L’arte di Golino, feuilleton con ambizioni d’autrice

Dopo la serie ispirata da M – Il figlio del secolo di Antonio Scurati, in omaggio al fascismo eterno, seconda produzione in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, Sky manda in onda L’arte della gioia, sei episodi tratti dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, consacrati all’affermazione senza se e senza ma della fluidità.

Siamo nella Sicilia d’inizio Novecento e nel monastero dove una bambina – unica superstite del rogo della sua casa seguito a una violenza domestica – viene accolta da suore solerti ma perplesse, fede e devozione sono poco più che soprammobili. Le monache, infatti, sono impegnate soprattutto a combattere le tentazioni e a infliggere punizioni a chi trasgredisce le regole. La prima delle quali sarebbe che in quell’istituto le vocazioni sono correlate al censo. Perciò Modesta (Tecla Insolia), un nome che ne rivela le origini ma ne maschera la tempra, non potrebbe aspirare alla vita consacrata, non fosse per la magnanimità dell’ambigua madre superiora (Jasmine Trinca), zelante nell’imporre l’eccezione. Tuttavia, per quanto ci si adoperi, la selvaggia istintività dell’adolescente confligge con l’ordine costituito, scatenando turbamenti e ritorsioni. Non resta che arrendersi all’assenza della vocazione e dirottare i servizi della ragazza nella tenuta di campagna della decadente principessa Gaia Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), gestita da figli e servitori, ognuno con i propri misteri, a cominciare dal custode don Carmine (Guido Caprino). Tra statue e affreschi, Modesta ribattezzata Modì (come maudit), e divenuta avida lettrice dei poeti maledetti, continuerà a gestire sfrontatamente e sagacemente la sua sensualità non binaria, vero segreto dell’arte della gioia.

Furbamente costruita con i caratteri del romanzo d’appendice, confezionata con fotografia e scenografia vellutate e molto ben recitata dal cast in grandissima parte femminile, la storia trae vantaggio dall’alone di libro maledetto, consolidato dalla travagliata pubblicazione postuma nel 1998, a 22 anni dalla prima stesura. È facile immaginare che persino nei formidabili anni Settanta la vicenda di una ragazzina bisessuale nata il primo gennaio del 1900 che, pur di soddisfare le proprie vulcaniche passioni non esitava a lasciarsi dietro una scia di cadaveri, potesse risultare un tantino scabrosa. Oggi, invece, può essere proposta con tutti gli onori come la storia di un’eroina oppressa, ma anticipatrice della lotta contro i vecchi stereotipi. Purtroppo in forza di altri, nuovi, ma ugualmente ingombranti.

 

