«Salvini? Un bomber che viene tenuto in panchina»

Il primo preambolo dell’intervista a Bruno Vespa è composto da un paio di domande che lui rivolge a me e quando gli accenno alla rubrica degli Irregolari, «anche se», celio, «è difficile presentare Bruno Vespa come un irregolare», mi replica: «Eppure io sono un grande irregolare, unico giornalista moderato lungamente sopravvissuto in Rai». Questione risolta.

Il secondo preambolo riguarda il tassista che mi accompagna all’appuntamento. Quando vede Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) (Rai Libri e Mondadori) mi dice: «Lei ha un bel libro…». E, dopo una pausa, «mi piace questa qui», indicando l’aquila romana che campeggia in copertina.

Perché questo libro?

«Sono da sempre un appassionato studioso del fascismo. Credo sia giusto chiedersi perché l’Italia si è consegnata a un regime come quello. È drammaticamente affascinante. Non il libro, ma quello che racconta: quando vedi che la crema dell’antifascismo ha invocato Benito Mussolini, qualche domanda è giusto farsela».

E la risposta è?

«La democrazia ha una vocazione al suicidio di cui non si rende conto. Quello che è successo dopo la Prima guerra mondiale ha dell’incredibile».

Parecchi autogol in serie.

«Bisognava capire che portare i soviet in Italia era una follia. E che era un grave errore mortificare i reduci già responsabilizzati da ruoli importanti mettendoli ai margini. Lo squadrismo fascista nacque anche da queste frustrazioni e dalla volontà degli agrari di proteggersi dalle prepotenze delle leghe rosse. Gli squadristi hanno fatto da brigante a brigante e mezzo e sappiamo com’è finita. Non cominciavano quasi mai per primi, ma le loro rappresaglie erano terribili».

Perché non c’è pericolo che torni il fascismo?

«Perché gli anticorpi sono molto forti. Però dobbiamo stare attenti che il desiderio di ordine e stabilità crescente non porti ad anestetizzare certi valori fondamentali. Quello che sta succedendo per esempio in alcuni Paesi dell’Est deve farci riflettere. I critici dei sistemi ungherese e polacco segnalano che l’ordine e il benessere conquistati hanno finito per autorizzare un lenimento di certe libertà democratiche».

I dati economici di quei Paesi posso avere una certa presa.

«Eccome. Ma questo in Italia non può accadere. A Matteo Salvini scappò quella frase sui pieni poteri che Mussolini pronunciò perché senza “non si farebbe una lira” e che ho messo in esergo al libro».

Ci credono davvero Franceschini e gli opinionisti di Repubblica quando paventano il ritorno del fascismo con Salvini?

«Fino in fondo no, anche perché tutti gli altri, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio a Matteo Renzi, non ci credono. Insieme temono che un Parlamento salviniano possa portare a un presidente della Repubblica eletto per la prima volta da uno schieramento di centrodestra. Non è mai accaduto nonostante Silvio Berlusconi abbia governato per nove anni».

Il razzismo negli stadi, le cene con i fregi e i busti del Ventennio, le manifestazioni col saluto romano possono alimentare ombre sul futuro?

«Sono fatti gravi, ma marginali, e più se ne parla più si fa il gioco di queste realtà minuscole. Alle elezioni Forza nuova e Casapound raggiungono lo zero virgola. Per assolvere ai compiti della par condicio li devo invitare in trasmissione, ma la visibilità che così ottengono è enormemente superiore ai voti che prendono».

Se non ci sono reali pericoli di derive a cosa serve agitarne lo spauracchio?

«Non vedo elementi che giustifichino questi timori. Ciò che avviene in Germania, in Italia non sarebbe accettato. È vero, il malessere dei tedeschi orientali è qualcosa di molto serio. Penso siano pazzi a rimpiangere il muro visti i progressi che ha fatto il Paese nel suo complesso. Ma non essendo contenti, ottengono risultati elettorali importanti. Venendo all’Italia, credo che in tempi medi Salvini si staccherà sia da Marie Le Pen sia da Afd (la formazione di estrema destra Alternativa per la Germania ndr). Perché, se è certo che la Le Pen non è come il padre e che Afd ha dei settori che somigliano alla Csu bavarese, è altrettanto certo che, se Salvini vuol rientrare nei giochi europei deve avere altre alleanze. Giancarlo Giorgetti sta lavorando a questo. Un leader che ambisce a diventare premier non può avere quelle parentele europee».

La sinistra agita il pericolo del fascismo perché è a corto di argomenti?

«La storia insegna che tutti i sistemi in difficoltà o dichiarano una guerra o richiamano alle armi contro l’invasore. In democrazia l’invasore e Salvini. Se ci fosse un governo stabile, con un programma preciso e condiviso, tutto andrebbe in un altro modo. Il problema e che il M5s è dichiaratamente e orgogliosamente diverso sia dalla Lega che dal Pd».

È giustificata la creazione di una commissione speciale contro l’antisemitismo, il razzismo e l’odio?

«Sono un profondo ammiratore di Liliana Segre. L’ho incontrata a casa sua a Milano, l’ho intervistata per un mio documentario sul 1948. Solo per pudore non le ho chiesto di mostrarmi il braccio dove ha impresso il numero di matricola di Auschwitz. Liliana Segre ha dato prova della sua statura aprendo la porta della sua casa e dichiarandosi pronta a incontrare Salvini. Credo ci siano gli elementi perché le regole di quella commissione vengano scritte in modo da non prestarsi a equivoci».

Odio e razzismo sono monodirezionali? Si tace sul divieto di parlare a Fausto Biloslavo nella facoltà di sociologia di Trento e si dimenticano presto le liste di proscrizione di Gad Lerner. Parliamo di censori istruiti, non di anonimi haters.

«Quando alcuni anni fa bruciarono un mio libro a Genova nessuno si prese la briga di stigmatizzare quei comportamenti. Silenzio anche quando un odiatore di professione m’impedì di presentarlo urlando e spaventando il pubblico, fino a metterlo in fuga. Auspico che si concretizzi la ventilata iniziativa comune contro l’antisemitismo di Giorgia Meloni e Riccardo Pacifici, storica figura della comunità ebraica romana. Sarebbe un aiuto a mantenere la commissione entro confini non equivoci».

Quanto gli attacchi di Roberto Saviano, Lerner e Lilli Gruber giovano a Salvini?

«Molto».

Il peggior autogol di Salvini è stata la richiesta di pieni poteri o il Papeete prolungato?

«Nonostante Salvini l’abbia chiarita, la frase sui pieni poteri andava precisata meglio. Dopodiché questo Paese ha bisogno di un governo che governi davvero, altrimenti non si va da nessuna parte. Mi spingo a dire un governo di qualunque colore, purché sia operativo e non costretto a mediazioni paralizzanti».

L’errore del Papeete?

«Quando 45 anni fa, il giorno di Ferragosto, intervistai il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani durante una breve passeggiata su Via Nazionale, la deroga al protocollo fu considerata un evento. Il Papeete l’avrei limitato a piccole dosi».

Salvini è come certi calciatori promettenti che hanno ampio margine di miglioramento?

«Salvini è un goleador, quello che segna di più. Tant’è vero che si vuole evitare di fargli giocare la partita decisiva delle elezioni».

Dovrebbe darsi un profilo più istituzionale e accettabile da qualcuno dei poteri forti?

«Credo che questo periodo di opposizione lo aiuterà a migliorare il proprio profilo istituzionale in Italia e in Europa. Non a caso sta già cambiando linguaggio. La leadership dev’essere convincente, ma non gridata».

Che idea si è fatto dell’apertura al dialogo del cardinal Ruini nei suoi confronti?

«So che la mattina in cui è uscita l’intervista al Corriere della Sera a molta gente nei Sacri palazzi è venuto un colpo. Credo che la Chiesa debba dialogare. Così ha fatto con San Giovanni Paolo II che ha risolto la questione ebraica e si è aperto all’islam… I papi vanno nelle moschee e i cardinali non possono parlare con Salvini? Lo troverei singolare, considerando che nell’elettorato della Lega c’è qualche milione di cattolici».

Perché gli ambienti che si richiamano alla sinistra Dc demonizzano la Lega più della sinistra tradizionale?

«Succedeva anche con Berlusconi. Ricordo che una volta, quando lo seguii per Panorama durante la campagna elettorale del 1996, D’Alema mi disse: “Spiegami perché uno come te non può votare per noi”. Non feci in tempo a rispondere: “La sinistra democristiana? Ma io quelli li ammazzo”. Fece tutto lui, io non dissi una parola. Per onestà devo riconoscere che oggi la sinistra Dc è molto meno settaria di allora».

Se il Pd perde anche in Emilia Romagna che cosa accadrà?

«Non riesco a spingermi così avanti. Mancano quasi tre mesi che oggi, in Italia, sono quasi trent’anni».

Posto che Franceschini e Mattarella hanno ribadito che dopo il Conte bis c’è solo il voto, Renzi abbaierà senza mordere?

«Per Renzi è troppo presto per votare. Ha spinto per questo governo apposta, è all’inizio del guado».

Berlusconi è fuori dai giochi?

«Ho assistito a troppi funerali di Berlusconi per credere alla sua morte. Quando è uscita l’anticipazione del libro sulla creazione di Altra Italia, nel suo partito è scoppiato il putiferio perché in tanti temono la mossa del cavallo. Continuerei a non sottovalutarlo, anche Salvini, saggiamente, ha smesso di farlo».

Concorda con lo scenario delineato dal sociologo Luca Ricolfi di 1 più 4: la Lega oltre il 30% e altri 4 partiti, Pd, 5 stelle, Italia viva e Fratelli d’Italia tra il 10 e il 20?

«Il grande sinologo Edgar Snow diceva: “Più conosco la Cina e meno la capisco”. Più conosco la politica meno mi azzardo a fare previsioni numeriche. Sono un grande estimatore di Ricolfi, l’ultimo suo libro è illuminante. Ma un anno fa non c’era una persona che potesse prevedere che i rapporti di forza tra Lega e 5 stelle si sarebbero capovolti: dal 17 e 32 delle politiche al 34 a 17 delle europee».

Parlando di previsioni, che cosa le fa dire che dopo le prossime elezioni la coalizione degli italiani, nuovo nome del centrodestra, farà il governo con Renzi?

«È un paradosso non una previsione. La cosa divertente è che nel Pd hanno il sacro terrore che possa davvero avverarsi».

 

La Verità, 10 novembre 2019

 

«Con più coesione, arriviamo a fine mandato»

Il premier Giuseppe Conte ha appena terminato una riunione di quattro ore sulla spinosa vicenda dell’ex Ilva con i vertici di ArcelorMittal, il proprietario Lakshmi Mittal e il figlio Aditya Mittal, e una delegazione di ministri (il responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri, quello dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, quella dell’Agricoltura Teresa Bellanova e il titolare della Salute Roberto Speranza) e tra un’ora presiederà il Consiglio dei ministri sulla stessa materia. In mezzo, per mantenere una promessa, concede un’intervista esclusiva alla Verità. Un’ora abbondante di botta e risposta, nel corso della quale si è permesso anche qualche digressione: «Ma lei pensava di trovare un premier stressato?».

Presidente, la prendo alla larga per decantare la tensione della giornata. Guardando questi 18 mesi, com’è accaduto che da avvocato sconosciuto ai più sia divenuto il politico più importante d’Italia?

«Mi lusinga. La politica ha ritenuto di coinvolgere un professionista e un accademico che oggi si ritrova in una posizione di responsabilità e che cerca di perseguire il bene comune, portando un angolo visuale diverso grazie alle competenze acquisite al di fuori della politica».

Ogni giorno una mina da disinnescare: quanto dura il suo governo?

«Confido il necessario per attuare il programma riformatore annunciato ai cittadini italiani».

In termini di tempo?

«Fino alla fine della legislatura».

Che margini ci sono per far rientrare questa crisi che mette a rischio 15.000 lavoratori e l’1,4% del Pil?

«La situazione si prospetta molto complessa e la sfida molto difficile, ma il governo farà tutto quanto possibile per preservare gli investimenti produttivi e i livelli di occupazione raggiunti».

Che cosa dirà al presidente Sergio Mattarella che attende una sua comunicazione in proposito?

«Gli riferirò come si è svolto l’incontro e la determinazione del governo a fare tutto quanto è nelle sue competenze per salvaguardare un asset strategico nazionale».

La vicenda dell’ex Ilva va ascritta a superficialità nella valutazione della reazione di ArcelorMittal o a difficoltà nella ricerca di una politica di sviluppo sostenibile?

«Dall’incontro di oggi ho tratto la convinzione che si tratti di una questione puramente industriale».

Già a giugno lei si pronunciò per la cancellazione dell’immunità penale per gli amministratori di ArcelorMittal che aveva consentito l’accordo.

«Non e consentito sul piano giuridico pensare di svolgere attività economico-industriali giovandosi di uno stato d’immunità penale. Detto questo, è corretto fare tutte le valutazioni del caso relative alla particolare situazione dell’ex Ilva. Ma non cadiamo nel provincialismo di pensare che uno Stato di diritto possa garantire l’immunità penale perché altrimenti non si può condurre un’efficace attività industriale. Sarebbe una promessa non accettabile».

Però era stata fatta.

«Il governo è pronto a fare la sua parte. Ma da quanto rivelato dalla proprietà, non è stata l’immunità penale la causa determinante la decisione di recedere dal contratto di ArcelorMittal».

