Chissà perché non si fa Tutto chiede salvezza 3

Incuriosisce parecchio quale possa essere la motivazione della rinuncia a produrre la terza stagione di Tutto chiede salvezza, la serie di Netflix la cui prima edizione, era stata tratta nel 2022 dall’omonimo romanzo autobiografico (Premio Strega Giovani 2020) di Daniele Mencarelli. La notizia è arrivata da Francesco Bruni con un post sul suo profilo Instagram: «Rispondo alle vostre innumerevoli domande per dirvi che purtroppo non ci sarà una terza stagione di #tuttochiedesalvezza. Noi scivoliamo con discrezione dietro il sipario come Matilde, ringraziando voi, che ci avete accompagnato e sostenuto con continuo, incredibile affetto», scrive il regista e sceneggiatore, esprimendo gratitudine anche al produttore Picomedia e a Netflix Italia che ha diffuso le due stagioni. Insomma, un fulmine a cielo terso che ha colto di sorpresa tutti, non ultimo lo stesso Mencarelli. Dopo il successo di pubblico e di critica della prima stagione che narrava il ricovero nel reparto di psichiatria di un ospedale romano di Daniele (Federico Cesari), e l’intenso rapporto che s’instaurava tra lui, gli altri pazienti e il personale sanitario, anche la seconda stagione – realizzata con lo stesso cast tecnico e con l’innesto in quello artistico di Drusilla Foer (Matilde) e Valentina Romani (Angelica) – ha avuto ottimi riscontri, debuttando al secondo posto e permanendo a lungo nella top dieci della piattaforma. Anche questi nuovi episodi contenevano momenti poetici e di vera commozione. E, a far intendere che ci sarebbe stato un seguito, il finale lasciava aperti diversi interrogativi sul futuro dei protagonisti. Daniele sarebbe tornato con la compagna (Fotinì Peluso) o avrebbe proseguito la storia con Angelica? Matilde avrebbe trovato serenità o sarebbe stata risucchiata dalla disperazione. E Alessandro (Alessandro Pacioni) avrebbe finalmente ripreso a camminare? «Noi sceneggiatori lo sappiamo, e chissà che un domani non troveremo il modo di raccontarlo, speriamo non al bar», conclude Bruni, lasciando aperta la possibilità che qualche altro editore si faccia avanti.

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Dopo gli esigui ascolti anche di giovedì scorso (1,2% e 206.000 telespettatori), stasera andrà in onda l’ultima puntata dell’Altra Italia di Antonino Monteleone. È l’ennesima vittima del giovedì sera di Rai 2, una specie di Triangolo delle Bermude della tv, dove negli anni si sono inabissati Popolo sovrano di Alessandro Sortino, Seconda linea con Francesca Fagnani e Alessandro Giuli e Che c’è di nuovo con Ilaria D’Amico. Monteleone tornerà in primavera con un nuovo programma in seconda serata.

 

La Verità, 31 ottobre 2024

Chi era l’uomo Mike dietro Mister televisione

Mica le sapevamo tutte queste cose su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, in arte Mike, e solo Mike anche nel titolo della serie che le rivela essendo tratta da La versione di Mike, scritta a quattro mani nel 2007 con il figlio Nicolò. Un’autobiografia-miniera che racconta dall’infanzia a New York con i genitori che si separano all’arrivo a Torino, poi i primi approcci al giornalismo quando ancora si chiamava Michael Bongiorno (interpretato da Elia Nuzzolo), lo scoppio della guerra e la scelta di entrare nella Resistenza non da comunista, come precisa, il carcere a San Vittore e il lager, il ritorno a New York e le prime corrispondenze per The Voice of America fino alla chiamata in Rai di Vittorio Veltroni che gli suggerisce di semplificare il nome in Mike (Rai 1, lunedì ore 20,40 i primi due episodi al 19,5% di share con 3,4 milioni di spettatori).

