Minetti, Venezi, Biennale… ma arriva il decreto Lavoro

Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidiano a Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore. Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua sauadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie.
Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia. Lo stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dalla segretaria del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra. Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli.
Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale.
Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.

 

La Verità, 30 aprile 2026