«Senza la politica non si programma la rinascita»

Onorevole Rino Formica, che cosa vede dalla sua casa romana?

«Vedo troppa improvvisazione. E la tendenza a utilizzare l’emergenza come alibi per non affrontare i problemi di lungo respiro».

Quali sono?

«È urgente intervenire sugli assetti costituzionali del Paese. Ma questo richiede un pensiero politico e forze in grado di sostenerlo: entrambi evanescenti. Non è una situazione nata di recente, da trent’anni viviamo una decadenza morbida».

Novantaquattro anni compiuti, già ministro delle Finanze dei governi Spadolini e Andreotti, Formica unisce alla saggezza e alla lucidità dell’analisi la grande passione per la politica. Che «è stata abolita».

Come ha vissuto la pandemia?

«Come la può vivere chi si trova di fronte a una novità, non del tutto inimmaginabile».

In che senso?

«È un fenomeno che ha imposto un livellamento in una società organizzata in diseguaglianze. Chi ha la mia età ha vissuto situazioni drammatiche che però non erano mai l’ultima spiaggia. Invece, la pandemia ha fatto riflettere sulla possibilità dell’ultima spiaggia per tutti. Se non si fosse realizzato il vaccino in pochi mesi saremmo ancora ostaggi di un fenomeno distruttivo e fuori controllo».

Che prova è stata per la politica italiana?

«Penso che abbiano guadagnato punti coloro che ritengono che la politica sia un lusso, un filosofare, un perdere tempo».

Amara conclusione.

«Sì, perché questa situazione ci rende più deboli nell’affrontare i problemi del ritorno alla normalità. La crisi dei partiti è innanzitutto la crisi del pensiero politico. La riprova l’abbiamo nel fatto che ogni giorno nascono nuovi partiti in Parlamento, ma non nel Paese».

Si riferisce a Coraggio Italia?

«È l’ultimo esempio. Che ne sarà di questi partiti parlamentari quando si voterà? Vediamo alle elezioni amministrative che i partiti scompaiono e diventano forze civiche».

Sulla pandemia l’Europa si è mostrata lenta e farraginosa?

«Meno di quanto lo è stato il rapporto tra le giunte regionali e il governo nazionale».

Perché manca omogeneità politica?

«L’omogeneità si misura rispetto al pensiero politico che invece latita. Prendiamo la Lega e il Pd: oggi, a tre quarti della legislatura, sono diversi da come sono entrati in Parlamento. Diversi nella leadership, nelle prospettive, nelle alleanze, nelle collocazioni».

Che cosa disapprova di questi cambiamenti?

«Che avvengano nel chiuso di club oligarchici se non addirittura nella mente del capo carismatico. Posso anche approvare la conversione europeista della Lega, ma vorrei sapere com’è avvenuta e come si è radicata».

E cosa pensa dell’evoluzione del M5s?

«Penso che non ha più un dirigente né un’idea. Non rappresenta più il populismo giustizialista delle origini e nemmeno “il partito del No”. È in disfacimento».

Perché non si fanno più i congressi di partito?

«Per due ragioni. Fino agli anni Sessanta i partiti erano l’unico centro di elaborazione politica, poi anche le istituzioni si sono politicizzate. Oggi il congresso dell’Anm è un congresso politico. Questa pluralità di confronto è un bene perché investe l’intera società».

E la seconda ragione?

«Dall’abrogazione delle ideologie è derivata l’abolizione della politica. Come ci può essere confronto in un partito se non c’è un pensiero da aggiornare? Il paese che ha strutturato il partito moderno è la Germania. Nella socialdemocrazia e nel Partito popolare tedesco c’erano congressi strategici, relativi al lungo periodo, e congressi tattici. Anche in Italia era così».

Oggi i social hanno sostituito i congressi e la politica è diventata propaganda?

«Il primo insegnamento ricevuto dai vecchi compagni è stato questo: la politica vive tutti i giorni e se tu non te ne occupi qualcun altro lo fa al posto tuo. In un mondo globale e interconnesso, l’assenza di soggetti forti è rimpiazzata da interferenze di carattere internazionale. Perciò, sono sorpreso quando qualcuno si scandalizza perché cinesi e russi s’interessano all’Italia. È sempre avvenuto, ma una volta esisteva un Paese impermeabile alle contaminazioni esterne».

Se la politica diventa propaganda è naturale che per governare si ricorra a figure extraparlamentari come Mario Monti, Giuseppe Conte e Mario Draghi?

«Nessun partito di governo mostra capacità di attrazione alla coalizione. Ognuno pensa per sé. Al massimo si fraziona il potere con il manuale Cencelli, ma poi prevale il caos in cui chi prima si sveglia ruba le scarpe al fratello».

Come tra Lega e Pd?

«Esatto. L’idea che destra e sinistra non siano più il principio selettivo fa convergere tutti al centro. Ma è un centro di mediazione di poteri e non di idee. Così si ricorre a una sorta di arbitraggio esterno. Con Conte e con Draghi siamo entrati in una fase di centrismo post democristiano di matrice andreottiana».

Qual è l’alternativa?

«Costruire un pensiero politico di sistema e non di parte. Dobbiamo giudicare gli atti di governo in base all’aumento o alla diminuzione delle diseguaglianze sociali. È la riflessione provocata da Enrico Letta con la proposta della tassa di successione per aiutare i giovani».

Era il momento di farlo?

«Ha sbagliato tempo e modalità, ma ha posto il problema».

Concorda con Draghi per il quale questo è il momento di dare e non di prendere?

«Credo che l’esempio della tragedia di Stresa sia illuminante. Per superare la crisi del turismo si dà il bonus, ma poi i turisti muoiono. Voglio dire: non c’è più debito buono o cattivo, ma un debito che aumenta o diminuisce le diseguaglianze».

C’è un uso buono e uno cattivo del debito. La pandemia ha risparmiato i garantiti, statali e pensionati, e penalizzato i non garantiti, artigiani e commercianti?

«Per questo bisogna rivedere lo stato sociale. Serve una nuova solidarietà. Finora crediamo di aver risolto la crisi con la tacitazione della protesta, con l’indebitamento trasferito alle nuove generazioni e con l’abbandono di intere aree disastrate del Paese sia al sud che al nord».

Bisogna rivedere anche lo schema destra-sinistra?

«Bisogna stabilire dove andare a prendere il denaro. Non è solo un problema di tassazione, anche l’assistenzialismo che disincentiva il lavoro non ha senso. Dobbiamo rispondere ad alcune domande: la crescita è spontanea o guidata? Qual è il ruolo pubblico nello sviluppo dell’economia? Come si risolveranno i problemi delle aziende in crisi che non reggono l’evoluzione del mercato?».

Però la mappa è cambiata, oggi le istanze popolari e delle periferie sono interpretate dalla destra.

«Non sono sicuro che la lotta alle diseguaglianze resterà configurata come oggi».

Dipende se la sinistra continuerà a privilegiare i diritti civili su quelli sociali.

«Dubito che il Pd riuscirà a mantenere una linea pariolina quando il sindacato di riferimento si radicalizzerà con l’aggravamento della condizione dei lavoratori. Lo spostamento a destra del Pd e a sinistra della Lega deriva dalla tregua sociale mantenuta dagli scostamenti di bilancio, dai sussidi e dalla tolleranza dell’Europa verso il nostro debito. Questa situazione volge al termine perché gli interventi salvifici della Bce scadono e l’anno prossimo si dovrà rientrare nei parametri».

Non è un annuncio un po’ precoce?

«Non credo. Le classi dirigenti si misurano dalla capacità di anticipare le visioni e non di vedere ciò che già è avvenuto o di occultare ciò che sta per succedere. Draghi sa molto più di ciò che dice e se si mantiene sul presente è perché potrebbe essere destabilizzante parlare del futuro».

Vorrà affrontare un’emergenza alla volta?

«Un uomo di governo deve conoscere l’itinerario. Draghi non è stato chiamato per governare i prossimi vent’anni, ma per mettere in piedi il Paese. C’è la necessità di sopravvivere oggi, ma c’è anche l’esigenza di creare la muscolatura per poter correre domani».

È favorevole a prolungare il blocco dei licenziamenti?

«Io sono favorevole al blocco dei licenziamenti purché si dica che il differimento del debito sarà pagato in termini di sviluppo. Nessun pasto è gratis. Non possiamo cavarcela dando 10.000 euro a un giovane al quale abbiamo messo 100.000 euro di debito sulle spalle».

Il ripristino della tassa di successione per sostenere i giovani è una panacea?

«Soprattutto è la tassa più facile da evadere, chi ha patrimoni importanti trova mille modi per aggirarla. Se Letta avesse proposto il 5% di Iva in più sulle auto di lusso, quella sì sarebbe stata un’imposta certa».

Qual è il suo giudizio sui 100 giorni del governo Draghi?

«È stato aiutato dalla fortuna e poi ha fatto qualche buona scelta, per esempio nell’organizzazione della vaccinazione. Però, liberiamoci dai luoghi comuni consolatori. Non abbiamo goduto di maggiore indulgenza internazionale di quella che avremmo comunque avuto essendo il Paese più disastrato d’Europa. Nessuno può permettersi il crollo dell’Italia. Per Draghi il difficile verrà con il semestre bianco perché non ci sarà il paracadute delle elezioni anticipate».

Che cosa accadrà?

«La questione sociale dovrà trovare un punto di sfogo. Se sarà impetuoso come ci si aspetta, potrà travolgere anche chi proverà a cavalcarlo. L’incantesimo di quest’anno e mezzo, in cui si è pensato di lavorare stando a casa o di vivere con i sussidi, si è rotto. Chi non lo vede o finge o è cieco. Quando il potere non potrà più distribuire dovrà rispondere alle domande. Se non saprà farlo potrà nascere un contropotere che può vincere o essere represso con la forza. Siamo vicini al bivio».

Fosca previsione?

«La dico in un altro modo. Stiamo scalando la vetta e finora, con sussidi e sostegni, abbiamo cambiato i rapporti. Ma adesso sono finiti e si va su solo con i muscoli. Non possiamo più ipotizzare il futuro perché ci siamo già dentro».

Nella sua palla di vetro chi vede al Quirinale e a Palazzo Chigi nel maggio del prossimo anno?

«Non faccio nomi, ma identikit. Al Quirinale vedo qualcuno che per cultura ed esperienza incarni la difesa della Carta costituzionale, slegata dai trasformismi degli ultimi trent’anni. Immagino una donna. Quanto al capo del governo, lo sceglierà lei».

 

La Verità, 29 maggio 2021

«Il ddl Zan punta a rieducare i nostri figli»

Dottor Alfredo Mantovano, ci sono novità dalla Feltrinelli? Il libro da lei curato per l’editore Cantagalli Legge omofobia: perché non va è arrivato negli store della catena?

«Forse è un po’ presto perché, dopo il blocco riscontrato una settimana fa, c’è stato il chiarimento tra l’editore, il distributore e la rete delle librerie. Ci vuole qualche giorno perché la distribuzione sia a pieno regime, ma confido che ciò avvenga presto. Feltrinelli si è scusata perché il libro non era acquistabile nei suoi punti vendita».

Secondo lei si tratta di un fatto casuale o è sintomo di qualcos’altro?

«Lo dico senza puntare l’indice, ma credo rifletta un contesto culturale per il quale, se di discriminazione si vuole parlare, riguarda chi solleva perplessità anche articolate verso certi assiomi».

Pacato nel linguaggio e frastagliato nel ragionamento, alle sintesi a effetto Alfredo Mantovano preferisce la citazione di documenti e precedenti giuridici. Leccese, 63 anni, più volte parlamentare nelle liste di centrodestra, ripetutamente sottosegretario dell’Interno, nel 2013 ha scelto di tornare in magistratura, e di dedicarsi agli studi e all’attività del Centro Rosario Livatino, di cui è vicepresidente.

Il ddl Zan contro l’omofobia è scritto male o maliziosamente?

«Senza fare processi alle intenzioni, il testo è un blocco unico perciò non emendabile».

Qual è la sua critica principale?

«I punti più controversi, come l’identità di genere, sono proprio quelli più ideologici. Ma non c’è disponibilità a rivederli perché per i promotori sono qualificanti. Il testo è fatto in modo che se si toglie una parte cade l’impalcatura».

Per esempio?

«Poniamo di eliminare l’articolo 7 che istituisce la Giornata contro l’omolesbobitransfobia. E poniamo che, una volta approvata la legge, un’associazione Lgbt chieda di spiegare la teoria gender in una scuola. Il preside che si appellasse alla necessità del consenso dei genitori, come prevede la legge vigente, potrebbe essere coinvolto in un procedimento giudiziario, perché la sua cautela verrebbe letta come discriminazione. In queste condizioni, secondo lei quanti sarebbero i presidi disponibili a opporsi seriamente?».