La Verità, 13 marzo 2025

Acab, il manifesto tv per le rivolte contro gli agenti

Una tribù violenta. Un clan con leggi non scritte, ma ferree: noi contro loro. Un pugno di uomini con uno spirito di corpo perverso, perché separato dal resto delle forze dell’ordine. Più duro, estremo, ossessivo. È il terzo dipartimento della Squadra antisommossa della Polizia di Roma. La celere, insomma, protagonista di Acab (sta per All cops are bastards), la serie in sei episodi da ieri disponibili su Netflix. È il branco della polizia disposto a tutto contro No Tav, pischelli figli di papà, tifosi scalmanati, ambientalisti isterici, immigrati dei Cpr. Sempre in prima linea, solo che per loro essere in prima linea significa essere «in guerra»: Roma «nun arretra», urla Mazinga, il leader carismatico della squadra, interpretato da Marco Giallini.
Dopo il film del 2012 diretto da Stefano Sollima, la serie prodotta da Cattleya con la regia di Michele Alhaique, è il secondo derivato dell’omonimo libro scritto nel 2009 da Carlo Bonini, attuale coordinatore dei Longform di Repubblica (che spunta come fonte in un cruciale interrogatorio) e qui autore della sceneggiatura con Filippo Gravino, Elisa Dondi, Luca Giordano e Bernardo Pellegrini.
Raramente una serie tv è approdata al piccolo schermo con altrettanta tempestività. Mentre l’attualità ci racconta di carabinieri e agenti di polizia sotto inchiesta per aver svolto il proprio dovere nel tentativo di dissuadere immigrati fuori controllo dall’accoltellare qualche malcapitato passante, e mentre le cronache delle manifestazioni volte a trasformare Ramy Elgaml nel George Floyd italiano ci parlano di otto agenti feriti, uno show televisivo atteso e già osannato da gran parte dei media ci descrive un reparto di polizia sotto inchiesta della magistratura per un’azione compiuta oltre il legittimo confine dell’uso della forza. Se mancava un manifesto creativo della rivolta contro gli agenti assassini, da cui i leader della sinistra non prendono le distanze, c’è da temere che sia stato trovato.
Durante un sit-in dei No Tav in Val di Susa, colpito da una bomba carta degli antagonisti rimane a terra il capo della Squadra mobile di Roma. La rappresaglia scatena Mazinga e i suoi uomini all’inseguimento nel bosco e in riva al fiume dei militanti dei centri sociali. Il giorno dopo si scopre che uno di loro è in coma in terapia intensiva. Il nuovo capo, il più democratico Nobili, esponente della «nuova polizia» (Adriano Giannini), arrivato in sostituzione dell’ispettore rimasto in sedia a rotelle, è accolto dal reparto come un corpo estraneo. I dissapori sulla gestione delle successive missioni non favoriscono certo l’armonia. Da Torino, invece, arriva il sostituto procuratore per capire chi ha ridotto in fin di vita il manifestante. Ma l’ordine di Mazinga è negare tutto e negare sempre: non siamo mai andati al fiume dov’è stato rinvenuto il ragazzo. La body cam che avrebbe potuto filmare l’azione degli agenti è sfortunatamente stata bruciata da una molotov. Così, le domande del procuratore tornano al mittente senza risultato. Ma mentre la madre del ragazzo in coma continua a invocare giustizia, un po’ come nelle cronache di questi giorni, dove sindaci ed ex capi della polizia delegittimano l’operato delle forze dell’ordine, anche qui nessuna autorità spende parole di comprensione per l’ispettore colpito negli scontri: le istituzioni sono preoccupate di proteggere solo le vittime di agenti e carabinieri. Intanto, i drammi privati espongono Marta (Valentina Bellè), l’unica donna del reparto, separata dal marito violento, e Salvatore (Pierluigi Gigante), un agente reduce dall’Afghanistan, alle fragilità della solitudine.
Non ci sono affetti, non esiste nulla di buono oltre la divisa e lo scudo di plexiglass. Con le case vuote, persino la sera di Natale si trascorre malinconicamente insieme («Guardali, da soli sono nessuno, solo in gruppo si rianimano», dice l’ex ispettore a Mazinga). Il branco della polizia è un microcosmo composto da uomini borderline, frustrati, testosteronici e razzisti, che vivono in un mondo a parte. Mostrato sempre di notte e fatto di case buie, di blindati, mense e uffici attraversati da luci livide e commentati dall’ipnotica e persistente musica dei Mokadelic. Un mondo nel quale il male e il bene si mescolano e confondono. Come si confondono e si contagiano il cattivo e il buono della storia: «Sono diventato come voi», dice Nobili a Mazinga dopo avergli confidato di aver quasi ucciso un uomo. Alla fine, l’unica cosa che conta è la legge del clan, luogo della consolazione e della rivalsa dei disperati. Un clan che sembra somigliare a quello di camorra raccontato in Gomorra – La serie. In fondo, formule, linguaggio ed estetica di Gomorra e Acab sono simili perché sembrano ritrarre due mondi uguali e speculari. Sollima, qui produttore esecutivo, era il regista delle prime stagioni della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, e Cattleya è la casa di produzione di entrambe.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Montecristo aggiorna gli storici sceneggiati Rai

