Piace Genius: Einstein, tra fiction e storia

L’idea è notevole, a suo modo geniale, verrebbe da dire. Niente di cervellotico: anche in libreria le biografie funzionano. Dunque, si può serializzare tutto. Ancor meglio le vite dei geni, i grandi spiriti che hanno fatto la storia più o meno recente. Si chiama, infatti, Genius, la serie in 10 episodi trasmessa da National Geographic (giovedì sera, 403 di Sky, 293.000 telespettatori, record di ascolti per il canale) la cui prima stagione è dedicata ad Albert Einstein. Produttori e sceneggiatori hanno attinto alla biografia dello scopritore della teoria della relatività di Walter Isaacson (Einstein, his life and universe) e non hanno badato a spese, realizzando un’opera che, come conferma la qualità del cast artistico, non ha nulla da invidiare a quelle cinematografiche. Il premio Oscar Geoffrey Rush interpreta lo scienziato premio Nobel, mentre Emily Watson, anche lei insignita della statuetta, veste i panni della seconda moglie, Elsa. La regia è di Ron Howard. Produzione ambiziosa.

Siamo in Germania alla vigilia dell’ascesa nazista e l’eccentrico professore, attivo anche nelle relazioni con l’altro sesso al punto da sostenere la possibilità della convivenza con moglie e amante, diverte i suoi allievi con lezioni stimolanti e intrise d’ironia. La cattedra di fisica dell’università di Berlino se l’è conquistata superando esami selettivi e soprattutto la severità al limite dell’ostilità del padre. L’accidentata gavetta rimbalza nei flashback tra Zurigo, dove compie gli studi giovanili, Milano, dove la famiglia d’origine si stabilisce, e la Germania, dove finalmente lui conduce la sua vita e le sue ricerche. L’ombra di Adolf Hitler però incombe. E quando il ministro degli Esteri Walther Rathenau, amico e anche lui ebreo, viene assassinato in un agguato nazista, la moglie inizia l’opera per convincerlo ad abbandonare la Germania e trasferirsi in America. Dopo aver resistito ai tentativi di emarginazione del mondo accademico, le umiliazioni quotidiane lo spingeranno ad accettare l’invito delle università d’Oltreoceano. Ma ora c’è da superare l’avversione del potente direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover.

Con l’eccezione di qualche eccesso retorico e la tentazione di scolpire i dialoghi con frasi a effetto, Genius: Einstein bilancia lo spaccato domestico, l’affresco storico e i dialoghi tra fisica e metafisica, inevitabili nel biopic del più grande scienziato moderno. Riuscendo a trovare l’equilibrio per soddisfare un pubblico amante della storia, tra fiction e divulgazione. Nell’ultimo episodio verrà svelato il genio a cui sarà dedicata la seconda stagione.

Maltese, una buona serie che poteva essere ottima

Chissà se nel 1976 per definire che una donna accogliente con un ospite si diceva che era stata «inclusiva». E chissà se, sempre all’epoca, le prostitute si nei bordelli si avvinghiavano al palo della lap dance. Sono interrogativi suscitati dalla visione di Maltese – Il romanzo del commissario, la nuova fiction in quattro episodi in onda su Rai 1 (lunedì e mercoledì, ore 21.30, share del 23,65% nel secondo episodio). Piccole imprecisioni, forse. Pignolerie. Perché, nel complesso, il meccanismo della serie realizzata dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, «il produttore di Montalbano», funziona.