Perché l’articolo 1 ridefinisce sesso, orientamento sessuale e identità di genere?

«Queste definizioni sono state introdotte dopo i rilievi di genericità sollevati nel dibattito alla Camera. Ma il rimedio è peggiore del male perché la genericità è aumentata. Il problema non è solo l’eventuale sentenza di condanna, ma ciò che succede prima. Per esempio, un Pm può ottenere intercettazioni telefoniche e ambientali e misure restrittive della libertà. In questa situazione nessuno proverà a esprimere un’opinione dissonante e l’effetto censura o omologazione è assicurato».

L’identità di genere presidiata da sanzioni a cosa mira?

«A mettere in sicurezza le conquiste degli anni e dei mesi passati. Benché la Cirinnà sia legge da 5 anni sopravvive il diritto di non condividere l’equiparazione tra unioni omosex e famiglia basata su uomo e donna. Allo stesso modo, benché sia giurisprudenza, si può eccepire anche sulla stepchild adoption. Con l’approvazione del ddl Zan, guai a chi le metterà in discussione».

In Italia l’adozione di coppie omogenitoriali non è ancora legge e il ddl Zan non la prevede. La maternità surrogata è uno step ulteriore, sebbene messo in calendario dalle famiglie arcobaleno.

«Due mesi fa le sezioni unite civili della Corte di Cassazione hanno legittimato l’iscrizione all’anagrafe come proprio di un bambino ottenuto all’estero presumibilmente attraverso la maternità surrogata. Non è uno step ulteriore, un piede sul gradino c’è già. Si potrebbe evitare di salirci anche con il secondo se il Parlamento varasse una legge che vietasse il ricorso alla maternità surrogata oltre che in Italia anche all’estero».

La magistratura supplisce alla latitanza della politica?

«È una legge della fisica: il vuoto viene sempre riempito».

La legge Zan è motivata da una reale emergenza?

«L’emergenza è solo mediatica. Se il ministero dell’Interno non dice stupidaggini, dal 2010 l’Osservatorio contro le discriminazioni conta una media di 26,5 segnalazioni all’anno. In termini numerici è poco meno di quello che per il bullismo accade in una singola scuola in un anno».

Eppure la politica discute di questo: un’isteria?

«Isteria è un’espressione un po’ forte. Personalmente, quando ho visto il concerto del Primo maggio mi aspettavo di sentir parlare di morti sul lavoro che ci sono, o di mondo del lavoro prostrato dalla pandemia. Invece ho sentito parlare di un’emergenza che non c’è. Non solo per i numeri del ministero dell’Interno, ma anche perché in caso di aggressione motivata dall’orientamento sessuale la risposta repressiva è già immediata. Ci sono l’arresto e il procedimento penale».

I movimenti Lgbt vogliono affermare la cultura gender per via giudiziaria?

«Lo dicono i suoi promotori: la legge dev’essere uno strumento di educazione. Più corretto sarebbe dire di rieducazione».

Qualsiasi espressione critica nei confronti degli omosessuali, tipo «disapprovo i matrimoni gay» o «gli omosessuali non devono poter adottare» è omofoba?

«Basta vedere che cosa succede negli ordinamenti dove norme simili sono già in vigore. In Spagna nel 2014 il cardinale Sebastian Aguilar fu iscritto nel registro degli indagati proprio per aver pronunciato frasi di questo tipo. Negli Stati Uniti c’è una casistica imponente di perdita di posti di lavoro e di chiusura di esercizi commerciali da parte di chi esprime delle critiche».

C’è differenza tra espressione omofoba e omonegativa?

«È una distinzione presente nella legislazione attuale per la quale, se mi esprimo in modo offensivo nei confronti di una persona omosessuale, sono giustamente sanzionato. Ma questa distinzione scompare con la legge Zan perché tutto sarà considerato omofobo».

Quali sono i precedenti di reati d’odio nel codice penale?

«I reati previsti dalla legge Mancino. Ma qui il riferimento alla razza e all’etnia non è generico come quello all’identità di genere nel testo Zan».

Walter Veltroni ha scritto un libro intitolato Odiare l’odio: c’è un odio più legittimo di un altro?

«Le rispondo così: il diritto penale si basa sul fatto. Qui siamo nel campo dello stato d’animo. Cioè, un conto è giudicare un furto che è un dato oggettivo, un altro è pretendere di giudicare l’intera vita del ladro».

Si punisce uno stato d’animo senza una precisa connessione fattuale?

«Esatto, lo stato d’animo non è qualcosa di ben definibile, come un fatto concreto».

Le problematiche delle persone omosessuali sono il preambolo dell’affermazione di questa filosofia?

«Più che un preambolo sono un pretesto».

Concorda con il sociologo Luca Ricolfi secondo il quale il ddl Zan «è una sorta di cavallo di Troia perché introduce articoli non essenziali alla difesa degli omosessuali»?

«È così. Il quadro sanzionatorio è già completo in ogni sua articolazione. Non esiste nessuna necessità di implementarlo».

L’identità di genere è un passo verso una ridefinizione antropologica?

«Tre anni fa si è posta a carico del servizio sanitario la molecola che blocca lo sviluppo ormonale degli adolescenti che hanno problemi di percezione della propria sessualità. Con la legge Zan un genitore che manifesti al figlio perplessità per l’assunzione della triptorelina o il medico di famiglia che ne illustri gli effetti collaterali potrebbero essere perseguiti penalmente».

Attraverso la sanzione si attua un meccanismo intimidatorio verso chi dissente?

«Quale medico rischierà un processo penale e una sanzione disciplinare provando a contestare questa normativa?».

All’articolo 4 il ddl Zan salvaguarda la libera espressione delle opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee.

«È il capolavoro di questo testo per due ragioni. La prima perché è singolare che si introducano delle sanzioni penali e poi intervenga una clausola di salvezza dalle stesse. Questo rivela che anche il promotore avverte il rischio di un’applicazione arbitraria delle norme. E poi perché, nella fattispecie, si ribadisce qualcosa che è già previsto dall’articolo 21 della Costituzione».

Come va interpretato l’inserimento della tutela delle persone disabili in questo ddl?

«È il fatto che indigna di più perché tutti conosciamo i problemi che affliggono la quotidianità dei disabili. Il riferimento alla disabilità c’è solo nelle norme penali e non nell’assistenza in giudizio come persona offesa e riguardo alle iniziative nelle scuole».

È una foglia di fico?

«Il fatto che si chiami a sostegno la condizione di persone che non c’entrano nulla con l’impianto della legge dimostra che i promotori sono consapevoli della debolezza dei loro argomenti».

Come va interpretata l’istituzione della Giornata contro l’omolesbobitransfobia?

«Come abbiamo visto il 17 maggio questa giornata c’è già e coinvolge le più alte cariche dello Stato. La novità introdotta dalla legge è la celebrazione nelle scuole con annesso sostegno finanziario».

Parlavamo di rieducazione.

«Fin dall’età più bassa».

Qual è la vera posta in gioco?

«Una diversa idea di uomo. Il transumanesimo, l’autodeterminazione assoluta. Questa non è una faccenda per giuristi o per un ramo del Parlamento, ma qualcosa che deve far riflettere tutti, al di là dei ruoli istituzionali».

La Chiesa e il mondo cattolico si fanno sentire abbastanza?

«Una parte del mondo cattolico si fa sentire. Anche da parte dei pastori ci sono stati pronunciamenti espliciti. Ma i media mainstream ne riportano solo la parte più morbida. I cattolici dovrebbero accedere direttamente al magistero di Francesco. Che, in materia, si è espresso con chiarezza».

Come giudicherebbe questa legge Rosario Livatino, appena commemorato al Quirinale?

«Per capire il suo pensiero basta rileggersi la conferenza su “Fede e diritto” in cui dice che il diritto dev’essere fondato sul rispetto della natura dell’uomo. Spero che anche Livatino non diventi un santino, ma venga considerato per ciò che ha fatto e detto realmente».

 

La Verità, 22 maggio 2021

«Ddl Zan scritto male: i desideri non sono diritti»

Dirigente del Pd, valdostano, formato nelle comunità di base, militante dei diritti delle persone omosessuali, presidente dell’Arcigay dal 2007 al 2010 e ora di Equality Italia, Aurelio Mancuso è l’estensore dell’appello per la modifica del disegno di legge Zan sull’omotransfobia firmato da oltre 450 personalità dell’area del Partito democratico e di Italia viva, dalla regista Cristina Comencini all’ex presidente dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca, dalla filosofa Francesca Izzo all’ex sindacalista Giorgio Benvenuto.

Perché il vostro appello è rivolto al presidente della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari?

«Chiediamo di essere auditi almeno al Senato, visto che alla Camera non è avvenuto».

Risposte?

«So che la nostra richiesta verrà presa in esame».

C’è un comitato promotore?

«Il soggetto propulsore è una chat su whatsapp di persone di centrosinistra nata sul tema della maternità surrogata. Il lavoro su questo tema è sfociato nell’appello per la modifica del ddl Zan».

Perché la definite «una legge pasticciata»?

«Perché era nata per estendere le aggravanti previste dalla legge Reale-Mancino alle persone gay, lesbiche e trans».

Invece?

«Invece dall’iter della Camera si è via via trasformata in una legge che interviene sul sesso, sulle persone disabili e l’identità di genere. Si è appesantita a causa delle spinte nel Pd e nei 5 stelle».

Il punto che più disapprovate è il ricorso all’identità di genere?

«I punti di dissenso sono due: il modo di intendere il sesso e l’uso dell’espressione “identità di genere”. Sul primo punto è incredibile che le donne siano trattate come una minoranza. Qualche giorno fa in una videoconferenza sul Corriere.it Alessandro Zan ha detto che la legge può combattere anche la misandria».

L’ha evocata per stabilire una sorta di par condicio delle discriminazioni?

«Ma così ha equiparato la misoginia, che è un crimine, con la misandria, che ha rarissimi riscontri nella realtà».

Per i sostenitori del ddl il sesso va messo in relazione ai diritti, cioè a un’ideologia?

«È una componente della condizione umana sottoposta all’autodeterminazione da mettere in relazione alla sfera dei diritti. Noi firmatari dell’appello siamo convinti che questa visione, di derivazione anglosassone, non possa trasformarsi in una legge dello Stato».

Veniamo al secondo punto, l’identità di genere.

«Fino a qualche anno fa questa espressione riguardava i transessuali, persone che intraprendevano dolorosi percorsi di transizione, normati anche dalla legislazione italiana. Oggi sulla spinta dei movimenti Lgbt si sta affermando il concetto di genere percepito».

Semplificando, in base a come mi sento in un determinato momento decido se entrare in un bagno o in uno spogliatoio maschile o femminile?

«Ognuno è libero di sentirsi come gli pare, ma l’autopercezione non può diventare legge. Un conto è cambiare le norme sulla transizione che sono del 1982, un altro è dare dignità legislativa alla fluidità a seconda di come ci si alza al mattino. Le faccio un esempio…».

Prego.

«In Messico, siccome la percentuale minima di candidature femminili alle elezioni non era stata rispettata, una lista di soli uomini si è autoproclamata composta di tutte donne. Ripeto: ognuno può percepirsi come vuole, ma lo Stato ha le sue regole».

Diversamente dovrebbe fare una legge per ognuno dei numerosi generi ipotizzati dai movimenti Lgbt.

«Tutti siamo liberi di sentirci secondo i nostri desideri, ma i desideri non sono automaticamente diritti».

Un altro elemento controverso riguarda il linguaggio che potrebbe favorire atti discriminatori.

«In Europa e in America si è deciso di estendere le aggravanti che riguardavano le persone discriminate dalle dittature nazifasciste e comuniste alle persone gay, lesbiche e trans. Questo è l’alveo culturale».

Perché in Italia non basta integrare la legge esistente con le aggressioni a sfondo sessuale?

«Le varie maggioranze di destra e di sinistra che si sono susseguite non hanno mai voluto o avuto la forza di approvare le estensioni alla legge Mancino. Io resto dell’idea che la legge contro l’omotransfobia serva. Il problema è che questa è scritta male».

Scritta male o maliziosamente? Non crede che la tutela delle minoranze nasconda una minaccia alla libera espressione?

«Anche qui c’è da correggere un errore madornale. Tutto ciò che si dice contro gli omosessuali viene tacciato di omofobia. Invece, se dico che sono contro il matrimonio gay o che i gay non dovrebbero poter adottare dei bambini non uso espressioni omofobe, ma omonegative. Invece dire “i gay devono essere tutti bruciati” è istigazione all’odio».

Parlare di padre e madre è discriminatorio verso i bambini di persone omogenitoriali?

