«Franceschini latita e io finirò in galera»

Luca Barbareschi è nel camerino del teatro Eliseo dove, tra poco, andrà in scena con Il cielo sopra il letto, diretto e recitato da sé medesimo e con Lucrezia Lante della Rovere. Sempre tra poco, ad aprile, l’Eliseo potrebbe chiudere a causa dell’indagine per traffico di influenze disposta dalla Procura della Repubblica di Roma. Secondo l’accusa, in occasione della finanziaria del 2017 sarebbero state esercitate pressioni illecite per far arrivare al teatro 4 milioni di euro. Barbareschi si sarebbe rivolto a Luigi Tivelli compensandolo con 70.000 euro per la sua attività: «Mi sono affidato a un lobbista per sollecitare il Parlamento a fare una legge sulla cultura. È reato?», si difende lui. Ora, dopo l’avviso di garanzia, per rispetto del pubblico, degli abbonati e degli artisti, il proprietario e direttore artistico dell’Eliseo garantirà il completamento della stagione, nella quale, alla fine, avranno recitato attori come Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Anna Bonaiuto, Glauco Mauri, Elena Sofia Ricci, Alessandro Haber, Lunetta Savino, Renato Carpentieri, Silvia d’Amico, Ivano Marescotti… L’Eliseo, comunque, è più di questo, operando nella produzione teatrale, della fiction televisiva e del cinema (tra gli ultimi film, L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia).

Lei, Barbareschi, invece quando andrà in galera?

«Presto, se le accuse saranno confermate».

Che cosa le contestano?

«Il reato di traffico di influenze».

Che sarebbe?

«Il tentativo di convincere i politici a sostenere, tramite apposite leggi che stanzino fondi per la cultura, le attività dei teatri e degli enti lirici. Se indagano me dovrebbero indagare tutti i sovrintendenti italiani. Perché, dai dirigenti della Biennale di Venezia a quelli della Scala fino a quelli dei teatri più piccoli, tutti trascorriamo le nostre giornate per sensibilizzare i politici alle necessità dei nostri enti».

Gli altri sovrintendenti forse non pagano un lobbista per fare una legge che finanzi il loro teatro.

«Peccato, dovrebbero farlo. Ho pagato una società che si chiama Reti e ha come sua attività seguire le procedure legislative alla Camera e al Senato. Per fortuna l’ho fatto perché questo prova che c’è totale trasparenza. Chi ha verificato ha constatato che non c’è stato nessun passaggio di denaro tra me e il povero Tivelli o altri funzionari statali. Ma l’attività di lobbying è necessaria perché non posso trascorrere le mie giornate in Parlamento».

A cosa serve?

«Come ho detto, a sensibilizzare le istituzioni a finanziare teatri e fondazioni. È la politica a decidere, sono i parlamentari nella loro sovranità a legiferare. Anche in queste settimane bastava un emendamento nella legge di bilancio che viene controfirmata dal presidente della Repubblica. L’obiettivo è stabilire una regola aurea per il Fus (Fondo unico per lo spettacolo ndr) che, in base alle produzioni e allo sbigliettamento, stabilisca l’entità del sostegno».

Che cosa ostacola questo processo?

«Non lo chieda a me. Avevo suggerito un testo che poteva andare bene per tutti gli enti. Sarebbe stato presentato al Senato da uno schieramento trasversale composto da esponenti del Pd, di Forza Italia e Fratelli d’Italia e con l’appoggio della Lega».

Invece?

«Il giorno stesso in cui doveva essere votato mi è arrivato l’avviso di garanzia».

Perché è indispensabile una legge?

«Perché oggi i finanziamenti vengono distribuiti a macchia di leopardo. Chi ha buoni rapporti con il ministro competente, il sindaco o l’assessore ottiene il denaro, chi è nuovo e non li conosce non becca nulla».

Lei non è nuovo né privo di conoscenze, non sarà un perseguitato.

«Chissà. La invito a leggere la lista dei finanziamenti degli altri Tric (Teatri di rilevante interesse culturale ndr) per il 2018».

Lista (non completa) dei finanziamenti del Fus sommati a quelli degli enti territoriali. Teatro Biondo di Palermo: euro 5.256.620; Fondazione teatro Bellini di Napoli: euro 1.877.490; Fondazione teatro Due di Parma: 1.792.499; teatro dell’Elfo di Milano: euro 1.758.689; teatro Franco Parenti di Milano: euro 1.720.635; teatro di Bari: euro 1.347.872; Teatro Eliseo di Roma: euro 810.181.

Magari gli enti locali delle altre città sono più prodighi del comune di Roma.

«L’Eliseo è all’ultimo posto anche nella classifica dei finanziamenti ministeriali».

È meno attivo?

«Vuole scherzare? La nostra attività è superiore sia per numero di eventi che per qualità e trasversalità della proposta».

Vuol dire che è un trattamento ad personam contro di lei?

«Sicuramente sono una figura scomoda. Nessuno mi dava la direzione artistica di nulla. Alla fine, nel 2014 ho acquistato questo teatro per 5,6 milioni e l’ho fatto ristrutturare spendendone altri 7. Bene: da quell’anno i finanziamenti del Fus sono crollati da 1,3 milioni al mezzo milione attuale. E questo mentre si preparavano le celebrazioni del centenario, commemorate anche da un francobollo del ministero dell’Economia e delle finanze con la dicitura “Patrimonio artistico e culturale italiano”. Sa come si chiama questo comportamento?».

Dica.

«Callosotomia sociale, è una definizione dello scienziato Andrea Moro. La callosotomia è un’operazione chirurgica nella cura dell’epilessia di separazione dei due emisferi cerebrali. Nella persona che la subisce l’emisfero destro e quello sinistro non comunicano, rendendo per esempio impossibile ritrovare con la mano destra un oggetto toccato con la mano sinistra».

Ma nel 2014 Dario Franceschini, lo stesso ministro di oggi, si era dimostrato sensibile alla riapertura del teatro?

«Certo. Aveva condiviso l’idea del rilancio dopo il fallimento della precedente gestione e si era esposto per garantire le finalità artistiche dell’Eliseo».

E adesso?

«Non risponde agli appelli dei lavoratori che gli scrivono per evitare la chiusura e la perdita del posto di lavoro. E non rispondono al telefono nemmeno il suo capo di gabinetto, Lorenzo Casini, e il segretario generale, Salvo Nastasi».

Che cosa dovrebbe fare Franceschini?

«Sarebbe bastato che avesse dato l’ok all’emendamento del Def che prevedeva un aumento di soldi per tutti i Tric italiani, non solo il mio».

Ho letto un suo messaggio in cui parla di antisemitismo e pronuncia il «J’accuse» di Émile Zola durante il caso Dreyfus. Eccesso di vittimismo?

«È chiaro che sono provocazioni. Ma c’è sconforto. In questo Paese chi lavora fuori dagli schieramenti prestabiliti non viene accettato. Se a dirigere l’Eliseo ci fossero Emma Dante o Mario Martone stia sicuro che non lo lascerebbero chiudere».

È rassegnato?

«Mai nella vita. Sto cercando di sensibilizzare in tutti i modi l’opinione pubblica. La cosa più deprimente è il silenzio di tanti colleghi che recitano all’Eliseo o nelle fiction e nei film che produco, che non dicono una parola. Anche a Venezia lo spettacolo è stato deprimente. Quando Lucrecia Martel, presidente della giuria, ha attaccato il film di Polanski tutti si sono nascosti, salvo poi precipitarsi per i selfie al momento della consegna del Leone».

Diceva che non si rassegna.

«Sono pronto a sfidare chiunque in un dibattito televisivo su come possano funzionare teatri ed enti culturali in Italia. Sono pronto a raccontare tutto, a partire dai trattamenti di favore di cui godono altri istituti più allineati del mio. Ma sono sicuro che non si presenterebbe nessuno. Finora mi hanno ospitato Massimo Giletti a La7 e Silvia Toffanin a Canale 5, mentre la Rai mi ha cancellato da tutte le trasmissioni come fossi un appestato».

Lista delle ospitate disdette in programmi Rai per la promozione di Il cielo sopra il letto dopo l’arrivo dell’avviso di garanzia: Vieni da me, Rai 1 (3 dicembre); La vita in diretta, Rai 1 (9 dicembre); Chi è di scena, Rai 3 (10 dicembre); Telethon, Rai 1 (14 dicembre); Tg3 Linea notte, Rai 3 (18 dicembre); Caffè Unomattina, Rai 1 (21 dicembre).

Senza o quasi televisione come pensa di sensibilizzare l’opinione pubblica?

«Ho fatto pubblicare una petizione su Change.org intitolata “Lasciate vivere il teatro Eliseo” che in pochissimi giorni ha già superato 1700 firme. La invito a leggere la lista di artisti, registi e scrittori che hanno sottoscritto l’appello».

Lista dei firmatari internazionali dell’appello: David Mamet, Roman Polanski, David Hare, Abraham Yehoshua, Radu Mihaileanu, Emir Kusturica.

Ultima domanda, Barbareschi: chiuderà l’Eliseo?

«Se non succede qualcosa temo di sì. Non possono costringermi a tenere aperto un Teatro di rilevante interesse culturale senza darmi i fondi per farlo. Chiederò il cambio di destinazione d’uso e ne farò un centro congressi o dei ristoranti».

Un delitto.

«Penso alla storia di questo teatro, alle persone che ci sono passate, da Igor Stravinski a Giorgio De Chirico, da Vittorio Gassman a Luchino Visconti a Eduardo de Filippo, alla nascita de Il mondo di Mario Pannunzio e alle lettere di Silvio D’Amico a Giulio Andreotti. È un patrimonio culturale e artistico come dice quel francobollo. Anche il Valle, un altro teatro romano, ha chiuso definitivamente dopo essere stato occupato per anni dagli attori impegnati contro i governi Berlusconi con il plauso dei giornali militanti da Repubblica in giù. Ma ha chiuso dopo semplici proteste improduttive. Io ho continuato a lavorare e proporre, senza accusare nessuno. Adesso però sono indagato e accuso le istituzioni. Perché far chiudere i teatri è un crimine culturale. Il punto d’arrivo finale di questi metodi sono le dittature comandate dalle magistrature che bruciano i libri».

 

La Verità, 24 dicembre 2019

«Quell’accento sul mio nome è introvabile»

Piero un po’ mi rovina la carriera. Sa com’è… “Ah, lei è la mamma di Chiambretti…”, e addio poesia. Insomma, la mamma prevale sulla poetessa e la prosa sulla poesia. Devo rassegnarmi». Ci riesce?

«Devo farlo: lui è anche il mio editore», scherza ma non troppo la signora Felicita Chiambretti, alla quinta raccolta di poesie appena approdata in libreria. Si intitolano Farfalle di verso, con la numerazione successiva dei volumi. Libriccini raffinati, poesie brevi, un po’ ermetiche. Elegante poetessa, la mamma di Chiambretti è una signora pronta alla battuta ma fiera della propria indipendenza. Mi riceve nella sua casa di Torino, dove vive in compagnia di una festosa Chihuahua, di nome Minni.

Il suo nome, signora, invece da dove viene?

«Ce l’aveva una mia zia, sorella di mio padre».

Chi erano i suoi genitori?

«Mia mamma si chiamava Natalina e faceva l’infermiera. Mio padre, Giovanni, lavorava nell’industria meccanica».

Sorelle, fratelli?

«Due sorelle, una è ancora viva. Ero la primogenita».

Felicita era un augurio senza l’accento?

«A volte mi chiamavano Feli, però io insistevo per il nome completo, perché annuncia qualcosa che va oltre».

Com’era il rapporto con i suoi genitori?

«Non andavamo d’accordo. M’incolpavano sempre di qualcosa, ero convinta che non mi amassero».

Addirittura.

«Sì, quest’idea si è radicata in me fino a determinare una rottura».

Il rapporto si è ricomposto quando è diventata adulta?

«Non proprio. Fino a quasi 20 anni ho vissuto ad Asmara, poi sono venuta in Italia. Loro sono rimasti lì, con le mie sorelle».

Fino a vent’anni sempre con loro?

«In prima media ho voluto andare in collegio perché non stavo bene. Erano poco affettuosi, non ricordo che mi prendessero in braccio o mi premiassero per qualche buona azione. Dalle suore mi trovavo bene, anche loro erano severe, però il giusto».

Che suore erano?

«Comboniane, la casa madre è a san Pietro in Cariano, vicino a Verona, ogni tanto ci andavo a trovare suor Giandomenica».

Anche da loro ha deciso di staccarsi?

«Sono venuta in Italia da sola, a 19 anni. Ero incinta. Mi hanno mandato qui e io ci sono venuta volentieri. Sono andata ad Aosta, dalla nonna materna che viveva con la zia».

