«Se la destra vuole governare deve maturare»

Storico, saggista, autorevole firma del Corriere della Sera, di recente Ernesto Galli della Loggia ha vergato due interventi sul marmo. Il 12 gennaio a proposito dei fatti di Capitol Hill ha scritto che «ciò che spinge la gente in piazza non sono tanto le diseguaglianze, ma il sentimento di giustizia offeso». Mentre il 21 gennaio si è chiesto «che cosa altro deve succedere in Italia perché cambi il sistema politico, perché cambino le regole che lo governano? Non basta avere da tre anni come presidente del Consiglio un signor nessuno mai presentatosi in alcuna competizione elettorale?».

Professore, il fatto che il suo editore Urbano Cairo si sia espresso contro la crisi rappresenta un problema per gli editorialisti del Corriere della Sera?

«No, nessun problema direi. Gli editorialisti del Corriere rispondono al direttore ed è lui che decide se pubblicarli o no».

Secondo lei Giuseppe Conte è fuori dai giochi?

«Direi che ha ancora il 50% di probabilità di farcela. La situazione è così oscura e intrecciata che è difficile andare oltre qualche profezia in percentuale».

Qual è il mistero di Conte?

«Non c’è nessun mistero. Ha approfittato della situazione straordinaria nella quale i partiti vincitori delle elezioni del 2018, Lega e 5 stelle, si sono trovati: privi di un esponente in grado di metterli d’accordo, sono dovuti ricorrere a una figura terza. È stato prescelto proprio perché sconosciuto. Da lì in poi Conte è stato abile a cavalcare gli avvenimenti. Non c’è un segreto, se non che è una personalità duttile».

Non male come eufemismo.

«La duttilità è la capacità di adattarsi alle circostanze».

A me viene in mente Arturo Brachetti, l’attore trasformista.

«A me Fregoli, un Fregoli della politica».

Perché tutti lo vogliono tenere, a parole?

«Be’ proprio tutti non direi, diciamo molti. In ogni caso una persona che si adatta fa comodo. Anche se così si realizza una situazione in cui non si sa bene chi si adatta a chi».

Per qualche giorno la crisi è sembrata una guerra sulla sua testa?

«Sì, ma in realtà è una guerra tra partiti che o non hanno futuro o, pensando di averlo assai incerto, provano a garantirsi la sopravvivenza nel disfacimento generale».

Se Conte farà il suo partito toglierà voti al Pd e ai 5 stelle che, oltre la facciata, preferiscono un cambio a Palazzo Chigi?

«Cambiare Conte significa convincere i 5 stelle a trovare un altro premier. La sua forza è che nessun altro sembra in grado di garantire la convivenza tra Pd e M5s. D’altra parte senza Italia viva non ci sono maggioranze di centrosinistra diverse».

Conte ha resistito così tanto grazie alla pandemia?

«La pandemia lo ha aiutato, ma anche la sua adattabilità. Con lui il trasformismo è arrivato ai vertici del sistema».

Dietro l’aria azzimata c’è un politico inflessibile?

«Abbiamo appena finito di dire che è duttile… L’aria azzimata è tipica di un certo avvocato meridionale di un tempo che ignora l’abbigliamento casual. Cravatta e camicia bianca, poi, sono da sempre l’uniforme del politico italiano medio».

Ha esautorato il Parlamento con i dpcm.

«Non è certo il primo che governa con i decreti. Sono anni che il Parlamento è sopraffatto dall’attività legislativa del governo. Ma in questo caso che cosa sarebbe accaduto se su ogni provvedimento di emergenza si fosse aperto un confronto parlamentare, magari a botte di centinaia di emendamenti?».

È accentramento scrivere il Recovery plan affidandolo a una task force di sei manager scelti da lui?

«Non sono pregiudizialmente contrario ad accentrare certe decisioni. Purtroppo gli accentratori che Conte ha scelto hanno partorito un testo ridicolo. Non credo però che un bel tavolo di confronto con le regioni avrebbe fatto meglio».

Ha gestito con una struttura privata le immagini da diffondere sui media.

«Questo è un comportamento davvero singolare. Sarebbe interessante sapere se Rocco Casalino o la sua società si facevano pagare per cedere le immagini alla Rai».

Che sono sempre le stesse, come ai tempi dell’Istituto Luce.

«Il Luce era una cosa seria. Diciamo un’azione da Minculpop de noantri».

In questi giorni la parola più gettonata è europeismo: è la discriminante per escludere la destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni?

«Fossi Ursula von der Leyen avvierei un’azione legale contro chi usa il mio nome e quello dell’Europa per qualificare cause poco raccomandabili. Ognuno piega l’Europa secondo convenienza. È il modo giusto per screditarla».

I miliardi del Recovery fund l’Europa li dà solo se governa qualcuno che le è gradito?

«No, ma prenderla a sberle ogni giorno non facilita certo i rapporti. Non si va a chiedere un prestito in banca maltrattando gli impiegati e insultando il direttore…».

Senza arrivare ai maltrattamenti si può rivendicare autonomia nell’uso dei fondi?

«Sono stati assegnati all’Italia, ma a certi scopi. L’Europa vuole vedere se li rispettiamo. Il Recovery fund sarà il cuore della politica dei prossimi anni. Un governo di destra avrebbe certo un problema di coerenza se usufruisse di quei fondi continuando a dire che l’Ue è un’istituzione malvagia da combattere».

Il voto dei singoli paesi conta qualcosa?

«Certo. Il problema è che il voto di alcuni paesi conta più di quello di altri. Il voto dell’elettore tedesco elegge un governo che pesa più di quello italiano e quindi conta di più».

Sulla pandemia e sulla crisi economica annaspiamo: come vede il governo di salvezza nazionale?

«Non mi piacciono i governi di unità nazionale se non durante le guerre. Nei regimi democratici i governi devono essere governi politici. Durante una guerra si ha un unico obiettivo: vincerla. Paragonare l’epidemia a una guerra è inutile retorica. Durante un’epidemia si combatte il virus con il vaccino, ma produrre vaccini non è compito dei governi, distribuirli riguarda invece l’amministrazione, sulla quale i partiti hanno visioni diverse».

Il centrodestra è andato da Mattarella unito, Forza Italia entrerà in un governo di larghe intese?

«Probabilmente sì se ce ne sarà l’occasione, che però non vedo all’orizzonte».

Anche Salvini ha aperto a un governo di salvezza nazionale, senza Conte, che faccia poche riforme.

«Mi sembrano parole, solo Salvini sa che cosa voglia davvero».

Se non si andrà a votare, il nuovo capo dello Stato sarà espresso come sempre dal centrosinistra?

«Molto probabile. Ma bisogna vedere quali saranno i candidati e ricordare che il voto è segreto. Se si candidasse Massimo D’Alema, ad esempio, credo che per primi qualche decina di parlamentari del centrosinistra non lo voterebbero».

Proverrà dalla solita area?

«Sì, ma i nomi, cioè le persone, fanno la differenza. Ad esempio Pierferdinando Casini è un senatore del centrosinistra, ma sono sicuro che avrebbe un’ampiezza di consensi maggiore della sua parte».

Se invece ci fossero le elezioni vedrebbe come candidato del centrodestra uno come Giulio Tremonti?

«Certo. Un altro potrebbe essere Giancarlo Giorgetti».

Il centrodestra riuscirà a proporre una classe dirigente autorevole?

«Tra quanti anni? Temo ci sia bisogno di un lungo processo di cui però non vedo ancora l’inizio. Faccio un esempio: parlare dell’Europa come un mostro o in modo apocalittico della presenza degli immigrati non favorisce certo la formazione di una classe dirigente dotata di autorevolezza e di un minimo di spirito critico».

Come mai, da angolazioni diverse, sia lei che Tremonti avete evocato la Rivoluzione francese come esempio di sfogo finale della rabbia di larghi strati della popolazione?

«Forse perché non siamo degli ottimisti a 18 carati. Perché vediamo ciò che succede nel mondo. Se in questi giorni c’è stata una rivolta che ha messo a ferro e fuoco alcune città della pacifica Olanda, immagini cosa può accadere in Italia».

Oltre alla diseguaglianza economica qual è la molla di queste rivolte?

«L’essere rimasti in tanti per un anno senza reddito e vedere il proprio livello di vita avvicinarsi a quello della miseria. La forte diversità tra la massa e le élites fomenta la rabbia, certo, ma il Covid è decisivo. L’Europa è diversa dagli Stati Uniti, ma senza il Covid sono convinto che non ci sarebbe stato nemmeno l’assalto a Capitol Hill».

Qual è la cosa più grave che Salvini non capisce della situazione attuale?

«Non capisce che la piattaforma della Lega è invisa a molta gente che pure è tutt’altro che tifosa della sinistra».

Non sarà una strategia di marketing?

«Con il suo modo di fare e di parlare Salvini consolida solo lo zoccolo duro sovranista. Se il suo obiettivo è di riuscire a essere eletto a vita in Parlamento, senz’altro ci riuscirà. Ma se il centrodestra ambisce a governare, il leader leghista non deve accontentarsi dello zoccolo duro».

Alla sua destra Fratelli d’Italia cresce.

«Ma più o meno vale anche qui lo stesso discorso. Il compito delle forze politiche di destra è far maturare la propria base elettorale tradizionale per allargarla e arrivare a essere maggioranza. Ma perché questo accada devono maturare anche i suoi stessi dirigenti, che invece sembrano votati a restare minoranza».

Qual è invece la cosa più grave che non capisce il Pd?

«Che per mantenere il ruolo politico centrale che per un gioco del destino gli è capitato, sarebbe bene avere delle idee per il paese. Idee sul sistema fiscale, sull’avvenire della scuola, sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Idee che riguardino cioè i problemi veri del Paese e dei cittadini».

Quelle per le quali il Pd si spende sono genitore 1 e genitore 2 o il ddl sull’omotransfobia?

«Non direi che il Pd si spenda per queste idee, ne parla a mezza bocca e le sostiene a metà. Non ha il coraggio di opporsi mai a un certo genere di proposte».

A chi soggiace?

«A gruppi di opinione molto attivi. Non propone questi temi per primo, ma si fa ipnotizzare da idee non sue».

L’Italia resterà un paese in maggioranza moderato governato dalle sinistre?

«Se la destra non cambia, i moderati preferiranno a lungo di farsi rappresentare da una sinistra che non è certo composta da pericolosi bolscevichi».

Anche se ha una somma di consensi inferiore?

«Ma ha una capacità di coalizione maggiore, ed è quello che conta. Se la destra non accresce la sua capacità di dialogo e di allargamento del consenso può essere sicura che un presidente della Repubblica non lo eleggerà mai».

 

La Verità, 30 gennaio 2021

«Perché io, comunista, non sono di sinistra»

Qualche giorno fa, ospite di Agorà su Rai 3, Marco Rizzo ha detto: «Non so se devo questo invito a Luisella Costamagna, torinese come me, oppure al fatto che oggi ricorre il centenario della nascita del Pcd’I (Partito comunista d’Italia ndr). Nel secondo caso, la prossima volta m’inviterete fra altri cento anni?».

Rai 3 la osteggia?

«Tutti i media di sinistra lo fanno».

E perché mai?

«Perché racconto la verità e dico che la sinistra ha tradito i suoi ideali».

Lei è un comunista di destra?

«Io sono figlio di un operaio della Fiat. Nato e vissuto a Torino, nel quartiere periferico di Borgo Vittoria, dove il Pci prendeva il massimo dei voti. Bene, nel palazzone che all’epoca ospitava la sede provinciale del partito, adesso c’è quella di Unicredit. Questo cambio di destinazione d’uso dà plasticamente il senso di ciò che è successo in questi anni».

Ovvero?

«La sinistra ha abbandonato le periferie e i lavoratori e si è convertita a Bruxelles e alla finanza. Eppure, in occasione di questo centenario, si dà massima visibilità a coloro che il Pci l’hanno sciolto, come Achille Occhetto e Massimo D’Alema. Ad Andrea Romano che giovedì si è presentato alla manifestazione di Livorno con una delegazione del Pd i nostri militanti hanno cantato: “Chi ha sciolto il Pci non può stare qui”».

Sessantuno anni, padre di tre figli, laureato in Scienze politiche, fondatore di Rifondazione comunista e del Partito dei comunisti italiani, deputato per tre legislature e poi europarlamentare fino al 2009, dal 2014 Marco Rizzo è segretario generale del Partito comunista (Pc).

Come vive?

«Scrivo libri e faccio il segretario. Politica non è solo sedere nelle istituzioni. Noi siamo l’unico partito nel quale un eletto percepisce uno stipendio da lavoratore».

Come il M5s.

«Si è visto com’è andata».

Quanti siete?

«Nel 2018 abbiamo preso circa 100.000 voti, alle europee del 2019 siamo arrivati a 250.000. Cresciamo».

Che cosa è vivo del comunismo oggi?

