Giletti, Bennett e i dubbi sul romanzo d’appendice

Come scoop era stato presentato e scoop è stato. Per la puntata d’esordio della seconda stagione di Non è l’Arena su La7, Massimo Giletti ha intervistato Jimmy Bennett, l’accusatore di Asia Argento, che ha scelto di fornire la sua versione dei fatti in Italia (domenica ore 20,30, share del 7.1%). Quando aveva poco più di 17 anni, Bennett sarebbe stato violentato nella camera di un hotel vicino a Los Angeles. In California i rapporti sessuali con un minore di 18 anni sono reato ma, quattro anni dopo, anziché sporgere denuncia, la presunta vittima chiede un risarcimento milionario per i danni alla carriera causati dalla violenza. La vicenda ha elementi controversi. Dieci anni prima l’accusatore aveva recitato il ruolo del figlio in un film diretto e interpretato dall’accusata, a sua volta madre degenere. Anche fuori dal set lui la chiama mamma. Quando si rivedono, trascorsi dieci anni, si verifica la presunta violenza sessuale. Allorché lei diventa paladina del movimento Me too lui chiede il risarcimento. Il compagno di lei, chef di fama mondiale, paga una prima tranche per togliersi la seccatura, ma dopo qualche mese si suicida. In agosto il New York Times pubblica tutta la storia.

Con Bennett in studio, Giletti ha allestito una ricostruzione perfetta, senza cedimenti voyeuristici, ma ponendo le domande giuste. Capelli biondo platino spruzzati di rosa, giacca, jeans e sneakers, l’efebico accusatore ha risposto incrociando spesso lo sguardo con il suo avvocato, Gordon Sattro. Giletti si è confrontato con l’inattaccabilità della vittima, uno dei dogmi della società moderna, disseminando l’intervista di dubbi. A cominciare da come possa dispiegarsi la violenza di una donna se l’uomo non è consenziente, per proseguire con la richiesta tardiva del risarcimento, le foto successive al rapporto in cui Jimmy e Asia sono in atteggiamento confidenziale, la cena insieme che ha concluso la giornata. L’elemento nuovo del racconto è il fatto che la violenza sarebbe avvenuta dopo che Argento avrebbe prospettato a Bennett la partecipazione a un nuovo film. Motivo per cui, paragonandola a Harwey Weinstein, l’accusatore ha parlato di «abuso di potere». Ma anche su questo Giletti ha eccepito: da una parte c’è un produttore capo di una potente società, dall’altra un’attrice-regista molto meno accreditata. Restano dunque ancora alcuni lati oscuri in questa sorta di romanzo d’appendice moderno. In ballo ci sono l’attendibilità del ragazzo, la reputazione di un’attrice e la monoliticità di un movimento planetario. Vedremo se e come Argento replicherà.

 

La Verità, 25 settembre 2018

Lilli e il nuovo mondo. Da demolire a tutti i costi

«Vi ricordo che domani sarà in edicola il nuovo Sette con un’intervista a Maria Elena Boschi, quindi non perdetevelo». Ha chiuso così, Lilli Gruber, la puntata dell’altra sera di Otto e mezzo su La7. Oltre all’intervista all’ex ministro per le Riforme costituzionali, il magazine del Corriere della Sera diretto da Beppe Severgnini, abitualmente in studio, contiene l’abituale rubrica nella quale la stessa Gruber, sempre abitualmente, randella i populisti («Tutti i populisti mentono. Sono pericolosi e opportunisti», «La collettivizzazione del dolore conduce al peggior populismo», per citare le ultime puntate).