Che lavoro faceva?

«Ero segretaria all’Alleanza assicurazioni a Moncalieri. Prima giravo le filiali, poi mi sono stabilita a Torino».

Com’è cresciuto Piero?

«Viveva con me. Stavamo bene insieme. Quando è morta la zia, la nonna è venuta con noi e si prendeva cura di lui. Per me era tutto, anch’io ero una mamma severa».

Che figlio era?

«Era andato a Londra, poi sulle navi da crociera teneva degli spettacoli. Aveva fatto il Dams a Bologna, non era certo studioso. Diceva che la sua mente anticipava quello che stava per dire il professore. Era indisciplinato, con quell’ironia che ha anche adesso nel suo lavoro».

Quando ha scoperto la poesia?

«Già da giovane leggevo gli scrittori inglesi del Settecento, mi piaceva molto John Keats. Poi mi sono avvicinata agli americani del Novecento».

Tra gli italiani?

«Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo di Ed è subito sera».

Quando ha ha iniziato a scrivere?

«Quando sono andata in pensione non potevo restarmene inattiva. Ho pensato di riprendere la poesia, di studiarla… Scrivo perché mi leggano, ma è soprattutto una catarsi personale, per quello che tiro fuori da me stessa. Adesso ci aiuta anche l’editore Franco Cesati di Firenze. Il guadagno non è per me, ma per gli ospedali e le onlus. Quelli che hanno letto i miei libri, anche i critici, dicono che sono molto belli».

La destinazione dei fondi la decide prima o dopo aver composto le sue liriche?

«La decido alla fine. Mi faccio consigliare da persone di cui mi fido. Ho aiutato la ricerca sul cancro e dei centri ospedalieri».

Chi è Antonello cui dedica questo quinto volume?

«Un carissimo amico, un filosofo, figlio di Tony De Vita. Ci siamo conosciuti a dei corsi di buddismo, ha scritto tutte le prefazioni».

Dell’ultima ho capito quasi niente.

«È un professore di lettere molto bravo».

Un filo astratto?

«Ha una mente libera. Quest’ultimo libro è più difficile e più introspettivo degli altri. Riflette il periodo complicato dal quale sono uscita, un anno di malattia, a letto, quasi senza mangiare».

Ha sofferto di depressione?

«No, è cominciato tutto una sera che sono andata alla trasmissione di Piero. Ricordo che c’era ospite Fabrizio Corona. Mi sono sentita male, forse è stata un’ischemia… un embolo mi ha fatto perdere anche l’udito da un orecchio».

Perché non mangiava più?

«Non avevo fame, soffrivo allo stomaco. Mangiavo un po’ di mandorle, anche bere bevevo poco. Mi sono fatta visitare da un oncologo… Invece, il cardiologo mi ha rimproverato perché non l’ho consultato, ha detto che mi avrebbe fatto delle flebo, ma io non volevo che mi portassero in ospedale. Stavo sempre a letto».

Poi che cos’è successo?

«Non so. Abbiamo seguito una terapia omeopatica a base di erbe, niente di chimico. Poco alla volta ho ripreso a mangiare e ho cominciato a stare meglio».

Le poesie risentono di questa esperienza? Nella dedica a De Vita scrive che è giunta con lui «ad amar l’oscurità».

«Lui è più saturnino io sono più solare. Queste poesie sono difficili anche a livello filosofico e religioso. È stata un’esperienza drammatica, non amavo più nessuno, sentivo la morte vicina. Ancora adesso non sto bene del tutto, porto un pacemaker, ho problemi alla spina dorsale. Ma mi sento protetta dall’alto…».

In che modo?

«Credo in qualcosa che è oltre noi. Una realtà trascendente, non mi chieda se è il Dio cristiano, musulmano o ebraico. Ho avuto una vita strana, in questi mesi ho pensato tanto alla morte. Volevo andare sottoterra, ma ora ho deciso che mi farò cremare».

In «Misteriosamente me stessa» scrive di non avere certezze di chi sia veramente e accenna a «fiocchi di neve» intravisti nella camera oscura.

«Sono risonanze interiori, sentimenti ancestrali. Dopo una malattia così, tante convinzioni si sono smarrite. È come se l’anima si fosse svuotata. Incombe la paura».

In un’altra poesia parla di un passato incompatibile rispetto al presente segnato da «abiure di amici dal cuore ingannevole». Ha avuto delusioni da persone care?

«Ho allontanato tante persone che trovavo ingannevoli. Mi parlavano in un modo e si comportavano in un altro. Non sono una che si autocommisera. Anche quando io e il padre di Piero ci siamo lasciati non ho pianto. È che non accetto le ipocrisie. Vedevo persone non trasparenti, così mi sono tolta il sovrappeso».

Un’altra citazione: «Non riesco a spiegarmi per quale motivo il fuoco sia più potente dello spirito che si è dichiarato onnipotente».

«Il fuoco è l’inferno che è più potente dello spirito».

Vince l’inferno?

«Magari in me. C’è un senso di disperazione, la paura della fine. Lo scrive anche De Vita nella prefazione: “Come ogni realtà terminale acquista coscienza quando un decorso arriva alla fine”».

Sono poesie percorse dalla disillusione?

«È un libro che rispecchia un momento triste. Non sono tutte pessimiste anche se c’è sempre una vena di malinconia».

Quando scrive?

«Di notte, anche fino alle 5. Poi vado a dormire».

Che cosa le dà il buddismo?

«Dice che la sofferenza dev’essere eliminata. Mi aiuta a non attaccarmi ai desideri e ai beni materiali, al denaro. Perché si può perdere tutto».

Quando Piero iniziò ad aver successo e lei lo mise in guardia dicendo che il padre avrebbe potuto farsi vivo, lui come le rispose?

«Disse: “Io non conosco nessuno, ho una madre che mi ha fatto anche da padre”».

Il padre era ad Asmara?

«Sì. Lavorava all’università Cattolica. Non si è più fatto vivo, ma nemmeno io con lui».

Che cosa le piace di più dei programmi di suo figlio?

«Piero è un professionista. So quanto si impegna e quanto ci mette, anche a casa lavora, scrive. Se uno dà uno sguardo ai palinsesti, scappa. Io guardo solo Piero. Mi piace molto lo studio, la scenografia mobile. Oggi è peggiorato tutto, è scaduta anche la lingua italiana, l’informatica uniforma tutto».

E cosa le piace di meno?

«Qualche volta scappa la parolina, ma non è così grave. È l’insieme che conta. Piero è un professionista, potrebbe insegnare tv».

Fra tutti i suoi programmi qual è il suo preferito?

«Il Laureato mi piaceva molto, quando faceva le interviste… E anche Markette».

Da donna indipendente che cosa pensa del femminismo?

«Per alcune battaglie è stato importante. Abbiamo vissuto sempre sotto il potere dell’uomo e ancora adesso non abbiamo ottenuto la piena parità nelle professioni e negli stipendi».

Condivide tutte le azioni delle donne?

«Salvo quando eccedono e diventano maschi. Gli eccessi non vanno mai bene. Oggi non ci sono più le femministe, sostituite da tutte quelle sigle complicate che neanche si capiscono. Le donne devono conquistare ancora degli spazi, ma ci vuole equilibrio, altrimenti si rischia di peggiorare».

Che cosa le suscita il Natale?

«Una certa malinconia. Per me si fa troppa festa, il consumismo rischia di cancellare il senso del sacro dalla nostra vita. Lo dico da credente non praticante».

Perché malinconia?

«Al pensiero che ci sono tante persone anziane come me, sole».

Mentre lei è fortunata e devolve l’incasso dei libri a chi ha più bisogno.

«Certo, ma si vorrebbe fare di più».

Con chi lo trascorre il Natale?

«Con Piero, la nipotina, mia sorella e sua figlia. Poche persone, ci scambiamo i regali. Pranziamo insieme, quasi sempre a casa di Piero».

Prepara lui il pranzo?

«Piero? A malapena sa farsi il caffè, è sempre vissuto in giro. A volte andiamo in uno dei suoi ristoranti…».

Una volta Piero mi ha detto che la felicità è un’idea inventata dalla Chiesa, concorda?

«Io dico che non esiste, non esiste in questo mondo».

È difficile aggiungere l’accento al suo nome?

«Non c’è e non ci può essere. Mi basta Felicita».

 

La Verità, 22 dicembre 2019

«Noi siamo romantici, ma Instagram ci inganna»

Confortevole e conformista, ma con un grande avvenire davanti. Però non è chiaro se dobbiamo rallegrarcene o no: perché il più attraente dei social, il più cool, nel verbo dei suoi adepti, oltre un miliardo, un po’ ci ruba l’anima. Ci seduce e banalizza, ma anche ci educa. E quindi difficile emettere una sentenza univoca. Lasciando perdere Tik Tok, prateria per adolescenti, Instagram è l’avanguardia, la frontiera del meglio, il club delle élite. A svelarne tutti i segreti è da poco in libreria Instagram al tramonto (La nave di Teseo), ultimo saggio di Paolo Landi, autorevole advisor di comunicazione che ha lavorato a lungo per Benetton e oggi cura l’immagine di Bologna fiere, Ovs e numerosi altri marchi. Nel 2006 il suo Volevo dirti che è lei che guarda te – La televisione spiegata a un bambino, pubblicato da Bompiani con prefazione di Beppe Grillo, preconizzava il declino della vecchia tv. Ora questo Instagram al tramonto è talmente anticipatore da risultare controintuitivo.

Quando l’ho visto in libreria mi ci sono tuffato.

«Pensi che il titolo originario era Instagram spiegato alla Ferragni».

Non male neanche questo.

«Già, ma avrebbe potuto risultare presuntuoso».

Perché Instagram al tramonto?

«È un titolo volutamente ambiguo. All’imbrunire, mentre si torna dal lavoro o si è da poco arrivati a casa, Instagram registra il picco di like perché tutti fotografano tramonti».

Il picco deriva dall’orario o dal soggetto?

«Le due cose coincidono. Al tramonto si postano suggestive foto di tramonti. A quell’ora Instagram è molto frequentato».

Instagrammer romantici?

«Molto, si direbbe».

Come Volevo dirti che è lei che guarda te anche questo saggio smonta la nostra illusione di essere protagonisti mentre siamo manovrati, orientati, addomesticati?

«Crediamo di usare un mezzo liberamente e invece ne siamo usati. Nel libro del 2006 intuivo che la televisione sarebbe stata superata da altri media. Instagram ha futuro, anche se potrebbero esserci evoluzioni e mutamenti».

Niente tramonto, quindi?

«Mi sembra presto, siamo ancora nella fase ascendente. Pochi anni fa Avatar, un film su Second life, fece il record d’incassi e sembrava che tutti dovessimo avere un alter ego virtuale. Oggi chi parla più di avatar? Credo che con Instagram dovremo fare i conti ancora per un po’».

Che vantaggio ne trarremo?

«Lo capiremo meglio più avanti. A un certo punto al cervello umano non son più bastate la scrittura e la televisione, la letteratura e il cinema, e ha ideato un modo di comunicare più veloce e istantaneo. Mi chiedo che cosa cerchiamo con queste innovazioni? Come le altre invenzioni hanno migliorato la nostra vita, spero che anche i social la migliorino».

Instagram sta per?

«Fonde i concetti di instant camera e telegram: un’immagine veloce pubblicata sul momento».

Il social dell’attimo fuggente?

«Il primato dell’istante».

Senza memoria?

«La sua forza è l’immagine usa e getta. Quando arriva un post nuovo quello precedente non si guarda più. Dopo 24 ore le storie si cancellano».

Niente archivio?

«Non si ritrova nulla. L’altro giorno avevo letto una frase che diceva… Un attimo che la cerco… L’avevo vista proprio su Instagram e adesso – a proposito di archivio inesistente – non riesco a ritrovarla. Eccola su Google: “Non dialogare mai con un idiota perché ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”. È Instagram».

Si dice «siamo» e non stiamo su Instagram o su Twitter: i social ci fanno essere e se non ci sei non sei?

«Ci costringono a essere qualcuno e ad avere un’identità».

Non esistono la contraddizione e il contrasto: in tempi in cui si parla molto di odio e di haters è un fatto positivo?

«Direi di sì, è un social borghese. Non mi pare che gli haters aiutino a illuminare il dibattito politico o sociale».

Invece Instagram è educato?

«Più di Twitter certamente. Anche se alcuni profili cattolici attirano odiatori e i commenti sono pieni di bestemmie».

Con il cristianesimo perde il suo aplomb?

«È un fenomeno strano. Sui profili dei testimoni di Geova o del Dalai Lama non è così. Solo la religione cattolica attira aggressività e blasfemia. È difficile capire le cause, il cattolicesimo innesca la bestemmia, che invece non esiste nelle religiosità orientali».

