Montalbano, artigianato televisivo di pregio

Montalbano, che boom. Al ritorno dopo qualche stagione di assenza, l’episodio intitolato «Il covo di vipere» ha frantumato ogni record registrando su Rai 1 lo share astronomico del 40,8% (10,6 milioni di telespettatori). Roba da Festival di Sanremo o da match della Nazionale. Merito del dosaggio, il vecchio segreto del farsi desiderare. Merito anche della qualità del prodotto. Il Commissario Montalbano è artigianato televisivo. Ogni episodio un pezzo unico, come certi oggetti numerati. Niente d’industriale. Di standardizzato. Di seriale, verrebbe da dire. Artigianato di pregio. Sulle qualità della fiction tratta dai romanzi di Andrea Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti si sono esercitati i migliori analisti e le migliori penne della pubblicistica nostrana.

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano, che Tipo. Con l’iniziale maiuscola, ma anche minuscola: e forse le due faccende sono una sola. Il commissario più amato dagli italiani si muove ancora con una Fiat Tipo. Particolare secondario, ma significativo. La Tipo lo rende un tipo ben più che uno stereotipo. Di quelli che vanno di moda nelle campagne pubblicitarie. Avete presente: «Sveglia, caffè, ti alleni, giacca…»? Quella di «Montalbano sono» è una vecchia Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe da scrivere bleu, tanto è vintage. È un’auto che ha più di vent’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese circola il nuovo modello. Sarà un caso che proprio nei break di lunedì imperversava lo spot dell’ultima versione con super rottamazione e prezzo stracciato? E sarà un caso che, a un certo punto, quando Montalbano-Zingaretti, ovviamente per ragioni investigative, esce a cena con la bella Giovanna (Valentina Lodovini), alla sua Tipo si affianca una 500 X di gran lunga più trendy? Se qualcuno ne dubitava, la casa madre non è rimasta ferma all’epoca in cui cadeva il Muro di Berlino e l’euro era fantascienza. Ora si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. A Vigata, più che le polveri inquinanti, di sottili ci sono certe lame che di tanto in tanto fanno secco qualche povero diavolo, e le targhe alterne sono un grattacapo sconosciuto. Dunque, la Tipo dell’antidivo Salvo non può essere che un filo sgangherata, e con i cerchioni ammaccati. Dicono: «Montalbano fa grandi ascolti perché è rassicurante». In realtà, è molto di più. E noi telespettatori alla fine riusciamo a invidiare persino una Tipo blu senza chiusura centralizzata e finestrini elettrici. Vero status symbol al contrario, sinonimo d’indipendenza dalle mode, del farsi i fatti propri, di modi spicci ma giusti. Montalbano vive in un tempo e in un posto sospesi tra sole, mare, una schietta cucina mediterranea e se ne frega della contemporaneità. Anzi, proprio l’inattualità è uno dei segreti della fiction. Altro che suv che scalano tornanti impervi o crossover che sfrecciano tra i ghiacci. Del sistema uconnect e dei portelloni che si aprono con un battito di ciglia Salvo se ne strabatte i cabbasisi. A Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, nelle indagini si sconfina spesso in campagna e il doppio bluetooth sarebbe francamente superfluo. Per la verità, serve pochino anche il cellulare. In casa, più spesso in terrazza, il commissario usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non s’intravedono nemmeno gli antenati.

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Montalbano, che invidia. Quanti vorremmo vivere come lui. Sarà questo, insieme a certi scabrosi sconfinamenti incesto compreso, un altro dei segreti degli ascolti astronomici? Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa con l’eterna e poco ingombrante fidanzata. Invidia, dunque. Anche per il vivere con lentezza. Per il tempo sospeso e a basso coefficiente di stress. Per i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi. E per le nuotate nell’acqua trasparente e tutta per lui. Come le strade.

 

 