Dario Maltese, un credibile Kim Rossi Stuart, è un commissario che torna a Trapani, sua città natale, per partecipare al matrimonio del grande amico di gioventù. A Roma, dove si è trasferito, si è fatto una carriera e una vita. Che, però, è già piena di cicatrici: un matrimonio fallito e l’unica figlia che adesso lo chiama al telefono dall’America, dove vive con la madre; la morte traumatica del padre, anche lui commissario di polizia, impiccatosi a causa di un’inchiesta, non si sa quanto comprovata, che lo aveva incriminato per una relazione con una minorenne, coetanea di Dario stesso. La terza ferita si apre, invece, la vigilia del matrimonio dell’amico, pure lui poliziotto, assassinato sotto i suoi occhi insieme alla compagna incinta. Il ritorno a Trapani per indagare sull’assassinio diventa la porta spalancata su un passato da ricostruire e medicare. Compito non facile, però, perché il commissario s’imbatte nell’ostilità del Procuratore capo e nella diffidenza di alcuni dei poliziotti del comando. L’ostacolo principale, tuttavia, è il depistaggio architettato dai mandanti dell’omicidio.

Diretta da Gianluca Maria Tavarelli, la serie ha il suo maggior fascino nel personaggio di Kim Rossi Stuart, il commissario maltrattato dalla vita ma retto e che conosce il nome del bassista dei Weather Report. fascino al quale, piuttosto prevedibilmente, cede la fotografa tedesca (molto simile all’amica di Montalbano), chissà perché trapiantata in quest’angolo di Sicilia. Anche ambientazioni e costumi sono un discreto punto di forza. Dopo la città di Matera per Sorelle, la scelta di Trapani mostra la cura di Rai Fiction nel trasformare la location in una protagonista aggiunta delle storie. Dove, invece, sembra mancare un pizzico di attenzione è nell’intento eccessivamente didascalico di certi spiegoni che tolgono curiosità e mistero alla trama. E, a proposito di preoccupazioni didascaliche, sarebbero invece state certamente utili, e forse doverose per un servizio pubblico, delle brevi sottotitolazioni per rendere comprensibili anche nel resto del Paese alcuni dialoghi in siciliano stretto. Chissà se è dovuto a questa mancanza il considerevole calo di ascolti tra il primo e il secondo episodio.

Pif e l’Italia dal punto di vista del marziano

E chi se lo ricordava Carlo Palermo, alla cui vita la mafia attentò nel lontano aprile 1985? E chi se la ricordava la strage di Pizzolungo, nella quale, al posto del magistrato, persero la vita tre persone innocenti, che viaggiavano casualmente nella loro macchina tra l’autobomba allestita da Cosa nostra e la vettura di Palermo e della scorta. Una storia completamente dimenticata, messa al centro della puntata d’esordio di Caro Marziano, la striscia serale ideata e realizzata da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, (Rai 3, lunedì-venerdì, ore 20.30, share del 7,3%). In fondo, l’idea è semplice: una videolettera indirizzata a un alieno per raccontare il nostro Paese, magari partendo dai suoi angoli meno noti. Una sorta di escamotage linguistico dal sapore vintage. Quante volte ci siamo detti, anche nelle redazioni dei giornali, «se provi a spiegare questa faccenda a un marziano o al primo passante per strada ci metti un’ora». Pif c’impiega i 12 minuti di un video realizzato con telecamerina e poi rimontato, che si conclude con un appello al marziano del protagonista della storia.

Il nuovo viaggio in Italia parte, dunque, dalla strage di Pizzolungo, paesino in provincia di Trapani, altra città rimossa dalle cronache nazionali. Per farlo ha chiamato Margherita Asta, figlia della donna e sorella dei due gemellini, tutti morti nell’attentato. Senza cedere alla commozione Margherita ha ricordato quella giornata e il favore del destino che le permette di farlo: quel mattino i suoi fratelli stavano litigando sui vestiti da indossare, così lei, per non tardare a scuola, usufruì del passaggio di una vicina di casa. Una volta giunta in classe, fu chiamata dalla professoressa e riaccompagnata a casa. S’incaricò la zia di comunicarle l’accaduto. Il padre, invece, lo apprese ancora dopo. Insieme andarono sul luogo dell’attentato e, sul muro di un palazzo ben distante dal luogo dell’esplosione, Margherita vide la macchia di sangue dei suoi famigliari, dilaniati dall’autobomba. Oltre un anno dopo il padre si risposò, dando una nuova madre a Margherita, ma provocando una disapprovazione dei paesani superiore a quella per la strage mafiosa. Pif alterna al racconto in presa diretta le immagini dei telegiornali dell’epoca, riuscendo a non perdere in leggerezza, ma al contempo, senza nulla togliere alla drammaticità della vicenda. Confermando uno stile documentaristico stupito e disincantato, lontano dall’architettura ideologica di Michele Santoro e dalla retorica dell’impegno civile di Roberto Saviano. Ci si augura che, con la scusa d’illustrare qualcosa ad un altro, riusciamo a capirla meglio anche noi.

