«Certe lezioncine sono solo pessima letteratura»

Professor Massimo Cacciari, crede che questa epidemia abbia spiazzato la cultura positivista contemporanea?

No, non ha spiazzato quelli che sanno leggere e scrivere, tanto meno i medici e gli scienziati. Era tutto previsto. Ci sono intere biblioteche di studi dell’Organizzazione mondiale della sanità che anticipavano queste calamità. Le cause sono sempre le stesse: la deforestazione, il rapporto sbagliato con l’ambiente, il commercio illegale di animali. La Cina è piena di mercati dove avvengono queste cose senza controlli. Si chiama spillover (salto di specie di un germe patogeno ndr). Ha già dato origine alla Sars e a Ebola.

Non ha spiazzato gli scienziati, ma ancora non è stato trovato il vaccino.

Che cosa vuol dire? I virus e le infezioni cambiano. Della Sars il vaccino è stato trovato. Si troverà anche questo. L’anno scorso sono morte 8000 persone per complicazioni dall’influenza. Il coronavirus ha stupito chi non sa niente. Gli studiosi avevano lanciato l’allarme.

E la politica non l’ha raccolto?

La politica è ripiegata sulle proprie beghe e sa solo inseguire le emergenze. Ci svegliamo quando ci chiudono le città. Non c’è programmazione, non c’è prevenzione, non c’è convergenza. Gli studiosi continuano a dire di investire sulla sanità, la ricerca, la formazione. La politica non dà retta e procede tagliando e stabilendo numeri chiusi a capocchia nelle università.

È una battuta d’arresto della globalizzazione?

Cinquant’anni fa il contagio sarebbe rimasto a Wuhan e nessuno ne avrebbe saputo niente. Oggi qualsiasi cosa avviene in punto del pianeta diventa immediatamente globale.

Ci vorrebbe collaborazione tra le nazioni.

Già, basta guardare l’Europa. Ognuno è andato per conto proprio. L’Europa è scomparsa.

Abbiamo anche i guru da quarantena che ci spiegano ogni giorno quello che hanno imparato.

È tutta pessima letteratura. Non bastava questa sciagura? Con i problemi che ha l’80 o 90 per cento della popolazione. Leggere un libro, rivalutare le piccole cose… Mica tutti hanno le loro case. Ci sono famiglie di cinque o sei persone in 80 metri quadri, ci saranno eserciti di disoccupati e sottoccupati. Sono chiacchiere di nani e ballerine. Pifferai da quattro soldi. Ma qualcuno si chiede cosa accadrà se questa situazione andrà avanti?

 

Panorama, 1 aprile 2020

«Vi spiego perché Casalino va sostituito subito»

Uomo di pensiero, uomo di sinistra, uomo di giornali e riviste colte. Del resto, nella sua Bari, Giuseppe «Peppino» Caldarola è cresciuto nelle sale felpate della Editori Laterza. 73 anni, a lungo vicedirettore di Rinascita, mensile comunista fondato da Palmiro Togliatti, una breve direzione dell’Unità, una più lunga di ItalianiEuropei, la fondazione di Massimo D’Alema, ora a capo di Civiltà delle macchine, il trimestrale della fondazione Leonardo, Caldarola ha l’onestà dell’osservazione ponderata e di posizioni mai settarie. Qualche giorno fa ha scritto che per costruire il dopo pandemia bisogna ripartire da «scienza e umanesimo», stelle polari della rivista. Personalmente, penso che non basti.

Qual è la sua valutazione dell’operato del governo Conte nella crisi determinata dal coronavirus?

«Ci siamo trovati davanti a un problema inedito con un governo altrettanto inedito. Inevitabilmente, si è avuta un’azione a più facce. All’inizio una risposta titubante, poi una comunicazione incerta. Quando si è capito che le piccole misure erano insufficienti e, anche su stimolo dell’opposizione, si sono introdotte norme più rigide, il governo ha acquisito maggiore autorevolezza. Rimane il problema della comunicazione, ma sembra irrisolvibile».

Secondo lei Rocco Casalino va sostituito?

«Certamente sì. Non ho nulla da dire sulla persona. Ma a mio avviso siamo in presenza di una metodologia sbagliata, una scelta di spettacolarizzazione del premier che non gli giova. Credo servirebbe una figura più professionale, che sappia stare nell’ombra».

È solo un vizio di comunicazione quello che il 27 gennaio a Otto e mezzo ha fatto dire a Conte «siamo prontissimi» ad affrontare l’epidemia?

«Nell’epoca moderna si comunica in ore prestabilite e a quell’ora, caschi il mondo, l’uomo di governo parla. Il prolungarsi dell’attesa fa crescere i seguaci sui social ma anche l’inquietudine dei cittadini. La comunicazione rassicurante di Conte ha pagato il prezzo di centellinare la strategia della chiusura che, invece, andava decisa e comunicata subito».

Insisto: Conte diceva che il governo era «prontissimo».

«Si pensava di avere di fronte un virus curabile con la tachipirina e qualche posto letto. Sarebbe stato un linguaggio più veritiero dire: “Non siamo pronti, ma saremo pronti”».

Inseguivamo primati in Europa.

«La sottovalutazione ha coinvolto dal premier a Nicola Zingaretti a Matteo Salvini. Tutti pensavamo si trattasse di un’influenza un po’ più aggressiva. Solo i virologi più competenti hanno avuto l’esatta percezione del pericolo. Il mondo politico ha cominciato a capire quando si è visto che il contagio attaccava le zone forti del Paese».

Parlando di Europa, questa tragedia sancisce anche la fine della cosiddetta Unione?

«Sono stato europeista tutta una vita, l’ho difesa anche quando non lo meritava. Oggi quell’idea si è in poche settimane bruciata. È una sconfitta per la mia generazione, dobbiamo ripensare e trovare nuovi amici, nuove solidarietà nel mondo».

Che responsabilità ha chi ripeteva di essere in possesso delle contromisure?

«I componenti di tutta la classe politica attuale non hanno vissuto la guerra e il dopoguerra, non hanno visto il colera a Napoli e Bari, erano bambini durante il sequestro Moro, ragazzi durante il terremoto dell’Aquila. È una classe dirigente che, non per colpa sua, non si è confrontata con nessuno dei drammi italiani contemporanei».

È culturalmente impreparata a fronteggiare le emergenze?

«Lo è anche psicologicamente».

Questo deficit che forma prende nell’azione di governo?

«Prende la forma del giudizio ondivago. Si passa rapidamente da <non è niente> a <è gravissimo>».

E questo trasmette insicurezza?

«Una classe dirigente forte trasmette certezza di giudizio. Se lo sbaglia, lo corregge e trova quello giusto. Invece siamo appesi alle valutazioni di giornata di Roberto Burioni, di Ilaria Capua, di Massimo Galli».

Approva la cabina di regia aperta all’opposizione?

«Certo, a condizione che ci si entri disarmati».

Senza secondi fini politici?

«Questa battaglia si vince insieme o non la si vince. La guerra per decidere chi è stato più bravo comincia un minuto dopo la sconfitta del Covid-19. Fino a quel momento siamo tutti corresponsabili».

Le norme adottate contemplano limitazioni eccezionali della vita dei cittadini: può stabilirle un governo con un premier non eletto?

«Il governo ha una maggioranza parlamentare. Negli anni del terrorismo uno schieramento che faceva capo agli Stati uniti e l’altro all’Unione sovietica hanno introdotto e osservato norme molto borderline che violavano alcune regole costituzionali. Oggi si potrebbe firmare un patto che metta insieme maggioranza e opposizione. E venti giorni dopo l’ultimo contagio si potrebbe andare a votare».

L’attuale premier è in grado di guidare un governo del genere?

«Credo di sì. Un patto è un patto, ci dev’essere disarmo non solo dell’opposizione, ma anche della maggioranza. La solidità del patto deriva proprio dal fatto che è stipulato tra forze opposte e reciprocamente antipatizzanti. Non che arriva un terzo personaggio…».

Mario Draghi.

«Draghi può servire ad altro, se lo faccia dire da un comunista. Potrebbe essere il De Gasperi della situazione che arriva nel dopoguerra, si fa dare gli aiuti e tira in piedi l’Italia».

In questa situazione sarebbe servito un sistema operativo più snello e decisionista?

«Avrei preferito da subito la nomina di un commissario. Una figura che, su delega del governo, si assumesse tutta la responsabilità operativa necessaria. In Italia, oltre a quello di Guido Bertolaso, al quale vanno i miei auguri, abbiamo avuto l’esempio di Giuseppe Zamberletti che, con determinazione e violando all’occorrenza le regole, ricostruì il Friuli in tempi record. E, in anni più recenti, l’esempio di Gianni De Gennaro che, dopo il fallimento di altri commissari, risolse l’emergenza rifiuti a Napoli».

Conte ha temuto che un supercommissario gli facesse ombra?

«Tenere la prima linea è stato il secondo errore di Conte. In queste situazioni serve una figura che in nome del governo possa ordinare a una fabbrica di riconvertire la produzione, vigilando che lo faccia. O ritirare l’ambasciatore se un Paese rifiuta di venderci le mascherine. Ho massima fiducia in Domenico Arcuri, ma temo sia arrivato tardi».

C’è chi guarda alla Cina e alla Corea invidiando la tracciabilità dei cittadini tipica dei sistemi dittatoriali. Non le pare che anche le nostre norme abbiano caratteristiche da regime?

«Noi stiamo applicando norme borderline, manca poco che siamo fuori dalla Costituzione. Inoltre stiamo gestendo l’emergenza con la logica dell’apparato di forza. Io rovescio la prospettiva: ai cittadini va dato un servizio».

Esemplifichiamo?

«Invece di essere usato solo per controlli e sanzioni, l’esercito potrebbe diventare tramite fra i cittadini anziani o malati e la distribuzione alimentare. Si firma un’intesa tra il ministero della Difesa e i grandi distributori. Si studia il sistema di pagamento, i cittadini ordinano la spesa, i militari caricano i camion e le consegnano. Si fa la selezione dei nuclei familiari idonei al servizio: anziani soli, famiglie con ammalati, con disabili eccetera. Secondo esempio. Dove ci sono zone di resistenza alle regole si controlla il territorio con l’aiuto dell’esercito».

Non crede che si parli molto del «dopo» e che si tenda a sfuggire al «durante»?

«Parlare del dopo è un esercizio intellettuale di consolazione. Non credo alle teorie catastrofiche. Mi auguro che si cominci ad apprezzare l’obbligo dell’interscambio».

Cioè?

«La possibilità che rinasca un’idea popolare di coesistenza pacifica anche tra schieramenti opposti e tuttavia consapevoli di aver bisogno, da avversari, l’uno dell’altro. Questo non è buonismo, ma coscienza della necessità di una reciproca collaborazione».

Paradossalmente con questa situazione abbiamo risolto il problema dell’inquinamento, del traffico, dello spreco di cibo, stiamo recuperando la solidarietà, imparando le risorse della digitalizzazione… Ci servono decine di migliaia di morti per apprendere il senso del limite? L’esito finale sarà la decrescita felice?

«La decrescita non è mai felice. A quelli della mia parte politica dico di non illudersi che sia finita l’epoca del turbocapitalismo. Dobbiamo confrontarci con tutto quello che sta accadendo sapendo che non c’è nessuna teoria di destra o di sinistra che ci dà la ricetta del futuro. In quello che lei chiama durante vedo un conflitto aperto di soluzioni».