La nuova stagione di Otto e mezzo si è inaugurata appunto nel segno dell’abitudine e della continuità. Solito studio, solito Punto di Paolo Pagliaro, solita corte degli oracoli. Del resto, squadra che vince non si cambia. Tuttavia, c’è un però: la concorrenza di Barbara Palombelli su Rete 4 che, sebbene non la spunti in termini di share, rappresenta un’alternativa che le contende ospiti e temi. Così, intanto, nel calcolo degli ascolti Otto e mezzo ha deciso di scorporare l’anteprima dal programma. La novità principale però è il tenore della conduzione. Fin dalla puntata d’esordio, con l’intervista esclusiva a Alessandro Di Battista, la Gruber ha scelto una linea spiccatamente antigovernativa. I tasti suonati sono la subalternità del M5s alla Lega, le differenti posizioni in varie materie, l’impossibilità di realizzare le riforme economiche promesse, lo sforamento della legge di stabilità che produrrà un’apocalisse, e poi quanto mai potrà durare un governo così, l’avvento del razzismo in Italia, la crescita dei piccoli Mussolini, l’alleanza della Lega con l’estrema destra europea… Qualche giorno fa Marco Travaglio le ha risposto che di subalternità non si può parlare perché, anche se Salvini va sui giornali, alla fine i provvedimenti concreti portano la firma dei ministri grillini: il decreto dignità, la vertenza Ilva, la legge anticorruzione… In una puntata successiva anche Paolo Mieli ha detto che questo è un governo del M5s perché Giuseppe Conte è stato voluto da Luigi Di Maio, che peraltro si è tenuto le deleghe di spesa più importanti. Niente da fare, anche se gli oracoli la smentiscono, lei procede inscalfibile. E al sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti ha chiesto a raffica: «Lei si sente di destra? Le piace stare insieme a Casa Pound? Le piacciono gli ungheresi di Orbàn? In Italia c’è un allarme razzismo?».

Il ruolo di paladina della narrazione antigovernativa bisogna sudarselo…

La Verità, 21 settembre 2018

Perché Palombelli vince il primo round con Gruber

Durerà tutta la stagione il duello tra le regine del talk show. E ci sarà dunque modo di aggiornarsi strada facendo. Per ora va registrato il successo alla prima uscita di Barbara Palombelli su Lilli Gruber: 5.2% di share (1,2 milioni di telespettatori) per Stasera Italia e 4.9% (1,1 milioni) per Otto e mezzo. Sui numeri dell’audience alchimie e programmazione dei canali concorrenti influiscono in modo diverso. Per esempio: il match della Nazionale con il Portogallo avrà portato via più telespettatori al programma di La7 o a quello di Rete 4 che ha un pubblico in prevalenza femminile? E l’assenza di break pubblicitari (se si eccettua quello di 30 secondi alle 21) quanto avrà favorito il talk della rete Mediaset? Ecco perché non vale la pena enfatizzare il risultato del primo duello. Le due sacerdotesse dell’access prime time continueranno a fronteggiarsi, diverse e speculari per stile giornalistico, antropologia ed estetica. Lilli: altoatesina e spigolosa, in uno studio asettico; Barbara: romana, senza più il microfono gelato, in un contesto un po’ incipriato. Lilli più seguita al nord, da un pubblico maturo e acculturato, di solito in maggioranza maschile (quello identificato con la doppia A dalle società di rilevamento); Barbara apprezzata in modo uniforme, ma con picchi nel centro Italia, da un pubblico più femminile e con livello d’istruzione basico.

Per ciò che si è visto nel primo round la differenza evidente è stata di vivacità e dinamismo. Rispetto alla lunga intervista con Alessandro Di Battista di Gruber, il talk di Palombelli è parso più dentro le notizie della giornata, affrontate con linguaggio semplice e diretto, non solo per la presenza di Pierluigi Bersani, Alessandro Sallusti e Ferruccio De Bortoli. La conduttrice di Otto e mezzo ha interrogato l’esponente grillino in Guatemala con l’idea di fargli prendere le distanze dal governo o almeno da Luigi Di Maio, alleato di Salvini che causa i controlli dell’Onu per razzismo e rispetto al quale il M5s è subalterno. Un’intervista molto politica, che persegue la strategia della divisione tra i partner di governo.

Più vivace il salotto di Rete 4, partito sull’ispezione dell’Onu e proseguito con il dibattito sulla chiusura domenicale dei negozi, temi introdotti da servizi ad hoc, come quello sul traffico di migranti a due passi dalla Stazione Termini di Roma. Nella seconda parte, con Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino si sono affrontati temi più leggeri, cominciando dallo storico schiaffo in diretta del 1991, per finire con le pagelle ai politici. Stasera Italia è parso un talk show di approfondimento completo.