 

La Verità, 5 maggio 2017

 

Trinità e i giustizieri della troppa telepolitica

I giustizieri della telepolitica si annidano nel magazzino film di Rete 4. Forti del loro curriculum, se ne stanno lì, scialli e schisci. Ma pronti a uscire allo scoperto allorché i sapientoni del dibattito cominciano a menarla troppo. Don Camillo, Trinità e Rambo sfangano le stagioni tv senza darsi pena. Borbottano, mangiano fagioli, lustrano il mitragliatore. Quando l’approfondimento si eleva troppo, ecco che li richiamano in servizio come vecchi poliziotti in pensione che sanno dove mettere le mani. Loro si tirano su, inarcano la schiena, e si rimettono a fare il loro sporco lavoro.

L’altra sera è toccato al pistolero poltrone di Terence Hill. Su SkyTg24, in chiaro e sul satellite, e su Tv8, andava in onda Il Confronto tra i candidati alle primarie del Pd, Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. Un’esclusiva meritoria: roba da servizio pubblico che la Rai non riesce più a fare. Lo share complessivo è stato del 2.58% con 675.000 telespettatori. Su Rete 4 Lo chiamavano Trinità alla miliardesima replica ha conquistato il 7.2% (quasi 1,8 milioni di telespettatori, uniformemente distribuiti tra Nord, Centro e Sud, maggiore concentrazione nel pubblico maschile con l’eccezione della fascia tra 25 e 34 anni), classificando la rete al quarto posto, dietro Rai 1, Canale 5 e Italia 1.

Il Confronto a SkyTg24 con i candidati alle primarie Pd

Il Confronto a SkyTg24 con i candidati alle primarie Pd

Personalmente, ho guardato il confronto per le primarie, occasione unica per misurare i tre candidati in lizza, che Sky ha promosso anche con la strategica quanto rara ospitata del direttore Sarah Varetto a Otto e mezzo (su La7 insisteva il logo di SkyTg24HD a fianco di Varetto, collegata dal suo studio milanese), concluso a mo’ di staffetta con passaggio del testimone via telecomando. Finito Il Confronto, e iniziate le sue dotte decodifiche, anch’io sono cascato dentro Lo chiamavano Trinità incapace di riemergere dalle sabbie mobili di una storia che so a menadito.

Una cosa simile era accaduta anche qualche giorno prima. Rai 2 e La7 avevano proposto l’approfondimento sul primo turno delle presidenziali francesi e il pretaccio di Fernandel era stato riesumato dall’archivio delle pellicole. Risultato: con il 4,5% Don Camillo (1.1 milioni di telespettatori) aveva surclassato lo Speciale del Tg2 e la Maratona Mentana, entrambi 3,4%.

Fernandel nei panni di Don Camillo, regia di Julien Duvivier

Fernandel nei panni di Don Camillo, regia di Julien Duvivier

Andrea Montanari di Italia Oggi ha animato su Twitter un piccolo dibattito la cui conclusione è stata: delle presidenziali francesi interessavano soprattutto i nomi dei candidati al ballottaggio. Le analisi e le chiacchiere meno, non se la prendano conduttori e commentatori. Qualcuno, lì su Twitter, lamentava che Don Camillo è un film in bianco e nero del 1952. Vero, ma sotto sotto, soprattutto in provincia e nei ceti meno istruiti, l’Italia rimane bipolare, desiderosa di identificarsi e di identificare il torto e la ragione. E di vedere che, se non altrove, nei film i buoni possono vincere. Ma, almeno dal punto di vista degli osservatori, il successo dei giustizieri della telepolitica non si esaurisce nella voglia di evasione. C’è la piramide demografica rovesciata, la popolazione anziana che si estende a scapito di quella giovane. E c’è l’amaro disincanto nei confronti della Casta politico-mediatica. È un’Italia che i giornali sottovalutano. E che i nostri politici spesso dimenticano. Salvo scoprirne l’esistenza alle urne, con sorpresa.

