Ballando con la D’Urso fra commedia e realtà

Che farà e dirà Barbara D’Urso dopo un anno e mezzo di esilio dalla tv? Sapientemente dosata e centellinata in tutta la serata, ricompare su Rai 1, a Ballando con le stelle, programma rivale di Tu sì que vales di Maria De Filippi, sorprendentemente battuto otto giorni fa (ma sabato si è preso la rivincita per un punto di share: 25,4 a 24,4 per cento di share). Già nella prima pillola la desaparecida si toglie un sassolone dalle décolleté: adesso che sono fuori dalla tv, in tv è sparito il trash. Il secondo ciottolo spunta quando, parlando dell’attrazione per la danza, dichiara che il sabato guarda Ballando, «dico davvero», una scuola, una seduzione. Si vedono le foto di lei in tutù alle lezioni, accompagnata dalla mamma fino alla sua prematura scomparsa e, con questa, addio pure alla danza. Il vero macigno rotola prima dell’esibizione da ballerina per una notte: dopo anni di armonia nella coppia, la rottura per decisione unilaterale infrange il sodalizio di successo (polemiche e infortuni). Il bersaglio mai nominato è Pier Silvio Berlusconi.
Ma a Ballando con le stelle si balla e la moglie ripudiata se la cava a passo di salsa e bachata, prima dell’atteso confronto con l’acerrima Selvaggia Lucarelli, celata dietro il suo stesso cartonato. Tra rivelazioni annunciate, messaggi trasversali e silenzi ammiccanti lei è la Maria Teresa Boccia dello show. Che continui a ballare e smetta di presentare. Ma la vittima si ribella e butta lì che prima o poi tornerà. Essendo anche commedia, nel reality di Milly Carlucci molto si recita e non solo dalle parti della giuria. Lucarelli è la strega cattiva, Guglielmo Mariotto e Fabio Canino sono i cicisbei di corte, Carolyn Smith la preside(nte), Ivan Zazzaroni interpreta sé stesso riccioli compresi, Alberto Matano in versione Village People. Tra i concorrenti, Luca Barbareschi è un agnellino languido, Sonia Bruganelli l’antipatica di professione. Nella commedia, quella più nella parte è la ribelle al ruolo di capro espiatorio. Si vede che l’ha studiata parecchio. Nella realtà, la cessazione del rapporto con Mediaset è il primo atto di emancipazione di Pier Silvio dal padre. Altri ne sono seguiti.

Post scriptum Intervistato dal Corriere della Sera, Fabio Fazio ammette e omette. Ammette, finalmente, che il meglio del suo programma è il Tavolo, «vero jazz televisivo», omaggio ad Arbore. Omette, tra le persone con cui ha lavorato, il nome di Carlo Freccero, savonese anch’egli, cui deve Quelli che il calcio e Anima mia; e, tra coloro che non gli «hanno rinnovato il contratto», il nome di Carlo Fuortes. Scherzi della memoria.

 