«Ci sono due grandi questioni. La prima è la difesa del lavoro. Siccome i tempi per produrre si ridurranno sempre più, siamo di fronte a un bivio. O imbocchiamo la strada della globalizzazione, con aziende private più forti degli Stati, pochi uomini padroni della ricchezza mondiale e un esercito di schiavi a produrla, oppure scegliamo una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per lavorare tutti, lavorare meno e vivere meglio».

La seconda questione?

«È l’economia dominante sulla politica. In larga parte del mondo occidentale la finanza e i mercati comandano su tutto. Io credo che il primo passo del socialismo sia far tornare la politica a governare economia e finanza».

Come per esempio accade in Cina, unico paese in espansione in questa crisi da lei stessa prodotta?

«Non voglio certo dire che sia un Paese guida. Però in Cina economia e finanza non comandano la politica. Jack Ma, il miliardario di Alibaba che ha tentato di diventare indipendente, è stato bloccato dall’authority e ridotto a miti consigli. Un altro oligarca cinese è stato condannato a morte per corruzione. Ovviamente non teorizzo la pena di morte, è solo per dire che comanda la politica».

È l’esempio giusto: dovunque si sia realizzato, il comunismo ha generato morte e privazione delle libertà.

«Questo è l’interrogativo: socialismo e liberalismo si confrontato sul crinale tra giustizia sociale da una parte e libertà individuale dall’altra. Oggi il capitalismo occidentale garantisce davvero la libertà individuale? Quando Twitter censura il presidente americano in campagna elettorale è libertà? Lo dico al di là delle posizioni di Donald Trump. Se John Fitzgerald Kennedy fosse stato censurato dal New York Times, il giorno dopo l’Fbi avrebbe sigillato le rotative».

Quindi per la giustizia sociale lei sarebbe pronto a cedere le libertà?

«Dico che anche in Occidente non sono garantite. La Cina non è certo il modello, ma pensiamo a come ha affrontato la pandemia. In un mese e mezzo ha sconfitto il Covid. L’impostazione statale ha funzionato. In Occidente le cose sono andate peggio perché la sanità è finalizzata al profitto».

Anche in Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca si è contrastato efficacemente il Covid.

«Sono tutte isole e penisole».

Anche l’Italia è una penisola, ma le nostre frontiere sono aperte. La pandemia ha mostrato le crepe della globalizzazione, ma nell’Unione sovietica c’erano sia povertà che dittatura.

«L’Urss di quegli anni si confrontava con Hitler e Mussolini. E la democratica America ha lanciato due bombe atomiche quando la guerra era già vinta. Chiederci degli orrori del sistema sovietico è come rinfacciare l’Inquisizione alla Chiesa di papa Francesco. Bisogna contestualizzare».

C’è sempre una contestualizzazione che fa da alibi, tuttavia è andata così dovunque e comunque.

«In Cina in vent’anni 700 milioni di persone sono state riscattate dalla povertà. Nel mondo capitalista la povertà aumenta e le libertà diminuiscono. I social media hanno bloccato Libero, il Manifesto, l’autore di satira LefrasidiOsho e il sottoscritto. Oggi se non sei sui social non esisti, ma se sei sui social devi allinearti».

È una dittatura strisciante?

«C’è il rischio. Dopo l’avvento delle tv private nacquero organismi di controllo come l’Autorità per le telecomunicazioni, la legge sulla par condicio, l’Osservatorio di Pavia. Perché non si fa la stessa cosa con il Web?».

I social media non sono democratici?

«I vari Mark Zuckerberg e Jack Dorsey hanno un controllo totale. L’Unione europea, che regola anche le misure degli ascensori e degli spazzolini da denti, su queste situazioni latita. Quando ho commentato i fatti di Capitol Hill e sono stato oscurato da Facebook, sanzionato da un’authority della Silicon Valley, non ho avuto notizie della nostra amata Europa».

La Rete è uno strumento di omologazione?

«Non solo. La dittatura digitale si espande. Ora ci sono i corsi di laurea di sei mesi di Google. Se le aziende cominceranno ad assumere i laureati di Google le università pubbliche e private diventeranno obsolete».

Come giudica il fatto che in Italia la sinistra continua a governare senza vincere le elezioni?

«Antonio Gramsci si rivolterebbe nella tomba sentendo questo uso del termine sinistra. I suoi rappresentanti sono più legati ai poteri di Bruxelles e Francoforte di quanto lo siano quelli del centrodestra».

D’Alema ha detto che serve un nuovo partito di sinistra.

«Ha detto anche che dev’essere un partito che raccolga le idee del Pci. Pensi la beffa: è stato tra coloro che l’hanno sciolto».

Il Partito comunista si è trasformato in un grande partito radicale che al posto dei proletari difende i gay, i migranti e le femministe?

«È una mutazione genetica iniziata negli anni Settanta. Invece di aggiungere ai diritti sociali i diritti civili, ha sostituito i primi con i secondi. Diciamo che Marco Pannella ha vinto perché quel Pci, che lo odiava, attraverso i passaggi in Pds, Ds e Pd, si è trasformato in un partito di cultura radical chic. Basta guardare le mappe geografiche del voto».

O le intestazioni genitore 1 e genitore 2 sui documenti anagrafici.

«Hanno sostituito le battaglie sostanziali dei lavoratori con quelle superficiali del pensiero unico. Se poi aggiungiamo anche l’utero in affitto siamo al peggio del peggio».

Della legge Zan contro l’omotransfobia cosa pensa?

«Credo che gli atti violenti e di discriminazione debbano essere tutti puniti. Però fare una legge per specificare reati contro minoranze particolari non significa voler colpire i trasgressori, ma fare propaganda».

Pc è diventata la sigla di politicamente corretto?

«Visto che sono il segretario del Pc al massimo può voler dire più case, più conoscenza, più cultura».

Si definirebbe un nostalgico, un romantico, un utopista, una persona orgogliosa o solo fuori del tempo?

«Mi definisco un uomo con una passione politica con i piedi piantati per terra e la schiena dritta».

Come giudica l’azione di Matteo Renzi?

«Come tutti quelli che vivono nel Palazzo, parla del paese ma pensa a sé stesso. È sicuramente il più capace nel turpiloquio della politica».

Ha perso clamorosamente?

«Direi di sì. Essendo politicamente morto, se fosse riuscito ad ammazzare Conte sarebbe rinato, perché chi ne avesse preso il posto avrebbe dovuto essergli riconoscente. E così si sarebbe seduto al tavolo delle nuove decisioni».

Che vittoria è quella di Conte?

«Esclusivamente individuale. In quale posto al mondo uno così diventa presidente del consiglio e ci rimane?».

Come giudica il comportamento del Pd?

«Il Pd è il progetto politico più conseguente ai poteri economici e finanziari che governano l’Europa. Terminato il suo mandato, Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia dei governi Renzi e Gentiloni, è entrato nel Cda di Unicredit, la più grande banca italiana, con la prospettiva di diventarne presidente. Sono le porte girevoli del potere».

Era il governo delle quattro sinistre, ora sono rimaste in tre.

«Come i briganti della canzone di Domenico Modugno».

Come possono essere alleati il partito dell’establishment e quello della decrescita?

«Uno guida la nave, l’altro tradisce il 35% di consensi che conquistò alle elezioni del 2018. Non si è mai vista questa capacità di dire una cosa e di fare l’esatto contrario. Passano da destra a sinistra spostandosi a 360 gradi. Ora svoltano al centro».

Come vede una coalizione che va da Roberto Speranza a lady Mastella?

«Da Liliana Segre a Renata Polverini, Franza o Spagna purché se magna».

Condivide la politica dei sussidi e dei ristori per lenire i morsi della pandemia?

«È una politica priva di visione. Anziché costruire lavoro si costruisce assistenzialismo. Il reddito di cittadinanza dev’essere una soluzione d’emergenza temporanea. Su questo avrei una proposta…».

Prego.

«Prendiamo la fragile conformazione del nostro territorio, spesso preda di dissesti idrogeologici per cui semplici acquazzoni si trasformano in alluvioni epocali. Lo Stato potrebbe promuovere un grande piano di manutenzione del territorio, destinando chi percepisce il reddito di cittadinanza a riforestare le montagne, pulire i fiumi, risistemare le zone terremotate con la tecnologia e le competenze necessarie. Facendo lavorare geometri, ingegneri, giovani, immigrati. È l’idea contraria allo stare a casa passivi, prendendo una miseria e perdendo autostima. È un piano di ricostruzione che potrebbe impiegare un milione di persone e permetterebbe di risparmiare i costi che sosteniamo per riparare le calamità che periodicamente colpiscono l’Italia».

 

La Verità, 24 gennaio 2021

Ricolfi: «Vi spiego perché non è andato tutto bene»

È l’oppositore più implacabile del governo Conte sull’epidemia. Non un oppositore politico o ideologico. Ma scientifico, analitico, forte di dati e cifre. Se i numeri non li sa interpretare lui che insegna Analisi dei dati all’Università di Torino, chi altro? Luca Ricolfi, sociologo, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, ha appena mandato in libreria La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia (La nave di Teseo). È un saggio che inizia con un apologo. Moltiplicandosi con progressione esponenziale, improvvisamente, dalla sera alla mattina, le ninfee saturano l’intero stagno e, se prima al contadino bastavano pochi minuti per disinfestarlo, ora serve una giornata di lavoro. Il contrasto al virus è una questione di tempestività. Anziché fermarlo prima che dilaghi, lo rincorriamo affannati. L’indecisionismo ci è costato alcune decine di migliaia di morti e qualche punto di Pil.

Professore, la terza ondata è inevitabile?

In realtà in Italia stiamo già assistendo, da tempo, a una sovrapposizione fra la seconda, che aveva cominciato faticosamente a regredire a fine novembre, e una sorta di terza ondata che si è manifestata da due mesi scarsi, grosso modo dal Black Friday del 27 novembre a oggi.

Arriva fatalmente o la stiamo incoraggiando noi?

La circolazione del virus, presumibilmente, è alimentata da due fattori distinti. Il primo è l’aumento della trasmissibilità, legata alla progressiva diffusione di nuove varianti del virus. Il secondo è il complesso delle scelte e non-scelte governative.

Quali scelte e non scelte?

Soprattutto tre: l’inerzia sul problema dei trasporti e delle scuole; il ritardo, di almeno due mesi, con cui si è proceduto alle chiusure; la scelta suicida, da metà novembre, di abbattere il numero di tamponi.

Riavvolgiamo il nastro: per lei la seconda ondata era evitabile, mentre tutti, politici, media, molti analisti pensano il contrario.

Se per «analisti» intendiamo fisici, matematici, statistici, epidemiologi, studiosi di processi di diffusione – ossia le categorie che hanno gli strumenti per analizzare la dinamica di un’epidemia – non ne conosco neppure uno che abbia negato l’evitabilità della seconda ondata, se non altro perché ci sono almeno una decina di paesi – su una trentina di società avanzate – che nell’autunno 2020 hanno subito solo una modesta fluttuazione.

La metafora delle ninfee spiega che lo stagno si riempie velocemente, ma il contadino-governo ne rinvia la ripulitura per non inimicarsi i pescatori, cioè gli operatori economici. Quanto conta la tempistica nel contrasto all’epidemia?

Enormemente: se intervieni quando oltre metà dello stagno è già ricoperta di ninfee impieghi tantissimo tempo a ripulire. In un paese come l’Italia, con 60 milioni di abitanti, 1-2 settimane di ritardo possono costare più di 10.000 morti non necessarie, oltre a un raddoppio dei tempi del lockdown.

Usando un’espressione a effetto si può dire che invece di adottare il 5G il nostro governo avrebbe dovuto applicare il piano delle 5 T: tamponi, tracciamento, terapie intensive, territorialità, trasporti?

Aggiungerei alle 5 T almeno un punto molto importante: controllo delle frontiere di terra e di mare, limitazione dei voli legati al turismo internazionale. Tomas Pueyo, che a mio parere è il più autorevole studioso della pandemia, ha dimostrato che il governo delle frontiere è assolutamente necessario, se si vuole bloccare la diffusione della pandemia. Da solo non basta, ma se lo si dimentica non si può vincere la sfida del Covid.

Perché l’omissione più grave è stata il numero ridotto di tamponi?

Perché il numero di morti dipende strettamente, molto strettamente, dal numero di tamponi, secondo una relazione matematica inversa. Si può discutere se raddoppiando il numero di tamponi il numero di morti si dimezzi, o più che dimezzi, ma l’impatto è difficilmente contestabile. Il dramma è che i nostri governanti hanno fatto esattamente il contrario: fra metà novembre e le vacanze di Natale anziché raddoppiarli li hanno dimezzati, moltiplicando così il numero dei nuovi morti.

Quanto hanno inciso le elezioni regionali di settembre nella narrazione del «modello Italia»?

Tantissimo, ma non sono state il fattore decisivo. L’elemento cruciale, a mio parere, è stata l’incompetenza – o la timidezza? – degli esperti scelti dal governo, che hanno preferito illudere i politici, anziché dire chiaro e forte quel che stava succedendo. Fino un certo punto i politici davvero non avevano capito, altrimenti Roberto Speranza il suo libro autocelebrativo non l’avrebbe scritto.

La lentezza di Conte nel decidere si spiega con la ricerca del consenso?

