Un Tiki Taka tra presunte gag e miss scosciate

Ormai è assodato, il calderone sgangherato più comico che tecnico è l’applicazione dei «Mondiali allegri e brillanti» che Pier Silvio Berlusconi auspicava presentando il palinsesto Mediaset di Russia 2018. Non solo Balalaika – Dalla Russia col pallone su Canale 5, pure Tiki Taka Russia su Italia 1, con il magniloquente Pierluigi Pardo, si iscrive al genere del varietà calcistico: commento delle partite condito con gag da bar sport. Il programma di Italia 1 patisce una serie di vincoli in materia di diritti che gli impediscono di accedere alle interviste post partita ai protagonisti. Senza lo spogliatoio, contenuto e approfondimenti tecnici risultano inevitabilmente indeboliti. A quel punto Mediaset ha scelto di virare sul costume e sul comico. I servizi degli inviati grondano di giochi di parole, di metafore, di citazioni e rimandi a titoli cinematografici e formule alla moda. Il pianto per la crisi dell’Argentina, i gol di uragano Harry Kane, il mondiale dei giocatori madridisti, i risultati ribaltati last minute… Un mare nel quale Pardo sguazza con il salvagente della verve autoreferenziale. «Vediamo questo servizio della tv svedese che usa una tecnica che era in voga una volta», ha premesso prima di avvitarsi nella citazione: «Scusate, ho detto in voga, non lo dicevo dal 1978, c’erano ancora gli Abbagnale». Massì, Pardo ricorda il grande Giampiero Galeazzi, oltre che nella corporatura, anche nell’enfasi e nel vocione. La differenza è che Bisteccone era sé stesso (come Pardo quando parla di calcio, ospite di Otto e mezzo). Invece Tiki Taka è debordante, eccessiva, vagamente tracotante. Farcita delle scollature abissali e delle scosciature inguinali della statua(ria) Ria Antoniou, del controcorrentismo sistematico di Giuseppe Cruciani, delle presunte gag di Andrea Pucci, delle prese in giro gratuite del pubblico di Cristiano Militello. Tutto troppo facile e scontato. Senza collegamenti dagli stadi, si riciclano le storiche maschere di Teo Teocoli in Maidiregol, da Gianduia Vettorello a Felice Caccamo. Difficile parlare di calcio per un tempo superiore ai tre passaggi nonostante le partecipazioni di Ciro Ferrara e Marco Amelia, tra i pochi che non soccombono alla baldoria. Gli altri, i talent più autorevoli, da Arrigo Sacchi a Xavier Zanetti a Paolo Rossi, si son visti pochino. Forse preferiscono Mondiali Mediaset Live, la rubrica dell’ipnotica Giorgia Rossi.

 