Si spieghi.

«Credo che il segreto del dopo sarà la collaborazione interculturale. Questa forma di guerra che è la pandemia ha messo in mora due figure. La prima è il cretino, ovvero colui che parla senza sapere, derivata dalla convinzione populistica del M5s che un click vale decenni di studi. La seconda bocciatura è della figura dell’egomostro. Questa battaglia non la vincono i superuomini, ma le reti di collaborazione».

Che garanzie abbiamo che scienza e umanesimo basteranno in futuro?

«Non bastano perché a entrambe manca ciò che i cattolici chiamano fede e per i credenti di altre religioni è una dimensione meno elitaria dell’umanità. Capace di più interrogativi e di più voglia di affidarsi».

Anche perché scienza e umanesimo, pilastri del Nuovo ordine mondiale, hanno prodotto prima la crisi di Wall Street e ora questa di Wuhan. Basterà registrare meglio la macchina per ripartire?

«Non basterà. La globalizzazione è diventata una forma di ubriachezza molesta. C’è la necessità di una interdipendenza, di una nuova concordia nelle decisioni da parte dei veri poteri mondiali che non sono necessariamente quelli politici».

Sta dicendo che Trump non va bene?

«Esatto. Quello che posso sperare è che ci sia una presa di coscienza basata sul primato del vero, e quindi della scienza, dell’umanità, e quindi della relazione, della persona, e quindi dell’umiltà».

 

La Verità, 29 marzo 2020

«La gente torna a pregare, nascerà un nuovo mondo»

Buongiorno padre Livio Fanzaga. Com’è il coronavirus visto da Radio Maria?

«È un richiamo all’umiltà e alla preghiera. Ma anche alla fraternità e allo spirito di famiglia. Gli italiani si sentono più uniti da quando è scoppiata questa calamità».

Qual è il primo sentimento che ha pensando a questa emergenza?

«La fragilità dell’uomo e del mondo che sta costruendo. Da tempo non avevamo avuto a che fare con epidemie devastanti e ci eravamo illusi di essere al sicuro. È stato un brusco risveglio e abbiamo fatto fatica a prenderne atto. Pensavamo che fosse una catastrofe riservata alla Cina e invece ce la siamo ritrovata in casa. Anche adesso non abbiamo ancora compreso che non possiamo più vivere come prima».

Ripensando alla sua vita, le è mai capitato un momento paragonabile a questo?

«In qualche modo, la guerra in Bosnia Erzegovina che si è abbattuta come un uragano sui pellegrini che si recavano a Medjugorje. Nessuno se l’aspettava, nonostante i richiami della Madonna. Fu un’esperienza terribile di morte e devastazione. Ho rischiato la vita in più di una occasione. Ci sono stati 400.000 morti su una popolazione di due milioni di abitanti».

Battagliero sacerdote bergamasco vicino agli ottanta, dopo la laurea in filosofia in Cattolica ai tempi di Mario Capanna, nel 1970 padre Livio andò in missione a Podor, nel Senegal. Rientrato in Italia a causa di una tubercolosi, divenne parroco a Milano. Da quando, nel 1985, andò in pellegrinaggio a Medjugorje è diventato un appassionato sostenitore delle apparizioni mariane. Sotto la sua direzione Radio Maria è entrata a far parte di un network con 78 emittenti in 50 Paesi. In Italia ha mediamente 1,5 milioni di ascoltatori giornalieri.

Lei pensa che questa pandemia sia un castigo di Dio?

«È meglio dire che si tratta di un richiamo paterno. La parola castigo rischia di essere fraintesa dalla gente. Bisognerebbe prima spiegare, che i “castighi” di Dio sono medicine amare ma a fin di bene».

Quarantena o quaresima?

«Quaresima, perché è un invito alla penitenza e alla conversione. Forse non è un caso che tanti sacrifici ci siano stati richiesti proprio all’inizio della quaresima. Credo che mai, dalla fine della Seconda guerra, si sia vissuta una quaresima così tribolata».

Qual è stata la reazione dei suoi ascoltatori?

«Hanno reagito alla paura iniziale con l’aiuto della fede. In questi frangenti ci si rende conto che la fede è una forza che aiuta le persone, anche quelle più fragili. È impressionante come si siano risvegliate devozioni secolari, non solo ai cuori di Gesù e di Maria, ma anche ai santi, in particolare a quelli che hanno compiuto miracoli in tempi di calamità».

Crede che questa situazione potrà avvicinare le persone alla fede, come dicono gli studiosi?

«Certamente molta gente ha ricominciato a pregare. La sofferenza e la morte hanno visitato molte famiglie. La solitudine e il silenzio hanno creato le condizioni per riflettere sul senso della vita. Gli interrogativi rimossi sono riemersi. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Per noi sacerdoti è una opportunità pastorale da non perdere per radicare la fede nella vita delle persone. Molto dipenderà da noi perché il ravvicinamento sia duraturo».

Avvicinarsi nel momento della sofferenza è espressione di una fede millenaristica?

«Direi un po’ opportunistica. Molti si ricordano di Dio solo quando serve. In ogni caso la tradizione cattolica del nostro popolo ha radici vaste e profonde e viene a galla nelle emergenze».

Avete registrato anche un aumento degli ascolti?

«Sì, un aumento notevole in radio e sui nostri social. La gente vuole capire e condividere. È molto importante illuminare il futuro con le parole della speranza. A Radio Maria si sono avuti picchi impressionanti di ascolto ogni volta che c’era il messaggio della Regina della pace».

Che cosa emerge dalle mail, dalle telefonate che riceve?

«La gente pensa che il mondo debba cambiare e che così non si possa andare avanti. L’incredulità e l’immoralità dilagano, la famiglia è sotto attacco, l’infanzia è violata, i giovani sono allo sbando, il futuro è sempre più incerto. L’epidemia è certamente una minaccia, ma non pochi la vedono anche come un’opportunità per riflettere e cambiare strada».

Che cosa la fa pensare vedere la sepoltura senza funerali e le persone che muoiono sole?

«Penso all’infelicità di chi non crede in Dio e crede che con la morte finisca tutto. Avevamo nascosto la morte come se il morire non appartenesse alla vita. Ci siamo costruiti delle immortalità fasulle. Adesso quelle bare di bergamaschi caricate sui camion militari ci hanno messo davanti la terribile tragedia della vita quando non è illuminata dalla fede. Solo la preghiera ti dà la forza di sopportare la distanza che ti separa da una persona che ami e che sta morendo nella solitudine e nell’abbandono».

Pensa che questa epidemia possa mettere in discussione alcuni processi della globalizzazione?

«La globalizzazione non è solo un progetto politico, economico e finanziario, ma è il tentativo di costruire, anzi di imporre, un mondo senza Dio, una torre di Babele che cadrà. Questo d’altra parte è il messaggio fondamentale di Medjugorje. La Madonna fin dall’inizio ha ammonito che questo tentativo sarebbe naufragato».

Pensa che possa far riflettere l’uomo sulle sue ambizioni?

«Dovrebbe, ma le élite che vogliono sostituire Dio con l’uomo non demorderanno. Tutto il potere sembrava nelle loro mani, ma è bastato un virus per metterlo in discussione.  Molti pensano e sperano che la crisi sarà superata e già si preparano al prossimo boom gigantesco. Personalmente ritengo che sia incominciata una svolta radicale e che il mondo di domani sarà profondamente diverso da quello di oggi.

Sono incominciate le doglie del parto. Saranno lunghe e dolorose. Ma alla fine nascerà il nuovo mondo della pace che la Madonna ci ha promesso».

Imperversano i guru da quarantena.

«Siamo inondati da una marea di parole. Abbiamo qui con noi, da oltre 38 anni, la Regina della pace che ci conforta e ci guida, ma pochi la prendono in considerazione. Eppure da tempo ci aveva ammonito che sarebbero arrivate le prove e che noi non saremmo stati preparati».

Il 18 marzo scorso, apparendo alla veggente Mirjana, la Madonna ha annunciato che non apparirà più ogni mese come finora, ma solo una volta l’anno, appunto il 18 di marzo. Che cosa significa questo fatto?

«È una decisione che indica una nuova fase del piano di Maria e l’avvicinarsi del tempo dei segreti, dei quali Mirjana stessa è depositaria. Nel frattempo però tre veggenti, Marija, Ivan e Vicka, hanno ancora le apparizioni quotidiane e ad essi la Madonna dà i messaggi, in particolare a Marija ogni 25 del mese».

Tornando ai guru da quarantena, non crede colgano un desiderio reale? Di quali parole ha bisogno l’uomo spaventato di questi giorni?

«La gente è spaventata perché sa che può morire da un momento all’altro. Ha bisogno di sapere che Dio c’è e che la preghiera fa miracoli. Ha bisogno di sentire che dopo questa vita c’è l’eternità. Ha bisogno di vedere dei testimoni e soprattutto dei pastori che abbiano a cuore la salvezza delle anime».

Che cosa pensa del fatto che sono state impedite le messe anche nei giorni feriali?

«Penso che, se si può andare al supermercato, si può andare anche a messa, con le dovute precauzioni, come accade in qualche diocesi della Spagna. La decisione di chiudere le chiese durante la santa messa è stata un boccone amaro. Il pensiero di molti è andato alle parole di Gesù, che la Chiesa legge all’inizio della Quaresima: “Non di solo pane vive l’uomo”».

Papa Francesco prima ha accettato la chiusura delle chiese, poi le ha riaperte.

«Papa Francesco ha una grande sensibilità pastorale e ha subito provveduto nella direzione auspicata dai fedeli. La santa messa che celebra al mattino e che Radio Maria diffonde in tutta Italia è molto seguita. La partecipazione dei fedeli all’Eucaristia è però un’altra cosa».

È soddisfatto della presenza delle gerarchie cattoliche?

«Mi sono arrivate delle lettere pastorali o altri interventi di vescovi che mi hanno colpito e che ho letto in radio. Mai come in questi momenti i fedeli cercano la voce dei pastori».

Le è piaciuto il pellegrinaggio di papa Francesco alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma?

«Immagini che dicono più di qualsiasi discorso. Anche il silenzio a volte ha una straordinaria eloquenza».

E l’intervista concessa a Repubblica?

«L’ho letta in radio perché credo che l’intenzione del Papa fosse parlare a tutti, non solo ai lettori di Repubblica».

Le è piaciuto anche l’elogio di Fabio Fazio?

«Parliamo di cose che interessano alla gente».

Ha apprezzato il rosario indetto dai vescovi e trasmesso da Tv2000?

«La gente è felice quando può recitare il rosario insieme ai suoi pastori. Mi dispiace che si tenda a riscoprire la presenza di Maria solo quando incombono i pericoli. C’è voluto il coronavirus per far tirare fuori il rosario a quelli che l’avevano riposto nella cassapanca delle cose usate».

Come valuta il comportamento dei media cattolici?

«Il problema dei media cattolici è farsi seguire dalla gente comune. Nonostante il dispiegamento di mezzi, non fanno molti ascolti».

Con l’eccezione proprio del Rosario per l’Italia trasmesso da Tv2000.

«Non vi è dubbio che quando è il santo Padre che apre il rosario i fedeli accorrano, particolarmente in momenti come questi».

C’è un gesto nuovo che ha introdotto nelle sue giornate?