L’escamotage narrativo della miniserie è un’intervista dell’affermatissimo, ma schivo, presentatore di Rischiatutto (ora impersonato da Claudio Gioè) a Sebastiano Sampieri (Paolo Pierobon), unica figura di fantasia della storia. Il dialogo scava ben oltre l’immagine pubblica del personaggio pop del proverbiale «Allegria!», oggetto di una fenomenologia antipatizzante di Umberto Eco quando Mike calcava gli studi della Rai, nata nel 1954, da sette anni appena. Perciò, le due serate vanno in onda in un tripudio di anniversari: un secolo dalla nascita del protagonista (26 maggio 1924) e dal varo della radio, dove iniziò, e settant’anni dal debutto della Rai. Eppure, Mike Bongiorno non è solo Mister televisione, iniziatore sia del servizio pubblico che della tv commerciale (ricominciando da TeleMilano), ma un uomo con un’intensa vita privata che voleva preservare. «A me piace parlare del mio lavoro, non di me», dice a Daniela Zuccoli (Valentina Romani), futura moglie, spiegando la riluttanza a concedere quella famosa intervista. E ancora, a Sampieri: «Non esageriamo con il Bongiorno a cuore aperto».
Diretto da Giuseppe Bonito, con Tomas Arana nella parte del padre, e Clotilde Sabatino in quella della madre, il biopic si avvale dell’interpretazione imitativa di Gioè, molto credibile nel riproporre mimica e parlata cadenzata di Mike. Una scelta per farlo sentire più vicino al grande pubblico che l’ha seguito per tanti anni.

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Nella serata di prima programmazione su Sky Atlantic, il terzo e quarto episodio della serie a-ideologica Hanno ucciso l’uomo ragno hanno conquistato 603.000 telespettatori con un incremento del 30% assoluto rispetto ai primi due, già record di ascolti per le serie Sky degli ultimi otto anni.

 

La Verità, 23 ottobre 2024

Una zattera di marginali in cerca di un’àncora

È la serie più commovente e tra le meglio recitate del momento, la seconda stagione di Tutto chiede salvezza visibile su Netflix, prodotta da Picomedia, diretta da Francesco Bruni, sceneggiata da Daniele Mencarelli, autore del romanzo autobiografico (Premio Strega Giovani del 2020) cui è liberamente ispirata (soprattutto la prima stagione). Dopo le dimissioni dal reparto dell’ospedale psichiatrico dov’era stato ricoverato in Tso per aver picchiato il padre, ritroviamo Daniele (Federico Cesari) alle prese con la causa con Nina (Fotinì Peluso) per l’affidamento di Maria, la figlia di pochi mesi. Per di più, dopo gli studi da infermiere, torna per un tirocinio di cinque settimane nel reparto dov’era stato paziente. Vi ritrova il burbero ma buono Pino (Ricky Memphis) ora suo tutor, il dottor Mancino (Filippo Nigro) e la responsabile dell’ospedale (Raffaella Lebboroni), mentre dei vecchi degenti, Giorgio (Lorenzo Renzi) è il giardiniere della clinica, Alessandro (Alessandro Pacioni) sopravvive nel suo stato catatonico e ricompare anche Madonnina (Vincenzo Nemolato). La nuova situazione fa emergere le fragilità perduranti in Daniele, non facilitato nella vita privata dalla preoccupazione dei genitori presso i quali continua a vivere e dal boicottaggio della madre di Nina (Carolina Crescentini)… Tra i nuovi pazienti lo destabilizzano soprattutto il giovane Rachid (Samuel Di Napoli), algerino e promessa incompiuta del calcio, che pretende favori e privilegi a colpi di ricatti, e Matilde (Drusilla Foer), spietata nichilista, frustrata dalla sua controversa condizione e dalla morte di un amante che Daniele le ricorda per la sensibilità e il candore con cui condivide il dolore degli altri. Nel guazzabuglio psico-sentimental-esistenziale di una maturazione incerta c’è spazio per la poesia, passione non segreta di Daniele, e l’incontro con Angelica (Valentina Romani), la figlia di Mario (Andrea Pennacchi), precipitato dalla finestra nella prima stagione. Tutto compone un dramedy che a volte strappa il sorriso e, più spesso, muove alla commozione narrando il vagare di una zattera di marginali alla ricerca di un’àncora salvifica.

