?

«Ognuno ha i propri limiti e sa fin dove si può spingere. Non sono una tuttologa».

In passato aveva già declinato la proposta di Berlusconi, invece stavolta?

«Ho accettato proprio perché amo la Puglia e qualcosa di piccolissimo spero di riuscire a farlo. Poi quando sei avanti negli anni ti vien voglia di metterti in gioco, di non delegare. La politica mi piace, o lo faccio adesso o mai più».

Aveva declinato anche l’invito di Giorgia Meloni a candidarsi sindaco di Roma?

«Non mi sentivo all’altezza, è giusto riconoscere i propri limiti».

Le dispiace che la miniserie Il nostro generale dedicata a suo padre interpretato da Sergio Castellitto sia stata posticipata?

«Molto. Purtroppo le regole sono queste… Da veri professionisti Castellitto e Teresa Saponangelo hanno voluto incontrarmi per parlare di mio padre e mia madre. E così anche i miei fratelli. Forse la Commissione di Vigilanza è stata più realista del re. Ma qualche anno fa avevano già spostato la fiction su Paolo Borsellino perché si era candidata la sorella. Se avessi saputo prima che la serie sarebbe slittata forse avrei riflettuto di più sulla candidatura».

Qualche anno fa non si era lasciata benissimo con Mediaset o sbaglio?

«Se si riferisce a Forum è passato un po’ di tempo. Con Videonews ho sempre ottimi rapporti, Paolo Del Debbio e Mario Giordano m’invitano spesso. Sono arrivata a Mediaset chiamata da Arrigo Levi che allora dirigeva un settimanale di attualità su Canale 5. Non mi ha cooptata Berlusconi, come molti dicono».

Però l’ha voluta in Forza Italia candidandola in un collegio blindato in Puglia.

«Se i collegi sono blindati lo si vede al momento dello spoglio. Sicuramente quello pugliese può essermi amico».

L’ha coinvolta come candidata antimafia?

«Ne ho parlato anche con Licia Ronzulli, le mie battaglie sono sempre state contro la criminalità e in difesa delle forze dell’ordine. La mia famiglia ha pagato per la lotta alla mafia. Però sono una donna libera, ho sempre portato avanti idee che ritengo non debbano essere appannaggio solo della sinistra, come alcuni diritti civili, la difesa degli animali».

Ne ha parlato con suo fratello Nando?

«È la prima persona che ho chiamato. Nando e mia sorella Simona mi hanno detto la stessa cosa: “Se è una proposta che ti stimola e nella quale puoi rimanere te stessa, perché no?”. In Forza Italia tante persone la pensano come me. Sembra che alcune battaglie siano monopolio della sinistra, ma non è così».

Per esempio, quali?

«La difesa dei gay: per me non dovrebbe esistere neanche la parola. Esiste l’amore ed esistono le persone. Oppure essere di Forza Italia vuol dire essere razzisti e omofobi, come dicono certi soloni della sinistra?».

Su quali temi pensa di impegnarsi?

«Sono nata e cresciuta in caserma e vorrei promuovere la tutela delle forze dell’ordine. Conosco la fatica non solo fisica e la difficoltà di carabinieri, poliziotti, finanzieri, vigili del fuoco a mantenere le loro famiglie con stipendi miserrimi. Mancano i fondi e i mezzi per raggiungere i luoghi più sperduti del Paese. Spesso le divise devono comprarsele loro. Eppure vengono additati come il male. Mi batterò perché siano protetti dalla politica e dalla magistratura».

C’è un’emergenza sicurezza nelle città italiane?

«In alcune città sicuramente sì. Se non lasci intervenire le forze dell’ordine per timore di quello che potranno dire i giornali questa insicurezza durerà a lungo. Lo stesso se fai uscire dopo due ore un malvivente colto in flagrante. Ci vuole rispetto anche per il poliziotto che per arrestarlo ha lavorato e rischiato. In difesa delle donne vorrei una magistratura più vigile, che intervenisse alle prime denunce, non solo dopo che il violento ha colpito e magari ucciso, come abbiamo visto in questi giorni».

Come valuta i dati diffusi dal Viminale che parlano del 39% di reati di violenza sessuale commessi da extracomunitari?

«Quando li accogliamo dobbiamo dare loro anche la possibilità di una vita normale e civile. Se vivono in strada, da emarginati, si espongono alle opportunità offerte dalla criminalità, diventando potenzialmente violenti. Non credo che nei loro Paesi si comporterebbero così».

Purtroppo una vita normale è una possibilità per pochi di loro, ma sempre i dati del Viminale parlano d’ingressi in costante aumento.

«Ha assolutamente ragione Salvini, con lui ministro degli Interni gli sbarchi erano diminuiti. Purtroppo, molti di quelli che sono già qui non hanno trovato il riscatto sperato. Vivono nei container o in certi casermoni delle periferie dove l’unico modo per sopravvivere è lo spaccio e la malavita. Anche in questo caso una presenza più attiva delle forze dell’ordine aiuterebbe a contenere il problema».

Il meccanismo della campagna elettorale è alimentare la paura dell’uomo nero?

«Non si parla di programmi. Il centrosinistra non mi pare proponga dei contenuti, l’unico scopo è tenersi la poltrona, a prescindere dal partito. Almeno la destra quella è e quella rimane. A sinistra, una mattina sono alleati in due, il giorno dopo in tre per paura di perdere. Anche se poi, come abbiamo visto, pure perdendo governano».

Cosa pensa del post di Chiara Ferragni sul pericolo di non poter abortire se vincerà la destra?

«La Meloni ha già risposto: c’è una legge approvata tanti anni fa. Raschiano il fondo del barile pur di attaccare la destra».

Spaventare i cittadini sa di paternalismo?

«Ma gli elettori non sono dei bambini e sanno valutare. Non sono spaventati da ciò che potrà arrivare, ma da quello che già c’è: la crisi economica, i costi, gli aumenti delle bollette… I cittadini devono vivere non sopravvivere».

Le piacciono i manifesti di Enrico Letta che dividono il mondo tra rossi e neri?

«Li ho trovati ridicoli. Mi meraviglio che nessuno lo abbia fermato prima».

Se il centrodestra non vincerà nettamente Forza Italia potrebbe puntellare una maggioranza Ursula, con dentro tutti salvo Lega e Fdi?

«È un’ipotesi che al momento non prendo in considerazione. Ci penserò se dovesse succedere».

È l’ipotesi auspicata da Carlo Calenda che ha assorbito due ministre di Forza Italia.

«È un’ipotesi sua. Non vorrei parlare di Mara Carfagna e Maria Teresa Gelmini. Penso che oltre la ricerca del potere ci sia la gratitudine e i problemi si possano sempre risolvere in famiglia».

Le è piaciuto il discorso di Mario Draghi al Meeting?

«Draghi è una persona che apprezzo. Ho visto un applauso caloroso, ma non ho capito se al Draghi che si congeda dalla politica o al Draghi che ci ritornerà».

Qualcuno ha sottolineato la sua insistenza europeista.

«Credo che l’Italia sia già abbastanza europeista di suo. Con tutto il rispetto per Draghi, non abbiamo bisogno di farcelo ripetere continuamente».

Chi sarà il candidato premier del centrodestra?

«Non ho la sfera di cristallo. Se dovesse essere Giorgia Meloni sarei contenta non perché è una donna, ma perché è una persona coraggiosa e corretta anche con gli avversari».

Il criterio è chi prende più voti?

«Sono lontana dalle alchimie della politica e spero di continuare a esserlo. Se il criterio fosse questo, probabilmente toccherebbe a lei».

Per Berlusconi sarebbe un boccone dolceamaro?

«Non sono nella sua testa, ma conoscendolo come un gran signore penso che le aprirebbe la porta».

 

La Verità, 27 agosto 2022

«Il Pd è una setta, pensa già al suo congresso»

Indisciplinato, ingenuo, inquieto. Si descrive così Tommaso Cerno, senatore uscente del Pd. Friulano, giornalista, già direttore dell’Espresso, presidenzialista convinto, è l’unico gay dichiarato in Parlamento. Ma al momento del voto di fiducia sul ddl Zan si è astenuto.

Come mai il suo nome non è comparso nella bagarre delle candidature?

«Tre mesi fa avevo chiesto a Enrico Letta di non considerarmi perché sapevo che non l’avrebbero fatto».

Motivo?

«Pago il mio quattro in condotta. Ciò che io chiamo libertà di pensiero per loro è incapacità di stare in comunità. Avrei potuto crederci se non avessero candidato Luigi Di Maio».

Con lui si sono smentiti?

«Era uno che diceva “mai con il partito di Bibbiano”.  Eliminata la condotta, potevano bocciarmi in filosofia, dove però ne so più di loro».

Come definirebbe il suo rapporto con il Pd ?

«Quello di un uomo ingenuo che credeva di essere saggio».

Spieghi.

«Pensavo di entrare in un luogo dove parlare della sinistra fosse la cosa più importante. Invece ho scoperto che si può parlare solo come vogliono loro. È così nelle sette».