Perché sono più di moda?

«Le star di Hollywood non le vedo a recitare il rosario, mentre partecipano ai riti buddhisti tibetani. Forse è anche una forma di provincialismo, non so cosa c’entriamo noi italiani con il Dalai Lama».

Cosa vuol dire che Instagram «rende metafisica l’economia, la spiritualizza»?

«Per esempio omologa tutte le professioni. Un parrucchiere, un dogsitter, un avvocato, un blogger e un promotore finanziario sono tutti sullo stesso piano. Se il lavoro perde potere di distinzione siamo in un sistema economico diverso da quello vissuto finora. Il lavoro è dematerializzato».

Un social del superfluo?

«Tutto scorre in superficie, rapporti umani compresi. Ma la visione che dai di te stesso non è veritiera».

Non è troppo definire l’economia digitale la rivoluzione industriale del XXI secolo?

«Siamo ancora in una stagione pionieristica, non sappiamo bene cosa ci aspetta. Convivono le generazioni che hanno assistito al cambiamento e i nativi digitali. Possiamo intuire che il lavoro cambierà e cambierà anche il rapporto con i beni di consumo, dei quali ci si può appropriare molto facilmente. Se ti piace un abito, vai sul profilo di un influencer e lo compri pagandolo con lo smartphone, senza bisogno di strisciare la carta di credito».

Gli influencer cambiano il concetto di tempo, di prestazione d’opera e di competenza?

«Mentre tutti giocavano con i like, loro hanno capito che potevano fare i soldi, Chiara Ferragni per prima. Le modelle andavano nello studio fotografico, si vestivano, si truccavano, destinavano il loro tempo a quell’occupazione. L’influencer è insieme pienamente ozioso e pienamente occupato. È sé stesso quando si veste, viaggia, sorseggia un vino, indossa un orologio. La competenza non è richiesta, forse è utile un po’ di gusto. Anzi, molti non hanno nemmeno quello, cosa c’è di più opinabile del gusto?».

Dietro l’apparenza patinata si nasconde l’ipermercato di un capitalismo più sfumato e invasivo?

«È un ipermercato che vende merci ed emozioni insieme. Se clicchi su un bel tramonto spunta il resort dal quale goderselo, se clicchi sul sorriso di un bambino ecco il più soffice dei pannolini. Instagram fonde emozioni e merci e le vende insieme».

Anche gli spot lo fanno.

«Con gli spot guardi, ma non partecipi. Persuasione e acquisto sono due atti distinti. Su Instagram clicchi sul tramonto e compri subito la vacanza».

Perché non è ancora stato conquistato dalla politica?

«Perché non è adatto. La politica viaggia su Twitter perché richiede sarcasmo, intuitività, vis polemica. Instagram è soprattutto immagine e l’immagine dei politici non è così accattivante».

Riflettendo sui social, finora si è parlato di narcisismo ed esibizionismo. Perché lei insiste sullo snobismo?

«Si mettono i like per entrare in un club che non ci appartiene. È un meccanismo di ascesa sociale, se sono un tifoso di calcio vorrei che Ronaldo mi mettesse il cuoricino. Invece, anche se accadesse, non sarebbe di certo lui a farlo, ma chi cura il suo profilo. Instagram mantiene distinte le classi sociali».

A forza di consumare continuamente, l’unica cosa che consumiamo è Instagram stesso?

«La sua grande raffinatezza è di essere un prodotto, un brand. Come la Playstation. Crediamo di goderci le foto dei nostri amici, invece in quel momento qualcuno ci profila e ci inserisce in un database».

È il social più conformista e omologante?

«Mentre ti illude di essere libero di postare le foto che ti piacciono ti uniforma. E finisci per postare le foto che postano tutti. Di sera i tramonti, in spiaggia i piedi, quando ci si fa i selfie le linguacce. Instagram è un propulsore di conformismo».

L’ultimo dei 15 screenshot fotografati da Oliviero Toscani è il suo.

«Ci sono dentro in modo critico».

Pentito?

«No, ma medito di uscire».

Quindi è pentito?

«Se vivi nella contemporaneità devi usare ciò che la contemporaneità ti offre. Non demonizzo Instagram e non biasimo chi ama esserci, ma mi piace farne un uso consapevole. Mi chiedo chi sarà la nuova classe dirigente: la massa che sta lì a postare tramonti o qualcun altro? L’élite del futuro emergerà dagli Instagrammer o da qualche altra cosa che ancora non sappiamo? È un fenomeno massificante, ma finora tutti i media hanno favorito il progresso dalla specie umana».

Io continuo a diffidare, se ci si pensa un attimo prima di postare un’opinione o un sentimento alla fine non si posta. Le cose preziose restano fuori.

«Le cose che ritenevamo preziose, la pancia di tua moglie incinta, il neonato, sono corrotte dalle immagini che mettiamo su Instagram. Le custodivamo nel privato e ora sono schiaffate davanti a milioni di persone. Instagram appartiene al nostro tempo, ma non è obbligatorio».

Ce la faremo? O vincerà l’omologazione?

«È difficile capire come finirà. È come se Instagram ci educasse ad avere una dimestichezza digitale. Penso che alla fine ci sarà qualcuno che dirà che il gioco è finito e adesso fate quello che dovete fare, cioè comprare. Secondo me si arriverà a un sistema più raffinato di domanda e offerta dei bisogni. Indotti o meno».

 

La Verità, 15 dicembre 2019

 

«Spero che il Papa edifichi la Chiesa, prego per lui»

Antonio Socci fa tutti i giorni la spola da Siena a Perugia per andare alla Scuola di giornalismo della Rai che dirige dal 2004. Tre ore al giorno di macchina: come le impieghi e dove trovi il tempo per leggere i tomi che citi in Il dio Mercato, la Chiesa e l’Anticristo (Rizzoli)? «In macchina ascolto la radio, telefono, prego… Quanto ai libri, questo è un argomento che bazzico da parecchio». Da quando era ragazzo, si può dire. Fin dai tempi del Sabato, il settimanale dove entrambi abbiamo lavorato e al quale, nell’introduzione, riconosce l’intuizione illuminante di questa controversa epoca, sulla scorta di due pilastri della letteratura del Novecento: Il racconto dell’Anticristo del pensatore russo Vladimir Sergeevic Soloviev e il romanzo distopico Il padrone del mondo di Robert Benson. Era il 1988, il Muro di Berlino doveva ancora cadere e negli anni successivi, dopo esser divenuto un classico del movimento di Comunione e liberazione, il dialogo tra l’imperatore e lo starets Giovanni fu riproposto dal cardinale Giacomo Biffi negli esercizi spirituali alla Curia romana del 2007 e, in diverse occasioni, da Benedetto XVI. Il passaggio più significativo è nel faccia a faccia tra l’imperatore, un «messia del politicamente corretto», cui i rappresentanti delle religioni si sottomettono, e il mistico, testimone degli ultimi cristiani, che gli resiste. Al quale l’imperatore chiede, irritato: «Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare, che cosa avete di più caro nel cristianesimo?». La risposta, umile ma fiera, dello starets è un manifesto: «Grande sovrano, quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente la pienezza della divinità».

Socci è da alcuni anni un acceso critico del magistero di papa Francesco, perciò, accostandosi alla lettura di un saggio che ha l’Anticristo nel titolo c’è di che temere. Invece si conclude con l’invito a raccogliere l’esortazione di papa Francesco a pregare per lui.

Come mai?

«Perché lo chiede. E prego affinché si converta e si ponga sulla strada di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Finora sembra quasi volersi identificare con inquietanti figure bibliche. Vorrei che lo salvassimo da questa deriva».

È una conclusione che sorprende perché sei considerato uno degli antagonisti più intransigenti del magistero di papa Francesco. Qualcosa ti ha frenato?

«No. Ho scritto liberamente ciò che penso. Ma non mi riconosco nel ruolo di antagonista. Sono solo un giornalista. Ogni giorno da sei anni mi auguro di scoprire di avere torto. Faccio il tifo contro di me, ma purtroppo Bergoglio provvede da solo a confermare i miei timori. Da povero cristiano, con dolore, scrivo su questa situazione solo per dovere di coscienza. Mi costa. Preferirei continuare a pubblicare testi di apologetica come ho fatto per trent’anni».

Fino a un certo punto sembrava che la tua riflessione portasse a identificare Francesco con l’Anticristo.

«Nel suo libro L’Anticristo Joseph Roth scrive che l’Anticristo è in ognuno di noi. Ciò che si oppone a Cristo è anche in noi. Nell’Apocalisse si profetizza poi che questa opposizione al Redentore diventerà un giorno un sistema, un potere politico ed economico planetario. Il catechismo della Chiesa cattolica ci spiega che avrà un’ideologia anticristiana, ma mascherata da umanesimo. Sarà una “impostura religiosa”. È una filantropia che usa parole cristiane, ma in realtà espelle Cristo e pone l’uomo al posto di Dio. Chi ha autorità nella Chiesa deve fare come Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, non può essere supporto a questa impostura».

Oltre l’affermazione, condivisibile, temi che questo stia avvenendo?

«Sì».

L’Anticristo è un sistema economico, una nuova seducente religione basata su filosofie facilmente condivisibili o «un sorridente inquinatore» come dice Vittorio Messori?

«Ci sono tutte queste componenti. Solovev lo dipinge come “un messia del politicamente corretto”, perfino europeista ed ecologista. Anche Massimo Cacciari vede nella modernità un potere fortemente anticristiano. Quello che fa pensare è la divinizzazione del mercato. Sono formidabili le pagine di Walter Benjamin sul “Capitalismo come religione”. Nel libro riporto le riflessioni di Jacques Attali, di Giulio Sapelli e Giulio Tremonti, non tre pericolosi sovversivi, che descrivono lo strapotere del “mercatismo” che si mangia la democrazia, i popoli e gli Stati. Inoltre si associa ad esso il prometeico potere della tecnica che ormai minaccia l’umano fin nella sua essenza. Del resto per la prima volta nella storia l’uomo ha il potere, premendo un solo bottone, di distruggere il mondo e l’umanità. Se non è apocalittico questo…».

Papa Francesco è danneggiato dalla narrazione dei media che ne enfatizzano gli interventi organici alle filosofie umanitarie, mondialiste, ecologiste?

«No. Lui finora è stato così.».

Per esempio, sottolineano in chiave anti Salvini i pronunciamenti favorevoli all’accoglienza ai migranti.

«Ma papa Bergoglio ha fatto delle sue battaglie politiche il connotato del suo pontificato. Come ha detto Marcello Pera, in lui non senti il Vangelo, ma solo la politica. Del resto se i media mainstream che attaccavano i suoi predecessori ora applaudono lui acriticamente, vorrà pur dire qualcosa».

Ma tu all’inizio gli avevi fatto un’apertura di credito.

«Certo. Era doveroso. Ma sono bastati sei mesi per farmi ricredere. Anzitutto fu il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, una famiglia religiosa mirabile, piena di vocazioni, che viveva di ascesi, preghiera e povertà. Non essendo cattoprogressista era guardata male. Poco dopo, nell’ottobre 2013, arrivò la prima intervista a Eugenio Scalfari e a quel punto mi fu chiaro chi è Bergoglio».

Scalfari non ha l’abitudine di prendere appunti o di registrare, tanto che i contenuti di quelle conversazioni hanno collezionato smentite.

«Non sono state vere smentite, infatti quei colloqui sono stati ripubblicati dalla Libreria editrice vaticana, perciò… Se un giornalista attribuisce a un papa delle enormità e questo non smentisce categoricamente, fa ripubblicare quelle interviste e addirittura torna a farsi intervistare da lui che si deve pensare?».

Qualche giorno fa, ricevendo i membri del centro studi Rosario Livatino, Francesco ha condannato decisamente il ricorso all’eutanasia.

«Ogni tanto si allinea al magistero dei suoi predecessori. Ma capita molto sporadicamente e i suoi sostenitori e i media lo elogiano proprio per la discontinuità. Infatti piace a Repubblica invece che ai cattolici. I quali sono disorientati anche per le enormità pastorali che caratterizzano il suo pontificato. Del resto i fatti hanno dimostrato che cedere alla mentalità mondana non solo non porta alla fede i lontani, ma allontana anche i fedeli. Come già era accaduto in America latina dove si è consumato il colossale fallimento del cattoprogressismo che ha visto fuggire dalla Chiesa milioni e milioni di fedeli. Purtroppo nel 2013 un cattoprogressista argentino è stato messo a capo della Chiesa universale, così ora si replica quel fallimento su scala planetaria».

In questi giorni, in una lettera apostolica ha parlato del presepio come di un «mirabile segno», invitando a farlo nelle case e nei luoghi di lavoro.