«Prego le quattro le corone del rosario ogni giorno. È una decisione che ho preso nel luglio dello scorso anno, quando la Madonna ci aveva anticipato che sarebbero arrivate le prove e che era necessario pregare giorno e notte».

Riesce a leggere qualcosa oltre i testi sacri? C’è un autore che le è più caro in questi giorni?

«Sto leggendo il Diario di Anna Frank e rivedendo The Passion di Mel Gibson».

 

La Verità, 22 marzo 2020

«Così la paura può aiutarci a essere migliori»

Che situazione». In due parole il professor Eugenio Borgna condensa stupore, tenerezza, partecipazione al dramma che stiamo vivendo. Lo si avverte nella vibrazione della voce. Nella preoccupazione paterna. Psichiatra e primario emerito di Psichiatria all’ospedale di Novara, nonché libero docente di Clinica delle malattie nervose e mentali all’università di Milano, prossimo ai novanta, Borgna mi ha sempre colpito per la sua profondità. L’ho intervistato altre volte. Una, nella casa di Novara, dove accettò di vedermi con brevissimo preavviso, spostando altri appuntamenti. Un’altra a Borgomanero, nella «casa dal grande giardino», come la descrive nell’autobiografia Il fiume della vita (Feltrinelli), l’abitazione storica, dove avremmo dovuto incontrarci anche stavolta, se le direttive del governo non l’avessero sconsigliato. È a persone come lui che ci si rivolge in momenti come questi.

Qual è il primo sentimento che le provoca questa situazione?

È un sentimento legato al fatto che non conosciamo ciò che sta avvenendo. Un moto dell’anima che deriva dall’improvvisa immersione in una vita sconosciuta, causata dal virus portatore di conseguenze imprevedibili. È il confronto con l’ignoto. Camminavamo su autostrade rettilinee e senza ostacoli, ora ci troviamo in un percorso oscuro.

Le è mai capitato di vivere un momento paragonabile a questo?

Avevo 13 anni quando fummo costretti a lasciare questa casa per fuggire in montagna, inseguiti dai tedeschi che avevano minacciato di sequestrarci. Mia madre guidava il gruppo di sei figli, l’ultimo di un anno. Mio padre, che non aveva aderito al partito fascista, era entrato nella Resistenza. Fino a quel momento il sentiero dell’adolescenza mi appariva rettilineo. Improvvisamente, era divenuto buio e tortuoso. Non capivo cosa ci stesse opprimendo. I militari tedeschi erano un nemico oscuro. Tutto poteva concludersi da un momento all’altro. Infine, eravamo soli, perché aiutarci significava esporsi alle minacce dei tedeschi.

C’è analogia con la situazione di oggi?

L’analogia è nell’inconoscibilità delle circostanze. Oggi nulla sappiamo del coronavirus e nulla sapevamo allora di quel nemico comparso, scomparso, incombente. Sono entrambe esperienze d’incertezza profonda, relativamente a ciò che può accadere nelle ore successive. Anche allora, come oggi, fede e speranza si alleavano per offrirci la possibilità di un cammino più sereno. E anche allora le campane della chiesa suonavano per offrire un rifugio alla paura.

La paura è causata dall’avvento dell’ignoto?

È un sentimento ineliminabile. Se non lo avvertissimo saremmo dei robot. Pensare di non provare paura o ansia non è giusto e nemmeno umano. La paura ha un oggetto identificato anche se non lo controlliamo. La proviamo dinanzi a un’entità oscura come questo virus, al quale non sappiamo dare una fisionomia scientifica sufficientemente precisa.

Il sociologo Zygmunt Bauman scrive che la paura più terribile è quella «diffusa, sparsa, indistinta», determinata dalla «minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente». Come si convive con questa paura?

Va rimodulata in un contesto più ampio, anche grazie a un’attività interiore che riconosca le risorse di cui disponiamo. La principale delle quali è la speranza per la vita. Senza speranza la paura ci condurrebbe a reazioni psicologiche e psicosomatiche negative. Non si può cancellare la paura, ma con la ragione si può svuotarla dei suoi eccessi e ricondurla in una dimensione più tollerabile. Per esempio, abbiamo ragione di aver paura quando scaliamo una montagna. Ma la gestiamo entro limiti razionali.

Quando non ci si riesce sfocia in angoscia?

L’angoscia è di qualcosa che non si conosce, mentre la paura riconosce la sua causa anche se non sempre ne controlla le dinamiche. È una distinzione sottile. L’angoscia è dentro di noi, come il timore della morte che non sappiamo quando arriva.

Stiamo vivendo un tempo sospeso, in cui non possiamo e non dobbiamo uscire di casa, non possiamo e non dobbiamo stare in gruppo. È anche un tempo in cui si può rientrare in sé stessi?

Nella vita di tutti i giorni siamo ostaggi del presente, privi di memoria e di speranza. Tutti concentrati sul qui e ora. Questa situazione, paradossalmente, ci permette di perdere tempo e di acquistare tempo, per cogliere ciò che avviene dentro di noi, per esempio incontrando gli altri, chi ci aiuta a conoscere noi stessi. Una improvvisa tempesta ci fa comprendere quanto siamo fragili, invitandoci a guardare non solo al nostro piccolo o grande interesse personale, ma a riflettere sul senso della vita. Per cercare di capire la nostra indole profonda, quali sono le nostre speranze e le nostre attese che abitualmente vengono bruciate nell’impulso del tutto e subito.

Di colpo siamo ricchi di tempo?

Queste restrizioni ne cambiano la percezione. È la geniale intuizione di Sant’Agostino, che supera la circolarità di passato presente e futuro, convertendo il tempo dell’orologio nel tempo interiore. In cui in apparenza non facciamo nulla di concreto o immediatamente produttivo, ma in cui possiamo andare al fondo di noi stessi. Inoltrandoci in un sentiero nuovo, sconosciuto come gli effetti della pandemia, ma che ci porta a scoprire il risvolto interiore di ciò che siamo e facciamo.

Che cosa direbbe ai giovani che faticano a rinunciare alle loro abitudini e ad accettare l’isolamento?

Questa «metànoia», questa conversione, mi sembra più difficile negli adulti, nelle persone cristallizzate in un modello di comportamento fatto di lavoro, denaro, lusso. Ci vorranno sforzi inauditi. Mi pare che i giovani possiedano maggiore creatività, generosità e capacità di cogliere l’essenza delle cose. È una convinzione che traggo da tanti incontri con gli studenti nelle scuole superiori. Senza generalizzare, mi pare che spesso rovesciamo sui giovani responsabilità che sono nostre.

Prima che ci fosse l’ultima ordinanza del governo abbiamo visto le foto degli aperitivi affollati. Nei suoi saggi cita Blaise Pascal: «Togliete ai giovani il divertimento e li vedrete inaridirsi di noia».

È vero, ma le faccio due controrepliche. La prima: che responsabilità hanno le famiglie, i genitori, i fratelli maggiori? In che misura incidono su questi comportamenti? Quali attenzioni trasmettono, che parole usano? La seconda obiezione riguarda la comunicazione tardiva della gravità di ciò che stava accadendo. E qui c’entrano i politici e i media. All’inizio si è minimizzato, si sono fatti i paragoni con l’influenza…

Ancora Pascal: «Tutta la infelicità degli uomini viene da una sola cosa che è quella di non saper rimanere in riposo in una stanza». Come possiamo trarre il meglio da questa situazione?

Pascal descrive in modo cinematografico quello che abbiamo provato a dire parlando del tempo interiore. Lui parla del divertimento come distrazione dall’io profondo. Lo stordirsi nelle piazze e nei locali… Fermarci può essere una opportunità anche per il dialogo con gli altri, vincendo l’indifferenza che può bruciare i cuori senza che ce ne accorgiamo.

Questa situazione così drammatica può diventare paradossalmente un’opportunità di crescita?

Crescita è una parola da pronunciare con il cuore in gola quando ci sono persone che muoiono. Oggi siamo tutti un po’ più soli e la solitudine ci obbliga a conoscerci meglio. Dunque ci può aiutare a crescere, se sapremo cercare quel significato che, nelle giornate affannate, è sempre rimosso, dimenticato. In quelle giornate, la stanza di Pascal rimane sguarnita, anonima, senza porte e finestre. Ora possiamo riempirla di silenzio, di ascolto, di dialogo vero. Anche di preghiera, che i credenti possono recitare in sostituzione della messa che non viene celebrata. Di letture, facendosi guidare da Simone Weil, da Rainer Maria Rilke, da Teresa d’Avila che osserva che «coloro che Dio ama molto, li conduce per sentieri di angoscia».

Che libri sta leggendo o rileggendo?

Mi rifugio nelle poesie. Rileggo Giuseppe Ungaretti, Giacomo Leopardi, lo Zibaldone e le pagine sulla malinconia, Carlo Maria Martini. Sto leggendo anche Guarire le malattie del cuore, bellissime meditazioni dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

Lei che è autore di Saggezza, nella collana Parole controtempo del Mulino, può dirci che cosa vuol dire essere saggi oggi?

Essere consapevoli dei propri limiti. Sapere ciò che possiamo raggiungere e ciò che non possiamo raggiungere. Significa non farci stordire dalle apparenze, cercando di cogliere la sostanza più vera della realtà. Infine, guardare alla speranza come alla stella del mattino. La speranza è anche una medicina. Perché fa sgorgare risorse interiori addormentate.

La percezione della nostra provvisorietà può essere una risorsa anche per il dopo?

Certo, perché ci aiuta a guardare ai nostri giorni, alla nostra quotidianità, muovendo dall’idea che siamo parte di una comunità di destini che lega chi è ricco e chi non lo è, chi è sano e chi è malato.

 

Panorama, 18 marzo 2020

«I nuovi diritti rimuovono il dato della natura»

Perle nella conchiglia di un linguaggio piano, ma denso e profondo. Sono le risposte del cardinal Camillo Ruini, 89 anni, 17 dei quali trascorsi come presidente della Conferenza episcopale italiana. Insieme con Gaetano Quagliarello ha pubblicato da Rubbettino Un’altra libertà – Contro i nuovi profeti del paradiso in terra. Un dialogo sulla società contemporanea e il ruolo della Chiesa, curato da Claudia Passa. Un dialogo che il cardinale ha preferito non allargare ad altri argomenti nevralgici, come l’incontro con Matteo Salvini e il dibattito sul celibato dei sacerdoti.

La riflessione che conduce con Gaetano Quagliariello prende le mosse dall’Evangelium vitae nella quale Giovanni Paolo II attribuiva le minacce alla vita all’estensione del concetto di libertà individuale. A un certo punto osserva che, confermata l’attualità di quell’enciclica, «oggi la situazione si è appesantita». In che cosa vede questo appesantimento?

«Lo vedo in particolare, per quanto riguarda l’Italia, sul versante della fine della vita, dove purtroppo si è fatto spazio al suicidio assistito e all’eutanasia, pur cercando di evitare queste parole».

Con la crisi delle ideologie e del marxismo in particolare, anziché «perseguire la costruzione della società perfetta si cerca l’esistenza perfetta». Ne è una conferma la trasformazione dei partiti comunisti in partiti radicali di massa. È da qui che nascono i «nuovi diritti» e la rivoluzione antropologica in atto?