La Paolmbelli, Renzi e il nuovo borotalk show

Dispiace per Barbara Palombelli, alla quale portiamo una ponderata dose di simpatia e affetto. Ma il suo esordio alla conduzione di Stasera Italia (Rete 4, lunedì venerdì, ore 20.30, share del 6.3% con 1,4 milioni di telespettatori) che inaugura la nuova stagione del canale si presta ad alcune considerazioni, non tutte esaltanti. Detto in sintesi: è nato il borotalk show, il talk cosparso di borotalco, nel quale lo show è quello consentito all’esibizione boriosa dell’ospite protagonista. La scelta di chiamare Matteo Renzi per il kick off equivale a un’esplicita dichiarazione d’intenti, a un manifesto, a un endorsement. Poi c’è la curiosità rivelatrice del titolo: «Renzi è tornato?». Non nel senso che l’interrogativo desti curiosità e spinga a capire, a indagare, a verificare se Renzi is back. Ma proprio nel senso di coniugare quell’interrogativo al passato. Diverso sarebbe stato chiedersi se «Renzi sta tornando?», o se «Renzi tornerà?». Ipotizzando il ritorno come qualcosa di già avvenuto la reazione del telespettatore normale è: «Mi sono perso qualcosa?». Perché, se si eccettua la campagna per la promozione del documentario su Firenze, di cui Stasera Italia si è fatto tempestivamente veicolo mostrando il nostro eroe in versione Alberto Angela, non risulta che l’ex premier sia stato autore d’iniziative che facciano supporre una ritrovata centralità politica.

Nel talk di Palombelli invece il senatore di Scandicci è centralissimo e tracimante. Le domande della conduttrice che impugna un microfono gelato molto vintage sono diradate e gli consentono di svariare dai vaccini alla bocciatura di Nicola Zingaretti fino alle gaffe di alcuni esponenti grillini. Se si toglie un «messaggio di Salvini» che restituisce al passato la stagione del renzismo, tutto è ovattato, patinato, salottiero. Avvolto in un clima rotondo, appena sbrecciato dalle domande di Peter Gomez e Luciano Fontana, coinvolti dopo la metà del programma e mai degnati di un primo piano, giusto per far capire le distanze e la centralità dell’ospite. Persino gli inserti di Indro Montanelli, altro capolavoro, si trasformano in uno sbuffo di borotalco sul protagonista.

Dispiace per Barbara Palombelli… Ne riparleremo: anche perché il duello tra Rete 4 e La7 si annuncia incandescente come già si è visto con il debutto della nuova rubrica di Dataroom di Milena Gabanelli nel tg di Enrico Mentana, poi corso a sostenere In onda. In attesa del ritorno di Otto e mezzo.

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.

In «Tutto può succedere» una famiglia italiana

C’è una serie trasmessa un po’ in sordina da Rai 1 sulla quale val la pena soffermarsi per tre buone ragioni. La prima è che, salvo qualche show estivo-balneare, si tratta dell’unico prodotto non in replica messo in campo in queste settimane da Rai 1. La seconda è che, come documentano gli ascolti, è una valida alternativa al palinsesto unico dei Mondiali di calcio. L’ultima, e forse più importante ragione, è che rappresenta un’eccezione alla narrazione proposta dagli autori più gettonati (Una grande famiglia, Romanzo famigliare), secondo i quali la famiglia italiana è sempre più politicamente corretta. La serie s’intitola Tutto può succedere, è giunta alla terza stagione sebbene già dopo la prima se ne ventilava la chiusura, è prodotta da Cattleya ed è diretta da Lucio Pellegrini e Alessandro Casale (lunedì, ore 21.30, share sopra il 15%).