«Capisco alcune preoccupazioni però penso che il buon senso e i limiti garantisti del ddl eviteranno degenerazioni giuridiche. Dire che la famiglia è composta da padre e madre appartiene all’espressione del libero pensiero».

Non è troppo ottimista considerando che in tanti documenti al posto della desinenza che indica il sesso si inizia a usare l’asterisco?

«Io non lo uso e sono convinto che chi intenterà cause su questi temi le perderà. Insisto: se la legge l’avessi scritta io avrei puntato sulla prevenzione più che sulle sanzioni. Ricordiamoci che le vere vittime dell’omotransfobia sono le persone trans, uccise per strada perché obbligate a prostituirsi».

Lei parla di prevenzione, ma all’articolo 7 il ddl prevede l’istituzione della Giornata contro l’omotransfobia: lo scopo è l’indottrinamento gender dei bambini nelle scuole?

«La Giornata internazionale contro l’omofobia c’è già dal 2004. Quello che mi preoccupa degli articoli 7 e 8 è che nelle scuole si vada a propagandare la maternità surrogata e il self-identity. Siccome sappiamo che nel movimento Lgbt ci sono associazioni che propugnano la maternità surrogata, nell’appello chiediamo che questa propaganda sia vietata. Come, per esempio, ha fatto la regione Emilia Romagna governata dal centrosinistra, che in un comma ha precisato di non concedere contributi alle associazioni che promuovono la gestazione per altri».

Qualche giorno fa Marilena Grassadonia, esponente di Sinistra italiana e presidente delle Famiglie arcobaleno, ha detto che la legge Zan è solo il primo passo e che i successivi sono l’autocertificazione di genere e l’utero in affitto.

«Rispondo con una provocazione: se Arcigay e le altre associazioni Lgbt approvassero questo programma io riproporrei il matrimonio egualitario e la riforma della legge sulle adozioni. Purtroppo oggi, a causa della polarizzazione che spacca il fronte politico, è impossibile costruire percorsi riformisti. Anziché parlare dei diritti dei bambini, i veri soggetti deboli, si parla della gestazione per altri perché si privilegiano i desideri degli adulti».

Non si fa prima a rimettere al centro la famiglia?

«Con attenzione. La famiglia è anche una grande questione sociale. Io mi sono battuto per aiutare quelle numerose proponendo di aumentare gli assegni. Perché il centrodestra quando ha governato non ha approvato il quoziente famigliare? Oggi si fanno pochi bambini non per motivi ideologici, ma per motivi economici».

Con la Giornata contro l’omotransfobia arriveremo all’indottrinamento gender dei paesi anglosassoni?

«Sono stato in centinaia di scuole e ho constatato che pongono giustamente dei paletti. Nel nostro appello c’è scritto che bisogna promuovere l’educazione sessuale e alla salute all’interno di un lavoro curriculare sistematico. Non si deve fare propaganda. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti ci si sta accorgendo dei danni causati dall’uso dei bloccanti della pubertà e si comincia a fare marcia indietro».

Perché ha sottoscritto un appello all’Onu contro l’utero in affitto?

«Perché ritengo che comprare, vendere, o anche donare un bambino, come ipocritamente qualcuno dice, leda il diritto proprio del bambino. Se viene abbandonato lo aiutiamo. Ma decidere per contratto che vada a una coppia, etero o omo non m’importa, è una violazione del suo diritto a conoscere la madre che l’ha tenuto in grembo nove mesi. Il secondo aspetto criminale è che ci sono donne obbligate dai mariti e dalla condizione sociale, per esempio nell’Est europeo e nel Sud del mondo, usate come contenitore per fabbricare i figli dei ricchi».

La nostra società decide che si può sopprimere un embrione nel grembo materno e allo stesso tempo che lo si può impiantare a pagamento.

«Io difendo la legge 194, se mai andrebbe pienamente applicata. Ma il discorso ci porterebbe lontano. Sebbene creda che il desiderio di essere genitore vada rispettato, non è un diritto riconosciuto. Altrimenti le costituzioni lo prevederebbero. Se c’è questo desiderio diffuso di genitorialità, perché nel nostro Paese, dove ci sono bambini ancora negli istituti, non si mette mano alla legge sulle adozioni?».

Come spiega il fatto che Enrico Letta ha fatto del ddl Zan una delle battaglie prioritarie del Pd?

«Capisco che Letta sia arrivato quando il treno della legge era già partito, ma quando uno diventa segretario del più grande partito del centrosinistra avrebbe il dovere di ascoltare chi da più di un anno studia e lavora su questi temi».

Nel Pd non c’è confronto sull’argomento?

«Non c’è stato un vero dibattito, decidono gli eletti senza un’adeguata discussione. Per altro in un partito che è nato da culture diverse. È molto difficile riconoscersi su questi temi nel Pd».

Sono credbili coloro che dicono di approvare il ddl per poi migliorarlo? Questa legge comporta un salto di paradigma?

«Se la legge sarà approvata così vedremo come si comporterà il Pd negli step successivi. Quando, cioè, si comincerà a discutere di utero in affitto e di autocertificazione di genere. Vedremo se è già diventato un partito radicale di massa».

La discussione del primo maggio, giorno dei lavoratori, sul ddl Zan non è la prova che è già così?

«Diciamo che lo sta diventando. Ma anche questo è frutto di una tendenza sovranazionale. Da una parte c’è il sovranismo, dall’altra una serie di visioni minoritarie. In mezzo sono rimasti i riformisti e i liberali, schiacciati dalla polarizzazione dei rispettivi campi. Difendo Fedez che si è esposto, ma non può essere il santone del Pd. Lui fa il cantante e promuove le sue attività commerciali. Magari ce lo troveremo in politica. Se ci è arrivato Grillo…».

 

 

La Verità, 15 maggio 2021 (versione integrale)

«Creiamo una filiera virtuosa dell’audiovisivo»

Il video su Facebook nel quale rivolge un appello a Mario Draghi perché prenda a cuore la narrazione del Paese ha avuto 140.000 visualizzazioni. Luca Barbareschi è così, individua delle battaglie, azzera scrupoli e mediazioni e si butta, faccia al vento. In barba a tutto, oltre che essere il titolo del suo programma su Rai 3 è anche una filosofia di vita.

Prendersi a cuore «la narrazione del Paese» fa Nichi Vendola.

«Anni fa feci un confronto con Vendola sui temi della cultura e della politica. Il pubblico sperava che ci scannassimo, invece su tanti temi ci trovammo d’accordo. Vendola ha creato la Film commission della Puglia, tra le migliori d’Italia. Detto ciò, m’interessano i contenuti non le appartenenze politiche».

Perché Draghi dovrebbe occuparsi della narrazione del Paese con tutte le grane che ha?

«Perché è un motore economico straordinario. Più dei cavi e delle parabole, sono i contenuti a far rendere la ricerca e la produzione tecnologica. L’America è la grande potenza economica che conosciamo grazie alla vendita dei propri prodotti audiovisivi. Israele è leader mondiale nel settore dell’intrattenimento e della serialità pur essendo un Paese di soli 8 milioni di abitanti, con una lingua che si scrive da destra a sinistra, e pieno di problemi, come vediamo in questi giorni».

L’Italia cosa dovrebbe fare?

«Possibile che l’Italia, in possesso di una storia e una ricchezza artistica straordinarie, non riesca ad attivare un sistema virtuoso che non guardi solo al suo passato, ma sappia creare business per il futuro? L’ha fatto nella moda e nell’alimentare, perché non può farlo nella produzione cinematografica e televisiva?».

Parlando dell’alimentare poche multinazionali decidono cosa farci mangiare, avviene lo stesso anche con il cinema e le serie tv?

«Sette multinazionali decidono il cibo per la pancia di 7 miliardi di persone e altre poche multinazionali dello streaming, da Netflix ad Amazon ad Apple a Disney +, decidono il cibo per la mente. Noi europei, soprattutto noi italiani abbiamo abdicato ai contenuti anglosassoni. Qualche giorno fa ho visto una serie americana che racconta in maniera contemporanea i miti greci, una storia che può essere potentissima per la formazione dei nostri ragazzi. Perché dobbiamo lasciarla raccontare agli americani?».

Siamo figli delle piattaforme?

«Non ancora perché sono nate pochi anni fa. Hanno conquistato una quota di mercato con l’ok della politica. Quando Sky è arrivata in Italia con l’aiuto della sinistra ha avuto un budget pubblico enorme che solo parzialmente ha reinvestito nella narrazione del nostro Paese. Cosa interessava a Rupert Murdoch della narrazione italiana? Zero. Sono stati bravi a vendere il marchio meglio della Rai. Hanno vinto con il marketing. Grazie al quale, ancora oggi, la Rai, che è migliore sul piano dei contenuti ma incapace di promuoversi, appare un’azienda superata, mentre Sky è moderna e brillante».

La pandemia ha accelerato il processo di globalizzazione?

«Assolutamente. Il plagio totale, che viene da lontano, sta arrivando allo stadio finale. Gli inglesi prima hanno creato un mercato, il Commonwealth, poi hanno imposto la lingua che tutti parliamo, e ora stanno diffondendo i contenuti che tutti vediamo. Rai 1, il primo canale pubblico italiano, trasmette in diretta i funerali del principe Filippo di Edimburgo».

Non è troppo parlare di colonizzazione?

«Hanno colonizzato la nostra fantasia e abbiamo iniziato a comprare i jeans quando abbiamo visto John Wayne indossarli nei film western».

Che cosa può fare il premier di un Paese periferico come il nostro?

«Siamo una delle maggiori potenze economiche mondiali. Possiamo e dobbiamo iniziare a scegliere i contenuti come fanno i francesi e i tedeschi che tutelano la loro produzione interna. Serve una politica degli investimenti. Serve fare le nomine Rai in base a questa logica. Per la nostra fiction sono previsti 130 milioni, all’incirca il budget che Netflix impiega per una serie. Con 130 milioni, se va bene, ne possiamo fare dieci di modeste. Invece, la strategia dev’essere produrre per vendere all’estero, altrimenti non si va da nessuna parte. Il mio J’accuse (L’ufficiale e la spia, diretto da Roman Polanski ndr) è stato venduto in 100 Paesi in tutto il mondo».

La Rai gode già del finanziamento pubblico del canone.

«Il punto di partenza non è quanto si investe, ma perché si investe. Dobbiamo allargare lo sguardo, investendo sulla formazione di professionisti, scrittori, registi, sceneggiatori, autori per alimentare tutta la filiera produttiva».

Con che criterio andrebbero fatte secondo lei le nomine dei vertici della tv pubblica?

«Non conosco le candidature in campo. So che le nomine fatte in passato hanno finito per trasformare la Rai nel bancomat delle multinazionali dell’intrattenimento. Se vado in Germania con la mia società devo dare lavoro ai professionisti tedeschi. Noi abbiamo delle eccellenze in questo settore, eppure siamo l’unico Paese che ha finanziato Hollywood».

In che senso?

«Abbiamo finanziato sale cinematografiche che non avevano alcun obbligo di programmazione italiana. Anche i mille euro di bonus distribuiti ai diciottenni sono serviti a comprare videogame americani. Potevamo stabilire l’obbligo di spenderli in prodotti europei se non proprio italiani».

Teme che le nomine delle aziende pubbliche vengano fatte con il manuale Cencelli dei partiti più che in base a un progetto da perseguire?

«Manca una visione globale. La politica dovrebbe incentivare persone competenti che promuovano un progetto favorevole alla cultura del Paese».

Che cosa chiederebbe al ministro della Cultura Dario Franceschini e a quello dell’Economia e finanza Daniele Franco?

«Di cambiare le regole della distribuzione dei fondi ora che, con il Recovery plan ci saranno 6 miliardi per la cultura. Puntiamo sulle eccellenze in grado di creare dinamiche virtuose. È inutile andare a prendere l’acqua al pozzo se ci sono i rubinetti in casa».

Di fronte alla potenza di fuoco delle piattaforme la sua è un’idea un po’ donchisciottesca?

«Wall Street non potrà continuare a sostenerle sempre come ha fatto finora. Prima o poi la bolla si sgonfierà. Ma intanto, se abbiamo rispetto della nostra cultura e della nostra storia, noi dobbiamo contrattaccare, con un progetto degno di questo nome».

 

La Verità, 12 maggio 2021

 

«La Rai fa propaganda, chi è pro famiglia è oscurato»

Occhiali robusti e barba hipster, Jacopo Coghe, ha 36 anni e quattro figli. «Il quinto è in arrivo. Stiamo provando a mettere in crisi la crisi demografica».

Nobile impegno, siete sposati da molto?

«Dodici anni, quasi un figlio ogni due».