«I cosiddetti nuovi diritti e la rivoluzione antropologica nascono da una parte dall’assolutizzazione della libertà individuale, per la quale i desideri diventano diritti, dall’altra parte dallo sviluppo scientifico e tecnologico che ha reso possibile una trasformazione dell’uomo ottenuta non per via economica e politica, come pensava Marx, bensì intervenendo direttamente sulla nostra realtà biologica. Il fallimento dell’utopia marxista, sancito dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine dell’Unione sovietica, ha spinto molti marxisti a trasferire dalla società all’individuo la loro ricerca del paradiso in terra, come aveva previsto Augusto Del Noce».

È un’errata concezione della libertà individuale che autorizza l’uomo a disporre della vita e della morte attraverso l’interruzione della gravidanza e le pratiche eutanasiche?

«Direi di sì. Si tratta sempre di una falsa assolutizzazione della nostra libertà, come se ci fossimo dati la vita da soli e avessimo imparato da soli a comportarci da persone libere».

In materia di eutanasia, dal caso di Eluana Englaro a quello di Alfie Evans fino a quello di Dj Fabo, abbiamo assistito alla supplenza o invadenza di organismi giuridici in assenza di normative. Pensa si debba ammettere una presenza troppo flebile della comunità cristiana e delle massime gerarchie su questi temi?

«Penso sia giusto distinguere: avremmo potuto e dovuto fare di più, ma non si deve dimenticare che in molti casi, compresi quelli da lei citati, la Chiesa ha parlato chiaro e forte, anche se molti mezzi di informazione hanno preferito ignorare la sua voce».

Un esempio di libertà sganciata dalla responsabilità è dato dal fatto che, mentre si considera intoccabile il diritto all’aborto, si vogliono aver figli ricorrendo alle biotecnologie e all’utero in affitto?

«Il vero problema è che non si considera il figlio come una persona, ma come qualcosa di cui i genitori possono disporre, sopprimendolo se non è gradito, o invece procurandoselo in qualsiasi modo, anche con il ricorso all’utero in affitto».

Già nel 2005 Papa Benedetto XVI mise in guardia dalla «dittatura del relativismo». Oggi questo comportamento si è rafforzato sulla spinta del pensiero politicamente corretto, nuova «religione secolare»?

«Il relativismo fa certamente parte del “politicamente corretto”. La “dittatura del relativismo” pretende che il relativismo sia l’unico atteggiamento giusto e valido, cadendo così in una curiosa contraddizione perché proprio il relativismo sarebbe giusto in sé e non relativo ai nostri punti di vista».

C’è il pericolo che attraverso il politicamente corretto si affermino le dittature delle minoranze?

«Non si tratta soltanto di un pericolo, ma di una cosa che si è verificata varie volte, in particolare riguardo alla concezione del matrimonio e della famiglia».

I nuovi diritti hanno in comune la relativizzazione o l’annullamento del dato di natura?

«Purtroppo sì. L’idea di fondo è che una natura umana propriamente non esista e che noi siamo integralmente plasmati dall’ambiente in cui viviamo, dalla nostra cultura, dalle nostre scelte».

Come interpretare la tendenza a equiparare i rapporti omosessuali a quelli eterosessuali aperti alla procreazione e la diffusione crescente della teoria del gender?

«È un aspetto della dittatura del relativismo. L’omosessualità è sempre esistita e nel corso della storia il matrimonio si è configurato nelle forme più diverse, pensiamo alla poligamia e anche alla poliandria. Mai nessuno però aveva pensato a un matrimonio tra persone dello stesso sesso. Che oggi lo si rivendichi come una conquista di civiltà è il segno della profondità della crisi che ci attanaglia».

Il diritto a emigrare sembra contare più adesioni del diritto a crescere dove si è nati. L’emergenza migratoria dev’essere affrontata con l’accoglienza senza limiti o attraverso la pianificazione della politica?

«Non si tratta solo di un’emergenza, ma di un fenomeno di lungo periodo. Per governarlo bisogna coniugare le esigenze della solidarietà e dell’accoglienza – non dimenticando mai che per un cristiano ogni uomo è un fratello – con quelle del rispetto della legalità e della sicurezza dei cittadini, reprimendo le organizzazioni criminali che prosperano sull’emigrazione clandestina, sullo spaccio della droga e sullo sfruttamento della prostituzione. Sviluppare una cultura dell’accoglienza non significa affatto rinunciare ai nostri valori, senza dei quali non c’è futuro per noi».

Il multiculturalismo è un valore in sé stesso?

 «La molteplicità delle culture è un dato di fatto, da accogliere positivamente, ma non è un valore in sé, tanto meno il valore primo e il criterio decisivo a cui fare riferimento. In particolare per i credenti in Gesù Cristo il valore primo non può essere altro che Cristo stesso: proprio da lui impariamo ad amare il nostro prossimo, compresi coloro che la pensano diversamente da noi».

Un’altra emergenza è la salvaguardia del pianeta che nelle sue forme più intransigenti arriva a equiparare l’uomo alle altre specie animali, quando a non a considerarlo nocivo per la terra. Fatto salvo il rispetto del pianeta, come ritrovare equilibrio nel rapporto con l’ambiente?

«Rispettare e salvaguardare il nostro pianeta è oggi un’esigenza prioritaria, una questione di vita o di morte per l’intera umanità. Tutto questo però non ha nulla a che fare con l’equiparazione dell’uomo agli altri animali. Per la fede cristiana l’uomo è l’unica creatura visibile fatta a immagine di Dio. Ma anche su un piano semplicemente razionale la singolarità dell’uomo emerge chiaramente: è sufficiente pensare a quel fatto imponente che è lo sviluppo della cultura. Sia la fede sia la ragione ci dicono inoltre che dobbiamo impiegare questa nostra superiorità non per distruggere il resto della natura, ma per custodirlo».

L’ambizione di realizzare l’esistenza perfetta, che escluda imprevisti, dolore, handicap, si basa sulla presunzione di onnipotenza della scienza?

«La scienza autentica – in concreto i veri uomini di scienza – conosce meglio di noi i limiti della scienza stessa. Un’esistenza perfetta rimane comunque un’illusione pericolosa, che si ritorce contro di noi».

A suo avviso come può essere letta l’esplosione del coronavirus e il senso di insicurezza che comporta? Che riflessione ci impone sulla scienza, sulla caducità dell’uomo, sull’accettazione del limite?

«L’esplosione del coronavirus è un enorme imprevisto che condiziona la nostra vita e ci ha obbligati a modificare repentinamente i nostri modi di vivere, di lavorare, di rapportarci a vicenda. Certo, è una conferma di quel che ho appena detto sui nostri limiti. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: proprio questa pandemia sollecita l’impegno di tutti, ci fa meglio comprendere l’importanza della solidarietà, mette in luce un coraggio, una dedizione, una capacità di sacrificio che ci ha sorpreso positivamente. Così il coronavirus è un grande appello a essere migliori: detto con le parole del Vangelo, un appello a convertirci».

E che riflessione suggerisce sulla globalizzazione?

«L’intensificazione dei rapporti e degli scambi a livello mondiale contribuisce certamente alla rapida diffusione di questa epidemia. Non dimentichiamo però che cent’anni fa il contagio della “spagnola” non fu meno violento».

Dall’esplosione dell’epidemia conviviamo con la paura. Solo una presenza portatrice di speranza può aiutare a vincerla, come accadde agli apostoli sulla barca con Gesù mentre il mare era in tempesta. In un momento così crede che la Chiesa dovrebbe far sentire di più la sua voce ai credenti e a tutti i cittadini?

«Di fronte al coronavirus, e in genere di fronte ai mali che ci minacciano, come credenti chiediamo nella preghiera l’aiuto di Dio. Questa semplice richiesta ci fa riscoprire un aspetto fondamentale della nostra fede, che Dio cioè non è soltanto un Signore lontano e un po’ astratto, ma è il Padre che si cura di noi e che tiene nelle sue mani le vicende del mondo».

In conclusione, se dovesse suggerire una parola o un esempio ai cristiani del Terzo millennio, che cosa direbbe?

«Preferisco limitarmi all’esempio, che è quello datoci da Giovanni Paolo II. Gli sono stato vicino per vent’anni, ho visto come egli viveva alla presenza di Dio e perciò non aveva paura ed esortava tutti a non avere paura e a fidarsi di Dio. Viviamo in anni difficili, per la Chiesa e per l’Italia, e spesso ci siamo allontanati da Dio, ma Dio non si è allontanato da noi: la nostra vita e la nostra speranza possono e devono fondarsi su di Lui».

  La Verità, 15 marzo 2020

«Una crisi gestita da esperti improvvisati»

Buongiorno signor capo di gabinetto, è così che la chiamano nei palazzi romani della politica, giusto?

«Buongiorno a lei. Proprio così, con naturale sussiego e dovuta deferenza».

Leggendo il suo libro anonimo Io sono il potere – Confessioni di un capo di gabinetto (Feltrinelli), denso di aneddoti e circostanze molte delle quali vissute da testimone oculare, raccolte da Giuseppe Salvaggiulo, mi viene il sospetto che tanti addetti ai lavori non potranno non riconoscerla. Sbaglio?

«Qualcuno ci prova, inevitabilmente. È la parte più divertente. Ma io resto uno, nessuno e centomila. Impersonale, come il potere autentico».

Parliamo del coronavirus, una situazione senza precedenti non solo per l’Italia. Prima di entrare nei dettagli, come descriverebbe con un’immagine la gestione istituzionale dell’emergenza?

«Molti hanno parlato di 8 settembre. Piuttosto mi pare una via di mezzo tra il grand bazaar di Istanbul e Caporetto».

Dire che il premier Giuseppe Conte brancola nel buio, come si faceva parlando di certe indagini della polizia, è troppo forte e troppo colorito?

«Io non do giudizi politici, non è il mio ruolo. Io lavoro nella politica, con la politica, per la politica. In questi giorni tutti annaspano. Non solo premier e ministri ma anche capi partito, sindaci e governatori più esperti. Alla fine si faranno i conti. Non escludo rivalutazioni, quando gli altri Paesi copieranno dall’Italia».

Come giudica che nemmeno 48 ore dopo la proclamazione della Lombardia e di 14 province zone arancioni si estendono queste norme a tutto il Paese?

«È quello che si sarebbe dovuto fare due settimane fa. Meglio chiudere tutto e subito che un po’ alla volta, ingenerando confusione. Nel nostro ambiente se n’era discusso».

E perché poi non si è fatto?

«Perplessità sui presupposti sanitari e giuridici, oltre che incertezza politica. Anche da parte di chi oggi chiede di chiudere tutto».

Decreti a singhiozzo che si accavallano possono trasmettere ai cittadini senso d’insicurezza e il sospetto che chi ci governa non abbia completamente in mano la situazione?

«È più di una sensazione, anche per noi uomini di Stato. Prenda le carceri. Nel ministero della Giustizia c’è grande preoccupazione, dietro le dichiarazioni rassicuranti. Il capo di gabinetto esperto ipotizza tutte le ripercussioni delle decisioni politiche. Risolve preventivamente i conflitti, minimizza gli effetti indesiderati. Così aiuta a far accadere le cose, nella direzione giusta. Altrimenti sono grida manzoniane, se non boomerang».

Di che cosa è sintomo il fatto che un governo convochi una conferenza stampa per comunicare decisioni drammatiche alle 3 della domenica mattina?

«Strutture impreparate, assenza di leadership, troppi “esperti” improvvisati. E sottovalutazione della comunicazione con i cittadini: nella gestione delle crisi sanitarie conta quanto la scienza. Anche qualche gabinettista non se n’è accorto, impiccandosi a moduli e autocertificazioni».