Fino a un certo punto, visto che la lentezza gli è costata cara, proprio in termini di consenso. Il comportamento di Conte si spiega con il fatto che né lui né i suoi ministri né i suoi esperti hanno voluto vedere la realtà. Ha presente la regina cattiva della fiaba di Biancaneve? «Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella di questo reame?». Di fronte alla domanda, gli esperti-specchio hanno preferito rispondere quel che la regina-Conte voleva sentirsi dire, ossia che il modello italiano era il più bello del mondo.

Oltre che i turisti, il dogma delle frontiere aperte riguarda anche gli immigrati. Perché non si sa nulla dell’incidenza dell’immigrazione nella diffusione dei contagi?

Perché mancano dati analitici, e perché se ci fossero la risposta sarebbe imbarazzante. La colpa dell’epidemia non è certo degli immigrati, ma non vi è dubbio che senza l’isteria pro-cinese iniziale, e senza la tolleranza successiva verso gli sbarchi, avremmo avuto numeri inferiori.

La seconda ondata deriva più dalle movide e dalle discoteche o dalla mancanza di potenziamento dei trasporti per l’apertura delle scuole?

Impossibile dirlo con certezza, ma le mie analisi suggeriscono che la saturazione dei mezzi di trasporto abbia contato di più.

Scrive che «tergiversare costa». Si può quantificare in numero di morti e in percentuali di Pil?

Dipende da che cosa si intende per non tergiversare, e dal periodo preso in considerazione. Se consideriamo entrambe le tergiversazioni, prima e seconda ondata, direi che sarebbe molto difficile, per uno studioso serio, sostenere che i morti di troppo siano meno di 20.000, e i punti di Pil persi siano meno di 3.

Che idea si è fatto della mancata chiusura di Alzano e Nembro? Che ne è dell’inchiesta giudiziaria relativa alla vicenda?

Nel libro faccio l’ipotesi che Conte abbia capito la gravità della situazione solo l’8 marzo, ossia troppo tardi. Della vicenda giudiziaria non so a che punto siamo, e mi sento in contraddizione con me stesso: sono ostile alle incursioni della magistratura nella politica, ma al tempo stesso penso che – dopo 10 anni in cui ci è stato impedito di scegliere chi ci governa, e dopo un anno di compressione delle nostre libertà fondamentali – dobbiamo prendere atto che la magistratura sta diventando l’ultimo baluardo contro l’irresponsabilità dei governanti.

Che cos’è la strategia del formaggio svizzero, quello con i buchi, come la nostra groviera?

L’idea è che nessuna arma di difesa da sola funziona perfettamente, ma se ne usiamo molte contemporaneamente, come fette di formaggio svizzero sovrapposte disordinatamente una sull’altra, possiamo tenere il numero di contagiati assai vicino a zero. Siccome nessuna fetta è senza falle, se il virus riesce a oltrepassare uno strato prima o poi ne incontra un altro che lo blocca.

Scrive che «la gestione di un’epidemia si fa agendo contro il senso comune». La nostra classe dirigente possiede credibilità sufficiente per adottare misure impopolari?

Assolutamente no. E vale anche per l’opposizione, purtroppo. Si trattava di ripulire lo stagno quando le ninfee – i contagiati – erano poche decine, senza aspettare che diventassero migliaia. E di spiegarlo alla gente, anziché cercarne a tutti i costi il consenso.

Dal suo punto di vista che rapporto si è realizzato tra i politici e gli esponenti della comunità scientifica?

Come sempre si sono circondati di quelli meno indipendenti. Soprattutto hanno scelto di non rispondere mai alle domande e alle proposte degli studiosi indipendenti.

Perché l’espressione «dobbiamo imparare a convivere con il virus» non la convince?

Perché se provi a convivere, nel giro di qualche settimana il virus prende il sopravvento e ti costringe a richiudere tutto. L’economia si salva sradicando il virus, non venendo a patti con lo stop and go.

Nel frattempo l’imprenditoria italiana è terra di conquista di paesi stranieri.

Sarebbe il meno. Il problema è che, pietrificando l’economia per un anno, ci ritroveremo con una base produttiva amputata e una «società parassita di massa» che, in un colpo solo, prenderà il posto della «società signorile di massa» (come s’intitolava il precedente libro di Ricolfi ndr) che eravamo diventati.

Come si combatte la paura che blocca l’economia?

Tenendo il numero di contagiati molto vicino a zero, il che vuol dire intervenire quando quasi nessuno ne vede la necessità. Altre strade non ce ne sono, per ora.

Il vaccino risolverà tutto?

In Israele probabilmente sì, in Italia quasi certamente no. Come Fondazione Hume pubblichiamo settimanalmente l’indice DQP (Di Questo Passo ndr), che calcola fra quanto tempo l’Italia raggiungerà l’immunità di gregge procedendo «di questo passo». L’ultimo calcolo, relativo alla settimana dal 4 al 10 gennaio, fornisce: nel mese di ottobre del 2023.

 

Panorama, 20 gennaio 2021

«Presto saremo di nuovo al capolinea, bisogna votare»

Buongiorno Paolo Mieli, siamo in crisi o no?

«Ne stiamo uscendo. La mia previsione è che martedì Giuseppe Conte avrà i numeri per andare avanti».

Niente elezioni come aveva auspicato in un editoriale sul Corriere della Sera?

«Suggerivo un governo di salute pubblica come ipotizzato dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Un governo di decantazione. Guidato, per esempio, da Carlo Cottarelli per gestire la normale amministrazione e andare alle urne appena possibile, compatibilmente con le priorità della pandemia e prima del semestre bianco».

I virologi sconsigliano di convocare elezioni.

«Darei retta a loro in primo luogo. Magari rimpolpando il Comitato tecnico scientifico con altri virologi, considerato che il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha scritto in un libro che ne sono stati esclusi alcuni tra i più eminenti, come Massimo Galli e Andrea Crisanti».

Per le amministrative si voterà in tante città italiane.

«Anche questo è da vedere. L’anno scorso le regionali sono state spostate a settembre».

Italia viva ha ritirato la delegazione, ma Conte non ha rimesso il mandato: inusuale?

«Le prassi istituzionali in Italia sono come il sacco della Befana, puoi trovarci qualsiasi cosa. Chiedere la fiducia alle camere è una delle strade percorribili. E comporta il fatto che l’attuale governo rimarrà in carica senza bisogno di varare un Conte ter».

Però cambia la maggioranza.

«Al posto di Italia viva entrerà un nuovo gruppo. È già accaduto, Denis Verdini formò Ala. In molte legislature si finge che nasca un nuovo partito mentre è un assemblaggio delle persone più diverse».

Puntando ai voti dei responsabili Conte disobbedisce a Mattarella?

«Non sappiamo come Mattarella gli abbia consigliato di non ricorrere ai responsabili. La sua azione sembra invece ispirarsi proprio alla definizione di costruttori del discorso di fine anno del presidente».

Definizione elegante e non ironica.

«Matteo Salvini lamenta che a lui non fu concesso questo tentativo mentre a Conte sì. In realtà, dopo il voto del 2018, il centrodestra aveva la maggioranza relativa e proponeva di andare in Parlamento a cercare i voti mancanti. Ora si vuole conoscere in anticipo la configurazione politica dei responsabili».

Quando c’era Silvio Berlusconi si chiamavano voltagabbana.

«Nella storia d’Italia ci sono dal 1876. Il fatto è che sono pessimi quelli della parte avversa, sono salvatori quelli della propria. Lo spartiacque è se li paghi o no. Se li fai ministri, se dai un incarico al figlio…».

Questi costruttori più che le cattedrali fanno venire in mente i compassi?

«Non vedo tracce di massoneria, ma mi rendo conto che dietro Conte c’è un magnete più forte di quanto si immagini. I vescovi per ben due volte si sono pronunciati in favore della tenuta del governo. Capisco l’allarme per la situazione del Paese, ma noto la singolarità del fatto».

Anche papa Francesco ha detto di «non rompere l’unità».

«Del Papa non so, ma non credo che i vescovi si siano mossi a sua insaputa».

L’Italia piegata dalla pandemia è ostaggio dell’ego di due rivali che gareggiano sul grado di virilità?

«Non la metterei così. In politica c’è sempre un elemento psicologico. I recenti fatti americani sono stati spiegati con la pazzia di Donald Trump. Il leader perdente viene sempre descritto come uno che va allo sbaraglio, sbaglia i calcoli e viene giustamente punito dal destino. Nel caso di Renzi, persino il suo barbiere ha detto di non capirlo».

Tra due mesi saremo di nuovo al capolinea?

«È possibile».

Si sente ripetere che il governo deve correre ma lo si vede solo rincorrere il virus?

«È un dubbio che ho iniziato ad avere lo scorso ottobre. Mentre in primavera mi era parso che si fossero presi provvedimenti chiari, in autunno, quando in Europa era partita la seconda ondata, l’Italia si è attardata con dpcm interlocutori. Qualcosa di simile sta accadendo ora. Germania, Francia e Gran Bretagna adottano misure drastiche, noi tergiversiamo. Commettere due volte lo stesso errore sarebbe grave».

Sarà perché Conte ha il problema del consenso?

«Tutti ce l’hanno. In rapporto alla lotta al virus si registrano oscillazioni sia nella maggioranza che nell’opposizione. Al governo si confrontano una linea intransigente e una più morbida».

Il più morbido è proprio Conte. Ripropongo la domanda: cerca consensi?

«È costitutivo di questo governo dover mediare tra le varie anime del Pd, Leu, M5s e Italia viva, che ora non c’è più. Dubito che i costruttori incoraggeranno il rigore nella lotta al Covid. Per questo sostengo che un giorno o l’altro si debba andare a votare. In Europa tutti i leader hanno il consenso degli elettori, noi abbiamo un premier che, quando si è votato l’ultima volta, era sconosciuto».

Ora è dipinto come un Andreotti di sinistra, un federatore alla Prodi…

«Tutte persone che s’incontrarono con gli elettori. Facciamo sì che siano loro a decidere chi è Conte».

Se per Nicola Zingaretti Conte è «dirimente» e Beppe Grillo e Luigi Di Maio lo blindano, è difficile che ciò avvenga.

«Né il governo composto da M5s e Lega né quello formato con il Pd erano stati annunciati in campagna elettorale. Può darsi che quest’ultima alleanza sia la migliore, ma senza la ratifica dell’elettorato manca un elemento fondamentale. Da studioso di storia constato che in Italia non è mai il momento buono per votare. C’è il terrorismo, la crisi economica, la presidenza europea, il G20, la crisi pandemica, quest’ultima emergenza particolarmente tragica. Dopo una legislatura così scombinata la svolta avverrà solo quando gli elettori potranno dire la propria».

Fino a quel momento prevarranno le alchimie di Palazzo.

«E se tra due mesi saremo nuovamente al capolinea spunterà un altro gruppo di super costruttori… Con un Parlamento composto da eletti che hanno come comun denominatore la probabilità di non esserlo di nuovo si potrà andare avanti a lungo. Un editoriale della Frankfurter Allgemaine Zeitung, non un pericoloso organo sovranista, ha scritto che purtroppo, oltre alla gestione del coronavirus, il governo Conte non ha prodotto alcunché riguardo al futuro e si accingeva a distribuire i fondi europei in base a logiche clientelari».

Il premier è riuscito a mettere d’accordo Giuliano Ferrara e Marco Travaglio.

«Sì. Anche se in questi giorni Il Foglio è stato generoso sia nei suoi confronti che verso Renzi».

Conte è un fuoriclasse del trasformismo, uno Zelig del Palazzo o possiede poteri speciali nascosti?

«Tralasciando visioni complottistiche, credo abbia dietro di sé un magnete che attrae il lavoro di personalità molto distanti tra loro come Gianni Letta, amico personale di Berlusconi, Goffredo Bettini, che viveva in Thailandia, Massimo D’Alema che si stava dedicando a centri studi internazionali, lo stesso Pierluigi Bersani. Forse sono coalizzati dall’obiettivo di liberarsi dei due Mattei…».

Questo lavorio favorisce la nascita del partito di Conte?

«Non saprei. Ho appena visto un sondaggio di Antonio Noto che lo dà al 12% e il Pd al 13%. Se queste persone lavorassero al travaso di voti dal Pd a Conte non capirei. Anche perché darebbe un notevole vantaggio al centrodestra».

Come giudica la mossa di Renzi?

«Non credo fosse finalizzata a ottenere incarichi. Per conto mio avrebbe potuto fermarsi dopo aver ottenuto la riscrittura del Recovery Plan. Gli esponenti di piccole formazioni hanno sempre avuto rapporti segreti con i partiti maggiori. Ugo La Malfa li aveva con il Pci. Renzi non ne ha con nessuno. L’unico clemente è stato Pier Ferdinando Casini».

Renzi è uno statista preoccupato del bene del Paese o uno sfasciacarrozze ingombrato dal suo ego?

«Di statisti che si preoccupano della prossima generazione si fatica a trovarne. Sfasciacarrozze, egolatra, vittima di delirio di onnipotenza sono categorie che non uso per nessuno, preferendo tentare di capire cosa succede. E non sempre ci riesco».