Fa titolo parlare di green economy, ma poi nel concreto nascono molti grattacapi?

«Non è facile riorientare il sistema produttivo verso la green economy accelerando i tempi della transizione energetica e verso un’economia circolare. Non può esser fatto dall’oggi al domani; il sistema produttivo ha bisogno di tempo per essere riorientato in modo che non si perdano opportunità occupazionali. Detto questo, una politica responsabile deve, oggi, subito, attraverso misure incentivanti e disincentivanti, indirizzare il sistema industriale in una direzione ecosostenibile. Altrimenti la sensibilità ambientale rimane una pura dichiarazione di principio».

Non dev’essere semplice visto che in tutte le emergenze industriali e ambientali come la ex Ilva, la Tav, le concessioni autostradali, Pd e M5s sono su fronti opposti.

«Sull’ex Ilva non mi sembra ci sia grande diversità di posizioni. Oggi c’erano vari ministri alla riunione con la proprietà e non ho notato differenti sensibilità. Siamo tutti convintamente orientati a preservare l’occupazione, la stabilità industriale e a perseguire un corretto piano ambientale. Se lei si riferisce a una differente valutazione emersa in seno ai gruppi parlamentari sullo scudo penale, va considerato che stiamo parlando di una questione giuridicamente opinabile».

E su Autostrade e Tav cosa dice?

«Potranno esserci diverse valutazioni, ma non vedo all’orizzonte divisioni sul piano industriale. Anzi, questo governo nasce sulla base di un programma molto caratterizzato, che mira a perseguire una svolta verde e a realizzare un’Italia più digitalizzata ed efficace nelle sue infrastrutture».

Dall’Ilva all’Iva: l’omega e l’alfa del governo in una consonante?

«Sull’Iva abbiamo ottenuto un grande successo, tagliando le tasse».

Quella tassa.

«23 miliardi. Lo scriva: quella tassa avrebbe avuto un effetto regressivo sui consumi. Il nostro è l’intervento sulle tasse più cospicuo fatto in Italia negli ultimi anni».

Non c’è l’aumento dell’Iva, ma una miriade di microtasse che penalizzano famiglie e imprese, come la plastic tax, la tassa sulle auto aziendali, la tassa sulle cartine delle sigarette…

«Lo contesto. Non è vero che questa manovra contiene una miriade di tasse. Abbiamo tagliato per 26 miliardi: i 23 dell’Iva più i 3 del cuneo fiscale. A fronte di questi tagli c’è una modesta tassazione su alcuni specifici settori del credito. Trattasi per lo più di tasse di scopo, in linea con il programma di governo per un’Italia più verde e moderna. Stiamo lavorando per rivedere le posizioni sulle auto aziendali e sulla plastica. A questo fine, dopo aver completato un supplemento di riflessione, incontreremo tutti gli stakeholders di questi due settori per operare una valutazione finale. Non vogliamo penalizzare nessuno e vogliamo che queste limitate misure siano pienamente sostenibili».

Come sta andando il tentativo di eliminare le commissioni bancarie per l’uso delle carte di credito e dei bancomat?

«Stiamo coinvolgendo il circuito creditizio tradizionale, le banche, e quello alternativo, le Poste e altri intermediari finanziari, in questo progetto. Quando il nuovo piano partirà, nel secondo semestre del 2020, i cittadini e i commercianti avranno la sorpresa di poter utilizzare il contante senza nessuna penalizzazione e la moneta elettronica senza pagare commissioni o pagandone di molto modeste».

Su alcuni provvedimenti della legge di Bilancio Matteo Renzi ha promesso battaglia: teme che possa essere stravolta in Parlamento?

«Non ho questo timore perché abbiamo avuto tante riunioni alle quali tutte le forze del governo hanno preso parte attiva dando il loro contributo per definire l’attuale volto della manovra economica.

Salvo intese.

«L’intesa è stata raggiunta. In Consiglio dei ministri avremo ulteriori vertici per eliminare eventuali riserve».

L’irrequietezza di Renzi toglie disinvoltura al governo?

«Il governo non è e non sarà mai disinvolto. Nessuna iniziativa di leader o di singoli esponenti potrà compromettere il senso di responsabilità e la forte determinazione nell’azione di governo».

Quindi lei è sereno?

«Io sono determinato a operare per il bene del Paese e a farlo con tutte le energie fisiche e psichiche sino all’ultimo giorno in cui sarò a Palazzo Chigi».

Sperava che la nuova coalizione sarebbe stata meno litigiosa della precedente e che si dovesse fare minor ricorso alle sue doti di mediazione?

«Dobbiamo sicuramente affinare lo spirito di squadra e per questo chiederò uno sforzo aggiuntivo a tutti i componenti della coalizione governativa. Non è accettabile che i risultati che stiamo conseguendo possano essere offuscati da singoli smarcamenti o specifiche rivendicazioni».

A quali risultati si riferisce?

«Ai 23 miliardi di taglio dell’Iva. È un grande successo perché l’aumento sarebbe stato regressivo e avrebbe prodotto una reazione a catena sui consumi e sul senso di sfiducia della popolazione».

Il carcere per i grandi evasori è una resa dello Stato, incapace di controlli risolutivi?

«Il carcere è solo una delle misure per rendere più efficace il contrasto all’evasione. Confidiamo anche su altre misure che potranno contribuire a porre le basi per un’alleanza tra lo Stato e tutti i contribuenti. Dobbiamo pagare tutti per pagare meno. L’unico modo efficace e sostenibile per pagare tutti meno è far emergere l’economia sommersa. Qualsiasi altra ricetta è poco credibile. In questa situazione, abbassare le tasse in modo sostanzioso, come ci riproponiamo di fare, senza recuperare i miliardi dell’evasione, significherebbe far saltare i conti pubblici, portare a un procedimento di infrazione il Paese e al collasso economico l’intero sistema».

Quanto la indeboliscono i casi di conflitto d’interessi che periodicamente affiorano, ultimo quello del parere sull’affare Retelit rilasciato al finanziere Raffaele Mincione pochi giorni prima di diventare premier del governo che si comportò come suggerito dal suo parere?

«Se avete avuto la bontà di seguire i chiarimenti forniti l’altro ieri alla Camera potrete convenire che non c’è stato conflitto d’interessi. Tutte le decisioni e le valutazioni sul punto sono state affidate al vicepremier Matteo Salvini che ha presieduto il Consiglio dei ministri in mia vece. Lo chieda a Salvini quale indirizzo aveva il Cdm».

Mi riferivo al fatto che aveva detto che quando ha redatto il parere pro veritate non immaginava di diventare premier. La sera prima di firmarlo ha incontrato Salvini e Di Maio in un hotel di Milano, non credo per parlare di calcio.

«E secondo lei una consulenza si redige in una notte? Io facevo l’avvocato, mi è stato chiesto un parere, non ho neanche incontrato la persona che me l’ha chiesto. Era un parere di natura esclusivamente formale. Infine, al Consiglio dei ministri non ero presente. Mi spiace che continuiate ad attaccarmi senza documentarvi a sufficienza. Io sono per la libertà di espressione, ho detto che fin quando sarò presidente del Consiglio non querelerò nessuno per diffamazione, perché sarebbe antipatico oltre che asimmetrico. Però potrò farlo come Giuseppe Conte, da semplice cittadino».

Mi spiace, sa di minaccia.

«È solo un invito a lavorare con senso di responsabilità».

Avete ammortizzato la scossa del voto in Umbria, quella dell’Emilia Romagna potrà essere più forte?

«Aspettiamo prima di valutare i risultati».

Parteciperà alla campagna elettorale o basta foto di gruppo?

«Non ho partecipato nemmeno in Umbria. Non sono nelle condizioni di fare campagne elettorali, dato l’assorbente impegno governativo. Se avessi il tempo, mi piacerebbe farle casa per casa, parlando con le persone e guardandole negli occhi».

Quanto potrà pesare lo scandalo di Bibbiano nel voto in Emilia?

«C’è un’inchiesta giudiziaria in corso. Stanno facendo tutte le verifiche del caso e valuteremo gli esiti che ne conseguiranno».

Dopo l’Emilia e la Calabria ci saranno la Puglia, il Veneto… Quella del suo governo rischia di essere una lenta agonia?

«Lei sta parlando di competizioni elettorali territoriali non di un voto dato al governo. In ogni caso valuteremo complessivamente i risultati, sono competizioni che potranno consentirci sicuramente di misurare lo stato di salute dei singoli partiti che compongono la maggioranza».

Perché in entrambi i suoi governi ha voluto mantenere la delega sui servizi segreti?

«Né prima né adesso è stata mai posta in discussione la delega sui servizi segreti. Evidentemente le forze politiche che hanno sostenuto il precedente esecutivo e che ora stanno sostenendo l’attuale mi hanno riconosciuto una funzione di garanzia nell’esplicare il delicato compito di sovrintendere al comparto di intelligence».

Come si spiega il misterioso apprezzamento del presidente americano per un politico che stava dando vita al governo più a sinistra dell’Occidente?

«Il più a sinistra? E il Portogallo? E la Spagna?».

Tra i più a sinistra: Pd, Leu, M5s.

«I 5 stelle non sono di sinistra. E poi c’è anche Italia viva». (ride)

Allora non c’era. Quali meriti aveva acquisito agli occhi di Trump?

«Sin dal G7 del Canada è scattata una simpatia personale con il presidente Trump e questa amicizia e questo rapporto personale si sono sempre mantenuti nel tempo, nel corso dei vari incontri internazionali».

Come spiega il fatto che dopo la sua audizione al Copasir nella quale ha detto di aver chiarito tutto il presidente Trump ha deciso di aprire un’inchiesta penale sul ruolo di Mifsud e dei servizi italiani nel tentativo di screditare la sua stessa elezione?

«Non mi risulta che l’inchiesta aperta riguardi i servizi italiani. In ogni caso non vedo nessun collegamento tra la vicenda interna della mia audizione al Copasir e quella tutta americana di aprire un’inchiesta giudiziaria relativa a disturbi recati all’elezione di Trump».

I suoi rapporti con Salvini sono irrecuperabili? I toni dei vostri scambi autorizzano a pensare che ci sia qualcosa di personale tra voi.

«Con Salvini io non ho nulla di personale. Le poche volte che ho parlato di lui l’ho fatto sollevando questioni politiche o istituzionali di una certa rilevanza. Vedo che lui invece si diletta ad attaccarmi sul piano personale anche più volte a giorno. Ma le polemiche personali non mi appassionano. Sono concentrato a rilanciare il “sistema-Italia”».

Il fatto di non essere espressione di un partito non le fa a volte avvertire un carico eccessivo sulle spalle?

«Sulle spalle avverto già forte la responsabilità di guidare un grande Paese, un membro del G7, come l’Italia. La questione non è tanto essere espressione o meno di un partito, ma progettare la modernizzazione del Paese lavorando con spirito costruttivo insieme alle varie forze politiche che sostengono la maggioranza».

Alcuni osservatori la danno più vicino al Pd che ai 5 stelle, cosa c’è di vero? E cosa c’è di vero nell’ipotesi che in un prossimo futuro potrebbe contendere a Di Maio la leadership del M5s?

«Sono vicino in eguale misura a tutti i partiti che hanno deciso di condividere questo progetto di governo per il Paese. È fisiologico che, rispetto alle singole riforme, possa essere accostato ora all’una ora all’altra forza politica. La verità è che per me non esistono misure di questo o quel partito, ma buone o cattive misure. Quanto al mio futuro, ormai costantemente i retroscenisti si divertono nell’attribuirmi vari percorsi politici. Ma l’unico futuro a cui penso è quello dei nostri giovani, delle famiglie, dei lavoratori, delle nostre imprese».

Disse che terminata l’esperienza del governo gialloblù sarebbe tornato alla sua professione. Che cosa le ha fatto cambiare idea?

«Gli stessi principi che hanno ispirato la mia prima esperienza di governo, la consapevolezza di voler operare sempre nell’interesse degli italiani, senza escludere nessuno. Ed è ancora così. Abbiamo una grande opportunità davanti a noi».

Si considera un politico affidabile? Non si è mai sentito in imbarazzo durante la copernicana transizione di mezza estate?

«La mia affidabilità va valutata sulla base dei principi costituzionali a cui ispiro la mia azione, non sulla base della fedeltà alla volontà di un singolo leader o di una singola forza politica, che mai ho dichiarato. Lo scorso agosto il Paese ha affrontato una delle più acute crisi politiche della sua storia. Ho accettato di presiedere il nuovo esecutivo per senso di responsabilità: andare alle elezioni avrebbe comportato una grave crisi economica, con possibile incremento generalizzato dell’Iva, esercizio finanziario provvisorio, rischio concreto di portare il Paese in procedura di infrazione. Data questa premessa, nel corso della formazione del governo, è emerso un disegno programmatico ben definito che può contribuire a modernizzare il Paese, riducendo la burocrazia, a migliorare le infrastrutture materiali e immateriali, indirizzandolo verso la transizione energetica e l’economi circolare».

Che cos’è il nuovo umanesimo a cui si ispira e dove ne vede le tracce nella marcia della sua coalizione?

«L’orizzonte ideale per un intero Paese. Un sistema di valori in cui agiscono principi condivisi e non negoziabili: il primato della persona, il lavoro inteso nella sua centrale dimensione sociale, ma anche l’uguaglianza, il rispetto e il senso delle Istituzioni, la preminenza della laicità. Non l’ho mai inteso come uno slogan politico ma come un patrimonio collettivo a cui l’intera comunità nazionale deve contribuire».