In fondo, la faccenda è semplice. Quando la base di partenza, ovvero l’opera originale da cui si deriva il prodotto secondario, è solida e potente, è sufficiente aderirvi, non tradirla, non eccedere in invenzioni e licenze autoriali per godere di quella stessa solidità e di quella stessa potenza. Sembra ovvio, ma non lo è, basta vedere con quanta presunzione si «rivisitano» biografie di figure storiche per offrirne «un ritratto inedito» fino a travisarne valore e significato. Niente di tutto ciò hanno fatto i produttori (Palomar, Rai Fiction e France télévisions), gli sceneggiatori (Sandro Pretaglia e Greg Latter) e il regista (Bille August) di Il conte di Montecristo, miniserie in otto episodi in onda il lunedì sera su Rai 1, tratta dal celebre romanzo di Alexandre Dumas padre. Risultato: i primi due capitoli hanno oltrepassato il tetto dei 5 milioni di telespettatori, sfiorando il 27% di share, ascolti sempre più rari per una fiction.
La storia è nota. Il marinaio Edmond Dantès (Sam Claflin), promosso capitano del Pharaon dal vecchio comandante morente e da lui incaricato di recapitare una lettera a Parigi a un nobile filo-napoleonico, viene accusato di tradimento della corona di Francia. A ordire la trama sono il marinaio rivale che aspirava alla medesima promozione e un soldato che ambiva a sposare Mercédès Herrera (Ana Girardot), invece promessasi a Dantès. Recluso nelle segrete del castello d’If, nella tetra isola fortezza al largo di Marsiglia, il marinaio sopravvive all’ingiustizia, confortato dalla memoria dell’amata fin quando incontra l’abate Faria (Jeremy Irons), erudito compagno di prigionia che, prima di morire, lo istruisce sulle possibilità di fuga e su come impossessarsi del tesoro nascosto nella vicina isola di Montecristo. Il desiderio di ritrovare la promessa sposa e la sete di vendetta su chi lo ha fatto incarcerare sono le solide basi di una resistenza che durerà 15 anni. Ma finalmente il momento propizio arriva e Dantès può mettere in atto i suoi piani di riscatto.
Girata con disponibilità di mezzi e la priorità di rimanere fedeli al testo senza dimenticare la cornice storica della vicenda, la miniserie di Palomar si distingue per qualità di scrittura e regia, per la splendida fotografia e la recitazione del cast internazionale nel quale spiccano il protagonista e l’abate Faria del carismatico Jeremy Irons. Una produzione che non teme il confronto con Il conte di Montecristo del 1966 in cui Andrea Giordana era Dantès e che, oltre le formule della serialità contemporanea, richiama la tradizione degli storici sceneggiati Rai.

 

La Verità, 15 gennaio 2024

«M» cita Trump e sostiene che il fascismo è tra noi

Avendo visto tutti gli 8 episodi, ripubblico l’articolo, scritto in occasione dell’anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia, su M – Il figlio del secolo, la serie di cui da venerdì 10 gennaio sono visibili su Sky i primi due capitoli. 

Fumettistico. Eccessivo. Esagerato. Questo M – Il figlio del secolo, regia di Joe Wright, prodotto da Sky Studios e Lorenzo Mieli per The Apartment (gruppo Fremantle), presentato fuori concorso in anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia, è, a sua volta, figlio di un’ossessione, di un terrore che fa vedere il fascismo tuttora presente, risorgente, magmatico fiume carsico della politica e del suo fondo nero, paludoso e reincarnantesi ovunque negli autocrati, nei dittatori, nei leader sovranisti contemporanei (come paventa 2073, documentario dell’inglese Asif Kapadia, che annovera Putin, Berlusconi, Milei, Modi, Meloni e Bolsonaro tra i responsabili della prossima apocalisse planetaria). «Mi avete amato, mi avete odiato, mi avete ridicolizzato. Avete scempiati i miei resti perché di quel folle amore avevate paura, anche da morto. Ma ditemi», chiede ora il Duce rivolgendosi ai posteri dalla tomba al termine del prologo del primo episodio della serie: «A cosa è servito? Guardatevi attorno: siamo ancora tra voi». È la ragione sociale, si potrebbe dire militante, di questo lavoro in otto capitoli tratti dalla biografia firmata da Antonio Scurati, un nome una garanzia, che arriveranno in esclusiva su Sky e Now all’inizio del 2025: dire che il fascismo è eterno e che i fascismi ramificano tra noi, in tutto l’Occidente. Qui e ora.