La Verità, 26 giugno 2018

«Balalaika», il varietà di calcio venuto male

Un calderone. Un carrozzone. Un mischione venuto male. Con gli ingredienti non amalgamati. Balalaika – Dalla Russia col pallone è il programma di punta di Mediaset per i Mondiali 2018. Va in onda su Canale 5, alle 22, dopo i match più importanti che spesso superano il 30-35% di share (oltre 7 milioni di spettatori). Eppure l’audience precipita al 12% (2 milioni). Lo share non sempre è un test sulla qualità del programma in questione. Però se si perdono milionate di telespettatori, qualcosa vorrà dire. Alla presentazione del palinsesto, Pier Silvio Berlusconi aveva parlato di «Mondiali allegri e brillanti» e si era subito immaginata una formula che rifuggisse le analisi seriose e compiaciute di certi sacerdoti del pallone o di altri narratori dell’estetica sportiva. Si era anche intuita la strizzata d’occhio al pubblico femminile, da richiamare davanti alla tv dopo i match, esclusiva maschile. Dunque, la formula scelta è: calcio e belle figliole. L’alchimia, però, non è riuscita. Lo studio costruito a mo’ di agorà, con ospiti e opinionisti disposti in modo circolare, funziona se esiste un centro dotato di carisma e competenza. Invece, reduce da Quelli che il calcio e da ’90 Special, Nicola Savino è un surfista della scaletta, specialista nel cazzeggio. Quanto all’effervescente Ilary Blasi non può essere lei a conferire spessore al discorso. Nella prima puntata, l’incursione di Gerry Scotti, ricordata per una battuta borderline su Belén Rodriguez, una delle tante, giocava su questo – «Confalonieri mi ha mandato per verificare se qui c’è qualcuno che capisce di calcio…» – innescando una gag per sbeffeggiare Savino. Nella serata dopo Brasile Svizzera si sono smussati alcuni eccessi. Ma per ora non sembra che Mediaset sia riuscita a indovinare la formula del varietà postpartita. Non si tratta di aggiungere seriosità, ma di trovare un equilibrio, un baricentro attorno al quale sviluppare un discorso fruibile, senza continue sovrapposizioni di commenti, battute, risate, ritardi di linea per i collegamenti via satellite. Invece, Balalaika è un patchwork con troppi sapori, tutti accennati. Troppi ospiti, troppi commentatori che non hanno spazio adeguato e non dialogano tra loro. Troppa comicità, da quella abrasiva della Gialappa’s band a quella lunare del Mago Forest a quella sardonica di Diego Abatantuono, camuffato da lenti a contatto azzurre. E poi mimi, imitatori, contorsionisti. Si lavora per accumulo, aggiungendo componenti alla ricetta, che invece di accontentare tanti palati rischia di non soddisfarne nessuno.

La Verità, 19 giugno 2018

Il nuovo governo sposta gli equilibri di La7

In passato ho ripetutamente elogiato i programmi di La7 per tempistica e equilibrio. Il tg, la MaratonaMentana, Otto e mezzo e DiMartedì: tutti insieme, senza dimenticare Piazza Pulita, hanno svolto una funzione supplente rispetto alla latitanza dell’informazione Rai. L’ultimo esempio è di lunedì: davanti all’emergenza prodotta dallo strappo del governo sull’immigrazione, Enrico Mentana ha proposto uno Speciale TgLa7 che ha raccolto 1,4 milioni di telespettatori (6.1% di share, quarta rete della serata).

Qualcosa però è successo perché martedì è affiorata una palese diversità tra tg e programmi nei confronti del governo gialloblù. Se Mentana ha confermato di esser disposto a misurarne sul campo l’impegno, fino a esprimersi in modo critico verso il presidente francese, Otto e mezzo e DiMartedì hanno palesato uno spiccato grado di avversione, mentre su Twitter l’hashtag #boicottala7 prendeva a lievitare.

Pur avendo messo a segno il colpo di giornata (11.1% di share), una puntigliosa Lilli Gruber ha asfissiato il ministro dell’Interno con un pressing che ha svariato dal suo doppio incarico al caso Aquarius, dal rapporto con il M5s e Silvio Berlusconi fino alle nomine Rai. La chicca però è stata l’anticipo all’inizio dell’intervista del Punto di Paolo Pagliaro che, senza citare la fonte, ha snocciolato dati sull’immigrazione da cui l’Italia risulterebbe agli ultimi posti europei per grado di accoglienza. Alla fine della puntata, forse consapevole di qualche eccesso, Gruber ha sottolineato il ruolo necessario di critica dei giornalisti verso il potere. Il peggio però si è visto nel talk show di Giovanni Floris (10.6%) con un parterre sbilanciato, composto da Domenico Del Rio, Yanis Varoufakis, Concita De Gregorio, Massimo Giannini, Marco Damilano e Ilaria D’Amico che da Forte dei Marmi discettava di periferie e accoglienza, con il solo Mario Giordano, autore di un libro-inchiesta sulle Ong, a esprimere posizioni differenti. Il tutto mentre in coro si denigrava la povertà culturale degli elettori leghisti e grillini, si paventavano la lottizzazione della Rai e il grave pericolo per la libertà d’informazione. A completare l’effetto straniamento da sconnessione dal reale sono arrivati un Diego Della Valle «atterrato mezz’ora fa dagli Stati Uniti», parole sue, e il monologo di Roberto Saviano.