Avrete un bel da fare.

«Giornate strapiene».

Professione?

«Io ho un’azienda di comunicazione grafica e stampa pubblicitaria. Mia moglie è impiegata part-time e segue i bambini».

Da vicepresidente dell’associazione Pro Vita e famiglia, Coghe è finito nel mirino di Fedez, paladino gender del Primo maggio, festa dei lavoratori, e martire della censura.

Una settimana dopo si sono calmate le acque?

«Non tanto. Sui social c’è un flusso di haters impressionante».

Hanno scritto che starebbe bene appeso a testa in giù.

«Hanno scritto anche che dovrebbero levarmi i figli e altre cose irripetibili. Mi fa sorridere che chi si proclama a favore dei diritti non si fa scrupolo a insultare. È la solita doppia morale».

Fedez l’aveva attaccato altre volte?

«In una diretta sul suo profilo Instagram alla vigilia di Pasqua. Mi ha disegnato le sopracciglia arcobaleno attribuendomi espressioni mai pronunciate. Il fatto curioso è che mentre su Rai 3 il concertone fa 1,5 milioni di spettatori, su Instagram Fedez ha 12 milioni di followers con i quali condivide questi insulti e la doppia morale sulla famiglia».

Sulla famiglia?

«Certo, ci campa. Monetizza la narrazione del privato: vita di coppia, moglie, gravidanze, ecografie, bambini, giocattoli, abiti… Poi continua ad attaccare la famiglia naturale, sputando nel piatto sul quale mangia. Per contro, chi difende la famiglia e la vita viene pubblicamente insultato».

Ha chiesto un confronto con Fedez, ma il concertone è uno spettacolo che non prevede la par condicio.

«Però non è nemmeno un account privato. Perciò, usando le sue stesse parole: caro Fedez non puoi dire il cazzo che ti pare. La Rai è una tv pubblica che dovrebbe ospitare il pluralismo e il contraddittorio».

Invece?

«Assistiamo a questi attacchi senza replica e alla promozione di una cultura di parte».

Per esempio?

«Le esibizioni dei braccialetti arcobaleno al Festival di Sanremo in pieno dibattito sulle unioni civili. Anche quest’anno, a Sanremo…».

I quadri di Achille Lauro?
«Contenevano espressioni blasfeme. Una tv privata può avere una sua linea editoriale. Un servizio pubblico pagato dai cittadini dovrebbe rispettare le sensibilità degli utenti. Perché chi la pensa in modo diverso da Fedez non è rappresentato? Io sono solo il responsabile di un’associazione, ma mi aspettavo che qualcuno mi chiamasse dandomi diritto di replica».

Una forma di risarcimento?

«Risarcimento no, vera pluralità sì. Invece la Rai fa propaganda. Rai 3 è stata usata da uno che ha detto ciò che gli pareva attaccando persone assenti e, per di più, grida alla censura. Siamo alla follia. Per sanare l’accaduto la Rai avrebbe il dovere di organizzare un dibattito serio».

Che cosa non approva del disegno di legge Zan?

«Nell’articolo 1 viene definita l’identità di genere. Il maschile e il femminile sono considerati un’imposizione culturale e si asserisce che ognuno può scegliere come percepirsi tra infiniti generi. Già questo è un delirio».

Perché?

«Se oggi mi percepisco donna, pretendo di entrare nei bagni femminili. Se sono uno stupratore, ma mi sento donna voglio stare nel carcere femminile. Parlo di fatti reali, accaduti negli Stati uniti, non di casi di scuola».

Altri articoli che disapprovate?

«L’articolo 4 dice che sono fatte salve la libera espressione di convincimenti nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee, purché non idonee a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori».

Che cosa non va?

«Se dico che l’utero in affitto è un orrore potrei essere denunciato in quanto discrimino chi vi è ricorso all’estero. Inoltre, sarà ancora possibile dire mamma e papà o sarà discriminatorio verso persone dello stesso sesso che hanno adottato un bambino?».

Basta così?

«L’articolo 7 è gravissimo. Viene istituita la Giornata contro l’omotranslesbobifobia. Nelle scuole, fin dall’infanzia, verranno spiegate ai nostri figli l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità. Si insegnerà che non esistono maschi e femmine e che si può scegliere tra un’infinità di generi. Non ci sono più padre e madre, ma genitore 1 e genitore 2. Questa è un’enorme violazione della priorità educativa dei genitori».

Non ci sono forme di bullismo contro il mondo Lgbt da frenare?

«C’è la necessità reale di frenare il bullismo nei confronti di tutti, senza creare persone di serie A e di serie B. La legge Reale-Mancino tutela già tutti. L’aggressore che di recente ha picchiato due gay che si stavano baciando nella metro di Roma non è in giro libero. Verrà condannato, la pena può arrivare a 16 anni di reclusione».

Perché temete una legge che vuol proteggere gli omosessuali o chi vive un processo di transizione?

«La temono anche i comunisti, le femministe, i verdi. Togliamo la maschera: lo scopo di questo progetto di legge è fare cultura, rieducare i nostri figli, promuovere l’ideologia gender. Altrimenti non si spiega a cosa serva la Giornata contro l’omotranslesbobifobia. Se si vuole fare una legge che affermi il rispetto verso ogni essere umano bastano due articoli che il Parlamento approverebbe in una settimana».

Come quella presentata da Forza Italia e Lega che prevede l’inasprimento delle pene per gli atti discriminatori?

«Secondo me non ce ne sarebbe bisogno. Ma è una mossa politicamente astuta per stanare le vere e malcelate intenzioni del ddl Zan. Se l’obiettivo è colpire gli atti discriminatori violenti, tutti i partiti dovrebbero approvare la proposta del centrodestra di governo».

Che cosa fa concretamente l’associazione Pro Vita e famiglia?

«Promuoviamo una visione antropologica e culturale basata su questi valori attraverso campagne mediatiche, convegni, progetti per la libertà di educazione. Regaliamo prodotti per la prima infanzia alle famiglie e alle mamme indigenti che decidono di portare avanti la gravidanza. Garantiamo il patrocinio gratuito per i disabili che non hanno gli insegnanti di sostegno, diamo borse di studio. Durante la pandemia abbiamo iniziato a distribuire i pacchi-spesa alle famiglie bisognose».

Dalla giornata del Family day al Circo Massimo del 2016 con 2 milioni di persone il movimento è un po’ sparito?

«Tutt’altro. Le famiglie continuano a seguire le attività dell’associazione. L’anno scorso abbiamo manifestato in 120 piazze in tutta Italia contro il ddl Zan e ora, superate le restrizioni della pandemia, speriamo di arrivare a 150 manifestazioni con una partecipazione maggiore».

Nel marzo di due anni fa alle giornate della famiglia di Verona è emersa una certa contiguità con l’estrema destra.

«Le famiglie non hanno colori politici, quindi parliamo con tutti. A Verona invitammo anche i 5 stelle, ma Luigi Di Maio e altri esponenti della sinistra preferirono denigrarci. Se forze di destra si riconoscono nella famiglia composta da padre e madre perché dobbiamo escluderle? Condividiamo queste battaglie anche con Marco Rizzo del Partito comunista, contrario all’utero in affitto, e con le femministe che contestano l’identità di genere».

Come mai un impegno di questo tipo ha poca visibilità sui media?

«La comunicazione è monopolizzata dal pensiero unico. Siamo una maggioranza silenziata dal politically correct».

Vi danneggia anche una certa incoerenza personale dei politici che aderiscono alle vostre manifestazioni?

«Non giudico la vita personale dei politici. Provo ad avere uno sguardo più ampio. Mi interessa che ci siano partiti che difendono le nostre tematiche. Anche perché i leader passano, i partiti si spera che durino».

La Chiesa vi appoggia come volete?

«Oggi non è più il tempo dei vescovi pilota, come ha detto papa Francesco, ma soprattutto dell’impegno dei laici. La Cei ha affermato che non c’è bisogno di una legge sull’omofobia. È in atto una grande opera di distrazione di massa».

In che senso?

«Con buona pace di Enrico Letta che parla di benaltrismo, questo governo è nato per fronteggiare la pandemia e avviare la ripresa economica. Le famiglie non arrivano a fine mese, si è perso un milione di posti di lavoro: il ddl Zan è una priorità?».

Che speranza avete che i vostri valori facciano breccia nella società attuale?

«Ci hanno accusati di essere medievali, ma la vera sfida riguarda il futuro. C’è la nostra visione fondata su valori antropologici non negoziabili e un’altra basata sul relativismo della società liquida ed edonistica. Nel breve periodo, questo secondo modello può sembrare appagante, ma a lungo termine rivelerà tutta la sua inconsistenza».

Auspicate una rappresentanza politica unitaria?

«Credo che su questi temi una pluralità di rappresentanze sia più efficace. Anche in questi giorni Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giorgia Meloni si sono espressi chiaramente».

Come replica a chi la definisce ultracattolico?

«Io non giudico chi ha Fedez, ma perché Fedez critica chi ha fede? Al di là della battuta, essere ultracattolico significa ascoltare le parole di papa Francesco quando afferma che il gender è uno sbaglio della mente umana? O quando dice che ricorrere all’aborto equivale ad affittare un sicario? Se così fosse, sarebbe ultracattolico anche papa Francesco».

Esistono paesi che dopo l’approvazione di leggi favorevoli all’interruzione della gravidanza hanno avviato un processo di revisione?

«Alcuni Stati americani lo stanno facendo. In Louisiana si è deciso di ridurre il tempo per l’interruzione a prima della comparsa del battito cardiaco. Con l’ecografia in 4d si vede che il feto è subito un essere umano già formato. Disconoscere questa evidenza vuol dire essere antiscientifici. Quando una sonda su Marte individua un batterio si grida “c’è vita su Marte”, ma guai a dire che un embrione è già vita».

La vostra è una battaglia di retroguardia, già persa?

«Al contrario. Sono stato più volte alla Marcia per la vita in America che porta in piazza centinaia di migliaia di persone, moltissimi giovani. Le scuole ne programmano la partecipazione con un anno di anticipo. Lì ho acquistato la t-shirt creata da ragazzi sedicenni sulla quale è scritto: “Noi siamo la generazione che abolirà l’aborto”».

Salvo quello a scopo terapeutico?

«L’ho vissuto in prima persona, l’aborto non è mai una terapia».

 

La Verità, 8 maggio 2021

«Perché la radio(visione) ha un grande futuro»

Buongiorno Lorenzo Suraci, mi dà una definizione di sé stesso?

«Sono un ragazzino pieno di entusiasmo».

Oppure, parlando della sua professione, l’uomo radio?

«Perché no? Anche se adesso non sono più solo l’uomo della radio, ma della radiovisione».

Volevo arrivarci. La radio che si vede è un ossimoro?

«È una realtà cresciuta negli anni grazie all’innovazione tecnologica. I contenuti li crea la radio, ma vengono fruiti attraverso l’immagine su tutti i dispositivi, dalla televisione al computer allo smartphone. Fino a qualche anno fa l’immagine era monopolio della televisione; ora ha preso fuoco, è ovunque».

Siete stati tra i primi ad accorgervene?

«Prima l’aveva fatto la Rai che però non ci ha creduto fino in fondo. Noi abbiamo continuato a seguire l’evoluzione tecnologica».

Lorenzo Suraci, il radiovisionario. Bastano poche parole per rivedere la definizione di partenza. E, con quella, anche le gerarchie dei media. Tutt’altro che vintage, la radio è ancora moderna, versatile e capace di adeguarsi alla fruizione della società liquida. Suraci – un calabrese «capatosta» che vive a Bergamo, ha sposato una bergamasca e lavora a Milano nella sua Rtl 102,5, l’emittente che batte i canali Rai, Radio Deejay e tutte le altre – ha la storia e la curiosità giusta per dare una seconda vita a un mezzo che si ritiene del passato.

Quante emittenti possiede?

«La prima è Rtl 102,5, quella che ci dà da mangiare. Nel 2015 ho rilevato Radio Zeta, una stazione di tango, valzer e musica folk diffusa in Lombardia e Piemonte, che ho trasformato in un’emittente nazionale che trasmette anche in digitale. Infine, nel 2017 ho acquisito Radio Padania».

La radio della Lega?

«Salvando una radio da sicura morte pensavo di compiere una buona azione. Invece mi sbagliavo perché sono stato osteggiato da tutti, dai politici alle associazioni fino agli amici e concorrenti delle altre emittenti locali. Ho dovuto acquistare nuove frequenze per avere il 60% di copertura nazionale e la concessione commerciale per aumentare il tetto di pubblicità fino al 20%».

Adesso non è più orientata politicamente?