Diciotto mesi fa si presentò come «avvocato del popolo», oggi come riformulerebbe questa definizione?

«Al di là delle formule o delle etichette, posso dire che in tutti questi mesi alla guida del Paese per me nulla è cambiato. Lavorare per il bene comune, in maniera trasparente, facendo prevalere lo spirito di squadra a meri personalismi e calcoli individuali: è su queste basi che ancora oggi poggia la mia azione da massima autorità di governo».

Dovesse cadere questo governo secondo lei bisognerebbe indire nuove elezioni? Le chiedo un’opinione non di rubare il mestiere a Mattarella.

«L’orizzonte di questo esecutivo è la fine della legislatura. E fino ad allora lavoreremo incessantemente per migliorare la vita degli italiani. Non sarà facile nell’immediato. Ma ce la metteremo tutta».

 

La Verità, 7 novembre 2019

 

«Vi racconto la vera storia della crisi di mezza estate»

Ladri di democrazia. S’intitola così, senza tanti giri di parole, il pamphlet nel quale Paolo Becchi, con Giuseppe Palma, racconta la vera storia della «crisi di governo più pazza del mondo» (Historica editore). Il professore di filosofia del diritto, già considerato l’ideologo del M5s per la vicinanza a Gianroberto Casaleggio, segue dalla sua casa di Genova i mutamenti della politica e l’evoluzione dei pentastellati, destinati, a suo avviso, a diventare «una piccola formazione di sinistra ecologista». Tutt’altro che periferico, Becchi è stato protagonista del disperato tentativo di mediazione agostano tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio che, per un attimo, aveva riaperto lo spiraglio per una riedizione del governo gialloblù con il capo grillino premier. «Doveva andare così, invece ora penso che il presidente Mattarella sarà pentito delle scelte che ha fatto quest’estate». Insomma, il professore la sa lunga e perciò conviene andare con ordine.

Cominciamo dalla fine, quella dei 5 stelle: davvero Grillo scioglierà il movimento come si sussurra?

«Mmmh… non credo. Secondo me lo lascerà così. Nemmeno lui ha la forza di scioglierlo. Lo renderà biodegradabile… O biodegradato».

In che senso?

«Diventerà una formazione marginale, un partitino di ecologisti di sinistra».

Il giocattolo è rotto e non si può aggiustare?

«Non vedo nessuno in grado di farlo. Il movimento aveva il suo Garibaldi, Grillo, che guidava le cariche, e il suo Giuseppe Mazzini, Casaleggio, il visionario che ci metteva il pensiero. Serviva un Cavour, ma non l’hanno mai avuto. Nel frattempo è morto proprio Mazzini».

Di Maio doveva essere il Cavour del M5s?

«Forse, ma ci voleva tempo per farne un grande pragmatico capace di gestire il potere».

La crisi attuale dipende dal personale politico, dai rapporti con la Casaleggio associati o da alleanze sbagliate?

«È venuto meno il principio unitario che teneva insieme l’organismo. L’originalità del movimento derivava dalla visione di Casaleggio che immaginava una società senza partiti, nella quale il cittadino avrebbe fatto politica senza intermediazioni, attraverso la Rete».

Utopia, sogno

«Non bisognava abbandonarlo, bensì integrarlo nella democrazia rappresentativa. Ora che si è perso l’elemento identitario qualificante è difficile trovarne un altro. La Lega nord si è trasformata in partito nazionale, ma l’idea autonomista è rimasta come elemento di fondo. Il M5s voleva abolire le poltrone e ora, per non sparire, i suoi uomini si attaccano proprio alle poltrone. Sono diventati il tonno dentro la scatoletta. Tra il 2013 e il 2018 hanno perso un’occasione storica. Dovevano cambiare la politica invece sono diventati un asse della partitocrazia. E poi c’è un altro fatto…».

Dica.

«I grillini rivendicano di aver riportato i cittadini alla politica. In realtà, se si guardano i numeri, nel lungo periodo l’astensionismo è aumentato».

Brusco risveglio in Umbria?

«Quando un partito ottiene un buon risultato alle politiche, poi lo dimezza alle europee e lo dimezza ancora alle regionali prendendo meno voti di Fratelli d’Italia, come si fa a non trarre le conseguenze. Quelle dell’Umbria sono state le prime elezioni dopo la nuova alleanza voluta da Grillo. Se si fosse andati a votare prima dell’accordo col Pd, il M5s poteva presentarsi ancora come forza antisistema. Ora ne è pienamente parte e la corrente di protesta si è spostata tutta sulla Lega. La verità è che la crisi di agosto non doveva finire così».

E come?

«Di Maio non voleva la rottura. E Salvini, quando ha visto l’uscita di Matteo Renzi, ha tentato in tutti i modi di fermare l’alleanza tra Pd e 5 stelle. Fino a telefonare al presidente Mattarella, proponendo Di Maio premier con un programma più articolato e una compagine diversa».

Tipo?

«Senza Danilo Toninelli e Giovanni Tria e con Conte commissario a Bruxelles. Glielo dico perché la mediazione l’ho fatta io, giorno per giorno».

Qualcosa ho letto in Ladri di democrazia

«Non ho potuto scrivere tutto… Quando ho capito che la faccenda si metteva male li ho chiamati. Io ero un sostenitore del governo gialloblù… Certo, mancava la sintesi, i leghisti ottenevano un risultato e i grillini un altro. Poi è cresciuto il ruolo di Giuseppe Conte».

Torniamo ad agosto.

«Dopo l’intervista di Renzi che seguiva le dichiarazioni di Grillo era chiaro che si sarebbe andati all’accordo col Pd. Di Maio non ne era per niente convinto, ma per fermare il treno ha posto come condizione di fare il premier».

Quindi non è stata un’idea solo di Salvini?

«Per garantirsi, Di Maio ha chiesto che fosse Salvini a parlarne a Mattarella. Domenica 25 agosto Salvini chiama il Quirinale, ma il presidente è fuori per impegni istituzionali. Quando nel pomeriggio Mattarella richiama e Salvini gli prospetta il governo con Di Maio premier, il presidente non si sbilancia. Non so se informi Di Maio o se avverta Zingaretti, fatto sta che il giorno dopo Zingaretti, fino a quel momento fermo sulla discontinuità, accetta Conte premier. Questa è la pura cronaca. Ora penso che Mattarella cominci a pentirsi delle scelte che ha fatto».

Prima c’era stata la conversione di Grillo che aveva deciso che il Pd non era più il nemico numero uno. Che cosa gli aveva fatto cambiare idea?

«Non so. So solo che in quei giorni viene informato del fatto che suo figlio è indagato per stupro».

Che cosa c’entra con il ribaltone sul Pd?

«Magari nulla, non so cosa sia avvenuto nella sua testa. Però c’è la contemporaneità, il giro sulla moto d’acqua del figlio di Salvini ha occupato le prime pagine per settimane, dell’accusa di stupro a suo figlio si è parlato mezza giornata. Fino a quel momento il Pd era il partito di Bibbiano. Poi, improvvisamente, Grillo dice che bisogna finirla con i barbari e allearsi con il Pd».

Tutto si è messo in moto da lì.

«Grillo ha sempre disprezzato Salvini, mentre considera Conte un elevato, lo ha anche scritto. Forse pensa che a lungo andare potrà sostituire Di Maio. Ma quel cambio di rotta è inspiegabile, anche perché c’era un accordo…».

Cioè?

«Una spartizione di ruoli: l’associazione Rousseau paga tutti i processi di quelli cacciati dal movimento e Grillo si ritira nel ruolo di padre nobile. Non a caso crea il suo blog mentre Di Maio, appoggiato da Davide Casaleggio, diventa il capo politico. Fino ad agosto, quando cambia tutto».

Il ritiro di Grillo non era causato dalla stanchezza…

«C’era un accordo, ricordiamoci sempre che è genovese… Di Maio è rimasto spiazzato perché non si aspettava che intervenisse in prima persona. Per far passare l’accordo, Grillo non voleva specificare il nome del Pd nel quesito sulla piattaforma. Adesso aspettiamo di vedere che cosa dirà sulle regionali in Emilia Romagna. Sappiamo solo che è contrario alla posizione di Di Maio».

Tornando a oggi, come hanno fatto a non prevedere il disorientamento degli elettori dopo un cambiamento così radicale?

«Non hanno più il contatto con la popolazione, vivono nel palazzo. Pensi alla trasformazione di una come Paola Taverna che non dava neanche la mano e adesso cerca benevolenza… Non spariranno del tutto, resteranno un partitino votato dagli elettori del Sud che hanno avuto il reddito di cittadinanza».

Previsione troppo nera?

«Non credo. Con Gianroberto Casaleggio c’era un’idea di futuro, c’erano i meet up e gli streaming. Casaleggio aveva detto che se ci si fosse alleati con il Pd sarebbe uscito dal movimento e invece sono gli italiani che hanno lasciato il M5s. Sono divisi su tutto, non riescono nemmeno a nominare i capi dei gruppi parlamentari».

Perché ha lasciato il movimento?

«Per dissensi sulla linea. Mi chiesero di scrivere un atto di accusa di Napolitano, ma poi cambiarono idea e il mio documento finì nel cassetto. Per le europee del 2014 avevo proposto di fare la campagna contro l’euro, allora non era come adesso. Dissi a Casaleggio che stava sbagliando e che Renzi avrebbe stravinto, sappiamo tutti come andò».

Una volta arrivati al governo era troppo difficile gestire l’ideologia della decrescita?

«Il governo gialloblù non ha saputo fare la sintesi tra sovranismo identitario leghista e sovranismo sociale dei 5 stelle. Ma l’Italia ha bisogno di questa sintesi».

C’erano i no alla Tav, all’Ilva, alla Gronda…

«È il motivo per cui Salvini ha staccato la spina. I poteri forti non aspettavano altro e appena si è aperto lo spiraglio si sono infilati per riprendersi tutto. Il M5s non ha saputo mantenere la carica ecologista adattando il messaggio a una strategia di sviluppo sostenibile».

Il futuro del M5s è quello di un partito verde e digitale su modello nordeuropeo?

«Trascuriamo gli eccessi alla Greta Thunberg, ma l’emergenza ecologica è reale. Non vedo altri approdi che quello di una sinistra ecologista, tipo i Grunen tedeschi. Ma in Italia non hanno mai attecchito, è un destino di marginalità».

Destino irreversibile? E Di Maio?

«Destino molto probabile. Di Maio non ha il carisma di Salvini o dello stesso Grillo che entusiasmano le folle. E prima o poi si andrà a votare».

Tra un paio d’anni?

«Non credo, si voterà già nel 2020. Alla fine capiranno che è meglio una morte rapida e dolce rispetto a un’agonia prolungata. Dopo l’Umbria ci saranno l’Emilia Romagna, la Calabria, la Puglia, il Veneto… Se Zingaretti avesse intelligenza politica sarebbe lui a voler votare. Certo, vincerebbe Salvini, ma si libererebbe di Renzi, metterebbe in Parlamento i suoi uomini e potrebbe dar vita a un’opposizione credibile».

Adesso però è al governo.

«In un governo che sta mettendo le tasse sulle cartine per le sigarette. Ma è una gag di Maurizio Crozza o una cosa vera? Un Paese come l’Italia, già settima potenza mondiale, sta decidendo di tassare le cartine per le sigarette: non ci si crede. Una manovra così dà ancora più potere a Salvini. Di Maio l’ha capito, Zingaretti ancora no».

Ha visto Di Maio cantare Pino Daniele al Costanzo show?

«No, come già Gianroberto Casaleggio, non guardo la televisione».

 

La Verità, 3 novembre 2019

Ricolfi: «Italiani gran signori… ancora per poco»

Una radiografia. Anzi, una risonanza magnetica. Uno di quegli esami medici dove si vede tutto: apparato osseo, fasce muscolari, legamenti. È questo La società signorile di massa (La nave di Teseo, pagine 272, euro 18), il nuovo saggio di Luca Ricolfi, sociologo e docente di Analisi dei dati all’università di Torino, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Un libro che, dietro l’apparente ossimoro, ci fa capire l’attuale stato di salute dell’Italia. Che, forse, sarebbe più corretto definire stato di malattia. Una malattia più unica che rara.

Le caratteristiche della Società signorile di massa sono la maggioranza di non occupati sugli occupati, la ricchezza diffusa, la stagnazione economica. Come possono coesistere tre variabili così alternative?

Una società può accedere a consumi, nonostante l’economia non cresca e i suoi cittadini lavorino poco, grazie a quattro meccanismi fondamentali: il ricorso alla ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti, l’aumento del debito pubblico, la riduzione del risparmio e degli investimenti a favore del consumo, il ricorso a quella che nel libro chiamo l’infrastruttura paraschiavistica.

Che cos’è l’infrastruttura paraschiavistica?

È un insieme di segmenti della società italiana, costituiti in misura notevole ma non esclusiva da immigrati, che assicurano servizi, legali e illegali, a basso costo. Nel libro li definisco uno a uno, giungendo ad una stima di 3-4 milioni di soggetti.

L’Italia è l’unica società signorile di massa al mondo. Perché dobbiamo preoccuparci?

Perché non può durare. Se non si fa nulla, la stagnazione di oggi è destinata a trasformarsi in decrescita. E, con la decrescita, i soldi finiranno.

