Le distopie di Black Mirror sono dietro l’angolo

Distopie ravvicinate. Situazioni di un futuro pessimo, inquietante, in realtà non così fantascientifico e  ipotetico, ma verosimile, plausibile. Sono gli scenari preconizzati dalla settima stagione di Black Mirror, sei episodi antologici disponibili su Netflix, ognuno a sé stante, creati da Charlie Brooker. Le prime produzioni, dal 2011 in poi, erano particolarmente geniali e disturbanti, insignite di premi ed elogiate della critica. Le ultime sono divenute via via più ordinarie. Com’è la settima stagione? Sempre un ottimo prodotto, «che vuole tornare alle origini», secondo l’ideatore: provocatorio, alimentatore di riflessioni e dibattiti, ma un tantino più pop.

In un’azienda dolciaria, la creatrice di leccornie al cioccolato subisce la vendetta ad alta sofisticazione informatica di un’ex compagna bullizzata al liceo che ora diventa la sua Bestia nera. A Hollywood, uno studio cinematografico in crisi inserisce star del presente nei vecchi film in bianco e nero come Hotel Riviere, solo che, una volta implementati, gli attori si ribellano al copione. In Come un giocattolo, un critico di videogame s’impossessa del programma di un gioco trasformandosi nell’allevatore di legioni di Tamagotchi che prenderanno tragicamente il potere. Guidato da un avatar nei ricordi alimentati dalle fotografie dell’epoca, Paul Giamatti compone per la compagnia Eulogy il memoriale immersivo della sua ex fidanzata defunta. Il sesto episodio, Uss Callister: Infinity, è il sequel della parodia di Star Trek iniziata nella quarta stagione della serie.
Di tutte, la storia più efficace è la prima, Gente comune. In una cittadina britannica marito e moglie che si adorano stanno provando ad avere un figlio. Ma a lei, insegnante, diagnosticano un tumore al cervello che la renderà un vegetale. A meno che non s’iscriva al programma di Rivermind, una nuova app che farà il back up in un server della parte malata, sostituendola con materia artificiale in cambio di un modico abbonamento. Purtroppo, sono indispensabili gli aggiornamenti e i servizi che prima erano basici ora si pagano. Come si paga l’eliminazione delle inserzioni pubblicitarie che scattano autonomamente nell’espressione del nuovo cervello. La spirale di incubi che avviluppa la coppia è altamente drammatica.

Black Mirror ribadisce che la tecnologia ci domina, ci schiavizza e ci pervade al punto che, a forza di sperimentazioni e avanguardie, rimaniamo vittime degli stessi meccanismi che mettiamo in atto o a cui ricorriamo. Ma in fondo, non è quello che, in un certo senso, è accaduto e continua ad accadere con la creazione di continue ed esagerate emergenze e con le loro presunte contromisure?

 

La Verità, 19 aprile 2025

C’era una volta il talk, ora Floris inventa il mono show

C’era una volta il contraddittorio. Ricordate? Una parvenza di pluralismo, uno straccio di dibattito. Insieme a una serie di ospiti schierati da una parte, la solita, dominante nei talk show, si piazzava una vittima sacrificale, un esponente di opinione opposta su cui si scaricava una gragnola di colpi per far emergere la parte giusta della storia. Adesso basta, tecnica obsoleta. Il primo a mettere fine a questa inutile ipocrisia è Giovanni Floris a DiMartedì (La7, ore 21,30, share del 9,7%, 1,6 milioni di telespettatori). Per quello che conta, anche Corrado Augias lo fa nella Torre di Babele, smentendo il titolo del programma dove di lingua se ne parla una e una soltanto. Ora Floris ha completato l’escalation. Siamo o non siamo in missione per conto dell’opposizione? Anzi, siamo o non siamo noi stessi la vera opposizione? Anzi un’altra volta (l’uomo è sfaccettato): siamo o non siamo l’house organ delle opposizioni? Il loro amplificatore? E allora via: tutti dentro.
Si parte con Luca e Paolo, autori di claudicanti filastrocche che indovinano la metrica solo con gli insulti agli avversari, da Trump a Giorgia Meloni. Si prosegue con Pierluigi Bersani, il nonno nobile delle sinistre resistenti, che accusa tutte le destre di essere ideologiche perché «rifiutano di fare i conti con i vaccini, con il problema climatico e la storia del Novecento, nazismo fascismo franchismo» (manca un ismo a caso, a proposito di ideologie e dittature?). In loop Floris mostra a tutti gli ospiti le dichiarazioni pro Trump di Salvini, La Russa e Meloni. Ovviamente, il viaggio del premier alla Casa Bianca è uno sforzo inutile e sarà un fallimento. Per aumentare il dosaggio, a Bersani si affianca Ezio Mauro, prima del faccia a faccia con Elly Schlein che, dopo una parentesi con Antonio Di Bella e Alessandro Di Battista, precede quello con Maurizio Landini. Scenario complessivo? L’Italia si avvia a essere una dittatura governata da neofascisti e capitalisti della finanza. Non può mancare una lunga pagina con Sergio Rizzo e Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, per dipingere la Lega come partito filorusso infiltrato da elementi nazisti. Ma ecco che finalmente torna Bersani con Antonio Padellaro e, quando ci si avvicina alla mezzanotte, spunta il buon Carlo Calenda. La drammaturgia si dipana dalla dura occhiata del conduttore ai cartelli che certificano i disastri governativi fino alle raffiche di applausi del pubblico in studio: siamo tra noi.
C’era una volta il talk show che, per essere tale, contemplava il contraddittorio. Senza, è diventato mono show. Monologo delle opposizioni. Però, com’è noto, in Italia democrazia e libertà d’informazione non sono mai state così a rischio.