Per lei è stata una prigione mentale?

«Più un deserto mentale. Mi sono sentito abbandonato mentre la carovana prendeva la sua direzione. Mesi senza ricevere una telefonata. Il senso di esclusione è ciò che mi ha fatto più male».

Pietra sopra definitiva?

«Certo. Ma continuerò a parlare più di prima della mia idea di sinistra con la scrittura e la voce di cittadino e giornalista».

Come giudica la composizione delle liste?

«È lo specchio dell’identità politica di Enrico Letta e della sua segreteria».

Ovvero?

«Ricordavo che il Pd era fatto di primarie, di gazebo, di dibattiti di piazza. Poi è arrivato Nicola Zingaretti che almeno si è portato dietro un congresso. Ora c’è il primo segretario eletto con un applauso, come al televoto. La selezione di queste elezioni si è svolta sul suo telefonino».

Letta ha ceduto alla voglia di vendetta contro i renziani?

«La cosa incredibile è che non se n’è reso conto. Letta è fuggito in Francia ed è tornato come se un congresso del Pd si fosse aperto nel 2014 e il suo compito fosse quello di chiuderlo. Peccato perché ha avuto l’occasione di rifondare la più grande e variegata sinistra che i cocci della Seconda Repubblica gli avevano messo davanti».

La vendetta è l’esclusione di Luca Lotti?

«Lotti è il diversivo. Serviva un nome forte da far sembrare il capro espiatorio. La realtà è che l’accordo con Carlo Calenda è saltato per il timore di avere uno sfidante moderato alle primarie che seguiranno il voto».

Al prossimo congresso?

«Certo. È lo stesso motivo per cui è saltato Giuseppe Conte. La prospettiva è interna al Pd perché sanno già che le elezioni sono perse. Ma questo è un tradimento delle famiglie italiane. Se togli Lotti, devi spiegarmi perché candidi Elly Schlein».

Perché?

«Per depotenziare Stefano Bonaccini, sempre in vista del congresso. L’altra donna che poteva guidare il Pd è Debora Serracchiani. Letta ha escluso Lotti e ha trasformato nel suo alter ego l’ex vicesegretaria di Matteo Renzi. Sono logiche politiche democristiane che ammiro, ma che umanamente non condivido».

Anche Monica Cirinnà è stata punita con un collegio a rischio.

«Più che Monica Cirinnà è stato punito il suo cane e mi spiace perché le bestie non hanno colpa. Le racconto un aneddoto».

Prego.

«Io sono l’unico gay dichiarato in Senato. Bene: non ho mai ricevuto una telefonata per chiedermi cosa pensassi del ddl Zan. Da finocchio in Parlamento…».

Già questo termine è un’autoesclusione.

«Lo uso perché non ho bisogno di nascondermi dietro alle parole per essere orgogliosamente me stesso».

Non si sarà astenuto sulla fiducia per ripicca?

«Il ddl Zan contiene l’85% di cose necessarie al Paese, a cominciare dalla parte contro l’odio. In Italia la legge Mancino tutela le minoranze, cita i mafiosi e le persone di colore, ma non i gay. È quasi un’istigazione di Stato a delinquere».

Insomma. Il restante 15%?

«Il 10% sono idee di sinistra culturalmente discutibili, che la destra non voleva. Infine, c’è un 5% di errore madornale sulla libertà di parola che un giornalista non avrebbe mai potuto approvare».

Infatti lei non l’ha fatto.

«Il Pd e Letta sapevano benissimo che con una piccola modifica sarebbe passato. Invece decisero che Zan era Mosè e che la legge che il Dio dei gay gli aveva consegnato era immodificabile. Il vero motivo era avere un’idea da spendere in campagna elettorale. Di fronte a questo gioco, ho provato a dire “ma” e sono subito diventato un conservatore di destra. Questi comportamenti sono delle sette, non dei partiti».

Cosa vuol dire candidare sia Andrea Crisanti che Roberto Speranza?

«Certificare due errori. Il primo è ammettere che sul Covid si è fatta una politica casuale. Se candidi il responsabile delle politiche del governo e l’uomo che lo ha più criticato vuoi la moglie ubriaca e la botte piena».

Oppure applichi il «ma anche» veltroniano?

«Io vedo il tentativo d’infondere nel corpo elettorale la sensazione di essere in pericolo, mentre pensavo che si volesse rassicurarlo».

Il secondo errore?

«Presentarsi guardando indietro, dicendo che il Covid può ancora cambiare la nostra vita».

Rimettere la pandemia al centro, vedi il «Destra no vax» di Repubblica, giova alla sinistra?

«Visto dal Nordest il titolo di Repubblica è un falso. In Friuli con Massimiliano Fedriga e in Veneto con Luca Zaia le zone gialle sono arrivate prima che altrove. La Lega di governo è stata più speranzosa di Speranza».

Come giudica la gestione della pandemia di Speranza?

«Per sistemare i guai di Speranza il prossimo governo avrà bisogno del ministro Carità. Speranza non ha capito che il diritto alla salute s’inserisce nel diritto alla vita. Non possono servire tre anni per trovare equilibrio tra salute ed economia. L’esasperazione del contrasto al virus me l’aspetto da un medico non da un politico».

Una volta il Pd candidava i magistrati oggi i virologi.

«Candidare Crisanti contro l’emergenza salute non è molto diverso da candidare Cicciolina per affermare l’autogestione del corpo. Anziché tracciare la sua strada, la politica ricorre agli specialisti. È l’ammizzione di un’inadeguatezza. Per risolvere la quadruplicazione della bolletta elettrica bisognerebbe candidare Elon Musk».

Perché firmò con Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, un ddl che introduceva il presidenzialismo?

«Perché la sinistra aveva perso le elezioni e si poteva davvero pensare di favorire un processo che permettesse ai cittadini di scegliere “tra noi e loro”, come dice ora Letta. I cittadini devono poter scegliere su tutto, non solo su un pezzetto. È quello che voleva fare Berlusconi quando mise il nome sul simbolo. Oggi se vince Salvini governa Conte, se Salvini si dimette governa ancora Conte, se cade Conte spunta Draghi».

Pur di attaccare Berlusconi, che forse è stato improvvido, il Pd nasconde quel progetto di legge?

«Berlusconi ha detto quello che ha sempre detto. Se un Paese sceglie il presidenzialismo l’eletto col sistema precedente decade. Se la riforma istituzionale diventa una trovata elettorale avremo sempre una legge fatta per sconfiggere qualcuno. Salvo poi essere smentiti come avvenne con il Rosatellum che doveva fermare i 5 stelle, che invece stravinsero. Democrazia è far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati».

Che cosa pensa degli accordi e disaccordi nel centrosinistra?

«Letta poteva andare da solo e provare a essere davvero il primo partito italiano. Avrebbe potuto dire ai cespugli: voi fate quello che volete, io faccio “la grande alleanza delle due P”, palazzo e piazza, con quello che resta del popolo viola, dei girotondi, del Vaffa di Grillo. Oppure poteva fare il contrario: mettere dentro tutti, da Conte a Calenda. Entrambe le strade avevano pro e contro. Il peggio è la via di mezzo, qualcuno sì e qualcuno no, perché il messaggio è confuso».

La comunicazione è efficace?

«Siamo passati da smacchiare il giaguaro ad avere gli occhi della tigre. Il fatto è che sono entrambi animali in via d’estinzione».

L’agenda Draghi è scomparsa?

«Non è mai esistita. Era la sintesi minima di un governo di emergenza nazionale nato per spendere dei soldi, quelli del Pnrr. In questo Draghi è bravo. Quando l’emergenza è diventata mondiale e i soldi bisognava trovarli, il governo è caduto».

I diritti civili, lo ius scholae, la dote per i diciottenni finanziata dalla patrimoniale sono idee vincenti?

«Sono temi su cui la sinistra dibatte da anni. Lo ius scholae è il minimo sindacale. Il ddl Zan andava bene vent’anni fa. Oggi ci sono necessità più avanzate del matrimonio egualitario. Sembrano gli esami di riparazione di una sinistra superata».

La sinistra avanzata non sarà quella del politically correct?

«La sinistra è morta allontanandosi dai poveri e dalle parolacce. Negli anni Settanta era la destra a indossare la cravatta e il doppiopetto. La sinistra era per la libertà d’espressione e chiamava la realtà col linguaggio del popolo. È la sinistra che ha sporcato i giornali, le vignette, il linguaggio… Pensare di parlare con stecca e squadra mi fa venire i brividi».

Francesco Piccolo su Repubblica ha scritto che il Pd è vittima del fuoco amico: perché secondo lei?

«Non esiste il fuoco amico, esiste la franchezza amica. Io non so se la destra stia decidendo le candidature col bastone o cantando. Credo che la sinistra abbia bisogno di qualcuno che le dice come stanno le cose. La capacità di autocritica è sempre stato un grande patrimonio della sinistra».

Chi crede davvero alle ingerenze di Medvedev sul voto italiano?