Cattelan a tutta velocità e la cura del giovanilismo

Mezz’ora a tutta velocità. Mezz’ora di adrenalina, al limite dell’euforia. Una raffica di parole e idee, ospiti scelti e pronti a giocare e a prendersi gioco di se stessi. È tutto questo E poi c’è Cattelan, #Epcc nel gergo social che poi è la sua lingua madre, il late show condotto da Alessandro Cattelan, divenuto striscia serale com’era destino (Sky Uno, dal lunedì al venerdì, dopo le 23). La formula è quella classica, importata dai network americani che, negli anni, ha visto cimentarsi fior di comedians e di giornalisti dalla spiccata verve comica. Consiste in un breve monologo sull’attualità, di interviste agli ospiti di giornata, il tutto accompagnato da una band (qui sono gli Street Clerks). L’altra sera gli ospiti erano Bebe Vio e Birthh, vero nome Alice Bisi, giovanissima scoperta della scena pop per la quale si parla già di «luminoso futuro». La protagonista della serata però era Bebe Vio e quando hai lei, «ragazza magica», hai vinto in partenza. Tanto più se l’atleta paralimpica è appena diventata bersaglio di minacce e insulti su Facebook. Siccome però qui le interviste non sono mai domanda e risposta ma situazioni e performance, ecco Cattelann e Bebe inscenare la campagna «Aiuta un hater, dona un neurone… se doni un neurone hai già raddoppiato la sua dotazione». Da una gag a un gioco, eccoli cimentarsi in una manche di Pictionary con Daniele Adani e Francesca Baraghini. Si chiude con l’esibizione di Birthh, «segnatevi questo nome perché è brava e perché una parola con due acca è perfetta per vincere allo Scarabeo». Ed è il secondo gioco citato nella serata. In realtà, tutto #Epcc è un un game scanzonato. Se non proprio esplicitamente, nell’atmosfera e nel mood complessivo (una nuova rubrica è il Parking karaoke, bisogna parcheggiare l’auto cantando). Proprio questa è la forza del programma. Ma forse è anche la sua debolezza. Il giovanilismo è dietro l’angolo anche se, per l’occasione, il conduttore indossa il doppiopetto. Cattelan è certamente la novità più rilevante nella conduzione degli ultimi anni: agile, eclettico, velocissimo. Ma forse gli manca ancora un filo di spessore, come si avverte nel monologo iniziale, fatto più di freddure che di satira («La situazione in Brasile è così nera che ci sarà l’austerità anche a carnevale e Porto Alegre ha cambiato il nome in Porto sfiga»). Adrenalina, euforia e parlantina possono gasare giovani e giovanissimi, un po’ meno il pubblico stagionato che a quell’ora si prepara alla notte. Un po’ eccessivi, poi, i ripetuti promo delle esclusive della casa (David di Donatello, Europa League).

 

La Verità, 24 febbraio 2017

Bianca come il nome, rossa come l’abito (e non solo)

Era piuttosto emozionata Bianca Berlinguer per l’esordio serale, in abito rosso fuoco, del suo #cartabianca (Rai 3, martedì ore 21.15, share del 5,40%, praticamente identico al 5,47 del concorrente DiMartedì su La7). Tanta attesa e tante polemiche alle spalle: la conduttrice non si è fatta scrupoli nel lasciar trasparire una certa trepidazione, cospargendo la serata di captatio benevolentiae: è la prima volta, abbiate pazienza, miglioreremo in corsa… E qualche miglioramento, è di certo atteso, soprattutto nella disinvoltura a gestire lo studio, i tempi delle interviste, i lanci dei break pubblicitari, la conquista di una maggior indipendenza dal blocco notes, compulsato di continuo. Detto questo, il nuovo programma di Rai 3 contiene alcune buone idee, la principale delle quali è il talk show emotivo, l’emotalk show, complice il fatto che a condurlo sia una donna. La novità più rilevante è il gradimento in tempo reale degli ospiti, misurato da Ipr Marketing, l’istituto diretto da Antonio Noto, che ha sottolineato di non confonderlo con un vero sondaggio. Trattasi di «sentiment», ovvero di condivisione emotiva dei contenuti proposti dai vari Luigi Di Maio, risultato il più efficace con il 57% dei consensi, Massimo D’Alema, che ha accolto con controllato disappunto il suo 41% finale, Maurizio Landini (53%) e Guido Martinetti, fondatore di Grom (47%). La misurazione del gradimento dà un perimetro alle interviste e costringe i politici all’autocontrollo. Altri spunti: l’imitazione non proprio soft della direttora di rete Daria Bignardi, proposta da Gabriella Germani, il servizio a Tor Bella Monaca, periferia di moda da Lo chiamavano Jeeg Robot, per vedere se anche oggi gli elettori rivoterebbero M5s e Virginia Raggi, Gabriele Corsi che gioca con i fake tweet, mettendo Michele Emiliano, rientrato all’ultimo nel Pd, nel mirino. Aggressiva più con Di Maio che con D’Alema, con il quale, sul finire dell’intervista, ha accusato un attimo di appannamento, Berlinguer ha aperto un ampio capitolo dedicato al lavoro, alle storie di disoccupazione e mobbing che affliggono soprattutto i giovani. La volontà di aggiungere tonalità leggere alla discussione politica si è vista nell’angolo concesso alle imitazioni di Gabriella Germani, non così efficaci se necessitano di essere corredate da didascaliche fotografie delle persone imitate. Chiusura tutta femminile con Fiorella Mannoia, reduce da Sanremo con Che sia benedetta, e disponibile a parlare, tra l’altro, del suo rapporto con la religione. In sintesi, con #cartabianca serale, si apre un importante spazio di approfondimento di sinistra e non renziano nelle reti Rai. Michele Anzaldi, da sempre detrattore dell’ex direttora del Tg3, già scalpita.