Sebbene il capo degli sceneggiatori, Stefano Bises, neghi l’esistenza di una ragione sociale, poi fa riferimento a «un dato di fatto. Dovunque, nel mondo, si assiste al riemergere di questa realtà rimasta sommersa e che ora rispunta anche sotto forma di rifiuto dell’oppressione. Del resto, il fascismo è il brand più duraturo mai creato dall’Italia». All’incontro con i giornalisti compare anche l’ispiratore. «Credo che lo spettro del fascismo si aggiri ancora per l’Europa. Ma non sono io a evocarlo, sono altre forze a richiamarlo in vita», scandisce di sua sponte Scurati. Il riferimento suona ampio e generico. Oppure potrebbe riguardare il recente voto in Turingia e Sassonia. Chissà, nell’incertezza scoppiano gli applausi perché la chiamata all’antifascismo galvanizza sempre. Ne fa professione di fede anche Luca Marinelli che impersona il Duce abbondando in cantilena romagnola e difettando in alterigia. «Per approcciarmi al personaggio ho sospeso il giudizio nei suoi confronti per sette mesi, il tempo della lavorazione. Ma per me, che sono antifascista e vengo da una famiglia antifascista, è stata una delle esperienze più dolorose della mia vita».
Tuttavia, il suo Mussolini, figlio di un’ossessione, risulta inevitabilmente troppo. Tracimante, tracotante, chiacchierone, al limite del macchiettistico, soprattutto nei primi episodi che dal 1919 ci conducono alla Marcia su Roma e al contemporaneo incarico di governo affidatogli da Vittorio Emanuele III (Vincenzo Nemolato) dopo la rapida caduta di Luigi Facta. «Questo è un progetto partito sei anni fa», rivela Lorenzo Mieli, «quando Scurati ce l’ha sottoposto e noi abbiamo subito raccolto l’idea, scoprendo che al cinema e in televisione c’erano prodotti riguardanti gli ultimi anni del fascismo, ma quasi niente sulla genesi e la formazione di questa rivoluzione preoccupante e pericolosa». Così, vediamo un giovane Mussolini direttore del Giornale del popolo percorrere affannosamente cunicoli scuri, quasi inseguisse i fatti. Sempre eccitato, consuma amplessi a ritmo sfrenato. Sdraiato su un tavolo, fissa allucinato una bomba a mano che rotea all’infinito, mentre le camicie nere compiono le loro barbarie spaccaossa. Patisce il complesso di Gabriele D’Annunzio (Paolo Pierobon) e si fa guidare da Margherita Sarfatti (Barbara Chichiarelli) che rischiara la via con minimi ritocchi. «Noi vogliamo» al posto di «Noi chiediamo», in un editoriale del Giornale del popolo. E il Vate non è «un padre», ma «una spina nel fianco: da togliere», mettendo fine all’impresa di Fiume.
«Io sono come le bestie, sento il tempo che viene. E questo è il mio tempo», annuncia lui rivolto alla camera come Kevin Spacey in House of cards. Ma non è né una sottolineatura delle sue doti affabulatorie né un tentativo di psicanalizzarlo. «È il modo in cui parla direttamente allo spettatore, svelando i pensieri che ha sempre cambiato, ingannando famigliari, collaboratori, compagni», spiega Wright.
La nuova versione è: «Io sono come le bestie, sento il tempo che viene e questo non è ancora il mio». Ma arriverà il momento degli uomini forti e delle idee semplici. «La storia si fa con gli ultimi. Mettendogli in mano le bombe, le rivoltelle e, se occorre, le matite elettorali». Entrato finalmente in Parlamento, ecco la versione definitiva: «Io sono come le bestie, sento il tempo che viene, e non importa come, ma il mio tempo è arrivato. E pazienza se sono diventato l’uomo che odiavo da ragazzo. Io sono una bestia coerente, ho sempre tradito tutti, tradisco anche me stesso».
M – il figlio del secolo, «il più importante progetto realizzato da Sky», assicura Nils Hartman di Sky studios, è una serie contemporanea e pop, con la colonna sonora dei Chemical Brothers, notturna e cupa, splatter con le camicie nere, dalle tinte bellocchiane non solo quando compare  Ida Dalser, prima moglie che diede un figlio al Duce che la fa internare in manicomio (sul caso Marco Bellocchio diresse Vincere ndr). Così, il capopopolo dei prodromi si trasforma in «stratega», «prestigiatore», «trasformista», come avverte, anticipando le mosse allo spettatore. «Make Italy Great Again», dice a un certo punto un Mussolini trumpiano. Ma conservare il potere è più difficile che fare la rivoluzione. Ancora di più controllare la bestialità delle squadracce di Italo Balbo (Lorenzo Zurzolo). Affiorano i dissidi, si addensano i fantasmi, lo assediano le donne. A chi gli chiede come sia riuscito a raccontare insieme sia il Mussolini uomo che il Mussolini politico, il regista risponde: «Non è stato difficile perché sono inscindibili. Il fascismo è la politicizzazione della mascolinità tossica». E il cerchio si chiude.