Contestando la narrazione vittimistica prevalente, afferma che il benessere è ben distribuito. Ma quel signorile, tratto dalle società medievali, ha una forte venatura di decadenza e passività: è corretto?

Veramente io non dico che il benessere è «ben distribuito», ma che è molto diffuso nella popolazione nativa, ossia fra i cittadini italiani. Il che non vuol dire che tutti abbiamo accesso al benessere, ma che – fra chi vive in Italia e ha la cittadinanza italiana – tale accesso riguarda circa 2 famiglie su 3. Quanto alla venatura della mia ricostruzione, sì è vero, vedo un po’ di decadenza in una società che riesce a mantenere i suoi standard di vita solo indebitandosi e sperperando la ricchezza accumulata dai predecessori. Ma si potrebbe ribaltare il giudizio, specie se guardiamo al Mezzogiorno: c’è qualcosa di ingegnoso, per non dire di invidiabile, nella capacità di una parte del Paese di appropriarsi di più surplus di quanto ne riesce a produrre. Il problema è solo che il gioco non può durare in eterno: quando anche la locomotiva del Centronord smetterà di tirare, dovremo tutti rivedere il nostro modo di vita.

Perché proprio l’Italia detiene il primato dei Neet, giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione, battendo anche la Grecia, il Paese che più si avvicina alla nostra situazione?

Domanda difficile, perché le ragioni sono tante. In Italia si sono concentrate e stratificate varie condizioni che disincentivano il lavoro. Vorrei ricordarne quattro: la cultura cattolica, meno incline al lavoro di quella protestante; una ricchezza accumulata molto ingente, specie in proporzione al reddito; le scelte assistenziali delle classi dirigenti, che hanno assuefatto vaste porzioni del Paese a vivere di rendita e di sussidi; la scuola e l’università, che rilasciano certificati ingannevoli, creando nei giovani aspettative irrealistiche. Qualcuno, a questa lista, ama aggiungere la cultura e la mentalità degli italiani, che sarebbero per natura o per storia mammoni e schizzinosi. Personalmente ho dei dubbi su questa lettura, perché i fattori oggettivi che ho elencato mi paiono più che sufficienti a spiegare la nostra bassa propensione al lavoro.

Perché il mondo della scuola ha abbassato le sue ambizioni mentre il mondo del lavoro le ha mantenute?

È semplice. Se una scuola, per malinteso senso di benevolenza verso gli studenti, certifica competenze che non ci sono, la scuola stessa non subisce alcun contraccolpo. Mentre, se un’impresa, per analogo senso di benevolenza verso gli aspiranti a un lavoro, assume personale impreparato, l’impresa stessa va gambe all’aria.

Com’è stato possibile che la politica abbia lasciato scivolare così in basso il sistema scolastico?

La spiegazione è ancora più elementare: la severità toglie voti, l’indulgenza li porta. Inoltre c’è anche una ragione ideologica: abbiamo pensato che per aiutare i deboli si dovesse abbassare il livello culturale dell’istruzione: così sarebbero arrivati a un titolo più ragazzi. Peccato che ci arrivino senza una buona preparazione, e quindi siamo da capo: abbiamo ulteriormente indebolito i deboli, invece di rafforzarli perché avessero, attraverso la scuola, le stesse opportunità dei più fortunati.

Siamo un popolo che vive troppo di rendite?

Certo, se – seguendo i classici – con il termine rendite indichiamo tutto ciò che non è né salario né profitto. Ma non si tratta solo del fatto che, nel bilancio di una famiglia, hanno un peso spropositato le pensioni di vecchiaia, i sussidi, gli interessi, le vincite – o le perdite – al gioco, quattro voci che da sole coprono circa metà del consumo totale. L’altra anomalia è il flusso successorio, ovvero l’immissione continua nel circuito economico di ricchezza che piove dal cielo, in quanto qualcuno, per lo più anziano, muore, e trasmette un’eredità. Difficile indicare una cifra esatta, ma si può tranquillamente affermare che il flusso successorio annuale vale almeno 5 leggi finanziarie.

La società a somma zero comporta che alla crescita mia corrisponda la decrescita tua. La prospettiva è un forte aumento della conflittualità sociale? Si espanderanno fenomeni come quello dei gilet gialli in Francia?

Dipende dal governo. Ci sono mosse che possono incendiare il Paese, come ad esempio imporre il Pos a tutti i venditori di beni e servizi, compresi i banchetti del mercato. Ma, a mio parere, nessun governo le attuerà, perché tutti i governi – anche quelli che venerano le tasse – sanno perfettamente che, con le aliquote attuali, almeno 70-80 miliardi di evasione sono fisiologici. Io ritengo assai più probabile uno scenario in cui aumentano l’invidia sociale e la frustrazione, con il loro corredo: espansione del mercato degli stupefacenti e del gioco d’azzardo, moltiplicazione dei comportamenti aggressivi e/o autolesionistici. Insomma, più anomia che conflitto sociale, per dirla con Émile Durkheim.

A che cosa si deve il fatto che, a fronte di un notevole progresso tecnologico, la produttività degli italiani è rimasta la stessa della fine degli anni Novanta?

I fattori sono tanti, ma secondo me il più importante è l’espansione ipertrofica della legislazione, specie a partire dal 1997 con la legge Bassanini e dalla riforma del titolo V della Costituzione del 2001.

Keynes e Bertrand Russell auspicavano che i cittadini avrebbero usato il maggior tempo libero per arricchirsi sul piano spirituale e culturale. Sta andando così?

No, lo spazio della cultura in senso proprio, distinta dallo spettacolo e dall’evasione, è in costante regresso.

Siamo «un Paese che non studia, non legge e gioca». Che cosa dice la diffusione crescente della spesa nazionale in tutte le varie forme di gioco d’azzardo?

Dice due cose, e cioè: primo, la gente non è più disposta a differire le gratificazioni; secondo: la gente si è convinta che gli strumenti tradizionali di ascesa sociale, lavoro e studio, non funzionino più. Di qui le due vie di uscita canoniche: il gioco d’azzardo per i ceti bassi, l’emigrazione all’estero per i figli dei ceti medio-alti.

Perché critica la narrazione dominante sull’insistenza dell’ampliamento delle diseguaglianze sociali?

Perché è incompatibile con i dati. In Italia la concentrazione del reddito è oggi più o meno quella di vent’anni fa: un po’ maggiore che negli anni Ottanta, molto minore che alla fine degli anni Sessanta, quelli del «compromesso socialdemocratico». In compenso è esplosa la diseguaglianza fra chi ha un lavoro o due e chi non ne ha nessuno.

Quanto la filosofia della decrescita felice fa da cornice ideologica a questa cultura del disimpegno e alla facoltatività del lavoro?

Poco, direi, perché la maggior parte delle persone preferisce rimuovere dalla coscienza la prospettiva del declino. La decrescita felice è l’ideologia dei super-ricchi, come la moglie di Bill Gates, che vuole pagare più tasse: chi ha tantissimi soldi sa perfettamente che nulla scalfirà mai il proprio tenore di vita, mentre chi è benestante ma non straricco teme, giustamente, un abbassamento del tenore di vita.

Come vanno interpretate le proposte di dare il voto ai sedicenni e toglierlo agli anziani emerse contemporaneamente in questi giorni?

Sono solo dimostrazioni di superficialità di chi le avanza.

Commentando il duello tv fra Renzi e Salvini ha osservato che ha evidenziato l’esigenza di una forza politica anti-assistenzialista in politica economica e non cieca sull’emergenza immigrazione e la sicurezza. Il centrodestra non è o vorrebbe essere questa forza?

Certo che il centrodestra vorrebbe essere qualcosa del genere, il problema è che non ne è capace: la sua forza principale, la Lega, ha dimostrato di essere assistenzialista, vedi quota 100, e semplicista nella gestione dei flussi, vedi rimpatri mancati.

Dopo i gravi errori di questa estate e nella prospettiva di un governo giallorosso che, salvo gravi tracolli alle regionali, durerà fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, la stella di Salvini è destinata a offuscarsi lentamente?

Secondo me sì, perché Salvini è adatto a guidare un partito, ma non ha la maturità per guidare un governo. Molto del destino di Salvini, comunque, dipenderà dalla traiettoria di Giorgia Meloni, che a mio parere è di gran lunga il miglior leader di cui disponga il centrodestra.

Renzi prima o poi farà cadere il governo o abbaierà solo?

Renzi non avrà alcuno scrupolo a far cadere il governo, ma si deciderà solo quando la congiunzione astrale sarà favorevole. Ovvero: quando legge elettorale e umori dell’elettorato gli garantiranno abbastanza scranni e abbastanza potere in Parlamento.

In chiusura lei prospetta il pericolo della «argentinizzazione lenta» dell’Italia. Che cos’è concretamente? E come scongiurarla?

L’argentinizzazione è un declino sufficientemente lento da non suscitare reazioni apprezzabili nei declinanti. Sul piano economico, si può evitare solo facendo ripartire la produttività, ferma da vent’anni. Ma per fare questo ci vorrebbe una classe dirigente decente che – prima ancora di abbassare le tasse – smantellasse la burocrazia e la selva delle leggi e dei regolamenti. In breve: mission impossible.

 

Panorama, 29 ottobre 2019

«Contro la noia insegnerò il tennis di Federer»

Ripartire dalla provincia. Anche se si è uomini di mondo. Anzi, forse proprio per questo. Adriano Panatta ha girato il pianeta, è conosciuto e stimato ovunque. Eppure ha voglia di ricominciare da un maxicentro sportivo a Treviso, dove vive da qualche anno con la sua compagna, l’avvocato Anna Bonamigo. Il suo progetto imprenditoriale è decollato con l’asta pubblica nella quale ha rilevato il vecchio Tennis club di Bepi Zambon, pianificando un investimento di 3 milioni per il suo rilancio insieme con l’amico Philippe Donnet, Ceo del Gruppo Generali. E siccome, perdonate la nota personale, sono originario di Treviso e Bepi Zambon è stato il mio maestro di tennis, incontrare ora Panatta, idolo di gioventù, è chiudere un cerchio.

Dunque, si ricomincia a 69 anni?

«Inizio un’attività imprenditoriale che per tanti anni non ho preso in considerazione: avere una struttura sportiva e dirigerla. Da qualche tempo vivo a Treviso e questo è un modo per radicarmi di più nel territorio».

Lo chiamerà Tennis pof pof, dal celebre cameo nel film La profezia dell’armadillo?

(Ride) «No… ci sto pensando. Ho ancora un po’ di tempo per scegliere il nome».

Qual è stata la molla di questa decisione?

«Desideravo un’attività più stanziale, per non essere sempre in giro. Viene il momento in cui si ha voglia di fermarsi. A me piace molto lavorare e con gli anni alcune attività sono cambiate. Ma mi sento pieno di energie e ho trovato come partner una persona che mi tranquillizza in tutti i sensi. Philippe Donnet, Ceo mondiale del Gruppo Generali, è un grande amico, gli ho raccontato il mio progetto e la sua risposta è stata: “Se lo vuoi fare sto con te”. È stata la molla decisiva».

L’occasione è venuta dall’asta del vecchio Tennis Zambon.

«È andata deserta quattro volte. Bepi Zambon lo conosco dalla fine degli anni Settanta, quando organizzò l’esibizione con Borg al Palaverde. Un paio d’anni fa mi aveva detto: “C’è il mio circolo da rilanciare, facciamo una cordata”. Ma in quel momento avevo altri interessi. Poi ho visto che è una struttura che, con adeguati investimenti, può diventare molto bella».

Sarà un circolo nel quale insegnerà il tennis di una volta: stanco del troppo agonismo e della poca armonia che si vedono oggi?

«Stanco di una certa esasperazione. Non approvo l’insegnamento ai bambini concepito in modo estremo, parlo di impugnature e impostazione tecnica. Un conto sono i professionisti, un altro i ragazzini. La mia idea è promuovere il tennis classico, non vecchio di mezzo secolo. Più Federer e meno Nadal. Oggi il gioco è improntato sulle grandi rotazioni, solo se uno è forte fisicamente e mentalmente può andare avanti. Ma chi ha imparato e praticato il tennis così esasperato, molto spesso con l’avanzare dell’età, smette».

Mentre il tennis più classico è compatibile anche con over 50 e 60?

«Ho tanti amici che giocavano con me a livello di club e, anche se non hanno fatto la mia carriera, ancora oggi si divertono e non fanno solo fatica. Questo è il concetto. Le scuole di tennis vengono concepite come fabbriche di campioni, ma ne nasce uno ogni morte di Papa. I genitori li iscrivono perché pratichino uno sport e si divertano. Poi, certo, se si vedono doti di un certo tipo, allora si può e si deve intervenire in modo più specifico».

È vero che vieterà il rovescio a due mani?

«Nessun divieto. Certo, io preferisco quello a una mano. E, se devo dirla tutta, mi pare che nel circuito i rovesci migliori siano quelli di Stan Wavrinka, Richard Gasquet, Grigor Dimitrov e ovviamente Federer. Ma se ci sarà qualche ragazzino che non riesce a portarlo, gli insegneremo tranquillamente il rovescio a due mani».

Allevare dei campioni non sarà il suo obiettivo?

«Non principalmente. Vorrei che questo circolo diventasse una casa dello sport per le famiglie, per i quarantenni e cinquantenni, per le donne. Ci saranno i campi da tennis, ma anche di paddle, una grande piscina, il centro benessere, la palestra, un ristorante vero, una club house molto accogliente dove ritrovarsi con gli amici, per incontri di lavoro o semplicemente per trascorrerci una giornata».