«Solo chi non capisce che la vera ingerenza arriva per posta e si chiama bolletta. Il resto sono tweet ininfluenti».

Come andrà a finire?

«Penso che gli italiani non abbiano ancora scelto. Che Giorgia Meloni sia l’unica realtà nuova è un fatto oggettivo. Tutti gli altri, da Berlusconi a Letta, da Salvini a Conte e perfino a Calenda, li abbiamo già visti governare. Gli italiani devono decidere se provarla o no, senza troppi fantasmi».

La sinistra come digerirebbe la Meloni prima donna premier?

«Con invidia. Ci riuscirebbe la destra senza quote multicolore».

Lei tornerà al giornalismo?

«Essere un libero pensatore in Parlamento non è gratificante. Ma i giornali e i libri sono anch’essi dei parlamenti dove continuerò a esprimermi con l’abituale franchezza. Sperando che i miei amici la prendano come un contributo costruttivo».

 

La Verità, 20 agosto 2022

 

 

 

 

 

 

 

«Milan, Inter, Juve? Invece vedo in cima la Roma»

Domanda secca, Ivan Zazzaroni: chi vince lo scudetto?

«La Roma. Lo dico per esclusione, perché sarà una stagione imprevedibile, con 50 giorni d’interruzione».

Però lei dice Roma, perché le piace Mourinho o perché ha fatto una buona campagna acquisti?

«Mi piace molto Mourinho. La Roma ha fatto una buona campagna, ma incompleta, prendendo un paio di ottime pedine. Se vincesse sarebbe miracoloso. Però, ripeto, questa è un’annata strana».

Ivan Zazzaroni, direttore responsabile del Corriere dello Sport-Stadio e del Guerin sportivo, storiche testate del Gruppo Amodei (anche Tuttosport, Autosprint, Motosprint, Auto e In Moto) va controcorrente e i quarant’anni di giornalismo sportivo sulle spalle vengono in aiuto. Se i suoi colleghi pronosticano Inter, Milan o Juventus, lui dice Roma e si vedrà. Conduttore dal 2004 con Fabio Caressa di Deejay Football Club su Radio Deejay, già commentatore di Tiki Taka e, da dopodomani, di Pressing del lunedì su Italia Uno, è apprezzato dal pubblico extrasportivo come giurato di Ballando con le stelle su Rai 1.

Sono settimane di griglie e podi, direttore: campionato anomalo con i Mondiali in mezzo?

«Molto anomalo, perché costringe le squadre a due ritiri diversi. Alcuni giocatori, purtroppo gli  stranieri, torneranno dal Qatar carichi o scarichi in funzione del risultato. Chi avrà disputato semifinali e finale avrà pochi giorni per ripartire. Io sono stato da subito contrario a questo mondiale perché la Fifa si è svenduta, come spesso fa».

Giudizio pesante.

«Si interrompe una stagione per fare un mondiale per ragioni finanziarie, politiche ed elettorali. Come succede con la Coppa d’Africa».

Cioè?

«Si era arrivati alla decisione di giocarla a fine stagione come la Coppa America, ma poi la nuova società di marketing cinese ha imposto la competizione nella stagione migliore per la Cina, cioè in gennaio».

Ha ragione Aurelio De Laurentiis a dire che non prenderà più giocatori africani?

«Totalmente. Un club perde calciatori importanti per due mesi, al netto di possibili infortuni».

Anche per i Mondiali in Qatar hanno prevalso interessi economici e politici?

«Tutti sanno che non è giusto giocare un Mondiale che spezza la stagione. La Fifa per statuto dovrebbe tutelare il calcio e i suoi attori, e invece distrugge questo sport, minandone la regolarità. Falsandolo alla radice. Qatar 2022 si farà – è troppo tardi per fermarlo, troppi i miliardi e gli interessi, troppe
le vittime – non lasciamoci però ingannare dalle campagne moralizzatrici, o dai proclami populisti. Questi signori pensano al potere, “il bene del calcio” non è mai una priorità».

Cosa la fa pensare che l’Italia sia fuori per la seconda volta consecutiva?

«L’impresa è stata vincere gli Europei. È giusto che siamo fuori perché non facciamo nulla per migliorare. Il nostro calcio è alla deriva sia dal punto di vista finanziario che tecnico. Ma temo che continueremo a parlarci addosso».

Spietato.

«Prendiamo quelli che hanno vinto gli Europei un anno fa. Lorenzo Insigne e Federico Bernardeschi sono andati a Toronto, Giorgio Chiellini a Los Angeles, Leonardo Bonucci ha la sua età, Gigio Donnarumma è molto criticato, Domenico Berardi non ha avuto offerte, Ciro Immobile non si muove dalla Lazio».

Responsabilità dei club?

«Ognuno pensa ai cavoli propri, nessuno ha un senso generale del sistema. Chi tenta strade nuove prima o poi viene segato. Sono molto scettico».

Ripartiamo dall’ultimo campionato, contano più le idee dei soldi?

«No. Prima dell’ultimo campionato nessuno si era rinforzato, l’Inter aveva perso Hakimi e Lukaku, la Juventus Cristiano Ronaldo, il Napoli aveva trattenuto giocatori da vendere. Poi, certo, il Milan ha fatto meglio».

Lo scudetto l’ha perso l’Inter?

«Certo. E anche il Napoli con i 6 punti ceduti all’Empoli e la sconfitta in casa con la Fiorentina».

Il Milan ha vinto con i giovani, qualche giocatore carismatico e una politica di risparmi.

«Sicuramente è una strada. Però contestualizziamola in una stagione in cui le altre hanno avuto problemi. La Juventus ha perso i 30 gol di Ronaldo. La Roma non aveva fatto un vero mercato. Il Milan ha mostrato motivazione, spirito di gruppo e qualità in giocatori come Leao e Theo Hernandez».

Cosa vuol dire che l’Inter ha ripreso Lukaku e la Juventus Pogba?

«Lukaku è stata una grande opportunità, mai visto un giocatore venduto a 115 milioni e ripreso per 8 più bonus. La Juve può comprare solo se vende. Lo stesso la Roma che ha preso Dybala a parametro zero».

È il risultato delle politiche degli anni scorsi?

«Delle non politiche… Delle spese folli che hanno creato gravi problemi di bilancio, acuiti dalla pandemia».

La Juventus si è indebolita o rafforzata?

«Indebolita sia numericamente che qualitativamente. Per vincere lo scudetto bisogna fare 75-80 gol. Questa Juve può arrivare a 60, attribuendone 25 a Vlahovic. Dybala e Morata in un stagione grigia ne hanno fatti 19. I nuovi Kostic e Di Maria non so quanti ne garantiranno».

Tornerà Federico Chiesa e c’è Kean.

«Chiesa rientrerà a gennaio. Kean è sul mercato».

A centrocampo Locatelli e Zakaria sono stati aggiunti a McKennie, Rabiot, Arthur, poi ha preso Pogba, ma ora serve anche Paredes: il problema non sarà un altro?

«La Juve insegue il momento. Ha preso Vlahovic e Zakaria a gennaio, spendendo gran parte del budget. È vero che c’è stato l’aumento di capitale di 400 milioni, però se fai operazioni come queste non puoi più spendere a giugno. Infatti, ha preso a zero Pogba e Di Maria per innestare qualità, ma forse senza avere un progetto di lungo respiro».

Il Milan più che spendere investe?

«Sì, continua la politica dei giovani perché i suoi dirigenti sanno quello che vogliono in funzione di quello che hanno. Frederic Massara è uno dei migliori direttori sportivi in circolazione. Giovani ne hanno sbagliati pochi: Tonali, Leao, Theo, Kalulu, Tomori… E se non stai nei loro parametri ti mollano, come si è visto con Donnarumma e Kessie».

Kessie dovrebbe giocare nel Barcellona.

«Se supera i problemi di bilancio. Negli ultimi anni il Barcellona ha preso Coutinho, Dembélé, Griezman, Depay spendendo 500 milioni. Messi percepiva 53 milioni netti a stagione. Il Barcellona è tutelato perché si chiama Barcellona, se si chiamasse Real Saragozza sarebbe già fallito».

È giusto che questi club vogliano la Superlega?

«Il principio non è sbagliato, ma è stato presentato male».

Sarebbe una competizione poco democratica?

«Quando in Italia la Juventus vince 9 campionati di fila, in Spagna vincono sempre Real Madrid e Barcellona, in Portogallo Benfica e Porto, in Gran Bretagna Manchester City o Liverpool, in Francia il Paris Saint-Germain cosa c’è di democratico?».

Ai romantici piacciono storie come l’Atalanta.

«All’interno di campionati antidemocratici ci sono società come l’Atalanta, il Sassuolo, il Chievo di una volta. Ma anche la nuova Super-champions si mangerà i campionati. Gli unici furbi sono gli inglesi perché, con poche eccezioni, i loro soldi rimangono in casa».

Ma la Champions la vince il Real Madrid.