Ricordate quando l’allora premier Renzi sottolineava che «la replica numero 107 di Rambo» batteva i talk show che si limitavano «a un racconto pigro e mediocre della realtà»? I programmi erano DiMartedì e Ballarò, condotti dai nemici Giovanni Floris e Massimo Giannini. L’altra sera la vendetta dei giustizieri si è abbattuta su di lui. Il tempo passa per tutti, tranne che per Don Camillo, Rambo e Trinità.

 

La copertina di Floris era a casa di Caschetto

Casa Caschetto. La soluzione era lì, sotto il naso, a portata di agente. La lunga ricerca tra i comici per trovare il sostituto di Maurizio Crozza che, mollando La7 per Discovery, ha lasciato orfano Giovanni Floris della copertina di DiMartedì, si è conclusa nella scuderia di Beppe Caschetto, manager del conduttore. Niente di più ovvio. Dall’altra sera e fino a fine stagione saranno Luca e Paolo gli autori della copertina del programma di approfondimento di La7 (martedì, ore 21.25, share del 4.56%). In studio se n’era appena andato il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Graziano Delrio (un habitué dei talk show, che abbia qualche ambizione?), era comparso Alessandro Di Battista (pure lui molto assiduo) e Floris aveva approfittato del cambio d’ospite per lanciare la nuova copertina dei comici genovesi (come il loro predecessore, anche lui by Caschetto). I quali, però, semplici comici non sono: il curriculum parla di cinema, di partecipazioni al Festival di Sanremo, di Striscia la notizia e via snocciolando a un livello medio alto, sempre sul filo della satira intelligente, con qualche scivolata sul crinale tra irriverenza e volgarità. Anche l’altra sera un paio di passaggi sono apparsi un tantino oltre, ma nel complesso l’esordio ha funzionato. Luca e Paolo hanno evidenziato un buon controllo della politica e della risata. Perché, in fondo, lo scenario è chiaro. Prendiamo la questione immigrati: «Renzi vuole più immigrati, Berlusconi vuole meno immigrati, Salvini zero immigrati. E Grillo?». Più, meno, non si sa: «Vabbé, deciderà il web». Idem sull’Europa: Renzi, Berlusconi, Salvini. E Grillo? Idem sui matrimoni gay. Lo sberleffo era buono per smontare l’enfasi della democrazia della rete, mettere in mezzo l’ospite e fornire materia al conduttore. Dopo la prima uscita c’è ancora qualcosina da registrare in regia. Il volume degli applausi fin troppo ribaditi, per esempio, che finiscono per coprire le voci facendo perdere la scia delle gag e l’inquadratura a tutto schermo, per lasciare agio ai due comici che si alternano sul primo piano. Dettagli. Perché in questi casi ciò che conta sono una certa sicurezza e la faccia giusta dell’insolenza. E Luca e Paolo possiedono entrambi. Così, alla fine la soluzione del rebus è arrivata alla maniera della Lettera rubata di Edgar Allan Poe. L’oggetto desiderato era lì, in bella vista e nel posto più prevedibile. Forse per questo non si riusciva a vederlo. Caschetto ha lasciato fare, concedendo un tempo congruo alla ricerca per parare l’accusa di piazzare ovunque i suoi protetti. E uscirne invece come salvatore della baracca. Evidentemente, dopo l’addio di Crozza, i rapporti con Cairo rimangono solidi.