La sensazione che, di fronte al nuovo governo, la linea del direttore di rete Andrea Salerno, da cui dipendono programmi e talk show, diverga da quella di Enrico Mentana, è più di una sensazione.

La Verità, 14 giugno 2018

«Il mio nemico», l’Isis raccontato da dentro

Su Sky Atlantic sta andando in onda in questi giorni Il mio nemico, docu-serie in tre episodi ideata e girata da Luigi Pelazza che racconta la guerra in Libia fra le truppe del generale Haftar e i terroristi dell’Isis (domenica ore 23.15 e on demand, produzione di Showlab). I fatti narrati risalgono al gennaio del 2017 quando, dopo tre anni di combattimenti, l’esercito del governo regolare libico è riuscito a liberare la città di Bengasi, Cirenaica, dal controllo dello Stato islamico. La particolarità dell’inchiesta, proposta nel ciclo «Il racconto del reale», sono le testimonianze embedded di infiltrati da una parte e dall’altra degli schieramenti. Nel primo episodio Pelazza recluta il suo insider e lo istruisce per introdurlo negli ambienti radicalizzati in Italia e in Tunisia, simpatizzanti della Jihad. Alcune delle ultime stragi (sul lungomare di Nizza, sulla spiaggia di Sousse e al mercatino di Natale a Berlino) sono opera di terroristi tunisini. Una volta giunto in Libia è un videomaker, già in contatto con le milizie dell’Isis, a fare da fonte, inviando i filmati a Pelazza. Il quale, a sua volta arrivato in Tunisia, affianca le truppe del generale Haftar che si spostano a Bengasi. Un’intervista a Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, illustra la struttura dello Stato islamico, la composizione dei militanti, quasi tutti millennials, la propaganda attraverso i filmati, veri format tv, che usano formule occidentali perché è in Occidente che l’Isis vuole espandersi, il fatto che molti foreign fighters si arruolino «per dare un senso alla propria vita». Nel secondo episodio si entra nel vivo delle azioni militari. Il crepitio delle mitragliatrici fa da sottofondo ai proclami dei militanti del Daesh che annunciano «la lotta ai miscredenti», alternati alle azioni delle truppe di Haftar che liberano le case di Bengasi, mettendo in fuga i terroristi, costretti a abbandonare cibo e vestiario che dovevano servire alla guerra santa. Si chiude con il video della cattura di un «miscredente» fucilato dall’Isis.

L’efficacia dell’inchiesta sta nel doppio punto di osservazione, «il bianco e il nero», sottolinea Pelazza: la prospettiva fanatica, rappresentata nel «giuramento di fedeltà» dei militanti, e quella dell’esercito di Haftar che combatte per la liberazione della popolazione. Raccontando dall’interno un mondo di cui abbiamo informazioni frammentarie e confuse, Il mio nemico fornisce numerosi elementi utili a comprendere un mondo che temiamo, ma di cui sappiamo poco.

La Verità, 13 giugno 2018

Come la Rai ha sprecato il gioiello di Pupi Avati

Non si sa se sia la sciatteria, la mentalità da routinier o l’incomprensione bella e buona la causa che ha prodotto lo spreco di un piccolo gioiello come rarissimi se ne trovano nel bailamme delle nostre televisioni intrise di reality, barzellette e indovinelli, soprattutto d’estate. Qualche giorno fa Rai 1 ha trasmesso senza preavviso Il fulgore di Dony, film per la tv sceneggiato e diretto da Pupi Avati, e interpretato da Greta Zuccheri Montanari, Alessandro Haber, Lunetta Savino, Giulio Scarpati e Ambra Angiolini. È la storia di due ragazzi tra i quali si accende la scintilla di qualcosa che nemmeno loro sanno definire e che però li distingue l’uno all’altra. A separarli, sembra irreversibilmente, provvede un incidente sugli sci che relega lui in un mondo a parte, infantile, bisognoso di tutto. Soprattutto di lei, Dony, la ragazzina incrociata casualmente qualche tempo prima e che ora è l’unica in grado di mantenere e vivificare un rapporto misterioso perché lo ama contro tutto e tutti. Contro i genitori, che non si capacitano e la esortano a troncare. Contro il buonsenso, perché da un sentimento così non potrà mai trarre soddisfazione e gratificazione. Contro le esigenze dell’età, perché i tempi della scuola e della formazione sono lì a dettare le priorità. Non resta che ricorrere allo psicologo per trarla dalla stranezza. Tentativo vano: l’amore, la gratuità, l’innocenza non arretrano nella loro apparente follia. Anzi…