«Radio Padania è rimasta solo sul digitale, mentre io, con altro personale, sulle sue frequenze ho lanciato Radiofreccia, un canale che propone rock internazionale».

Qual è il segreto di Rtl 102,5 l’emittente più seguita con quasi 7 milioni di ascoltatori?

«È la prima radio con copertura territoriale capillare perché trasmette su tutti i dispositivi. Il segnale si può captare ovunque, a casa, sul digitale, su internet, con le app sul telefonino… Una volta la radio erano il transistor e l’autoradio. Ora c’è la radiovisione, un sistema di comunicazione che, con il lockdown, è come fosse nato adesso».

Le telecamere mostrano ciò che avviene in studio?

«Non è solo la visual radio che per esempio fa Radiorai con la diffusione in streaming. Il nostro è un prodotto specifico sul quale lavoriamo da vent’anni. Il fatto di essere visibili modifica anche i contenuti e il modo di proporli. I nostri dj sono conduttori evoluti, anche perché trasmettono in diretta, 24 ore al giorno».

La radio palestra per la televisione?

«Basta pensare a Claudio Cecchetto, Gerry Scotti, Amadeus, Carlo Conti, Fiorello: sono tutti partiti dalla radio e sono i conduttori televisivi più forti. Mentre non vale il contrario, tanti personaggi della tv non funzionano in radio».

Qual è il programma di punta di Rtl 102,5?

«Punto all’eccellenza, ma non ho mai fatto preferenze. Le 24 ore della giornata sono tutte uguali. Di notte per camionisti, guardie giurate, personale sanitario, lavoratori notturni, la radio è l’unico mezzo che tiene loro compagnia. Non a caso spesso siamo i primi a informare su certi disastri notturni».

Recentemente avete preso anche Massimo Giletti.

«Da qualche mese è nella nostra squadra. In ottobre, quando Bruno Vespa e suo figlio Federico hanno deciso di sospendere la collaborazione che durava da diversi anni, ci siamo chiesti che fare. Così ho pensato a Giletti, con il quale c’è un’amicizia di lunga data. Gli ho mandato un messaggino e dopo due ore mi ha dato l’ok».

Come si diventa il tycoon delle radio libere partendo da Vibo Valentia e da una discoteca di Bergamo?

«Essere dipendenti delle poste, com’erano i miei genitori, vuol dire doversi trasferire spesso. Dopo l’università a Milano ho iniziato a fare l’impresario di cantanti con mio zio. Ma quando mi sono sposato e non potevo più andare in giro, con un ex compagno architetto, un altro imprenditore edile e lo zio abbiamo pensato a una discoteca».

E la radio?

«Serviva a promuoverla. Nel 1990 la legge Mammì decise che le emittenti dovevano essere o nazionali o locali. Io, nato in Calabria, trapiantato al nord e figlio di statali volevo arrivare a Roma, ma la legge ci obbligava alla copertura di tutto il territorio. La Rai stava partendo con Isoradio, riempii un camion di parabole e in pochi mesi portai il segnale in Sicilia».

È filato tutto così liscio?

«Tutt’altro. Dopo aver investito 140 milioni scoprimmo che il segnale non usciva da Bergamo. Pensai che ci avessero fregati. Era esploso il Far west delle frequenze e quelle di Brescia, Milano, Cremona, Varese erano state occupate da altri. Pian piano dovetti riacquistarle una ad una e potenziare il segnale».

Oltre al Far west delle frequenze c’era la guerra dell’audience: Silvio Berlusconi portava via le star alla Rai e lei si concentrava su una radio bergamasca?

«Sì, ho continuato a perseguire il mio disegno. Sapevo che il Far west non poteva durare. Da terrone, avevo in mente l’Italia. Presi Fernando Proce, un dj pugliese, poi uno toscano, un altro romano, uno veneto. Solo uno era milanese».

Quando e perché è nato lo slogan Very normal people?

«Avevo investito tanti soldi per eventi e per il segnale, ma non avevo ancora il claim della radio. Invidiavo One nation, one station di Deejay. Finché una delle prime agenzie alle quali ci siamo rivolti trovò Very normal people».

Claim controcorrente.

«In un momento in cui tutti cercavano di essere fighetti noi abbiamo scelto l’orgoglio della normalità. I primi a sentirsi fighetti e a dissentire erano i nostri speaker. Io ribattevo: se vogliamo avere grandi ascolti dobbiamo essere con la gente, non come la gente. Era il claim di una radio libera, non di élite né schierata».

Nemmeno adesso?

«Certo che no. Qualche giorno fa c’era ospite Matteo Salvini, il giorno dopo il vicedirettore del Manifesto. Non vogliamo etichette. E poi, onestamente, con chi ti schieri oggi? Tendenzialmente siamo filogovernativi».

Perché date fiducia a chi ha la responsabilità di migliorare il Paese?

«Tutti i premier sono stati nostri ospiti. Se viene Salvini protestano i 5 stelle, se viene Luigi Di Maio i leghisti. Abbiamo rapporti con tutti, ma non abbiamo mai chiesto finanziamenti a nessuno. Siamo gelosi della nostra libertà».

Il conto economico è in attivo?

«Siamo 350 persone tra dipendenti e liberi professionisti. Durante il lockdown abbiamo perso 14 milioni di incasso. Una botta che potrebbe ammazzare un elefante. Abbiamo stretto la cinghia razionalizzato costi e scadenze. Ora stiamo pensando al futuro».

Come?

«Provando a offrire opportunità a una quarantina di ragazzi che stiamo formando con stage retribuiti. Buona parte dei nostri speaker sono ultracinquantenni. Affiancando loro dei giovani si crea un mix formativo. Conduttori come Pierluigi Diaco e Fulvio Giuliani hanno scelto di lasciarci e c’è bisogno di favorire il ricambio. Per fortuna ne abbiamo altri come Andrea Pamparana e Davide Giacalone dai quali c’è molto da imparare».

Che tipo di imprenditore è?

«Non delego niente. Ho tante persone che lavorano con me in autonomia. Come può confermare Valentina Facchinetti, figlia di Roby, laureata che si è proposta per creare l’ufficio stampa. Io sorveglio dietro le quinte».

La sua passione è la musica o l’informazione?

«Tutto. Dalle 6 del mattino ho l’auricolare acceso. Poi ci sono i responsabili della musica, dell’informazione, della parte tecnica…».

Ci sono ancora margini per innovare l’editoria radiofonica?

«Sul canale 737 di Sky per esempio c’è Rtl news. Tutti i giorni al mattino si può vedere un canale di informazione fatta da ragazzi dai 20 ai 24 anni. Hanno un linguaggio diverso, quasi uno slang, me ne sono innamorato. È una nuova frontiera da esplorare».

Quando ha iniziato c’era un’altra Italia. Ora ci sono le piattaforme e i social e faticano anche le grandi reti generaliste nazionali. Perché la radio resiste?

«A mio parere, in Italia dove ci sono musica, spaghetti e pizza c’è benessere. Noi diamo musica meglio delle piattaforme che invitano l’ascoltatore a farsi la propria scaletta. All’inizio magari lo fa, ma dopo un po’ preferisce la proposta di un canale. Le piattaforme prendono i contenuti da chi li produce, non pagano le tasse e dicono che la radio è morta. Posso assicurare che è viva e vegeta».

A mente fredda c’è da stupirsi che sopravviva.

«È vero. Uno dei suoi punti di forza è che ha meno pretese. Nei momenti migliori Rtl fatturava 57/58 milioni di euro. Niente rispetto agli incassi di Rcs. Io gestisco l’azienda come mio padre gestiva la famiglia negli anni Sessanta. Non c’è nessuno in cassa integrazione, i giornalisti hanno il contratto nazionale. Guardiamo cosa succede nel calcio…».

Nell’ultimo anno Rtl è calata a causa del lockdown?

«Per lunghi mesi le autostrade sono state deserte e la radio si ascolta molto in viaggio. In contemporanea è cresciuta la radiovisione, ma il sistema di rilevamento non è ancora in grado di adeguarsi alla nuova situazione».

In un mondo in continua evoluzione come fa a stare sul pezzo?

«Ho sempre fame. Dopo aver fatto una cosa sono il primo a criticarla».

Alla Steve Jobs?

«Ero così anche da ragazzino. A Vibo Valentia organizzai la prima partita di calcio femminile. Poi inventai un giornaletto per venderlo nelle case e raccontare la vita del liceo scientifico e classico. Ha presente cos’era la Calabria nel Sessantotto?».

I suoi gusti musicali: Mina o i Beatles, Modugno o i Led Zeppelin?

«Beatles e Led Zeppelin».

Oggi ascolta musica sui cd o in vinile?

«In vinile. Non riesco quasi a dirlo».

 

La Verità, 1 maggio 2021

«Siamo in missione contro il politicamente corretto»

Sono i Blues Brothers italiani. Provocatori. Sfrontati. Irriverenti. Pio D’Antini e Amedeo Grieco da Foggia, in arte Pio e Amedeo, coppia comica più dissacrante del bigoncio. Uno scafato e cicciottello, l’altro mimetico e allampanato, un po’ come il duo del leggendario film di John Landis. In quest’anemica primavera, la loro Felicissima sera, show con ospiti musicali e non, gag e monologhi travolgenti, si è rivelata felice anche per l’audience di Canale 5. Il momento sa di consacrazione perché questi trentacinquenni pugliesi mettono d’accordo grande pubblico e critica blasonata al punto che ci sarebbe quasi da insospettirsi…

Come siete diventati quello che vediamo in tv?

Pio: «È stata una bella cavalcata. Finalmente abbiamo il tempo giusto per esprimerci liberamente. Prima facevamo incursioni di pochi minuti, tranne in Emigratis, dov’eravamo tutti e due cattivi. Questo è un varietà diverso, antico ma futurista».

In che senso?

Pio: «Facciamo e diciamo cose che nessuno ha ancora fatto e detto».

Cosa vi davano da mangiare i vostri genitori?

Amedeo: «Quello che avevamo in casa, non c’era tanta scelta».

Pio: «Di solito, la sera quello che avanzava dal pranzo. Lo spaghetto diventava frittata di spaghetto».

La ricetta era la semplicità?

Amedeo: «La semplicità è il segreto di tutto, spettacolo compreso. Semplicità vuol dire proporre qualcosa di accessibile e comprensibile a tutti».

La semplicità deriva dalla povertà?

Amedeo: «Quella aiuta molto perché devi far funzionare l’immaginazione per ottenere quello che vuoi. Diciamo che in certe condizioni alleni bene la creatività».

Sempre parlando della gavetta, avete avuto qualche maestro nascosto?

Pio: «Foggia non ha una particolare tradizione comica. Siamo abbastanza genuini e originali».

Mai incrociato Checco Zalone da Bari?

Amedeo: «Abbiamo lo stesso produttore cinematografico. Non credo che Luca (Medici, vero nome di Checco Zalone ndr) sia incline a dividere la scena. Ci siamo professionalmente sfiorati, lui ha bisogno di un palco tutto suo».

Però la comicità è affine.

Pio: «Si fonda sulla scorrettezza e sulla verità. Il vero delle cose è la nostra madre ispiratrice. Checco ha sempre fatto cose finte, con un copione, al cinema e in tv. Noi vere fino in fondo: a Emigratis e Felicissima sera improvvisiamo situazioni non concordate con gli ospiti. Amiamo andare oltre il copione».

C’è stato qualche incontro di svolta nella vostra carriera, a parte quello recente con Maria De Filippi?

Amedeo: «Il primo. Eravamo ancora animatori turistici quando il direttore di Telefoggia, Attilio De Matteis, ci vide a una serata per festeggiare la promozione di una squadra di calcetto: “Perché non fate un programma in tv?”. Non ci avevamo mai pensato, il nostro sogno era il teatro. Quel primo spettacolo in tv ci ha portato fino alle Iene».

A scuola come andava?

Pio: «Io frequentavo ragioneria, Amedeo lo scientifico. Eravamo entrambi rappresentanti d’istituto. Organizzavamo finti scioperi per far incontrare ragazzi e ragazze».

I vostri professori erano esauriti?

Pio: «Abbastanza. Mi vanto di essermi candidato appositamente per sfinire il preside, che andò in pensione un anno prima. I professori erano esauriti da lui, un esaurimento a catena…».

I professori sono stati i suoi mandanti.

Pio: «In un certo senso. Ero un piccolo Che Guevara pugliese»

Da allora si è moderato.

Pio: «Ero una testa calda da ragazzino, ma ogni tanto l’indole riemerge».

Invece Amedeo?

Amedeo: «Mai stato rivoluzionario. Partecipavo agli scioperi per vedere le ragazze, era una rivoluzione opportunistica».

Parlando di scuola, per quanto tempo avete frequentato quella dei villaggi turistici?