A suo giudizio i consulenti tecnici cui si affida il governo, da Walter Ricciardi a Angelo Borrelli a Rocco Casalino, sono sufficientemente preparati?

«Non spetta a me giudicare. E comunque si tratta di ruoli e persone troppo diversi. Uno scienziato, un burocrate, il terzo non saprei definirlo».

Com’è avvenuto che il decreto del presidente del consiglio dei ministri è stato diffuso prima che fosse firmato?

«Troppe bozze in giro, per giunta con lo stemma e l’intestazione di Palazzo Chigi. Quindi con il crisma dell’ufficialità. Da troppi anni girano bozze, bozzette e bozzacce. Su cui si esercitano manine e manone. In una materia così delicata, una follia. E senza nemmeno le precauzioni da gabinettisti esperti».

La tecnica del baco nelle copie dei documenti che ora potrebbe rivelare chi è stato a trasmetterla in anticipo all’esterno?

«Constato che è un lettore attento delle mie “confessioni”. Metodo acuto e prudente: lo introdusse Sabino Cassese alla Funzione pubblica, nel 1993. Ora invece siamo alle insinuazioni tra istituzioni. E non possiamo escludere che le manine siano più di una, come in Assassinio sull’Orient Express».

Sono confessioni che illuminano l’anatomia del potere. Quali compiti sta assolvendo il capo della Protezione civile? Noi lo vediamo solo aggiornare il bollettino dell’emergenza…

«Angelo Borrelli è un rispettabile, dignitoso e diligente funzionario pubblico. Che gli si faccia recitare il bollettino di guerra pomeridiano, oltre che irriguardoso nei suoi confronti, è un errore strategico. S’è capito tardi che siamo in uno stato di eccezione. Lei è tifoso di calcio?».

Sì, certo. Perché me lo chiede?

«Domenica, mentre guardavo la partita, ho ripensato a Carl Schmitt: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Nel calcio, sovrano è chi tira un rigore all’ultimo minuto. Nella Juventus il pallone lo prende Cristiano Ronaldo, non De Sciglio».

Per la sua esperienza, servirebbe un supercommissario?

«Servirebbe, perché manca una regia unica. Ma l’esperienza insegna che i commissari, che la politica teme perché se funzionano fanno ombra ai politici, vanno nominati subito. A questo punto suonerebbe come una delegittimazione dei titolari delle istituzioni. È doloroso osservare che la gestione di un’emergenza così grave sia finita in pasto alle furbizie e ai calcoli politici».

Non siamo più in tempo a distinguere le macchine operative una per la gestione ordinaria e un’altra con libertà d’azione per quella straordinaria?

«Di ordinario non c’è più nulla».

Tanto più. I frequenti conflitti di poteri con sovrapposizioni tra governo centrale, regioni, capo della Protezione civile non bastavano a consigliare questa soluzione?

«Nella prima fase l’autorità politica riteneva di essere in grado di gestire la vicenda da sola, supportata dal comitato tecnico-scientifico. Quando la situazione è esplosa, ha capito che non bastava. Per questo è stato richiamato Ricciardi».

Com’è possibile che si stabiliscano norme per i cittadini con conseguenze drammatiche senza disporre contemporanei sostegni per famiglie, scuole e imprese?

«Tempistiche e selezione di questi interventi appartengono a valutazioni politiche che non competono a un capo di gabinetto».

Sono state sottovalutate le problematiche del sistema sanitario?

«Si è tardato ad attrezzarlo, soprattutto nelle regioni più esposte. Non si è ipotizzato un piano per lo scenario peggiore. Per troppi giorni i medici sono rimasti senza mascherine. E solo poche ore fa è stato assegnato l’appalto per raddoppiare gli apparati respiratori per la terapia intensiva. Improvvisamente tutti riscoprono il valore della sanità pubblica, ma la sottovalutazione ha radici antiche. Sono trent’anni che, quando si fanno le riunioni preparative sulla finanziaria, il ministero della Sanità è in cima alla lista dei tagli. E il capo di gabinetto può solo cercare di limitare i danni».

Richieste del sistema ospedaliero sottovalutate, carceri in rivolta, sport nel caos: queste situazioni danno l’idea di un Paese allo sbando. È un’impressione che si ha anche dall’interno della macchina governativa?

«Per noi lo Stato non può essere allo sbando, per definizione, nemmeno quando lo appare. Dopo Caporetto c’è sempre Vittorio Veneto. Ci salveranno i medici e gli infermieri che saltano i riposi e rischiano la salute negli ospedali. Sono i nostri Armando Diaz».

Che ripercussioni ha avuto questa situazione sul funzionamento della macchina governativa?

«Assistiamo a scene inimmaginabili. A Palazzo Chigi sono stati limitati gli accessi: ogni ministro può far entrare un solo collaboratore, anziché la pletora di capi di gabinetto, capi degli uffici legislativi, vice e vice dei vice. Nemmeno Renzi, che pure ci detestava, l’aveva mai fatto. E poi è partito il vortice della delazione. Se qualcuno salta un pre-consiglio dei ministri o una riunione tecnica, dilagano sospetti e pettegolezzi. E dagli all’untore. I capi di gabinetto sono spietati. E qualcuno ne approfitta per regolare conti o tarpare le ali a gabinettisti novizi ma, come dire, “cagionevoli”. Io, nel dubbio, non tossisco mai. Nemmeno per schiarirmi la voce».

Se si chiudessero tutti i servizi pubblici a eccezione di alimentari e farmacie si tratterebbe di una decisione da governo di salute pubblica, un discreto salto istituzionale per il quale forse sarebbe indispensabile un intervento del Capo dello Stato, non crede?

«Si dice che necessitas non habet legem. Camminiamo sospesi su un filo, il capo dello Stato è garante di un equilibrio fragile».

 

 La Verità, 12 marzo 2020

«E se la Gruber fosse la Papessa straniera del Pd?»

Provocazione, sberleffo, contropiede culturale. Pietrangelo Buttafuoco ha appena pubblicato Salvini e/o Mussolini (PaperFirst), sapido libello in forma di dizionario sulla scorta di Jefferson e/o Mussolini di Ezra Pound, anno 1936.

Prendere in parola i sapienti scandalizzati dagli eccessi salviniani è un divertissment?

Diciamo che provo a disinnescare i riflessi condizionati che gravano sia su Salvini che su Mussolini. Chi odia il leader leghista dice che è come il Duce, chi lo ama pure. Nel corto circuito si scorge tutta la pigrizia italiana.

Perché scavando si scopre che le presunte similitudini sono fasulle?

Esattamente. Come il «chi si ferma è perduto» pronunciato da Salvini e attribuito a Mussolini, che in realtà è di Dante Alighieri. O il «tanti nemici, tanto onore» che correttamente è «molti nemici, molto onore», e fu coniato dal condottiero tedesco Georg von Frundsberg davanti ai militi veneziani in una battaglia del 1513.

Senta, Buttafuoco, ma non era Bettino Craxi l’erede di Mussolini?

Disegnandolo con gli stivaloni, Giorgio Forattini faceva eco al sentimento del Craxi dei giorni migliori. Il quale, a sua volta, viveva una forma di attrazione affettuosa per la Buonanima. Tanto che si recò a Giulino di Mezzegra, sul Lago di Como, per far mettere una lapide nel posto dove fu ucciso. Il sentimento che dominava in lui era l’essere patriota, amante dell’Italia tutta, in tutte le sue epoche.

Anche a Bruno Vespa, che nel suo ultimo libro è ripartito dal Ventennio, tutti gli interpellati hanno smontato il parallelismo, salvo Dario Franceschini.

Solo lui ha evocato l’insopportabile fantasma dell’arco costituzionale che si trascina il sabba dell’intolleranza. Guarda caso, il nemico di quel dogma fu proprio Bettino Craxi.

L’antifascismo in assenza di fascismo è un boomerang della sinistra di piazza e di salotto?

Lo è perché il popolo ha sempre un fiuto laterale rispetto ai proclami e ai copioni glamour. Un po’ come quando la Chiesa cerca di distrarre i fedeli dai santi, ma le processioni e la devozione popolare riportano in auge il bisogno di celebrare il sacro.

Senza il fascismo, paragonare Salvini a Mussolini è fargli un regalo?

È un tentativo di esorcismo che può provocare la moltiplicazione di quelli che dicono «magari!».

Facendo scattare l’allarme per il ritorno dell’uomo forte?

Il fascismo non fu fascista per come lo intendiamo noi. In questo dizionario molti luoghi comuni cadono, a cominciare da quello sull’immigrazione.

Spieghi.

Faccetta nera è il tentativo di far diventare italiani gli africani. Tra le potenze coloniali eravamo l’unica che faceva dei territori d’oltremare delle province, con i prefetti e le moschee.

Salvini e Mussolini gemelli diversi e non solo per peso specifico?

Molto diversi. Il Capitano incarna il politico di destra e condivide il momento favorevole con Giorgia Meloni, a dimostrazione di una ricca offerta post ideologica. Mentre l’esperienza di Mussolini resta una pagina nell’album del socialismo. Eretico quanto si vuole, ma sempre socialista.

Nei primi anni della sua azione.

E anche alla fine, con la Rsi.

Per la classe politica attuale il confronto con il Novecento non può che essere impietoso.

Oggi il contesto è a-ideologico e perfino anti-ideologico. Il secolo scorso imponeva uno sforzo intellettuale molto superiore. Oggi domina la superficialità, che è transeunte ed evapora subito non avendo fondamento.

Per rimanere nel populismo, Beppe Grillo sta durando più di Guglielmo Giannini, l’uomo qualunque.

Perché, grazie a Carlo Freccero e Antonio Ricci, ha avuto la possibilità di irrobustirsi con il dadaismo.

La traversata dello Stretto di Messina aveva echi dannunziani: poi?

Sono spariti perché ha dovuto sgattaiolare nella buca della rispettabilità borghese. Mettendosi con il Pd si è consegnato mani e piedi al sistema.

Addio cambiamento.

Invece di proseguire l’impresa nella libera città di Fiume si è buttato tra le braccia del Cagoia, il triestino che disse «mi no penso ghe per paura», divenuto simbolo di viltà. L’unico che può essere uno strepitoso Guido Keller è Alessandro Di Battista.

Verrà il suo momento?

Quanto meno come Keller avrà la possibilità di alzarsi in volo e gettare un pitale su tutti gli anticasta che si stanno facendo salvare la poltrona proprio dalla casta.

Per il Cagoia Giuseppe Conte, che in un pomeriggio passa da un governo di centrodestra a quello più a sinistra dell’Occidente, ci sono precedenti?

Iscriverlo nel capitolo del trasformismo sarebbe persino nobilitante. Invece è proprio perfetto per la caricatura del «paglietta», il giurista sciuè sciuè, ampolloso dicitore.

Senza contenuto.

Buono per tutti gli usi. Prima si diceva che era il vice dei suoi vice, adesso è sicuramente vice del suo portavoce, Rocco Casalino. Con l’emergenza coronavirus, dal Conte 2 siamo passati al Casalino 1.

Restando tra spregiudicati volteggi, chi è l’antenato di Matteo Renzi?

Amintore Fanfani, «il Rieccolo».

Medesima provenienza.

E caratteraccio. Purtroppo per Renzi, invece che da Ettore Bernabei è affiancato da Marco Carrai.