«Il Real ha scoperto dopo alcune partenze di avere grandi giocatori come il Benzema de-ronaldizzato e Vinicius. E ha ritrovato un allenatore come Ancelotti che sa gestire queste situazioni. L’anno scorso, dopo che Allegri si è accordato con la Juve invece di andare a Madrid, Carlo si è proposto a Florentino Pérez e ha vinto Liga, Champions e Supercoppa. A volte i progetti nascono in modo curioso».

Perché i tifosi interisti ce l’hanno con lei?

«Perché il mio giornale ha anticipato i problemi economici, puntualmente confermati, di Steven Zhang. Grazie al lavoro di Alessandro Giudice, il nostro analista finanziario, avevamo informazioni dalla Cina. Ma se sfiori una società subito qualcuno ti accusa di volerla destabilizzare. L’abbiamo talmente destabilizzata che poi l’Inter ha vinto il campionato».

Non la contestano per un modo diverso di sottolineare le sconfitte di Inter e Juve?

«Non mi pare di enfatizzare quelle dell’Inter e minimizzare quelle della Juve. Sono identificato come nemico, leggo certi striscioni… I miei giudizi non sono condizionati dall’ammirazione che nutro per alcune persone».

Chi sono?

«Mourinho, Massimiliano Allegri, Carlo Ancelotti, Sinisa Mihajlovic, Gian Piero Gasperini, Maurizio Sarri e naturalmente Roberto Mancini che è un vincente da 40 anni. Diciamo che ho buoni rapporti con parecchi allenatori. Ma se vincono vincono, se perdono perdono».

La favola del Monza?

«Intanto mi fa piacere perché risiedo a Monza. Galliani è sempre avanti, adesso si è inventato l’obbligo d’acquisto condizionato: se ci salviamo il giocatore resta, se no torna a casa. Dopo aver comprato l’impossibile negli anni Ottanta ha capito che i tempi sono cambiati. Difficile che un giocatore straniero accetti l’acquisto condizionato, perciò hanno preso soprattutto italiani».

Dove arriva?

«Galliani dice che l’obiettivo è il decimo posto, ma in cuor suo punta al sesto. Non è uno da traguardi piccoli».

Molti dicono che Mediaset sia filo-interista come la Gazzetta dello Sport e il Corriere della Sera mentre il gruppo Amodei sarebbe filo-juventino come Sky e che per questo il Milan sarebbe sottovalutato.

«Il Corriere dello Sport non è filo-juventino, ma guarda alle piazze di Roma, Lazio e Napoli. Poi essendoci  Stadio siamo attenti anche a Bologna e Fiorentina. Tuttosport è il giornale di Torino. Non è vero che il Milan è poco considerato, il suo scudetto ha fatto la fortuna della Gazzetta. Le vittorie condizionano le vendite. Quando la Roma ha vinto la Conference League abbiamo venduto 40.000 copie solo nel Lazio».

Il più grande allenatore italiano?

«Ancelotti: per quello che ha vinto, per quello che è e per quello che è rimasto. Carletto è la semplificazione  e l’aristocrazia del calcio. L’anno scorso ha battuto Psg, Chelsea, Liverpool e City. Dopo la finale di Parigi gli hanno chiesto come aveva vinto? E lui: “Il portiere ha parato, il centravanti ha segnato”. Un maestro».

Il più grande giocatore italiano?

«Sono baggista da sempre. In Dybala rivedo un po’ di Roberto».

 

La Verità, 13 agosto 2022

 

«Il mondo rifiuta la dottrina woke delle élite»

I suoi saggi sono fondamentali per comprendere l’evoluzione del mondo globalizzato. Eugenio Capozzi insegna storia contemporanea all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli ed è stato il primo a parlare del politicamente corretto come di «un catechismo civile» (Politicamente corretto – Storia di un’ideologia; Marsilio) e a evidenziare L’autodistruzione dell’Occidente – Dall’umanesimo cristiano alla dittatura del relativismo (Historica) secondo la felice intuizione di Joseph Ratzinger. All’inizio del 2023 Rubbettino pubblicherà Storia del mondo post occidentale.

Professore, lei ha scritto L’autodistruzione dell’Occidente, Federico Rampini Suicidio occidentale, Adelphi ha ripubblicato Un Occidente prigioniero da un testo di Milan Kundera, Apogeo ha riproposto una nuova versione di Occidente di Ferdinando Camon: perché si riflette con tanta insistenza sulle sorti dell’Occidente?

«Perché siamo entrati in un’epoca post globale che è anche un’epoca post occidentale. Non tanto nel senso che l’Occidente abbia perso del tutto il suo potere, ma nel senso che l’idea secondo cui la globalizzazione sarebbe stata un’occidentalizzazione del mondo sotto i principi di democrazia, diritto e mercato, si è dimostrata infondata. Il mondo globalizzato è un mondo pluri-civiltà, come aveva giustamente sottolineato Samuel Huntington. È un mondo in cui ogni civiltà reclama i propri modelli di sviluppo e di organizzazione economica e politica».

Le élite al potere accettano questa battuta d’arresto?

«Direi di no. Rispetto a questo dato di fatto, l’establishment mondiale – la classe politica progressista e le grandi corporation hi tech – sembra voler riaffermare la preminenza occidentale con un approccio più aggressivo che in passato come si vede nella politica estera dell’amministrazione Biden: quello che sta accadendo in Ucraina, Kosovo, Taiwan è abbastanza evidente».

Limitandoci alla scacchiera europea, cosa succede a una civiltà che rimuove le proprie radici?

«Nella sua storia l’Occidente ha esportato soprattutto la concezione ebraico cristiana dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio, quindi razionale e libero. Questa è la base della dottrina dei diritti dell’uomo. Senza questa base, quella dottrina viene percepita all’esterno come pretesto per un dominio imperialista. Il vero problema è che le élite occidentali non condividono più quell’idea di uomo. Oggi i principi che l’Occidente vorrebbe imporre sono quelli dell’ideologia woke. Ovvero una concezione ipersoggettiva e relativista dei diritti, irricevibile da parte delle civiltà non occidentali, fondate ancora su una visione fortemente etico-religiosa della società».

L’ideologia woke è rigettata anche in alcuni settori del mondo occidentale?

«Sì, perché scava un solco profondo con la cultura dei popoli. Non a caso secondo Christopher Lasch la ribellione delle élite alla tradizione è alla base della polarizzazione tra globalismo, populismo e sovranismo cui stiamo assistendo».

Secondo una certa narrazione, climate change, svolta green e filosofia gender produrrebbero una sorta di palingenesi globale.

«L’idea di palingenesi è alla base delle ideologie europee moderne. È propria della ispirazione neo-gnostica: migliorare la creazione, rendere il mondo migliore di come Dio l’ha creato grazie a un’aristocrazia di sapienti, di elevati. Nell’epoca della dittatura del relativismo, di cui per primo parlò Joseph Ratzinger, questo impulso prometeico si esprime in modo autolesionistico come sradicamento dell’Occidente stesso. Il male che si vuole eliminare viene identificato dalle élite politicamente corrette con la cultura europea, fautrice di discriminazioni e violenze. Una cultura che si vorrebbe correggere diluendola in una nuova koinè globale».

In che cosa consiste?

«Se assembliamo multiculturalismo, ambientalismo ideologizzato e soggettivismo dei diritti gender otteniamo un mondo nel quale la natura umana è plasmabile a volontà. Il traguardo è un superomismo fondato sulla scienza e sulla tecnologia. La dittatura del relativismo sfocia inevitabilmente nello scientismo e nel transumanesimo. Visioni gerarchiche ed elitarie, nelle quali un’aristocrazia di sapienti indirizza l’umanità verso mete migliori e una massa di gregari la segue».

L’insistenza sul futuro è il contesto favorevole ai partiti progressisti?

«La cultura che oggi viene definita progressista è lontana dalla tradizione democratica e socialista dell’Ottocento e Novecento che fondava la sua appartenenza sull’uguaglianza economica, sociale e politica. I progressisti di oggi vogliono promuovere una sorta di upgrade dell’uomo comune nelle élite. È una promessa fallace. L’esempio classico è l’auto elettrica. Le campagne pubblicitarie puntano a far sentire il potenziale acquirente come qualcuno che fa qualcosa di nobile per il mondo. In realtà, si tratta di uno status che la gran parte della popolazione non si può permettere. Si promuove un’idea di élite disinteressata e pulita staccata dall’economia reale proprio perché non esistono più la classe operaia e la piccola borghesia, classi di riferimento della sinistra di un tempo».

Poi c’è Occidente e Occidente, l’America di Joe Biden e Nancy Pelosi e l’Europa di Emmanuel Macron e Olaf Scholz. E l’Italia dove dovrebbe stare?

«La strategia dell’amministrazione Biden ha ricompattato le due sponde dell’Atlantico. Anche se ha allontanato gran parte dei Paesi del mondo che avrebbero potuto essere utili partner. Esiste un asse gerarchico che va da Washington alla Nato al G7 all’Unione europea. Di fronte a questo richiamo all’ordine l’opera di mediazione svolta da alcuni Paesi europei nei confronti della Russia, della Cina e del Medio Oriente oggi è quasi impossibile».