Il circolo tradizionale è adatto ai ritmi della società contemporanea? Nelle grandi città si prenota il campo con le app, si va, si gioca, ci si fa la doccia e saluti…

«A lei piace? A me no. Io penso a un posto dove ci si possa rilassare e interrompere quella velocità. Mentre i figli frequentano i corsi, le mamme potranno fare pilates, andare al centro estetico, bere un caffè e leggere il giornale…».

Avrete anche attenzione all’aspetto educativo dello sport?

«Quello spetta innanzitutto ai genitori e alla scuola. Nel nostro piccolo faremo capire ai genitori e ai nonni che i ragazzini di 10 o 12 anni che cominciano a giocare benino non devono subito pensare alla prestazione e a diventare campioni. Intanto è importante praticare un’attività fisica e divertirsi, prima di crearsi false illusioni e inseguire la chimera del professionismo. Perché il 99% non diventano campioni, ma ingegneri, imprenditori, professori; e non c’è niente di male, anzi».

Una cittadina come Treviso è il posto giusto per un circolo tradizionale?

«Spero di sì».

Non le sta stretta?

«Per niente».

Roma non le manca per merito dell’amministrazione Raggi?

«Non mi manca perché ci vado quasi tutte le settimane. Certo, mi spiace vederla sporca, con le buche, in preda alla confusione del traffico. Con l’età non si ha più voglia, si è meno tolleranti… Per Roma nutro un amore sconfinato, è talmente bella che ti fa dimenticare il peggio, ma non sempre. Stamattina sono uscito per andare in un ufficio pubblico, ho trovato persone gentili e in mezz’ora ero di ritorno. Avessi dovuto andare all’Eur sarebbe servita mezza giornata».

Il tennis è lo sport individuale più complesso, drammatico e totalizzante che esista?

«È l’unico sport nel quale sei totalmente solo perché non c’è l’allenatore in campo. Te la devi sbrigare, devi trovare le soluzioni, venir fuori da situazioni complesse. Sai quando cominci, ma non quando finisci, fino all’ultima palla può succedere di tutto, anche se stai sotto 6-0 5-0. Ci sono la tensione, la tenuta nervosa… Ho visto tanti ragazzini giocare benissimo, ma non riuscire a sfondare perché non abbastanza solidi mentalmente».

Oggi per eccellere servono più doti temperamentali che ai suoi tempi?

«Sul piano del talento non credo che le cose siano cambiate molto. I giocatori sono alti due metri e tirano il servizio a 240 all’ora anche con l’aiuto dei nuovi attrezzi. Noi avevamo le racchette di legno, adesso con quelle nuove fanno a cazzotti. Se guardo Federer mi diverto, con altri meno, lo scambio dura finché uno dei due sbaglia. Essendo la palla più veloce, si ha meno tempo per pensare e si va d’istinto».

L’Italia ha due giocatori a ridosso della top ten come Fabio Fognini e Matteo Berrettini.

«A Fognini mancano un po’ di servizio e di tenuta mentale. Se sei in difficoltà, ma hai un servizio potente puoi venirne fuori. Su come gioca bene a tennis nessuno può dirgli niente, ha una mano eccelsa».

Berrettini?

«Ha cominciato da un anno a essere un giocatore forte, diamogli un po’ di tempo. Ma ha tante doti, solidità mentale, sta bene in campo, è un giocatore moderno di due metri e con un gran dritto, è un ragazzo educato. Infine, Vincenzo Santopadre, il suo allenatore, sa come si fa».

Se Fognini avesse maggiore solidità mentale sarebbe ai primissimi posti mondiali?

«Chi gioca di talento esprime un tennis difficile per cui la tenuta mentale è più importante rispetto a un giocatore potente. Fognini deve inventare tennis a ogni colpo. È un po’ quello che accadeva a me con Borg, per dare il massimo devi stare bene con la testa. Chi gioca sul ritmo e sulla regolarità ha un copione magari eccelso, ma più limitato. Non deve fare un ricamo ogni volta. Se mi passa il paragone, è la stessa differenza che c’è tra un programmatore informatico e un art director».

Le passo il paragone ma le faccio una provocazione.

«Facci pure, come diceva il grande Paolo Villaggio».

Questo circolo con il tennis classico è una cosa nostalgica e un po’ vintage?

«No, assolutamente. È una scelta da imprenditore in un campo che credo di conoscere bene perché ci sono nato. E, dal punto di vista affettivo, mi consente di stabilirmi a Treviso e di stare un po’ di più a casa con la mia compagna».

Perché ha scartato l’idea di una scuola competitiva che allevi ragazzi vincenti?

«Perché non m’interessa».

Perché per lei la vittoria non è mai stata tutto?

«Questo è vero, non era tutto. Ma il vero motivo è che voglio creare un posto dove stiano bene anche gli adulti, senza troppi stress. E dove chi gioca a tennis abbia voglia di migliorarsi, ma senza paranoie. Gli adulti vorrebbero migliorare, ma poi col maestro si accontentano di palleggiare. Per esempio, nel golf non è così. Vorrei che anche chi ha cinquant’anni avesse ancora lo stimolo a imparare per battere il collega di lavoro. Mi piacerebbe che le persone arrivassero al circolo con il sorriso perché sanno di entrare in un posto accogliente e ne uscissero con un sorriso ancora più grande. Questa è la mia unica missione. Se poi ci sarà un ragazzino particolarmente dotato, credo che me ne accorgerò e a quel punto vedremo cosa fare».

La vittoria non era tutto perché privilegiava i gesti bianchi o perché anche la conquista di uno slam non la appagava pienamente?

«Quand’ero in campo la vittoria era tutto. Infatti, dicevano che non sorridevo mai, ero “il Cristo dei Parioli”. Nessuno mi ha mai accusato di non lottare. Ma poi, quando avevo vinto, mi dicevo: beh, che avrò fatto mai?».

Ha avuto successo mondiale, popolarità, belle donne, è stato anche campione di motonautica: che cosa le manca per sconfiggere la noia?

«Sconfiggerla del tutto è impossibile. È la cosa che mi fa più paura. Questa nuova avventura è uno stimolo, c’è da pensare all’azienda. Va bene così».

 

La Verità, 20 ottobre 2019

 

«Chef Rubio farebbe bene a rileggersi Pasolini»

Rita Dalla Chiesa è nata e vissuta in caserma, con la sua famiglia e il disprezzo per le forze dell’ordine non lo tollera. Ben oltre la polemica con chef Rubio – per il quale le colpe dei fatti di Trieste sono di «un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente» – «la figlia del generale» torna sull’argomento con grande lucidità. Ma qui, purtroppo, non siamo dentro un film con John Travolta.

Perché c’è questo disprezzo nei confronti delle forze dell’ordine?

Non l’ho mai capito. Ho vissuto il Sessantotto, ho visto gli sputi e le monetine contro i militari. Siccome erano figli del sud e si mantenevano facendo i carabinieri o i poliziotti, quello stipendio era considerato una forma di assistenzialismo, l’equivalente del reddito di cittadinanza di oggi. Mi sembra di vedere una scia di ex terrorismo.

In che senso?

Risuonano le stesse parole degli anni di piombo: due di meno, due sottoterra… Anche quando hanno ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega a Roma…

È frutto di una cultura precisa?

Temo di sì. Una persona che si rivolge a un poliziotto o a un carabiniere lo fa perché da loro si sente protetta. Lei era bambino, io ricordo gli sputi e le urla al funerale di Antonio Annarumma. Ora passo per fascista perché difendo le forze dell’ordine, ma io le difendo come loro difendono noi cittadini.

Chef Rubio è un caso estremo o esprime una mentalità diffusa?

Diciamo che è un caso non così estremo come vorrei che fosse.

Si pensa che poliziotti e carabinieri siano inetti e approssimativi?

Se fosse così non ci sarebbero tutti gli arresti che ci sono e le carceri sarebbero vuote. Nessuno considera che si pagano i corsi di aggiornamento e che non possono usare le manette anche quando colgono un delinquente in flagrante perché sarebbero additati come torturatori. Viviamo in un Paese più preoccupato di difendere i delinquenti di chi cerca di assicurarli alla giustizia.

Come giudica lo scandalo della benda sugli occhi di uno dei due accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Cerciello?

Quando arrivarono i genitori di quel ragazzo dall’America il gregge, come lo chiamo io, si è dimenticato che era morto un uomo e che sua moglie era vedova. E si è preoccupato della benda: poverino quel ragazzo… Peccato che avesse appena collaborato all’uccisione di un poliziotto.

Se poliziotti e carabinieri reagiscono sono fascisti, se non reagiscono sono incapaci e se muoiono sono impreparati?

Sono nata e vissuta in caserma, so cosa c’è dietro le divise, i turni di notte, i natali passati in servizio. Li ho visti tornare con le divise strappate… Li vedo anche ora quando quelli che vengono fermati, magari giovani col macchinone, li guardano con sufficienza.

Però la tragedia di Stefano Cucchi non ha giovato alla stima verso le forze dell’ordine.

Certo. Anche quello che è successo nella scuola Diaz al G8 di Genova: sono fatti terribili dei quali vergognarsi e me ne vergogno io per prima. Ma grazie a Dio sono episodi, non la normalità. I nostri militari erano odiati anche prima di Genova e di Cucchi.

Rubio dovrebbe rileggere la poesia scritta da Pier Paolo Pasolini dopo gli scontri di Valle Giulia nel 1968 in cui simpatizzava per i poliziotti, «figli di poveri»?

Certo. E non solo quella. Anche certe lettere di mamme e di poliziotti che ricevo spesso. O un articolo di Antonio Ruzzo sul Giornale che raccontava gli stati d’animo dei militari disprezzati per la divisa.

Il fatto che percepiscano stipendi modesti e lavorino con attrezzature obsolete dimostra che si sottovaluta l’importanza del loro compito?

Non so come le istituzioni possano farlo. Mancano i soldi per la benzina e per i giubbotti antiproiettile e certe missioni si trasformano in una roulette russa. Se ci sono sette giubbotti e capita all’ottavo di essere colpito?

Un uso maggiore delle manette darebbe più sicurezza?

Per la cattura in flagrante dovrebbero scattare in automatico. Le manette non servono per umiliare, ma a proteggere chi compie azioni di polizia. Trovo che le forze dell’ordine siano poco supportate dai cittadini che le vedono come una realtà separata e dallo Stato che si gira dall’altra parte. Salvo poi fare un uso smodato delle scorte.

Spieghi.

Quando fa comodo si ricorre a questi uomini per salvare la pellaccia di potenti o presunti tali. Ma quando emerge la necessità di attrezzature adeguate, si gira la testa dall’altra parte. E se lo facessero i poliziotti nel momento del pericolo?

Come valuta la revoca della scorta al capitano Ultimo?

Non capisco come le autorità si siano potute rimangiare quanto già deciso dal Tar del Lazio a giugno. Non capisco questo accanimento contro un ufficiale dei carabinieri al quale dobbiamo molto. C’è qualcosa che non mi torna. Non mi sembra che la mafia faccia sconti a nessuno. Perché non si prendono sul serio le minacce di cui è oggetto? Mica passano in giudicato o vanno in prescrizione…

Cosa pensa del reddito di cittadinanza all’ex brigatista Federica Saraceni condannata a 21 anni per l’omicidio di Massimo D’Antona?

So bene com’erano quegli anni, quando mio padre ha combattuto le Brigate rosse… È giusto che quando una persona ha pagato il suo conto con la giustizia deve potersi rifare una vita. Ma chi si è messo contro lo Stato ora non può chiedere aiuto allo Stato. Non ci sto.

 

Panorama, 16 ottobre 2019

 

 

«La letteratura di oggi è avvolta nel nichilismo»

Imprenditore tessile, politico o scrittore? Edoardo Nesi sceglie la busta numero tre: «Scrivere è il sogno che ho da quand’ero bambino. Sono stato fortunato». Pratese di 54 anni, sposato e padre di due figli, da suo padre, morto lo scorso anno, ereditò un’azienda manifatturiera che nel 2004 dovette cedere causa crisi. L’esperienza politica in Scelta civica e nel Gruppo misto, invece, è una parentesi chiusa nella scorsa legislatura.

Il suo primo libro, Fughe da fermo, è diventato film diretto da lui stesso. In Storia della mia gente (Bompiani) ha raccontato la rabbia e l’amore «di un industriale di provincia» vincendo il Premio Strega 2011. Il nuovo romanzo, La mia ombra è tua (La nave di Teseo) – citazione da Sotto il vulcano di Malcom Lowry: «Io non ho una casa, solamente un’ombra, ma tutte le volte che avrai bisogno, la mia ombra è tua» – narra il rapporto simbiotico tra lo scrittore di un solo libro, baciato dal successo mondiale, che vive in una casa sopra Firenze in compagnia della propria misantropia e dissoluzione, e un giovane laureato in lettere classiche, incaricato dalla casa editrice di sorvegliare la stesura del secondo, atteso romanzo, e di gestire la nuova epifania pubblica del genio. In mezzo, c’è una grande storia d’amore, anch’essa in stand by, e la riflessione sul tempo che passa, la nostalgia, l’incontro-scontro tra generazioni. Per decifrare il tutto si sono scomodati J. D. Salinger e Don Chisciotte e Sancho Panza. Anche La mia ombra è tua diventerà un film di Fandango.