Post scriptum Era inevitabile che, dopo l’imbarazzante 0,99% di share (169.000 spettatori) si cambiasse la programmazione (non ancora ridefinita) di L’altra Italia di Antonino Monteleone, per le prime tre puntate trasmesso senza successo il giovedì sera su Rai 2. Più che l’improbo confronto storico con Michele Santoro, qualunque approfondimento piazzato in quel presidiatissimo orario sconta il fatto di arrivare per terzo, dopo due talk show già ben consolidati.

 

La Verità, 20 ottobre 2024

Gli 883 e la noia di provincia che genera sogni

Tutta un’altra storia: leggera e scanzonata, priva di cupezze e lati oscuri. È Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883 e l’aggettivo «leggendaria» squaderna l’ampia gamma di autoironia del racconto. Serie spiazzante fin dal prologo ambientato a fine Ottocento, con citazione del «pavese» Albert Einstein, bocciato a scuola e fonte di delusione massima del severo padre, ma poi Premio Nobel e benefattore dell’umanità intera per i noti motivi. Un secolo dopo si riparte sulle ali del gioco e, soprattutto, della resilienza. Max Pezzali e Mauro Repetto si conoscono sui banchi di scuola di un liceo di Pavia – città rimossa dalle narrazioni ufficiali per quanto è sovrastata dalla metropoli incombente – e, per una fortunata convergenza astrale, assurgono a sognante e travolgente popolarità. Dalla mancata ammissione alla maturità e dalla conseguente estate costellata di sfighe del figlio del fiorista, per punizione gravato dei servizi ai funerali e delle consegne del mattino, compresa quella a una cliente promettente, scaturisce una serie di fatti che lo porteranno a svoltare. Se non fosse successo questo non sarebbe accaduto quest’altro e quest’altro ancora. Unendo i puntini s’intravedono le tracce del destino. A cominciare dall’inaspettato incontro con la più bella e ambita ragazza del villaggio mentre tutti gli amici sono già partiti per il mare. Per proseguire con il compagno di scuola altrettanto impallinato di musica, ma più sfrontato e intraprendente di lui. È l’altra metà del binomio: Max, saputello di punk e rock inglese perfettamente reso nella timidezza e l’impaccio nerd da Elia Nuzzolo, e Mauro, chioma da animatore di villaggio impersonato nella cialtroneria visionaria da Matteo Oscar Giuggioli. Non c’è ancora internet, non ci sono ancora i cellulari, si passa dal pub al palco di quartiere, tra bigiate scolastiche e prove «in tavernetta». Non c’è da combattere l’ansia della Generazione Z, ma la noia della provincia nella coda degli Ottanta, quando i sogni da inseguire non sono qualcosa di programmato a tavolino, ma la conseguenza di una passione coltivata con la semplicità e la spensieratezza degli underdog, degli antidivi, dei provinciali.
La regia è di Sydney Sibilia, la produzione di Groenlandia per Sky Studios, la rete di programmazione Sky Atlantic, (in streaming su Now).

Post scriptum Domenica mattina, la finale del torneo di Shangai tra Jannik Sinner e Novak Djokovic ha interessato 851.000 telespettatori con il 10,21% di share, proiettando Sky Sport Uno al terzo posto assoluto tra le reti più viste, dietro solo a Rai 1 e Canale 5.

 

La Verità, 15 ottobre 2024

Insinna arranca su La7 con i pipponi de sinistra

Stranezze del nostro villaggetto globale. È bastato che Flavio Insinna mettesse le mani sul cornicione per issarsi faticosamente sul pomeriggio di La7 con un quiz per casalinghe che anche lui, il più mammone e pacioccone dei nostri conduttori, si è trasformato in un telemilitante left oriented. Non è passata una settimana dall’esordio che ha già sbertucciato Matteo Salvini dialogando con un concorrente («Fai video su TikTok? Non è che vuoi fare il ministro anche tu? Che poi vai in giro a fare tiktok con i salami?»). E, a seguire, ha calato un paio di pistolotti politicamente corretti come piace alla gente che piace. Prima un pippone antimolestie «perché quando le donne dicono no è no, mi raccomando», a commento della domanda «con quale scusa al primo appuntamento una donna non fa salire un uomo in casa sua?». Poi un altro sull’amore libero, chiosando l’interrogativo su «cosa fa il marito con la moglie per chiudere in bellezza la serata?». «Marito e moglie vanno bene, certo, ma possono essere pure due uomini o due donne che si vogliono bene», si è accorato. Del resto, la rete è moderna e disinibita, il media è il messaggio eccetera.