È rimasto solo con il cerino in mano?

«Lo è da quando perse il referendum del 2016. Se martedì la crisi avrà l’evoluzione che abbiamo prospettato cominceranno a bruciarsi i polpastrelli».

Il partito di Conte occuperebbe la stessa area elettorale di Italia viva?

«Come detto sarebbero guai anche per il Pd. Ma soprattutto diverrebbe impraticabile l’ipotesi di una concentrazione centrista tra +Europa, Italia viva e Azione di Carlo Calenda. Un’area nella quale sono già naufragati numerosi tentativi in passato. Le parole usate da Calenda nei confronti di Renzi rendono complicata la possibilità di un’alleanza tra loro. In quest’occasione solo Emma Bonino si è dimostrata comprensiva verso il leader di Iv».

Che cosa dimostra il fatto che si pensa di affrontare la pandemia raccogliendo voti da formazioni inedite?

«Francesco Cossiga andò in soccorso del governo D’Alema durante la guerra del Kosovo. Adesso i leader più noti tra i Responsabili sono Bruno Tabacci, che detiene il simbolo della Dc e Riccardo Nencini, che ha quello del Psi. Due personalità della politica, che però non sono Cossiga».

Per affrontare la pandemia servirebbe l’energia dell’investitura popolare?

«Conte risponderebbe che l’energia non viene da un alleato che lavora contro. Tuttavia, forse era più positiva l’energia che arrivava da un alleato che, anche se per ragioni sue, ha fatto migliorare il Recovery Plan».

Era così inimmaginabile che le incompatibilità strutturali tra Pd e 5 stelle sarebbero esplose?

«Non sono esplose, questa crisi le ha cementate».

Uno è il partito dell’establishment, l’altro è un movimento nato nelle piazze dei Vaffa.

«Esiste solo il Pd e ciò che c’è intorno, come LeU. I 5 stelle fanno solo resistenza, si oppongono al Mes, difendono il reddito di cittadinanza. L’ultimo successo è stato il taglio dei parlamentari, poco altro».

Il palazzo è mai stato così lontano dal Paese reale?

«Quanto sia lontano lo si misura solo con le elezioni e il grado di astensione al voto. Il resto sono sensazioni».

Si misura anche con le proteste giornaliere delle categorie?

«Non ho visto categorie in piazza a chiedere le dimissioni del governo. Gli studenti vogliono tornare a scuola, i ristoratori vogliono riaprire o più ristori. Sui social e nei sondaggi non c’è l’onda montante. Vuol dire che il Paese protesta, ma non contro il governo. Mi sembra che anche l’opposizione non abbia reso visibile un’alternativa concreta per mandare a casa Conte».

Forse, visto il momento, anche per una forma di responsabilità?

«Forse. Ma questo l’ha detto lei».

 

La Verità, 16 gennaio 2021

«Sono un Don Chisciotte che stronca gli intoccabili»

Leggere Stroncature di Davide Brullo è aprire uno scrigno di preziosi. In mezzo ai quali, certo, si confondono anche pietre fasulle. Ma sono poche. Definizioni fulminanti. Ritratti al vetriolo. Scudisciate lisergiche. Da Alessandro Baricco a Gianrico Carofiglio, da Roberto Saviano a Gianfranco Ravasi, nessuno è risparmiato. Leggere Brullo, poeta, scrittore, critico, firma delle pagine culturali del Giornale, residente a Riccione, è anche scoprire un mondo. Una concatenazione alternativa. Un sottosuolo di trame. Un ribollire critico. Innanzitutto Pangea, «rivista avventuriera di cultura e idee», da lui fondata nel 2017. Bengodi di controletture e irregolarità collegato con Intellettualedissidente.com, altro sito incandescente che si presenta «contro tutti, contro noi stessi». Infine c’è Gog, editrice che pubblica gli autori di questo emisfero. Come nel caso di Stroncature, il cui sottotitolo è: «il peggio della letteratura italiana (o quasi)». Alla fine del tour underground, ripartiamo dal via.

Davide Brullo è un Mowgli della letteratura, il personaggio di Kipling con cui si identifica perché sciolto da vincoli d’appartenenza e da timori reverenziali?

«Magari. Brullo è un verbo greco molto raro testimoniato nei Cavalieri di Aristofane. Bru bru è l’espressione dei bambini che chiedono da bere. Vengo dal mondo della poesia e questo verbo-cognome mi piace molto».

Come il protagonista del Libro della jungla lei è un cucciolo di scrittore che tira fendenti per difendersi dagli agguati della natura ostile?

«Mowgli è una figura mitica che non sta da nessuna parte. Caccia le bestie, ma non vuole stare nemmeno con gli uomini. Grazie a uno stratagemma sconfigge chi è più forte di lui e diventa il re della jungla, domando le forze ostili».

Ovvero i potentati dell’editoria?

«Sì. Anche gli scrittori che rifiutano il dialogo e preferiscono le querele anziché la disfida sulle pagine dei giornali. O i direttori che ti scaricano perché non vogliono difenderti in battaglie meramente culturali».

Per esempio?

«Per queste stroncature il direttore di Linkiesta Christian Rocca mi ha gentilmente scaricato».

Altra ipotesi da lei formulata: Brullo è «un dandy nonostante si creda un samurai»?

«Mi mancano sia il denaro che l’estro modaiolo dell’essere dandy. Che nello stile di queste stroncature ci siano snobismo ed elitismo è indubbio».

Perché scrive che stiamo vivendo nell’era del politicamente scorretto?

«Siamo massacrati dal politicamente corretto, ma bisogna distinguere. Della politica si può dire il peggio con violenza inaudita. Anzi, se non lo fai sei un cretino. In campo culturale lo stesso atteggiamento non è accettato. È come se tutto fosse avvolto in un grande profilattico di cristallo, non si può rompere le palle».

Cioè, «in Italia si può essere politicamente scorretti ma non culturalmente anarchici»?

«Esattamente. Siccome si ritiene che i lettori siano cretini, allora tutto è giustificato. Pubblichiamo un libro di Dario Franceschini, poi un giallo di Walter Veltroni… che male vuoi che faccia».

Francesco Permunian li chiama libroidi.

«Non solo quelli di politici e cantanti. Nell’acquiescenza diffusa anche scrittori ritenuti autorevoli continuano a produrre libroidi o mattoni».

La stroncatura è un genere da eroe solitario, da cavalier perdente?

«Per sua natura ha bisogno di un’individualità accesa, forse infuocata, certamente sconfitta. Di un debole che cerca di abbattere i titani. Dopodiché cosa c’è di più bello che incarnare don Chisciotte?».

È un genere che rimanda a duelli ottocenteschi.

«Anche del primo Novecento, quando nasce la terza pagina e subito se le scrivono di santa ragione. Giuseppe Ungaretti sfidava a duello chi non la pensava come lui. Al netto del narcisismo è una tempra da riscoprire. La scrittura nasce come lotta, come polemica, altrimenti è inutile».

Definisce Baricco una specie di «Vincenzo Mollica della letteratura» perché eccede in aggettivazioni. Però lo vedrebbe ministro della Cultura.

«Considerato che la politica è ridotta ad avanspettacolo devo ammettere che Totem era una bella trasmissione. Per altro Baricco è più fotogenico del ministro attuale».

Mi era parso di capire che il giovamento stesse nell’inevitabile rarefazione della sua produzione letteraria.

«Meglio un romanzo di Baricco che un saggio di Franceschini. Anche se Baricco mi ha sempre dato l’idea di uno che attraverso la letteratura voglia raggiungere un trono e poco gli importi della letteratura in sé stessa».

Sulle Consapevolezze ultime di Aldo Busi osserva che non basta scrivere un tango di subordinate per pagine e pagine per ritenersi pari «al sub-dio», anagramma dello stesso. Ce ne fossero di Busi…

«Le stroncature hanno diverse gradazioni. Un conto è stroncare Eugenio Scalfari e Baricco, un altro un grande scrittore come Busi. Il quale, in quel libro, piscia fuori dal vaso. Per restare nella metafora, altre sue stronzate sono molto più belle».

In Conversazione con Tiresia Andrea Camilleri cita «un Montalbano qualsiasi» e sottolinea di esser «stato regista teatrale, televisivo, radiofonico…». Non si può concedere un briciolo di vanagloria a un novantenne?

«La letteratura è spietata: Goethe ha dato il meglio dopo gli Ottanta».

È troppo spietato quando scrive che Gianrico Carofiglio vorrebbe essere un autore alla Michael Mann, ma le sue storie si avvicinano al Maresciallo Rocca?

«Dei giallisti italiani non se ne può più. Se penso che dall’altra parte dell’oceano c’è un “cane demoniaco della letteratura poliziesca” come James Ellroy… I nostri giallisti sembrano giocare con i lettori, piuttosto che affondare il pugnale nella storia italiana. Basterebbe studiare Alessandro Manzoni: con Storia della colonna infame ha inventato il genere giudiziario».

In che senso Elena Ferrante è «l’emblema della banalità del bene»?

«La cosa grave è che sia l’indegna rappresentante della letteratura italiana nel mondo soprattutto anglofono. Una letteratura che si riassume in Sud Italia, storia di una famiglia, scritta banalmente bene».

È massimalismo scrivere che «c’è più sapienza in una canzone qualsiasi dei Thegiornalisti che in una pagina qualunque di Paolo Giordano»?

«Divorare il cielo è il romanzo di uno che con il primo libro è candidato a essere uno dei grandi scrittori italiani. Invece scrive una sciocchezza inaudita, nella quale non c’è rischio né nella costruzione del romanzo né in ciò che viene romanzato».

Voleva scrivere la Pastorale italiana.

«Ma o sei Philip Roth o scrivi il Doctor Faustus. Altrimenti diventi il commentatore del coronavirus in Italia».

Scrive che il lettore di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati a pagina 300 si dice: me ne mancano altre 500 e non ho ancora scoperto nulla di nuovo. Invidia il successo di Scurati?

«Il successo è l’unica cosa di cui sono contento per Scurati. Quanto al resto non trovo nulla di invidiabile perché è stato totalmente vampirizzato dal tema, di fronte al quale ci sarebbe voluto il talento di Curzio Malaparte. È un’ottima idea tuffarsi nel periodo più tragico e folgorante del Novecento italiano. Ma al lettore resta l’impressione di una sfida perduta e tragicamente banalizzata».

Umberto Galimberti «è un fatale chiosatore di cliché», in realtà è considerato una philostar.

«Mi piace di più l’insegnamento di Eraclito che scelse di allontanarsi dai cittadini di Efeso e giocare con i bambini all’ombra del tempio di Artemide. Per poi ritirarsi definitivamente nei boschi».

Definisce il presidente del Pontificio consiglio della Cultura Gianfranco Ravasi «l’Arci-arcivescovo». Il suo Breviario dei nostri giorni soffre di «bulimia citatoria» inclinata dalla parte delle mode.

«Di fronte a un tema di capitale importanza, Dio, Ravasi mi appare un impresario della cultura enciclopedica. Prediligo figure marginali ed eroiche come Sergio Quinzio. E consiglio la lettura del Quinto evangelio di Mario Pomilio».

Che effetto le fa Francesco sulla copertina di Vanity Fair?

«Preferisco il Beato angelico che dipinge nelle celle nascoste dei monaci, certo di avere come unico spettatore Dio e nessun’altro».

In risposta a L’ora del blu, raccolta di poesie di Eugenio Scalfari, propone la lettera di rifiuto che Einaudi avrebbe dovuto scrivere per evitargli «l’effetto stridente da pittore della domenica che si creda Cézanne».

«Se il romanzo è spietato la poesia non perdona. Mi ha sempre incuriosito come uomini di successo, potenti, capi d’azienda, prima o poi sentano la necessità di pubblicare le loro poesie, benché grottesche».

Roberto Saviano non è un giornalista né un romanziere, ma ha solo creato il genere «pummarola western». Se il paragone è con Fedor Dostoevskij si salvano in pochi…

«Chiunque scriva si mette al confronto con alti ideali. Dopodiché non è vero che la letteratura italiana non ha grandi scrittori. Li ha, ma studiano al posto di andare in tv».

Il sottotitolo del libro è «Il peggio della letteratura italiana (o quasi)». Cosa c’è in quel quasi?

«Il libro è una selezione delle stroncature che ho scritto. L’ipotesi iniziale era un’antologia di 500 pagine. Per fortuna ridotta».

Che spazio c’è oltre la nebbia avvolgente del pensiero unico?

«Ci sono moltissime isole di resistenza. Piccole zattere dove alcuni corsari leggono libri insoliti e fanno risorgere dall’oblio autori dimenticati».

Da che cosa è nata Pangea?

«Innanzitutto dall’esigenza molto terrena di continuare a sopravvivere con il giornalismo dopo il fallimento della Voce di Romagna, il quotidiano nel quale lavoravo. In secondo luogo, dalla mia passione di raccontare storie, leggere e commentare libri che mi paiono indispensabili».