Giorgia Meloni alleata di Salvini somiglia al Gianfranco Fini coccolato dai giornaloni in chiave anti Berlusconi?

Ci provano, ma non ci riusciranno perché lo spessore della Meloni è molto superiore a quello di Fini. Non è una comprimaria, ma una protagonista.

Come dice il sociologo Luca Ricolfi.

La Meloni ha l’imbarazzo dei destini. Può fare il sindaco di Roma, ritagliarsi una stagione da premiership o andare in Europa. O, infine, può far saltare il risiko dei poteri forti. In questa veste mi ricorda la Sposa interpretata da Uma Thurman in Kill Bill che, armata di katana, consuma la sua vendetta.

 E il fatto che sia donna…

È un vantaggio. Nel libro l’ho paragonata all’Italo Balbo della trasvolata atlantica che, pur con tutto il politically correct, ha ancora la strada intitolata a Chicago. Anche lei non deve temere la contraerea italiana.

Salvini la tollererà.

A destra è una ricchezza che siano in due o tre, hanno diversi potenziali premier.

Tipo?

Se serve un garante c’è Roberto Maroni; se serve chi ha esperienza ci sono Maurizio Gasparri e Roberto Calderoli; se serve qualcuno pronto alla battaglia frontale i nomi abbondano.

Invece la sinistra?

Ha l’establishment, i tecnici e le dinastie, ma non ha la politica. Infatti si fa sempre sedurre dal Papa straniero: Bergoglio, Roberto Saviano, Greta Thunberg, le Sardine, Carola Rackete…

Nicola Zingaretti?

È un socialdemocratico alla Mario Tanassi. Quanto al suo operato di amministratore è peggio di quello di Virginia Raggi. Ma nessuno lo dice.

Il gemello diverso di Massimo D’Alema è Enrico Berlinguer?

Il confronto giusto è con Palmiro Togliatti che, a sua volta, era il D’Alema dei suoi tempi.

Molto elogiativo.

Per i comunisti ho un debole perché non sono di sinistra.

Nel senso della sinistra da salotto di oggi?

Esatto. Il mio più caro amico è stato Stefano Di Michele, collega al Foglio, un contadino abruzzese che non si mischiava con i birignao. E destino vuole che lavori con un fior di comunista come Peppino Caldarola.

Luigi Di Maio?

Pinuccio Tatarella ne avrebbe fatto uno statista. Ne aveva le potenzialità, purtroppo è finito nella trappola di Grillo.

Che lo sta consumando.

Non potrò mai credere che sia contento di governare con il Pd.

Le Sardine le confrontiamo con i girotondi?

Eppure, oplà, sono loro la prosecuzione del qualunquismo sotto l’ala protettiva del conformismo. L’approdo nel mainstream lo dimostra.

Sinistra di piazza e di reality?

Non solo. Quando mai un antagonista è esposto nella vetrina del potere. Manca che siano ricevuti dal Papa e avranno percorso tutte le tappe del politicamente corretto.

Andranno prima da Antonio Spadaro che li ha già adottati.

Spadaro è un Andreotti capovolto, non devoto a Dio come il vecchio Giulio. Se potessi farne un romanzo, me lo vedo baciare Totò Riina piuttosto che Salvini.

Il cui avversario alle future elezioni sarà Giuseppe Sala?

Mi sembra un po’ troppo fighetto, tendenza Bignardi.

Nel suo talk show si è palesato potenziale leader.

Lui il Papa straniero? Mmmh… facile governare Milano, voglio vederlo a Scampia.

Ci sono precedenti da Palazzo Marino a Palazzo Chigi?

Governare l’Italia partendo da Milano ci sono riusciti solo Mussolini, Craxi e Berlusconi. Non credo che la compagnia gli piaccia.

Però siamo tornati all’inizio.

Già, ma il Papa straniero potrebbe essere una Papessa.

Lilli Gruber?

Se ne avesse voglia. Il sangue altoatesino potrebbe aiutarla.

Con lei la sinistra di salotto avrebbe vinto.

Sì. Solo che la Merkel all’italiana, anziché avere le radici nella gloriosa Germania est, ha l’asso nella manica di Urbano Cairo…

 

Panorama, 11 marzo 2020

«Racconto il vero Carlo e smonto i miti del cinema»

Enrico Vanzina, che cosa le manca di più di suo fratello Carlo?

«La forza che mi dava. Il ricordo, la sua quasi presenza, seduto davanti a me in ufficio, ci sono. Mi manca la forza che avevamo insieme. Eravamo il mix misterioso di due fratelli che hanno vissuto insieme tutti i giorni della loro vita».

Il 13 marzo, giorno in cui compirebbe 69 anni, è anche il giorno in cui morì Steno, vostro padre, nel 1988. Come lo trascorrerà?

«Con Carlo eravamo già abituati a questa coincidenza di date, che ci impediva di festeggiare il suo compleanno perché prevaleva sempre un velo di malinconia. Adesso la malinconia è ancora più densa».

Sceneggiatore di tanti film di successo, scrittore e giornalista, estroverso, sportivo e di due anni più vecchio di lui, in Mio fratello Carlo (HarperCollins) Enrico Vanzina racconta l’ultimo anno del regista di tante commedie brillanti, alle prese con il melanoma che l’ha portato alla morte, l’8 luglio 2018. È un libro struggente, ora tra i primi 54 candidati al premio Strega, nel quale Enrico annota che il fratello preferiva il cinema a lieto fine, «forse perché nella vita non c’è quasi mai». E nel quale ricorda che, dopo aver visto il filmino della laurea della figlia Isotta alla quale non aveva potuto presenziare, Carlo disse: «Adesso basta». Lo disse «con profonda intenzione, facendomi capire che le sue parole erano una battuta chiave della nostra storia… Carlo era rimasto vivo, contro tutte le previsioni mediche, solo con la formidabile forza della sua testa… È stato mio fratello a decidere di morire», scrive Enrico. «La morte non l’ha sconfitto. Su di lei, ha vinto lui».

Perciò, si può dire che, nella sua tragicità, la vita di suo fratello abbia avuto un lieto fine?

«Forse sì. È come se Carlo avesse deciso di smettere di lottare quando un grande lieto evento è entrato nella sua vita, la laurea di sua figlia. E questo, in qualche modo, gli ha dato la forza di abbandonarsi».

Anche «scrivere serve a sconfiggere la morte», come disse Ennio Flaiano rispondendo a una sua domanda quando lei era bambino?

«La mission della morte è fare scomparire le cose. Quando uno scrive invece le cose rimangono. Non solo nel ricordo».

I lettori possono incontrare Carlo attraverso il suo libro?

«Anche con i suoi film, naturalmente. Ma la scrittura ha una forza particolare perché si colloca negli scaffali delle case. I lettori possono ritrovare in un libro una situazione o una frase che li ha colpiti ed è rimasta dentro di loro».

Per uno scrittore è difficile non mettere su carta un’esperienza che l’ha coinvolto e cambiato?

«Sono lontano dalla scrittura personalizzata in voga di questi tempi al cinema, nella narrativa e nel giornalismo. Lo scrittore dimostra la sua grandezza quando sa narrare qualcosa di lontano da sé, senza bisogno di raccontare fatti privati».

Perché in questo caso ha fatto una scelta diversa?

«Sono stato quasi spinto dalla mano di Carlo. È stato lui a incoraggiarmi a scrivere. Non l’ho fatto certo per elaborare il lutto».

Si potrebbe pensarlo.

«Credo di no. Come ha detto Giuseppe Tornatore alla presentazione, Carlo mi ha chiesto di scrivere la sceneggiatura della sua andata via. E questo perché voleva diventare solo Carlo, non Carlo Vanzina: uno nel quale tutti possono riconoscersi».

A un certo punto scrive: «Dopo la malinconia delle feste…»: la vostra storia è un dramma vissuto tra set cinematografici, suite di lusso e red carpet?

«È così. Raccontando il Carlo vero smonto tutti i luoghi comuni del mondo scintillante del cinema. Emergono gli affetti, le contraddizioni del lavoro, le difficoltà economiche che non sono mancate. Il cinema visto da dentro è molto diverso dall’immagine che manda all’esterno».

Cineasti della leggerezza, ma abitatori delle profondità dell’anima?

«Non sta a me dirlo».

Eravate due fratelli anche amici o due amici anche fratelli?

«Fondamentalmente eravamo due fratelli perché avevamo ben presente di essere figli di Steno. Attraverso un legame di sangue abbiamo ricevuto una visione del mondo e, in un certo senso, il compito di diffondere, attraverso il cinema, leggerezza, umorismo, divertimento, critica sociale. Esser stati generati da un padre così ci faceva sentire molto fratelli. Poi però eravamo anche amici. Alla base dell’amicizia c’è il saper perdonare i difetti dell’altro. Tra fratelli di solito prevale la critica al carattere, ma noi ci perdonavamo i nostri reciproci difetti».

La consapevolezza di appartenere a una dinastia si è vista durante la mostra su Steno.

«Fu uno dei momenti che ci ha più uniti, perché facendo qualcosa per papà l’avevamo fatta anche per noi. Il senso della nostra famiglia è sempre stato un punto fermo».

Perché scrive papà e mamma con l’iniziale maiuscola?

«Perché sono antico e quando leggevo da bambino si usava così».

Anche per rispetto e senso dell’autorità?

«Sì, e per una forma di riconoscenza».

Sua cognata, Elisa Melidoni, avrebbe voluto che il periodo della malattia restasse privato?

«Non rispondo su mia cognata».

Perché non presenziò alla proiezione alla Festa di Roma di Il cinema è una cosa meravigliosa, il docufilm di Antonello Sarno su suo fratello?

«Perché rivederlo mi avrebbe fatto troppo male. L’ho visto in dvd, ma da solo. Quando, presentando il libro, ne parlo in pubblico, si riapre una ferita».

È contento che sia stato proposto da Masolino D’Amico al premio Strega?

«Mi sorprende perché non ci ho mai pensato; però faccio lo scrittore ed è capitato. È stata un’iniziativa della casa editrice che ha chiesto se qualcuno era interessato a proporlo e Masolino D’Amico ha manifestato il suo gradimento. Da parte mia non c’è stata alcuna rincorsa».

A proposito di premi, all’inizio di aprile dovrebbe esserci la consegna dei David di Donatello ai quali i fratelli Vanzina non sono mai stati candidati. Come mai?

«Non so spiegarmelo. Abbiamo vinto tanti premi e si scrivono libri sul nostro cinema, ma i David non hanno mai spostato lo sguardo su di noi. Penso con rammarico che Carlo se lo meritasse, per esempio, con Sapore di mare. La mia è solo una constatazione, non nutro alcun risentimento».

Perché il cinema popolare resta spesso escluso da questi premi?

«Non sempre. In tanti ambienti colti la commedia è considerata un genere di serie B. Ma la Mostra di Venezia ha conferito il Leone alla carriera a Mario Monicelli e Dino Risi».

Alla carriera.

«La penalizzazione della commedia non è un fatto solo italiano. Flaiano diceva che, con il tempo, quasi tutti i film drammatici diventano comici. Mentre, aggiungo io, i film comici se lo sono davvero, sono eterni».

La critica vi snobbava perché vi considerava rappresentanti del disimpegno qualunquista?

«È una lunga storia ormai completamente risolta. Ci consideravano cantori acritici dell’alta borghesia. Molti giornalisti si sono ricreduti, scoprendo che eravamo stati degli anticipatori e che i nostri film ironizzavano su certi tic. Ho lavorato con tanti registi e posso dire che le rivalutazioni tardive sono numerose».