Cominciamo dal sogno di diventare scrittore.

«Ho iniziato a scrivere racconti a 15 anni, ho smesso per un po’ e ricominciato dopo i venti. Leggevo soprattutto autori americani».

La svolta?

«Un giorno stampai quei racconti e li stesi a terra. E mi accorsi che c’era unità di tempo, di luogo e d’ispirazione. Ritornavano situazioni e personaggi che gravitavano attorno a Prato, come capitoli di un romanzo».

Lo è diventato?

«Fughe da fermo viene da quei fogli a terra. Un’altra cosa che mi ha aiutato molto sono state le traduzioni dall’inglese. Se hai la fortuna di tradurre grandi scrittori puoi vedere dall’interno le strutture narrative. Le traduzioni sono vere e proprie lezioni».

Fughe da fermo è diventato un film, La mia ombra è tua è già una sceneggiatura.

«Diciamo che succedono tante cose e che quando scrivo cerco sempre di vedere i miei personaggi. È un romanzo visivo e anche cinematografico».

Il protagonista, Vittorio Vezzosi, è un Salinger italiano?

«È un uomo che si mette in pausa. La sua grande aspirazione è ritrovare la donna perduta, ma se non la può riavere tanto vale che se ne stia in casa».

Ma quella donna compare dopo la metà del libro.

«È un colpo di scena. Volevo che la letteratura, l’altro grande amore del protagonista, fosse l’unica cosa che gli rimane dentro. Vive di letteratura, di cinema, di musica e di vini».

E di coca.

«Tutti surrogati per compensare quel vuoto».

È un romanzo di passioni molto accese.

«Volevo che i protagonisti rappresentassero solo loro stessi, non fossero echi di altri grandi scrittori. Vezzosi è un personaggio larger than life, espanso, che mi serviva per staccarmi dal racconto della realtà dei libri precedenti».

Come ha fatto a scrivere un romanzo forsennato e allegro come questo dopo che era morto suo padre?

«Me lo chiedo anch’io, forse è stata una reazione. Sentivo di scriverlo così e credo piacerebbe molto anche a lui».

È anche una storia di complicità tra due generazioni?

«Mmmh… non è che Emiliano e il Vezzosi diventino proprio amici. C’è troppa diversità. E, in fondo, non ci credo molto che la mia generazione possa essere complice dei venti-trentenni».

Come definirebbe Emiliano, l’assistente-spia pagato dall’editore, che ha la fortuna di vivere all’ombra del genio e nemmeno si prende la briga di leggerne il libro?

«Diciamo che esprime la difficoltà della sua generazione di accettare come fondativa l’esperienza dei padri».

È così dal Sessantotto, ora abbiamo una ragazzina di 16 anni che ci spiega come sistemare il pianeta: è difendibile Emiliano che non legge il romanzo del guru che gli dà da vivere e che tutto il mondo esalta?

«Non molto. Però ricordo che, quando da ragazzo tutti mi esortavano a leggere un libro, per non uniformarmi lo evitavo. E poi, forse, non leggerlo è l’ultimo meccanismo di difesa contro lo strapotere intellettuale del genio che, pian piano, comincia a piacergli».

I due protagonisti sono convinti che i libri salveranno il mondo?

«Io di sicuro, hanno salvato me. Da sempre, nei miei momenti peggiori, e ne ho avuti, ho trovato salvezza nei libri, nella musica, nel cinema».

Mi dica una lettura che le ha fatto compagnia in uno di quei momenti.

«La lettera che il console scrive a Ivonne in Sotto il vulcano di Malcom Lowry dopo 40 pagine di descrizioni del Messico racconta, con una lingua superba, l’amore che provava per quella donna. Potrebbe sembrare qualcosa di sentimentale ma, quando non riuscivo a trovare la mia strada, quella mi sembrava un’eccellenza cui aspirare. Ho sempre pensato che leggendo i grandissimi qualcosa mi sarebbe arrivato».

Il Vezzosi ha discoteche e videoteche sterminate: mondi consolatori?

«Forse. Ho da poco risistemato un vecchio stereo e ricominciato a sentire i vinili. È un altro mondo, un’altra qualità. Quando ascolti musica non puoi fare altro, mi metto in poltrona, nella penombra».

Invece il mondo dei social network lo sbertuccia…

«Non ho grande simpatia per un ambiente nel quale tutte le opinioni contano allo stesso modo. Non l’ho mai pensato e non lo penserò mai».

Prende in giro anche l’individualismo narcisista degli scrittori?

«L’unica cosa che ci assolve un po’ è che contiamo sempre meno».

In che senso?

«Hanno perso fascino. Oggi scrivono tutti e quindi, nell’idea generale, le differenze si elidono. Le persone invidiate sono altre. Quella dello scrittore è una vita poco glamour: si sta in casa, si lavora, si fanno le presentazioni con venti persone».

Un altro tema saliente è la nostalgia con la quale sembra avere un rapporto ambiguo. 

«Per me c’è una nostalgia sana e una malata. Alla Milanesiana di qualche anno fa ho avuto la fortuna di essere allo stesso tavolo di Zygmunt Bauman quando presentò Retrotopia e diceva che la nostalgia è un sentimento negativo che, di per sé, ti fa guardare indietro e ti paralizza. Però se viene a Prato non c’è un solo pratese convinto che oggi si viva meglio di ieri».

E quindi?

«Bisogna distinguere, è come se l’Italia fosse divisa in due. Nelle grandi città, con la globalizzazione, non si è perso granché, nella provincia e al Sud si è perso molto. Il sistema delle piccole industrie che accompagnavano dalla culla alla pensione, si è definitivamente inceppato. Se uno prima lavorava e ora non lavora è comprensibile che sia nostalgico. Così come è comprensibile la nostalgia privata, se uno ha perso il proprio padre o una persona cara… Invece, non approvo la nostalgia come tentativo di restaurazione politica».

Nel passato non c’è nulla da salvare?

«Mi piaceva una certa idea di progresso che davano le macchine di casa, la lavatrice, la lavastoviglie, la tecnologia, il computer e il cellulare. Il futuro era sinonimo di miglioramento. A un certo punto si è fermato tutto. Oggi i nuovi dispositivi sono sempre più esigenti e gli aggiornamenti chiedono dedizione totale».

Tornando agli scrittori, con tutta la loro fama e la devozione dei lettori restano persone infelici?

«Succede spesso. Mentre salvano la vita a noi non riescono a salvare la propria».

Per questo ha composto quella lista di scrittori suicidi con le circostanze in cui si sono tolti la vita?

«Ho voluto andarci dentro e capire com’era davvero successo, che età avevano, il come e il dove. Ho pensato che le modalità fossero una sorta di dichiarazione letteraria. Come scrivere l’ultimo, tragico, libro, con il quale spiegarsi definitivamente».

Il mondo letterario contemporaneo è avvolto nel nichilismo?

«È una condizione che attanaglia molti e che vedo in tanti miei colleghi, ma che personalmente cerco di sconfiggere».

In una lettera a Bernard-Henri Lévy, Michel Houellebecq scrive: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora». Che cosa ne pensa?

«È una rivelazione molto interessante. Una cosa simile la dice anche il protagonista di Zelig di Woody Allen quando lo ipnotizzano e ripete: “Io voglio essere amato”. Credo sia dolorosamente vero ciò che dice Houellebecq».

Il bicchiere di latte che Marcello Mastroianni procura ad Anita Ekberg per il gattino nella notte romana della Dolce vita che lei mette sul finale simboleggia la tenacia dell’uomo, il dono della grazia o una sfida vinta?

«Forse simboleggia la condizione maschile: dobbiamo riuscire a trovare questo bicchiere di latte in una città deserta. Provare a spremerci un po’ di più. Si vive in una mediocrità che rischia di attaccarsi anche a noi… È una bella domanda, tutte e tre le risposte sono giuste. Il dono della grazia mi piace: il latte è un liquido, sacro come il sangue per tenere in vita quel gatto. Il premio è vedere quella donna meravigliosa nella fontana».

Lei ha partecipato alla Leopolda del 2017, ci tornerà anche quest’anno?

«Con la politica attiva ho chiuso. Mi ero candidato perché tante persone avevano letto Storia della mia gente e mi avevano esortato a portare quei contenuti in Parlamento. Però non funziona così. Se posso dare un contributo lo farò attraverso la scrittura».

Che cosa le dà speranza?

«I miei figli, un maschio e una femmina, che studiano a Londra e stanno facendo una bellissima carriera studentesca».

Come la figlia del Vezzosi.

«Già».

 

La Verità, 13 ottobre 2019

«Gli chef in tv uccidono la cucina tradizionale»

Bettoliere. Si definisce così, Arrigo Cipriani, con quel grado di attenuazione che è proprio dei grandi. Nonostante le 87 primavere vanta una forma invidiabile: lucidità, schiettezza, carisma. Messaggia su WhatsApp, prende voli intercontinentali, guida sportivamente una Mercedes Amg. Eppure ha già deciso la frase per la lapide: «Sto da Dio». L’ultimo libro, il tredicesimo, scritto con Edoardo Pittalis del Gazzettino e il figlio, Gian Nicola, intitolato Tutti gli chef sono in tv… e noi andiamo in trattoria (Biblioteca dei Leoni) è un programma di vita. L’appuntamento è all’Harry’s Bar, la famosa «stanza» 4 metri e mezzo per nove, in Calle Vallaresso, San Marco (Venezia): «Se prende la linea uno, ferma proprio davanti».

In cravatta e doppiopetto, mi guida a uno dei tavoli rotondi circondati da poltroncine in legno e cuoio. «Nel 2001 questo locale è stato promosso monumento nazionale dal ministero dei Beni culturali come testimonianza del Novecento italiano. L’ha fondato mio padre Giuseppe nel 1931, io sono nato l’anno dopo e lo dirigo da 65 anni. Nel 1960 abbiamo aperto una sala al primo piano, ora abbiamo 80 dipendenti, di cui 15 cuochi». Quand’era barman all’hotel Europa, papà Cipriani prestò diecimila lire a un giovane cliente americano perché potesse pagare il conto e tornare a casa. Due anni dopo, quel cliente ritornò in Italia per restituire il dovuto e, con l’aggiunta di 30.000 lire, aprire un bar in società. Si chiamava Harry Pickering e quella stanza era un magazzino di cordami. Nacque così l’impero odierno: 27 attività in diversi continenti, tremila dipendenti, 300 milioni di fatturato, cinque ristoranti a New York, altri a Los Angeles, Miami, Città del Messico, Montecarlo, Ibiza, Londra, Hong Kong, Dubai, più la coltivazione intensiva del carciofo violetto all’isola di Torcello… «Vede gli arredi? Le proporzioni tra la persona seduta e il soffitto, il legno e il marmo, le luci e l’acustica: è tutto studiato. Zero imposizioni: lo scopo è la semplicità».

Una semplicità complessa.

«Nei miei libri la chiamo proprio così».

Merito di qualche architetto?

«Non ho molta stima degli architetti. È il nostro stile, qui il cliente deve stare meglio che a casa».

Perché non le piace il fatto che gli chef vadano in televisione?

«Perché mettono in scena qualcosa che va contro la libertà. Sono dei narcisi che impongono uno spettacolo al quale il cliente deve assistere come un devoto. Invece, dev’essere il principe: se non c’è lui possiamo andare tutti a spasso».

Senza i clienti si chiude.

«Il lusso sono le persone. Questi chef non seguono la cucina italiana. Siamo un Paese ricco di tradizioni nella letteratura, nell’arte, nell’architettura. La cucina nasce da qui. L’anima dell’uomo si trasmette attraverso la cultura. La cucina è cultura. Se va alla Pinacoteca di Brera, sotto i quadri di Giovanni Bellini e di Vittore Carpaccio trova la storia del nostro cocktail e del nostro piatto di carne affettata ispirati alla loro pittura. Ma non l’ho voluto io».

Che cos’è il narcisismo degli chef?

«Il ristorante si identifica con loro, invece per me è un insieme di componenti. Lo chef conta, ma se diventa il tutto finisce per imporre il suo ego. Qualche giorno fa mi è capitato di assistere a una scena in un importante ristorante. Un cliente voleva del formaggio; “No, l’ho già messo io”, ha replicato lo chef. “Mi scusi, vorrei del formaggio”, ha ribadito il cliente. Alla fine, quello l’ha fatto aggiungere manifestando tutto il suo disprezzo. Il cliente dev’essere un allievo obbediente».

Nei menu le descrizioni dei piatti devono essere decodificate.

«Vede? Il cliente è un allievo a scuola».

Come sintetizzerebbe le qualità dell’Harry’s Bar?

«Assenza di imposizioni. Accoglienza nella cucina e nel servizio. Per questo preferisco le trattorie, che sono il posto dove si conservano le tradizioni e l’accoglienza dell’oste. Vede i nostri bicchieri? Noi non abbiamo calici. Per bere si compie un gesto semplice, non si fa ginnastica».

Uno dei suoi ultimi libri s’intitola Elogio dell’accoglienza. Cosa pensa del «tortellino dell’accoglienza» inventato dall’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Maria Zuppi, che ha proposto di sostituire il ripieno di maiale con quello di pollo per facilitare la devozione dei musulmani a San Petronio, patrono cittadino?