Perché ha tradotto i Salmi e il Libro della Sapienza?

«Perché mi sono laureato in Letteratura cristiana antica e sono affascinato dalla Bibbia, che mi pare il libro fondamentale della nostra tradizione letteraria».

L’ultimo suo articolo è su Clemente Rebora: nell’epoca dei selfie qual è l’attualità di un poeta che teorizzava il suo stesso annullamento?

«L’attualità di Rebora sta proprio nella sua assoluta inattualità. Uno che nel 1930 decide di incenerire sé stesso per la ricerca di qualcosa di più grande».

In chiusura le chiedo di farsi violenza elogiando qualche scrittore.

«Filippo Tuena e Gian Ruggero Manzoni sono due romanzieri straordinari e poco considerati rispetto al loro valore. Tra i poeti, che vanno scovati nelle miniere della nostra letteratura, cito Francesca Serragnoli e Alessandro Celi».

Servono riflettori potenti?

«E un desiderio folle per avventurarsi nel sottosuolo».

 

La Verità, 9 gennaio 2021

 

«Il mio splendido viaggio da Abbado alla Tamaro»

Mara Vitali, la più grande comunicatrice culturale italiana, ha chiuso lo studio  che portava il suo nome e ha detto basta. «Poi vedremo», dice. Che sia la più grande non c’è dubbio. Ha lavorato per il Teatro alla Scala e Mondadori. Ha avuto a che fare con Paolo Grassi e Rudolf Nureyev, con Michael Connelly ed Enzo Biagi, con Ivano Fossati e Susanna Tamaro. Ha curato i primi anni del Salone del libro di Torino, ha gestito la promozione del Festivaletteratura di Mantova, ha dato nuova visibilità mediatica al Vittoriale diretto da Giordano Bruno Guerri.

«È stato un lungo viaggio!», ha scritto nel messaggio di congedo: qual era il sogno alla partenza?

Andarmene dalla periferia e rendermi indipendente. Lo feci il giorno in cui diventai maggiorenne. Per la mia insegnante di tedesco battevo a macchina le traduzioni per il  Piccolo Teatro. Quando mi telefonò dicendomi di correre alla Scala dove cercavano una segretaria per l’ufficio stampa, mi precipitai. Era dicembre 1972 ed ero terrorizzata.

Quale fu il primo impatto con La Scala?

Paolo Grassi che mi chiede: «Sprechen sie deutsch?», e io gli rispondo: «Sì, un po’». Inutile dire che la sua sola presenza m’incuteva rispetto reverenziale. I primi due anni non ho aperto bocca per evitare gaffe.

Però…

Furono anni meravigliosi. Direttore musicale era Claudio Abbado, Giorgio Strehler realizzò allestimenti superlativi, Grassi portò il teatro nelle fabbriche. Io lo vedevo tutte le mattine per sottoporgli la rassegna stampa e stenografare i suoi interventi da inviare ai giornali.

Un ricordo dell’epoca?

La tournée a Mosca in piena guerra fredda, io conoscevo un po’ il russo. I giornalisti non potevano incontrare gli artisti occidentali, così chiedemmo di fare una conferenza stampa al Bolshoi e ci misero a disposizione gli uffici con i telefoni. Ma scoprimmo che non li avevano collegati, erano muti.

Poi Grassi divenne presidente della Rai.

Mi propose di andare a Roma. Ma avevo una figlia neonata e mi stavo separando, mio marito era ballerino alla Scala. Non era il momento giusto. Poi Grassi tornò a Milano e mi portò all’Electa.

Allora era più facile cambiare posto di lavoro? 

Certo. Se fossi andata male avrei avuto altre opportunità. Sapevo tre lingue… Il lavoro doveva appassionarmi. La possibilità d’imparare mi aiuta a superare la fatica.

Ci vuole una certa umiltà. Quando ha pensato: ormai ce l’ho fatta?

Quando divenni capo ufficio stampa in Mondadori. Alla Scala avevo conosciuto i critici musicali e i capiredattori degli spettacoli, all’Electa i critici d’arte, da Giovanni Testori a Federico Zeri.

Come arrivò a Segrate?

Leonardo Mondadori, direttore dell’area libri, voleva aprire una sezione dedicata all’arte e cercava qualcuno che avesse esperienza. Così nel 1984 mi presentai al colloquio e, un anno dopo, quando Ilaria Fassati se ne andò, presi il suo posto. Iniziò il periodo più strepitoso della promozione editoriale.

Cosa accadeva?

Accadeva che Giancarlo Bonacina, editor della narrativa straniera, dicesse: «Settimana prossima andiamo a New York a pranzo con Tom Wolfe perché in America esce Il falò delle vanità. Il tempo di tradurlo e uscirà anche in Italia. Dobbiamo fargli capire che Mondadori crede nel suo libro». Così mi trovai con Bonacina a pranzo con Tom Wolfe, abbagliante nel suo bianco vestito.

Con gli autori italiani filava tutto liscio?

Non sempre. Quando Sergio Zavoli pubblicò un romanzo intitolato Romanza, gli procurammo un’intervista con l’Espresso. «Ma io voglio parlare solo del libro», sentenziò. Aveva lasciato la presidenza della Rai da poco. «Presidente», dissi, «come può immaginare che l’Espresso le faccia un’intervista tutta sul libro?». S’irritò e andò da Leonardo: «Quella la devi licenziare».

Invece?

Fu affidato all’ufficio di Roma e non avemmo più motivo d’incontrarci.

Qualche tempo dopo fu lei a lasciare la Mondadori.

Durante la famosa guerra di Segrate. Era iniziata la battaglia intestina tra le famiglie, arrivò Berlusconi, poi De Benedetti, poi tornò Berlusconi.

Acque agitate.

Pensavo già di andarmene. Provavo una certa frustrazione perché nei comitati editoriali non si capiva che c’erano libri meritevoli su cui investire e altri che si vendevano da soli. Anche Laura Grandi era a disagio. Tentammo una strada indipendente e fondammo la Grandi & Vitali per offrire il pacchetto completo: agente letterario e press agent. Ma era un’idea troppo avanti e nel 1995 ci separammo. Lei fa ancora l’agente, io ho fondato la Mara Vitali Comunicazione.

Nel sito si legge: «Non esistono mai soluzioni di repertorio». Qual è il segreto per lanciare uno scrittore?

Il segreto che non è un segreto è prima di tutto leggere il libro, poi conoscere l’autore per capire le sue idiosincrasie. Infine, trovare chi nei giornali può essere interessato a quel tipo di scrittura, e seguire tutto nei dettagli.

La più grande soddisfazione della carriera?

Susanna Tamaro, per forza. Curando la promozione di Baldini e Castoldi ho seguito Va’ dove ti porta il cuore dall’inizio. La prima volta che ho visto Susanna…

Che impressione ha avuto?

Quando l’ho vista tutta accartocciata, atterrita, ho pensato che dovevo inventarmi qualcosa. Lei non voleva fare interviste, parlare con nessuno. Se il libro fosse andato dritto in mano ai critici l’avrebbero stroncato e la storia sarebbe finita. Non ho meriti, ma credo di averle fatto vendere le prime 20.000 copie. Convinsi Susanna a farsi intervistare dai femminili. È innegabile che siano state le donne a decretare il successo di Va’ dove ti porta il cuore. La soddisfazione è stata che dopo anni è tornata da me e siamo tuttora amiche.

Insuccessi?

In genere, ho sempre lavorato per libri nei quali credevo. Ricordo alcuni flop di editori che hanno creduto in potenziali che non c’erano. Per esempio il seguito di Via col vento. O il seguito di uno 007 in cui l’editore inglese obbligò a un’uscita internazionale a Londra con scena dal film sul Tamigi.

Morale?

È prosaica perché sta nel budget. Raramente si è pagati abbastanza per dedicare all’autore il tempo necessario. È andata meglio con i cantanti, Claudio Baglioni per esempio, perché la Sony investiva. Per loro Claudio era fondamentale, ma veniva da anni un po’ così. Bisognava studiare qualcosa che lo riposizionasse senza offendere la stampa musicale. Il budget era adeguato. Leggevo anche le micro-citazioni e annotavo quelle positive. Claudio fu veloce, collaborativo, intelligente.

La svolta per riqualificarlo?

Proposi a Roberto Cotroneo, capo della cultura dell’Espresso che aveva fatto il conservatorio ed era interessato alla musica un’intervista a Baglioni, senza parlare dell’album. Accettò, Claudio era sdoganato e presto vennero a galla le preferenze per le sue canzoni di tanti giornalisti che fino a quel momento non si erano esposti. La collaborazione durò 5 anni, due album e tre tour con in mezzo Anima mia in tv.

Dopo Baglioni?

Il grande Ivano Fossati e Riccardo Cocciante.

Un episodio per entrambi.

Cocciante veniva dalla Francia con Notre dame de Paris. Fu una tournée evento.

Che lo rilanciò completamente.

Tutto merito suo. Componeva le musiche, seguiva il casting delle voci. Riccardo è di una timidezza da non crederci. Con tutti i successi che ha mietuto, davanti a una domanda inattesa o a un complimento ancora arrossisce.

Fossati?

A parte l’intelligenza e le canzoni, mi ha conquistato il distacco con cui viveva la promozione. All’improvviso era introvabile: «Ivano, ormai sono al piccione viaggiatore», lo imploravo. Alla fine mi rispondeva: «Niente è più urgente di una giornata al mare». Ci scriviamo ancora adesso.

L’ultima creatura che ha svezzato è il Festivaletteratura di Mantova.

Avevo imparato molto nei primi anni Novanta al Salone del Libro di Torino. Faticoso, ma divertente. Avevo visto in faccia giornalisti che conoscevo solo al telefono. In questo mondo si mette un mattone sopra l’altro. Mantova è stata l’esperienza più totalizzante e soddisfacente perché sono stata coinvolta dalla fondazione.

La condensiamo in un episodio?

Il primo anno, 1997, venne Salman Rushdie. Era scortato dalla Digos per la fatwa dei musulmani. Un giorno, metà pomeriggio, lo vedo sfrecciare e infilarsi alla presentazione di Hanif Kureishi, con gli agenti che lo rincorrono. Mi precipitai nel tendone in tempo per assistere al litigio tra Rushdie e la capitana della Digos che minacciava di portarlo fuori di peso. Voleva solo salutare Kureishi, ma il tendone non aveva uscite di sicurezza. La troupe della Rai riprese tutto. Si arrivò a un compromesso, il questore convocò una conferenza stampa e noi rimanemmo in questura fino a notte fonda.

L’obiettivo del festival era far diventare la letteratura un fenomeno di massa?

No, era avvicinare gli scrittori ai lettori.

In Italia si pubblicano troppi libri?

Troppi di scarsa qualità. Ma sappiamo perché: gli editori devono fare fatturato e siccome si vende poco si aumentano i titoli.

Erano più grandi gli scrittori di 30-40 anni fa o lo sono quelli di oggi?

Oltre alla qualità della scrittura, bisogna rapportare i libri ai tempi in cui vengono pubblicati. Quando nel 1985 Aldo Busi scandalizzò con Vita standard di un venditore provvisorio di collant, mi divertii parecchio. Ora, leggendo Febbre di Jonhatan Bazzi, mi è tornato in mente Busi. Ma è un’altra storia.

Cosa direbbe a una ragazza che inizia ora a fare promozione culturale?

Di dedicarsi totalmente ai nuovi media.

 

Panorama, 6 gennaio 2021

«Nel ’43 Chiara Lubich era già una donna del 2000»

Purtroppo l’intervista si svolge al telefono e gli occhi di Cristiana Capotondi, che domani sera su Rai 1 saranno quelli di Chiara Lubich, si possono solo immaginare. A scegliere l’attrice di Notte prima degli esami e La mafia uccide solo d’estate per il ruolo della dolce ma determinata fondatrice dei Focolarini sono stati Luca Barbareschi e Saverio D’Ercole, rispettivamente capo e responsabile della fiction di Eliseo Multimedia che, con Rai Fiction, ha prodotto il film tv diretto da Giacomo Campiotti. In L’amore vince tutto, trasmesso nel centenario della sua nascita, vedremo la maestra elementare trentina rispondere alle interrogazioni del Sant’Uffizio per dar ragione della propria vocazione e del movimento che, sorto alla fine della Seconda guerra, si è diffuso in 180 Paesi e conta circa due milioni di aderenti.

Che cosa l’ha più colpita di Chiara Lubich?

«Sono due caratteristiche. La prima è che già nel 1943 è una donna del Duemila. Con pacifica forza d’animo si realizza non nella vita della casa, ma nella socialità, nella scuola, nell’aiuto agli altri. Un palcoscenico che travalica i confini abituali delle donne del tempo. La seconda caratteristica è la sua stessa visione della vita: invece che “non c’è rosa senza spina” dice che “non c’è spina senza rosa”. Per lei anche la sofferenza contiene un messaggio d’amore».

Sono caratteristiche che ne fanno una donna moderna.

«È dotata di grande pragmatismo. Ma pur rimanendo con i piedi per terra, la sua visione la porta a dar vita al movimento».