Su Netflix il comico Grillo batte il gemello politico

E invece no, Grillo vs Grillo che la piattaforma Netflix ha da pochi giorni aggiunto alla sua offerta in streaming, non l’ho trovato così fazioso e tendenzioso. Un’ora e 35 minuti di show in grandissima parte autobiografico e con limitate digressioni politiche. Nessun accenno, per dire, a Matteo Renzi, a Matteo Salvini, a Virginia Raggi. Silvio Berlusconi vi compare solo un momento, ma nella veste di tycoon di Fininvest, quando offrì al comico genovese la conduzione di Ok, il prezzo è giusto appena acquistato a una cifra iperbolica («il mio agente, Marangoni, seduto vicino a me, sudava»). Lo spettacolo è stato registrato in un teatro di Genova il 16 dicembre scorso, in platea ci sono Gino Paoli, il vicino di casa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, mai tirato in ballo. Ed è significativo il fatto che a trasmettere lo show sia una piattaforma americana e nessuno dei tanti editori nostrani, nemmeno La7 che ai grillini ha sempre dedicato parecchia attenzione. Sullo schermo gigante compare il leader del Movimento Cinque stelle, in giacca e cravatta, che pontifica sulla «democrazia che sa di pesce rancido», arzigogola genericamente sul futuro dei partiti e che, alla fine, si trasforma in un santone di bianco vestito, mentre lui, in platea, offre dei grilli seccati agli spettatori che li chiedono. Una cosa leggera. Di ciò che il politico sciamanico dice, nulla o quasi resta nella memoria. La parte più interessante e godibile è quella autobiografica, favorita anche dall’ambientazione genovese. Il movimento che nasce dall’insonnia, salutare e creativa, e dal conflitto tra depressione e desiderio di felicità che si concentra nel diaframma, «il nostro secondo cervello». Tutto si muove e si agita lì, e nelle conversazioni notturne con altri insonni. In alcune parti, lo show fa venire alla mente Volevo fare il ballerino di Fiorello, nel rapporto dialettico e conflittuale con il padre che lo vuole tenere in fabbrica e che non ride alle sue battute, ma poi se le rivende al bar con gli amici. Poi lo sbarco a Milano, nella stessa pensione frequentata da Paoli e De André, i primi spettacoli, fino alla chiamata in Rai. Che prova a imbrigliarlo, non devi parlare di nucleare (c’era il referendum): «Figuratevi, ho fatto il comico perché nessuno mi dicesse cosa potevo dire o non dire…». Si arriva all’incontro con Gianroberto Casaleggio e all’idea di «fare qualcosa per gli altri». Se da un comico e un imprenditore è nato un movimento politico – è la morale – tutto può succedere. Gli altri si alleano perché il M5s è un’anomalia non omologabile. Qualche volta la battuta è nebbiosa. Ma mai rabbiosa o iconoclasta. Certamente è uno show meno antisistema di tanti del passato, quando sbraitava davanti a slide fitte di organigrammi e assetti societari. Si ride, qualche volta amaro…

 