La vera preoccupazione di Flavietto nostro, però, dall’alto del suo 2% (ieri 2,3 e 321.000 spettatori), è un’altra. Al timone di Famiglie d’Italia, un game americano riadattato da Fremantle in cui due gruppi di cinque parenti devono indovinare le risposte alle domande di un sondaggio, dovrebbe lanciare la serata. «Che cosa fa il pubblico quando guarda in tv un film horror?», era il primo quesito di mercoledì. Chiude gli occhi, accende la luce, o magari si alza e si allontana. E no, anzi sì; a Flavietto sfugge la gaffe cinica: può pure farlo… basta che lasci la televisione accesa, è quella che conta per l’audience. La mission del conduttore-traino viene allo scoperto. Ogni due per tre lo ripete: dopo di noi c’è il tg eh… E allora, davanti a un film horror… il pubblico «cambia canale», si sente in platea. Non lo dica neanche per scherzo, signora, dopo di noi arriva Enrico Mentana, il grande direttore. E a seguire la regina Lilli Gruber. E poi Aldo Cazzullo, prima seconda e terza serata. Come il menù di qualità di un ristorante chic. Radical chic.

Post scriptum Rosicchiando rosicchiando, da un paio di giorni La ruota della fortuna (Canale 5) di Gerry Scotti ha completato la rimonta ed effettuato il sorpasso su Reazione a catena di Pino Insegno: mercoledì scorso 22% di share contro 21,4, anche se il gioco di Rai 1 ha ancora più spettatori. La lotta continua.

 

La Verità, 11 ottobre 2024

Mammucari spaesato ci mostra un’Italia rimossa

Accontentiamoci, non si può avere tutto dall’invenzione e dall’artigianato televisivo. Perciò, se Lo spaesato, il nuovo programma di Teo Mammucari in onda il lunedì su Rai 2, non è un’idea originale, pazienza: non formalizziamoci sul format danese Comedy on the edge, adattato da Stand by me. Prendiamo il buono che, per una volta, c’è (5,2%, 900.000 telespettatori). Tanto per cominciare, si tratta di un comedy people, come dicono quelli che la sanno lunga, esemplare unico nelle italiche televisioni. C’è la provincia profonda e abitualmente ignorata dai media. E poi c’è lui, Teo, tornato in gran forma nel ruolo di mattatore incontrastato dello show. Mammucari ha una sintassi tutta personale, basata sul continuo fare e disfare, sul trasgredire e riallinearsi, senza dover mediare con altre presenze che gli contendono la scena. Qui fa l’imbonitore di platee, l’incantatore della brava gente di paese. Dopo Agropoli, Ostra e Sonnino eccoci ad Acerenza, borgo a 800 metri della provincia di Potenza, luogo natio della madre e della nonna. Ma lungi dall’insistere sulle sue proprie origini, con la barba di quattro giorni Teo erra tra il pastore di capre di montagna, il «cassamortaro», il custode di leggende locali (la figlia di Dracula sarebbe sepolta in un sarcofago della cattedrale), l’allevatore di pregiatissimi alpaca, la ballerina stagionata e logorroica che lo introduce nella palestra dove si ritrova mezza Acerenza per la gara all’ultimo valzer. Gli approcci in strada, le gag, le improvvisate e qualche carrambata nostrana vengono riproposte nel teatrino e chiosate dalla mimica del mattatore e dalla chiamata sul palco dei paesani, protagonisti inaspettati e autoironici. Da ritagliare il duetto con il pensionato dell’Italgas sulla neolingua digitale: cos’è lo smart working, cosa vuol dire «taggare»? Si ride sano, senza irridere o deridere. Mammucari diluisce piccole dosi di cinismo in un preparato di partecipazione e benevolenza. Alla fine, pur senza intenti programmatici e ridondanze ideologiche, non si può non pensare quanto questa «altra Italia» sia distante dai panel dei sondaggi e dalle analisi dei grandi opinionisti su cui ci documentiamo quotidianamente.