Insomma, una storia singolare, tanto introvabile da sembrare una favola; una storia, ha notato sul Sole 24 ore Pietrangelo Buttafuoco, di cui «solo in un punto di vista inaudito si può cogliere il senso». Una storia collocata «tra i residui del palinsesto», nella serata del Grande Fratello per capirci, e trasmessa evidentemente solo per deferenza verso il maestro del cinema. Per la Rai nulla di nuovo: è l’ennesimo esempio di un’occasione mancata, la possibilità di aprire uno squarcio sui nostri ragazzi, ostaggi di social e visualizzazioni, in un momento in cui l’educazione degli adolescenti è tra le prime emergenze nazionali. Non a caso persone come Alessandro D’Avenia, Susanna Tamaro, Antonio Polito, Franco Nembrini e Claudio Risé si dedicano principalmente a questo. Nel servizio pubblico della televisione non se ne sono accorti. Il fulgore di Dony doveva essere il primo di una serie di episodi dedicati alle beatitudini

Non era né sciatteria, né incomprensione, ma astuzia omologata. Avete visto? Noi siamo pluralisti, diamo spazio anche a un regista moderato come Avati, ma gli ascolti non l’hanno premiato.

La Verità, 7 giugno 2018

Ammaniti, il regista che smentisce la sua serie

Se è vero che Niccolò Ammaniti ha detto che quello della Madonna di Civitavecchia «era sangue di pollo, era tutto falso», c’è un altro motivo per suggerire a registi e scrittori di calibrare le dichiarazioni lasciando che a parlare siano le loro opere. È difficile infatti decodificare l’esternazione del creatore de Il Miracolo, la serie di Sky in parte ispirata ai fatti di Civitavecchia e giustamente acclamata da critica e pubblico, oltre che premiata al festival «Séries Mania» di Lille. Dopo la querela al regista per le sue asserzioni diffamatorie da parte di Fabio Gregori, protagonista del fatto nel 1995, sulla vicenda di Civitavecchia si pronunceranno i tribunali. Ci sarà da attendere; come si attende ancora un pronunciamento ufficiale della Chiesa, sebbene l’allora papa Giovanni Paolo II si recò a venerare la statua della Vergine.

Nel frattempo, qualcosa non torna. Malgrado Wildside, produttrice della serie, abbia assicurato che «non c’è mai stata volontà di mancare di rispetto nei confronti della religione e dei credenti», vien da chiedersi se l’autore della dichiarazione di falsità sia la stessa persona che ha creato, voluto e diretto la serie che su quel pianto ematico ha costruito una complessa trama di sette ore (in attesa della seconda stagione). Perché, di primo acchito, le parole sembrano smentire le opere. Nei giorni scorsi Sky Atlantic ha trasmesso il finale delle parabole dei protagonisti, le cui esistenze sono state sconvolte dalla Madonnina piangente. La forza del racconto si è confermata nell’epilogo un filo pasticciato da troppi finali, forse inevitabili per comporre la storia dell’ambiguo premier (Guido Caprino), in difficoltà a reggere l’evoluzione della campagna referendaria per l’uscita dall’Europa, gli urti di una moglie volubile (Elena Lietti) e l’obbligo(?) di mantenere il segreto sul presunto miracolo; la vicenda di don Marcello (un notevole Tommaso Ragno) alle prese con crisi vocazionale e incontrollabili perversioni; il percorso della biologa interpretata da Alba Rohrwacher, che incarna al meglio il bisogno di credere dell’uomo contemporaneo; il ruolo del generale Votta (Sergio Albelli), il più «normale» della compagnia, e la figura di Clelia (Lorenza Indovina), amante in gioventù di Marcello. Con tante storie che mostrano un’umanità dolente e mendicante un significato, era inevitabile che il finale fosse farcito di troppi colpi di scena. Peraltro salvati da un’estetica che, fin dalla malinconica sigla iniziale (Il mondo di Jimmy Fontana), riesce a trasformare in thriller un (presunto) evento soprannaturale.