La Verità, 7 ottobre 2024

Come trattare i drammi della «nera» con rispetto

Infanticidio. Mauro Grimoldi, psicologo giuridico e autore di Dieci lezioni sul male: i crimini degli adolescenti (Raffaello Cortina Editore), ha appena pronunciato questa parola, quando il campanello di Porta a Porta annuncia l’ingresso in studio di Claudia Roffino, autrice a sua volta (con Barbara Di Clemente) di un altro libro, intitolato Una vita in dono (99 Edizioni), nel quale ha raccontato la sua storia di persona adottata poco dopo la nascita. Argomento della conversazione era la «violenza immotivata» di cui sono protagonisti adolescenti e giovani, dal caso del diciassettenne di Paderno Dugnano che ha sterminato genitori e fratello, a quello di Chiara, la ventiduenne di Traversetolo che dopo aver partorito, si dice da sola, due neonati, li ha soppressi e occultati nel giardino di casa. Oltre a Grimoldi, c’erano la psicologa giuridica Anna Maria Giannini, Pino Rinaldi, l’autore e inviato di Chi l’ha visto? cui nel novembre 1998 Ferdinando Carretta confessò di aver ucciso i genitori e il fratello, Concita Borrelli, cronista e consulente del programma, e Umberto Brindani, direttore di Gente, il settimanale che ha intervistato il compagno di Chiara. In pochi minuti di testimonianza, Roffino ha offerto una nuova prospettiva ai presenti, spiegando l’opportunità offerta dal «parto in anonimato» affinché una vita possa essere accolta, precisando che quello della sua madre biologica non è stato un atto di abbandono perché l’ha affidata alle istituzioni affinché qualcun altro la crescesse e, ancora – pur dicendo di non aver avvertito il bisogno di cercarla – sottolineando che la vera persona sola non era lei, bensì la donna che l’aveva generata. Un racconto che ha segnato la discussione, poi virata sugli altri delitti «immotivati» di questi giorni, perpetrati da ragazzi minorenni. Un tema che interroga alla radice la civiltà che stiamo costruendo e che non può certo esaurirsi al primo talk show. Un dramma, per addentrarsi nel quale sono necessarie la sensibilità umana e la padronanza professionale che, sia Vespa che i suoi ospiti, lontani da ogni morbosità, hanno mostrato di avere. Impressionante, a seguire, il reportage sui sottopassi degradati di Roma, teatri di stupri e violenze, con annesso appello del conduttore al sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Post scriptum Occupandosi dei lati oscuri della morte di Amedeo Matacena e dell’omicidio di Maria Campai, la donna uccisa nel box da un diciassettenne reo confesso a Viadana, Chi l’ha visto? del 2 ottobre ha avuto su Rai 3 1,7 milioni di telespettatori e l’11,1%, a un punto di share dalle reti ammiraglie di Rai e Mediaset.

 

La Verità, 4 ottobre 2024

Con Lo stato delle cose Giletti gioca d’anticipo

Porte girevoli in televisione. Per un Amadeus che se ne va lamentando l’assenza di affetto di matrigna Rai c’è un Massimo Giletti che vi fa ritorno sottolineando di averla sempre considerata «casa mia», e questo vabbè. Più significativo un altro accenno: «Adesso dietro la telecamera 2 c’è un signore che si chiama Anthony (inquadratura), ma quando feci il mio primo programma, dietro quella telecamera c’era suo padre. Questa è la bellezza di tornare in Rai». Il nuovo inizio di Giletti nella tv pubblica, dopo la parentesi a La7 e i primi approcci con alcuni speciali, è nel lunedì sera di Rai 3, non la domenica contro Fabio Fazio né il martedì, già saturo di talk show. E forse non è solo una scelta di ripiego perché, piazzato a inizio settimana, può costringere la concorrenza ad agire di rimessa.
Anche il titolo, Lo stato delle cose, nasconde l’ambizione di fornire notizie e nozioni affinché il pubblico si faccia la propria opinione. Un’ambizione che sfiora l’equidistanza e l’«oggettività» (virgolette obbligatorie), proposte attraverso faccia a faccia con gli ospiti e confronti fra posizioni diverse (lunedì, ore 21,25, share del 5,4%, 840.000 telespettatori). L’incipit è affidato all’intervista a Matteo Renzi sul futuro dell’alleanza di centrosinistra. Sarà campo largo o campo santo? E come risponde a Giuseppe Conte che l’ha definito una tigre di carta, come Mao Tse Tung descrisse gli avversari della rivoluzione? Giletti ha il pregio di porre le domande che porrebbe ai politici la gente comune. E un altro pregio ha mostrato, l’altra sera, interrompendo il dialogo con il senatore di Rignano per non perdere di vista l’attualità e aggiornare sulla situazione al confine con il Libano con l’inviato Daniele Piervincenzi. Vivace anche lo scambio fra il generale Roberto Vannacci e l’«attivista» Francesca Pascale, esageratamente aggressiva con l’eurodeputato («Non si deve permettere questi sorrisini…»; «Io sorrido quanto mi pare»): entrambi molto ipotetici fondatori di nuovi partiti. Quando è entrato in studio Michael Cohen, grande accusatore di Donald Trump nel caso dell’ex pornostar Stormy Daniels, ci si è chiesti se Giletti si stia spostando a sinistra. Per ora, ricordando che siamo comunque su Rai 3, non sembra che il suo approfondimento sia un’altra fumeria d’oppio o l’ennesima palestra antigovernativa. Vedremo.