Protagonisti della storia sono i Ferraro, esuberante clan che vive alle porte di Roma. L’incursione dei ladri nella casa patriarcale dove vivono i nonni Ettore (Giorgio Colangeli) ed Emma (Licia Maglietta), dove sono cresciuti i quattro figli e tuttora ci si ritrova per grandi tavolate, ha minato la serenità di Emma che persegue di nascosto il progetto di cambiare casa. A scoprirlo è il figlio minore Carlo (Alessandro Tiberi) che, coalizzandosi con la sorella Sara (Maya Sansa), organizza l’opposizione. Il primogenito Alessandro (Pietro Sermonti), invece, lui così abituato ad «aggiustare le persone», è distratto dalla responsabilità dell’azienda che ha preso in mano su richiesta del fidanzato della figlia rimasto orfano, e finisce per trascurare la moglie Cristina (Camilla Filippi). Anche il matrimonio tra la secondogenita Giulia (Ana Caterina Morariu) e Luca (Fabio Ghidoni) è in pericolo… Infine ci sono i nipoti Ambra (Matilda De Angelis), Federica (Benedetta Porcaroli), Denis (Tobia De Angelis) e Max (Roberto Nocchi) che cercano di trovare ognuno la propria strada tra i primi amori e le prime intuizioni su cosa fare da grandi. Se le onde dei sentimenti e della quotidianità mettono sull’altalena i cuori e le giornate di tutti, alla fine c’è sempre quella tavolata capace di metabolizzare gli avvenimenti.

Ispirata all’americana Parenthood, Tutto può succedere non avrà l’ambizione di rivoluzionare il linguaggio della serialità moderna né, per una volta, l’obiettivo di anticipare la famiglia al tempo del gender, ma di sicuro ha il merito di fotografare con grazia lo spirito della famiglia italiana contemporanea, con le sue caotiche e fantasiose risorse di schiettezza e umanità.

La Verità, 27 giugno 2018

Un Tiki Taka tra presunte gag e miss scosciate

Ormai è assodato, il calderone sgangherato più comico che tecnico è l’applicazione dei «Mondiali allegri e brillanti» che Pier Silvio Berlusconi auspicava presentando il palinsesto Mediaset di Russia 2018. Non solo Balalaika – Dalla Russia col pallone su Canale 5, pure Tiki Taka Russia su Italia 1, con il magniloquente Pierluigi Pardo, si iscrive al genere del varietà calcistico: commento delle partite condito con gag da bar sport. Il programma di Italia 1 patisce una serie di vincoli in materia di diritti che gli impediscono di accedere alle interviste post partita ai protagonisti. Senza lo spogliatoio, contenuto e approfondimenti tecnici risultano inevitabilmente indeboliti. A quel punto Mediaset ha scelto di virare sul costume e sul comico. I servizi degli inviati grondano di giochi di parole, di metafore, di citazioni e rimandi a titoli cinematografici e formule alla moda. Il pianto per la crisi dell’Argentina, i gol di uragano Harry Kane, il mondiale dei giocatori madridisti, i risultati ribaltati last minute… Un mare nel quale Pardo sguazza con il salvagente della verve autoreferenziale. «Vediamo questo servizio della tv svedese che usa una tecnica che era in voga una volta», ha premesso prima di avvitarsi nella citazione: «Scusate, ho detto in voga, non lo dicevo dal 1978, c’erano ancora gli Abbagnale». Massì, Pardo ricorda il grande Giampiero Galeazzi, oltre che nella corporatura, anche nell’enfasi e nel vocione. La differenza è che Bisteccone era sé stesso (come Pardo quando parla di calcio, ospite di Otto e mezzo). Invece Tiki Taka è debordante, eccessiva, vagamente tracotante. Farcita delle scollature abissali e delle scosciature inguinali della statua(ria) Ria Antoniou, del controcorrentismo sistematico di Giuseppe Cruciani, delle presunte gag di Andrea Pucci, delle prese in giro gratuite del pubblico di Cristiano Militello. Tutto troppo facile e scontato. Senza collegamenti dagli stadi, si riciclano le storiche maschere di Teo Teocoli in Maidiregol, da Gianduia Vettorello a Felice Caccamo. Difficile parlare di calcio per un tempo superiore ai tre passaggi nonostante le partecipazioni di Ciro Ferrara e Marco Amelia, tra i pochi che non soccombono alla baldoria. Gli altri, i talent più autorevoli, da Arrigo Sacchi a Xavier Zanetti a Paolo Rossi, si son visti pochino. Forse preferiscono Mondiali Mediaset Live, la rubrica dell’ipnotica Giorgia Rossi.