La Verità, 6 aprile 2017

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

Sky ci prova, ma i David restano autoreferenziali

C’è qualcosa che non torna nel bilancio dei David di Donatello in versione Sky. C’è un divario, una discrepanza, tra l’impegno profuso, la visibilità sui media, i mezzi e le partecipazioni prestigiose, e il riscontro nei gusti e negli interessi dei telespettatori. Le considerazioni della critica non devono basarsi sull’indice di ascolto, ciò che conta è il prodotto, la qualità dello spettacolo proposto, il suo valore estetico. Per una volta, però, fa pensare l’1,2 per cento di share (307.000 telespettatori) conquistato da Tv 8, il canale in chiaro che, insieme a Sky Cinema Uno, Sky Uno e Sky Arte, ha trasmesso in diretta la serata della 61ª edizione (673.000 gli spettatori totali). Il pericolo maggiore in questi casi è quello dell’autocelebrazione, il complesso di superiorità dell’élite culturale rispetto alla massa. La consegna dei David di Donatello, gli Oscar del cinema italiano, è un appuntamento annuale che si espone fatalmente al rischio autoreferenziale, appagato anche dal ricevimento della comunità al Quirinale. Consapevoli di ciò, autori e produttori di Sky, che da due anni ha strappato l’esclusiva alla Rai, hanno tentato una formula ironica e scanzonata della cerimonia. Lo si era visto fin dai promo con Claudio Santamaria. Lo si è rivisto nell’insolito prologo con decalogo delle regole imprescindibili per conquistare il David, recitato da Valerio Mastandrea, Luca Argentero e Alessandro Cattelan. Conferma ulteriore è stata la scelta di Maccio Capatonda e Fabio Rovazzi, autori di una breve satira filmata per il premio al montaggio. Bersagli: la patina intellettuale e l’enfasi autoriale che circondano il dorato mondo.

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

Anche la conduzione a velocità vertiginosa di Cattelan era pensata allo scopo. Tutto giusto, tutto studiato. Salvo il pericolo di scivolare sul lato opposto del crinale. Ovvero, perdersi un pizzico di magia e la lingua sognante tipiche del cinema. Ritrovate per un attimo con Roberto Benigni e la sua poetica dedica del David alla carriera a Nicoletta Braschi. Oppure, nello sconclusionato ed esilarante ringraziamento della miglior attrice Carla Bruni Tedeschi. Insomma, l’appuntamento c’era e lo spettacolo anche. I telespettatori sono anche cinespettatori e tutto concorreva al successo. Ma il grande evento non c’è stato. Forse, tra i candidati, mancava un grande film. Oppure un grandissimo interprete che potesse far uscire il cinema dal suo recinto, trasformando una serata autoreferenziale in un evento popolare. C’è di che riflettere: la strada è giusta, ma sembra ancora lunga.