 

La Verità, 17 aprile 2025

Spot-incubo: ruoli ribaltati e cani invece di figli

L’altra sera, alla fine del primo tempo della partita della Nazionale contro la Germania, sono andati in onda due spot particolarmente significativi. Uno dopo l’altro, sembravano una miniserie chic. Il primo riguardava una marca di attrezzi da giardino a batteria. Protagonisti marito e moglie sulla quarantina. Il prato della villa di casa è in condizioni disastrose e tra poco arrivano gli ospiti per il pranzo sotto la pergola. Mentre lui si mette le mani nei capelli, lei si rimbocca le maniche e accende in successione tosaerba, decespugliatore ed elettrosega. Nel tempo in cui lui apparecchia, stende per bene la tovaglia e posiziona con meticolosità piatti e tovaglioli, lei trasforma la giungla in un Eden bucolico. Sguardo soddisfatto: visto come si fa? Insomma, con questi portentosi attrezzi anche una donna può disinfestare il giardino. La dedizione del marito alla preparazione della tavola completa il ribaltamento dei ruoli.

Il secondo spot promuoveva un’auto a sette posti di un’importante marca tedesca. È una splendida giornata di sole per una gita al mare, raduniamo tutta la famiglia e partiamo. Le tre sezioni dei sedili vengono allestite con cuscini e peluche per accogliere gli ospiti dell’auto e finalmente cinque cani di razza di varie dimensioni, un Dalmata, un Bracco eccetera, corrono a prendere posto. Ora, con l’abbaiare festoso dei quadrupedi, la spaziosissima auto sfreccia sulla strada soleggiata e deserta che conduce alla spiaggia. E che, finalmente, marito e moglie – magari i protagonisti dello spot precedente – possono godersi in compagnia dei loro famigliari: cinque cani e zero figli.
Potremmo intitolare la miniserie pubblicitaria Vita quotidiana della coppia moderna. Quella che cancella i cosiddetti stereotipi della donna che apparecchia e dell’uomo che fa i lavori pesanti, e che esalta la famiglia numerosa, animalista e a natalità zero. Insomma, una sorta di distopia soft, in realtà non così lontana dai nostri, conformisti giorni. Se si aggiunge che, in quel momento, la Germania ci stava impartendo una lezione di calcio con le nostre armi abituali, la percezione dell’incubo era completa. Fortuna che i tre gol azzurri del secondo tempo mi hanno svegliato. Non completamente, però.

Post scriptum Ancora sugli «ascolti boom» del Sogno di Benigni: i 4,9 milioni di spettatori e il 28,1% di share, conquistati senza interruzioni pubblicitarie e con quel battage, sono un’audience in realtà normalissima. Una buona fiction, Il conte di Montecristo, per esempio, sempre su Rai 1, nelle sue quattro serate ha superato il 28% di media e i 5,5 milioni di spettatori.

 