E il ruolo dell’Italia?

«Da Fanfani ad Andreotti, da Craxi allo stesso Berlusconi ha sempre svolto una politica estera in grado di coniugare l’alleanza atlantica con i rapporti con la Russia, i Paesi del Mediterraneo e del Medio oriente. Dopo la sbandata filocinese dei 5 stelle, il governo Draghi e il Pd hanno riportato l’Italia su una posizione atlantista talmente rigida da risultare quasi caricaturale».

La collocazione internazionale dell’Italia agita la campagna elettorale a causa della guerra in Ucraina. È un tema reale o in parte pretestuoso?

«Entrambe le cose. È reale perché il ricompattamento in atto fa sì che tutti i Paesi europei debbano allinearsi con l’asse occidentale. Per questo le politiche dei governi di qualunque orientamento hanno un margine minimo di scostamento. Ancor di più l’Italia, a causa della sua esposizione debitoria e i conseguenti vincoli esterni imposti dal Pnrr. Perciò, noi siamo semplici esecutori. È anche un tema pretestuoso perché, per il centrosinistra, l’allineamento atlantico sommato a quello europeista rappresenta l’unica arma in campagna elettorale per tentare di delegittimare gli avversari».

È vero che «Meloni inquieta l’Europa» come ha titolato Repubblica pubblicando una foto della leader di Fdi con Orban?

«È una strategia del centrosinistra che forse non avrà effetto sugli elettori, ma sicuramente tornerà utile dopo le elezioni, in caso di vittoria del centrodestra, quando ogni passo falso dell’eventuale governo servirà a invocare il ritorno a una coalizione allineata alla formula Ursula. Anzi, per la precisione, alla formula Joe-Nancy-Ursula».

Che spazio c’è in Italia e in Europa per un partito conservatore che non sia solo un freno ai cambiamenti?

«Giorgia Meloni è stata saggia a collocare il proprio partito nella prospettiva del conservatorismo europeo. Ma la destra italiana dovrebbe indicare valori e obiettivi di riferimento di questo conservatorismo. In America del nord e del sud essere conservatori significa essere a favore del mercato, degli interessi nazionali e conservatori sui temi etici, pro-life e pro-famiglia. In Europa questo è più difficile e in Italia non c’è molta chiarezza né sulla libertà economica né sulla difesa della vita e della famiglia. Si rimane in orbita statalista, come dimostrano, per esempio, le recenti richieste della Meloni di ulteriori finanziamenti alla compagnia aerea di bandiera. E come dimostra la tendenza a sfuggire temi come demografia, aborto, famiglia, eutanasia, invece centrali per il futuro del Paese».

Secondo lei la gestione della pandemia può influire su queste elezioni e in che modo?

«In questi due anni si è innescata in molte democrazie occidentali un’involuzione autoritaria attraverso l’anomalia degli stati di emergenza sanitaria, con la compressione prolungata di molti diritti fondamentali, e l’Italia è stata in tal senso un caso particolarmente severo. I traumi provocati nella società civile da questa stagione di poteri eccezionali, intrecciata poi con l’emergenza della guerra ucraina e della nuova crisi economica, hanno lasciato un segno profondo, che in qualche modo si rispecchierà nelle urne come astensione o voto per una delle liste “antisistema”. Rischia di farne le spese soprattutto la destra, che per l’acquiescenza all’emergenzialismo ha molto deluso una quota non irrilevante di suoi elettori».

Come giudica l’idea di Salvini di comunicare in anticipo i nomi della squadra di governo in caso di vittoria?

«In teoria la condivido perché sarebbe giusto che, votando, l’elettore scegliesse anche per un governo e i suoi componenti. In pratica, si deve fare i conti con la natura parlamentaristica del nostro sistema e il ruolo sempre più influente del Capo dello Stato nel momento della formazione del governo. Tuttavia, per un elementare motivo di responsabilità verso gli elettori, è auspicabile che la leader del partito più votato sia Presidente del consiglio».

Le sembra calzante la vecchia gag di Corrado Guzzanti oggi tornata di moda secondo cui l’allora Pds era il «partito della non destra»?

«Sì, ma in un certo senso è inevitabile sia perché un sistema come quello italiano spinge a coalizioni ampie ed eterogenee per accaparrarsi i collegi uninominali e superare lo sbarramento e sia perché il più grande partito del centrosinistra è minoritario nella società. Non a caso da decenni non supera il 25% dei consensi. Il suo modo per stare al potere è l’aggregazione più larga possibile di cespugli, il cui unico collante è la delegittimazione della destra».

 

 

La Verità, 6 agosto 2022

«Porto su Netflix l’eroe della sensibilità»

Sarà visibile in ottobre su Netflix Tutto chiede salvezza, la serie tratta dal libro omonimo di Daniele Mencarelli che vinse il Premio Strega Giovani del 2020. Il romanzo racconta la settimana di ricovero in Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) nel reparto di psichiatria di un ospedale romano vissuta dall’autore nel 1994. Mencarelli sarà interpretato da Federico Cesari, i suoi cinque compagni di stanza saranno Andrea Pennacchi (Mario), Vincenzo Crea (Gianluca), Vincenzo Nemolato (Madonnina), Lorenzo Renzi (Giorgio), Alessandro Pacioni (Alessandro). Nel cast anche Ricky Memphis (l’infermiere Pino), Filippo Nigro (uno dei medici), Michele La Ginestra (il padre di Daniele), Fotinì Peluso (l’amica Nina) e Carolina Crescentini (sua madre). Regista della serie è Francesco Bruni, uno dei maggiori sceneggiatori del cinema italiano (ha scritto, fra gli altri, tutti i film di Paolo Virzì, oltre al Montalbano televisivo), qui alla sua quinta regia, la prima di un’opera a episodi per una piattaforma digitale.

Com’è nato questo progetto?

«Ho letto il romanzo nel 2020 e, arrivato a pagina 50, ho chiamato Mencarelli per esprimergli tutto il mio apprezzamento. Gli ho chiesto se i diritti cinematografici fossero ancora liberi, ma erano già di Roberto Sessa (produttore di Picomedia ndr) che li aveva acquistati per farne un film».

A quel punto?

«L’ho chiamato, proponendomi. Un mese dopo mi ha ritelefonato dicendo che aveva deciso di produrre una serie e che io potevo dirigerla in quanto mi ero già occupato di tematiche giovanili».

In effetti, da Scialla! Stai sereno in poi…

«Le ho frequentate spesso. Sia in Scialla! che in Tutto quello che vuoi, il film che ha rivelato Andrea Carpenzano, i protagonisti sono due ragazzi attratti dalla criminalità».

Tornando al romanzo di Mencarelli?

«Essendo il racconto di una settimana di Tso, ho proposto che la serie si sviluppasse in sette episodi, uno per ogni giorno di ricovero».

Alla pagina 50 aveva già visto l’opera?

«È una sorta di punto d’arrivo della mia produzione, che parte dalla leggerezza di Scialla!, passa attraverso Tutto quello che vuoi, con Giuliano Montaldo nella parte di un anziano affetto da Alzheimer, fino a questa storia di un ricovero psichiatrico. Nella quale, senza scomodare Qualcuno volò sul nido del cuculo, ci sono quei momenti leggeri, tipici della convivenza tra persone, diciamo così, eccentriche. Insomma, mi sentivo nel mio».

Lei ha sceneggiato i film di Paolo Virzì, di Mimmo Calopresti, di Roberto Faenza oltre al Commissario Montalbano, ma ne ha diretti solo quattro. Perché per questo progetto si è rimesso dietro la cinepresa?

«Ormai la mia strada è questa. Mi sto sempre più appassionando al set, alla situazione collettiva delle riprese. In passato, non ero visto come un competitor, mentre oggi, dopo quattro film, se suggerisco qualcosa ai registi, è un altro regista che parla. La regia è un’esperienza totalizzante. Se ci arrivi dalla scrittura padroneggi tutto il percorso. Come quando da piccolo fai il presepe a Natale e vai a comprare anche le statuine. Se sei sceneggiatore e regista crei un mondo dall’inizio alla fine».

Che cosa l’ha colpita di Tutto chiede salvezza, una storia ambientata dentro un reparto di psichiatria?

«L’idea che un ragazzo di vent’anni possa camminare su un crinale stretto tra sanità mentale e malattia psichiatrica. Leggiamo i giornali, seguiamo le cronache. A Trastevere, il quartiere dove vivo, ne vedo tanti. È un luogo di ritrovo giovanile, un osservatorio privilegiato dove tutte le sere si scatenano risse, crisi di panico, arrivano ambulanze. Si ha la percezione di un’emergenza. Dopo la pandemia, certi eccessi sono diminuiti. Ma basta leggere un giornale per vedere quanto questi due anni abbiano acuito una sensazione d’impotenza, di mancanza di prospettive tra i giovani, sempre più convinti che studiare sia inutile e che un titolo di studio sia carta straccia. Questa è la prima generazione che starà peggio dei suoi genitori».

Però il libro di Mencarelli è stato scritto prima della pandemia.