«Mi sembra una grande stupidaggine, un segno lampante di quanto poco i cattolici, specialmente certe gerarchie, capiscano le altre fedi monoteistiche. Mi sembra anche una manifestazione supponente. Non è la diversa visione gastronomica che concorre a dividere i fedeli. Qualche giorno fa, ho visitato il nostro ristorante di Ryiad dove mi piacerebbe invitare monsignor Zuppi perché possa capire che l’accoglienza è un valore immateriale, difficile da comprendere solo da chi pensa che le differenze religiose abbiano motivazioni… suine».

Gli chef sono tutti uomini, ma le ricette le hanno inventate le nonne e le hanno tramandate le mamme. La cucina della tradizione è femminista?

«Gli chef sono uomini perché è un lavoro pesante, bisogna sollevare le pentole, ci sono 50 gradi… La cucina della tradizione è nata prima dell’invenzione del frigorifero, quando i cibi venivano affumicati, salati e conservati nelle cantine. In cucina comandavano le donne e si mangiavano la trippa, il fegato alla veneziana, il baccalà, lo spezzatino. Era un modo di mangiare legato ai bisogni primari del dopoguerra».

Invece la nouvelle cuisine viene dalla cultura dell’immagine?

«Dalla rivoluzione del Sessantotto che ha fatto morire la tradizione. In America quella rivoluzione è finita subito, qui l’abbiamo ancora in casa».

Nel libro scrive che «dalle cucine degli anni Settanta sono usciti molti pittori e scultori, ma pochissimi cuochi».

«Se guarda con attenzione un piatto della nouvelle cuisine si accorgerà che la forma è talmente curata da sembrare un piatto morto. Non a caso si parla di impiattamento: pietanze che sembrano sculture. Infatti, non propongono mai un piatto caldo perché è difficile da comporre e può creare problemi estetici».

I critici gastronomici sbagliano a penalizzare la cucina tradizionale o la ricerca fa crescere l’industria del cibo?

«La maggior parte dei critici gastronomici segue la moda. Chi propone una vera cucina tradizionale non è interessato a stare sui giornali, ma ad avere clienti che tornino per la qualità del menu».

L’innovazione non serve?

«L’innovazione è far bene la tradizione. Ci sono talmente tanti dettagli che il gusto è sempre migliorabile, perfezionabile. Adesso tutti adoperano la curcuma e le spezie e non si capisce che cosa c’entrino con noi».

Cosa favorisce l’invasione della telecucina?

«L’audience e il mercato. Tutto è cambiato con Masterchef, un programma che viene registrato in una settimana, inventato da Gordon Ramsay, uno chef che ha visto fallire molti suoi ristoranti».

Perché ce l’ha con i francesi e chiama «guida dei copertoni francesi» la Guida Michelin?

«Qualche anno fa, un mio cliente, il ministro della Cultura francese Rennaud Donnedieu de Vabres mi invitò a una cena al ministero, c’erano 200 persone. A un certo punto si alzò: “Questa cena è in onore di Arrigo Cipriani”. I francesi sono grandi intenditori di cibo e di vini, non ce l’ho con loro. Ma mi chiedo perché noi italiani dobbiamo copiarne la cucina. E anche perché dobbiamo copiare gli americani nella robotizzazione del servizio».

Robotizzazione del servizio?

«Se telefona all’Excelsior si sente rispondere: “Grazie per aver chiamato l’Excelsior, sono Francesco, in che cosa posso esserle utile?”. Un robot, un disco. Le persone dicono: “Buongiorno, come sta?”».

Perché ce l’ha con le guide?

«Perché vogliono teleguidare i clienti. Lei va in un locale perché lo dice la guida o perché glielo consiglia un amico?».

Perché i suoi locali non sono stellati?

«Perché non voglio entrare in una classifica lontana dalla cucina italiana. La stessa cosa vale per quella dell’Espresso o del Gambero rosso. L’unica classifica che mi interessa è quella stilata dai miei clienti».

Non è un po’ drastico dire «se volete mangiare bene spegnete la tv»?

«Trovo che molti di questi programmi siano fatti da dilettanti che s’improvvisano cuochi. Io sono qui da 65 anni, i piatti della nostra cucina li so fare, ma li lascio cucinare ai nostri cuochi che sono più bravi».

Negli anni Cinquanta e Sessanta la tv ha insegnato a mangiare.

«C’era uno come Mario Soldati, con la sua cultura e la sua genuinità».

Chi potrebbe essere il Soldati di oggi?

«Forse uno come Philippe Daverio, un critico d’arte, non gastronomico».

È merito della tv il boom degli istituti alberghieri?

«Certo, ma è un’ondata che sta rallentando, tanti ragazzi si cancellano. Ogni anno paghiamo tre borse di studio perché altrettanti studenti possano fare degli stage nei nostri ristoranti. C’è stato un boom enorme d’iscrizioni, poi è iniziata la ritirata. Si comincia a capire che è una vita faticosa e che spesso si ha un’idea romanzata della vita dei cuochi».

È anche per questo che molti tra i più famosi cadono in depressione e si suicidano?

«Anche. Molti hanno successo, ma non hanno cultura e mancano dei fondamenti. Qualcuno si accorge che è tutta una grande finzione».

Parlando di cultura, Ernest Hemingway frequentava la vostra locanda di Torcello e l’Harry’s Bar, meta di scrittori e artisti non solo durante la Mostra del cinema. Mi regala un aneddoto?

«L’altro giorno c’era Jeff Bezos, è un continuo via vai. Montale era una persona straordinaria che mangiava malissimo. A un certo punto si era affezionato, ma voleva un tavolo nascosto. Un altro così è Woody Allen, mangia incurvato, da solo. Una sera si è alzato e si è diretto verso la signora di un tavolo vicino: “Per cortesia, signora, può smetterla di fissarmi?”. Poi è tornato a sedersi».

 

 La Verità, 6 ottobre, 2019

 

«Leonardo oggi non starebbe sui social»

Donnaiolo, omosessuale, poliziotto, pugile, professore, commissario e, dal 2 ottobre, Leonardo Da Vinci. Sono alcuni dei ruoli interpretati da Luca Argentero, 41enne torinese, laureato in economia, assurto a notorietà pop con la partecipazione al Grande Fratello del 2003. Chi l’avrebbe detto che un ragazzo di buona famiglia, padre della borghesia piemontese e madre siciliana di estrazione proletaria, sarebbe diventato uno degli attori più eclettici della scena italiana? E che uno così, sempre misurato e attento alle parole, sarebbe finito nell’occhio di una polemica su femminismo e romanticismo? Questo, in realtà, qualcuno poteva dirlo, considerato il conformismo dilagante che Bret Easton Ellis chiama «totalitarismo dei buoni». Ma tant’è. Nella homepage del sito di Argentero si legge: «Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che tu incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore», parola di sir Charlie Chaplin.

Nel giro di pochi giorni vedremo Argentero nei panni di Leonardo Da Vinci, in quelli di un commissario di polizia e in quelli di sé stesso, narratore a teatro delle vite di tre grandi sportivi. Il progetto futuro più importante, però, è il matrimonio con Cristina Marino, la ragazza di cui si proclama «follemente innamorato». Auguri.

Cominciamo da Io, Leonardo, produzione SkyArte e distribuzione Lucky Red. Protagonista del docufilm è la mente di uno dei più grandi geni della storia. Che cos’è l’incoscienza?

«Accettare un ruolo del genere, un’incoscienza compensata dalla qualità e dall’esperienza di SkyArte nella produzione di questo genere di film. A pensarci bene, un certo grado di azzardo c’è interpretando qualsiasi personaggio. Questo è un prodotto diverso, con elementi di storia e di arte, trattati con il linguaggio della fiction e del documentario. In passato il pubblico ha mostrato di apprezzare questo tipo di racconto. Sono fiducioso».

Come si entra nella mente di Leonardo?

«Studiando, provando a capire chi erano i suoi genitori, com’è cresciuto, com’è diventato quell’uomo lì. Sono le domande che si pone la sceneggiatura che indaga non solo il genio, la vita e le opere, ma tutta l’umanità del protagonista, con i momenti di fragilità e gli incidenti di una persona normale».

Per esempio?

«Il rapporto con il padre, che non gli ha mai detto “ti voglio bene”, e neanche “bravo” in occasione dei primi successi, perché non riconosceva le doti del figlio. La mancanza di una madre, che non ha mai potuto frequentare. Insomma, una giovinezza non proprio felice, che lo ha condizionato per il resto dell’esistenza».

Per indossare i panni del medico ha frequentato un ospedale, per interpretare Tiberio Mitri ha lavorato duro in palestra… Come ci si prepara a essere Leonardo Da Vinci?

«Oltre ai miei approfondimenti, ci ha pensato il regista a fornirmi la documentazione necessaria. Ho lavorato gomito a gomito con Jesus Garces Lambert, un regista di grande sensibilità teatrale che mi ha aiutato a immedesimarmi nel corpo di Leonardo. Infine, c’è stato il lavoro di gruppo con tutto il cast».

Qual è la contemporaneità di Leonardo?

«Forse un invito a rallentare per andare in profondità, un invito a frenare la velocità di questo mondo digitale. Leonardo s’interrogava su tutto e rifuggiva la superficialità. Oggi siamo abituati al mordi e fuggi dei social, ai 140 caratteri di Twitter che, più o meno, corrispondono al titolo di un articolo. Leonardo ci insegna a leggere l’articolo per intero. A chi lo accusava di essere lento rispondeva che non si può mettere fretta a un lavoro fatto bene».

Al cinema questo film sarà un evento speciale come Caravaggio – l’anima e il sangue e Michelangelo – Infinito prima di andare in onda su SkyArte?

«Stavolta la scommessa è restare in sala finché ne avrà la forza».

Si è affermato con un reality show, poi ha recitato nelle serie e nella commedia al cinema: che cosa aggiunge un film d’arte al suo curriculum?

«Sono abbastanza pragmatico. Se sei un buon professionista il lavoro porta lavoro, magari con lo stesso regista che ti ha già apprezzato. Da un set non mi aspetto mai nulla. Quando un film esce al cinema sei già sbilanciato su altri progetti per il fatto che passa molto tempo da quando cominci a lavorarci. Sono molto curioso di vedere se piace».

Una settimana dopo l’uscita di Io, Leonardo, arriverà anche Brave ragazze: che storia è?

«È un film tratto da una storia vera accaduta in Francia negli anni Ottanta. Quattro ragazze che conducono una vita precaria decidono di svoltare rapinando una banca. Per farlo, si travestono da uomini. La cosa funziona e, una alla volta, le banche diventano una decina. Proprio il travestimento le rende imprendibili, finché… Io interpreto il commissario che indaga su questi furti».

In novembre, invece, ripartirà la tournée a teatro di È questa la vita che sognavo da bambino, tre storie di uomini di sport. Walter Bonatti e Alberto Tomba si possono capire, Luisin Malabrocca, la prima maglia nera al Giro d’Italia invece è una scelta bizzarra.

«Non volevo raccontare tre vincenti tradizionali, ma tre modi di intendere la vita e lo sport, qualcosa che ha contribuito alla mia formazione personale. Luisin Malabrocca aveva capito che si può vincere anche senza arrivare sul gradino più alto. Visibilità, premi… Era uno dei migliori passisti del Giro, ma un perdente consapevole che si era accorto di guadagnare di più arrivando ultimo anziché sesto o settimo. In un certo senso, è stato l’inventore del marketing nello sport».

Che discipline ha praticato?

«Il tennis, non con i risultati cui ambivo. In montagna e nello sci invece sono bravino».

Dopo l’ultimo mondiale vinto si è detto che Federica Pellegrini è la più grande atleta italiana di tutti i tempi: per lei?

«Per me come Tomba non c’è nessuno».

Federer o Nadal?

«Federer».

In Italia, Fognini o Berrettini?

«Fognini. Chissenefrega delle intemperanze, un talento cristallino».

Nel calcio, Pelé o Maradona?

«Pelé. Di Maradona non ho condiviso alcune scelte personali».

Garrone o Sorrentino, anche se non sono sportivi?

«Molto difficile scegliere… Da spettatore direi Garrone».

Che cos’è l’eclettismo per lei?

«Più che cambiare ruoli, affrontare più generi, passare dal dramma alla commedia, dalla farsa del film di Natale ad uno storico o d’autore».

Che cos’è il Caffè onlus?

«Un’iniziativa di solidarietà realizzata con alcuni amici dell’università che riprende la tradizione del caffè sospeso napoletano: chi beve un caffè ne paga uno per il cliente successivo, senza sapere chi sarà. Un piccolo gesto di generosità. Ogni settimana scegliamo una onlus diversa da promuovere attraverso la comunicazione dei nostri canali grazie al dono del valore di un caffè».

Le piace la figura dell’attore impegnato o militante?

«Dipende dal tipo di messaggio. La politica non sempre si sposa con l’arte. Personalmente, scelgo di non parlare di politica per non influenzare i ragazzi attraverso parole che possono essere imprudenti. Preferisco che si facciano un’opinione documentandosi sull’attività di chi politica la fa davvero. Se invece parliamo di solidarietà, credo si possa trovare l’occasione per veicolare un messaggio positivo».

Ha condiviso la dedica di Luca Marinelli alle ong della Coppa Volpi?

«Se lui si sentiva, ha fatto bene a farlo. Era il suo spazio e ha espresso il suo pensiero».

Vorrei farle i complimenti per l’intervista a Gq in cui diceva che ci tiene a essere il maschio della coppia e a difendere una certa galanteria dell’uomo.