La Verità, 25 marzo 2025

Benigni, giullare del Colle, sogna una Ue che non c’è

Una colossale operazione ideologica mimetizzata dietro un’abile dialettica. Dietro una cortina fumogena, una nebbia di retorica. È questo l’evento televisivo cui abbiamo assistito due sere fa in prima serata su Rai 1, «in diretta anche su Rai Radio 2 e Raiplay, questo è un colpo di Stato, abbiamo preso il potere, siamo dappertutto, anche sul forno a microonde», ha scherzato Roberto Benigni prima di riverire, come fa puntualmente, «il presidente della Repubblica Mattarella, perché so che ci sta guardando. Buonasera presidente e grazie». Un evento o un comizio; trasmesso persino in Eurovisione. Accade solo per il Festival di Sanremo, e subito si è capito perché, essendo che si parlava di Europa. Se ne distillava il panegirico, un miele di iperboli: «L’Europa è la più grande istituzione democratica da 5.000 anni a questa parte realizzata dall’uomo sul pianeta terra». Mancavano i fuochi d’artificio. Centoquaranta minuti senza interruzioni pubblicitarie, altra eccezione assoluta, per un ascolto di 4,9 milioni di telespettatori (e il 28% di share). Davvero non granché se si considera anche il colpo di fortuna che l’esibizione, tambureggiata per settimane, è arrivata nello stesso giorno della bagarre alla Camera sul Manifesto di Ventotene.
Un comizio antimeloniano, quello del premio Oscar, alla faccia di TeleMeloni. Del resto, il suo manager è Lucio Presta, agente di star della tv, del cinema e di Matteo Renzi, tra i più aspri oppositori personali del premier. Ed è anche l’artefice della doppia ospitata al Festival di Sanremo di due anni fa, quando Benigni declamò la Costituzione italiana davanti a Sergio Mattarella, per l’occasione presente all’Ariston. Infine, l’altro collaboratore dell’esibizione è Michele Ballerin, saggista europeista e federalista, titolare di un blog in materia sul Fatto quotidiano.
Abbiamo assistito a un comizio politico che è entrato nel merito dell’architettura dell’Unione europea, contestando il diritto di veto e l’obbligo dell’unanimità dei 27 Paesi membri che siedono nel Consiglio di Bruxelles. Persino Cipro, si è scandalizzato l’artista, può impedire, com’è accaduto, l’approvazione di qualche provvedimento. E per fortuna, caro Benigni: il diritto di veto è l’ultimo baluardo che impedisce all’Ue di trasformarsi in una democrazia illiberale. Senza l’obbligo dell’unanimità, considerato che il Parlamento di Strasburgo è un istituto consultivo, chissà Ursula von der Leyen o l’ex commissario Frans Timmermans, quello che ha finanziato con denaro dell’unione le formazioni dell’ecologismo estremo, cos’altro ci avrebbero imposto. Eppure, «io sono un europeista estremista», ci ha rassicurato l’artista militante dopo l’esaltazione del Manifesto di Ventotene, nuovo vangelo democratico che propugna l’abolizione della proprietà privata e inneggia alla rivoluzione socialista. Orfana del comunismo, la sinistra si è gettata anima e corpo nella nuova religione. Archiviato con qualche pendenza amministrativa il Serra pride (copyright Giorgio Gandola) e mentre se ne profila un discutibile bis griffato dal primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, ecco la professione dello showman più intoccabile del Belpaese.
Benigni ha decantato le imprese di un terzetto di intellettuali (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che, al confino nel 1941, ha coniato la propria utopia, debitrice dell’impianto federalista della Costituzione americana. Ha enfatizzato la figura di Jean Monnet, ispiratore di ciò che diverrà la Ceca (Comunità europea carbone e acciaio), ampliata qualche anno dopo nella Cee (Comunità economica europea) dai Paesi fondatori (Francia, Germania ovest, Belgio, Italia, Paesi bassi e Lussemburgo). Ha tessuto le lodi del Trattato di Schengen, dell’euro e dell’Erasmus per gli studenti, tratteggiando un Eden di cui i primi a non avvedersi sono i cittadini, ha dovuto ammettere. Riprendendo, però, immediatamente a pennellare «l’unica utopia ragionevole», patria di democrazia, pace e benessere. Tutto, non dimenticando di schizzare le destre e i nazionalismi.
Purtroppo, Il sogno di Benigni è un europeismo taroccato da gravi omissioni. Un Eden ideato da intellettuali e basato su trattati scritti a tavolino dalle élite. La realtà è invece un’Europa che censura le proprie radici greco-cristiane, rimarcate per anni da Benedetto XVI. Inascoltato. Non si tratta di una pignoleria filologica o filosofica, ma di una questione strutturale, ontologica verrebbe da dire. Un albero a cui si tagliano le radici sarà fragile, esposto al minimo refolo e resterà estraneo al terreno su cui stenta a crescere. È l’istantanea dell’Ue di oggi. La distanza tra i cittadini e i poteri di Bruxelles non è casualità, ma frutto inevitabile di una costruzione con fondamenta incerte. L’Europa dei popoli e comunitaria affonda le sue radici in una storia più ricca e profonda. È l’Europa delle grandi università (italiane, tedesche, francesi, britanniche, irlandesi), dei grandi ospedali nati dalla carità, delle cattedrali e degli ordini religiosi, degli scambi commerciali e delle banche nate in Toscana, do you remember Benigni? Di tutto questo non c’è stato cenno nella sua noiosa lezione (l’unica gag riuscita, ma avulsa, è stata sulla presunta liason tra Elon Musk e Giorgia Meloni: «Mi sbagliavo, non c’è niente, me l’ha detto lei: “lo giuro sulla mia Tesla”»).
Come non c’è stato cenno alle gravi distorsioni di una costruzione che, per disciplinare le masse e perpetrarsi, come un albero sradicato necessita di puntelli, ricorre a continue forzature e correzioni a colpi di emergenza (prima quella sanitaria, poi quella climatica, ora quella bellica). E magari, se occorre, esclude qualche candidato sgradito o fa rivotare quei Paesi dove il risultato elettorale si mostra distonico al volere dell’establishment.
Dispiace caro Benigni, l’occasione è smarrita. Il nostro sogno è un altro.

 