La lampada di Carlo e la erre francese di Maria

L’inversione dei ruoli. Carlo e Maria o Maria e Carlo. Ci ha giocato tutta la settimana Maurizio Crozza nelle copertine a distanza per il Festival di NazaRemo. Naza è Maria, ovviamente (madre a Nazareth). E Remo è Carlo. «I promessi sponsor, vi chiamerebbe Alessando Manzoni» (sempre Crozza). Però, lì all’Ariston, si è visto il rovesciamento dei ruoli, una messa a fuoco originale. Dicendola semplice: è come in certe famiglie dove il padrone di casa è lui, ma i pantaloni li porta lei. Non è così in tante case, ancor più ora che, sebbene smentito dal persistente gap salariale, il sesso in ascesa è quello femminile? Insomma, l’autorità riconosciuta, era Carlo Conti, ma l’autorevolezza pendeva dalla parte di Maria De Filippi. Chi non l’ha visto? È anche un fatto fisiognomico. Senza infilarci in stucchevoli considerazioni tra politicamente corretto e scorretto, stando solo ai fatti: tra una faccia lampadata e una erre francese l’autorevolezza da che parte sta? E ancora: Maria ha ridacchiato meno di Carlo e irradiavava più sicurezza. È stata più trattenuta, meno garrula. Lui esprimeva il lato nazionalpopolare, lei quello istituzionale, da servizio pubblico si potrebbe dire, forse osando, ma neanche tanto. Nemmeno la faccenda della trattativa con Mediaset ha particolarmente giovato a Conti. Vera o inventata che sia (di sicuro qualcuno, non Dagospia, ha inventato un incontro ad Arcore con Silvio Berlusconi), ha finito per distrarre il conduttore. Conti era il padrone di casa ospitante. Ma la De Filippi su quel palco si è mossa come se lo calcasse da sempre, con disinvoltura e senza impacci visibili. Per dire: all’inizio della terza sera, dopo le canzoni dei giovani e l’esibizione del coro dello Zecchino d’oro e tutto il resto, alle 21,35 la serata delle cover non era ancora partita e Conti smaniava per l’allungarsi dei tempi. De Filippi, manco una piega. Non so se avete notato, l’ultima sera, dopo avergli portato i fiori, ha voluto accompagnare dietro il palco Francesco Gabbani, poi vincitore. Casi della vita. E del televoto al Festival.

Maria ha portato i fiori a Gabbani prima di accompagnarlo nel retropalco

Maria ha dato i fiori a Gabbani e lo ha accompagnato nel retropalco

La famosa «conduzione per sottrazione» comporta asciuttezza, essenzialità, sintesi: tutti ingredienti dell’autorevolezza. Quando Maria The Queen, com’è stata ribattezzata, presenta l’ostetrica novantaduenne o l’impiegato senza un giorno di assenza ci si chiede che cosa pensa mentre dice poche parole. Ci sono le pause, s’intuisce (e incuriosisce) il non detto. Quel qualcosa di trattenuto produce un magnetismo proprio perché non si palesa. Un po’ come la caramella che teneva in bocca: non si nota ma, in qualche modo, influenza la dizione. Tutto ciò non significa che lui «gli ha fatto da valletto» come si è volgarmente scritto. Conti è così, sincero, semplice, un buon mediano della televisione. Maria è un’altra cosa: «Non sono una conduttrice, ma un’autrice che conduce». Stature diverse.

Incantevole. Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti

Incantevole. Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti

Ospiti allo sbando. Conti, invece, è un conduttore che fa anche il direttore artistico. Riuscendoci fino a un certo punto, come si è visto in quest’edizione del Festival. Eccettuate un paio (Fiorella Mannoia e Paola Turci) le canzoni non sono state di gran livello. Ancor più modesti gli ospiti. Tutti impaginati maluccio. Le cose peggiori si son viste con quelli internazionali. La malinconica intervista a Keanu Reaves, il villaggio turistico di Ricky Martin, le inutili Anouchka Delon, figlia di Alain, e Annabelle Belmondo, nipote di Jean Paul, l’ennesima LP, fissa in tutti i varietà che passa la tv. Impacciato e fuori parte anche Raoul Bova. Mentre, a proposito di sex symbol, ha incantato per fascino e dolcezza Marica Pellegrinelli, ex modella e moglie di Eros Ramazzotti: una scoperta per il grande pubblico. Per il resto, unici a salvarsi, Francesco Totti e Mika, entrambi talenti naturali e dunque non bisognosi di copione. Perché questo è il punto: è mancato il copione, un racconto che potesse includere e dare logica a queste passerelle. Senza narrazione.