C’è un difetto d’origine della critica cinematografica?

«Io la rispetto. Fin dal dopoguerra alcuni pregiudizi hanno spinto la critica a non incensare chi non era allineato. È accaduto anche nella letteratura. Lo dico senza nessun senso di frustrazione, ma come pura osservazione di realtà».

Perché ha firmato l’appello scritto da Pupi Avati perché Vittorio Cecchi Gori sconti la pena agli arresti domiciliari?

«È una lettera affettuosa che non si avventura in valutazioni giuridiche. Cecchi Gori ha fatto quello che ha fatto e non ci compete. Ma ha 78 anni, ha avuto un ictus e versa in una situazione psicofisica che ci sembra poco compatibile con otto anni di carcere. Senza dimenticare ciò che di buono questa persona ha fatto».

Parlavamo del cinema scintillante, poi ci sono storie come la sua e di tanti produttori che stentano…

«C’è sempre grande attenzione internazionale sul nostro cinema. Ma, nonostante i grandi proclami, prescindendo dal momento di queste settimane, il cinema in sala attraversa una fase di assestamento per rispondere all’esplosione delle nuove piattaforme. Oltretutto questo avviene in un momento in cui, se si toglie Aurelio De Laurentiis, sono scomparsi i produttori con un nome e cognome e le grandi compagnie sono gestite in modo asetticamente manageriale».

C’è anche Pietro Valsecchi di Taodue.

«Meno male che c’è, però fa parte del gruppo Mediaset».

E si regge soprattutto sui film di Checco Zalone.

«Che io adoro e lui lo sa. Ma il cinema italiano non può stare in piedi solo grazie a lui».

Perché si producono tante opere d’autore con finanziamenti pubblici e pochi film popolari?

«È una scelta strategica: si fanno 200 film all’anno, forse troppi. Perché solo 30 o 40 si giustificano economicamente, gli altri hanno una resa bassa o molto bassa. Il cinema assistito serve a incentivare una leva di nuovi talenti. Se emergerà sarà stato un rischio giusto. Con tutta questa concorrenza, per i privati che non hanno il sostegno ministeriale, far tornare i conti è sempre più difficile».

Soluzioni?

«Trovare il giusto equilibrio tra cinema d’autore e cinema popolare. Anche fonderli come qualcuno è riuscito a fare. Ma è impresa tutt’altro che facile».

Il libro contiene accenni alla vostra religiosità e alle vostre preghiere non esaudite affinché Carlo guarisse. Eppure non c’è risentimento.

«Carlo era anche più credente di me. Tutti e due siamo convinti, e uso il presente, che Dio non ascolta quello che tu chiedi, perché c’è una giustizia divina che ci supera. Chiedere i miracoli è una debolezza umana. Possiamo solo sperare».

Provando a vivere la sofferenza e la morte nel rapporto con il Padreterno?

«Provando».

Chi le piacerebbe portasse al cinema la vostra storia?

«Non vorrei che questo accadesse. Chi fa il cinema deve essere autore e non oggetto. I film sui protagonisti del cinema non mi sono mai piaciuti».

 

La Verità, 8 marzo 2020

«Il mio Osho fa ridere anche con il coronavirus»

Se l’autore di satira del momento si definisce «non di sinistra» vuol dire proprio che non si può più stare tranquilli. L’unica certezza era che lo sberleffo e la risata antipotere erano sinistrorsi e proletari. «Invece la sinistra sta con l’establishment, vedi il Pd, e il proletariato sta dall’altra parte», dice Federico Palmaroli, in arte Le frasi di Osho. 47 anni, studi classici e un lavoro diverso da quello che lo ha portato ad avere 300.000 followers su Twitter e un milione su Facebook, collaborazioni con Il Tempo, Porta a Porta e il Corriere della Sera. Ogni post un tizzone, una scintilla che illumina più di tanti pensosi editoriali. Sulla psicosi da coronavirus: «Ormai me lavo le mani pure dopo essermi lavato le mani». Sulle sardine che aprono la stagione di Amici di Maria De Filippi: «Li avrei visti mejo ad Alici». «Signole, Mattalella ’scito», risponde il presidente in persona alla telefonata di Conte, preoccupato per l’aria di crisi.

La satira è solo un hobby?

La vivo ancora come un fenomeno estemporaneo.

Ma di tempo gliene prende molto?

Soprattutto verso sera, quando preparo la vignetta per il quotidiano e mi dedico a Osho. C’è la ricerca delle immagini, poi le battute arrivano fulminee.

Tempi duri con il coronavirus?

Era più facile ridere quando non era un caso nostro. Riguardava i cinesi e chissenefrega. Appena è arrivato in Italia è montata l’onda buonista che decide su cosa si può fare satira e su cosa no.

Poi è calata?

Il moralismo non regge perché sui social tutti cercano un ruolo. All’inizio provano a fare i censori, tipo: non si scherza su queste cose; questa te la potevi risparmiare… Poi tutti cominciano a far battute.

Il bersaglio si è spostato dai politici agli italiani?

C’è un certo appetito di satira, perculare le paranoie funziona. Dopo un po’ la politica può stancare.

Soprattutto se è noiosa.

Prendersi una pausa serve anche a chi la racconta. Per resettare… come con la storia di Meghan e Harry. Anche se la coppia Salvini Di Maio con i loro litigi quotidiani offriva più spunti.

Ridere sulle psicosi è facile?

La caccia all’amuchina e alla mascherina lo era fin troppo. Non era satira sui morti, ma sugli eccessi di panico.

Alessandro Di Battista ha scritto su Facebook che ne muoiono di più colpiti dai fulmini.

Un po’ di ragione ce l’ha, c’è un allarmismo stereotipato. Nessuno ne è davvero immune.

Neanche un autore un po’ cinico?

In effetti, il raffreddore mi ha fatto pensare.

Il governo più naif che combatte l’epidemia più proteiforme del secolo è una buona base di lavoro?

Un governo che sta insieme con la colla, con un premier che cambia tutte le gradazioni, dal gialloverde al giallorosso, magari al giallazzurro, e con un ministro degli Esteri come Di Maio, fa ridere da solo.

Conte rivendica il primato in Europa.

Con i contagi l’ha trovato.

Ha ritratto lui e Giggino pronti a mollare tutto.

Aprire un chiosco di amuchina nel lodigiano poteva essere molto redditizio. E per Di Maio coerente con il passato.

Poi c’è il ministro della Salute Roberto Speranza confortato da chi l’ha preceduto.

«’N te invidio proprio», detto dalla Lorenzin. Con la sua faccia da fanciullo, di fronte a ’sta sciagura Speranza fa tenerezza. Il cognome sembra un contrappasso.

Il soggetto più fertile è Matteo Renzi?

Le sue bizze cominciano ad annoiare, divertono di più le incoerenze di Conte. Il suo fare rassicurante che nasconde altro. Il suo essere pronto ad accordi con chiunque pur di restare incollato allo scranno. Subito dopo, come fonte ci sono le sardine, che purtroppo sono già mezze finite.

Dice?

Dopo aver riempito le piazze quand’era facile hanno infilato una serie di gaffe. Contro il coronavirus intoniamo Bella ciao?

Perché sono in calo?

Hanno dimostrato il vuoto pneumatico. L’umorismo su di loro non fa più scattare i difensori. Quando ho postato «aggiungere Calfort a ogni lavaggio» per la Whirlpool nessuno ha protestato. Qualche giorno fa Santori ha detto che non riusciva a trovare un buco in agenda per incontrare Conte, poi s’è scoperto che stava a prepara’ il passo a due per la sfida di danza ad Amici.

Com’è riuscito a vedere un lato comico in Mattarella?

Con il romanesco si dà un tono terra terra a un personaggio ad alto contenuto istituzionale e si crea il corto circuito. Lo stesso succede con il Papa.

I grillini offrono più spunti di tutti?

Per il loro autodidattismo. I guai di Di Maio con l’inglese e la geografia sono noti. Ora che torna Di Battista ci sarà da lavorare.

Cos’ha visto in Osho, il santone?

Non sapevo neanche chi fosse. Cinque anni fa ho trovato che le sue «perle di saggezza» erano molto condivise su Facebook e mi è scattata l’idea di fargli pronunciare certe massime: «Quando c’hai sete l’acqua è la meglio cosa», oppure: «I pomodori ’n sanno più de niente». Lo declinavo come uno di noi.

Niente politica?

Poca. Il fatto che fosse neutrale gli dava forza. I followers incoraggiavano: «Nun te mischia’ con la politica…». Adesso sono impantanato, ma se non ci fossi entrato, prima o poi sarebbe finito.

Un santone orientale con il cinismo dei romani.

Altro corto circuito. La nostra parlata ha una vena che nessun dialetto ha, manco l’italiano. È quella della comicità cinematografica riconosciuta ovunque.

Con le foto dà il senso del fatto in tempo reale?

Cerco di cogliere l’espressione o la posa e creo la frase che corrisponde. È quello che facevano cinquant’anni fa i fotoromanzi come Grand Hotel.

Il terzo ingrediente è il gergo, le frasi fatte ricontestualizzate.

Le espressioni che sono depositate nel nostro codice linguistico tornano a galla con Osho e fanno scattare l’alert mentale.

È più facile prendere in giro «i migliori»?

È il meccanismo del re nudo. I 5 stelle si sono proposti come paladini anticasta e poi scopriamo che hanno i loro scheletri. Anche se bisogna riconoscere che la politica l’hanno un po’ moralizzata.

Dà soddisfazione sbeffeggiare chi tiene molto alla propria immagine?

Quando puoi infilzare quello che se la tira mostrando com’è in realtà è difficile risparmiarlo. Il picco è sbertucciare chi si pensa superiore.

I soloni del politicamente corretto?

È stato divertentissimo il periodo di Laura Boldrini con il suo linguaggio tassativamente al femminile. Un altro bel momento è stata la campagna contro Harvey Weinstein e le scoperte su Asia Argento. Poi Greta Thunberg, un’intoccabile alla quale facevo dire banalità meteorologiche. Anche se un certo accanimento non mi piaceva.

I social fomentano l’odio?

Hanno creato la guerra civile 2.0. Una volta certi discorsi si facevano al bar o tra amici. La possibilità di scrivere in forma anonima autorizza chiunque a insultare. È un meccanismo che ha creato dei mostri. Aveva ragione Umberto Eco quando disse che il Web aveva dato voce a tanti imbecilli.

Esempi?

La base militante dei 5 stelle non ammette critiche e reagisce sempre in modo scomposto. Il massimo si è avuto quando si sono alleati con il Pd che fino a quel momento era il partito di Bibbiano.

Poi c’è il gioco delle coppie, Massimo D’Alema che svezza Speranza.

Le coppie danno la possibilità di collegare fenomenologie distanti come quella della politica e quella dell’amore.

Salvini e Di Maio.

Salvini che telefonava a Di Maio rivelandogli di essere incinto ha spopolato.

Zingaretti e Renzi che litigano su tutto.

Il Pd è una miniera perché, pur essendo il partito dell’establishment, è anche il partito dei grandi litigi perché sta al governo e all’opposizione allo stesso tempo. Zingaretti non è facile perché dice cose da Miss Italia, la pace nel mondo… basta odio… Sembra una sardina cresciuta.