La Verità, 21 marzo 2025

Il viaggio di Adolescence nell’inferno dei ragazzi

Ci si prepara ad andare al lavoro e a scuola quando, mitra spianato, la polizia fa irruzione nella casa dei Miller. Siamo in una tranquilla cittadina britannica, ma quel ragazzino dev’essere arrestato. La madre urla, ancora in vestaglia. Il padre non capisce cosa sta accadendo, la sorella si rannicchia in bagno. Jamie Miller è accusato di aver ucciso Katie, una compagna di scuola, la sera prima nel parco con sette coltellate. Mentre i poliziotti gli leggono i suoi diritti, si fa la pipì addosso. Sembra un ragazzo qualsiasi di una famiglia qualsiasi. È mai possibile che un adolescente di 13 anni sia colpevole di un crimine tanto efferato? Siamo di fronte a uno scambio di persona? A un tragico errore giudiziario? Il dispiegamento di forze è esagerato. L’adolescente viene portato alla centrale di polizia: fotografato, spogliato, perquisito, rinchiuso in cella. Padre e madre sono attoniti. Sono i primi dieci minuti di Adolescence, la miniserie che, da pochi giorni visibile su Netflix, ha scalzato Il Gattopardo dal primo posto delle più viste. Da quel momento, la storia afferra il telespettatore e non lo molla più per i quattro episodi che la compongono, in un crescendo claustrofobico angosciante.
Creata da Stephen Graham (magistrale anche nel ruolo del padre) e Jack Thorne, e diretta da Philip Barantini, è un thriller psicologico girato in piano sequenza, con un’unica macchina da presa che ci porta dentro l’orrore di mondi apparentemente normali, invece totalmente estranei agli adulti. A cominciare dalla tranquilla ma inesplorata cameretta del ragazzino: «Che male può fare chiuso lì dentro?», si giustifica il padre di Jamie quando lo assale il senso di colpa per averlo trascurato. Inesplorato è anche lo strapotere dei social che, con la loro spietatezza, alimentano frustrazione, odio e rabbia: «L’80% delle donne va con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche», svela Jamie (lo straordinario esordiente Owen Cooper) per spiegare il bullismo di cui lui e i suoi amici sono vittime e l’istinto di rivalsa che prende il mondo degli «incel», i celibi involontari, rifiutati sessualmente dalle donne.
Sebbene, in un certo senso, salvi la famiglia, Adolescence non dà risposte comode. Ma apre domande drammatiche che mettono di fronte a responsabilità radicali perché fotografa l’inferno quotidiano, riscontrabile in tante notizie di cronaca (basta ricordare Qui non è Hollywood sul delitto di Avetrana). Un inferno fatto di adolescenti in balia del vuoto. E di adulti – professori, psicologi e genitori – ignari e impotenti.

 

La Verità, 20 marzo 2025

Quanti conduttori dei talk smentiti dai loro ospiti

Tira un’aria strana, da qualche tempo, nei salottini trendy della tv de noantri. Un’aria mista d’incertezza e insicurezza, una latenza di precarietà. La si avverte quando ci si sintonizza sui talk show, il genere nel quale l’operazione propaganda è più esplicita (Corrado Formigli due sere fa: «Lo dico subito, io alla manifestazione promossa dal mio amico Michele Serra ci vado» – e adesso siamo più tranquilli). È una sensazione che promana dalle conversazioni di Otto e mezzo e di DiMartedì, programmi di punta di La7. Ma anche da certi talk di Rete4 dove si osservano zelanti corse al riallineamento (tendenza Marina).

Che cos’è successo?

La prima scossa si è registrata nel giugno scorso quando, con lo spostamento a destra dell’asse europeo, i grandi timonieri dell’Ue hanno preso una tranvata alle urne. Indifferenti all’avvertimento, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno fatto spallucce. E, con loro, si è messa a fischiettare anche gran parte degli anchorman di casa nostra. Cinque mesi dopo, con i riporti arancione di Donald Trump, è arrivato il terremoto vero e proprio.

Ora, mentre tutto cambia, per i rappresentanti del Teleconduttore unico, il kolossal resta invariato. Come se   Giovanni Floris, Lilli Gruber e David Parenzo fossero fermi al livello precedente del videogioco, dove i sessi non sono ancora tornati a essere due e il green deal è in auge. Chissà, forse bramano l’avvento di qualche Supereroe che pigi il tasto back e li svegli dal brutto sogno. Al momento non se ne hanno avvisaglie ed è netta la sensazione di assistere a due sport diversi, davanti a gente come Federico Rampini, Lucio Caracciolo, Michele Santoro o Massimo Cacciari.

Qualche sera fa, Floris faceva il portavoce della Von der Leyen: c’è l’emergenza, il pericolo, Putin ci attacca. E Santoro gli ha smontato il copione un pezzo alla volta: «Con questa emergenza stiamo facendo una delle cose che alla fine della Seconda guerra mondiale avevamo escluso: dare il via libera alla Germania per diventare di nuovo da sola una grande potenza militare, moltiplicando i pericoli». Floris voleva fargli dire che la Meloni si sta adeguando al modello trumpiano. «Nel mondo», ha spaziato invece l’ex conduttore di Annozero, «la politica conta sempre meno e conta sempre di più l’economia, la finanza. I grandi oligopoli che circondano Trump. In Cina, in Russia, in India, conta ancora la politica che controlla i cambiamenti. In Occidente, la ricchezza non la produce il lavoro ma i soldi». Questo sarebbe il ruolo dell’Europa? «L’Europa dovrebbe diventare un soggetto politico che influenzi l’andamento del mondo. Ma non può farlo mettendo regole sul cacao e sul parmigiano e altre stronzate. Soprattutto non può farlo partendo dall’esercito», ha chiuso Santoro.

Sebbene sembrino due partite diverse, la telesceneggiatura non cambia. Trump, nuovo dittatore globale, potrà mai favorire la pace in Ucraina con i suoi modi così brutali e quella tintura impresentabile? Vuoi mettere l’eleganza di Ursula e di Macron (sì, è vero, sono un po’ guerrafondai – ma che charme)? Ed Elon Musk, simbolo della tecnodestra? Uno che agita la motosega come quel diavolo di Javier Milei (sì, è vero, ha risollevato l’Argentina segando l’inflazione e facendo schizzare il Pil – ma sono bazzecole, e poi quei basettoni…).