 

La Verità, 6 settembre 2024

Un Leopardi patinato per le copertine dei magazine

Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini nella Locomotiva, lo è persino Giacomo Leopardi nella nuova «miniserie-evento» trasmessa da Rai 1, e pazienza per la realtà. Del resto, l’arte è arte e può permettersi la qualsiasi. Il pubblico, ancora in clima festaiolo sebbene si sia tornati a scuola, e quindi forse meno entusiasta di tuffarsi negli strilli da cortile dei talk show, ha mostrato di gradire. Il primo episodio di Leopardi – Poeta dell’infinito (ieri, il secondo e ultimo), regia di Sergio Rubini, coproduzione Rai Fiction con Ibc Movie, ha conquistato 4,1 milioni di telespettatori e il 24,1% di share. Risultato ragguardevole, e pazienza anche per questo. Lo scopo dell’operazione era «restituire un ritratto inedito ma storicamente coerente di Leopardi, formidabile talento»… Perciò, ecco qua, il poeta del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è «restituito» dal volto fotoromanzesco di Leonardo Maltese, mentre al conte Monaldo, padre oppressore, dà corpo Alessio Boni. Ma non è certo per questa sola sua presenza che pare di essere in zona Meglio gioventù, perché, in realtà dallo stesso Maltese a Fausto Russo Alesi, che interpreta Pietro Giordani, ci troviamo anche in zona Rapito di Marco Bellocchio. L’operazione, infatti, è sofisticata e ben architettata, del resto il regista e sceneggiatore ha impegnato varie conferenze stampa a chiedere e chiedersi perché mai si debba raccontare un Leopardi brutto e storpio. Già, perché? Facciamolo patinato ed elegante questo «formidabile talento», perfetto per le copertine delle riviste che anche la promozione viene più facile. E viene ancora più facile sfumarne il tormento che ha ispirato studiosi e letterati, in un pessimismo generico e manieristico, ma soprattutto nel più prevedibile dei ribelli al tallone paterno. Alla faticosa emancipazione dal padre, con la complicità di Giordani, si aggiunge la delusione amorosa della passione non ricambiata per la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti (Giusy Buscemi), nonostante l’impegno devoto dell’amico Antonio Ranieri (Cristiano Caccamo) che, post-mortem, ricostruisce con don Carmine (Alessandro Preziosi) l’intera parabola. Così descritta da Rubini: «La continua tensione del poeta verso la vita si manifesta attraverso una voglia di libertà, di amore e di bellezza, a costo di mettere in discussione ogni ordine costituito, dalla famiglia al conformismo dei suoi contemporanei». L’ordine costituito, la famiglia e il conformismo nemici… Eravamo già in pieno Sessantotto e non lo sapevamo. Sappiamo invece che la pazienza è esaurita.

 