«Lo ha fatto per cercare di rifarsi l’immagine dopo la catastrofica figuraccia del Sinodo amazzonico. E dopo aver elogiato il presepio ha specificato anche di non strumentalizzarlo. Quindi alla fine è pure questa un’iniziativa anti Salvini. Anche le, poche, cose condivisibili che dice sono minate da una logica politica».

Dicevamo che il tuo è un libro apocalittico. Siamo già nel tempo dell’apostasia che precede il giudizio finale?

«Cito il grande teologo del Concilio Jean Danielou il quale spiega che il tempo cristiano è per definizione un tempo apocalittico. Con la morte e resurrezione di Cristo tutto è già compiuto, nulla di sostanzialmente nuovo può più accadere. Il tempo è dato per scegliere: con Cristo o contro. Anche Ivan Illich conferma che dopo l’era cristiana non esiste un’era post cristiana, ma solo un tempo apocalittico, quello dell’Anticristo. Invece, al convegno di Firenze del 2015, papa Francesco ha detto che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca”. Come se potessero esistere epoche nuove e la Chiesa dovesse adeguarvisi. Ma la Chiesa non deve adeguarsi ai tempi, deve salvare tutti i tempi».

Cos’è questo tempo apocalittico, questa «grande apostasia»?

«La Chiesa rivive in tutto la vicenda di Gesù. Questo tempo è il suo venerdì santo. Il momento in cui Gesù è stato tradito e abbandonato. I papi del Novecento hanno avvertito la drammaticità di quest’ora, documentata anche dagli eventi del secolo breve. Le parole di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che riporto nel libro sono impressionanti».

La presunta sintonia tra Benedetto XVI e papa Francesco è appunto molto presunta?

«Bergoglio è agli antipodi di tutti i suoi predecessori. Faccio solo un esempio. Interpellato dalla Stampa su quale sia l’emergenza per l’umanità contemporanea Bergoglio ha parlato della diminuzione della biodiversità. Sinceramente una risposta così può darla il presidente del Wwf. Qualunque papa del nostro tempo avrebbe indicato la cancellazione di Dio come la tragedia di questa epoca. Nei suoi ultimi interventi Benedetto XVI lo ha ripetuto».

Perché secondo te papa Francesco non ha mai risposto al documento dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò sul fatto che fosse a conoscenza delle pratiche dell’ex cardinale Theodore McCarrick?

«Penso che monsigor Viganò abbia fatto scacco al re e il re ha deciso di buttare per aria la scacchiera.

Non c’è il pericolo di strumentalizzare Benedetto XVI in chiave anticomunista e antibergoglio?

«Piuttosto, vedo un altro pericolo, e cioè che quella parte del mondo cattolico cresciuta nella fede con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI oggi, per reazione, rischi di lasciarsi sedurre dalle sirene lefebvriane. Non a caso questi ambienti ipertradizionalisti sono molto più critici verso il magistero di Karol Woytjla e Joseph Ratzinger che non verso Jorge Mario Bergoglio».

L’insistenza sulle radici cristiane dell’Europa era la battaglia degli atei devoti, perché è così importante?

«No, è stata la battaglia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. L’eliminazione del richiamo alle radici cristiane è la prova che la nuova Unione europea, laicista e tecnocratica, voleva tagliare le sue fondamenta. Questo odio del cristianesimo è un capitolo dell’odio di sé dell’Occidente in nome del multiculturalismo. Ma se non si sa più qual è la propria identità non è possibile neanche la famosa integrazione. L’Europa di Maastricht non voleva essere più ancorata alla sua storia, al cristianesimo e a ciò che questo significava, per esempio sui temi etici».

La Chiesa attuale non si accorge di tutto questo?

«Bergoglio è allineato all’ideologia dominante. Dice che l’Europa deve identificarsi con “accoglienza” e che non bisogna essere “identitari”. Questo è nichilismo».

Forse ritiene i temi sociali più importanti dei temi etici?

«Nel mondo si praticano ogni anno circa 50 milioni di aborti. Due giganti come Giovanni Paolo II e Madre Teresa ritenevano questa la più grande tragedia del nostro tempo. Non è solo una tragedia etica, ma anche sociale: quei bimbi sono gli ultimi degli ultimi diceva Madre Teresa. La globalizzazione ha due facce complementari ed entrambe disastrose: la deregulation finanziaria e la deregulation antropologica. La Chiesa deve combatterle entrambe».

L’insistenza sul katechon, sul tenere a freno, non rischia di fare della Chiesa un’entità antimoderna?

«Modernità è una categoria ideologica, presuppone che la storia marci per sua natura verso il Bene: basta vedere cosa è stato il Novecento per capire che è un’idea farlocca».

Ma criticando papa Bergoglio non si rischia di sottovalutare le esigenze dei popoli più poveri e dei conseguenti movimenti migratori o della situazione climatica del pianeta?

«È esattamente il contrario. È il Papa che sottovaluta la complessità di queste emergenze, usando slogan degli anni Settanta sui ricchi e i poveri. Siamo in uno scenario diverso nel quale domina il dio mercato che pretende di essere legge a se stesso e dagli anni Novanta ha imposto una globalizzazione la quale trova negli Stati e nelle sovranità dei popoli l’unico ostacolo. Per questo attaccare i sovranisti ed esaltare i globalisti e la Ue come fa Bergoglio è perfettamente funzionale ai poteri forti. Anche sull’emigrazione. Come non vedere che i movimenti migratori rispondono alla necessità del mercato di disporre di manodopera a basso costo e senza garanzie sociali? Non a caso i vescovi africani e il cardinal Robert Sarah sostengono a gran voce che favorire i flussi migratori porterà alla morte dell’Africa. Al contrario, Bergoglio da anni ha fatto del migrazionismo la sua bandiera».

Ora la battaglia che conta è quella contro il cambiamento climatico.

«Bergoglio ha assunto come indiscutibile dogma di fede quel riscaldamento globale per cause umane che la scienza stessa considera un’ipotesi, su cui oltretutto ci sono opinioni diverse. Ma, quand’anche fosse un’idea fondata, Gesù è venuto a salvare le anime, non il pianeta. Anzi, ha detto che <il cielo e la terra passeranno>. È solo Lui che non passerà. La Chiesa dovrebbe annunciare cieli nuovi e terra nuova e non trasformarsi nella guardia forestale del pianeta. San Tommaso e Sant’Agostino dicono che agli occhi di Dio la salvezza di una sola anima vale più di tutto l’universo creato».

 

La Verità, 8 dicembre 2019

«Ora la vera provocazione è essere normale»

Piero Chiambretti, fa sempre lo stesso programma?

«Sì, non cambio niente per cambiare tutto».

L’opposto del Gattopardo: lei che animale è?

«Qualcuno mi vede come un panda, qualcun altro come un carlino. Siccome la mia carriera è nata con l’acquisto di un cocker, potrei essere un cocker. Purtroppo, non Joe Cocker».

Con un cast così eccentrico potrebbe essere anche un domatore di animali?

«Più che domatore sono domato dal cast. Animali di razza».

Oppure è un burattinaio che muove i suoi pupazzi pronunciando quel «là» come se tirasse un filo invisibile?

«È così. Cerco di usare due linguaggi, quello verbale e quello visivo, che ne formano un terzo, che è poi quello che arriva al pubblico. Nella speranza che ne capisca almeno uno».

Con rinnovato entusiasmo, da un paio di settimane Piero Chiambretti è tornato al centro di CR4La Repubblica delle donne su Rete4. Di rinnovato c’è anche il contratto con Mediaset, altri due anni: «Due alla volta posso arrivare a 100; i contratti si rinnovano, la vita finisce», chiosa, dolceamaro. Così, però, si è spento il suono delle sirene che saliva dai palazzi Rai, ma soprattutto dai lidi di La7 che l’ha corteggiato a fari spenti. Nella tv berlusconiana è contento, tanto più ora che, dopo tre anni di trasferta romana, è tornato a registrare a Milano con un budget più rotondo e carta bianca su tutto.

Lei è nella manica di Piersilvio Berlusconi?

«Tutti lo siamo se lavoriamo qui».

Il programma si chiama La Repubblica delle donne, vi occhieggia Greta Thunberg e la bellezza è rappresentata da una ballerina nera: insegue le mode?

«La ballerina nera era solo nella prima puntata. Nella seconda parleremo di amore, poi cambieremo ancora. Se qualcuno intravede un orientamento è sempre traslato, oltre i luoghi comuni. Parlando di donne, Greta non si può non citare per il suo impegno. La sua immagine prevalente è con l’ombrello, io la rappresento solare».

Iva Zanicchi che dà 4 a Eugenio Scalfari per aver travisato Bergoglio, le rivelazioni intime delle gemelle Kessler, Malgioglio in gabbia come un uccello, lei che chiede alle ministre se hanno paura della morte: ospiti o membri del cast sono capitoli di un racconto?

«Provo a fare tv d’autore dentro una tv commerciale, sempre stando attento al gusto pop. È il mio stile. Avere libertà è una bella garanzia, altrimenti non saprei difendermi in caso di errori. Sarebbe più frustrante sbagliare su input di un altro. Sfido a trovare in Italia una rappresentazione televisiva come la mia. Ci sono tante imitazioni, ma prevedono l’originale».

Le sue donne sono compatte dalla parte del Me too?

«Non credo. Nella scorsa stagione Alessandra Cantini si tolse le mutande a mia insaputa e sostenne che le donne non sono vittime, ma artefici di certe situazioni. Scoppiò un putiferio e ho avuto conferma che non bisogna mai finire in mezzo a donne che litigano. Io mi addestro con l’osservazione di mia figlia Margherita di 8 anni, una ragazzina informata, ironica e intelligente più dei maschi».

E lei cosa pensa del Me too?

«Sono tranquillo, nella mia vita non ho mai fatto un’avance che non fosse una battuta ironica. Né ho mai sfruttato il ruolo di capocomico per secondi fini».

Nella prima puntata c’erano Drusilla Foer, Cristiano Malgioglio e Alfonso Signorini: che cos’è per lei la normalità?

«Come dice Amanda Lear, oggi il vero provocatore è l’impiegato di banca, talmente ordinario da risultare provocatorio».

La diversità è sovrarappresentata?

«La tv è lo specchio della realtà, il nostro programma è uno specchio rotto».

Essendo rotto consente un bel margine.

«Ogni puntata fa storia a sé. Nelle prossime, per esempio, si alzerà la quota rosa e si abbasserà la quota cipria».

Nel borsino dei social abbiamo visto Jennifer Aniston, Diletta Leotta, Chiara Ferragni e, unico maschio, Matteo Salvini, come mai?

«Salvini non è una donna, ma dal punto di vista dei social tra lui e Diletta Leotta non c’è nessuna differenza perché entrambi postano, hanno followers e vogliono piacere. Il discorso si fa più interessante se si circoscrive alla politica e si confrontano Salvini, Zingaretti e Renzi. Qui le differenze sono più evidenti».

Gli altri programmi della rete lo hanno spesso ospite.

«Rete 4 è il quartier generale del salvinismo. In mensa e nei camerini girano gatti e gente che beve mojito. Io non l’ho mai incontrato, l’ho invitato l’anno scorso, ma poi gli impegni, più suoi che nostri, hanno complicato l’ospitata».

Teme La Repubblica delle donne?

«Non credo, anzi…».

Le piace la nuova versione di Mario Giordano?

«L’ho visto poco però sono contento per lui. Pochi mesi fa era nella lista nera, aveva perso la direzione di un tg e si sussurrava potesse andare in Rai. Trovarlo ora allungato e vincente mi fa piacere. Chi lavora in tv non può mai dare nulla per scontato perché non ci sono garanzie né sindacati che ti difendono. Da ragazzo temevo le interrogazioni, oggi ogni volta che vado in video mi sembra di fare un esame di laurea».

Il tentativo di rivitalizzare Adrian e lo show di Celentano è stato accanimento terapeutico televisivo?

«Ognuno fa il proprio gioco, i critici criticano e Celentano fa sé stesso, con la sua voglia dire delle cose. Al di là degli errori commessi, con una storia come la sua, tanti a 83 anni avrebbero cominciato ad amministrarsi per proteggere nome e reputazione. Dobbiamo ammirare il suo coraggio di mettersi in gioco, preferisco un disastro di successo che un timido tran tran che non crea mai sorpresa».

A Celentano ha detto che è l’antenato di Greta. Che, a sua volta, è seguace di chi?

«Forse del colonnello Bernacca e del meteo».

Viva RaiPlay! è il programma più innovativo dell’anno?

«Non lo so. Quando sento la parola innovazione mi viene la pelle d’oca».

Non le piace la tv multipiattaforma?

«L’innovazione vorrei vederla nello stile e nel linguaggio più che nel cambio di piattaforma. Poi certo, insistendo su certi tasti, diventano familiari a tutti».