Post scriptum Lunedì sera, dopo un accenno di ripresa nel fine settimana, sul Nove Chissà chi è di Amadues è riprecipitato al 2,8% (590.000 spettatori). Il motivo? Forse l’edizione straordinaria del Tg1 dedicata alle notizie provenienti dal Medio Oriente. Forse.

 

La Verità, 2 ottobre 2024

Amadeus trascinerà il Nove o il Nove livellerà lui?

C’è parecchia euforia negli studi di Via Belli a Milano, da dove va in onda Chissà chi è per l’esordio sul Nove di Amadeus transfuga dalla Rai, una mamma non abbastanza affettuosa (parole sue) per trattenerlo a parità di super offerta. Qui, invece, nel clima galvanizzante della nuova rete, il pubblico scatta in piedi per applaudire il conduttore e le concorrenti del gioco. E appena spunta la prima «identità», un dj men che adolescente, per metterlo alla prova «facciamo entrare la consolle, perché qui al Nove abbiamo tutto». Euforia e ottimismo. Purtroppo, le cose non sono andate come il conduttore e la dirigenza di Warner Bros. Discovery speravano. Il 5,2% di share e 926.000 telespettatori (8,8% e 1,6 milioni in simulcast, la visione contemporanea su tutte le reti Discovery) sono un risultato poco confortante. Certo, si dirà, bisogna dare tempo al format e allo stesso Amadeus di creare la cosiddetta fidelizzazione in una rete non abituata a un conduttore molto generalista. Tuttavia, nonostante la preferenza della piattaforma per i target commerciali, i dubbi rimangono. Suffragati anche dal risultato modesto di Suzuki music party, presentato come evento d’inizio stagione con un cast «larghissimo» (da Emis Killa a Ornella Vanoni, da Lazza  a Fiorella Mannoia) promosso anche dall’incursione di Ilenia Pastorelli («sbrigamose che dopo ariva er bello»), co-conduttrice della seratona registrata il 17 settembre all’Allianz cloud di Milano che, forse penalizzato dalla contemporaneità del derby milanese, ha raccolto appena il 4,6% di share e 628.000 spettatori (7,1% e 968.000 in simulcast).

Chissà chi è è il programma gemello dei Soliti ignoti, sempre prodotto da Endemol Shine Italy (gruppo Banijay) e riproposto con piccole variazioni rispetto all’originale, come il maggiore coinvolgimento del «parente misterioso», nell’intento di aumentare la suspense del gioco. Proprio su questo terreno, il format paga una minor immediatezza rispetto ad Affari tuoi – che per altro Stefano De Martino sta rinnovando (vedi l’ingresso del sosia di Fazio) – più diretto nel crescendo che porta al climax finale.

In conclusione, vista l’esiguità del test, si può solo abbozzare una timida domanda. Considerato il palinsesto del Nove, in cui le presenze significative sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio (entrambi sostenuti dalle loro community), sarà il conduttore reduce dal trionfante quinquennio di Festival di Sanremo a trascinare verso l’alto il resto della rete (magari allestendo una sorta di Controfestival), o al contrario, saranno programmi come Cash or trash a standardizzarlo su un livello di più contenuta rilevanza?

 

La Verità, 25 settembre 2024

Copione friabile, Brennero è un’occasione persa

L’idea era parecchio interessante e prometteva bene. Finalmente una storia non ambientata a Roma, Napoli o Milano. Finalmente un thriller poliziesco dalle atmosfere nordiche, geograficamente marginale come evocato fin dal titolo, Brennero, otto episodi in quattro serate per Rai 1 dirette da Davide Marengo e Giuseppe Bonito, nel contesto della difficile convivenza tra popolazione italiana e cittadini di lingua tedesca, nell’Alto Adige in passato scosso dalle spinte irredentiste (lunedì, ore 21,40, share del 17,2%, 2,8 milioni di telespettatori). Dopo tre anni di inattività, rispunta con un nuovo omicidio l’ombra sinistra del Mostro di Bolzano, un serial killer che uccide solo cittadini di madre lingua tedesca, favoriti da presunti privilegi non riconosciuti a quelli di ceppo italiano. Il focus è sulla complessa integrazione etnica ma, da quanto s’intuisce dopo due episodi, con una prospettiva capovolta. Mentre, storicamente, l’irredentismo, culminato nella Notte dei fuochi, era opera di terroristi di lingua tedesca che nel giugno 1961 fecero saltare decine di tralicci dell’alta tensione con l’intento di favorire l’unificazione del Tirolo sotto l’Austria, in Brennero a sentirsi discriminato e a scegliere la via della violenza sembra essere un italiano.