La Verità, 9 gennaio 2024

L’ex iena Mammucari è una belva senza autoironia

Su una cosa, a proposito di Teo Mammucari, Francesca Fagnani ha perfettamente ragione, ed è quando sottolinea una certa schizofrenia dello showman: «Lei è molto ironico, non è autoironico». È una patologia ricorrente tra le star dello spettacolo. Trovare tra i big della televisione, del cinema e della musica qualcuno che resti con i piedi per terra è piuttosto raro. Nel mio piccolo, me ne accorsi alcuni anni fa quando volli intervistare una iena, in qualche modo un collega del nostro caro Teo. Una iena spietata, cinica e irriverente con tutti, e mi furono poste una serie di condizioni. Rimasi stupito: ma come, voi tendete agguati per strada a chiunque per poi lavorare molto di montaggio, e adesso volete rileggere domande e risposte prima della pubblicazione? «Se uno attacca tutti e non sostiene un’intervista…», ha osservato ancora Fagnani durante l’attesa puntata di Belve, smascherando la doppia misura dell’ospite (Rai 2, ore 21,30, 10,6% di share, 1,8 milioni di telespettatori). Il suo stile potrà piacere o no, ma se si accetta di entrare in quello studio, a maggior ragione se ci si autopropone, si sa in anticipo che bisogna stare al gioco, accettare la graticola, qualche punzecchiatura, il ritorno alla luce di vicende rimosse, disporsi a rispondere in tempo reale sul filo dell’autoironia. Invece Teo ha mostrato di non essere a suo agio fin dall’inizio («Quando dici buonasera e benvenuto vuol dire “statte zitto”…»). Come i telespettatori hanno avuto modo di apprezzare in tutti i suoi programmi, non ultimo quel piccolo gioiello che è stato Lo spaesato, nel quale si vestiva da incantatore della brava gente di provincia, Mammucari è un’enciclopedia di sfumature dell’ironia, da quella bonaria a quella piaciona, da quella cinica a quella caustica. Al contrario, ospite di Belve, si è dimostrato un analfabeta dell’autoironia smarrendo subito il suo aplomb perché l’intervistatrice ha iniziato a dargli del lei, a differenza di quanto accadeva dietro le quinte e nei messaggi privati. Ci sta un cambio di registro di fronte a qualche milione di telespettatori. Teo doveva saperlo se, come le buone regole suggeriscono, avesse visto in precedenza il programma. Ma forse le buone regole valgono solo per gli altri.

Post scriptum L’intervista citata da Fagnani che il nostro caro Teo non ricorda è uscita sulla Verità il 21 ottobre 2018 e l’avevamo fatta un paio di giorni prima nel suo prestigioso appartamento all’undicesimo piano di un grattacielo in zona Porta Nuova a Milano, una casa arredata con eleganza e opere d’arte di valore. Ah, ho una testimone molto affidabile…

 

La Verità, 12 dicembre 2024

Altro che «vecchio», il Tg1 batte tutti sui social

Mica male la notizia. Il Tg1 è più social del Tg La7. E anche di una lunga sfilza di programmi della rete di proprietà di Urbano Cairo. Oltre che di Report di Rai 3 che, piazzandosi al secondo posto nella speciale classifica delle «interazioni», risulta la testata rivelazione. È il risultato sorprendente della Top 15 del mese di ottobre elaborata da Sensemakers per Primaonline.it. L’istituto monitora mese per mese le prestazioni di testate giornalistiche, talk show e programmi giornalistici sui diversi social network, testando in due specifiche classifiche il numero di interazioni (reazioni, commenti, condivisioni e like sulle cinque principali piattaforme) e quello di visualizzazioni dei contenuti video (sulle stesse piattaforme tranne TikTok). Ebbene, il tg diretto da Gian Marco Chiocci conquista nettamente la vetta in entrambi le graduatorie. Nella prima, puntando soprattutto su TikTok, totalizza 780.000 interazioni (a settembre erano state la metà) davanti aReport che si ferma a 738.000. Mentre il tg di Enrico Mentana, pur registrando un incremento del 18%rispetto a settembre, si assesta al terzo posto con 710.000 interazioni. Segue, in questa specifica classifica, una serie di programmi di La7, interrotta al nono posto dal Tg3 (193.000 interazioni) e, al dodicesimo, da Fuori dal coro di Mario Giordano (138.000).
Nella graduatoria delle «video views» il Tg1 raggiunge 26,8visualizzazioni distaccando notevolmente il Tg La7 che si aggiudica la seconda piazza con 17,4 milioni. Al terzo posto, In altre parole di Massimo Gramellini (12,6 milioni) che precede Pomeriggio 5 di Myrta Merlino (7,4). La performance del telegiornale della prima rete Rai è, dunque, completa e sorprendente, perché smentisce il luogo comune che lo dipinge come una testata rivolta a un pubblico anziano e passivo. In realtà, appurato che in ottobre partono tutti i programmi della stagione tv e che le varie testate elevano almassimo regime il funzionamento dell’attività destinata ai social media, va riconosciuta anche l’attenzione riservata dal tg di Chiocci agli spettacoli, al costume e allo sport, tutti contenuti destinati a una seconda vita social.

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Lunedì sera intervista al premier Giorgia Meloni ha consentito a Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4 di superare il 6% di share (media di 900.000 telespettatori), distaccando sia La torre di Babele di Corrado Augias (La7: 4,6%, 818.000), sia Lo stato delle cose di Massimo Giletti (Rai 3: 4,2%, 700.000) nella sempre più affollata serata d’inizio settimana.