Anche se, in un passaggio del film, dice di non aver voluto fondare nulla.

«La spinta iniziale è fare del bene, semplicemente. Portare conforto nella città bombardata dagli alleati. Poco alla volta questo diventa un impegno stabile».

È il modo in cui la sua vocazione, la consacrazione a Dio, assume forza politica?

«Sì, è una persona per la quale il benessere interiore si è tradotto in un fatto collettivo. La novità di Chiara Lubich è che la realizzazione del suo sogno ha coinciso con il bene della collettività».

Questo può dire qualcosa al difficile momento che stiamo attraversando?

«La sua capacità di oltrepassare le singole confessioni religiose riuscendo a rivolgersi a buddisti, musulmani, ebrei e cristiani ortodossi è per me un messaggio di unità rivoluzionario. Impegnandosi tra le macerie della guerra Chiara Lubich ricostruì un reticolo sociale che ha alleviato la sofferenza di tanti. La pandemia ci colpisce tutti in modo orizzontale e indistinto. Sono felice di essere italiana e di vivere in un Paese che ha una buona assistenza sanitaria pubblica, ma questo è un accidente. Serve una nuova progettualità che ci aiuti a costruire un nuovo modello di società».

Cos’era la fratellanza universale di cui Lubich parlava spesso?

«È un’espressione tratta da un passo del vangelo di Giovanni. “Che tutti siamo uno” è il suo motto».

All’origine del movimento erano tutte donne, ma lei parlava di fratellanza: oggi crede che verrebbe subito corretta?

«Nella lingua italiana fratelli comprende anche sorelle».

C’è troppa preoccupazione formale nel linguaggio?

«Può capitare che alcune parole risultino meno gradevoli, ma non è questo il caso. La fratellanza universale di Chiara non era una scelta di genere, ma un sogno che abbracciava tutte le persone. Il movimento è nato da quattro amiche, ma si è subito aperto agli uomini che ne sono stati protagonisti».

Che esperienza è essere figlia di un padre cattolico e di una madre ebrea?

«Tra i miei genitori c’è una bellissima convivenza, sono rispettosi l’uno dell’altra. Personalmente, pur avendo frequentato la basilica di Santa Maria in Trastevere retta da monsignor Vincenzo Paglia, ho sviluppato una mia spiritualità. Sono molto contenta di quanto queste due culture hanno fatto per l’Occidente, ma ho un approccio relativista».

In che senso?

«Nel senso che accetto alcune posizioni interessanti, mentre su altre meno in sintonia con la modernità mantengo uno spirito critico».

Insiste sulla spiritualità. Non la convince la carnalità del cristianesimo, così tangibile anche a Natale?

«Perché non dovrebbe? La carne è la condizione necessaria dell’esistenza».

Si chiama Cristiana per caso?

«No, ho scoperto che è stata una scelta dibattuta. Proposta da mio padre come una sorta di provocazione, mia madre l’ha accolta perché il nome piaceva anche a lei. <Cristiana> mi ha stimolato a cercare un equilibrio. Ma in famiglia ci ridevamo su».

I suoi genitori hanno mai discussioni animate su questi temi?

«No, ci sono sempre ironia e leggerezza, insieme al rispetto reciproco. Di solito gli ebrei sono più rigidi nell’osservanza delle tradizioni. A casa mia è il contrario, mio padre sembra più ligio, mentre mia madre è meno ferrea».

Nei resoconti di questi giorni su Chiara Lubich si mettono in luce la sua semplicità e il suo ecumenismo lasciando tra parentesi la fede come motore di tutto?

«Non credo. Chiara Lubich voleva che il suo messaggio arrivasse a tutti, non solo a chi è credente e praticante. Lei partiva dalla fede cattolica, qualcun altro crede nelle Tavole della legge o che il Messia non è ancora arrivato. Ma metteva l’obiettivo della fratellanza universale davanti a tutto».

Come vive questi strani giorni di festa?

«È un tempo in cui bisogna accettare di stare in difesa, ma in difesa me la cavo bene».

A calcio in che ruolo gioca?

«Esterno destro di difesa».

Un mastino dagli occhi verdi? Da cosa dobbiamo difenderci?

«Dalla grande confusione in campo economico e sociale. Nel mio mestiere la vita sociale è fondamentale. Ma ora la fase difensiva si prolunga, poi verrà il momento del rilancio. Eppure già adesso i pensieri guardano oltre questa reclusione».

Cosa farà nella sua prima azione d’attacco?

«Tornerò a frequentare i luoghi della cultura, gli stadi, i cinema, i teatri. Mi fermerò a parlare con le persone senza paura di avvicinarmi. Recuperando quella leggerezza e quella mancanza di responsabilità che prima erano sinonimo di libertà».

Considerati i controlli e i distanziamenti adottati, cinema e teatri avrebbero già potuto riaprire?

«Se c’è un periodo storico in cui non mi passa per la testa l’idea di fare il ministro è questo. Istintivamente, mi piacerebbe che aprissero anche i musei».

Non c’è il pericolo che questi luoghi della cultura escano dalle abitudini degli italiani?

«Non credo perché ci mancano molto. Certo, la diffusione delle piattaforme ci fa temere per il cinema ciò che è accaduto all’industria discografica. Qualche giorno fa, il 28 dicembre, il cinema ha compiuto 125 anni. Pensiamo a quanto è cambiato in tutto questo tempo. Da pura visione d’immagini al bianco e nero, dall’arrivo del colore agli effetti speciali al digitale… Non rinunceremo mai a raccontare storie. La mancanza di questi mesi ci farà tornare ancora più vogliosi nei cinema».

Se nel frattempo non saranno destinati ad altre funzioni… erano rimasti aperti anche durante la guerra.

«Questa è una guerra diversa. Non mi permetto di giudicare le scelte della politica, sono certa siano dettate da logiche di sicurezza nazionale».

Come ha vissuto il periodo di lockdown?

«Con grande preoccupazione per ciò che accade e, anche se la mia famiglia non ne è stata toccata, con dolore per le tante persone che muoiono. La mia professione ha momenti più immersivi e altri meno che vanno gestiti. Mi piego a riflettere sulle cose, tentando di soddisfare le mie curiosità. Leggo molto e mi informo per fugare i miei dubbi».

Chiara Lubich era una donna senza paure, oggi ne siamo attanagliati: lei come la gestisce?

«Di solito si ha paura di fronte a una situazione inedita e di cui non conosciamo la soluzione, come succede ora. Ci sentiamo piccoli, sproporzionati, non all’altezza. In questi casi ci può aiutare una certa intraprendenza. Chiara Lubich era una donna intraprendente, io provo a esserlo. Anche se a 40 anni sono ancora in cammino».

Si vaccinerà quando sarà possibile?

«Farò quello che consiglierà il Comitato tecnico scientifico».

Il vaccino ha assunto una valenza messianica?

«È atteso per tornare alla vita normale. Credo sia giusto che si cerchi una sicurezza. Come diceva Frank Capra: “La vita è una cosa meravigliosa!”. Il vaccino ci fa intravedere la soluzione. Se la soluzione fosse camminare a piedi fino a Lourdes lo farebbero tutti».

Si scambia la salute per la salvezza?

«Finché c’è vita c’è speranza. L’esercizio della salvezza ha bisogno della salute. La salute è strumentale alla salvezza, ma non coincide con essa».

Che cosa l’ha aiutata in questo periodo?

«Leggere, confrontarmi, parlare con le persone care al telefono anche se è uno strumento che non amo».

Cos’ha letto?

«La lingua geniale di Andrea Marcolongo, i libri di Yuval Noah Harari, altri… Poi ho rivisto tutti i film di Mario Monicelli, di Ettore Scola, e quelli della mia tesi: “Il cinema italiano racconta il fascismo”».

In che cosa si è laureata?

«Scienza della comunicazione».

A quale nuovo progetto sta lavorando?

«Tornerò sul set in primavera, ma non posso anticipare nulla. Prima accompagnerò la Nazionale femminile nella partita contro Israele dalla quale capiremo se avremo accesso diretto agli Europei o dovremo passare dai playoff».

Da vicepresidente della Lega Pro e accompagnatrice della Nazionale femminile come guarda alla situazione del calcio italiano?

«La Lega Pro aveva un problema di sostenibilità economica anche prima dell’arrivo della pandemia. Ora la situazione si è aggravata perché non abbiamo la forza di confermare alcune sponsorizzazioni. Perciò siamo ancora più claudicanti. Il Covid ha privato il pubblico del tifo allo stadio e i dilettanti dell’attività sportiva di base. Questa mancanza ci fa comprendere ulteriormente l’importanza dello sport per la formazione dei giovani e per una socialità serena. E, infine, accelera l’urgenza di una riforma del sistema calcio».

Che audience si aspetta domani sera?

«Questo dovrebbe dirmelo lei».

 

La Verità, 2 gennaio 2021

«Sulla pandemia non ho visto grandi inchieste»

La faccia di Toni Capuozzo ti guarda dalla copertina dell’ultimo libro intitolato Piccole patrie. Gli occhi profondi sotto la cuffia di lana grigia. La cenere della barba. È un’immagine che sa di antico come la sua scrittura densa e malinconica. Spesso, chi ha girato il globo e raccontato bombardamenti e violenze, come ha fatto lui per le testate Mediaset e per la carta stampata, assume la postura del cinismo o di una certa spavalderia. O un misto di entrambi. Ma anche se di padre napoletano, come tradisce il cognome, Capuozzo è friulano. Uscito da poco, Piccole patrie (Edizioni Biblioteca dell’Immagine) è un’antologia di articoli, reportage e interventi pubblicati negli anni. Segue di pochi mesi Lettere da un Paese chiuso. Storie dall’Italia del coronavirus (Signs Books), il diario che l’ex conduttore di Terra! ha tenuto su Facebook nei 71 giorni del primo confinamento.

Come trascorrerai il Natale?

«Con la famiglia ristretta, moglie, figli e nipotina. C’è un punto interrogativo su mio genero, medico in terapia intensiva che fa il tampone ogni due giorni. Non faremo uno di quei pranzi che durano fino alla cena».

Il governo è diviso: tu sei aperturista o rigorista?

«Sono abbastanza rigorista, seguo le regole, evito i mezzi pubblici… Ma per imporre il rigore ci vuole credibilità, invece mi pare che politici e scienziati l’abbiano persa. Ci è stato detto: chiudiamo per salvare il Natale, ma adesso chiudono il Natale per evitare la terza ondata. Come se il virus fosse una marea. Quando a scuola certi professori minacciavano continue punizioni te ne fregavi, poi c’era quello che ti metteva in riga con uno sguardo. L’autorità necessita di autorevolezza».

Tipo Angela Merkel?

«Sono riluttante a guardare fuori. Non mi consola il fatto che altri stiano male come noi, né mi eccita che stiano meglio quelli che mi sono simpatici. Mi fa rabbia sentir dire che l’Italia è un modello che altri studiano. Forse per non ripeterlo».

Perché questo secondo lockdown è più indigesto del primo?

«Il primo aveva il sapore della novità. In più eravamo accompagnati – io no – dall’illusione che sarebbe andato tutto bene. Una sorta di premio al sacrificio. Adesso ci sono regole più frastagliate, i colori delle regioni… Nessuno mette più le bandiere arcobaleno o il tricolore alla finestra. Ci siamo convinti che ne usciremo con cicatrici sociali robuste e le orecchie a sventola».

Cos’hai pensato vedendo le persone in fila al Pane quotidiano di Milano?

«Ci passo spesso davanti e ultimamente avevo notato che si stava allungando e che c’erano più italiani che in passato. Quella coda è un documento visivo di un degrado sociale che tutti temevamo. Ci sono sempre più persone che non hanno reddito e non possono incolonnarsi al supermercato. Persone che il mese non riescono nemmeno a iniziarlo».

Le chiusure disposte a inizio dicembre dovevano consentire un Natale più sereno.

«È uno dei sintomi della confusione regnante. Da questo governo, nato per scampare le elezioni, non si può pretendere una visione di lungo periodo. Basta guardare il dibattito sul Recovery fund: le letterine di Natale dei bambini sono più articolate e precise dei nostri piani di rinascita».

Eppure si son fatti gli Stati generali.

«Qualcuno ha notizia del piano di Vittorio Colao? Dovremmo farci aiutare da Indiana Jones a ritrovarlo dentro qualche piramide egizia».

Oppure dall’ennesima task force.

«Mi viene in mente quando da bambini si giocava e ognuno aveva un ruolo: io faccio il presidente, tu il sindaco, tu il generale… Si crede che i nomi in lingua straniera nobilitino, ma sono solo pompose etichette che nascondono l’inconsistenza del prodotto».

L’imminenza della terza ondata dipende da un weekend lassista documentato da qualche foto nelle ore dello shopping?