Forse in quanto titolare di una striscia quotidiana, la primatista di sconfessioni in diretta è Dietlinde Gruber. Clamorose quelle del lapidario Lucio Caracciolo. Alla conduttrice che scalpitava contro Musk e il possibile accordo sulle telecomunicazioni, il direttore di Limes replicava: «La prospettiva che la Ue abbia un sistema in alternativa a Starlink entro il 2035 è un bluff. E le trattative con Elon Musk sono cominciate prima dell’arrivo di Meloni». Altra delusione un paio di giorni fa, firmata sempre Caracciolo, sull’amata Europa: «Per tutta la nostra storia noi europei ci siamo sparati tra noi. Negli ultimi 80 anni non l’abbiamo fatto anche per merito degli americani. Non vorrei che se gli americani se ne vanno ricominciassimo», l’ha gelata il direttore di Limes.

Smentita totale del Gruber pensiero anche quella siglata da Massimo Cacciari all’indomani del voto in Germania. Con Trump le destre si rafforzano anche in Europa, osserva Lilli. «Ma secondo voi le destre europee si continuano a rafforzare per colpa di Trump? E non perché c’è una certa politica sociale europea e non perché c’è una sinistra europea del cavolo? Se ci fosse stato Biden l’Afd non avrebbe preso il 20%?». Gruber: «Però diciamo che Elon Musk…». Cacciari: «Ma lasci stare Musk, ci sono tendenze di fondo. È il rappresentante di una nuova élite finanziaria… che ha vinto e adesso governa. Non è la barzelletta del saluto fascista». Gruber: «È l’uomo più ricco del mondo e appartiene all’amministrazione Trump che sta licenziando centinaia di dipendenti pubblici». Cacciari: «Questa è la politica di destra che piace anche ai governi di destra. Ma quando non vince, la destra continua a crescere e se la tieni fuori continua a farlo. Come siamo bravi che li teniamo fuori dal governo. Bravi: abbiamo impedito ai fascisti di andare al potere…». Balbettio generale.

Ogni volta che Federico Rampini si collega dagli States il copione dev’essere riscritto. Ne sa qualcosa Corrado Formigli, smentito quando gli ha chiesto se in America fosse in atto «un golpe mascherato». La magistratura sta fermando parecchi provvedimenti, il federalismo è un anticorpo istituzionale, la stampa fa il suo dovere e il New York Times dalla prima all’ultima pagina contesta l’amministrazione Trump. «Piuttosto», ha concluso il giornalista, raggelando anche Massimo D’Alema presente in studio, «stupisce che non ci siano manifestazioni e proteste di piazza come ci furono contro il Trump 1, perché l’opposizione non si è ancora ripresa, non ha capito le ragioni della disfatta e non ha fatto autocritica».

Il più spiazzato di tutti è David Parenzo. «Mentre attendevo il mio turno», ha premesso Rampini, «ho sentito dire che Trump c’entra anche con l’operazione Monte dei Paschi di Siena – Mediobanca. Tra un po’ se i treni arrivano in ritardo in Italia sarà colpa di Trump». Parenzo allargava le braccia. «Sull’immigrazione, certo, sta facendo sul serio. Incatenare i detenuti ripugna al nostro senso europeo dei diritti umani, ma in America è pratica comune per i criminali di qualunque nazionalità, anche se sono cittadini statunitensi. Quelle che troppi di voi chiamano deportazioni, e sono rimpatri con il consenso dei paesi di provenienza, a milioni sono già stati fatti dalle amministrazioni Biden e Obama di nascosto».

Dopo il confronto fra Trump e Zelensky, altro smacco per il povero Parenzo. «Se uno si guarda tutti i 45 minuti e non solo gli ultimi tre del faccia a faccia», ha scandito Rampini, «vede uno Zelensky molto aggressivo – anche perché aveva appena incontrato esponenti democratici – che ha fatto di tutto per costringere Trump a dire che Putin è il colpevole, l’aggressore, un criminale. Se si vuol avviare una trattativa queste espressioni non le devi usare».

Che strana aria tira nella rete dell’Aria che tira.

 

 

 La Verità, 15 marzo 2025

 

 

L’arte di Golino, feuilleton con ambizioni d’autrice

Dopo la serie ispirata da M – Il figlio del secolo di Antonio Scurati, in omaggio al fascismo eterno, seconda produzione in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, Sky manda in onda L’arte della gioia, sei episodi tratti dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, consacrati all’affermazione senza se e senza ma della fluidità.

Siamo nella Sicilia d’inizio Novecento e nel monastero dove una bambina – unica superstite del rogo della sua casa seguito a una violenza domestica – viene accolta da suore solerti ma perplesse, fede e devozione sono poco più che soprammobili. Le monache, infatti, sono impegnate soprattutto a combattere le tentazioni e a infliggere punizioni a chi trasgredisce le regole. La prima delle quali sarebbe che in quell’istituto le vocazioni sono correlate al censo. Perciò Modesta (Tecla Insolia), un nome che ne rivela le origini ma ne maschera la tempra, non potrebbe aspirare alla vita consacrata, non fosse per la magnanimità dell’ambigua madre superiora (Jasmine Trinca), zelante nell’imporre l’eccezione. Tuttavia, per quanto ci si adoperi, la selvaggia istintività dell’adolescente confligge con l’ordine costituito, scatenando turbamenti e ritorsioni. Non resta che arrendersi all’assenza della vocazione e dirottare i servizi della ragazza nella tenuta di campagna della decadente principessa Gaia Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), gestita da figli e servitori, ognuno con i propri misteri, a cominciare dal custode don Carmine (Guido Caprino). Tra statue e affreschi, Modesta ribattezzata Modì (come maudit), e divenuta avida lettrice dei poeti maledetti, continuerà a gestire sfrontatamente e sagacemente la sua sensualità non binaria, vero segreto dell’arte della gioia.