 

La Verità, 26 giugno 2018

«Balalaika», il varietà di calcio venuto male

Un calderone. Un carrozzone. Un mischione venuto male. Con gli ingredienti non amalgamati. Balalaika – Dalla Russia col pallone è il programma di punta di Mediaset per i Mondiali 2018. Va in onda su Canale 5, alle 22, dopo i match più importanti che spesso superano il 30-35% di share (oltre 7 milioni di spettatori). Eppure l’audience precipita al 12% (2 milioni). Lo share non sempre è un test sulla qualità del programma in questione. Però se si perdono milionate di telespettatori, qualcosa vorrà dire. Alla presentazione del palinsesto, Pier Silvio Berlusconi aveva parlato di «Mondiali allegri e brillanti» e si era subito immaginata una formula che rifuggisse le analisi seriose e compiaciute di certi sacerdoti del pallone o di altri narratori dell’estetica sportiva. Si era anche intuita la strizzata d’occhio al pubblico femminile, da richiamare davanti alla tv dopo i match, esclusiva maschile. Dunque, la formula scelta è: calcio e belle figliole. L’alchimia, però, non è riuscita. Lo studio costruito a mo’ di agorà, con ospiti e opinionisti disposti in modo circolare, funziona se esiste un centro dotato di carisma e competenza. Invece, reduce da Quelli che il calcio e da ’90 Special, Nicola Savino è un surfista della scaletta, specialista nel cazzeggio. Quanto all’effervescente Ilary Blasi non può essere lei a conferire spessore al discorso. Nella prima puntata, l’incursione di Gerry Scotti, ricordata per una battuta borderline su Belén Rodriguez, una delle tante, giocava su questo – «Confalonieri mi ha mandato per verificare se qui c’è qualcuno che capisce di calcio…» – innescando una gag per sbeffeggiare Savino. Nella serata dopo Brasile Svizzera si sono smussati alcuni eccessi. Ma per ora non sembra che Mediaset sia riuscita a indovinare la formula del varietà postpartita. Non si tratta di aggiungere seriosità, ma di trovare un equilibrio, un baricentro attorno al quale sviluppare un discorso fruibile, senza continue sovrapposizioni di commenti, battute, risate, ritardi di linea per i collegamenti via satellite. Invece, Balalaika è un patchwork con troppi sapori, tutti accennati. Troppi ospiti, troppi commentatori che non hanno spazio adeguato e non dialogano tra loro. Troppa comicità, da quella abrasiva della Gialappa’s band a quella lunare del Mago Forest a quella sardonica di Diego Abatantuono, camuffato da lenti a contatto azzurre. E poi mimi, imitatori, contorsionisti. Si lavora per accumulo, aggiungendo componenti alla ricetta, che invece di accontentare tanti palati rischia di non soddisfarne nessuno.

La Verità, 19 giugno 2018

Il nuovo governo sposta gli equilibri di La7

In passato ho ripetutamente elogiato i programmi di La7 per tempistica e equilibrio. Il tg, la MaratonaMentana, Otto e mezzo e DiMartedì: tutti insieme, senza dimenticare Piazza Pulita, hanno svolto una funzione supplente rispetto alla latitanza dell’informazione Rai. L’ultimo esempio è di lunedì: davanti all’emergenza prodotta dallo strappo del governo sull’immigrazione, Enrico Mentana ha proposto uno Speciale TgLa7 che ha raccolto 1,4 milioni di telespettatori (6.1% di share, quarta rete della serata).

Qualcosa però è successo perché martedì è affiorata una palese diversità tra tg e programmi nei confronti del governo gialloblù. Se Mentana ha confermato di esser disposto a misurarne sul campo l’impegno, fino a esprimersi in modo critico verso il presidente francese, Otto e mezzo e DiMartedì hanno palesato uno spiccato grado di avversione, mentre su Twitter l’hashtag #boicottala7 prendeva a lievitare.