La Verità, 29 marzo 2017

Fiorello antidepressivo c’inonda di buonumore

Travolgente. Trascinante. Tracimante. Come un’onda. Come l’ondata di buonumore che investe lo spettatore di Sky Uno e Tv8. È tornato Fiorello con Edicola Fiore, il programma cult del mattino e non poteva scegliere data migliore della Giornata della felicità che si festeggiava proprio ieri (alle 7.30 sul canale satellitare, alle 8 in chiaro e di nuovo su Sky Uno alle 20.30, in replica allungata). Edicola Fiore è il programma scaccia crisi. Lo show scaccia lamenti. L’antidepressivo del mattino. Ospite dell’anteprima il sindaco di Roma Virginia Raggi: «Bello, con i permessi è tutto a posto?». Attimo di panico sul volto dello showman. Poi: «Sì, tutto a posto». La seconda stagione del morning show – «noi siamo come le serie, andiamo a stagioni» – registra alcune novità rispetto alla prima. Intanto, il nuovo bar nel quartiere Vigna Clara, dove Fiorello arriva a bordo di un’Ape car rossa, inseguito da Stefano Meloccaro, lasciato a piedi per punirlo per l’eliminazione da Celebrity Masterchef. Poi una serie di nuovi personaggi, il fiorista indiano, il cameriere dell’Hilton, il rapper Danti in collegamento da Milano, il sacerdote della parrocchia Santa Chiara che impartisce la benedizione. Anche la sigla è cambiata, Jovanotti canta Edicola Fiore ci porta il buonumore in inglese dalle colline toscane, accompagnato da due rapper con lunghi dread. Se possibile, il ritmo è ancora più indiavolato della prima edizione. Forse persino troppo, tanto che Fiorello ammette qualche amnesia. Anche il cazzeggio è ancora più frenetico, con l’aiuto di Gabriella Germani che imita Angela Merkel innescando l’angolo delle cancelliere, l’ex ministro Annamaria Cancellieri (Fiorello stesso) e la giornalista del Tg3 Rosanna Cancellieri (ancora la Germani). I giornali e le notizie sono solo il pretesto per rompere la diga e provocare l’alluvione del buonumore. E poi gli ospiti, via skype o presenti in loco: Nicola Savino, Roberto Mancini, Sergio Castellitto, Benji e Fede… Un’altra trovata è l’inizio della stagione «dalla seconda puntata» perché, si sa, le prime sono sempre tutte uguali, formali e prevedibili, e poi mettono ansia. Sembra un dettaglio, ma è la chiave di tante cose, a cominciare dall’understatement televisivo di Fiore. Niente vincoli, niente stress da audience, niente competizioni esasperate. Ricordate quando diceva che gli piaceva la radio perché si può andare in onda senza farsi la barba. Fiorello, lo showman informale, l’entertainer casual, anarcoide, autoironico (lo stesso degli spot per il noto marchio di telefonia). Diverte perché si diverte lui per primo. La libertà di fare televisione senza pressioni sembra un solido motivo del suo buonumore contagioso. Difficile che il direttore di Rai 1, Andrea Fabiano, in missione per convincerlo a presentare il prossimo Sanremo, riesca a convincerlo.

 

Inganni delle casalinghe milionarie stile Vanity Fair

Non c’è aria di crisi economica nelle ville fronte oceano di Monterey, California. Le casalinghe patinate non hanno bisogno di lavorare e tra un drink e una cena di beneficenza si occupano ossessivamente della loro viziatissima prole da educare alle regole della buona società. Ma si sa come sono i bambini, perfidi e impulsivi, o desiderosi di attirare ancora più attenzioni. Così al primo giorno di orientamento scolastico la mocciosa di Renata Klein (Laura Dern) lamenta di essere stata vittima di violenza da parte del bimbo di Jane Chapman, ultima new entry della comunità. Sarà davvero lui il colpevole? Tutto fa pensare che nell’indagine sul sopruso infantile risiedano anche i segreti dell’omicidio con cui si apre il primo dei sette episodi di Big Little Lies, miniserie prodotta da Hbo e trasmessa da mercoledì su Sky Atlantic. Tratta dall’omonimo fortunato romanzo di Liane Moriarty, pubblicato in Italia da Mondadori, ideata da David E. Kelley (Ally McBeal) e diretta da Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club), la serie vanta un cast di prestigio che annovera tra le altre Nicole Kidman e Reese Witherspoon, anche produttrici. Ci troviamo, dunque, in una piccola e modernissima cittadina in riva al Pacifico, dominata da madri e mogli premurose, archetipi ideali delle lettrici di Vanity Fair. Maddy Mackenzie (Witherspoon) ha già un matrimonio alle spalle e due figlie su cui riversare attivismo e nevrosi, senza peraltro avvedersi della gelosia dell’adolescente nei confronti della piccolina. Celeste Wright (Kidman) invece ha chiuso lo studio legale per dedicarsi ai due gemellini e alle scabrose esigenze erotiche del più giovane marito. Infine, c’è Jane Chapman (Shailene Woodley), sola e senza lavoro, arrivata da chissà dove e chissà perché proprio qui: inevitabilmente distonica rispetto al rango delle altre.