Ha visto Carola Rackete da Fabio Fazio?

«Non seguo la tv».

Prego?

«Cito Gianfranco Funari: facciamo tv per non guardarla. Non è snobismo, non la guardo per non essere influenzato da quello che fanno gli altri. Così posso illudermi di avere avuto una grande idea, ignorando che magari è in onda su tutti i canali».

Come vede le sardine?

«Mi sembrano un movimento che può far bene alla democrazia. Un movimento di opinione com’erano all’inizio i 5 stelle che, con tutto il rispetto, sono andati fin troppo lontano».

Sono fiancheggiatrici dell’establishment?

«Non saprei, stiamo attenti alle etichette. Sono nate in rete, l’importante è che non finiscano irretite».

Sua mamma scrive ancora poesie?

«Altro che, a Natale uscirà il quinto libro. S’intitolerà Farfalle di verso, il ricavato andrà in beneficenza».

L’editore?

«Finora ero io, per questo non ha sfondato. Adesso ci siamo affidati a Franco Cesati, un editore di Firenze, molto raffinato e presente online».

Quanto frequenta i social?

«Mediamente Instagram, poco Facebook. Più che altro ci sto per mostrare i backstage, postare delle frasi. Preferisco l’osservazione esterna».

È sessista la campagna per il Salone Margherita di proprietà della Banca d’Italia che vuole venderlo e che si conclude con la promessa di avere in omaggio Valeria Marini?

«Ma no, è un gioco… Valeria ce la teniamo ben stretta perché è un valore aggiunto anche nella versione taroccata o ritoccata. È la testimonial del nostro appello al ministro Dario Franceschini perché salvi il teatro».

Piacerà ad Aldo Grasso?

«Non lo leggo da una quindicina d’anni».

È torinista come lei, Giordano, Massimo Gramellini e Mattia Feltri.

«Spero che rimanga tale. Pochi ma buoni, ci vogliamo tutti bene…».

Sarà nella giuria di Sanremo Giovani con Pippo Baudo, Paolo Bonolis e Carlo Conti.

«Non basta invitare i giovani per fare una tv giovane. Per questo hanno scelto noi».

Dopo i sessant’anni si diventa più rigidi o più fluidi?

«Per quanto mi riguarda, più rigidi, più critici e autocritici. In una parola, più severi».

Tranne che in tv?

«Già, ma è solo televisione».

 

Panorama, 4 dicembre 2019

 

«Per difendere il Prosecco serve l’ecosostenibilità»

Vino, cibo, turismo, cultura, storia. C’è tutto questo nella parabola di Giancarlo Moretti Polegato, imprenditore atipico, radicato nel territorio tra Asolo, Conegliano e Valdobbiadene, colline del Prosecco. Un vignaiolo illuminato, autore di un importante recupero di archeologia industriale, finalizzato alla rinascita di una zona del paese. Quello della storica ex filanda – divenuta calzificio Si-Si e Golden lady, chiuso a fine anni Novanta per le delocalizzazioni – trasformata in una scuola professionale di ristorazione che, insieme ad altre attività circostanti, è tornata a essere il cuore di Valdobbiadene come un tempo. Fratello di Mario, mister Geox, Giancarlo avrebbe dovuto essere l’uomo dei conti della famiglia, una dinastia da sempre produttrice di vini di alta qualità. Sessantadue anni, sposato con Augusta Pavan, ex modella che ha calcato le passerelle in giro per il mondo, è padre di Diva Maddalena (il nonno si chiamava Divo) e Leonardo, anche loro impegnati nell’azienda di famiglia. Il suo quartier generale è Villa Sandi, dimora palladiana che risale al 1622, acquistata negli anni Ottanta, alle pendici del Montello, zona della Prima guerra mondiale. Nei sotterranei si trovarono lunghe gallerie, ora riciclate come cantine per la maturazione dei rossi pregiati. Ci incontriamo nella sede della scuola Dieffe, frequentata da 250 studenti. Dei quali Polegato ha scritto: «Vedere così tanti di voi passare dai timidi sorrisi e un po’ d’incertezza iniziale a via via maggiore sicurezza e più larghi sorrisi, impegnati e seri nel percorso di formazione intrapreso, è stata per me la più grande e bella delle gratificazioni».

Mi fa un suo identikit in poche parole?

«Sono uno dei tanti imprenditori del Nordest che lavora con passione credendo nei propri collaboratori. Il primo patrimonio di un’azienda sono le sue risorse umane. Io m’impegno a essere la cabina di regia delle varie attività, razionalizzando investimenti, produzioni e acquisizioni nelle diverse tenute».

Attività che le stanno dando soddisfazioni, mi pare.

«Non mi lamento. Con 106 dipendenti e 26 milioni di bottiglie l’anno nei diversi marchi, Villa Sandi è una delle maggiori cantine italiane, prima per export della provincia di Treviso. Negli ultimi cinque anni abbiamo raddoppiato il fatturato, sfiorando i 100 milioni. Le nostre produzioni sono presenti in 104 paesi, il Cartizze “Vigna La Rivetta” ha conquistato i Tre bicchieri del Gambero rosso. Ma il riconoscimento cui tengo maggiormente è la fedeltà dei nostri clienti».

È figlio d’arte.

«Mio padre ha sempre avuto la passione del vino. Purtroppo è morto in un incidente stradale quando avevo vent’anni. Nelle sue intenzioni il vignaiolo doveva essere mio fratello, iscritto alla scuola enologica di Conegliano, mentre io ho studiato ragioneria e avrei dovuto occuparmi dell’amministrazione. Poi, quando mio fratello ha avuto l’idea della suola traspirante con la quale ha creato uno dei marchi calzaturieri più affermati nel mondo, la nostra storia è cambiata».

Siete cresciuti con vostra madre.

«È stata il nostro unico punto di riferimento. Veniva in azienda tutti i giorni anche negli ultimi tempi, prima di morire, un anno fa. È sempre stata partecipe delle nostre scelte e ci stimolava continuamente. Perciò abbiamo voluto aggiungere il suo cognome e chiamarci Moretti Polegato».

Avete deciso con lei di acquisire Villa Sandi?

«Era già un sogno di mio padre. Vivevamo lì vicino e guardandola facendo progetti. Dopo la sua morte, nel 1979, con la spinta di mia madre l’abbiamo acquistata da una famiglia romana, ma abbiamo preferito darle il nome dell’architetto costruttore. Era tradizione dei nobili veneziani edificare nell’entroterra. L’abbiamo restaurata, ristrutturata e aperta al pubblico, sicuri che anche dopo quattro secoli potesse esercitare il suo fascino. Coniugando mondo del vino e paesaggio, arte e storia, le abbiamo dato appeal turistico, creando un circuito di ospitalità con percorsi e due locande. Ogni anno arrivano 20.000 visitatori, anche americani e giapponesi, molti dei quali vengono anche qui alla scuola, curiosi di vedere i segreti dei prodotti locali. Anche i sotterranei, 1,5 chilometri di gallerie, usate durante la guerra sul Piave, rientrano nella visita».

Erano rifugi bellici e depositi di munizioni?

«E sono diventati suggestive cantine, ideali per la maturazione dello spumante classico e dei rossi che chiedono un invecchiamento fino a cinque o sette anni. La villa e le colline appartengono al comprensorio che nel luglio scorso è stato proclamato patrimonio dell’Unesco. Un riconoscimento che, oltre a darci visibilità internazionale, ci carica di responsabilità».

Il prosecco ha ottenuto riconoscimenti, ma anche critiche per l’invadenza sul territorio e l’uso di sostanze chimiche nocive. In che modo le vostre coltivazioni rispondono alle esigenze di sostenibilità ambientale?

«Vino uguale turismo come territorio uguale turismo. Il rispetto dell’ambiente è un fatto di cultura, una forma di riconoscenza verso una terra che ci ha dato tanta ricchezza e opportunità. Gran parte dei 160 ettari che possediamo tra Veneto e Friuli è certificata con il marchio “biodiversity friend”. Non usiamo diserbanti e pesticidi. I vigneti sono vicini alle case, immersi nei centri abitati: è giusto essere molto rigorosi. Questo è il fronte su cui siamo più impegnati. I commissari certificano periodicamente il rispetto dei parametri di agricoltura sostenibile, l’attenzione alle risorse idriche, l’utilizzo di energie rinnovabili, il mantenimento di aree a bosco e siepi per la salvaguardia dell’habitat adatto alle specie animali. C’è un dialogo continuo e serrato tra i consorzi di tutela ambientale e i coltivatori».

Tanto più ora che si insiste a parlare di green economy.

«Proprio perché quest’area ha avuto un grande sviluppo negli ultimi dieci anni è stata messa sotto il microscopio. Con 560 milioni di bottiglie all’anno nei vari segmenti Doc, Docg e Cartizze, il consorzio del Prosecco è il primo in Italia. Le nostre bollicine hanno conosciuto un grande boom nel mondo, il 70% viene distribuito all’estero, dal Sudamerica all’Australia. Ma Prosecco è il territorio che dà il nome al vino, come il Chianti o lo Champagne, mentre l’uva si chiama glera. Il territorio non si può espandere, si può solo difendere e tutelare. Sono sicuro che le giovani generazioni ci aiuteranno a essere più attenti alle esigenze della sostenibilità».

Lei sottolinea questo binomio tra produzione vinicola e paesaggio perché ritiene che insieme in futuro possano incrementare la loro attrattiva turistica?

«Ne sono convinto. L’obiettivo è creare un turismo che vada oltre il mordi e fuggi. In California gli americani sono riusciti a creare dei flussi di visitatori legati alle degustazioni. L’economia turistica alimentata dal vino è tutta da promuovere. Credo che anche la Regione Veneto abbia questo interesse. Tanto più che dispone di un pacchetto di offerte di grande appeal internazionale, da Venezia all’Arena di Verona, dalle Dolomiti al Lago di Garda. Nel febbraio 2021 a Cortina ci saranno i Campionati del mondo di sci, prova generale delle Olimpiadi del 2026. Ma bisogna rimboccarsi le maniche».

Come, per esempio?

«Io posso parlare per il nostro territorio. Credo che dobbiamo potenziare le infrastrutture dell’ospitalità. Forse non servono grandi interventi, ma possiamo migliorare la rete viaria, creare piste ciclabili, recuperare casali e rustici, rendere più moderni ristoranti, locande e agriturismi dotandoli di tutti i comfort».

Lei si è portato avanti con il recupero di questa vecchia fabbrica?

«L’ex filanda Piva è sempre stata il cuore vitale di tutto il paese dal quale tanti emigranti erano partiti per l’estero. Era l’unica grande fabbrica rimasta. Prima del boom del Prosecco, con 1200 operai alimentava l’economia di Valdobbiadene. Come altri calzifici, in seguito alle delocalizzazioni, è stata chiusa a fine anni Novanta. Noi l’abbiamo acquistata nel Duemila dai proprietari di Golden lady. C’erano ancora le lire, paragonate all’oggi, tra acquisto e restauro, abbiamo investito 5 o 6 miliardi per riqualificare tutta l’area, ristrutturando la viabilità con parcheggio, supermercato, locanda, sede della Confartigianato e questa magnifica scuola».

Un progetto molto ambizioso.

«Ci avevano proposto di fare un centro sportivo con palestre e scuola di ballo. Ci ho pensato: un imprenditore fa i suoi calcoli… non avrei avuto contributi per la scuola professionale… Ma, poco alla volta, anche confrontandomi con i ristoratori della zona e con il preside, Alberto Raffaelli, mi sono appassionato. Il successo di queste zone lo dobbiamo al vino: creare una sinergia con una scuola che formerà cuochi e ristoratori era la cosa giusta da fare. Forse, se non fossi stato un imprenditore del settore, non avrei capito».

Com’è stata accolta questa operazione dalla popolazione locale?

«Molto bene perché, come dicevo, abbiamo recuperato un’area industriale con la sua storia, finalizzandola a qualcosa di utile per tutta la zona. La scuola è valore aggiunto. Questi ragazzi saranno ambasciatori della nostra cucina legata alla terra e alle eccellenze locali là dove andranno a lavorare. E già cominciano a esserlo con i premi che vincono ai vari concorsi gastronomici».

Ha altri progetti in serbo?

«No. Abbiamo appena acquistato Borgo Conventi, un vigneto nel Collio, per produrre del vino fermo. È un’area paragonabile a questa, un colle nel goriziano, al confine con la Slovenia, dove nascono eccellenti vini, Malvasia, Picolit, Ribolla, Sauvignon, Cabernet, vari tipi di Pinot… È un investimento che completa la nostra offerta di bollicine. Anche lì incentiveremo le visite alla cantina, creeremo una locanda per l’ospitalità. C’è tanto da lavorare…».