«La storia è ambientata nel 1994, ma l’abbiamo trasposta nel presente».

Quindi post pandemia?

«Nell’anno di uscita del libro, anche Daniele è stato d’accordo nell’attualizzarla. Ma non ci sono riferimenti temporali precisi e nemmeno alla pandemia. Se Mencarelli avesse raccontato la sua vicenda nel 1994, l’anno in cui l’ha vissuta, non avrebbe avuto l’impatto che ha avuto. Probabilmente questa eco è dovuta al fatto che ha intercettato una situazione attuale. I giovani si sono riconosciuti».

La tematica del disagio giovanile e dell’eccesso di sensibilità era già presente 30 anni fa?

«Nei primi anni Novanta mi sembrava che fossimo tutti un po’ più sereni. Forse perché ero ancora immerso in una realtà provinciale dove tutto era più tranquillo. Adesso sono arrivati i social media a complicare la situazione. In particolare aumentando la differenza tra il sé vero e autentico e la sua rappresentazione. Ci si vende sempre come persone che stanno bene, performanti e che fanno una bella vita. Prima e più ancora della diffusione dell’odio e dell’attività degli haters in rete, questa menzogna, portata avanti a dispetto della realtà, crea un disagio, una bipolarità, difficilmente gestibile. In più, i social hanno radicalizzato la percezione di essere delle pedine, persone seguite, teleguidate, influenzate nelle scelte di vita e commerciali».

Veniamo da anni di sofferenze e restrizioni, dal cinema e dalla tv ci si aspetta un po’ di spensieratezza, invece…

«Non faccio questo tipo di calcoli. Non guardo le indagini Istat prima di buttarmi in un’opera. Cosa sarà, il mio ultimo film con Kim Rossi Stuart, raccontava di una reclusione sanitaria a causa della leucemia ed è uscito durante la pandemia».

È la prima volta che dirige una serie tv.

«Avevo chiamato Sessa pensando a un film. Quando lui ha parlato di una serie ho accettato. Credo sia la prima volta che Netflix concede a un autore italiano di essere sia sceneggiatore che regista. Se mi avessero proposto di firmare solo alcuni degli episodi avrei declinato».

Come mai nel suo cinema il confronto con la sofferenza è così presente?

«Dall’Alzheimer alla leucemia al disagio psichico, ho fatto filotto. La cosa buffa è che in tutti tre i casi si tratta di commedie. Forse per questa serie il termine è un po’ forzato».

Viene definita un dramedy.

«È il termine corretto, commedia e dramma. Di solito, quando vedo nella narrazione la possibilità di un momento leggero mi viene istintivo coglierlo a patto che non infici la verosimiglianza del racconto».

Insiste su queste tematiche per una motivazione autobiografica?

«È un po’ come chiedere a un musicista perché suona così. Ho sempre frequentato la commedia con un sottofondo drammatico. Anche nei film di Virzì. Un film drammatico che si nega momenti umoristici si fa un torto. Ho una specie di campanello d’allarme: mi chiedo se sto facendo troppo il cretino o se sto appesantendo la gente. È una sorta di antifurto interno. Nella serie si ride, le due cose s’illuminano a vicenda: l’umorismo rende accettabile il dramma e il dramma nobilita l’umorismo».

In questi giorni, dopo due anni di restrizioni, si ripete che i giovani hanno il diritto di divertirsi e dimenticare: possiamo dire che è una storia coraggiosa?

«Sì, certo. Tuttavia, va anche detto che quando il desiderio di libertà e, usiamo la parola vera, di sballo, a lungo compresso, si libera, può accadere che si finisca per rovinarsi il divertimento. In molti casi vedo che la sfrenatezza del desiderio di vivere si trasforma in un boomerang che ritorna addosso con violenza. Lo dico avendone fatte di tutti i colori da ragazzo – mi divertivo parecchio, stavo in giro di notte – pur non essendo mai stato in un commissariato di polizia».

Come tratterà la parte del racconto che contiene critiche al personale medico e infermieristico?

«C’è una critica alla situazione del sistema sanitario. Soprattutto alla carenza di servizi, il condizionatore che non funziona, la carta igienica che manca, a una parte del personale che è poco motivata. I due medici sono antitetici, uno è empatico l’altro severo. Sono persone messe negli avamposti del malessere e lo fronteggiano con i mezzi che hanno a disposizione. In filigrana si può leggere la vecchia diatriba fra manicomi e non manicomi, contenzione e non contenzione, che sembrava superata con l’esperienza di Franco Basaglia e dei suoi epigoni e che invece adesso è rimessa in discussione».

La domanda di senso, la ricerca di felicità che anima il protagonista viene recepita quasi come un disturbo patologico?

«Non è una riflessione sulla ricerca della felicità, miraggio irraggiungibile. È un discorso sulla sensibilità di persone nate senza le difese nei confronti del dolore altrui, un sentimento che li attraversa e li fa stare male. Questo tipo di sensibilità può portare a una patologia psichiatrica. Ma in un certo senso è un superpotere, un superpotere della sensibilità. Daniele, che anche nella serie si chiama come l’autore del romanzo, è un supereroe della sensibilità. Solo che deve capire che la sua è una forza, una virtù, non una debolezza».

Però tutto chiede «salvezza»: che cosa può salvare oggi?

«La compassione. L’accettazione dei propri limiti. La comprensione nei confronti degli altri. Non posso spoilerare il finale. Cito Mencarelli: “Un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato. È semplicemente vivo. Semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi. Salvezza è quindi lasciarsi attraversare dal dolore”. Rimanendo vivi, possibilmente».

 

La Verità, 4 agosto 2022

«Non so se ce la farà, ma la Meloni… ora o mai più»

Un politologo vecchia maniera. Un analista mai coinvolto nell’effimero mediatico. Marco Tarchi, docente alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, studioso del populismo, già considerato ideologo della nuova destra ma ora persuaso che la dicotomia destra-sinistra sia superata, non usa il cellulare, non è presente nei social media, non guarda i talk show. Preserva così il suo sguardo di studioso.

Professore, è iniziata una tra le più anomale campagne elettorali della storia repubblicana. C’è chi la paragona a quella del 1948 quando era in gioco la nostra collocazione internazionale e la scelta tra Dc e Pci. Lei cosa vede nelle urne del 25 settembre?

«Nessun esito sconvolgente. I binari delle politiche degli Stati occidentali oggi sono tracciati da istituzioni ed organismi sovranazionali – Unione europea e Nato in primis – e dagli Stati Uniti d’America, e nel contempo condizionati dai grandi poteri economici, quelli che si celano dietro la generica espressione “i mercati”. All’interno di questi confini, i margini di manovra sono stretti. Chiunque vinca un’elezione, prima di tutto cerca di ingraziarsi o rassicurare questi soggetti. Se vincerà il centrodestra, che ha rapporti assai peggiori del centrosinistra con i piani superiori dell’establishment, si normalizzerà immediatamente e, al di là di qualche concessione cosmetica alla retorica, metterà nel cassetto le parole d’ordine della campagna elettorale».

Prima di inoltrarci, che giudizio dà sulla crisi aperta in modo così inusuale?

«Se non ci fosse stata la guerra russo-ucraina, la rottura forse ci sarebbe stata prima. La coalizione era troppo eterogenea e nessuno dei suoi componenti voleva arrivare alle elezioni con la corresponsabilità in scelte economiche del governo Draghi, legge finanziaria in primis, che non avrebbero certo riscosso l’entusiasmo popolare».

La campagna elettorale è senza esclusione di colpi. Che cosa la colpisce nella lettura dei giornali e nei dibattiti televisivi?

«Da tutto ciò che è politica in tv mi astengo da anni. Mi piange il cuore nel vedere ridotto a simili livelli di banalità e volgarità un campo al cui studio ho dedicato gran parte della mia vita. E in ogni caso, per capire la politica vera non serve ascoltare quello che i suoi esponenti dicono, men che meno quando sono davanti a una platea. Bisogna guardare a quello che fanno».

Quali saranno i temi decisivi per convincere gli italiani?

«Quelli più concreti, che toccano il potere d’acquisto, l’inflazione, il carico fiscale, i servizi essenziali, le pensioni, la crescita continua dei flussi migratori, l’insicurezza – che per molti non è una sensazione, ma una realtà».

Le pare di vedere che le forze politiche siano attente a questi temi?

«Almeno a parole, sì. Credo che anche chi oggi si dedica all’Ucraina, alla rivoluzione green e alla onnipresente tematica dei diritti – che sposta in secondo piano i lavoratori – presto cambierà registro».

Più di altre, questa campagna si gioca sullo sbarramento all’avversario anziché sui contenuti?

«Ho un’età e una memoria che mi consentono di ricordare molte altre campagne impostate su questo spartito: dagli anni Settanta dell’ipotizzato, sperato e temuto sorpasso del Pci sulla Dc, agli anni Novanta, in cui tutto ruotava attorno al pericolo comunista, esorcizzato da Berlusconi, e al ritorno del fascismo paventato dai progressisti. C’è poco di nuovo sotto il sole».