La Verità, 2 giugno 2018

L’ultrash di Barbarella fa scappare gli sponsor

Ultrash. Volevamo stupirvi con effetti speciali e ci siamo riusciti. Ecco a voi l’ultrash. Il trash a oltranza. Senza remore, senza controlli. Oltre i limiti e i record. Ma anche oltre la sopportabilità. L’edizione numero 15 del Grande Fratello ha battuto tutti i primati. La ricerca dell’eccesso si è tramutata in un boomerang. Perché, quando lo stupore è troppo, l’eterogenesi dei fini è in agguato. La fuga degli sponsor dal reality di Canale 5 è un caso senza precedenti. Si vedrà se Barbara D’Urso e gli altri responsabili del format riusciranno a riprenderne in mano le redini. Ma appare difficile che i vari Nintendo, Bellaoggi, Acqua Santa Croce, Screen e gli altri brand che hanno comunicato «l’interruzione con effetto immediato della sponsorizzazione» a causa dei comportamenti nella casa (oltre a quelli che si sono formalmente dissociati), possano ripensarci. I buoni ascolti non compensano la diaspora degli sponsor. Lo scopo della tv commerciale è fornire platee di pubblico agli investitori pubblicitari, attraverso i quali si finanzia. Ma se gli investitori se ne vanno, i telespettatori restano desolatamente soli e le casse vuote. Non a caso ieri qualcuno ventilava il rischio di chiusura anticipata.

La richiesta della D’Urso, con tanto di minacce, di maggior autocontrollo ai concorrenti dopo la rissa sfiorata tra Baye Dame e Aida Nazir è parsa un rimedio tardivo e ipocrita. Fino a qualche giorno fa la conduttrice gioiva per lo share e a Pomeriggio cinque e Domenica live cavalcava l’onda trash tracimante dal reality. Il rientro di Baye Dame appena escluso ne è una piccola riprova. Da autrice, la D’Urso ha curato in prima persona il cast. Una volta scelti un nero gay con problemi di aggressività, un esponente di CasaPound che sostiene il bullismo sul Web, una persona evidentemente affetta da dismorfofobia (la mancata accettazione patologica del proprio aspetto) e altre figure borderline, è difficile non prevedere il peggio. Ora non è detto che basti tagliare qualche concorrente più eccessivo degli altri per normalizzare la situazione.

Anche l’ultima Isola dei famosi, con il famigerato cannagate, aveva creato parecchi grattacapi ai vertici Mediaset. Viene da pensare che il difetto sia all’origine. Se il palinsesto consiste nel reality permanente (Isola, Grande Fratello, Temptation island, Grande Fratello vip), la deriva ultrash è inevitabile. Creando un’abitudine, il pubblico ne chiederà dosi sempre maggiori e disturbanti.

Per la cronaca, ieri il Grande Fratello ha dovuto scusarsi per una telecamera installata erroneamente nel bagno femminile che ha mandato in onda una concorrente seduta sulla tazza del water.

La Verità, 13 aprile 2018

I messaggi trasversali di Fazio e De Filippi

Qualche osservazione sull’ospitata di Maria De Filippi chez Fabio Fazio a Che tempo che fa (domenica sera Rai 1, share del 16.7%, 4.3 milioni di spettatori). La sera prima, sabato 7 aprile, su Canale 5 la puntata d’esordio di un’edizione molto rinnovata di Amici, per la prima volta in diretta, è stata superata da Ballando con le stelle di Rai 1.