Non c’è aria di crisi economica tra le casalinghe annoiate di Monterey. Ma ci sono segnali di squilibri affettivi e sentimentali, celati dietro la perfezione delle vetrate e delle terrazze hi tech della upper-middle-class. Dopo i primi due episodi («Schieramenti» e «Forte istinto materno»), in cui le deposizioni di insegnanti e testimoni e le dichiarazioni degli investigatori si alternano alle vicende private delle tre protagoniste, non si è ancora vista la scena del crimine né si è scoperta l’identità della vittima. Il giallo è fitto, i dialoghi sono taglienti e improntati a un chirurgico cinismo, la trama e le ambientazioni scolpite. Cosicché regia e sceneggiatori possono prendersi anche il lusso di eloquenti silenzi in cui far parlare le espressioni delle loro ottime attrici.

La Verità, 17 marzo 2017

Crozza e il dubbio d’esser finito nel cono d’ombra

Tutto buio intorno, Maurizio Crozza appare cantando «Ti chiami Nove, ti amo Nove». È la sera del debutto sulla nuova rete di Discovery Channel e un brivido di trepidazione corre nelle gag del comico genovese. Il timore del salto nel buio serpeggia nei testi del nuovo Fratelli di Crozza, copione identico allo show di La7, ma personaggi completamente nuovi (venerdì, ore 21,15, share del 5,4%, 1,4 milioni di telespettatori: tanti per il nuovo canale, pochi per il comico). Crozza ricorda quand’era bambino, non c’era il telecomando e i fratelli più piccoli servivano per cambiare canale: è stato questo il motivo del boom demografico. Da quando c’è il telecomando nessuno fa più figli. Adesso ci sono tante reti, il Nove è «lo sgabuzzino della tv» e attorno non ci sono più gli amici e bersagli prediletti, il maratoneta Enrico Mentana e «Giova» Floris, sbertucciati con parodie e sit com dalla presa sicura. Nel palinsesto del Nove i programmi di punta sono Alta infedeltàUndressed e Adamo ed Eva e «io sono l’unico che va in onda vestito, in diretta e che non fa sesso». Perciò, giusto chiedersi «perché l’ho fatto? Per Soldi», contrattacca. Ma Soldi ha l’iniziale maiuscola e di nome fa Marinella, amministratore delegato di Discovery Italia, «una che ha detto no a Renzi» quando l’aveva chiamata per fare il direttore generale della Rai. La trovata funziona e serve a fugare le dicerie sulla reale motivazione dell’addio a La7: basta chiedere a Urbano Cairo se i soldi con la esse minuscola c’entrano nulla.

Maurizio Crozza nella caricatura di Maurizio Mannoni

Maurizio Crozza nella caricatura di Maurizio Mannoni

Qualche volto noto però c’è anche sul Nove e allora, per familiarizzare con il pubblico, si può cominciare con Giunte da incubo, parodia di Cucine da incubo, in cui Crozza-Cannavacciuolo va in missione per risollevare le sorti dell’amministrazione Raggi. Il pubblico sottolinea certe risate fragorose ma, con l’eccezione di Michele Emiliano, l’imitazione più riuscita, Crozza non sembra perfettamente a suo agio. Non ancora a fuoco le caricature di Maurizio Belpietro, conduttore di Dalla vostra parte esageratamente razzista, e di Maurizio Mannoni, gestore di Linea Notte che dialoga tra gli sbadigli con Giovanna Botteri a New York e Federico Rampini a San Francisco. «Criticare l’informazione di destra è facile, si sa come sono Feltri, Belpietro e Sallusti, la schiuma esce dalla bocca. A sinistra invece… la schiuma esce dal flûte…». E così ce n’è anche per Paolo Mieli, Eugenio Scalfari e Andrea Scanzi. Il capitolo dedicato ai giornalisti è il più corposo della serata. Quasi che Crozza voglia sollecitare l’attenzione, anche polemica, del mondo della comunicazione per giocare di sponda, trarne visibilità e non finire nel cono d’ombra. Si vedrà.

La Verità, 5 marzo 2017