 

La Verità, 5 dicembre 2024

Intrighi, spie e terroristi: riecco l’action movie

Durante un evento all’ambasciata britannica a Parigi, ospite d’onore il ministro della Difesa francese (Nathan Willcocks), un gruppo di terroristi fa scattare la vendetta dell’ex capo della Legione straniera Jason Pearce (Sean Harris). È la prima scena di Attacco al potere – Paris has fallen, spin off seriale della saga cinematografica con Gerard Butler (in preparazione un quarto film), prodotto da Studiocanal e diffuso da Canal+ con ottimi ascolti (lunedì sera su Italia 1 i primi due episodi hanno ottenuto il 6,2% di share con 1,2 milioni di telespettatori). Senza tanti preamboli, ci si trova nel vortice di uno spettacolare action movie adatto a un pubblico adulto, che intreccia agenti segreti dalla doppia vita, terrorismo e politici mediamente corrotti.

Per i sei anni in cui è stato nelle carceri dei talebani, lo spietato Pearce ha pensato solo a cosa avrebbe fatto, una volta uscito, a quelli che l’hanno abbandonato nelle mani dei torturatori: «E ora sono uscito», annuncia minaccioso. L’intervento di Vincent Taleb (Tewfik Jallab), guardia del corpo del ministro, e di Zara Taylor, (Ritu Arya), agente dell’Mi6 sotto copertura, riesce a sventare il blitz e a mettere in salvo il politico. Solo momentaneamente, però, perché la rappresaglia del nucleo terroristico attua un piano alternativo ancora più cinico, rapendo la figlia e imponendo un ultimatum definitivo. Parigi è sotto assedio e i cecchini mettono nel mirino altri politici e ambigui affaristi, costringendo il presidente della Repubblica Juliette Levesque (Emmanuelle Becort), che ha una relazione nascosta con Taleb, a diramare un appello alla nazione. Anche Zara Taylor ha nella liaison con la tossicodipendente Théa (Camille Rutherford) una non trascurabile complicazione privata. Alla guardia del corpo francese e all’agente segreta inglese non resta che allearsi, anche contro l’insidia di una talpa annidata nella squadra.

Realizzata con robusto impegno di budget, sebbene per il genere action risulti più adatta la visione sequenziale, la serie in otto episodi appare ben ritagliata sul pubblico maschile e mediamente giovane di Italia 1.

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Sarà stato l’eccesso di familiarità a consigliare a Fabio Fazio di non chiedere a Jovanotti, nell’ultimo Che tempo che fa, che cosa pensi dell’elezione di Donald Trump, della fuga di alcuni suoi colleghi da X e persino della Chiesa ai tempi di papa Francesco? Chissà. Tutti argomenti su cui nell’intervista al Corriere della Sera il cantautore ha espresso vedute, come dire, poco mainstream. A volte, anche gli amici hanno opinioni divergenti.

 

La Verità, 4 dicembre 2024

Verdone nel vortice dei folli senza centro di gravità

La terza stagione di Vita da Carlo, da qualche giorno disponibile su Paramount+, radicalizza le scelte migliori delle due precedenti. Stavolta, dopo aver rinunciato a fare il sindaco di Roma e a dirigere finalmente un film d’autore, Carlo Verdone accetta di dirigere e condurre il Festival di Sanremo. Idea che paga lo scotto alla prevedibilità e all’overdose di promozione dell’evento reale cosicché ci vogliono un paio di episodi per superare l’iniziale scetticismo. I tentativi di Roberto D’Agostino e del super manager Thomas (Giovanni Esposito) di dissuadere Carlo dall’accettare una sfida tanto impervia s’infrangono con la sua voglia di mettersi in gioco e soprattuto con la sua incapacità a dire di no. Anche in famiglia sono perplessi, ma sebbene tutti gli vogliano bene, un po’ se n’approfittano, come si dice. E allora il nostro eroe antieroe, il motore immobile della giostra, il centro del frullatore, assediato da improbabili richieste, precipita nel vortice delle fissazioni della varia umanità che lo circonda.