«Personalmente, se vedo una folla mi allontano. Ma chi è andato a fare acquisti non mi pare abbia violato nessuna disposizione. Se apri i negozi per aiutare il commercio e inventi il cashback non puoi incolpare i cittadini che fanno ciò che è permesso. Trovo fastidioso dare sempre la colpa alla popolazione. Davvero l’aumento dei contagi di ottobre è figlio delle discoteche della Costa Smeralda? Io ricordavo che la malattia necessita di 14 giorni d’incubazione. Il calendario non torna. Mi sembra si siano buttati dei fumogeni per nascondere le responsabilità di chi invece di prepararsi all’arrivo della stagione fredda, pensava ai banchi a rotelle e alle elezioni regionali».

In Lettere da un Paese chiuso contesti ad alcuni colleghi di giustificarsi per l’iniziale sottovalutazione del virus con il fatto che sbagliavano anche gli scienziati. Non è vero?

«In parte è colpa della televisione e del meccanismo dei talk show. Ben presto i virologi hanno capito le tecniche per lasciare il segno, chi recitando da prefica chi da ottimista a oltranza. La commedia dell’arte ha reclutato anche il girone degli scienziati. Non uno che abbia l’umiltà di dire che la scienza è un processo di ricerca continua. Sbagliamo tutti, ma se dopo aver sbagliato assumi un tono profetico sfiori il ridicolo».

La minimizzazione dei primi tempi era una forma di appoggio al governo che si diceva prontissimo?

«Anche della correttezza politica. Non dimentico che alcuni miei colleghi si mostravano mentre assaggiavano gli involtini primavera. Non dimentico che il presidente Mattarella è andato in visita a una scuola multietnica e che da Chinatown il sindaco di Milano ha invitato a frequentare i ristoranti cinesi. Tutto questo mentre c’era una coppia di cinesi in quarantena allo Spallanzani. Ma il nemico era il razzismo, non il virus. I cinesi residenti in Italia hanno chiuso i loro negozi prima di noi: hanno fatto autorazzismo?».

La correttezza politica è una pellicola tra noi e la realtà?

«È un velo che fa vivere in un mondo virtuale. Per esempio, sui migranti. Nessuna persona di buon senso può sostenere che la nostra accoglienza sia qualcosa più di un permesso di entrare. Accogliere vuol dire aiutare a trovare lavoro e pagarlo in modo adeguato. Invece, finita la retorica, dove vai a dormire, dove trovi lavoro non importa più a nessuno».

Come si sta comportando l’informazione?

«Ho visto poche vere inchieste. È difficile uscire dalla trappola obbligatoria del bollettino quotidiano, inevitabilmente ansiogeno. L’informazione non deve né rassicurare né spaventare, ma dare notizie».

Alcune sono state secretate, come i verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico e l’inesistenza del piano pandemico.

«È uno degli aspetti più spinosi. In assenza di trasparenza servirebbero inchieste capaci di aprire cassetti e rompere lucchetti. Secondo me si è proclamato lo stato di emergenza in buona fede. Come quando i sindaci chiudono le scuole all’annuncio di una forte nevicata. Durante il primo lockdown ho scritto un post intitolato “Ho visto un italiano felice: Giuseppe Conte”. È riuscito a saltare sul treno che gli ha consentito di tenere conferenze stampa all’ora dei tg. Conte è ancora in piedi per mancanza di alternative. Tutti hanno voglia di gestire i fondi del Recovery, nessuno di gestire le cosiddette ondate».

Che idea ti sei fatto della gestione dei numeri? Morti per Covid o di Covid?

«Non frequento dietrologie. Persone che conosco con patologie pesanti hanno avuto il colpo finale dal Covid. A livello mondiale il paese che sta nascondendo più informazioni è la Cina. In Italia vedo all’opera più un’Armata Brancaleone che la Spectre».

Ti aspettavi di trovare nella nostra classe dirigente qualcuno che sapesse mettere da parte il proprio punto di vista e proporre uno sguardo responsabile?

«Avrebbe dovuto farlo il governo, come in presenza di uno stato di guerra. Non parlo solo della necessità di un governo di unità nazionale, ma della necessità di lavorare di concerto per varare misure condivise. C’è stata grande sottovalutazione, qualcuno ha preso la pandemia come l’occasione della vita. Anche l’opposizione si è adagiata nel copione. In piena emergenza, con l’eccezione di Berlusconi, tutti hanno fatto campagna elettorale. Dissonante rispetto al governo centrale, la Lombardia, dove qualcosa non ha funzionato, è stata sottoposta a un monitoraggio estremo. La lotta politica è entrata nelle corsie di ospedale sulla pelle di un Paese in preda alla tragedia».

Ti aspettavi di più anche dalla Chiesa?

«Sì. La cosa peggiore è l’assenza di punti di riferimento. La pandemia era ed è l’occasione per affrontare problemi sempre accantonati come il fine vita. Abbiamo visto situazioni di grande solitudine, addii senza la ritualità e bare senza nome. Un discorso alto avrebbe aiutato».

Da cosa faresti iniziare la ricostruzione?

«Abbandonerei la strategia degli aiuti e dei bonus. Ma temo sia difficile considerato che al governo ci sono il partito dei sussidi e il partito dello Stato. Vorrei che ogni investimento avesse come condizione la creazione di posti di lavoro. La digitalizzazione è la nuova frontiera e tutti siamo contenti al casello autostradale quando evitiamo la coda con il telepass. Ma ora quanti casellanti sono disoccupati? Anche la digitalizzazione dev’essere ponderata dalla creazione di nuove professionalità».

L’ultimo libro s’intitola Piccole patrie

«Ho raccolto molti articoli scritti sul Friuli. Lo ammetto, è un’idea fuori moda».

È un fatto affettivo o riguarda l’identità?

«Entrambe le cose. L’amore per la patria funziona come per le persone, si prova un affetto più intenso quando sono deboli. Voglio bene all’Italia proprio perché è sfigata. Le piccole patrie fanno capire che un friulano si sente più affine a uno sloveno che a un toscano. La lingua, il dialetto, il campanile non sono realtà di un passato da cancellare in nome della globalizzazione. A una cena con amici ognuno porta qualcosa, un suo piatto; se arrivi a mani vuote un po’ vuol dire che sei nessuno».

Non ti senti inviato di guerra, ma cronista. Si può essere affascinati più dalla normalità che dall’epica?

«Mi piace raccontare la normalità come fosse un’epica. È molto interessante se sai rovistare».

Come sta Kemal Karic, il bambino che nel 1992 portasti in Italia da Sarajevo?

«Sta bene. Una volta ripulito chirurgicamente, il tumore di cui era affetto ha un’alta possibilità di remissione. Perciò, siamo ottimisti. Appena possibile farà a Sarajevo i controlli necessari che poi saranno esaminati all’Istituto dei tumori».

Come sono stati trattati questi due libri dai media italiani?

«Silenzio totale. Me l’aspettavo».

 

La Verità, 19 dicembre 2020

«Nella storia ci sono le ricette contro le crisi»

Essendo stato corrispondente da alcune metropoli e megalopoli – Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino e New York, dove ora vive – Federico Rampini può esercitare uno sguardo distaccato e globale sul presente. Se poi, a queste postazioni privilegiate, si aggiungono le buone letture sulle grandi catastrofi nel corso dei secoli, ecco che l’editorialista di Repubblica, spesso ospite di Stasera Italia di Barbara Palombelli, può consegnarci I cantieri della storia (Mondadori), istruttiva carrellata di come l’umanità abbia reagito a pandemie, crolli di imperi, guerre epocali, ripartendo, ricostruendo, rinascendo attraverso quelli che spesso sono stati chiamati «miracoli». «La buona notizia», dice Rampini, è che «siamo capaci di farlo».

Le rinascite dopo le crisi più tragiche sono opera innanzitutto di grandi leader o di grandi popoli?

«I leader fanno la storia quando riescono a mobilitare le energie dei loro popoli, a ispirare sforzi collettivi, a ricostruire l’autostima, la coesione, la solidarietà dei cittadini. Un altro tratto comune dei leader che racconto nel libro – Franklin Delano Roosevelt o Charles De Gaulle, George Marshall o Deng Xiaoping – è il pragmatismo. Copiare chi ha avuto risultati migliori, cambiare ricetta quando la propria non funziona».

Dopo la caduta dell’Impero romano, archetipo dei crolli delle superpotenze, i monaci riuscirono a mettere le basi del Rinascimento perché erano un soggetto con una vocazione speciale?

«Molti monaci venivano dal profondo Nord, erano di origini irlandesi, celtiche. Studiare il latino e il greco era stato così arduo che sentivano quel patrimonio culturale come una conquista preziosa. Conservarono Aristotele, la matematica e l’astronomia greca, senza le quali non avremmo avuto il Rinascimento».

Lei scrive: «Tutti vorrebbero un nuovo Roosevelt», a me è tornato in mente un vecchio motivetto popolare: «Si è rotta la macchinetta». È così?

«Una qualità dei Roosevelt è diventata introvabile: Theodore, Franklin, Eleanor appartenevano a una élite che pagava di persona per servire la nazione. I loro figli morivano in guerra, anziché imboscarsi da raccomandati».

In America, nel pieno della crisi del 1929 iniziò la costruzione dell’Empire state building. Le rinascite avvengono con le grandi opere pubbliche, vedi Autostrada del Sole. Quanto può ostacolare il fatto che uno dei partiti di governo teorizza la decrescita?

«La decrescita felice è un vecchio mito malthusiano, caro agli ambientalisti fin dalle origini. L’abbiamo sperimentata nel 2020, se l’economia si paralizza scende l’inquinamento, rallenta la crescita delle emissioni carboniche, e si rischia la depressione. L’unico paese ricco che ha trovato un suo equilibrio in una decrescita apparente è il Giappone. In realtà il suo reddito pro capite sale grazie al calo della popolazione. E vorremmo tutti avere le infrastrutture giapponesi».

Parlando di New Deal, il nostro governo, debitore della Rivoluzione francese, ha convocato gli Stati generali e annunciato, in inglese, il Green New Deal. Ma con le formule non si risolvono i problemi perché, alla prima pioggia, i ponti continuano a cadere in italiano.

«Da italiano espatriato vent’anni fa negli Stati Uniti, quello che mi colpisce nell’approccio del governo Conte alla ricostruzione è la prevalenza dei burocrati. Il Green New Deal potrebbe ammodernare il paese e le sue infrastrutture con un’attenzione alla sostenibilità. Ma se viene affidato alla pubblica amministrazione così com’è, la burocrazia saprà sabotarlo».

La più incompleta tra le ricostruzioni che analizza è quella in tema di razzismo dopo la guerra civile americana?

«Abraham Lincoln voleva ricostruire il Sud dopo averlo sconfitto. Capiva che i perdenti andavano trattati con magnanimità per non alimentare vittimismi, rancori, revanscismi. Dopo il suo assassinio la ricostruzione del Sud ebbe un’impronta diversa: da quel cantiere mezzo fallito derivano i problemi irrisolti oggi».

Proprio questo 2020, con la morte violenta di George Floyd, il movimento Black Lives Matter e il successivo abbattimento delle statue di Lincoln e Theodore Roosevelt, campioni dell’antischiavismo, ci fa capire che rimane molta strada prima di comprendere la storia?

«La storia è maestra di vita se non la manipoliamo per le battaglie politiche di oggi. La piaga del razzismo è reale in America. Ma Black Lives Matter ha voluto riscrivere tutta la storia americana come un unico romanzo criminale. È assurdo, e ha portato voti a Trump».

I cantieri del futuro possono essere costruiti sotto l’impulso di rigurgiti ideologici come quelli che hanno portato alle epurazioni in alcune testate liberal americane di chi non pensa in modo conforme?

«Nel mio libro paragono le purghe operate dalla sinistra radicale dei campus universitari ad altri fanatismi di massa: la rivoluzione culturale di Mao, i talebani. C’è anche un’eredità del puritanesimo protestante, che ha conosciuto dei “risvegli” integralisti a ondate ricorrenti. Quando si censura il dissenso, come avviene nell’industria culturale progressista in America, non si costruisce nulla di nuovo».

Dal suo osservatorio privilegiato conferma che l’Italia è un modello virtuoso di risposta al coronavirus mentre l’America di Trump, incentrata sulla sanità privata, è un esempio nefasto?

«No. L’Italia come modello virtuoso è stata una leggenda creata quest’estate da un paio di articoli del New York Times. Io, al contrario, mi sono stupito che tanti italiani ci abbiano creduto. I numeri dei contagi e dei decessi smentivano quel mito, ancor prima che giungesse la seconda ondata. Gli unici modelli sono in Estremo Oriente: Giappone, Corea del Sud, Taiwan. Quasi nessuno li studia».

Spesso si confronta il Recovery fund con il Piano Marshall che aiutò la ripresa degli sconfitti della Seconda guerra mondiale. Anche il ritardo e l’approssimazione dell’Italia nella capacità di spesa è paragonabile a quella di 70 anni fa?

«Quel Piano Marshall finanziamenti a fondo perduto, mentre quelli del Recovery fund sono prestiti, tuttavia le dimensioni teoriche di quest’ultimo sono molto superiori. Potrebbe dare un contributo alla rinascita italiana, ma i problemi sono gli stessi di 70 anni fa. Nel 1948-50 gli americani lamentavano ritardi dell’Italia nel presentare progetti validi perché temevano corruzione e assistenzialismo».