Pur avendo messo a segno il colpo di giornata (11.1% di share), una puntigliosa Lilli Gruber ha asfissiato il ministro dell’Interno con un pressing che ha svariato dal suo doppio incarico al caso Aquarius, dal rapporto con il M5s e Silvio Berlusconi fino alle nomine Rai. La chicca però è stata l’anticipo all’inizio dell’intervista del Punto di Paolo Pagliaro che, senza citare la fonte, ha snocciolato dati sull’immigrazione da cui l’Italia risulterebbe agli ultimi posti europei per grado di accoglienza. Alla fine della puntata, forse consapevole di qualche eccesso, Gruber ha sottolineato il ruolo necessario di critica dei giornalisti verso il potere. Il peggio però si è visto nel talk show di Giovanni Floris (10.6%) con un parterre sbilanciato, composto da Domenico Del Rio, Yanis Varoufakis, Concita De Gregorio, Massimo Giannini, Marco Damilano e Ilaria D’Amico che da Forte dei Marmi discettava di periferie e accoglienza, con il solo Mario Giordano, autore di un libro-inchiesta sulle Ong, a esprimere posizioni differenti. Il tutto mentre in coro si denigrava la povertà culturale degli elettori leghisti e grillini, si paventavano la lottizzazione della Rai e il grave pericolo per la libertà d’informazione. A completare l’effetto straniamento da sconnessione dal reale sono arrivati un Diego Della Valle «atterrato mezz’ora fa dagli Stati Uniti», parole sue, e il monologo di Roberto Saviano.

La sensazione che, di fronte al nuovo governo, la linea del direttore di rete Andrea Salerno, da cui dipendono programmi e talk show, diverga da quella di Enrico Mentana, è più di una sensazione.

La Verità, 14 giugno 2018

«Il mio nemico», l’Isis raccontato da dentro

Su Sky Atlantic sta andando in onda in questi giorni Il mio nemico, docu-serie in tre episodi ideata e girata da Luigi Pelazza che racconta la guerra in Libia fra le truppe del generale Haftar e i terroristi dell’Isis (domenica ore 23.15 e on demand, produzione di Showlab). I fatti narrati risalgono al gennaio del 2017 quando, dopo tre anni di combattimenti, l’esercito del governo regolare libico è riuscito a liberare la città di Bengasi, Cirenaica, dal controllo dello Stato islamico. La particolarità dell’inchiesta, proposta nel ciclo «Il racconto del reale», sono le testimonianze embedded di infiltrati da una parte e dall’altra degli schieramenti. Nel primo episodio Pelazza recluta il suo insider e lo istruisce per introdurlo negli ambienti radicalizzati in Italia e in Tunisia, simpatizzanti della Jihad. Alcune delle ultime stragi (sul lungomare di Nizza, sulla spiaggia di Sousse e al mercatino di Natale a Berlino) sono opera di terroristi tunisini. Una volta giunto in Libia è un videomaker, già in contatto con le milizie dell’Isis, a fare da fonte, inviando i filmati a Pelazza. Il quale, a sua volta arrivato in Tunisia, affianca le truppe del generale Haftar che si spostano a Bengasi. Un’intervista a Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, illustra la struttura dello Stato islamico, la composizione dei militanti, quasi tutti millennials, la propaganda attraverso i filmati, veri format tv, che usano formule occidentali perché è in Occidente che l’Isis vuole espandersi, il fatto che molti foreign fighters si arruolino «per dare un senso alla propria vita». Nel secondo episodio si entra nel vivo delle azioni militari. Il crepitio delle mitragliatrici fa da sottofondo ai proclami dei militanti del Daesh che annunciano «la lotta ai miscredenti», alternati alle azioni delle truppe di Haftar che liberano le case di Bengasi, mettendo in fuga i terroristi, costretti a abbandonare cibo e vestiario che dovevano servire alla guerra santa. Si chiude con il video della cattura di un «miscredente» fucilato dall’Isis.

L’efficacia dell’inchiesta sta nel doppio punto di osservazione, «il bianco e il nero», sottolinea Pelazza: la prospettiva fanatica, rappresentata nel «giuramento di fedeltà» dei militanti, e quella dell’esercito di Haftar che combatte per la liberazione della popolazione. Raccontando dall’interno un mondo di cui abbiamo informazioni frammentarie e confuse, Il mio nemico fornisce numerosi elementi utili a comprendere un mondo che temiamo, ma di cui sappiamo poco.

La Verità, 13 giugno 2018