La genialità della sitcom è mettere in scena le perversioni quotidiane del nostro tempo, la ludopatia, il complottismo, la mercificazione del sesso, la militanza ambientalista, il politicamente corretto: circostanze che assolutizzano un particolare dimenticando il tutto, rappresentate da un campionario di sciroccati privo di centro di gravità nel quale c’è posto anche per la presa in giro degli autori e dei giornalisti tv. Ma lo fa con mano leggera e sguardo privo di moralismi, volto a evidenziare la vera vittima della situazione, quel buon senso che, a fatica e senza risparmiare in generosità, Carlo tenta di ripristinare, non sempre riuscendoci. Perché, alla fine, insieme al buon senso, la vera vittima è lui stesso, prigioniero della sua bonarietà. La trama è così ben definita che, nei dieci episodi di venti minuti l’uno, c’è spazio anche per il racconto per sole immagini o per dialoghi efficaci grazie alla scrittura e alle molte partecipazioni di star nel ruolo di loro stessi, da Maccio Capatonda a Ema Stokholma, da Gianna Nannini a Gianni Morandi a Zucchero. In fondo, «la vita, per buona parte, è tutta una commedia».

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Sarà pure uno spot di due ore, un santino o una grande operazione di marketing cinematografico, ma intanto domenica scorsa Ennio Doris – C’è anche domani tratto dall’autobiografia del banchiere fondatore di Mediolanum che nel 2011 rimborsò di tasca propria 11.000 risparmiatori che avevano investito in titoli Lehman Brothers, ha conquistato il 14% di share con 2,4 milioni di telespettatori vincendo la gara degli ascolti.

 

La Verità, 29 novembre 2024

Amadeus, Insinna e quelle integrazioni difficili

Il primo verdetto è arrivato: più che elevare lui il Nove a tv generalista è la rete ad aver normalizzato Amadeus. Almeno, stando alla sospensione anticipata di Chissà chi è il prossimo 21 dicembre. Onore al realismo dell’ex direttore artistico di Sanremo: inutile incaponirsi, aveva ammesso un mese fa intervistato da Rtl 102,5. Come si era ipotizzato, il format dei Soliti ignoti si è appiattito sui livelli di Cash or trash che, infatti, lo rimpiazzerà con le sue repliche. Si è assestata, invece, tra il 6 e il 7% (attorno al milione di telespettatori), La Corrida, nella serata affollata del mercoledì. Per la primavera Amadeus prepara uno show e un programma per l’access primetime. Che riflessione trarre dalla battuta d’arresto del suo primo tentativo? «Non sono un pifferaio magico», aveva concesso lui sempre in quell’intervista, e l’ ammissione illumina altre situazioni. Perché, tranne poche eccezioni, nessun conduttore lo è. Le eccezioni, come già detto, sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio, conduttori orientati, che si rivolgono a una community consolidata che si identifica nella loro tv. Per il resto, i diversi pubblici, o target, vanno rispettati. Cambiare rete per un conduttore è un po’ come cambiare testata per un giornalista: assai improbabile che chi ti leggeva su un quotidiano continui a farlo in un altro, tanto più se di orientamento diverso. A conferma ci sono i dati modestissimi di Famiglie d’Italia, il preserale di Flavio Insinna su La7. Doveva fare da traino al tg, invece è lui quello da rivitalizzare. Il pubblico del canale di proprietà di Urbano Cairo, una rete all talk show schierati, come può recepire il più mammone dei conduttori di varietà? Altre controprove: la fatica ad avvicinare il 5% di share di Massimo Giletti su Rai 3. E, riavvolgendo un po’ il nastro, la difficile tenuta di Bianca Berlinguer su Rete 4. Pochi cambi di rete riescono col buco. Perché, anche in tv, certe integrazioni forzate stentano. E fanno pensare ai rimpatri.

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Scintille tra Marco e Lilli. Gustoso scambio di battute a Otto e mezzo tra Marco Travaglio e Dietlinde Gruber sul patriarcato: «Anche tu sei nella lista con Cacciari e Bocchino», lo ha stigmatizzato la padrona di casa. «In quale lista mi avete messo stavolta? Mi pare che si fa una certa confusione tra paternalismo, patriarcato e maschilismo», ha replicato Travaglio. Lilli: «La differenza è molto chiara». Marco: «Comunque, saremo ancora liberi di dire quello che pensiamo, siamo invitati qua per questo». Lilli: «Perché, vi sembra di non essere liberi?». Marco: «Ho sentito parlare di liste…».

 

La Verità, 22 novembre 2024