È più tenero con Giorgia Meloni e Salvini perché sono più veraci?

Salvini è bullizzato ogni giorno come Berlusconi una volta, perciò non mi viene voglia di attaccarlo. Far parlare la Meloni in romanesco sarebbe ridondante. Si può se ci sono in ballo le alleanze, perché per il resto si espone poco e mantiene una linea coerente.

Risparmia i volti noti della tv?

Le cazzate dei conduttori non hanno un’eco così vasta. Se i fatti non sono noti e si devono spiegare la battuta non arriva. A Sanremo Amadeus rincorreva Morgan che voleva andarsene a casa: «Quale casa?».

Mi rivela una sua passione privata?

Mi piace il Futurismo: leggo i saggi, vado alle mostre. Poi tifo Lazio e quindi qualcuno si sente autorizzato a darmi del nazista. In realtà, credo che nessuno si aspettasse una satira divertente che non fosse di sinistra. Ma ora cominciano ad apprezzarmi anche da quelle parti.

 

Panorama, 4 marzo 2020

«La gestione degli arbitri italiani è una monarchia?»

Buongiorno Robert Anthony Boggi. Qualche giorno fa è tornato a parlare dopo un lungo silenzio. Che cosa gliel’ha fatto rompere?

«La telefonata di un giornalista di un’emittente radiofonica napoletana che mi ha fatto delle domande».

Rispondendogli, ha scatenato un putiferio.

«E stento a spiegarmelo. Ho semplicemente detto che, se in passato c’è stata Calciopoli con 44 arbitri, è più facile che si ripeta con 20. Non era un’accusa o un sospetto. In tutte le categorie professionali ci possono essere persone che sbagliano. Non so niente degli arbitri in attività, la mia era una considerazione statistica: è più facile gestire o controllare 20 arbitri che 44. Una riflessione teorica».

Che però si situava in un contesto di tensioni tra le società e gli arbitri, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente della Fiorentina Rocco Commisso al termine della partita con la Juventus.

«Non entro nel merito, il presidente della Fiorentina risponde delle sue affermazioni. Un errore ci può essere. Però, realisticamente, i sospetti sulla Juventus mi sembrano esagerati. È talmente più forte, anche senza bisogno di favori, da aver vinto otto scudetti di fila. Gli arbitri sono persone egoiste: a loro interessa soprattutto far bella figura e far dire che hanno arbitrato bene, senza favoritismi. Sono più comprensibili le lamentele delle società di serie B, dove la Var non c’è».

Un altro arbitraggio contestato è stato quello di Milan Juventus di Coppa Italia.

«Ho trovato sbagliata la concessione del rigore alla Juventus. Con la vecchia regola non sarebbe mai stato concesso. Ma questo dipende dalle nuove norme introdotte dall’Ifab (International football association board ndr) più che dal singolo direttore di gara. Commettendo un grave errore, a mio avviso, è stata stabilita la punibilità del tocco di mano se il braccio è allargato dal corpo, anche prescindendo dalla volontarietà. Ma se un calciatore salta e corre, può succedere che le braccia non siano aderenti al busto. Infatti, oggi sono molto quotati i bravi difensori sprovvisti di braccia… Ci vuole il buon senso degli arbitri».

In alcuni casi c’è in altri no.

«E qui dovrebbe intervenire la Var. Bisogna mettere nel conto di poter sbagliare. Quando ti chiamano a rivedere l’azione devi andarci, altrimenti è giusto che le colpe ricadano sull’arbitro».

Nato a New York da madre americana, residente a Napoli, 65 anni, Robert Anthony Boggi è stato arbitro internazionale dal 1996 al 1999, prima di dimettersi nel 2000 causa disaccordo con il programma dei designatori Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto orientato al professionismo. Qualche anno dopo, nel 2006, si è dimesso da designatore di serie C per contrasti con l’allora presidente dell’Associazione italiana arbitri, Cesare Gussoni. Nel 2012 ha conteso a Marcello Nicchi la presidenza dell’Aia, uscendo sconfitto. Nella stagione successiva si è dimesso da osservatore arbitrale di serie A. Per le dichiarazioni contenute un’intervista radiofonica è stato querelato dall’Aia. «E non ne ho capito il motivo. Su Calciopoli mi pare di aver chiarito, tutte le altre affermazioni le avevo già fatte all’assemblea per l’elezione alla presidenza dell’associazione del 2012».

È un tipo fumantino o dalle dimissioni facili?

«Per come la penso io sono un atto di forza, la prova che si è liberi fino in fondo. Nella lettera di dimissioni da arbitro del 2000 avevo già detto tutto. Calciopoli era già intuibile: non volevo mettere a repentaglio la mia vita né cedere a compromessi».

Che tipo di compromessi?

«Se qualcuno che sta sopra vuol promuovere dalla serie C alla B un arbitro a scapito di un altro che a me sembra più meritevole non mi resta che dimettermi. Ebbi la conferma che ero nel giusto quando, dopo che Pierluigi Collina lo vide, quel direttore di gara non arbitrò più, mentre il mio candidato fece per molti anni l’assistente di linea internazionale e avrebbe potuto farlo anche da arbitro».

Venivano promossi arbitri per ragioni diverse dal merito?

«Dopo la prima ondata di Calciopoli, hanno riportato in auge la loro mentalità che non era meritocratica».

Lei dice che Calciopoli si poteva vedere. Da che cosa?

«Con Bergamo e Pairetto i direttori di gara dovevano andare tutti i giovedì a rapporto a Firenze. Ho fatto due più due e non sbagliavo. Perché devi controllare così tanto le persone se non per plagiarli? L’ho scritto nella mia lettera di dimissioni due anni prima che tutti se ne accorgessero».

Perché era contrario al professionismo degli arbitri?

«Non è che fossi contrario, volevo sapere chi mi avrebbe pagato. Un conto è essere un dipendente della Federazione italiana gioco calcio, un altro esserlo della Lega delle società che sono una parte, per quanto importante. Non puoi prendere lo stipendio da chi devi controllare in campo. Non so se adesso sia ancora così».

I professionisti sono potenzialmente più ricattabili?

«Quando si finisce di arbitrare a 44 45 anni ci si deve inventare un nuovo mestiere. Improvvisamente, si passa da 200.000 euro l’anno a niente. Quando ho iniziato io se non avevi un mestiere non ti facevano arbitrare. Fra uno che non lavora e uno che lavora preferisco sempre il secondo che il lunedì mattina deve spendere la sua faccia in ufficio o in azienda».

Che cosa pensa di Net Insurance sponsor dell’Aia?

«Non vedo cosa ci sia di male, avranno preso tutte le precauzioni del mondo».

Tra i soci c’è Ubi Banca che ha collocato in Borsa i titoli della Juventus per l’acquisto di Cristiano Ronaldo.

«Al massimo può essere una questione di opportunità, ma è difficile che in questi fondi non ci sia una piccola percentuale legata a qualche società. Credo abbiano fatto tutte le verifiche, altrimenti sarebbero degli ingenui. Anche perché queste decisioni vengono vagliate dalla federazione».

Come si è arrivati al fatto che solo 20 arbitri dirigono la serie A?

«È stata una scelta, quando si è deciso di dividerla dalla B. Ai miei tempi i giovani stavano con i più esperti e imparavano da loro. Siamo cresciuti con Rosario Lo Bello, Luigi Agnolin, Paolo Casarin… C’erano molti più arbitri e il peso della responsabilità era distribuito».

Gli arbitri di adesso sono migliori o peggiori rispetto ai suoi tempi?

«Atleticamente sono più forti oggi. Però credo si divertano poco, li vedo tesi, impauriti. Arbitrare dovrebbe essere un piacere, hanno anche la fortuna di avere l’aiuto della macchina…».

Che però considerano un nemico.

«Invece dovrebbe essere un amico. Quello che conta è arrivare alla verità non come ci si arriva. La Var è un aiuto a fare la cosa giusta. Se hai il dubbio su un rigore te lo togli subito».

S’influenzano partite e campionati con le ammonizioni date o no, le espulsioni date o no, i falli fischiati o no…

«Quando arbitravo, la mattina della partita non leggevo mai le formazioni delle squadre. Andavo in campo senza sapere chi era diffidato e chi no, per essere più libero di testa. Credo facciano così anche i miei colleghi di oggi».

Ammonire un giocatore della Juventus è più difficile che ammonire un giocatore del Brescia?

«È più facile ammonire chi deve essere ammonito. Di me dicevano che odiavo Paolo Montero. Una volta a Cagliari, alla sesta volta che lo cacciavo, mi scusai. Ma lui mi disse: <Non ti devi scusare di niente, stai facendo il tuo mestiere>».

La Var è riuscita a rasserenare le tifoserie?

«Un po’ sì, anche se bisogna precisare le regole sul fallo di mano. Sul gol non gol e sul fuorigioco ora c’è certezza. Dev’essere ridotto il tempo di valutazione, ma ci si arriverà. Io seguo il calcio inglese più di quello italiano, con l’eccezione dell’Atalanta. In Premiere, se un giocatore subisce un fallo non fa scene o proteste inutili. Il ricorso alla Var è ridotto e lo stesso arbitro è accettato come un <male necessario>».

Concorda con la proposta di concedere uno o due challenge a partita a ogni allenatore?

«Certo, se hai un dubbio ti metti l’animo in pace. Non rimane il tarlo di aver perso per un episodio mal valutato. La concederei non solo in area, anche per i casi di ammonizione o espulsione».

A cosa si deve il fatto che l’Italia abbia un solo arbitro tra i top mentre ci sono tre spagnoli, tre inglesi, due francesi, olandesi?

«Avranno dirigenze arbitrali più lungimiranti».

Il torinese Roberto Rosetti, presidente degli arbitri Uefa, non è riuscito a inserire anche Gianluca Rocchi.

«Mi pare che sia all’ultimo anno».

C’è un contenzioso con l’Ajax per l’arbitraggio contro il Chelsea.

«Sì, ma non ho visto la partita. Anche Daniele Orsato è all’ultimo anno. Il fatto più preoccupante è che, a differenza di quando ne avevamo tre o quattro, ai prossimi Mondiali rischiamo di non avere neanche un direttore di gara italiano. Non credo che siano diventati di colpo scarsi, ma più probabilmente che ci sia una programmazione sbagliata».

Nicchi si candiderà alla presidenza dell’Aia per la quarta volta?

«Credo di sì. Da quanto ho capito all’ultima riunione dei presidenti delle sezioni arbitrali è stato cambiato il regolamento per cui ora si può essere eletti anche per il quarto mandato. Una volta era vietato il terzo. Il cambiamento è stato approvato all’unanimità, per alzata di mano. Nicchi è un fuoriclasse: in un Paese in cui ci si divide in modo bizantino su tutto, è riuscito ad avere il consenso unanime di quasi 200 persone».

Cosa non la convince?

«I troppi mandati e i pochi arbitri di serie A. Ci vuole ricambio a tutti i livelli, tanto più in un settore come questo. Concentrare il potere a lungo sulla stessa persona non è prudente. Bisogna favorire l’avvento dei quarantenni».

Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha chiesto meno arroganza ai direttori di gara: è una figura in grado di correggere gli eccessi?

«Il presidente della Figc è un amante del calcio che cerca di trovare la quadratura nell’interesse dello sport. Spero basti. Mettersi contro un’associazione dove c’è unanimità non dev’esser facile neanche per lui».

 

La Verità, 23 febbraio 2020