Comici col freno a mano. Con l’eccezione di Checco Zalone, altro sconfinato talento naturale, non ha spaccato nessuno, nemmeno Maurizio Crozza che si affacciava da Milano. L’ultima sera ha rotto la scatola per spuntare all’Ariston nella maschera di Antonio Razzi. Perché, mica facile graffiare incorniciati dentro una finestra floreale. Il comico genovese ci ha provato, ma gli sono mancati Andrea Zalone e Giovanni Floris. Ancora di più, è stato il contesto di Rai 1 a frenarlo. Ci si può spingere fino a un certo punto. E allora Crozza ha tentato di giocare sull’attualità politica, assente nel resto della kermesse, ricamando sulle disavventure di Renzi e Virginia Raggi, sulla modestia di Gentiloni, sugli eccessi di Matteo Salvini, su Trump, sulla caricatura di Nando Pagnoncelli. Una performance onorevole, ma priva di acuti. Lo stesso tocca dire della molto attesa esibizione di Virginia Raffaele, discutibile già nella scelta dell’ottantaquattrenne Sandra Milo, figura piuttosto periferica nell’immaginario attuale. Sarà che avrà voluto conservare altri bersagli per le sue prossime serate su Rai 2 o sarà quello che volete, fatto sta che per la prima volta la vulcanica imitatrice non ha convinto. Sottotono anche Luca e Paolo, che hanno proposto una sequenza di situazioni di cui hanno paura: più un corsivo alla «Quello che non ho» che un monologo di satira. Anche a loro è mancata l’abrasività che ci si aspetta da un duo comico, se si fa eccezione per l’unico graffio al volgere di serate farcite di partecipazioni omosessuali: «Dopo Tiziano Ferro, Ricky Martin e Mika, Luca e Paolo… Ci vuole coraggio… noi siamo diversi, siamo fuori linea: ci piace la patata». Per il resto, il perbenismo corretto ha avvolto anche i comici. Spuntati.

Maurizio Crozza in versione Antonio Razzi

Maurizio Crozza in versione Antonio Razzi

Overdose sociale. Assente la politica, la narrazione più studiata si è vista nelle storie affidate a Maria De Filippi. I volontari e le forze di soccorso del terremoto e dell’Hotel di Rigopiano, l’ostetrica novantaduenne tuttora in servizio, l’impiegato che ama il proprio lavoro e non sa cosa siano le assenze, l’Orquesta dei Reciclados di Cateura in Paraguay, il nonno e il nipote superstiti della strage di Nizza, i Ladri di carrozzelle. Lo scopo era evidente: rappresentare l’Italia vera, la vita reale, gli eroi del quotidiano. Le esperienze di vita basta metterle in scena, non serve romanzarle. Parlano da sole. Se poi le introduce una che è «un’autrice che conduce» va ancora meglio. Emotainment.

Mostri da Twitter. L’infortunio di Caterina Balivo che con un tweet ha attaccato Diletta Leotta per poi scusarsi pubblicamente è stato solo l’ultimo esempio di polemica via social network. Prima e più ancora che di haters di professione, Twitter trabocca di maestrini di cinismo e supponenza, narcisi convinti che i lettori bramino di conoscere i loro coriandoli di saggezza e di spocchia. Abbonati alla stroncatura da ipertrofia dell’ego. In un’intervista a Silvia Truzzi del Fatto quotidiano De Filippi ha detto: «Chi fa questo mestiere ha un estremo bisogno di gratificazione, che alla fine è patologico… Mi auguro che questa malattia non mi prenda». Purtroppo, sembra abbia già preso certi osservatori che stanno fuori e per i quali la tv è tutta uno schifo. (Fortuna che tra tante patologie c’è uno come il cardinale Gianfranco Ravasi che nel suo profilo twitter ha postato, senza commenti, due versi di Che sia benedetta di Fiorella Mannoia e di Ora mai di Lele.) A-social.

«Bianco e nero» nobilita i casi di cronaca

Si sono viste alcune novità a Bianco e nero, il programma di «cronache italiane» condotto su La7 da Luca Telese e Francesca Lancini (lunedì, ore 21.10, share dell’1,90 per cento). Innanzitutto la doppia conduzione con ruoli definiti: Telese a intervistare gli ospiti, tirare le fila della riflessione sui servizi e dare i tempi della conversazione; Francini a sollecitare i consulenti fissi, l’avvocato Giulia Bongiorno, la giornalista Luisella Costamagna e l’investigatore privato Piero Provenzano. Anche per loro, ruoli precisi: la divulgazione giudiziaria Codice penale alla mano, le tecniche e i segreti delle indagini, la contestualizzazione critica dei casi affrontati. Un’altra novità, tutt’altro che secondaria, è lo studio hi tech e ben illuminato per togliere quell’aria plumbea che trasmettono alcuni altri programmi di approfondimento sulla cronaca. Qui c’è un’aria tendenzialmente più fredda, portata all’analisi più che al gossip e al pruriginoso, smentita solo in parte dall’ampia pagina dedicata a Lapo Elkann. Nella cui parte finale il confronto tra il volto della transessuale Efe Bal e quello della Lancini che la intervistava aveva un suo valore ermeneutico.