Post scriptum Lunedì Flavio Insinna ha debuttato su La7 con il nuovo game Famiglie d’Italia, tratto da Family Feud, un format americano inaugurato nel lontano 1976 e rivisitato per l’Italia da Fremantle. Il quiz basato su sondaggi d’opinione, che dovrebbe fare da «traino» al tg, ha interessato 378.000 telespettatori con il 2,6% di share.

 

La Verità, 9 ottobre 2024

Ballando con la D’Urso fra commedia e realtà

Che farà e dirà Barbara D’Urso dopo un anno e mezzo di esilio dalla tv? Sapientemente dosata e centellinata in tutta la serata, ricompare su Rai 1, a Ballando con le stelle, programma rivale di Tu sì que vales di Maria De Filippi, sorprendentemente battuto otto giorni fa (ma sabato si è preso la rivincita per un punto di share: 25,4 a 24,4 per cento di share). Già nella prima pillola la desaparecida si toglie un sassolone dalle décolleté: adesso che sono fuori dalla tv, in tv è sparito il trash. Il secondo ciottolo spunta quando, parlando dell’attrazione per la danza, dichiara che il sabato guarda Ballando, «dico davvero», una scuola, una seduzione. Si vedono le foto di lei in tutù alle lezioni, accompagnata dalla mamma fino alla sua prematura scomparsa e, con questa, addio pure alla danza. Il vero macigno rotola prima dell’esibizione da ballerina per una notte: dopo anni di armonia nella coppia, la rottura per decisione unilaterale infrange il sodalizio di successo (polemiche e infortuni). Il bersaglio mai nominato è Pier Silvio Berlusconi.
Ma a Ballando con le stelle si balla e la moglie ripudiata se la cava a passo di salsa e bachata, prima dell’atteso confronto con l’acerrima Selvaggia Lucarelli, celata dietro il suo stesso cartonato. Tra rivelazioni annunciate, messaggi trasversali e silenzi ammiccanti lei è la Maria Teresa Boccia dello show. Che continui a ballare e smetta di presentare. Ma la vittima si ribella e butta lì che prima o poi tornerà. Essendo anche commedia, nel reality di Milly Carlucci molto si recita e non solo dalle parti della giuria. Lucarelli è la strega cattiva, Guglielmo Mariotto e Fabio Canino sono i cicisbei di corte, Carolyn Smith la preside(nte), Ivan Zazzaroni interpreta sé stesso riccioli compresi, Alberto Matano in versione Village People. Tra i concorrenti, Luca Barbareschi è un agnellino languido, Sonia Bruganelli l’antipatica di professione. Nella commedia, quella più nella parte è la ribelle al ruolo di capro espiatorio. Si vede che l’ha studiata parecchio. Nella realtà, la cessazione del rapporto con Mediaset è il primo atto di emancipazione di Pier Silvio dal padre. Altri ne sono seguiti.

Post scriptum Intervistato dal Corriere della Sera, Fabio Fazio ammette e omette. Ammette, finalmente, che il meglio del suo programma è il Tavolo, «vero jazz televisivo», omaggio ad Arbore. Omette, tra le persone con cui ha lavorato, il nome di Carlo Freccero, savonese anch’egli, cui deve Quelli che il calcio e Anima mia; e, tra coloro che non gli «hanno rinnovato il contratto», il nome di Carlo Fuortes. Scherzi della memoria.