Digressione. La sensazione è che il programma di Milly Carlucci sia più mirato sul target di riferimento del sabato. L’altra sera hanno ballato insieme Al Bano e Romina, l’ex miss sfregiata Gessica Notaro ha colto l’occasione per spiegare il suo temperamento indomito, i ballerini gay hanno convinto persino Ivan Zazzaroni, Selvaggia Lucarelli non si è risparmiata come al solito.

Gioco di squadra. Com’è noto Rai 1 è la stessa rete dove va in onda il programma di Fabio Fazio e dove Filippa Lagerback ha presentato Maria De Filippi come «la regina del sabato sera delle reti Mediaset». L’invito a Maria è stato deciso da tempo e siccome si tratta di persona che raramente si lascia intervistare, ancor meno in televisione, era giusto cogliere l’opportunità. Ancor più raro è, però, che i suoi programmi siano superati dalla concorrenza. Un accenno di gioco di squadra in favore della rete nella quale si lavora non avrebbe guastato. Sarebbe risultato poco elegante porle una domanda sulla gara con Milly Carlucci? Anche i temi più spinosi possono essere affrontati con garbo.

Tv d’autore. Con filmati e immagini di repertorio, l’intervista è risultata una beatificazione. Fazio ha persino citato come esempio di tv autoriale il reality Temptation island.

Postura delle colleghe. Per contro, De Filippi si è tolta qualche sassolino nei confronti della sua azienda. D’estate, ha ammesso, guarda le tv straniere perché la programmazione Mediaset è poco interessante. Poi ha parlato delle posture di alcune sue colleghe che si siedono in punta di poltrona, con le gambe spinte in avanti, la schiena inarcata e il collo proteso verso l’alto. Non era difficile riconoscere la posizione di Barbara D’Urso durante le sue interviste a Domenica Live.

Rivelazioni. In mezzo ai tanti messaggi trasversali, da una parte e dall’altra, il cui senso è siamo professionisti e i nostri editori dovrebbero stare più attenti, c’è stata anche qualche rivelazione. Dopo la bomba esplosa in via Fauro il 14 maggio 1993 mentre passava l’auto con a bordo Maurizio Costanzo e la stessa De Filippi, Maria non sale più in macchina con lui. L’ha promesso a suo padre.

La Verità, 10 aprile 2018

I David e il conduttore tuttologo poco credibile

Dopo due anni a Sky, la cerimonia di consegna dei David di Donatello è tornata sulle reti Rai, precisamente Rai 1 (mercoledì, ore 21.20, share del 14.3%, circa 3 milioni di telespettatori), con la conduzione di Carlo Conti. Stando alla vecchia e ambiziosa formula, «i David sono gli Oscar del cinema italiano», ma come il Quirinale ci costa più della Casa Bianca, la cerimonia nostrana, che non casualmente ha il suo viatico presso il Capo dello Stato, risulta ben più pletorica di quella hollywoodiana. Ci aveva provato Sky a renderla più smart, affidandone la conduzione ad Alessandro Cattelan ma, dopo l’opposizione dell’Accademia del cinema italiano alla richiesta di modifiche al regolamento (meno giurati e meno premi) la serata è tornata sotto l’egida di Mamma Rai. Insomma, il cinema resiste al mainstream. E quindi, vai con la cerimonia; nonostante il cambio di direzione artistica passata nelle mani della neopresidente Piera Detassis, subentrata a Giuliano Montaldo, succeduto per due anni al lungo regno di Gianluigi Rondi. Qualcuno ha sottolineato che la nuova direzione artistica ha inaugurato una svolta anche nella qualità dei premi: meno cinema d’autore, ingessato e assistito dai fondi pubblici, e più cinema spregiudicato, più vario nei generi (anche l’animazione), più giovane nei protagonisti. L’osservazione è pertinente. Tuttavia, la scelta di generi e generazioni diverse non è ancora garanzia di maggior vicinanza al pubblico, prova ne siano i troppo pochi giorni in sala di numerosi dei titoli premiati. D’accordo, ricerca e sperimentazione, ma senza dimenticare la fruizione finale. La stessa resistenza ha condizionato la serata televisiva che, per arrivare al verdetto sul miglior film ha dovuto superare uno slalom tra i premi al miglior truccatore, al miglior acconciatore, al miglior suono, ai migliori effetti digitali (con relativi, spesso logorroici, ringraziamenti). Non basta spendere il presentatore più istituzionale per trasformare la serata in un gala internazionale. Tantomeno aprire lo show con la performance di Paola Cortellesi e altre sei attrici contro il femminicidio (in parallelo alla sfilata in nero a Los Angeles). Né Sky prima né la Rai ora hanno provato ad affidare la conduzione a un attore disinvolto anche in tv che possa risultare più credibile e meno provinciale di Carlo Conti quando, rivolto a Steven Spielberg, ha rivelato che «questo signore da giovane aveva un gruppetto di amici, non Mario, Giovanni, Filippo, ma… tipo Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Brian De Palma, George Lucas…». Debolezze dei presentatori tuttologi.