Obiettivo del nuovo programma di Telese è anticipare la concorrenza (Chi l’ha visto? e Quarto grado) impostando l’agenda settimanale della cronaca. In quasi tre ore di programma si possono affrontare tutti i casi suggeriti dall’attualità: la vicenda di Vasto e l’omicidio di Italo D’Elisa ad opera di Fabio Di Lello, prendendo di petto il tema dell’odio e della vendetta introdotto dalla storia di Gabriele Cristaldi, ex campione di vela finito in sedia a rotelle a causa di un incidente; l’attesa della decisione sulla richiesta di revisione del processo di Garlasco in seguito all’emergere di nuove prove; infine, la controversa vicenda di Lapo Elkann. In tutti i casi, rilevante la qualità dei servizi e degli ospiti coinvolti (l’antropologa Amalia Signorelli, gli avvocati di difesa della famiglia Poggi e della famiglia Stasi, Gelasio Gaetano d’Aragona Lovatelli, amico di Edoardo Agnelli). L’ultima principale novità di Bianco e nero è la sua stessa esistenza e collocazione. Avendo riportato Piazza pulita al giovedì dopo la fine della collaborazione con Michele Santoro, la serata del lunedì di La7 era riempita da repliche di vecchie serie. Servirà tempo per metabolizzare tutte queste novità, considerando la mancanza di abitudine alla cronaca nera del pubblico di La7 (il precedente di Linea gialla non è confortante). E servirà tempo affinché Telese e Francini (una quasi esordiente) possano farsi largo in una serata particolarmente difficile come quella del lunedì.

La Verità, 7 febbraio 2017

Perché i comici continuano a floppare nei talk show

L’altra sera, ad Agorà duemiladicassette, Gerardo Greco ha tentato un incipit originale. Dopo aver elencato alcune grane di giornata (il rinvio a giudizio dei vertici delle Ferrovie dello Stato, l’arresto di una famiglia che trafficava in armi con l’Isis, l’assegnazione ai domiciliari del pm del delitto di Cogne) ha passato la linea all’Orchestra filarmonica della Rai di Torino per farle eseguire – orgoglio della casa – la storica sigla d’inizio e fine trasmissioni (Rai 3, ore 21.10, share del 4,04 per cento). Da lì, passando per Aquara (Salerno), dove un masso caduto per una frana giace sulla carreggiata stradale da due anni impedendo la circolazione, la linea è tornata in studio per l’esibizione di Lillo e Greg, qualche giorno fa ospiti di Gigi Proietti e a breve in tour con il loro nuovo spettacolo. All’interno di un varietà, un duo comico può trovare, anche se non è scontato, la propria collocazione e la propria misura. Più difficile è la contestualizzazione all’interno di un talk show. Non si sa se il numero che la coppia comica ha proposto fosse stato provato o meno, fatto sta che, partendo dal masso giacente in strada, Lillo e Greg hanno tentato d’imbastire una sequenza di situazioni esagerate che niente avevano a che fare con lo spunto iniziale. Una serie di iperboli, di stranezze fatte di suite d’albergo a 62.000 euro a notte, di ristoranti di sushi «migliore del mondo sotto casa mia» dove «vengono tutti i giorni da Tokio», di amici che si sono fatti «l’elicottero con le lattine di birra», di Putin che «è una donna»… e via inventando, nel gelo dello studio. Se voleva essere una gag sulle bufale della post-verità non s’è ben capito. Erroneamente, il regista ha inquadrato il conduttore dubbioso. Ma così vanno le cose in questi giocosi tempi: con tutte le crisi d’identità di cui soffrono i talk show, ci manca pure che s’incarichino di far divertire. Lo chiamano «momento di alleggerimento» e quindi, chiunque tenga un salotto televisivo prova a scoprire o a lanciare qualche talento comico. Poi gli esiti sono come quelli dell’altra sera ad Agorà. Oppure come quelli di Piazza pulita e l’indigeribile Tgporco di Sabina Guzzanti. Lo stesso Giovanni Floris non ha ancora elaborato il lutto per la perdita di Maurizio Crozza e ci prova e riprova con Maurizio Lastrico o con Maurizio Battista, con risultati finora modesti. Perché la famosa contestualizzazione non si percepisce e comici in grado di far ridere con l’attualità politica non si inventano da un giorno per l’altro.

La Verità, 2 febbraio 2017

Si sarà pentito Sconcerti di essere andato in Rai?