Pio: «Sette-otto anni. I nostri amici ci andavano in vacanza, noi a lavorare. Abbiamo iniziato a 16 anni. Presto saremmo diventati una coppia. D’inverno mettevamo insieme le gag estive per gli spettacoli nei teatrini».

Dove nasce la sfrontatezza?

Amedeo: «Non abbiamo l’esigenza di piacere a più gente possibile, ma a noi stessi. Manteniamo questa onestà intellettuale anche sul palco, parlando come la gente comune perché siamo gente comune».

La vostra è la tecnica dell’altalena: il monello e il bravo ragazzo, uno accelera e l’altro frena?

Amedeo: «È un po’ un escamotage per poter dire tutto. In realtà, Pio fa finta di frenare».

E invece sottolinea ulteriormente?

Amedeo: «Pio fa il verso ai bravi presentatori. Siamo in missione contro il perbenismo. Il programma è come un film con una sceneggiatura, è uno show innovativo rispetto allo schema classico del comico e della spalla».

C’è una situazione o un momento della giornata che stimola maggiormente la vostra vena?

Pio: «Di notte ci vengono le gag più divertenti. Anche se, a volte, la mattina dopo ci chiediamo perché ci facevano ridere».

Il politicamente scorretto è un copione o ci credete davvero? Ci fate o ci siete?

Amedeo: «Ci siamo, perché ci piace dire le cose come stanno. C’è un conformismo che ha preso la strada del bavaglio: ormai non si può dire più niente. Come si può tenere a freno due come noi che hanno fondato tutta la carriera sulla scorrettezza?».

Il dubbio può venire perché passate dalla gag più insolente alla commozione, per esempio per la lettera a papà Federico nella quale si parlava della morte della mamma di Amedeo.

Pio: «Abbiamo scelto di spiazzare mettendoci a nudo davanti al pubblico con i nostri dolori personali raccontati da Maria. Così abbiamo iniziato la prima serata con la nostra storia. Per poi dedicarci solo a mettere in mezzo gli ospiti».

In una tv popolare c’è posto sia per la risata sgangherata che per la commozione?

Amedeo: «È un racconto sincero, si chiama varietà per questo. È un grande buffet nel quale ognuno prende quello che vuole, il dolce, l’amaro, il salato».

Anche davanti al video di Viva l’Italia vi siete commossi: siete così patriottici?

Pio: «Al di là di essere fieri italiani, quel video coglieva un sentimento particolare. Ognuno di noi ha vissuto una tragedia a causa del Covid. Il nostro era un pianto di rabbia perché non vediamo l’ora che si torni alla normalità. Noi italiani siamo giocherelloni, privarci della libertà è una sofferenza per tutti».

Nella prima serata una festa di matrimonio con balli, trenini e abbracci è stata un bell’assembramento: nessuno ha detto niente?

Amedeo: «Nessuno. Comunque, avevamo preso tutte le misure. È stata una scelta ponderata andare incontro a possibili critiche perché volevamo sottolineare il senso di normalità che manca».

Un varietà così ai tempi del Covid è un antidoto alle quarantene e alle facce cupe dei virologi e del ministro che smentisce il suo cognome?

Amedeo: «È una provocazione che vuole trasmettere un profumo di normalità. La gente è stanca di vedere queste facce e ascoltare previsioni che hanno perso credibilità perché ormai è chiaro che nessuno sa veramente come andrà a finire. Nel frattempo tutti abbiamo voglia di ricominciare a vivere».

Pio: «Noi siamo il bicchiere d’acqua durante una corsa affannosa e accaldata».

Dove vedete di più il politicamente corretto?

Amedeo: «In tv, ovunque».

Il record di correttismo?

Pio: «L’unico appuntamento fisso dello show è la parodia delle interviste di Fabio Fazio, una vera summa. L’ospite di ieri sera è stato Achille Lauro».

La prima cosa che gli avete chiesto?

Amedeo: «Pio gli ha fatto una domanda nel classico linguaggio faziano sul suo modo di vedere la sessualità tra le possibilità gender, fluid, trans… Al che io ho tagliato corto: a lei piace la figa sì o no?».

Pio: «Ovviamente io mi scandalizzo: questo non è il tipo di domande che di solito poniamo nel nostro programma, però ormai gliel’ha fatta, quindi risponda…».

E come se l’è cavata Lauro?

Amedeo: «È stato in difficoltà perché si è visto un triplo salto mortale sul concetto di trasgressione».

Concetto da revisionare?

Pio: «Assolutamente. La normalità è la cosa più trasgressiva. Abbiamo cancellato i tatuaggi di Lauro e cantato insieme una versione di Rolls Royce che si è intitolata Fiat Punto».

La vostra è una comicità qualunquista?

Amedeo: «Credo che sia l’ultima accusa possibile. Comunque, se qualunquismo vuol dire arrivare al grande pubblico lo considero un complimento».

Risparmiate i politici e vi concentrate sui vip.

Pio: «Ci adattiamo al momento. Non è più il tempo delle barche a vela a Gallipoli e delle nipoti di Mubarak. Adesso i politici fanno i simpatici, prima c’era una distanza che rendeva più accattivante la satira. Ora andiamo sui temi. Come il sistema fiscale italiano, l’appello per gli aiuti ai piccoli commercianti, il rapporto uomo-donna rivisitato da noi».

Dopo Tiziano Ferro e Gino Paoli chi saranno i prossimi bersagli?

Pio: «Ieri sera è toccato a Greta Thunberg e Celentano che si è esposto sull’ambiente. Poi c’è stato il processo di modernizzazione di Claudio Baglioni».

In vacanza su un’isola deserta con Michela Murgia, Lilli Gruber o Concita De Gregorio?

Amedeo: «Con Lilli Gruber perché voglio vedere com’è fatta dal mezzobusto in giù. Non sarà una figura mitologica come un centauro?».

Pio: «Anch’io con la Gruber, almeno mi dà qualche notizia. Nemmeno io l’ho mai vista in piedi…».

Come pensate di ripagare Maria De Filippi?

Amedeo: «Essendole riconoscenti a vita. È stata una mamma, una sorella, una compagna».

Chi è il comico che più vi ha fatto divertire?

Pio: «Massimo Troisi, ancora adesso».

Amedeo: «Dal vivo Gigi Proietti, gli bastava muovere un sopracciglio per far sbellicare. E Troisi, certo».

Prossimo progetto?

Pio: «Finire Belli ciao, il film che avevamo iniziato a girare prima dell’ultimo lockdown. L’abbiamo scritto con Gennaro Nunziante».

Il regista di tutti i film di Zalone, tranne l’ultimo.

Amedeo: «Gennaro è un maestro, andiamo molto d’accordo. Se tutto va bene uscirà il primo gennaio 2022, con Fremantle e Vision Distribution».

La storia?

Amedeo: «È una storia che anticipa quello che accadrà».

Pio: «Siamo due amici nati nello stesso paese, ma Amedeo è attaccato alle radici e rimane in Puglia, io sto a Milano per conquistare il mondo a ogni costo. Saremo uno contro l’altro».

 

La Verità, 24 aprile 2021

«Perché la svolta di Draghi risparmia Speranza»

«Per fare i conti sulla pandemia ci vuole un processo, il processo di Norimberga». Qualche giorno fa, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica su Rete 4, Stefano Zecchi ha scatenato un vespaio. Filosofo, scrittore, editorialista del Giornale, docente di filosofia teoretica a Padova e poi di estetica a Milano, con parentesi d’insegnamento in vari atenei esteri tra i quali l’università Tagore di Calcutta, Zecchi è anche consigliere comunale a Venezia, eletto nella lista indipendentista del Partito dei veneti.

Professore, è pentito di aver usato un’espressione così forte?

«Non sono pentito. Leonardo Sciascia diceva che i comunisti prendono una parola e la usano come un cappio per impiccarti. Ma io sfuggo a questo cappio perché credo che chi ha commesso gravi errori di natura amministrativa, se non ha la dignità di assumersene la responsabilità deve trovare qualcuno che gliele assegna».

Quali sono queste responsabilità per giustificare il ricorso a una Norimberga sulla pandemia?

«Che in Italia la diffusione del Covid sia stata gestita in modo criminale è fuor di dubbio. Mi riferisco in particolare al governo giallorosso, durante il quale c’erano ministri che, dall’alto delle loro competenze, dicevano che la mascherina non serviva. Poi asserivano che il Covid è poco più che un’influenza, che non c’erano timori di contagi. Qualche settimana dopo ci siamo messi le mani nei capelli vedendo i camion dell’esercito pieni di bare a Bergamo. Adesso ci sgraviamo la coscienza con il giorno del ricordo delle vittime, ma la coscienza ce la mettiamo a posto con un esame vero delle responsabilità dell’accaduto».

Quali responsabilità amministrative sono da imputare al Conte bis?

«Ci siamo dimenticati della secretazione dei verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico? Su tutto c’era un’overdose di comunicazione, ma su quelle riunioni vigeva il segreto. E la mancata proclamazione della zona rossa della Val Seriana? Ora si è avuta anche conferma della gestione opaca, per usare un eufemismo, del piano antipandemico. Che era fermo al 2006. Adesso le vaccinazioni vanno a rilento, in particolare per gli ultra ottantenni. Il ministro della Salute Roberto Speranza è responsabile di tutto questo».

Qualcuno ha declinato la sua idea nella forma di una Norimberga politica.

«La mia espressione forte consegue a quella altrettanto forte di coloro che hanno paragonato la pandemia a una guerra. Nelle guerre ci sono soldati e generali capaci e incapaci, ci sono pusillanimi ed eroi. Conoscere le responsabilità di ciò che è stato fatto è un diritto dei cittadini. Un processo può anche assolvere gli imputati, a Norimberga ci sono state condanne graduali. Credo che chi ha visto morire in modo ignominioso i propri cari a causa di decisioni amministrative sbagliate debba poter sapere la verità».

Condivide la mozione di sfiducia al ministro Speranza annunciata da Fratelli d’Italia?

«Sì, la condivido. Anche se probabilmente non andrà in porto».

Il cambio di passo avviato da Mario Draghi con la sostituzione di Domenico Arcuri, la correzione del Cts e l’accelerazione sui vaccini si arresta davanti a Speranza?

«Non vorrei essere dissacrante: Draghi è un grande allenatore che gode di stima e attenzione internazionale. In squadra ha fuoriclasse come Giancarlo Giorgetti, ma con brocchi come Speranza difficilmente riuscirà a vincere o anche a pareggiare».

Avrà la forza di mandarlo in panchina?

«Questo governo vive su un equilibrio dettato dalla sinistra. Destituire Speranza significherebbe toccare un santuario delicato. A meno di suoi clamorosi errori dubito che il premier lo cambierà. Sarebbe un’umiliazione troppo forte, doveva pensarci per tempo. Credo che alla fine Draghi lo circonderà con le competenze di altri e lo depotenzierà».

La soluzione per accertare le responsabilità potrebbe essere una commissione parlamentare d’inchiesta?

«Non nutro molta fiducia nelle commissioni parlamentari, non ne ho mai vista una che arrivasse vicina alla verità. La soluzione sarebbe un passo indietro di coloro che riconoscessero le proprie responsabilità. Probabilmente è una pia illusione».

Per la sinistra la pandemia è un’occasione per un ricalcolo del sistema?

«Nel famoso libro di Speranza ho trovato riflessioni di politica economica nelle quali il Covid è visto come un’opportunità per instaurare una nuova egemonia della sinistra».

Cosa pensa del fatto che Nicola Zingaretti ha descritto gli esercenti della ristorazione e gli operatori di palestre e piscine come persone che «fanno i lavoretti»?

«In questa parola c’è tutto il senso della crisi della cosiddetta sinistra che ha completamente dimenticato la realtà del mondo del lavoro».

Complessivamente, come vede l’Italia di oggi? Mi regali un’immagine da filosofo, amante della bellezza.

«Vedo un’Italia che oscilla tra il disorientamento e il terrore. Forse l’immagine giusta è un’Italia allarmata, molto allarmata».

Il motivo principale?

«Oltre alle cose che abbiamo detto, un’altra causa d’insicurezza è dovuta all’informazione contraddittoria che tutti i giorni troviamo sui media. Mentre in altri paesi, gli Stati uniti per esempio, la comunicazione sul Covid è delegata a una sola persona competente, noi ascoltiamo tutte le sere in tv una ridda di opinioni di virologi ed epidemiologi che non hanno esperienza di comunicazione. Si parla della pandemia come fosse il derby di Milano, senza la consapevolezza che ogni parola può influenzare scelte e stati d’animo dei cittadini».

Ha mai avuto la tentazione di andare a vivere altrove?