«Forse i complimenti sono troppo. Sono stato frainteso e, forse, ero realmente fraintendibile. Mi sono già scusato più volte per aver utilizzato in modo improprio alcuni termini».

Per esempio?

«Dicendo che la mia fidanzata è poco femminista non volevo essere irrispettoso nei confronti delle lotte delle donne. Volevo sottolineare che, pur essendo un’ottima imprenditrice, allo stesso tempo le fa piacere prendersi cura di me. Mi spiace se una parte delle donne si è sentita offesa, io non volevo criticare il femminismo, un termine che forse ho usato in modo improprio, ma solo raccontare ciò che amo della donna che è al mio fianco».

Le donne possono non essere femministe?

«Mi astengo da ogni altro commento».

Quanto pensa la stia aiutando avere alle spalle una famiglia tradizionale?

«Moltissimo, non smetto di ringraziare i miei genitori. Anche oggi, se ho un problema, può capitarmi di chiamare mio padre per un suggerimento. Ritengo sia un privilegio poterlo fare».

Parlando dei suoi genitori e del suo lavoro, pensa che la loro diversa estrazione l’abbia aiutata a interpretare ruoli molto differenti tra loro?

«Mi stupisco da solo del paniere di ruoli impersonati. È un viaggio davvero ricco, non so se sia retaggio familiare, del fatto di essere cresciuto in una famiglia nella quale si parlavano dialetti reciprocamente incomprensibili. Questo, forse, mi aiuta negli accenti e nelle parlate. Spero che la varietà interpretativa sia anche merito di una certa affidabilità, della professionalità con la quale rispondo alle opportunità che mi vengono offerte e al rispetto del lavoro degli altri».

È questa la vita che sognava da bambino?

«È molto meglio. Non ricordo esattamente quale vita sognassi, ma quella che faccio mi piace molto».

 

La Verità, 29 settembre 2019

«I due Matteo e la sindrome da padreterno»

Buongiorno Enrico Mentana, il 19 ottobre Matteo Salvini ha convocato in piazza del Popolo a Roma una manifestazione del centrodestra mentre a Firenze Matteo Renzi sarà protagonista della prima Leopolda di Italia viva. Sta nascendo un nuovo bipolarismo?

Assolutamente no. Aldilà delle omonimie, sta tornando qualcosa di diverso che è il sistema proporzionale. Come abbiamo visto in quest’anno e mezzo si passa con una certa facilità da un’alleanza all’altra, con poche concessioni alla politica profonda e molte alla tattica.

Un Matteo è di destra, arrogante, vendicativo, egocentrico, iper ambizioso…

L’altro è Salvini. Diciamo che sono entrambi egocentrici, ma il loro carattere mi interessa poco. Mi sembra più rilevante il fatto che, a tre anni di distanza, abbiano commesso lo stesso errore di sentirsi troppo uomini forti in grado di fare a meno di tutti gli altri.

Uno è molto a suo agio nelle manovre di palazzo, l’altro predilige spiagge e spianate della bergamasca.

Ognuno è figlio della propria storia e del proprio movimento. Non importa dove si muovano meglio. Conta la somiglianza delle parabole di due uomini fortissimi, sbalzati dopo elezioni europee stravinte. Anche il rottamatore si era imposto contro il palazzo.

Da quale dei due comprerebbe un’auto usata?

Ho la fortuna di non avere la patente.

Quanto conta in politica la credibilità?

Ovvio che conta e che qui non se ne veda molta. Uno ha scandito «mai con i 5 stelle» e poi ha proposto l’alleanza con loro, l’altro diceva «basta con i 5 stelle» ma, vista la mala parata, ha offerto a Luigi Di Maio il posto di premier. Sembrano giocatori di biliardo che annunciano un tiro, ma mandano la palla in buca con un altro. Più che sulla tattica, la credibilità andrebbe misurata su tempi lunghi e proposte sostanziali.

I due Matteo si scontrano per polarizzare lo scenario e far fuori Giuseppe Conte e Di Maio?

Uno però parte da un decimo di consensi dell’altro e quindi ha più convenienza.

Le elezioni aspettano almeno fino alla tornata di nomine di primavera?

Molto di più.

Di sicuro c’è che il duello in tv avverrà da Bruno Vespa.

Sarò contento di vederlo, non sono geloso… L’ultimo duello elettorale andò in onda proprio da Vespa nel 2006 tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi. L’epoca e l’epica dei faccia a faccia è finita insieme al bipolarismo; quando non si svolgono sotto elezioni sono partite quasi amichevoli.

Reduce da un’estate di maratone vincenti, Enrico Mentana continua senza fiatone la narrazione della stagione più tellurica della politica italiana. L’adrenalina è il miglior allenamento e consiglia massimo disincanto. Niente previsioni, dunque: «Fossi matto, chi avrebbe potuto prevedere un filotto così? L’uomo un mese e mezzo fa più potente d’Italia è finito in fuorigioco, il fondatore dei 5 stelle sponsorizza il governo con il Pd, il più acerrimo nemico dei grillini fa un’inversione a U e caldeggia l’alleanza con loro, il M5s molla il partner più a destra dell’arco costituzionale e abbraccia quello più a sinistra, il premier del governo più a destra del mondo occidentale lo rimane con quello più a sinistra dello stesso mondo occidentale. Azzardare previsioni oltre che inutile sarebbe stupido».

Da storyteller della politica, che titolo darebbe all’estate appena finita?

L’estate dei tradimenti. Stagione propizia.

Dopo la nascita di Italia viva, quanto il Conte bis è più fragile?

Non lo so, magari Conte e Renzi diventeranno complici, oppure si odieranno. Renzi era già il plenipotenziario dei gruppi del Pd. Alcuni parlamentari hanno cambiato casacca, magari è un elemento chiarificatore.

È cambiata la composizione del governo.

Da ala del Pd Renzi lo appoggiava, dall’ala del suo partito continuerà a farlo. Credo sia stato più difficile per i 5 stelle passare dall’alleanza con la Lega a quella con Leu.

Quindi Conte sbaglia a preoccuparsi?

Se il governo riuscirà a fare riforme condivise andrà avanti bene, altrimenti no.

Tornando alla credibilità di Renzi, in ordine cronologico: #staisereno a Enrico Letta, se perdo il referendum lascio la politica, #senzadime l’alleanza con il M5s, necessaria l’alleanza con il M5s, lascio il Pd.

L’ultima non è stata un’incoerenza, mentre delle altre mosse abbiamo già parlato a dismisura. D’incoerenze tattiche ce n’è un campionario. Dall’offrire il posto di premier a Di Maio dopo aver detto mai più con il M5s, a proclamare «mai con il partito di Bibbiano» prima di andarci al governo. Le incoerenze gravi sarebbero altre: promettere di abbassare le tasse e poi alzarle o annunciare la difesa della scuola laica e poi promuovere quelle confessionali.

Più che Emmanuel Macron il modello di Renzi è Frank Underwood di House of Cards?

È House of Cards che imitava la politica non il contrario. Non a caso è stato scritto da un consigliere di Margaret Tatcher (Michael Dobbs ndr). Mi stupisci lo stupore: in Parlamento c’è stato chi ha detto che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak.

Percentuali motivazionali di Italia viva: le nomine delle partecipate, il mercato del centro politico, la difficoltà a passare per la cruna dell’ego, copyright Francesco Rutelli.

Parliamoci chiaro, questo signore ha scalato da fuori il più strutturato partito italiano. Avrà un ego spiccato, ma di politici senza ego ipertrofici ne ho conosciuti pochi. I posti si disprezzano quando non sono i tuoi, mai visto nessuno che abbia detto: li lascio agli altri.

Ho chiesto delle percentuali.

La politica è un mix di ambizioni personali e opportunità strategiche. Credo che Renzi abbia intravisto l’enorme spazio che c’è tra l’attuale governo e il precedente.

Quali errori ha commesso Salvini?

Principalmente credere di essere onnipotente. Lo stesso di Renzi tre anni prima, si chiama sindrome del padreterno. Credeva di avere in mano il gioco mentre aveva solo molte fiches. Entrambi non hanno previsto che tutti gli altri si sarebbero coalizzati contro di loro.

L’ errore principale è stato non votare Ursula von der Leyen?

Quella è stata la conseguenza. Su questo ha ragione Salvini, se l’avesse votata gli avrebbero dato del paraculo. Probabilmente ha pagato il rapporto con Vladimir Putin. Ma adesso, siccome si sta tornando alla Prima repubblica, potrebbe tornare anche il «fattore k» che allora escludeva i comunisti e stavolta potrebbe escludere la Lega. In entrambi i casi c’è di mezzo il rapporto con Mosca.

La richiesta di pieni poteri è stato un altro sintomo della sindrome da padreterno?

È stato il segnale di un linguaggio a cui era slittata la frizione. Altre volte aveva usato espressioni che avevano l’eco del passato. Credo che stavolta volesse solo superare le resistenze che gli impedivano di governare. Ma i social portano all’incontinenza, all’escalation per la quale credi di poter dire tutto. È stato un difetto di padronanza comunicativa e c’era chi aspettava solo quello. Aveva ottenuto la Tav e il decreto sicurezza bis, che altro voleva in pieno agosto?

Il nemico era Conte che in Europa portava avanti un’altra politica?

I fuori-onda di Piazzapulita tra lui e Angela Merkel bisognava mostrarli allora non adesso. Scontrandosi con Conte, Salvini si è dimostrato ingenuo. Quando Grillo, l’artefice del ribaltone, l’ha messo tra gli elevati, Conte è divenuto intoccabile e anche Di Maio, che pure l’avrebbe sacrificato, ha potuto far poco.

Il 22 luglio in un’intervista a Pietrangelo Buttafuoco ha detto che «nel tramonto delle idee Salvini è Maradona». Sono tornate le idee?

No. Maradona è stato trovato positivo all’antidoping della politica.

Le idee che tornano sono il nuovo umanesimo?

Non vedo nessuno in grado di farle tornare. Quando i 5 stelle passano dall’alleanza con il partito più a destra a quella con il più a sinistra non ci sono idee, ma geometrie variabili.

La vista di Conte quale reazione suscita nell’uomo Enrico Mentana?

Mi sembra l’epigono di una genia di grandi tecnici passati sulla scena pubblica. Sta come un pesce nell’acqua. Lo osservavo con Macron, è di quella pasta, sicuramente della stessa sartoria. Un Gianni Letta giovane.

La parola voltagabbana è stata rimossa?

Cosa c’entra con Conte? Non ha un partito…

È premier di due maggioranze opposte.

Le alleanze le ha cambiate il M5s.

Da antisistema a establishment, da grimaldello della scatola di tonno a tonno?

Hanno esaurito il repertorio da apriscatole: il decreto dignità, il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari. Cosa resta, lo stile sobrio, il lavoro onesto? In questo momento il M5s è il perno della legislatura, infatti è l’unico partito che resta al governo. Come nella precedente legislatura accadde al Pd e in quella ancora precedente al centrodestra.

Zingaretti ha fatto retromarcia su tutto per le pressioni interne e internazionali?

Zingaretti si è trovato in minoranza perché Renzi e Franceschini insieme controllavano i gruppi e il partito.

Come andranno le regionali?

Aspettiamo di vedere, cominciando dall’Umbria, se l’accordo tra 5 stelle e Pd è uguale, inferiore o superiore alla somma degli addendi.

Dopo le piroette di Conte e Renzi c’è da stupirsi se cresce il disprezzo per il ceto politico?

L’alleanza è stata rotta da Salvini. Se il marito se ne va di casa, non può pretendere dalla moglie che non ci entri nessuno. Il più forte è stato trovato positivo all’antidoping, ma anziché fermarsi ad aspettarlo il calcio è andato avanti.

Si capisce perché la disaffezione dalla politica lievita?

Per noi novecenteschi la politica era sangue e passioni, le nuove generazioni sono più disincantate. Oggi i partiti sono involucri di consenso dei leader che si rivolgono direttamente al popolo con lo smartphone. Salvini lo ha fatto meglio di tutti e ha sbaraccato una certa idea di politica. Se non sapesse tradurre in diretta su Facebook le sue parole d’ordine avrebbe gli stessi consensi?

Ora che l’Italia si è allineata all’Europa i parametri diventano flessibili e favorevoli?

È governata da una forza che in passato ha avuto il presidente della Commissione europea, Prodi, che ora ha il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ed è alleata dei 5 stelle, i cui voti sono stati decisivi per l’elezione della Von der Leyen. Mi sembra ovvio che ci sia un’apertura di credito. Conte ha lavorato per questo. Se non hai più come vicino di casa uno che vuole sfasciare tutto, usi meno chiavistelli.

Non c’è qualcosa di artificioso in questi parametri e barriere, qualcosa di lontano dalla vita reale?

Adesso si avvicina anche l’accordo sulla ripartizione dei migranti. Ribadisco: Salvini non è stato rapito, ha provato a dare la spallata, ma non è riuscito a restare in sella.

Come andrà a finire?

Nel 1994 Berlusconi fu disarcionato da Mani pulite e ci fu chi si illuse che, prima con il governo Dini e poi con la vittoria del centrosinistra, l’anomalia fosse debellata. Salvini non è un accidente della storia, un virus passeggero, ma è portatore di istanze reali. Se l’Europa funzionerà saremo tutti contenti, altrimenti tutti diranno aridatece…

 

Panorama, 25 settembre 2019