 

La Verità, 1 dicembre 2019

«Ora il pensiero unico vuole spianare la storia»

Il politicamente corretto ha ucciso il buonsenso. E adesso si prepara a spianare anche la storia e l’arte. È il succo dell’allarme contenuto in Una pernacchia vi seppellirà. Contro il politicamente corretto (Castelvecchi editore), un agile libriccino scritto da Massimo Arcangeli, linguista, collaboratore dell’Istituto della Enciclopedia italiana e della Società Dante Alighieri. Arcangeli è anche curatore di saggi sul linguaggio dei politici (Il Renziario e Il Salvinario, prossimamente Il Berlusconario) e ideatore e organizzatore del Festival della lingua italiana che si tiene a Siena. Nel prossimo, dall’1 al 5 aprile 2020, verrà premiato con lo Zucchino d’oro chi, nell’ultimo anno, si è «distinto nell’applicare, contro il più elementare buonsenso, le regole imposte da una correttezza politica cieca e retroattiva». Il nome del vincitore sarà annunciato dopodomani, 26 novembre.

Professore, può anticiparcelo?

«Purtroppo no perché i nostri cinque giurati stanno ancora valutando. Se vuole, le posso dire il mio candidato preferito».

Prego.

«È il regista Leo Muscato che, per dare un segnale contro i femminicidi, ha capovolto il finale della Carmen di Bizet. Nel libretto originale l’eroina muore pugnalata da Don José, nell’edizione di Muscato, andata in scena al Maggio musicale fiorentino, è lei che uccide lui. Solo che per due volte la pistola vendicatrice si è inceppata. E la vittima, trasformata in carnefice, non è riuscita a sparare, scatenando il riso del pubblico».

Per la beffa dell’intoppo, oltre che per il danno della licenza artistica?

«Esatto. Ma l’episodio è significativo oltre il suo lato comico».

Perché?

«Per la retroattività. La retroattività di queste censure introduce un salto qualitativo. Per proteggere una qualche minoranza, si annulla la distanza tra il presente e un’epoca passata. Si depurano opere di sette o otto secoli fa in base a standard attuali».

Altri esempi?

«C’è solo da scegliere. Ero a Bruxelles quando un’associazione culturale, consulente dell’Onu, propose di non leggere più nelle scuole il XXVIII canto della Divina commedia perché considerato anti islamico in quanto Maometto, divisore della cristianità, è rappresentato squartato in due per la pena del contrappasso, con le viscere penzolanti. In Francia, un organismo che si prefigge d’instaurare l’uguaglianza tra uomini e donne, ha proposto di sostituire l’ultima parola del motto francese fraternité con solidarité o adelphité. Poi c’è il mondo della pubblicità: sulla scia di un autore ha riscritto in chiave parodica le fiabe classiche, sull’altare del buonismo lo spot della Brondi ha fatto andare d’amore e d’accordo Cappuccetto rosso e il lupo. Ad Ascoli Piceno alcune scuole medie hanno declinato l’invito per l’anteprima di Così fan tutte di Mozart perché considerato inadatto a un pubblico di adolescenti. In materia di sesso, la lista è ricca di casi comici».

Tipo?

«La censura operata da Facebook della Sirenetta di Copenaghen per i suoi seni troppo sexy. O, per lo stesso motivo, la celebre Fontana delle tette di Treviso».

La città di Treviso è piuttosto bersagliata da Facebook.

«Nel 2018 il social ha rifiutato le inserzioni della storica concessionaria d’auto Negro, intimandole di rimuovere l’offesa. Ma era il nome di famiglia».

Colpa dell’algoritmo?

«Gli ingegneri di Facebook avevano promesso che avrebbero trovato una soluzione, ma siamo ancora in attesa. Con la tecnica si possono fare miracoli. Almeno creare un algoritmo in grado di distinguere tra un’offesa e un marchio commerciale».

I codici di certi sacerdoti del perbenismo sono più gravi della rigidità di un algoritmo?

«Li metto sullo stesso piano. Non possiamo attribuire a un algoritmo la responsabilità di una regia che non ha previsto la differenza tra il David di Michelangelo e qualcuno che fa dell’esibizionismo. Distinguere è faticoso, l’omologazione di massa preferisce uniformare».

Il conformismo non ha un’origine culturale?

«Certo. Se a un certo punto si decide che padre e madre non vanno più bene e si decide di usare genitore 1 e genitore 2, oppure matria al posto di patria, sono scelte che personalmente non condivido. A quel punto, però, scatta il confronto, si dissente e si controbatte. Ma se si applica il politicamente corretto al Mercante di Venezia di William Shakespeare perché contiene espressioni anti ebraiche e si decide di non rappresentarlo a teatro o non studiarlo nelle università, qui siamo nel campo della pura imbecillità».

La quale è a sua volta la propaggine estrema della dittatura del politicamente corretto?

«O del pensiero unico. Si sa che qualcuno vuole imporlo, ma ciò che più mi preoccupa è l’omologazione generalizzata, l’assenza di resistenza al conformismo. Ancor più quando è retroattivo. Nelle scuole vedo molti insegnanti disarmati di fronte a questa deriva. La accettano supinamente. Invece, è proprio nell’istruzione che deve iniziare un’educazione critica, partendo dal linguaggio. Pensiamo ai dizionari: poniamo di accettare di espungere la parola negro perché ritenuta offensiva. Ma se la togliamo anche dai testi del Settecento o dell’Ottocento operiamo una mistificazione, falsifichiamo la nostra cultura, nascondiamo la verità a chi verrà dopo di noi».

C’è una corrente di pensiero che identifica il politicamente corretto con il bon ton e un maggior uso di mondo.

«Siamo ben oltre, l’espressione giusta è massificazione culturale. Se leggere a scuola il canto di Maometto di Dante o brani del Mercante di Venezia o postare sui social il quadro di Paolo e Francesca nudi di Ary Scheffer crea problemi si finisce per rinunciare. Ma così si perde, accettando una grande privazione perché, poco alla volta, quei canti e quelle immagini smetteranno di circolare. Lascio a lei valutare la gravità di questo impoverimento».

La portavoce delle levatrici inglesi ha dovuto dimettersi per aver detto che i figli li partoriscono le donne. La sua associazione l’ha sconfessata perché con quell’affermazione ha discriminato la comunità Lgbt e perché in Gran Bretagna, in questi casi, al posto di lady si usa il termine menstruator. Siamo alla creazione della seconda lingua di orwelliana memoria?

«È così. La lingua diventa uniforme perché trasmette il pensiero unico. Pensiamo di difendere le minoranze, in realtà le omologhiamo con un linguaggio neutro, asettico. Qualcuno, per fortuna, comincia a reagire».

Chi?

«In America da qualche anno molti gay hanno preso a definirsi orgogliosamente froci. Rifiutano l’edulcorazione del termine gay e rivendicano la loro identità trasformando l’offesa nell’orgoglio della differenza».

La seconda lingua preconizzata da Orwell finge di proteggere le differenze mentre le conforma?

«Uno degli esempi più lampanti è l’handicap. Chi ha vissuto con un disabile sa che vuole essere chiamato sordo o cieco. Dagli anni Settanta in poi, di eufemismo in eufemismo e staccandosi progressivamente dal reale, si è passati da portatori di handicap a diversamente abili, a differentemente abili, a ipovedenti, ipoudenti… Oggi una guida all’inclusione scolastica s’intitola La speciale normalità».

Per non dire anziani si dice diversamente giovani: siamo tutti diversamente qualcosa?

«Diversamente alto, diversamente magro… Nano è spregiativo, grasso anche, così ci sono le modelle curvy, ingentilito dall’inglese. Dobbiamo essere tutti belli, giovani e prestanti. Eliminando la parola che contraddice lo stato di grazia, ci illudiamo di viverlo».

Di che cosa è figlio il «cieco moralismo mortale» che tratteggia nel suo pamphlet?

«Della cultura di sinistra. Da quando alla fine degli anni Ottanta nelle università americane sono stati inventati gli speech codes, i regolamenti che disciplinavano i comportamenti verbali nei campus, la sinistra puritana e bigotta ha esteso questi codici al linguaggio universale. Facendoli diventare un nuovo catechismo acritico e intransigente. Siamo arrivati all’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo… In Europa abbiamo ereditato in modo aproblematico gli aspetti peggiori di questa ideologia».

Che cosa pensa dell’ultima lezione di superiorità di Corrado Augias?

«Mi spiace che si sia espresso in quel modo perché è un amico. Ma non posso condividere quel linguaggio in perfetto sinistrese che esprime un manicheismo nel quale destra è sinonimo di istintualità e volgarità culturale e sinistra di intelligenza, profondità e impegno. Proprio in un momento in cui queste categorie stanno cadendo».

Lei ha scritto Il Renziario: qual è la principale innovazione nel linguaggio di Matteo Renzi?

«Renzi è il più obamiano dei nostri politici. Barack Obama ha portato i social network nella vita politica, Renzi li ha resi una finestra sul quotidiano».

E, parlando del Salvinario, qual è la novità della comunicazione di Matteo Salvini?

«Se nella Seconda repubblica i cittadini hanno cominciato a immedesimarsi nei politici, ora sono i politici che giocano a fare i cittadini comuni. Quando Salvini si mostra in boxer in spiaggia o si fa ritrarre sulla copertina di un settimanale a torso nudo con la cravatta dice agli italiani “sono uno di voi”. Se paragoniamo questi messaggi a ciò che fanno i leader della sinistra vediamo la differenza abissale».

Qual è l’argine critico alla melassa del pensiero unico?

«È la ricerca delle sfumature tra parole, concetti, pensieri diversi. Il linguaggio del politicamente corretto e del pensiero unico è uniformante. Al contrario, il pensiero critico favorisce le differenze e le specificazioni».

Come bisognerebbe fare nel caso della commissione Segre?

«Se servisse a circoscrivere l’antisemitismo nuovamente montante, soprattutto nel Nordeuropa, la commissione sarebbe utile. E può esserlo anche come sensibilizzazione contro l’intolleranza. Ma se si trasforma in un contenitore che fa di tutta l’erba un fascio per mettere la museruola al dissenso, allora non mi trova concorde. Tanto più considerando che, in materia di antisemitismo e razzismo, esiste già un ricco corredo legislativo al quale ricorrere».

 

La Verità, 24 novembre 2019

 

«Strane sardine, in piazza contro l’opposizione»

Reduce da un’incursione in Campania, tra Sorrento e Positano, anche lì Matteo Salvini ha trovato ad accoglierlo il movimento delle sardine.

È più contento o preoccupato vedendo che mobilita le piazze contro?

«Sono contento della tanta gente che viene ad ascoltare e che partecipa. Non sono mai preoccupato per me personalmente, ma le manifestazioni fatte contro l’opposizione e con il sostegno del governo, mi sembrano un evento che accade raramente e non propriamente nelle democrazie. Capisco che si vada in piazza contro le scelte sbagliate di un governo. Non capisco che si manifesti preventivamente contro l’opposizione, temendo che vada al governo».

Quindi è un fatto che la stupisce, ma non la preoccupa?

«È un fatto che dà valore aggiunto perché tutti si accorgono di quello che facciamo. Sono felice che dove andiamo noi ci siano proposte, mentre fuori ci sono mediamente insulti e vaffanculo. Sono due idee di Italia ben diverse».

Dalle sardine arrivano fischi e insulti?

«Se si dà un’occhiata sui social se ne trovano di tutti i colori e quindi lasciamo perdere. Non mi cambia la vita, ne ho viste tante…».

La inseguono di città in città…

«Mi spiace per loro. Chi insegue Salvini vuol dire che ha tanto tempo. Finché restiamo nell’ambito democratico e del rispetto ci può stare. Quando questo inseguimento fa parte di un complesso mediatico e di demonizzazione dell’avversario ricorda il circolo perverso degli anni bui del secolo scorso. Gli appelli degli intellettuali contro una persona non hanno mai fatto bene all’Italia».

In Emilia Romagna le sardine hanno oscurato lo scandalo di Bibbiano?

«Mi ha sconcertato che qualcuno di loro abbia detto che “almeno non si parla più di Bibbiano”. Come se le famiglie che chiedono chiarezza e rispetto non esistessero. Mi auguro che quelli che la pensano così siano persone isolate. Colgo l’occasione di questa intervista per ricordare a chi sta amministrando bene la giustizia che le famiglie aspettano risposte, e che non si possono attendere i tempi della politica per avere sentenze chiare, magari sperando che tutto finisca nel dimenticatoio. Prima del voto ci sono ancora due mesi di appuntamenti e incontri, perciò sono fiducioso. In Umbria ho vinto qualche caffè e scommetto che il 26 gennaio in Emilia Romagna vincerò qualche tisana con Lucia Borgonzoni governatrice».