«Sempre. Ho vissuto infanzia e adolescenza nella casa più bella del mondo, con la terrazza che guardava i Mori di San Marco a Venezia. Quando i miei genitori si sono separati, ho seguito mia madre. Poi a 18 anni sono venuto a Milano con una borsa di studio. Da allora sono sempre desideroso di cambiare, di girare…».

Di questi tempi invidia il welfare del Nordeuropa o la razionalità della Germania?

«Invidio gli inglesi. Hanno risolto tutta questa paura con grande razionalità e, dopo le precedenti, i tedeschi finiranno per perdere anche la guerra economica che hanno dichiarato loro sui vaccini. Se invece dovessi decidere a prescindere dal Covid andrei in India, il paese dove ho lasciato un pezzo di cuore quando ho insegnato tre anni a Calcutta».

L’Europa che immagine le suscita?

«È un’entità burocratica fatta per avvantaggiare la finanza e l’establishment internazionale, un sistema che non si preoccupa dei singoli cittadini. Lo si è visto nelle trattative con le grandi case farmaceutiche per i vaccini. Al contrario, la Gran Bretagna ha dimostrato quanto determinante sia il ruolo degli stati nazionali nella vita della popolazione».

Come giudica lo scontro geopolitico sui vaccini?

«Mi sembra che la parola decisiva non sia determinata dall’efficacia sanitaria, ma dal profitto delle Big pharma. Mentre negli Stati uniti Fauci parla per tutti, in Europa non c’è un’autorità riconosciuta. Così la Germania ha scelto Pfizer e osteggia l’anglo-svedese AstraZeneca. Inoltre, non si capisce il divieto a Sputnik. L’Europa ha palesato tutte le sue debolezze, coperte solo da una grande retorica ideologica. Ma se appena ne metti in discussione la funzione passi da reprobo».

Cosa pensa del fatto che, in un’intervista al Corriere della sera, il figlio di Beniamino Andreatta, Filippo, braccio destro di Enrico Letta, ha detto che «oggi essere di sinistra vuol dire essere europeisti»?

«È la solita ideologizzazione dell’Europa che nuoce anche all’Europa. Ed è anche la conferma che il Pd è il partito dell’establishment, per il quale votano la borghesia, i magistrati, i docenti universitari, i giornalisti che vogliono contare di più. Vorrei chiedere ai vertici del Pd cosa vuol dire esattamente oggi essere europeisti».

Che bilancio fa della sua esperienza di consigliere comunale nel Partito dei veneti?

«Volevo dimostrare che ci può essere un altro modo di far vivere Venezia. Questo partitino ha assecondato le mie idee. La prima: Venezia necessita dello statuto speciale che le dia autonomia amministrativa e fiscale di cui si giovano città europee come Berlino, Vienna, Amburgo e Madrid. La seconda: favorire in città il lavoro che comporti le defiscalizzazioni. La terza: ridare forza all’abitabilità di Venezia attraverso un nuovo piano di mobilità».

Riforme impegnative.

«Erano già nella testa di Gianni De Michelis, 35 anni fa. Da allora ha vinto la logica del non si può fare. Così continua a prevalere la lamentazione sullo spopolamento, sulla città invasa dai turisti e in mano alle grandi navi. I soliti piagnistei. Una volta si lamentava che Venezia era diventata una sorta di Disneyland. Ora è Pompei, morta».

Matteo Salvini ha messo in secondo piano il federalismo e l’autonomia?

«Sì, e secondo me sbaglia. Un Paese moderno deve avere, al contempo, una forte struttura statale e una forte struttura federale. L’Italia ha invece deboli istituzioni statali e deboli amministrazioni regionali. Il nostro regionalismo non è un vero federalismo. Per questo il Veneto ha votato al 90% per l’autonomia».

Quando si vaccinerà?

«Mi sono già vaccinato cinque giorni fa con AstraZeneca. Lo destinano a noi anziani perché ne abbiamo più benefici che costi. Finora è andato tutto bene, nessun sintomo. Ho avuto due embolie polmonari, ma il mio medico mi ha rassicurato».

È preoccupato?

«Diciamo che mi fido, gli effetti collaterali sono infinitesimali. L’embolia insorge nei primi 12 giorni dopo la somministrazione, ho ancora una settimana di tempo per morire. La tengo informato» (ride).

Le hanno fissato la data del richiamo?

«No. Una dottoressa carina mi ha promesso: “Le telefonerò”, come fosse una fidanzata. Aspetto».
Per chiudere, secondo lei Draghi ce la farà?
«Non sono particolarmente ottimista. La partita contemporanea dell’emergenza sanitaria ed economica è molto impegnativa. Bisogna razionalizzare le vaccinazioni partendo dalle fasce di età più fragili. E poi riaprire presto tutto quello che si può. Per far ricominciare la vita».

 

La Verità, 17 aprile 2021

 

«La Murgia conformista non è la mia sinistra»

Ormai, anche chi è di sinistra rigetta il conformismo di sinistra. I ricettari mielosi delle buone maniere. I decaloghi di linguaggio depurato, di quello che si può dire e quello che no. All’ennesima comparsata televisiva di Michela Murgia, campionessa del ramo, Paolo Landi, advisor di comunicazione per grandi marchi (da Benetton a Ovs), autore di saggi in materia come Volevo dirti che è lei che guarda te (Bompiani) e Instagram al tramonto (La nave di Teseo) e raffinato recensore di Doppiozero.com e minimaetmoralia.it, si è messo al computer e ha mandato a Ilsaltodellaquaglia.com una fenomenologia dell’autrice di Sta zitta – e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (Einaudi). Vado a trovarlo nella sua casa sul Sile a Treviso.

Facendo una rapida sintesi, lei si sente meno di sinistra a causa del conformismo di sinistra?

«Per mia formazione non credo che sarò mai di destra perché qualcosa è scattato dentro di me. Ma non so se oggi sono più a destra della Murgia o se la Murgia è più a destra di me. Mi pongo questa domanda perché il conformismo che emerge, per esempio, dal suo ultimo libro, mi sembra non abbia niente a che fare con la sinistra».

Su Ilsaltodellaquaglia.com ha scritto che… A proposito, cos’è questo sito?

«È un magazine online di un gruppo di ragazzi siciliani che ha come sottotitolo <l’informazione oltre lo steccato>».

Sono tanti nell’informazione?

«Come nello sci, anche nell’informazione bisogna imparare lo slalom per superare gli ostacoli. Oggi l’informazione è sempre più ricca anche grazie al Web, ma dobbiamo evitare le fake news e anche quell’informazione conformista che non fa crescere».

Dicevo, ha scritto che «il conformismo di sinistra, di cui è eccelsa campionessa Michela Murgia, è una brutta bestia: per noi radical chic è la morte del pensiero». I radical chic sanno essere anche cattivi?

«Detesto la definizione di radical chic, l’ho utilizzata ironicamente per dire che la Murgia non fornisce strumenti di comprensione diversi da quelli che già possediamo. Ma siccome imperversa sui giornali, in tv e in libreria sarebbe auspicabile che da questi pulpiti dicesse qualcosa di nuovo anziché ripetere cose note».

Cito ancora: «Noi di sinistra (o ex di sinistra, chi lo sa… se la sinistra ora è quella della Murgia) ci addormentiamo proprio: alla quinta riga di un suo articolo, alla seconda pagina del suo ultimo libro, per non dire quando compare nel salotto della dottoressa Gruber». C’è una sinistra diversa da quella della Murgia?

«Sicuramente c’è, il problema è che non ha voce perché domina il conformismo. Alla fine tutti ci confrontiamo con l’informazione massificata. In pochi leggiamo Il Manifesto o altre testate minori. Chi dice cose stimolanti è marginale, mentre la sinistra conformista deborda».

Perché coincide con il mainstream?

«Perché è una sinistra luogocomunista».

Perché i suoi testimonial si attardano sul linguaggio e le desinenze al femminile?

«La domanda vera è perché pensiamo che sia importante chiamare una donna ministra invece che ministro. Qualcuno ci ha fatto credere che il progresso dipenda da queste correzioni formali. Personalmente, dubito che queste battaglie facciano avanzare la parità di genere. C’è un’ingiustizia più grande e sostanziale che dovrebbe trovare uniti uomini e donne, a prescindere che si chiamino direttore o direttrice d’orchestra».

Adesso la Murgia si sente spaventata dalla divisa del generale Figliuolo.

«Se uno è un generale dell’esercito perché dovrebbe spaventare se indossa la divisa? Potrebbe spaventare se la indossasse senza essere generale. La Murgia si spaventa forse per la divisa di un pompiere? O di un vigile urbano? Se non subisce il fascino delle divise è un problema suo. Ma dicendola in un talk show di prima serata una scemenza del genere diventa il dibattito del giorno dopo».

Altri campioni di conformismo sono Fedez e Chiara Ferragni?

«Viviamo in un momento in cui la politica ha smesso di fare il suo mestiere e qualcun altro prova a riempire questo vuoto. Come sarebbe stato meglio che Beppe Grillo avesse continuato a fare il comico, così converrebbe che Ferragni e Fedez continuassero a far bene il loro. Ho letto che stanno reclutando dei giovani per gestire politicamente i social. Il vero problema è che la politica ha smesso di prendersi a cuore le persone che hanno meno strumenti a disposizione».

I Ferragnez potrebbero rispondere che s’impegnano in questa direzione.

«Infatti, ognuno è libero e loro fanno bene a dire quello che hanno da dire. Io mi chiedo perché la politica ceda ai comici, agli attori e agli influencer il compito di cambiare il mondo. Dovrebbero essere i politici a riappropriarsi di un linguaggio pedagogico, in grado di spiegare la complessità».

Invece?

«I Ferragnez sdottoreggiano e i politici si fanno vedere mentre mangiano la porchetta».

O vanno in tv da Barbara D’Urso.

«Invece di mantenere una spinta ideale, si cercano scorciatoie popolari che portano al populismo».

Che cosa pensa del fatto che per tradurre l’opera di Amanda Gorman bisogna essere una donna di colore attivista dei diritti?

«Il politicamente corretto sposta sempre il problema su questioni formali e secondarie. Discutiamo se le opere di Amanda Gorman possano essere tradotte da un uomo o una donna bianca, ma nessuno dice che le sue poesie sono brutte. Non si può dire perché è una persona non udente e di colore?».

Che, per ragioni di marketing, indossa un cappotto giallo di Prada.

«Il cappotto di Prada non è interessante. Lo è ciò che propone, la qualità dei testi che, grazie alla ribalta che le è concessa, hanno un’audience mondiale. Hanno dato il podio dell’insediamento del presidente degli Stati uniti a una poetessa mediocre che è diventata un’icona globale. La Murgia imperversa nei nostri media e diventa una maestra del pensiero».

Una questione di sovraesposizione?

«Bisognerebbe che imparassero a osservare un minuto di silenzio. Il mainstream domina, mentre le voci meno conformiste non le senti perché soffocate da chi pensa che la parità di genere arriverà quando non si pronunceranno le frasi che infastidiscono la Murgia».

Svettano nelle classifiche perché l’industria culturale è imperniata su questi modelli?

«La qualità non fa più testo, a tutti i livelli. In politica si cerca la fama, la visibilità. Amanda Gorman sta alla poesia come Grillo alla politica. Ma entrambi sono mediocri e la mediocrità non fa progredire».

Una certa vacuità della sinistra si evidenzia anche nell’evoluzione dei suoi maître à penser?

«Sì, purtroppo. Non voglio nemmeno fare confronti. Io ho avuto la fortuna di leggere Pasolini sul Corriere della sera. Chi legge i giornali di oggi credo sia molto meno fortunato».

Enrico Letta che, in piena emergenza pandemica, si presenta da segretario del Pd parlando di ius soli e voto ai sedicenni è un altro esempio di distanza dalla realtà o fa solo la guerra alla Lega?

«Non voglio entrare nelle dietrologie. Mi preoccupa il fatto che la politica abbia rinunciato a misurarsi con la complessità. I social la costringono a esprimersi per slogan. Così è nata quella che chiamo politica masterchef, fatta di ricette, di formule che non risolvono i problemi, ma danno l’impressione che ci si stia riflettendo».

Letta ha recuperato terreno intestandosi la battaglia per le capogruppo donne in Parlamento?

«I percorsi di Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova in Italia viva, di Giorgia Meloni segretaria di FdI, di Anna Maria Bernini o Mara Carfagna in Forza Italia sono lì da vedere. Questo non vuol dire che in politica la parità di genere sia stata raggiunta. Ma che la polemica sulla rappresentanza femminile è strettamente interna al Pd e non un’emergenza generale».

Creando una sorta di bolla i social provocano un distacco dalla vita della gente comune?