Chissà a che cosa penserà Mario Sconcerti, appollaiato su quello sgabello, solingo al centro dello studio, tra una concione e l’altra di Franco Lauro, il giornalista di Raisport che, passando la linea ai telecronisti della partita in programma è solito invitare ad «allacciare le cinture». Benvenuti, si fa per dire, alla Coppa Italia ribattezzata Tim Cup, manifestazione esclusiva Rai (Rai 1, ore 20.30, share del 20,8 per Napoli-Fiorentina). Abituati alle esclusive della Serie A e della Champions League, appannaggio delle tv a pagamento, la sintonizzazione sui canali della televisione pubblica in occasione della seconda, per importanza, competizione calcistica nazionale è un tuffo all’indietro di qualche decennio, diciamo nella Germania est pre caduta Muro. Non che a Berlino ovest la situazione sia rosea, anzi. Il tifo bianconero pervade ormai ogni anfratto del palinsesto di Sky Sport, dalle telecronache ai commenti passando per i notiziari, e a un milanista come il sottoscritto può capitare di sentire l’ex capitano rossonero Massimo Ambrosini sostenere che il Napoli di Sarri è superiore al Milan di Sacchi senza poter scaraventare il telecomando contro il teleschermo. Quanto a Premium di Mediaset, le telecronache ci portano di volta in volta in un vecchio film di cappa e spada a colpi di sciabolate tese e morbide o, a scelta, in un western popolato di mucchi selvaggi. Ordunque, si approda ai canali della Rai radiotelevisione italiana speranzosi di una boccata di calcio ben raccontato e ben commentato. In fondo la scuola che parte da Nicolò Carosio e passa per Nando Martellini e Bruno Pizzul dovrebbe essere garanzia. Purtroppo bastano pochi minuti per constatare che certi nomi è meglio dimenticarli per non affliggersi nel confronto. Non che manchi l’impegno, encomiabile sia in Gianni Cerqueti che in Stefano Bizzotto, accompagnati dai commentatori Alberto Zaccheroni, Mauro Somma o Roberto Rambaudi. Quello che manca è la qualità, il giusto mix di competenza tecnica, linguaggio, modernità. Invece, forzature e affanni diffondono una patina di tristezza. Per chi lo ama, il calcio è passione, malattia, qualcosa che sfiora la disciplina scientifica. Anche la sigla della Tim, il brano All Night di Parov Stelar ballato dalla star di YouTube Just Some Motion (Sven Otten) che trasmette energia allegra mentre una voce conferma che «è bello amare il calcio», alimenta le aspettative. Poi arrivano la laconicità dello studio, le cravatte di Lauro e l’enfasi forzata di Cerqueti. Chissà a cosa penserà Sconcerti? Forse a chi o a che cosa gli ha fatto lasciare la pay tv per trasferirsi nella Germania est pre caduta Muro…

La Verità, 26 gennaio 2017

 

 

 

 

 

«Presa diretta» si reportizza e scopre l’algoritmo del caos

Milena Gabanelli si è ritirata a vita dietro le quinte e vedremo come sarà dalla primavera la nuova versione di Report. Nel frattempo, con tutto quello che accade nel nostro sconclusionato Paese, il giornalismo d’inchiesta è sempre necessario e forse ancor più di prima. Presa diretta di Riccardo Iacona è uno degli ultimi esempi di informazione «fatti, non parole». Cioè, reportage, scavo, approfondimenti, documentazione senza la stucchevole e sempre meno sopportabile presenza in studio dei politici a discettare sulla qualunque per farsi pubblicità. Il campione assoluto del momento è Stefano Esposito: da Tagadà a Otto e mezzo a scegliete voi lui c’è sempre. Tornando a Iacona, conduttore con l’orecchino, non hà l’algida autorevolezza di Milena Gabanelli, ma il suo programma si sta lentamente «reportizzando», cioè sembra sfumare certi toni troppo schierati. L’altra sera Presa diretta è andato in onda in versione allungata in occasione dell’anniversario della morte di Giulio Regeni (Rai 3, ore 21.10, share del 4.44 per cento), ma i suoi punti di forza sono stati l’intervista esclusiva a Frauke Petry, leader di Alternativa per la Germania, formazione vicina alle posizioni di Marie Le Pen, presente in dieci lander tedeschi e che alle prossime elezioni punta a entrare nel Bundestag e, soprattutto, il lungo servizio intitolato «Caos scuola». Il punto di partenza era: com’è possibile che, essendo stati assunti 85.000 precari per decreto, mai come quest’anno molte cattedre scolastiche, dalle elementari alle superiori passando per gli insegnanti di sostegno, siano prive di docenti. L’inchiesta ha mostrato tutte le incongruenze dell’azione del ministero per l’Istruzione: insegnanti aventi diritto al posto e scavalcati da colleghi con punteggio inferiore, professori «deportati» dalla Puglia in Lombardia e poi tornati nella scuola dove insegnano da anni grazie all’assegnazione provvisoria lasciando sguarnita la cattedra che avrebbero dovuto riempire, saloni del provveditorato ribollenti di migliaia di supplenti in attesa di chiamata, il dissenso tra il ministro Giannini e il capo del governo. Una situazione selvaggia, ammessa persino da Renzi che, in più occasioni, ha riconosciuto che qualcosa non ha funzionato. Il qualcosa, si è capito dal servizio di Alessandro Macina, è un misterioso algoritmo ordito da Finmeccanica e Hewlett Packard, vincitrici dell’appalto ministeriale, e costato 400.000 euro. Ecco: il fatto che i destini della scuola italiana, che dovrebbe essere la preoccupazione prima dei governanti, siano abbinati al funzionamento di un algoritmo fotografa lo stato della nostra politica e la forma mentale di chi ci ha governato in questi anni.