 

La Verità, 7 ottobre 2024

Come trattare i drammi della «nera» con rispetto

Infanticidio. Mauro Grimoldi, psicologo giuridico e autore di Dieci lezioni sul male: i crimini degli adolescenti (Raffaello Cortina Editore), ha appena pronunciato questa parola, quando il campanello di Porta a Porta annuncia l’ingresso in studio di Claudia Roffino, autrice a sua volta (con Barbara Di Clemente) di un altro libro, intitolato Una vita in dono (99 Edizioni), nel quale ha raccontato la sua storia di persona adottata poco dopo la nascita. Argomento della conversazione era la «violenza immotivata» di cui sono protagonisti adolescenti e giovani, dal caso del diciassettenne di Paderno Dugnano che ha sterminato genitori e fratello, a quello di Chiara, la ventiduenne di Traversetolo che dopo aver partorito, si dice da sola, due neonati, li ha soppressi e occultati nel giardino di casa. Oltre a Grimoldi, c’erano la psicologa giuridica Anna Maria Giannini, Pino Rinaldi, l’autore e inviato di Chi l’ha visto? cui nel novembre 1998 Ferdinando Carretta confessò di aver ucciso i genitori e il fratello, Concita Borrelli, cronista e consulente del programma, e Umberto Brindani, direttore di Gente, il settimanale che ha intervistato il compagno di Chiara. In pochi minuti di testimonianza, Roffino ha offerto una nuova prospettiva ai presenti, spiegando l’opportunità offerta dal «parto in anonimato» affinché una vita possa essere accolta, precisando che quello della sua madre biologica non è stato un atto di abbandono perché l’ha affidata alle istituzioni affinché qualcun altro la crescesse e, ancora – pur dicendo di non aver avvertito il bisogno di cercarla – sottolineando che la vera persona sola non era lei, bensì la donna che l’aveva generata. Un racconto che ha segnato la discussione, poi virata sugli altri delitti «immotivati» di questi giorni, perpetrati da ragazzi minorenni. Un tema che interroga alla radice la civiltà che stiamo costruendo e che non può certo esaurirsi al primo talk show. Un dramma, per addentrarsi nel quale sono necessarie la sensibilità umana e la padronanza professionale che, sia Vespa che i suoi ospiti, lontani da ogni morbosità, hanno mostrato di avere. Impressionante, a seguire, il reportage sui sottopassi degradati di Roma, teatri di stupri e violenze, con annesso appello del conduttore al sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Post scriptum Occupandosi dei lati oscuri della morte di Amedeo Matacena e dell’omicidio di Maria Campai, la donna uccisa nel box da un diciassettenne reo confesso a Viadana, Chi l’ha visto? del 2 ottobre ha avuto su Rai 3 1,7 milioni di telespettatori e l’11,1%, a un punto di share dalle reti ammiraglie di Rai e Mediaset.

 

La Verità, 4 ottobre 2024

Con Lo stato delle cose Giletti gioca d’anticipo

Porte girevoli in televisione. Per un Amadeus che se ne va lamentando l’assenza di affetto di matrigna Rai c’è un Massimo Giletti che vi fa ritorno sottolineando di averla sempre considerata «casa mia», e questo vabbè. Più significativo un altro accenno: «Adesso dietro la telecamera 2 c’è un signore che si chiama Anthony (inquadratura), ma quando feci il mio primo programma, dietro quella telecamera c’era suo padre. Questa è la bellezza di tornare in Rai». Il nuovo inizio di Giletti nella tv pubblica, dopo la parentesi a La7 e i primi approcci con alcuni speciali, è nel lunedì sera di Rai 3, non la domenica contro Fabio Fazio né il martedì, già saturo di talk show. E forse non è solo una scelta di ripiego perché, piazzato a inizio settimana, può costringere la concorrenza ad agire di rimessa.
Anche il titolo, Lo stato delle cose, nasconde l’ambizione di fornire notizie e nozioni affinché il pubblico si faccia la propria opinione. Un’ambizione che sfiora l’equidistanza e l’«oggettività» (virgolette obbligatorie), proposte attraverso faccia a faccia con gli ospiti e confronti fra posizioni diverse (lunedì, ore 21,25, share del 5,4%, 840.000 telespettatori). L’incipit è affidato all’intervista a Matteo Renzi sul futuro dell’alleanza di centrosinistra. Sarà campo largo o campo santo? E come risponde a Giuseppe Conte che l’ha definito una tigre di carta, come Mao Tse Tung descrisse gli avversari della rivoluzione? Giletti ha il pregio di porre le domande che porrebbe ai politici la gente comune. E un altro pregio ha mostrato, l’altra sera, interrompendo il dialogo con il senatore di Rignano per non perdere di vista l’attualità e aggiornare sulla situazione al confine con il Libano con l’inviato Daniele Piervincenzi. Vivace anche lo scambio fra il generale Roberto Vannacci e l’«attivista» Francesca Pascale, esageratamente aggressiva con l’eurodeputato («Non si deve permettere questi sorrisini…»; «Io sorrido quanto mi pare»): entrambi molto ipotetici fondatori di nuovi partiti. Quando è entrato in studio Michael Cohen, grande accusatore di Donald Trump nel caso dell’ex pornostar Stormy Daniels, ci si è chiesti se Giletti si stia spostando a sinistra. Per ora, ricordando che siamo comunque su Rai 3, non sembra che il suo approfondimento sia un’altra fumeria d’oppio o l’ennesima palestra antigovernativa. Vedremo.