Furbamente costruita con i caratteri del romanzo d’appendice, confezionata con fotografia e scenografia vellutate e molto ben recitata dal cast in grandissima parte femminile, la storia trae vantaggio dall’alone di libro maledetto, consolidato dalla travagliata pubblicazione postuma nel 1998, a 22 anni dalla prima stesura. È facile immaginare che persino nei formidabili anni Settanta la vicenda di una ragazzina bisessuale nata il primo gennaio del 1900 che, pur di soddisfare le proprie vulcaniche passioni non esitava a lasciarsi dietro una scia di cadaveri, potesse risultare un tantino scabrosa. Oggi, invece, può essere proposta con tutti gli onori come la storia di un’eroina oppressa, ma anticipatrice della lotta contro i vecchi stereotipi. Purtroppo in forza di altri, nuovi, ma ugualmente ingombranti.

 

La Verità, 13 marzo 2025

Acab, il manifesto tv per le rivolte contro gli agenti

Una tribù violenta. Un clan con leggi non scritte, ma ferree: noi contro loro. Un pugno di uomini con uno spirito di corpo perverso, perché separato dal resto delle forze dell’ordine. Più duro, estremo, ossessivo. È il terzo dipartimento della Squadra antisommossa della Polizia di Roma. La celere, insomma, protagonista di Acab (sta per All cops are bastards), la serie in sei episodi da ieri disponibili su Netflix. È il branco della polizia disposto a tutto contro No Tav, pischelli figli di papà, tifosi scalmanati, ambientalisti isterici, immigrati dei Cpr. Sempre in prima linea, solo che per loro essere in prima linea significa essere «in guerra»: Roma «nun arretra», urla Mazinga, il leader carismatico della squadra, interpretato da Marco Giallini.
Dopo il film del 2012 diretto da Stefano Sollima, la serie prodotta da Cattleya con la regia di Michele Alhaique, è il secondo derivato dell’omonimo libro scritto nel 2009 da Carlo Bonini, attuale coordinatore dei Longform di Repubblica (che spunta come fonte in un cruciale interrogatorio) e qui autore della sceneggiatura con Filippo Gravino, Elisa Dondi, Luca Giordano e Bernardo Pellegrini.
Raramente una serie tv è approdata al piccolo schermo con altrettanta tempestività. Mentre l’attualità ci racconta di carabinieri e agenti di polizia sotto inchiesta per aver svolto il proprio dovere nel tentativo di dissuadere immigrati fuori controllo dall’accoltellare qualche malcapitato passante, e mentre le cronache delle manifestazioni volte a trasformare Ramy Elgaml nel George Floyd italiano ci parlano di otto agenti feriti, uno show televisivo atteso e già osannato da gran parte dei media ci descrive un reparto di polizia sotto inchiesta della magistratura per un’azione compiuta oltre il legittimo confine dell’uso della forza. Se mancava un manifesto creativo della rivolta contro gli agenti assassini, da cui i leader della sinistra non prendono le distanze, c’è da temere che sia stato trovato.
Durante un sit-in dei No Tav in Val di Susa, colpito da una bomba carta degli antagonisti rimane a terra il capo della Squadra mobile di Roma. La rappresaglia scatena Mazinga e i suoi uomini all’inseguimento nel bosco e in riva al fiume dei militanti dei centri sociali. Il giorno dopo si scopre che uno di loro è in coma in terapia intensiva. Il nuovo capo, il più democratico Nobili, esponente della «nuova polizia» (Adriano Giannini), arrivato in sostituzione dell’ispettore rimasto in sedia a rotelle, è accolto dal reparto come un corpo estraneo. I dissapori sulla gestione delle successive missioni non favoriscono certo l’armonia. Da Torino, invece, arriva il sostituto procuratore per capire chi ha ridotto in fin di vita il manifestante. Ma l’ordine di Mazinga è negare tutto e negare sempre: non siamo mai andati al fiume dov’è stato rinvenuto il ragazzo. La body cam che avrebbe potuto filmare l’azione degli agenti è sfortunatamente stata bruciata da una molotov. Così, le domande del procuratore tornano al mittente senza risultato. Ma mentre la madre del ragazzo in coma continua a invocare giustizia, un po’ come nelle cronache di questi giorni, dove sindaci ed ex capi della polizia delegittimano l’operato delle forze dell’ordine, anche qui nessuna autorità spende parole di comprensione per l’ispettore colpito negli scontri: le istituzioni sono preoccupate di proteggere solo le vittime di agenti e carabinieri. Intanto, i drammi privati espongono Marta (Valentina Bellè), l’unica donna del reparto, separata dal marito violento, e Salvatore (Pierluigi Gigante), un agente reduce dall’Afghanistan, alle fragilità della solitudine.
Non ci sono affetti, non esiste nulla di buono oltre la divisa e lo scudo di plexiglass. Con le case vuote, persino la sera di Natale si trascorre malinconicamente insieme («Guardali, da soli sono nessuno, solo in gruppo si rianimano», dice l’ex ispettore a Mazinga). Il branco della polizia è un microcosmo composto da uomini borderline, frustrati, testosteronici e razzisti, che vivono in un mondo a parte. Mostrato sempre di notte e fatto di case buie, di blindati, mense e uffici attraversati da luci livide e commentati dall’ipnotica e persistente musica dei Mokadelic. Un mondo nel quale il male e il bene si mescolano e confondono. Come si confondono e si contagiano il cattivo e il buono della storia: «Sono diventato come voi», dice Nobili a Mazinga dopo avergli confidato di aver quasi ucciso un uomo. Alla fine, l’unica cosa che conta è la legge del clan, luogo della consolazione e della rivalsa dei disperati. Un clan che sembra somigliare a quello di camorra raccontato in Gomorra – La serie. In fondo, formule, linguaggio ed estetica di Gomorra e Acab sono simili perché sembrano ritrarre due mondi uguali e speculari. Sollima, qui produttore esecutivo, era il regista delle prime stagioni della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, e Cattleya è la casa di produzione di entrambe.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Montecristo aggiorna gli storici sceneggiati Rai