C’è chi sostiene che la sua campagna elettorale la oscura.

«È l’unica accusa che riescono a farmi. Me l’hanno fatta anche in Sardegna, in Basilicata, in Umbria, ora in Emilia Romagna. Forse il Pd si vergogna di sé stesso e dunque non capisce quanto sia normale che il leader di un partito vada nelle piazze a incontrare le persone. Forse a Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti potrebbe bastare un bar».

Che cosa ha trovato a Sorrento e Positano?

«Intanto voglio sottolineare che fino a qualche anno il fatto che i sindaci di Sorrento e Positano entrassero nella Lega sarebbe stato considerato un film di fantascienza. Sono due cittadine ben amministrate, con la raccolta differenziata al 70%, che appartengono a quella Campania da valorizzare, mandando a casa De Luca e De Magistris».

Come risponde a Conte che l’ha definita «sovranista da operetta»?

«Il Presidente del consiglio è più impegnato a insultare me e difendersi dalle accuse di conflitti di interessi e inchieste sui servizi segreti che a risolvere i problemi del Paese. Lo vedo piuttosto confuso. Se si riferisce alla vicenda del Meccanismo europeo di stabilità è in torto marcio, perché tutti noi gli abbiamo sempre detto che non andava modificato. Oggi togliamo pure l’opinione di Salvini che è un pericoloso sovranista, anche l’Abi (Associazione bancaria italiana ndr) dice che questo trattato è pericoloso per i risparmi degli italiani. Il dubbio è che per salvare la sua faccia abbia dato la parola che l’Italia avrebbe approvato il trattato Salvastati. Che, in realtà, serve a salvare le banche tedesche con i soldi degli italiani».

Nel giugno scorso eravate al governo con il M5s: perché Conte avrebbe dovuto disattendere le indicazioni che venivano dai suoi partner?

«Il no a quel trattato era opinione comune sia della Lega che dei 5 stelle. Un’indicazione ribadita in ogni occasione pubblica e privata. Non capisco come si possa trasformare il no in un ni, un sì, un forse. Se domani Conte chiamerà La Verità dicendo che non firmerà mai un trattato del genere per me la polemica è chiusa. Invece, vedo che si trincera dietro supercazzole del pacchetto, delle tempistiche… Per me, o è sì o è no».

Mes, Ilva, manovra: quanto durerà ancora il governo giallorosso?

«È durato già troppo perché i messaggi economici lanciati sono devastanti. Se alle imprese nel mondo trasmetti l’idea che l’Italia è un paese inaffidabile poi è difficile recuperare».

Conte dice che il suo governo ha tagliato le tasse per 26 miliardi, 23 di mancato aumento dell’Iva più 3 di taglio del cuneo fiscale.

«In realtà, la Corte dei conti certifica l’esistenza di 17 miliardi di tasse in più. Se passano come taglio delle tasse il mancato aumento dell’Iva, allora grazie tante… Anche l’anno scorso l’Iva non è aumentata. Del resto, gli italiani l’hanno capito, non a caso in questo periodo abbiamo visto in piazza i benzinai, i vigili del fuoco, i poliziotti, i pensionati, gli agricoltori, il mondo della scuola è in agitazione, per non parlare delle partite Iva alle quali è stata scippata la Flat tax fino a 100.000 euro. Per recuperare denaro, l’ultima che hanno inventato è la tassa sulla sigaretta elettronica. Mentre tutto il mondo normale aiuta chi smette di fumare anche con le sigarette elettroniche che sono meno dannose, noi stiamo pensando di tassarle. Mi sembra che siano alla canna del gas».

Nota un rinnovato attivismo delle procure verso di lei?

«Non ci si abitua mai. Mi domando se qualcuno in procura ad Agrigento sia ossessionato da me e non abbia altri reati veri da perseguire visto che mi stanno onorando della seconda o terza inchiesta. Il 90% della magistratura è sana, equilibrata e non politicizzata, poi c’è una piccola parte che storicamente prova a usare le aule di tribunale come cabine elettorali. Va bene, mi sorbirò un tot di processi vari ed eventuali».

Secondo lei, se si dovesse votare in Parlamento sul sequestro di persona per la Open arms, stavolta il M5s la difenderà come in occasione del voto sulla Diciotti?

«Se è coerente, sì. È sempre stata una scelta mia e dell’intero governo difendere i confini e disincentivare gli sbarchi. Lo stop all’immigrazione clandestina era nel programma elettorale, vediamo al voto. Non sono preoccupato, ma curioso».

È rispuntata anche un’intercettazione relativa a una cena con l’imprenditore Luca Parnasi, già arrestato per un’indagine sui lavori dello stadio di Roma. C’è stata o no quella cena?

«Ce ne sono state più d’una. Io ceno e pranzo sistematicamente con imprenditori. Anche stamattina ne ho incontrati una quindicina. Con Parnasi sono anche andato allo stadio e mi piaceva il progetto di quello per Roma. Poi, se ha sbagliato e commesso degli errori, giudicherà la giustizia italiana».

In quella cena si sarebbe concordato un finanziamento alla Lega di 250.000 euro attraverso l’associazione «Più voci».

«Io non faccio l’amministratore. Non raccolgo denaro, ma idee. Le persone che collaborano con me lavorano in modo corretto. Lo dice lo stesso Parnasi: “Non erano soldi dati alla Lega”; non ho motivo di dubitarne».

Quando è nato il nuovo Salvini, istituzionale e dialogante?

«Io non mi accorgo di tutti questi cambiamenti. Ho letto un lungo articolo che spiegava la mia scelta di indossare il dolcevita e i pantaloni di velluto a Bologna con il fatto che l’Emilia Romagna è di sinistra e quindi anch’io mi adeguavo allo stile locale. Mi sono divertito, pensando che d’inverno mi sono sempre vestito così. A volte sono dialogante altre volte burbero, ho sempre provato ad ascoltare. Se mi chiedono un giudizio su Mario Draghi, rispondo».

Magari senza candidarlo al Quirinale, però.

«Non ho candidato nessuno. Anche in passato a precisa domanda ho risposto che ha fatto bene il suo lavoro. Come si fa a parlare oggi del Presidente della Repubblica che si eleggerà tra due anni e mezzo? Draghi non mi sento di dire che è una pessima persona, tutt’altro. Certe sfumature si notano più da fuori. Il leader del primo partito nazionale deve ascoltare tutti. Per esempio, mi ha fatto molto piacere l’intervista del cardinal Camillo Ruini».

Che ha incontrato qualche giorno fa. Ci può svelare qualcosa degli incontri riservati di questo periodo con Ruini, con l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, e con Liliana Segre?

«No. L’incontro con Ruini è di dominio pubblico e spero sia il primo di una serie di altri. Ruini è una persona di una ricchezza tale… dalla quale ho solo da imparare. Gli altri incontri, se ci sono stati, rimangono riservati».

L’impegno diplomatico maggiore del nuovo Salvini è nella direzione della Chiesa e del Vaticano?

«Ci sono stati tanti incontri anche prima. Incontri che rimangono per me e per chi c’era. Sicuramente l’apertura anche pubblica di qualche cardinale ha favorito un dibattito importante, ma anche prima avevo incontrato qualcuno in Vaticano. La distanza è molto più ridotta di quanto la raccontano Famiglia cristiana e Avvenire, per i quali io dovrei essere già all’inferno e la Lega dovrebbe essere fuori legge. Fortuna che i cattolici, come i buddisti e gli appartenenti a ogni religione, pensano con la loro testa».

Pensa che avrebbe potuto sospendere il riferimento alla droga che fa male nel giorno della condanna dei carabinieri per la morte di Stefano Cucchi?

«No, perché penso 365 giorni all’anno che la droga fa male. C’è troppa informazione e politica che strizza l’occhio agli stupefacenti. C’è chi dice che fa bene, che tiene svegli».

Matteo Renzi dice al Pd di non andare a elezioni perché si regalerebbe il Quirinale alla Lega.

«Abbiamo al governo gente che oltre a essere incapace è pericolosa perché impedire le elezioni altrimenti vincono gli altri e occupano le istituzioni è qualcosa di volgare. Se gli italiani ci voteranno non manderemo certo un marziano al Quirinale. Non so come potranno resistere altri due anni e mezzo al governo litigando su tutto».

Qualcuno ipotizza anche un avvicinamento tra i due Matteo in vista di un bipolarismo alternativo che porterà a escludere Conte, Zingaretti e Di Maio.

«Sono anni luce lontano da Renzi e in ogni caso penso che di Conte e Zingaretti rimarrà poco nella storia patria. Lavoro affinché potremo tornare più efficienti ed efficaci al governo. Tra un anno, sei mesi o quando sarà. Ma presto o tardi sarà».

 

La Verità, 22 novembre 2019

«Mi dimisi per dignità, ma i soloni non si scusano»

Buongiorno Maurizio Lupi, come sta?

«Sto bene perché non ho nessun rimpianto e nessuna recriminazione. Quando mi sono dimesso da ministro l’ho fatto per difendere un’idea di politica e di governo, ma soprattutto la mia storia e la mia famiglia. Non potevo, né volevo, dimettermi da padre. E nemmeno modificare il giudizio sui miei collaboratori. Con quel gesto ho voluto riaffermare le ragioni per cui un giorno ho deciso di entrare in politica».

E come si sta, pubblicamente riabilitati?

«Sono stato fortunato a non essere mai indagato, a non dover spendere denaro per avvocati, a poter continuare a fare politica in un altro ruolo. Al contempo, provo grande dispiacere pensando a coloro che hanno ingiustamente pagato con il carcere e processi continui, da innocenti».

Il 15 marzo 2015, senza essere indagato, Maurizio Lupi si dimise da ministro delle Infrastrutture in seguito all’inchiesta Grandi opere secondo la quale l’imprenditore Stefano Perotti e il superdirigente del ministero, Ercole Incalza, si sarebbero interessati all’assunzione del figlio Luca. Al quale, in occasione della laurea, Perotti, amico di vecchia data del ministro, regalò un orologio Rolex. L’archiviazione dell’indagine è di aprile, ma la notizia è stata divulgata solo il 6 novembre. Nel 2018 Lupi è stato rieletto deputato nelle file di Noi con l’Italia, confluito nel Gruppo misto della Camera.

Sono passati 4 anni e mezzo dalle sue dimissioni da ministro del governo Renzi, dopo quello Letta: che anni sono stati?

«Di continuo cambiamento. La prima certezza saltata è stata il ruolo di ministro. Poi è cambiato il partito di riferimento, da Forza Italia e dall’Ncd, con un gruppo di amici abbiamo dato vita a Noi con l’Italia. Infine, è evoluta anche l’idea di centrodestra. L’unica certezza che si è consolidata è che bisogna essere sempre pronti a mettersi in gioco».

Perché si dimise nonostante non fosse indagato?

«A volte, più di tante parole valgono i gesti. Siamo uomini pubblici. Quasi tutti mi avevano sconsigliato di farlo e tanti non l’hanno fatto. Io ho preferito lasciare che qualcun altro proseguisse il lavoro iniziato. Quando ho visto che si dipingeva una cupola di corruzione ho voluto dare un segnale di assoluta libertà».

Perché la richiesta di archiviazione presentata ad aprile è divenuta pubblica solo pochi giorni fa?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Ringrazio il giornalista del Corriere della sera che ha dato la notizia. Era la seconda archiviazione in un anno e mezzo. Nel nostro Paese il sostegno a un’indagine su un reato, prima che sia comprovato, comincia già sui giornali. Per altro, dopo la divulgazione della notizia entrano in funzione i soloni del tribunale etico».

Anche i funzionari e imprenditori più coinvolti di lei saranno riabilitati?

«Questo è il dolore maggiore. Quando si agitano le manette bisognerebbe ricordare che la presunzione di innocenza, oltre a essere scritta nella Costituzione, serve a tutelare la vita delle persone. È giusto che chi commette degli errori ne risponda. Ma ora chi ripagherà un’impresa con 100 dipendenti tra le migliori d’Europa nel suo campo che ha dovuto chiudere? E chi risarcirà un alto dirigente statale che ha fatto 70 giorni di carcere ed è stato assolto 17 volte su 17? Infine, chi risponderà del danno per il clima inquisitorio instaurato che rende sempre più faticoso il processo decisionale nelle istituzioni?».

Quell’indagine era partita da alcune intercettazioni male interpretate.

«I magistrati di Milano hanno detto che la Procura di Firenze ha male interpretato un dialogo nel quale in realtà si stava ribadendo una norma di legge. Cioè, l’hanno interpretato al contrario, come espressione di un intento affaristico. Se decontestualizzi le conversazioni puoi prendere grandi abbagli. Da anni si attende la definizione della normativa sull’uso delle intercettazioni, ma finché ciò non avviene ognuno le usa liberamente».