Si sente più forte l’altolà alle destre o lo stop alla sinistra?

«Il primo, almeno nei media».

Tornando ai media, si riparla del pericolo fascista. Si legge di nubi nere, di onde nere…

«Chi evoca fantasmi, o spaventapasseri, di un passato che – è chiaro a tutti, fuorché a pattuglie sparute di fanatici di opposto segno – non può tornare, dà l’impressione di avere poche idee sul come affrontare e migliorare il presente. Gli ambienti più riflessivi della sinistra lo hanno capito; in altri prevale il richiamo della foresta. Che serve solo a radunare i già convinti».

Stando ai giornali più autorevoli, ai grandi imprenditori, agli analisti di moda, sembra che a Washington e a Bruxelles non abbiano altro pensiero che scongiurare la vittoria di Giorgia Meloni in Italia.

«Sicuramente da quelle parti l’ipotesi un po’ di fastidio lo provoca. Ma sia gli Usa che l’Ue sanno di disporre di strumenti sufficienti a placare le velleità di un eventuale governo Meloni, qualora volesse provare a giocare un ruolo simile a quello dell’Ungheria o della Polonia. E la foga con cui Fratelli d’Italia ha sbandierato il suo atlantismo da febbraio in poi dimostra che le contromisure sono state prese in tempo».

Quanto peserà lo schieramento sulla guerra in Ucraina?

«Poco e nulla. Sul tema, chi voleva schierarsi lo ha fatto da tempo».

A leggere certi giornali, adesso sembra che il governo Draghi sia caduto per volere di Matteo Salvini che avrebbe agito per conto del Cremlino.
«È curioso, e significativo, come il complottismo, che viene sempre addebitato in esclusiva all’estrema destra, stia diventando, da alcuni anni, il pane quotidiano dei progressisti. Dall’elezione di Donald Trump in poi, il fantasma russo viene evocato ogni volta che un evento politico non va come si sperava. Siamo quasi alla paranoia. Sarebbe interessante sapere se spontanea o organizzata».

La preferenza pacifista degli italiani sarà ascoltata da qualcuno?

«I pacifisti veri non credo siano molti. Ben più numerosi sono quelli che temono da una parte gli effetti economici della guerra e dall’altra le conseguenze boomerang delle sanzioni. E su questo ultimo punto i problemi veri esploderanno a elezioni fatte. Di sicuro, è uno dei motivi per cui Mattarella ha voluto affrettare i tempi. Dopo il prossimo “autunno freddo” il livello delle proteste, e della disponibilità al voto di protesta, potrebbe aumentare fortemente».

Cosa pensa dell’aut aut lanciato da Enrico Letta: o noi o la Meloni; accompagnato dalla sottolineatura che si vince con le idee?

«È un modo per dire “solo noi e loro siamo di prima categoria; i voti per altre liste sono sprecati”. Un ritornello non troppo originale. Le idee? La politica italiana le diserta da vari decenni».

Perché sconfinano nell’ideologia più che nei fatti?

«Di ideologia se ne respira molta, camuffata però con il vocabolario ipocrita dei diritti, in nome dei quali il progressismo ha affermato da decenni, e sta consolidando, la sua egemonia culturale. Non parlo dei soli ceti intellettuali, ma di cultura diffusa, modi di pensare, stili di vita, abitudini. In questo senso, un vero spartiacque ideale ci sarebbe: progressismo contro conservatorismo. Non so però se sarà interpretato seriamente, soprattutto dal centrodestra, dove di infiltrazioni progressiste ce ne sono a iosa. Per esempio in Forza Italia, anche se le recenti scissioni ne hanno un po’ attenuato il peso».

Se vincesse il centrosinistra dovremmo aspettarci ddl Zan, cannabis libera, adozioni per le coppie gay e legge patrimoniale?

«I primi tre provvedimenti mi sembrano ipotesi plausibili. La patrimoniale no. A sostenere elettoralmente il Pd sono, come è noto e comprovato dagli studi, le fasce medio-alte, e anche molto alte, della popolazione, che non gradirebbero certamente una simile scelta. Le altre, invece, vanno nella direzione del modello di società che i progressisti vorrebbero imporre e, di fatto, stanno già imponendo, in cui il rifiuto delle identità definite – etniche, sessuali, culturali, nazionali – è l’asse portante. L’obiettivo di fondo è l’omologazione del corpo sociale, salvo che in ambito economico, dove le gerarchie sarebbero preservate. Non differenziandosi, in questo modo, dai conservatori».

Il centrodestra sembra aver imparato la lezione proveniente dalla sconfitta di Verona. Pensa che l’accordo trovato sul criterio di scelta del premier in base al partito che avrà i maggiori consensi e anche di suddivisione dei collegi uninominali reggerà?

«Sarebbe stato difficile negare a Fratelli d’Italia una quota maggiore di collegi, che comunque è minore di quella che, sulla base dei sondaggi, gli sarebbe spettata. E ancora più arduo mettersi fin d’ora di traverso a una candidatura al ruolo di Presidente del consiglio a chi guida la formazione di gran lunga maggiore all’interno della coalizione. Ma dietro l’unità di facciata, gelosie e antipatie permangono. Aver concesso ai centristi uno spazio esagerato rispetto al loro esiguo peso elettorale espone a ricatti e fastidi futuri. Uno scenario già visto e di cui prevedo repliche più o meno frequenti».

Giorgia Meloni ha davvero buone possibilità di salire a Palazzo Chigi?

«Un dato mi pare certo: o adesso, che è sulla cresta dell’onda, o mai più. O riesce ad uscire dalla trappola, che gli alleati le tenderanno più degli avversari, del “rischio di scarsa legittimazione sulla scena internazionale”, o si preclude occasioni future. Rinunciando, darebbe un segnale di debolezza che mal si concilia con l’immagine aggressiva e intransigente che tanto tiene a darsi».

In caso di vittoria le consiglierebbe di indicare un politico con maggiore esperienza internazionale? Uno come Giulio Tremonti, per esempio?

«Si parla molto anche di Guido Crosetto, la cui nomina potrebbe apparire un successo di Giorgia Meloni ma, per ciò che ho appena detto, rischierebbe di essere di fatto un azzoppamento. Nei momenti cruciali, in politica, occorre spregiudicatezza e faccia tosta per riuscire. Quelle doti che Salvini ha dimostrato di non possedere quando si è fatto imporre da Giorgetti e governatori la disastrosa svolta del Papeete».

Questo centrodestra dato per favorito ha le carte giuste per fronteggiare i poteri forti interni e internazionali?

«Se non pensasse di averle, farebbe meglio a rinunciare a proclamare grandi cambiamenti in caso di successo e a imbastire sottobanco trattative per riedizioni rivedute e corrette dell’esperienza-Draghi come, mi pare, alcuni suoi esponenti, soprattutto leghisti, che oggi si lamentano della caduta dell’esecutivo tecnico, preferirebbero. Ammesso che non stia già muovendosi in questa direzione – leggo di campagne acquisti di Fdi fra manager di alto livello buoni per tutte le stagioni – lo scontro con quei poteri dovrà provare a sostenerlo».

 

La Verità, 30 luglio 2022

«Faccio sport estremi, ma so bene cos’è la paura»

Tuta alare, paracadute, mountain bike, kayak, deltaplano, immersione, arrampicata… Poi Antartide, deserto, oceano, Himalaya… Tutto questo, e anche altro, è Danilo Callegari: 39 anni, friulano, «avventuriero estremo», come si definisce, protagonista di Extremes adventures Italia, 5 episodi tutti i giovedì su Dmax prodotti da Ballandi per Discovery Italia (e già disponibili sulla piattaforma). Biglietto da visita: «Grazie agli anni passati a servire il mio Paese nelle forze armate sono allenato alla disciplina e alla sopravvivenza in qualunque condizione».

In quali forze armate?

«Ho fatto quattro anni in alcuni reparti della Brigata paracadutisti. Nella Folgore, insomma».

Come mai quattro anni?

«Ero fisso, ho combattuto in Iraq. Poi, per un problema fisico, sono stato costretto a lasciare. Ma su questo non vorrei dilungarmi. Mi sono curato e ho riacquistato il 100% dell’efficienza. A volte si trovano le strade sbarrate anche se i problemi sono risolvibili».

Ha dovuto lasciare l’esercito.

«Con dispiacere sono uscito, ma si è aperta un’altra porta. Da ragazzino avevo due grandi sogni. Il primo era entrare in questi reparti, il secondo fare l’avventuriero di professione. Uno è un lavoro riconosciuto, con un iter definito e un percorso impegnativo».

L’altro?

«L’avventuriero è un lavoro che non esisteva. Andava inventato, costruito da zero, anche se già a 10-11 anni avevo fatto alpinismo, kayak, voli… Però, una volta finito il liceo, ho deciso di arruolarmi».

A che età è uscito dalla Folgore?

«A 24 anni».

Qualcuno le ha trasmesso la passione per gli sport estremi, magari i genitori?