In fondo, la faccenda è semplice. Quando la base di partenza, ovvero l’opera originale da cui si deriva il prodotto secondario, è solida e potente, è sufficiente aderirvi, non tradirla, non eccedere in invenzioni e licenze autoriali per godere di quella stessa solidità e di quella stessa potenza. Sembra ovvio, ma non lo è, basta vedere con quanta presunzione si «rivisitano» biografie di figure storiche per offrirne «un ritratto inedito» fino a travisarne valore e significato. Niente di tutto ciò hanno fatto i produttori (Palomar, Rai Fiction e France télévisions), gli sceneggiatori (Sandro Pretaglia e Greg Latter) e il regista (Bille August) di Il conte di Montecristo, miniserie in otto episodi in onda il lunedì sera su Rai 1, tratta dal celebre romanzo di Alexandre Dumas padre. Risultato: i primi due capitoli hanno oltrepassato il tetto dei 5 milioni di telespettatori, sfiorando il 27% di share, ascolti sempre più rari per una fiction.
La storia è nota. Il marinaio Edmond Dantès (Sam Claflin), promosso capitano del Pharaon dal vecchio comandante morente e da lui incaricato di recapitare una lettera a Parigi a un nobile filo-napoleonico, viene accusato di tradimento della corona di Francia. A ordire la trama sono il marinaio rivale che aspirava alla medesima promozione e un soldato che ambiva a sposare Mercédès Herrera (Ana Girardot), invece promessasi a Dantès. Recluso nelle segrete del castello d’If, nella tetra isola fortezza al largo di Marsiglia, il marinaio sopravvive all’ingiustizia, confortato dalla memoria dell’amata fin quando incontra l’abate Faria (Jeremy Irons), erudito compagno di prigionia che, prima di morire, lo istruisce sulle possibilità di fuga e su come impossessarsi del tesoro nascosto nella vicina isola di Montecristo. Il desiderio di ritrovare la promessa sposa e la sete di vendetta su chi lo ha fatto incarcerare sono le solide basi di una resistenza che durerà 15 anni. Ma finalmente il momento propizio arriva e Dantès può mettere in atto i suoi piani di riscatto.
Girata con disponibilità di mezzi e la priorità di rimanere fedeli al testo senza dimenticare la cornice storica della vicenda, la miniserie di Palomar si distingue per qualità di scrittura e regia, per la splendida fotografia e la recitazione del cast internazionale nel quale spiccano il protagonista e l’abate Faria del carismatico Jeremy Irons. Una produzione che non teme il confronto con Il conte di Montecristo del 1966 in cui Andrea Giordana era Dantès e che, oltre le formule della serialità contemporanea, richiama la tradizione degli storici sceneggiati Rai.

 

La Verità, 15 gennaio 2024

«M» cita Trump e sostiene che il fascismo è tra noi

Avendo visto tutti gli 8 episodi, ripubblico l’articolo, scritto in occasione dell’anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia, su M – Il figlio del secolo, la serie di cui da venerdì 10 gennaio sono visibili su Sky i primi due capitoli. 

Fumettistico. Eccessivo. Esagerato. Questo M – Il figlio del secolo, regia di Joe Wright, prodotto da Sky Studios e Lorenzo Mieli per The Apartment (gruppo Fremantle), presentato fuori concorso in anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia, è, a sua volta, figlio di un’ossessione, di un terrore che fa vedere il fascismo tuttora presente, risorgente, magmatico fiume carsico della politica e del suo fondo nero, paludoso e reincarnantesi ovunque negli autocrati, nei dittatori, nei leader sovranisti contemporanei (come paventa 2073, documentario dell’inglese Asif Kapadia, che annovera Putin, Berlusconi, Milei, Modi, Meloni e Bolsonaro tra i responsabili della prossima apocalisse planetaria). «Mi avete amato, mi avete odiato, mi avete ridicolizzato. Avete scempiati i miei resti perché di quel folle amore avevate paura, anche da morto. Ma ditemi», chiede ora il Duce rivolgendosi ai posteri dalla tomba al termine del prologo del primo episodio della serie: «A cosa è servito? Guardatevi attorno: siamo ancora tra voi». È la ragione sociale, si potrebbe dire militante, di questo lavoro in otto capitoli tratti dalla biografia firmata da Antonio Scurati, un nome una garanzia, che arriveranno in esclusiva su Sky e Now all’inizio del 2025: dire che il fascismo è eterno e che i fascismi ramificano tra noi, in tutto l’Occidente. Qui e ora.