La Verità, 23 marzo 2018

Quei miracoli non riusciti di «Cyrano»

La cornice è romantica, la storia di Giulietta e Romeo, Montecchi e Capuleti e quel gran figo di William Shakespeare, mica bruscolini. Letture, citazioni, cultura, come in un circolo nel quale il narratore racconta qualcosa che sa già. Sa come finisce, però lo partecipa al pubblico, lo dispensa sapientemente, perché così dovrebbe andare il mondo. Tutto è edificante, in questo lessico sentimentale. Tutto è normale, normalizzato o normalizzabile, anche le storie più eccentriche che non lo sono. Perché, la polpa è molto meno romantica della cornice. Ci sono i coniugi che vivono separati in casa perché non riescono, anche per ragioni economiche, a tagliare definitivamente e, dopo un anno, si risposano e ricominciano. Lieto fine, ma con l’ombra delle password sui cellulari da cambiare di continuo. Oppure ci sono i cugini di secondo grado fidanzati, lei 25 anni lui 18, osteggiati dalle famiglie. Ci sono le due ragazze omosessuali, una matronale l’altra mingherlina, un terzo dell’amica, che convivono dopo essersi lasciate.

Quando si deve riempire tre ore di televisione, l’amore è come il maiale e la mostrificazione, finanche la pornografia dei sentimenti, è davanti alla telecamera. Ecco i rapporti poliamorosi, veicolati da una collaboratrice del Corriere della Sera. Una ragazza convince il fidanzato a un rapporto a tre non occasionale; il terzo è maschio e non è chiaro se l’intreccio è anche omosessuale o solo un’alternativa per lei. Non è tradimento perché i protagonisti sono consapevoli, consenzienti e conviventi. Poi il terzetto diventa quartetto (tre ragazzi e una ragazza), ma anche il primo fidanzato inizia a diversificare il sentimento e vorrebbe farsi l’harem, ma per ora le nuove compagne riluttano alla convivenza. Si vedrà. Come si vedranno le scelte del bimbo frutto della relazione primaria che è giunto ad allietare la comune. Lo psicoterapeuta approva: più che egoismo o altruismo è «equilibrismo tra persone molto competenti in materia di relazioni». Solo Ambra Angiolini è scettica: è già difficile l’equilibrio in due, figurarsi in tre o in quattro.

Il programma si chiama Cyrano – L’amore fa miracoli, va in onda il venerdì sera su Rai 3, la rete diretta da Stefano Coletta, ed è scritto e presentato da Massimo Gramellini e Ambra Angiolini. Per ora il miracolo dell’audience, ferma al 3.1% di share (637.000 telespettatori), non riesce a farlo. Ma potrebbe riuscire in quello di far incazzare i nonviolenti che pagano il canone al servizio pubblico.

La Verità, 1 aprile 2018