«Non ho genitori appassionati di montagna o avventura. Sono figlio unico, è nato tutto da me».

Una volta sfolgorato?

«Nel 2008 ho iniziato un percorso. Il primo viaggio è stato in Islanda. Parlo delle prime esperienze da avventuriero di professione, non delle performance per la televisione».

Cosa vuol dire avventuriero di professione?

«Mi definisco un avventuriero estremo. Combino i tre elementi, aria terra e acqua, in un’unica avventura composta di discipline estreme outdoor. Perché di professione? Perché faccio business. Da queste performance ricavo una rendita più o meno alta. Vivo facendo l’avventuriero. Ho la partita Iva e una mia società. Faccio formazione aziendale, speech motivazionali e attività di team building».

Altre fonti di rendita?

«La tv e la comunicazione nelle sue varie forme. Questa su Dmax è la terza stagione di Extremes adventures».

Com’è riuscito a realizzare questa scelta?

«Era chiaro che per avere delle entrate dovevo vendere qualcosa. Crearmi una faccia, un curriculum, una credibilità. Per i primi anni ho sempre cercato lavori a tempo determinato, qualsiasi lavoro. E quello che guadagnavo lo investivo nelle spedizioni. Dovevo costruire un’esperienza per riuscire a vendere le mie idee».

Per esempio?

«Mi sono chiesto a chi potevo vendere un’ascensione sull’Himalaya. Un’azienda propone la propria immagine, i propri strumenti. Io posso proporre la mia faccia, la mia idea di avventura, il mio modo di scalare una montagna. Perciò dovevo trovare delle aziende che sposassero la mia idea che, poco alla volta, doveva diventare un marchio. Non è tanto importante dove vado, ma cosa racconto andandoci. È la comunicazione che conta. Un tempo le imprese estreme si vendevano attraverso dati, numeri, record. Oggi si vendono come storie».

Cosa vuol dire precisamente?

«Una volta l’alpinista che batteva un record andava sui giornali e restava nella testa della gente. Adesso il mondo va talmente veloce che l’ascesa di un 8000 o l’attraversamento dell’oceano a remi si dimentica nel giro di una settimana. È la storia che costruisci attorno alla tua impresa che rimane. È quasi più proficuo non raggiungere l’obiettivo ma raccontar bene la storia, che battere un record senza saperci costruire niente attorno».

Lo storytelling. Lei ha scelto l’avventura perché non ama la vita comoda?

«Tutt’altro, amo anche la vita comoda».

Perché rifiuta lo stress cittadino?

«Nemmeno. In questa dimensione ho trovato il mio benessere interiore. In fondo, sono sfide con me stesso. È chiaro che per fare determinate cose devi mettere in conto un certo grado di sacrificio e di sofferenza. Devi accettare una componente di rischio, prepararti a sopportare il caldo, il freddo, mille imprevisti. Però, amando queste emozioni, sai che questa sofferenza verrà ripagata alla grande e con gli interessi».

Come sono gli allenamenti?

«Si dividono in tre aree. Prima di tutto c’è un allenamento specifico, mirato sull’avventura che vado a fare».

La seconda area?

«È quella che chiamo dei livelli tecnici. Per esempio, anche se l’anno prossimo dovrò attraversare il deserto a piedi, essendo un alpinista e uno che va in kayak, devo mantenere una preparazione media anche nelle mie discipline di base».

La terza?

«Sono gli ambientamenti, cioè l’adattamento fuori dalle mie zone di conforto. Abituarmi a temperature estreme, stare in circostanze inusuali per mantenere una disciplina mentale che mi aiuti a gestire situazioni impreviste».

Quanti battiti cardiaci ha a riposo?

«Anche la frequenza cardiaca si modifica in base agli allenamenti e alle situazioni. Per esempio, se devo andare in mezzo al ghiaccio ho bisogno di aumentare la massa grassa e questo cambia anche il battito cardiaco».

Comunque, in media?

«Diciamo meno di 60».

Le è sempre andata bene? C’è qualcuno che conosceva che non è tornato?

«Di amici ne ho persi tanti in questi anni, dal parapendio al paracadutismo alle imprese sott’acqua…».

E queste tragedie non la fanno pensare?

«Certo che sì. Ma penso che la morte arrivi inevitabilmente, arrivi in modo inaspettato. Non credo che dovrei smettere di fare una cosa che mi fa stare bene per paura di un evento ignoto. Non è detto che perché ti cimenti in un’avventura sei più a rischio. Muore inaspettatamente anche chi fa una vita sedentaria».

Qual è la situazione più estrema in cui si è trovato?

«Difficile scegliere, ne dico tre. La prima è stata la discesa dal Manaslu, 8163 di altitudine, l’ottava montagna più alta della terra. Fu una prova molto rischiosa per la stanchezza estrema, l’assenza di visibilità e la neve abbondante che aveva coperto la traccia. Poi nell’Antartide, da solo a 50 gradi sottozero e con venti che soffiavano a 80/90 km orari».

La terza?

«La traversata dall’isola di Zanzibar alla costa della Tanzania, 50 km a nuoto. Lì è stata messa alla prova la tenuta psicologica. Ho nuotato tutta la notte, tutto il giorno e parte della notte successiva. È una zona di mare dove ci sono gli squali, per fortuna non li ho trovati se no non sarei qui».

Erano imprese finanziate?

«Da vari sponsor. Non pagano l’avventura, pagano me. Poi io realizzo una storia importante legata all’avventura che vado a fare».

Cosa vuol dire?

«Per esempio, un piano pubblicitario dell’azienda o un piano per i social. Le forme possono essere tante».

Il posto più estremo dov’è stato?

«L’Antartide, più del deserto e dell’estremo Nord».

La parola paura vuol dire qualcosa per lei?

«Assolutamente sì. È l’emozione più bella che un essere umano possa provare».

Addirittura.

«È lo stato d’animo che riesce a farti essere vigile e attento a ciò che stai per fare. Quindi è l’emozione più bella che ti può capitare».

Diciamo paradossalmente?

«Sì, perché si tende a confondere paura con panico».

Invece?

«Il panico è la perdita del controllo della paura».

L’aspetto positivo della paura sparisce?

«Se non la controlli la paura diventa panico. Se riesci a controllarla ti fa restare vigile e attento a quello che fai».

Ha mai commesso un grave errore?

«Gli errori di calcolo fanno parte del gioco. Quello grave è quando non torni a casa».

Cosa vuol dire che non si deve confondere la rinuncia con il fallimento come dice in un video?

«Quando non si raggiunge un obiettivo spesso ci si sente dire: quindi hai fallito? Io toglierei la parola fallimento dal vocabolario. Una persona che s’impegna per un obiettivo per me ha fatto il 60% del lavoro. Quando sei costretto a rinunciare a qualcosa a cui tieni, comunque, per arrivare lì hai profuso energia e compiuto tanti sforzi: non sarà mai un fallimento perché arrivare fino a lì ti ha insegnato tante cose. Rinunciare non ti fa perdere quello che hai imparato».

Dice che superare i propri limiti «è sempre un’avventura estrema».

«Più che superare preferisco usare il verbo spostare».

Cioè, mettersi sempre alla prova?

«Sì, e vale per tutti a tutti i livelli. Ognuno deve affrontare le proprie prove».

«I limiti esistono soltanto nella nostra testa» è il suo dogma?

«Sì, ma non confondiamo. È ovvio che ci sono prove che l’età o altri limiti impediscono. Ma la maggior parte delle volte chiunque, non solo un atleta, si blocca più per un aspetto mentale che fisico. Per un blocco psicologico. Spesso i problemi sono frutto della nostra mente».

C’è chi, vedendo certe immagini, ha le piante dei piedi che gli friggono…

«Io parlo di un’altra cosa. Se una certa cosa mi fa paura e non la voglio fare, ok. Se invece mi dicessi che voglio farla, ma non ci riesco, allora ci si può lavorare».

Che rapporto ha con la natura, la montagna, il mare?

«La natura è il mio ufficio, il mio Dio. È la divinità che ci circonda, rappresenta tutto».

Non sempre è benevola.

«Per fortuna».

In che senso?

«Almeno ci insegna qualcosa».

Cosa ha pensato della tragedia della Marmolada?

«Il riscaldamento climatico incide su questi eventi, anche se non è stato prevedibile più di tanto. I ghiacciai si sciolgono in tempi lunghi, i seracchi si staccano all’improvviso. È stata una disgrazia enorme».

Cosa pensa di chi si fa i selfie sul cornicione di un grattacielo?

«Sono bravate senza senso. C’è differenza con il professionista che scala una parete e si è allenato mesi per farlo. Le nostre performance non sono una roulette russa, ma prove razionali alle quali ci prepariamo a lungo. All’inizio degli episodi di Extremes adventures si avverte che le attività contenute nel programma sono eseguite da professionisti: “Non imitateli”».

La sua prossima avventura?

«Non posso dire nulla. È un progetto molto delicato al quale sto lavorando. Sempre in solitaria».

 

La Verità, 16 luglio 2022