Post scriptum Lunedì sera, dopo un accenno di ripresa nel fine settimana, sul Nove Chissà chi è di Amadues è riprecipitato al 2,8% (590.000 spettatori). Il motivo? Forse l’edizione straordinaria del Tg1 dedicata alle notizie provenienti dal Medio Oriente. Forse.

 

La Verità, 2 ottobre 2024

Amadeus trascinerà il Nove o il Nove livellerà lui?

C’è parecchia euforia negli studi di Via Belli a Milano, da dove va in onda Chissà chi è per l’esordio sul Nove di Amadeus transfuga dalla Rai, una mamma non abbastanza affettuosa (parole sue) per trattenerlo a parità di super offerta. Qui, invece, nel clima galvanizzante della nuova rete, il pubblico scatta in piedi per applaudire il conduttore e le concorrenti del gioco. E appena spunta la prima «identità», un dj men che adolescente, per metterlo alla prova «facciamo entrare la consolle, perché qui al Nove abbiamo tutto». Euforia e ottimismo. Purtroppo, le cose non sono andate come il conduttore e la dirigenza di Warner Bros. Discovery speravano. Il 5,2% di share e 926.000 telespettatori (8,8% e 1,6 milioni in simulcast, la visione contemporanea su tutte le reti Discovery) sono un risultato poco confortante. Certo, si dirà, bisogna dare tempo al format e allo stesso Amadeus di creare la cosiddetta fidelizzazione in una rete non abituata a un conduttore molto generalista. Tuttavia, nonostante la preferenza della piattaforma per i target commerciali, i dubbi rimangono. Suffragati anche dal risultato modesto di Suzuki music party, presentato come evento d’inizio stagione con un cast «larghissimo» (da Emis Killa a Ornella Vanoni, da Lazza  a Fiorella Mannoia) promosso anche dall’incursione di Ilenia Pastorelli («sbrigamose che dopo ariva er bello»), co-conduttrice della seratona registrata il 17 settembre all’Allianz cloud di Milano che, forse penalizzato dalla contemporaneità del derby milanese, ha raccolto appena il 4,6% di share e 628.000 spettatori (7,1% e 968.000 in simulcast).

Chissà chi è è il programma gemello dei Soliti ignoti, sempre prodotto da Endemol Shine Italy (gruppo Banijay) e riproposto con piccole variazioni rispetto all’originale, come il maggiore coinvolgimento del «parente misterioso», nell’intento di aumentare la suspense del gioco. Proprio su questo terreno, il format paga una minor immediatezza rispetto ad Affari tuoi – che per altro Stefano De Martino sta rinnovando (vedi l’ingresso del sosia di Fazio) – più diretto nel crescendo che porta al climax finale.

In conclusione, vista l’esiguità del test, si può solo abbozzare una timida domanda. Considerato il palinsesto del Nove, in cui le presenze significative sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio (entrambi sostenuti dalle loro community), sarà il conduttore reduce dal trionfante quinquennio di Festival di Sanremo a trascinare verso l’alto il resto della rete (magari allestendo una sorta di Controfestival), o al contrario, saranno programmi come Cash or trash a standardizzarlo su un livello di più contenuta rilevanza?

 

La Verità, 25 settembre 2024