La riforma del ministro Alfonso Bonafede la fa ben sperare?

«Dalla legge “Spazzacorrotti” in poi s’interviene solo con l’inasprimento delle pene o con l’introduzione di nuove figure e mezzi investigativi. Se si prescinde dalla proporzionalità della pena al reato alla lunga non ci resterà che la pena di morte».

Quanta soddisfazione le dà il fatto che è stata proprio la Procura di Firenze a chiedere l’archiviazione?

«C’è un giudice buono a Berlino. Si può sbagliare, ma riconoscere l’errore può far intraprendere una strada nuova».

Perché l’archiviazione dell’indagine ha avuto così scarso rilievo sui giornali?

«Perché non fa notizia dire, a distanza di anni, che era un’inchiesta infondata. Tutto brucia rapidamente. Fortunatamente c’è la Rete che permette una pur minima pubblicità delle notizie positive. Se dovessimo stare a gran parte dei giornali…».

Francesco Merlo su Repubblica ha distinto tra assoluzione penale e decenza politica.

«Certi opinionisti indossano i panni del grande inquisitore: sì, non c’era niente, ma ha sbagliato comunque. Anche Marco Travaglio ha ribadito che dovevo dimettermi, tirando in ballo la questione etica. Ma se non c’era reato, non c’era corruzione, non c’era alcuna richiesta di favori, non ero indagato allora e non sono stato condannato dopo e c’era trasparenza assoluta, dov’è la questione etica?».

Ha meno fiducia nei giornalisti che nei magistrati?

«Tra i commentatori non ho visto ammissioni di errori. Per qualcuno dovevo dimettermi anche da padre. Mio figlio, laureato in ingegneria con 110 e lode, aveva trovato un lavoro. Mi chiamò in lacrime da New York dicendomi che sotto il suo ufficio c’erano decine di giornalisti e chiedendomi quale fosse la colpa di aver ricevuto un regalo di laurea da una persona che conosceva da anni. Quando ci si accorge di aver sbagliato ci si può scusare, invece i Torquemada continuano per la loro strada. A loro vorrei regalare Pensieri improvvisi, un libriccino di Andrej Sinjavskij: “Quando ti becchi una malattia venerea, solo allora ti accorgi che tutti gli uomini sono puliti”».

Perché chi opera negli appalti delle infrastrutture è sempre in odore di corruzione?

«È una fama giustificata, ci sono precise responsabilità della politica. L’errore è generalizzare buttando il bambino con l’acqua sporca. Alla fine degli anni Ottanta fu promulgata una legge che bloccò fino al 2001 la realizzazione delle grandi opere per sconfiggere la corruzione. È il motivo per cui in questo campo l’Italia è un paese arretrato. Serve un patto trasversale per le infrastrutture materiali e immateriali. Poi chi governa deciderà come farle».

Che cosa pensa del crollo del ponte Morandi?

«Aldilà delle responsabilità accertate, penso che se avessimo costruito la Gronda quella tragedia non si sarebbe verificata. Le opere non realizzate spesso si trasformano in tragedie».

Rinnoverebbe la concessione ad Atlantia della famiglia Benetton per la gestione di Autostrade per l’Italia?

«In uno Stato di diritto si ritirano le concessioni solo nel momento in cui è accertato il mancato rispetto del contratto. Una volta documentate le responsabilità, chi ha sbagliato paga e ricostruisce. La tragedia del ponte Morandi era l’occasione per ridefinire le regole del rapporto concessionario. Ora si pensa al ritorno dello Stato padrone come fosse immune da errori, ma la storia ha già mostrato che non è così».

Il Mose e l’alluvione di Venezia?

«I ritardi nell’ultimazione del Mose sono l’evidenza di come si è tradita Venezia e quindi l’Italia. Nella primavera del 2014 era realizzato all’87%. Avrebbe dovuto essere pronto nel giugno 2016 e attivo, dopo i collaudi, nel gennaio 218. Lo scandalo delle tangenti ha fatto bloccare i lavori ed è iniziato lo scaricabarile tra le autorità. Invece, mentre la giustizia avrebbe dovuto fare il suo percorso pretendendo i rimborsi dai responsabili, si sarebbero dovuti accelerare i lavori di completamento dell’opera».

Ex Ilva, Tav, Mose, ponte Morandi, aree terremotate: come può esserci unità d’intenti se nello stesso governo ci sono il partito del Pil e quello della decrescita?

«Anche un movimento di moralizzatori potrebbe capire che la sfida della politica non è la campagna elettorale, ma governare il Paese. Se il reddito di cittadinanza si rivela un provvedimento assistenzialista e con quei soldi si può tagliare il cuneo fiscale, bisogna avere la forza di cambiarlo e di convincere il proprio elettorato».

Non è facile come dirlo.

«Bisogna provarci. Se hai il ministero dello Sviluppo economico, prima con Luigi Di Maio e ora con Stefano Patuanelli, e fai chiudere la più grande acciaieria d’Europa qualche domanda te la devi fare».

Noi per l’Italia aderirà alla coalizione degli italiani con Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni?

«Noi con l’Italia è a pieno titolo nel centrodestra. Senza esser presuntuosi vogliamo far tornare rilevante la proposta politica del centro, senza il quale il centrodestra si chiamerebbe destra».

Che spazio vede per i cattolici in politica?

«Uno spazio enorme. Oggi il partito dei cattolici sarebbe antistorico. Ma in uno scenario in continua e rapida evoluzione, i cattolici, come tanti altri, possono testimoniare un impegno al servizio del bene comune per ricostruire una società che nasca dalla persona e dalla libertà».

Cosa pensa della disponibilità al dialogo verso Salvini manifestata dal cardinal Ruini?

«Non si può non dialogare con chi rappresenta un terzo degli italiani. Trovando, nelle differenze, punti in comune su cui lavorare insieme. Salvini non è il diavolo, così come i comunisti non mangiavano i bambini».

Che cosa direbbe oggi al suo amico Roberto Formigoni?

«Quello che gli dico quando vado a trovarlo: che il suo operato ha cambiato la Lombardia ed è stato un modello per l’Italia di attuazione del principio di sussidiarietà con al centro la persona. Gli dico anche che non è solo».

E sulla sua vicenda giudiziaria?

«Le sentenze si rispettano e Roberto lo sta facendo. Ma, per conto mio, quella che lo riguarda non racconta ciò che è stata l’azione politica e di governo di Roberto Formigoni».

 

La Verità, 17 novembre 2019

«Il Muro è caduto, ma il comunismo è vivo»

Una storica dell’anima. Una narratrice delle persone semplici, capace di una tenerezza e di una pietas che non hanno nulla a che vedere con il buonismo patinato di moda. Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, è stata protagonista dell’annuale appuntamento dell’università di Padova con un premio Nobel con una lezione intitolata: «Abbiamo paura della libertà». Bielorussa, perseguitata dal regime del presidente Aljaksandr Lukasenko, riparata a lungo in Europa e tornata a vivere a Minsk nel 2011, Aleksievic ha scritto grandi reportage sugli eventi più tragici della Russia, dalla guerra in Afghanistan al disastro di Chernobyl (Ragazzi di zinco e Preghiera per Chernobyl, dal quale è stata tratta la pluripremiata serie tv; entrambi riproposti dalle edizioni e/o). Citando i festeggiamenti per i trent’anni della caduta del Muro di Berlino, ha osservato che «abbiamo goduto di queste manifestazioni come in una sorta di grande luna park. Ma se oggi riguardiamo ai nostri anni Novanta ci accorgiamo che eravamo dei romantici perché ci illudevamo che la nostra vita si sarebbe trasformata in una festa della libertà. Poco alla volta ci siamo resi conto che la nostra era una rappresentazione naif di quello che stava accadendo. Per esempio, non sapevamo molto di ciò che avevano vissuto i dissidenti russi, perché conoscevamo solo il piano di creare l’uomo perfetto, l’homo sovieticus, un personaggio tragico. Sulle facciate delle baracche dei lager staliniani che avevo visitato campeggiava lo slogan imperativo: “Convogliamo con mano di ferro l’umanità verso la felicità”. Così, finalmente, stiamo prendendo coscienza che la strada della libertà è ancora tortuosa e tragica. Perché il comunismo continua a espandersi».

La libertà è uno dei suoi pilastri irrinunciabili della civiltà moderna: perché non è ancora una conquista sicura?

«Purtroppo il fascismo fa parte della nostra vita perché in democrazia è la maggioranza che governa. Così è ancora il fascismo a decidere».

Usa il termine fascismo come sinonimo di dittatura o come espressione di un sistema storicamente definito?

«Il premio Nobel Czeslaw Milosz ha dichiarato che presto il fascismo si mostrerà a tutti come un’operetta di cattivo gusto al confronto con il comunismo che penetra in maniera profonda nella natura umana. Il comunismo proclamava un sistema di vita uguale per tutti e perciò era considerato giusto. Quello che stiamo vivendo è un momento difficile perché tutti coloro che desiderano una vita nuova non pensano che quando il benessere si diffonderà anche loro saranno benestanti. Di solito si sottolinea come vivono bene gli altri senza riconoscere come viviamo bene noi».

Essendo più affascinante, il comunismo è più pericoloso?

«Il fascismo è più diretto, più semplice. Il comunismo propone delle idee affascinanti».

Perché ritiene che il comunismo sia in espansione?

«A Mosca e a San Pietroburgo è difficile trovare qualcuno davvero felice. Il comunismo non vuole morire e cercherà ancora a lungo di impossessarsi delle nostre menti. I russi di oggi rimpiangono quello che avevano i loro genitori e i loro nonni. Vorrebbero conservare la proprietà privata, ma anche una certa idea egualitaria. Il modello cinese esercita un certo fascino. Sto intervistando tante persone che rimpiangono il fatto che in passato erano tutti uguali, che si lavorava di meno e la vita era più semplice. Rimpiangono l’epoca di Leonid Breznev: se ricordi loro i lager e i gulag ti rispondono citando la vittoria della Seconda guerra mondiale».

Nei suoi libri ha raccontato la guerra e la catastrofe nucleare di Chernobyl, concentrandosi sulla descrizione del male.

«Voglio descrivere il male nella quotidianità delle guerre, nei piccoli conflitti che ci sono. Voglio capire perché viviamo così».

Che risposta si e data? Il male viene dalla superbia dell’uomo che si ritiene onnipotente grazie alla tecnologia o dall’ideologia?

«Il male proviene dall’ideologia. Lo abbiamo visto anche nel periodo di Boris Eltsin, presunto riformatore, vittima dell’alcolismo. Vladimir Putin ha creato un programma di recupero di ciò che è stato e ha trasformato a proprio vantaggio il pericolo del ritorno del comunismo. La difesa dagli attacchi alla Russia è stato il punto di partenza della sua ascesa. Il popolo taceva e lui ha cominciato a parlare. Disse che avrebbero cercato e ucciso i Ceceni, nemici della Russia, fin dentro i bagni».

Si definisce una storica dell’anima. Chi ha visto la serie tv Chernobyl ricorda la storia della vedova del vigile del fuoco Vasilij Ignatenko che nel libro è ancora più drammatica. Da che cosa le viene questa pietas?

«Sono cresciuta tra queste persone e le ho osservate. Mi sono sempre chiesta perché nessuno capisce queste sofferenze».

Nella sua letteratura le voci degli umili diventano protagoniste.

«Perché parlare sempre degli eroi e non delle persone semplici?».

Annota che il giorno dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima venne presentata la nuova versione dell’ipad: perché mette in relazione questi due eventi?

«La relazione è data dalle prospettive tecnologiche. Produciamo oggetti e sistemi che poi non sappiamo gestire. È come se la tecnica fosse già più alta di noi. Il nostro inchinarci davanti a ogni nuova versione di cellulare o tablet è una forma di follia collettiva».

È l’illusione dell’onnipotenza che deriva dalla tecnologia?

«Non solo, anche il fatto che va oltre le nostre possibilità di gestirla».

Gli scienziati nucleari di diversi paesi le hanno detto che le loro centrali «sono affidabilissime».

«Un funzionario russo ha sostenuto che se ne poteva installare una sulla Piazza Rossa. Uno giapponese mi ha risposto che quello delle centrali nucleari è un problema di noi russi. Poi c’è stato il disastro di Fukushima».

«Quanto uomo c’è nell’uomo?», si chiede Fëdor Dostoevskij. È ottimista a questo proposito?

«Non sono molto ottimista. Credo sia necessario un cambio di mentalità. Io vivo in un condominio nel quale ogni singolo membro di tutte le famiglie che lo abitano possiede un’auto. Che umanità possiamo vedere in questa situazione?».

Il suo pessimismo è determinato dalla corsa frenetica al benessere?

«Sì».

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