La Verità, 25 gennaio 2017

È Luca Laurenti la vera superstar di Paolo Bonolis

A ogni ospite cambia il salottino. Due poltrone Chesterfield per Simon Le Bon, un tavolo da cucina per Francesco Renga, due sgabelli per John Travolta, i gradini per Fedez. Ad accoglierli c’è sempre Paolo Bonolis con tutta la sua verve, la sua parlantina, la sua facondia sempre un po’ sopra le righe, sopra i decibel e a rischio gaffe (a Simon Le Bon: «Te lo ricordi Pippo Baudo? È ancora vivo…»). Bonolis vuole gasare, contagiare, euforizzare, adrenalinizzare la platea. A Music, prima di tre serate evento farcite di star nazionali e internazionali (Canale 5, mercoledì ore 21.15, share del 21,2 per cento), si sceglie la «canzone della vita» e quindi bisogna puntare sulle passioni, sulle predilezioni, sui fan. Perciò, come direbbe Enzo Iannacci, l’importante è esagerare a costo di rivelare dei fondamentali musicali un po’ così: «Dopo i Beatles i Duran Duran sono stati il gruppo che ha fatto più impazzire le ragazze». Oppure: «Per i nostri nipoti e pronipoti Ezio Bosso sarà quello che sono stati Beethoven o Chopin per noi». Ovviamente, nel suo realismo, Bosso invita alla moderazione. Gli ospiti, tanti forse troppi, si susseguono a gran velocità anche se, appena entrato, Travolta riesce a promuovere l’hotel a otto stelle aperto da due amici italiani nel Belize. Si salta da Tony Manero della Febbre del sabato sera al rap spiegato da Fedez con breve quanto estemporaneo passaggio per Sacco e Vanzetti, un must bonolisiano. Tutto risulta un po’ forzato. Fedez, per esempio, dice che gli piacerebbe duettare «con il maestro Gaber… perché il suo Teatro canzone ha formato intere generazioni», ma subito dopo, accennando alla sua canzone prediletta, osserva che «tutti verranno qui a fare citazioni d’essai», senza che l’affermazione fosse autocritica. Più nella parte è il suo collega di giuria Manuel Agnelli, anche quando racconta un episodio di stage diving a luci rosse durante un concerto e ancor più nell’esecuzione di una sognante Long winding road dei Beatles.

Bonolis parla, intrattiene, raccorda, sbraita, accentra, spadroneggia, celentaneggia nelle interviste al tavolo, in poltrona, sugli scalini, nei monologhi e nelle chiamate degli ospiti fin troppo scritte da Gianmarco Mazzi, una vita nel Clan. Come detto, questo è l’anno della musica in tv, l’antiSanremo senza gara è un’idea (perché non coinvolgere il pubblico con qualche televoto?) e la galleria di grandi nomi e di superospiti è notevole. Anche se poi si scopre che, paradossalmente, uno dei momenti più spontanei e gioiosi è quello che vede protagonista Luca Laurenti, l’amico di sempre, il cantante della porta accanto, con un’esplosiva Can’t stop the feeling. Cosa vuol dire giocare in casa…

La Verità, 13 gennaio 2017