Considerato che in questi mesi il risparmio privato italiano è salito a 1.680 miliardi perché è indispensabile il ricorso al Mes e al Recovery fund? Non si può agire attraverso l’emissione di titoli di Stato?

«Il problema non cambia. Se non abbiamo progetti convincenti, capacità di spesa, e uno Stato efficiente nel realizzare i progetti, i risparmiatori italiani saranno ancora più diffidenti di Bruxelles».

Le rinascite sono anche frutto del lavoro delle élite come mostra la storia di Amedeo Giannini, italiano fondatore della Bank of Italy poi divenuta Bank of America, fondamentale durante la Grande depressione. Le élite di oggi sono all’altezza del compito che la pandemia impone?

«Le élite economiche in questa crisi si arricchiscono e distanziano gli altri: penso agli azionisti di Amazon, Apple, Microsoft, ai giganti della finanza di Wall Street. Molte élite hanno perso i contatti con un mondo del lavoro che soffre. L’Italia ha un problema specifico: l’élite pubblica, l’alta dirigenza dello Stato, è tra le più scadenti d’Occidente».

Perché la sinistra mondiale che per decenni ha contestato le ambizioni di superpotenza dell’America ora ne critica l’autoriduzione nei propri confini accusandola di isolazionismo?

«C’è sempre stata una vena antiamericana, per cui lo Zio Sam sbaglia a priori: quando s’impiccia degli affari degli altri, o quando si fa i propri».

Crede che Joe Biden riporterà gli Stati uniti a un diverso interventismo internazionale, magari puntando sull’industria bellica?

«Con Biden ha vinto l’establishment, comprese le correnti più tradizionali delle forze armate e della diplomazia americana, affezionate a un ruolo globale. Però Biden deve pensare a uscire dalla pandemia e ad aiutare i disoccupati; la politica estera non sarà la sua priorità. Nel 2021 l’America affronterà un mondo nuovo, con una Cina più forte. Se qualche tensione può creare le premesse di una nuova guerra, la situerei nel Mare della Cina meridionale, nei dintorni di Taiwan».

 

Panorama, 16 dicembre 2020

«Il governo delle tre paure cambierà a gennaio»

Professor Marcello Pera, a cosa dobbiamo il piacere di rivederla presente nel dibattito politico?

«È del tutto casuale, mi hanno cercato ora, non prima. Non sono rientrato in politica».

Però sembra sia tornato da una lunga vacanza.

«In realtà, mi sono dedicato alle mie attività di sempre. Ho scritto un libro e ne ho in mente un altro. Se possibile, spero di continuare a fare il mio mestiere».

Presidente del Senato dal 2001 al 2006, filosofo, autore di saggi sull’Occidente, il liberalismo e la modernità del cristianesimo al quale si è avvicinato anche grazie al rapporto con Benedetto XVI, da qualche tempo Marcello Pera ha ritrovato nuova visibilità sui media.

Il momento difficile l’ha richiamata in servizio come certi poliziotti nei film americani che si commuovono davanti a un caso disperato?

«Di disperato in Italia c’è l’Italia stessa. Ci troviamo in una situazione gravissima. Da ogni punto di vista: istituzionale, politico, economico. Siamo molto mal messi e faremo fatica a rialzarci».

Che cos’ha pensato vedendo l’ultimo rapporto Censis nel quale si dice che circa il 58% degli italiani è disposto a cedere quote di libertà in nome della salute collettiva?

«Ho pensato alla battuta di Boris Johnson che fece arrabbiare il presidente Sergio Mattarella. Johnson disse che gli inglesi amano la liberta più degli italiani che prediligono la sicurezza. Penso avesse ragione. Il rapporto Censis lo quantifica. Diciamo che noi amiamo la libertà guidata».

Diagnosi infausta.

«Gli italiani sono propensi a rivolgersi allo Stato affinché li conduca per mano da qualche parte. È istintivo chiedere alla mamma Stato o al babbo Stato: aiutaci tu. Se le cose vanno male, la colpa è sua. Siamo sempre in attesa delle direttive dei dpcm, che nella loro frequenza scandalizzano sempre meno. Questo è un altro elemento che mi fa essere molto pessimista: desideriamo uno Stato paternalistico, che oggi abbiamo».

Siamo un popolo bambino?

«Che non vuole prendersi responsabilità per agire in prima persona e preferisce essere condotto. A tanti anni dal dopoguerra è un comportamento che mi spaventa».

Perché?

«Perché è uno scambio comodo. Io cittadino ti do la mia libertà e tu Stato mi salvi. Si commercia con l’anima».

L’infantilismo si sposa con l’assistenzialismo e il moralismo dei partiti di sinistra?

«Non è infantilismo, ma un atto cosciente e deliberato perché se ne trae un vantaggio».

È un atteggiamento che giustifica lo Stato etico.

«Si sposa con la cultura della sinistra, ma anche con quella cattolica come viene vissuta nel presente. Il cattocomunismo pesca nell’animo italiano».

È ancora vivo e vegeto?

«Mio Dio, sì. La classe dirigente del Pd è notevolmente cattocomunista».

Secondo il Censis il 77% degli italiani vuole pene severissime per chi non indossa la mascherina.

«È quello che dicevo: prima di tutto la salute, la famiglia, la propria sicurezza. Viviamo nella paura che qualcuno ci infetti».

Un altro dato è che la pandemia ha allargato la forbice tra lavoratori che hanno la certezza del reddito e chi ha introiti precari.

«La divisione tra i tutelati e i precari c’era già prima, ma ora si è acuita. Coloro che fanno lo smart working nella pubblica amministrazione, più smart che working, hanno una via d’uscita che gli altri non hanno. Come se ne esce? Ci vorrà la ripresa economica, un nuovo miracolo italiano. Non sono ottimista».

Adesso che si è superata l’opposizione del M5s al Mes e Conte potrebbe mettere da parte la task force sul Recovery fund ci salveranno gli aiuti europei?

«Se fossimo preparati a coglierli sì. Invece siamo preparati a spargerli. Vedo una rincorsa di lobby, parti e partiti a spendere questi fondi più promessi che garantiti. Non sono sicuro che avranno l’effetto di quelli che arrivarono dal Piano Marshall».

Tanto più che sono prestiti.

«Già come siamo adesso ci stanno portando al 169% del debito pubblico, una cifra che si pronuncia sottovoce. Mi chiedo: come si ripaga questo debito e chi lo ripaga?».

Le generazioni future?

«In realtà potrebbe essere un’ipoteca già per noi. Tra un anno, quando la pandemia sarà finita, gli altri Paesi riprenderanno a correre, mentre noi continueremo con il nostro solito Pil all’1-1,2%. Certamente i nostri figli avranno questo gravoso debito sulle spalle, ma si comincerà a soffrire prima».

Qual è il suo giudizio sulla retromarcia del M5s?

«La possibilità di spendere i soldi per le proprie clientele stando in Parlamento sovrarappresentati e con l’opportunità di eleggere il presidente della Repubblica ha convinto i 5 stelle a trangugiare il rospo indigesto».

Anche Matteo Renzi farà retromarcia sulla task force?

«Può darsi che sbagli, ma mi sembra il gioco del vai avanti tu che a me vien da ridere. Renzi si acconcia a fare l’ariete per conto di altri. Oggi sarebbe fuori dal Parlamento come tutti gli esponenti di Italia viva: sono consapevoli che per rientrarci devono pescare voti dal Pd».

Questa curva prepara il rettilineo per?

«Renzi recita la parte del guascone che ben gli riesce. Pd e 5 stelle sono stanchi di Conte che, penso, in gennaio cadrà per essere sostituito da qualcun altro».

Un Conte 3 è impensabile?

«Direi di sì. Troveranno un nome gradito a Di Maio e Zingaretti».

Enrico Franceschini?

«Troppo cattocomunista, anche se molto ambizioso. Serve una figura meno aggressiva e più accomodante per ricompattare M5s e Pd».

Domenico Delrio?

«È meno aggressivo e torvo di Franceschini, ma proviene dallo stesso ceppo. Troveranno qualcuno che li aiuti a presentarsi uniti, gestire la nomina del capo dello Stato e andare a elezioni una volta celebrate nuove nozze».

Conte sta governando con i dpcm, i sussidi e le task force: si poteva fare diversamente?

«Avrebbe potuto se fosse stato un uomo politico, espressione di una propria forza coesa. Inoltre, si è presto invaghito del gioco, ma devo dire che è stato abile».

Ha accentrato il potere.

«Ora è in difficoltà, ma per un certo tempo è riuscito a gestirlo. Per essere un premier raccolto tra i passanti ha mostrato talento e comincia a fare paura perché dispone di una quota di consenso. Minacciando una lista propria può negoziare sul futuro, non sarà facile disarcionarlo. Per questo occorrerà Renzi al suo peggio: anche questo gli riesce bene».

Il governo ha fatto invasione in campo religioso e liturgico?

«Non penso. Più serio e grave è il fenomeno di secolarizzazione della Chiesa che sta rincorrendo il mondo e si sta trasformando in una religione non più della salvezza ma del benessere. Ciò che sta accadendo nel mondo cattolico è veramente epocale e spaventoso. Sta perdendo la sua propria tradizione e la sua dottrina. Ci voleva un gesuita per fare questo…».

Quello di Conte è il governo delle tre paure? Del Covid, della non rielezione di molti parlamentari e di Salvini e Meloni?

«Certamente sì. La curva del Covid sembra risentire dell’andamento della politica. Per esempio, il contagio è scoppiato a fine settembre, dopo le ultime elezioni regionali, mentre nelle settimane precedenti sembrava debellato. Poi c’è la paura diffusa in Parlamento, non solo tra i parlamentari della maggioranza. Pensi a Forza Italia, le percentuali che hanno portato alle attuali rappresentanze non ci sono più. E poi c’è il mostro, il truce, il fascismo che avanza. La sinistra ha sempre bisogno di questi bersagli che fanno presa anche sui nostri media».

La narrazione.

«Salvini è fascista, vuole i pieni poteri, toglie la libertà, si allea con i polacchi e gli ungheresi: questo è il ritratto».

Difficilmente accadrà, ma se si andasse a votare il centrodestra sarebbe pronto?

«Temo di no. Penso che potrebbe avere la maggioranza, ma non sarebbe pronto».

Non possiede una classe dirigente adeguata all’ora più buia?

«Non vedo i tre partiti parlarsi, confrontarsi, stendere un programma comune nel quale coinvolgere le istituzioni, la politica, l’economia. Li vedo ancora in competizione e quindi quel programma comune che infonde credibilità nell’elettore è di là da venire. Ero presente in occasione della vittoria del centrodestra nel 2001 e ricordo il susseguirsi di incontri e scambi tra i partiti di allora. Ora questo lavoro che dovrebbe preparare le leggi e tenerle pronte nel cassetto, non c’è. E questo mi preoccupa».

Più della mancanza di una classe dirigente all’altezza?

«Sì, perché, in realtà qualche volto nuovo e credibile nella Lega e in Fratelli d’Italia comincia a spuntare. Invece, se il centrodestra dovesse vincere alle urne che cosa farebbe dell’attuale Costituzione, dell’assetto istituzionale, della presidenza della Repubblica, di un sistema di governo troppo debole? Quale posizione avremmo in Europa? Sull’economia e sul fisco? Può darsi che la riflessione su questi temi ci sia, ma io non ne ho notizia».

È ancora l’uomo che sussurra a Salvini?

«Ci ho parlato qualche volta, ma non sono uno che sussurra. Se ne avessi l’occasione segnalerei i problemi che le ho enunciato. Nel 2001 il lavoro del centrodestra fu agevolato dal fatto che c’era una leadership forte. Adesso non c’è e prevale la competizione anche sorda sull’unità. Questo non lo sussurro, ma lo dico a voce alta».

Sarà difficile trovare il candidato premier?

«Si finirà per scegliere chi ha più voti. Lei ricorderà Ugo La Malfa: voti ne aveva pochissimi, ma era un leader».

Rebus di non facile soluzione.

«Lo scioglierà l’aritmetica».

Servirebbe qualcuno in grado di amalgamare le diverse anime?

«Con due o tre idee che si concretizzino in un programma sul quale concordino tutti».

Ci vorrebbe una certa maturità.

«E l’aiuto di Dio».

Alcide De Gasperi diceva che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni.

«Ma lui un leader lo era e forse non possiamo aspirare così in alto. Nel 2001 ci fu Berlusconi. Se nostro Signore fosse benevolo, potrebbe suggerirci qualcuno di accettabile».

Il nuovo capo dello Stato che si sceglierà nel gennaio 2022 sarà inevitabilmente di centrosinistra?

«Non è una condanna biblica, ma probabilmente andrà così. Sarà eletto dalla maggioranza che c’è ora in Parlamento anche se non lo è nel Paese».

Siamo destinati alla discrepanza fra palazzo e Paese reale?

«Eletto con la maggioranza formata da Pd e M5s sarà un presidente di palazzo, certamente non di popolo».

 

La Verità, 11 dicembre 2020