«I social hanno introdotto il primato della facilità, del tempo reale, della giocosità. A scapito dell’introspezione e della ricerca. Perciò pensiamo di risolvere questioni di portata enorme come l’emigrazione o la parità di genere con slogan e azioni sommarie come fermare una nave fuori da un porto o intimando a un uomo di non dire a una donna <adesso ti spiego>».

Un anno fa ha scritto un saggio su Instagram nel quale evidenziava il pericolo dell’omologazione. Oggi a che punto siamo?

«Credo persista una certa ignoranza relativa all’aspetto economico dei social. Gran parte dei fruitori non si rende conto che i social sono prodotti commerciali, venduti da corporation. Su Instagram ci coccoliamo con i cuoricini, su Twitter ci sembra di partecipare a battaglie che cambiano il mondo. In realtà, non facciamo che consumare un prodotto commerciale. Da qui nascono una serie di interrogativi molto più pregnanti, per esempio sulla democrazia».

Come giudica le decisioni di oscurare i profili non allineati, da Donald Trump su Twitter alla piattaforma Byoblu su YouTube?

«I social sono prodotti commerciali che hanno diritto di fare quello che vogliono. I temi della politica non andrebbero trattati su piattaforme-prodotto, ma in luoghi istituzionali, ufficiali, in cui il dibattito è regolato. Altrimenti, dobbiamo aspettarci che una policy aziendale intervenga in un senso o nell’altro. L’errore è illudersi. Finché Jack Dorsey, un privato, sarà proprietario di Twitter potrà oscurare il profilo di Trump».

Anche se al contempo non oscura gli account nazisti?

«Fortunatamente hanno scarso seguito. Lo scandalo non è che Twitter oscuri Trump, ma lo strapotere che queste corporation si stanno prendendo senza che nessuno muova un dito. Fanno affari sul 91% del pianeta, perché  è questo che fanno, ma pagano le tasse solo in America».

Il futuro è dei social, degli influencer, delle poetesse che vestono Prada come il diavolo?

«Sembra brutto accanirsi su persone di buona volontà come Amanda Gorman o Michela Murgia. Ma se vogliamo progredire credo che il dibattito debba spostarsi dal conformismo che loro incarnano a forme di comprensione del mondo meno stereotipate e più complesse, meno superficiali e più profonde».

 

La Verità, 10 aprile 2021

«Il Covid allunga il ‘900 e boccia la globalizzazione»

Con la sua faccia da attore del cinema e la statura, e con le macchine ferme nel garage della casa tra gli ulivi della collina di Velletri, Aurelio Picca me lo immagino come una fiera in cattività. Inquieta. Niente ristoranti, niente spaghettate sul lago. Lettura. Un po’ di scrittura. Attesa. Quando lo chiamo, accetta al volo: «Ma non mettete la solita foto con la pistola…».

Come sta, Picca? Che fa?

«Penso, in questo periodo va così. Guardo la mia vita e conto le stagioni. Dicevamo che non esistevano più. Invece, con la pandemia la percezione è cambiata. Siamo usciti da un inverno complicato e mo’ siamo in questa primavera… Fino a poco tempo cercavo di eternizzare la giovinezza in un rilancio continuo, anche nei libri… Ora comincio a srotolare le stagioni».

All’hotel Miralago, Alfredo Braschi, suo alter ego in Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (Bompiani), si specchia in Laudovino De Sanctis per fare il suo bilancio. Il suo qual è?

«Diciamo che sono contento che questo ex ragazzino è diventato un uomo attraverso il lavoro che – anche se ne ho fatti mille – per me è la letteratura. Me l’hanno insegnato da bambino che con il lavoro ti costruisci il tuo nome. Mi sento come tutti gli uomini, pieno di rimpianti per aver vissuto poco. Invece, forse ho vissuto tanto, mi sento quello che volevo essere».

Cioè?

«Non uno scrittore per le copertine, ma uno scrittore con la sua piccola leggenda. Non volevo far parte della storia, ma della leggenda e credo di esserci riuscito. Quindi, quando certi apparati culturali mi fanno dei torti, non sanno che mi fanno un favore. Per me questi torti sono una vittoria perché rafforzano ciò che volevo e ho ottenuto: la singolarità, la mia assoluta libertà».

Le caste di sacerdoti non reggono lo scandalo?

«Non lo tollerano, ma non per questioni morali. Per questioni vitali».

Per un fatto di maniera da una parte e di sangue dall’altra.

«Sono gli ultimi feticci tarlati della decadenza della cultura italiana. Non c’è niente da fare. Il problema è che io sono uno scrittore scandaloso perché metto in gioco la mia vita, il mio carattere, la mia innocenza, la mia virilità, la mia fragilità. Paradossalmente, è ciò che dovrebbe dare energia, l’energia del talento. E dovrebbe permettere di gustarsela. Invece, questa vitalità è vista come qualcosa di eversivo rispetto a un copione che vuole restare sul piano della comunicazione, della ripetizione, dell’annacquamento. Non deve cercare l’assoluto, non deve avere lo scandalo della verità».

Lei è uno scrittore non conforme.

«Gli apparati sono contraddetti dalla gente che mi legge e mi ama, anche certi lettori privilegiati. Sono stato apprezzato dai Luigi Baldacci, Geno Pampaloni, Domenico Rea, Alfredo Giuliani. Io che non ho avuto un padre, ho trovato il lasciapassare dei padri della letteratura. Quelli che stanno negli apparati non hanno né passato né futuro. Sono bloccati nel carpe diem, in un eterno presente, dilatato come se non avessimo una storia. Ma questo è blasfemia, è nichilismo».

Come fa chiuso in casa senza ristoranti?

«Non sono un mondano pur conoscendo la mondanità. Il mio è il monachesimo della libertà».

Spieghi.

«Posso stare pure due mesi filati a casa perché ho la testa libera. Poi alle 10 di sera vado a cena a Nettuno. Questo mi manca, ci dicono di restare a casa. Con il tesserino da giornalista potrei andare dove mi pare, ma dovrei giustificarmi. La limitazione è più psicologica che altro. Io mi muovo in un teatro di visione, i Castelli romani come Los Angeles. Per bilanciare questo azzeramento, basta cambiare visione e cogliere il grumo di energia dove sta».

Per esempio?

«Con un po’ di soldi rubati ai miei sperperi vorrei comprare un angolo di un palazzotto alla Don Rodrigo qui a Velletri, con un portale tardo nobiliare del Seicento. Serve per arpionarmi alla realtà, qualcosa che non galleggia nel vuoto».

Per darsi un progetto reale.

«Per me che sono un sepolcrale, la cosa più reale è lo strazio per la morte. L’ho già detto in un’altra intervista, le bare che si son viste sfilare ci hanno buttato addosso la morte. E adesso è già rimossa, numerizzata nel taglio basso dei giornali. Mentre è la cosa più sacra che abbiamo».

Il palazzo di Don Rodrigo è un pezzo di passato che la porta nel futuro.

«Ho un’idea di futuro su cui sto scrivendo un pamphlet per Einaudi. Una cosa per ragazzi, contro Pinocchio che è solo un burattino, un pezzo di legno. Invece, propongo di ripartire da Cuore di Edmondo De Amicis o da I ragazzi della via Paal. Dopo la pandemia credo ci sarà un nuovo neorealismo, tutti dovremo ri-alfabetizzarci».

In che senso?

«Ridare il nome alle cose reali. Lo sforzo principale va fatto sulla scuola. Oggi i ragazzi non sanno distinguere un rovere da un castagno, scrivono con il pennarello in stampatello, non conoscono il corsivo. Bisogna cambiare le priorità, altrimenti lo Stato continua a dare i fondi alle solite compagnie di teatro e di cinema che producono la solita comunicazione, il solito linguaggio televisivo declinato in tutti i modi. Invece le istituzioni educative devono ripartire dalla nostra storia. Per rinominare le cose in un sistema di vita, in un ordine coerente».

Nel libro, mentre sta raccontando l’attesa di Laudovino del riscatto per il sequestro di Giovanni Palombini, lei scrive: «Il tempo correva. Il tempo non è lento». Com’è il tempo della pandemia?

«È una specie di purgatorio degli orrori, giacché si parla tanto di Dante… Nel suo purgatorio le anime sono briganti e sanno di dover stare lì in attesa. Noi non siamo come le anime dantesche che pregano in una luce azzurrina, con l’oceano sotto la montagna. Noi siamo bruciati perché siamo in una risacca putrida dove il tempo è abolito. Viviamo un non tempo. Il presente ha senso se stai al lavoro, per congiungere passato e futuro. Ma siccome si cancella il passato, questo lavoro è abolito e viviamo un tempo psicotico».

Un tempo vuoto o pieno?

«Assolutamente vuoto perché non c’è più confine. Come nella testa delle persone, anche nello spazio. Sono state abolite le patrie, le identità. Tutto galleggia sospeso».

C’è più o meno voglia di lottare?

«Non c’è voglia di lottare. La lotta si è trasformata in una reazione muscolare, nella finzione dell’agire. Il vero problema è cosa accadrà dopo».

Durante il primo lockdown si parlava di più del dopo.

«Perché eravamo già sull’orlo del precipizio, la crisi economica, il Medio oriente, la Cina che avanzava, la Russia respinta. Eravamo già vicini al collasso. Il primo lockdown era una sospensione, assomigliava alla crisi del petrolio degli anni Settanta, uno stop passeggero. Ora invece siamo dentro il cul de sac del vuoto. La pandemia cambia tutto lo scenario».

Addirittura.

«Sì, tutto. Finora dicevamo che il Novecento era il secolo breve e che nel nuovo millennio i gruppi della new economy hanno creato la globalizzazione. A me sembra che la pandemia abbia allungato il Novecento, mostrando la fragilità della globalizzazione. Si sta chiarendo che non era una costruzione voluta dai popoli, ma messa su con gli stuzzicadenti dal potere, dalla finanza e da internet. Strumenti non per tutti e di tutti, ma delle oligarchie».

C’è meno voglia di lottare. E di amare?

«Io vedo una solitudine sterminata che i social, invece di alleggerire, aumentano. I contatti reali sono quasi azzerati e i nuovi media danno l’illusione di averli. Sono lo Xanax della solitudine, un surrogato. È la stessa differenza che passa tra la sensualità e la sessualità, e la pornografia orizzontale».

Segue la politica?

«Da dilettante intelligente».

Che sensazione le provoca?

«Sono anti ideologico perché vengo da una cultura repubblicana e laica che però credeva in Dio. Noto che la sinistra non fa più gli interessi degli ultimi e di chi lavora e invece è alleata del grande capitale. Mentre, curiosamente, una certa destra, ancora da definire, si è avvicinata alle classi subalterne, al popolo. Credo che, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, in Italia serva una destra repubblicana, antifascista e anticomunista. Una destra conservatrice, in grado di saldare le istanze del popolo alle istituzioni. Era l’idea della Voce di Giuseppe Prezzolini».

Ottimista?

«Paradossalmente, la pandemia potrà creare le condizioni per un fermento libero dalle sovrastrutture ideologiche che finora hanno controllato l’arte e la cultura italiana. A destra vedo premesse migliori che a sinistra. Capisco più gli ex comunisti alla Marco Rizzo di tante figure di presunti innovatori».

Perché vede più possibilità a destra?

«Apprezzo Giancarlo Giorgetti, una persona giovane ma di vecchio stampo, che sta dentro le cose senza apparire. Salvini è rimasto movimentista. È una situazione che deve trovare equilibrio. Se ce la faranno, potrebbero innescare un’evoluzione che potrà essere utile anche alla sinistra. Altrimenti, se si sbrodola tutto, si perderà un’occasione».

Ha paura della malattia?

«Sì, mentre non ne ho della morte. La malattia mi rompe i coglioni perché ti accorgi che sei vecchio, è la perdita del sogno della giovinezza».

Perché in Francia la amano?

«Perché hanno il coraggio di riconoscere il talento, l’individualità. Hanno messo su Le Figaro littéraire la mia foto da ragazzo che gioca con la propria fragilità».

Che destino avrebbe avuto Michel Houellebecq in Italia?

«Forse non l’avrebbero pubblicato o forse solo un piccolo editore… Hanno accettato Oriana Fallaci perché era trasversale e ha scritto a favore dell’Occidente e dell’America. In altri tempi non so se avrebbe trovato la stessa sponda. Certi rimasugli di intellighenzia italiana si dimostrano pavidi con i potenti e superbi con il talento».

Scriverà un romanzo sulla Roma dei premi letterari?

«Non è il mio genere. Ho già sette otto grandi libri da scrivere. In testa, sono già scritti. Devo solo mettermi a lavorare, non ho tanto tempo. Perché non voglio morire troppo vecchio».

 

 

La Verità, 3 aprile 2021