Sebbene il capo degli sceneggiatori, Stefano Bises, neghi l’esistenza di una ragione sociale, poi fa riferimento a «un dato di fatto. Dovunque, nel mondo, si assiste al riemergere di questa realtà rimasta sommersa e che ora rispunta anche sotto forma di rifiuto dell’oppressione. Del resto, il fascismo è il brand più duraturo mai creato dall’Italia». All’incontro con i giornalisti compare anche l’ispiratore. «Credo che lo spettro del fascismo si aggiri ancora per l’Europa. Ma non sono io a evocarlo, sono altre forze a richiamarlo in vita», scandisce di sua sponte Scurati. Il riferimento suona ampio e generico. Oppure potrebbe riguardare il recente voto in Turingia e Sassonia. Chissà, nell’incertezza scoppiano gli applausi perché la chiamata all’antifascismo galvanizza sempre. Ne fa professione di fede anche Luca Marinelli che impersona il Duce abbondando in cantilena romagnola e difettando in alterigia. «Per approcciarmi al personaggio ho sospeso il giudizio nei suoi confronti per sette mesi, il tempo della lavorazione. Ma per me, che sono antifascista e vengo da una famiglia antifascista, è stata una delle esperienze più dolorose della mia vita».
Tuttavia, il suo Mussolini, figlio di un’ossessione, risulta inevitabilmente troppo. Tracimante, tracotante, chiacchierone, al limite del macchiettistico, soprattutto nei primi episodi che dal 1919 ci conducono alla Marcia su Roma e al contemporaneo incarico di governo affidatogli da Vittorio Emanuele III (Vincenzo Nemolato) dopo la rapida caduta di Luigi Facta. «Questo è un progetto partito sei anni fa», rivela Lorenzo Mieli, «quando Scurati ce l’ha sottoposto e noi abbiamo subito raccolto l’idea, scoprendo che al cinema e in televisione c’erano prodotti riguardanti gli ultimi anni del fascismo, ma quasi niente sulla genesi e la formazione di questa rivoluzione preoccupante e pericolosa». Così, vediamo un giovane Mussolini direttore del Giornale del popolo percorrere affannosamente cunicoli scuri, quasi inseguisse i fatti. Sempre eccitato, consuma amplessi a ritmo sfrenato. Sdraiato su un tavolo, fissa allucinato una bomba a mano che rotea all’infinito, mentre le camicie nere compiono le loro barbarie spaccaossa. Patisce il complesso di Gabriele D’Annunzio (Paolo Pierobon) e si fa guidare da Margherita Sarfatti (Barbara Chichiarelli) che rischiara la via con minimi ritocchi. «Noi vogliamo» al posto di «Noi chiediamo», in un editoriale del Giornale del popolo. E il Vate non è «un padre», ma «una spina nel fianco: da togliere», mettendo fine all’impresa di Fiume.
«Io sono come le bestie, sento il tempo che viene. E questo è il mio tempo», annuncia lui rivolto alla camera come Kevin Spacey in House of cards. Ma non è né una sottolineatura delle sue doti affabulatorie né un tentativo di psicanalizzarlo. «È il modo in cui parla direttamente allo spettatore, svelando i pensieri che ha sempre cambiato, ingannando famigliari, collaboratori, compagni», spiega Wright.
La nuova versione è: «Io sono come le bestie, sento il tempo che viene e questo non è ancora il mio». Ma arriverà il momento degli uomini forti e delle idee semplici. «La storia si fa con gli ultimi. Mettendogli in mano le bombe, le rivoltelle e, se occorre, le matite elettorali». Entrato finalmente in Parlamento, ecco la versione definitiva: «Io sono come le bestie, sento il tempo che viene, e non importa come, ma il mio tempo è arrivato. E pazienza se sono diventato l’uomo che odiavo da ragazzo. Io sono una bestia coerente, ho sempre tradito tutti, tradisco anche me stesso».
M – il figlio del secolo, «il più importante progetto realizzato da Sky», assicura Nils Hartman di Sky studios, è una serie contemporanea e pop, con la colonna sonora dei Chemical Brothers, notturna e cupa, splatter con le camicie nere, dalle tinte bellocchiane non solo quando compare  Ida Dalser, prima moglie che diede un figlio al Duce che la fa internare in manicomio (sul caso Marco Bellocchio diresse Vincere ndr). Così, il capopopolo dei prodromi si trasforma in «stratega», «prestigiatore», «trasformista», come avverte, anticipando le mosse allo spettatore. «Make Italy Great Again», dice a un certo punto un Mussolini trumpiano. Ma conservare il potere è più difficile che fare la rivoluzione. Ancora di più controllare la bestialità delle squadracce di Italo Balbo (Lorenzo Zurzolo). Affiorano i dissidi, si addensano i fantasmi, lo assediano le donne. A chi gli chiede come sia riuscito a raccontare insieme sia il Mussolini uomo che il Mussolini politico, il regista risponde: «Non è stato difficile perché sono inscindibili. Il fascismo è la politicizzazione della mascolinità tossica». E il cerchio si chiude.

 

La Verità, 6 settembre 2024