La collaborazione tra cittadini di lingua diversa diventa invece indispensabile tra gli investigatori incaricati, la Pm interpretata da Elena Radonicich e l’ispettore impersonato da Matteo Martari. Oltre a superare le reciproche diffidenze, entrambi devono fare i conti con le rispettive ferite che affondano proprio nella mancata soluzione della lunga serie di omicidi rimasta senza colpevole. Hanno fallito sia il padre della Pm, ex capo della Procura ora in pensione, sia lo stesso ispettore, fermato da un grave incidente nel quale lui ha perso una gamba e la sua compagna e collega la vita. Tutti validi motivi, ora, per unire le forze superando le barriere etnico-linguistiche e fare squadra per stanare il Mostro.

Al di là del rovesciamento della prospettiva storica e di una certa, immancabile, preoccupazione pedagogica in ossequio al mainstream (una delle vittime è un omosessuale bullizzato nella caserma dei vigili del fuoco), le buone premesse di ambientazione si perdono in una sceneggiatura friabile e dagli snodi incerti (l’assegnazione dell’incarico alla figlia dell’ex procuratore e la sua ingenuità all’inizio delle indagini). Grave lacuna. Soprattutto in assenza di interpreti di grande impatto, per avvincere il telespettatore la struttura narrativa dovrebbe essere solida e incalzante.

 

La Verità, 18 settembre 2024

De Martino bravo ragazzo dribbla le critiche e vince

Occhi puntati e puntuti su Stefano De Martino, debuttante ad Affari tuoi (Rai 1, ore 20,35, tutti i giorni). Raccoglie un’eredità pesante. Non è abbastanza testato nella conduzione di strisce quotidiane. È giovane. L’ha voluto lì Arianna Meloni, è stato scritto e smentito. Ma ormai, di questi tempi, per la qualunque #hastataArianna. E quindi, accoglienza tiepida se non ostile da parte della stampa qualificata. Poi però, delle dicerie e dei retroscena più o meno inventati, il pubblico mostra bellamente di fregarsene e premia l’esordiente che, pure, qualche misura deve ancora prenderla e non potrebbe essere diversamente. La media degli ascolti è nettamente superiore a quella di Amadeus, predecessore e transfuga, che un anno fa aveva resuscitato il format di Endemol Shine Italy (gruppo Banijay), portandolo nel corso della stagione a picchi notevoli, della cui scia gode ora lo stesso De Martino.
Per il resto, trova le differenze. Dalle giacche glitterate siamo passati alla camicia bianca con cravattino. Dallo smartphone per il ping pong con il Dottore, al telefono classico con l’analogica cornetta. Dalla conduzione narrativa in stile comedy a quella più «empatica» (pardon!) e galvanizzante, con partecipazione attiva del pubblico. Neanche a dirlo, l’ex ballerino di Amici promosso conduttore da Carlo Freccero, ha tutto il diritto di essere sé stesso, tanto più che per la prima volta si cimenta con un programma in solitaria. Nei precedenti Bar Stella e Stasera tutto è possibile c’era sempre una banda di complici con cui triangolare e a cui lasciare ampi spazi. Qui lo show e il ritmo li fa lui. E forse a questo serve il dinamismo girovago all’interno dello studio. Bisogna alimentare e tener viva l’adrenalina della suspense fino al climax finale nel crescendo di quasi un’ora (forse troppo; ma le ragioni dell’audience e degli sponsor continuano a prevalere su quelle del pubblico che preferirebbe anticipare l’inizio del prime time). E allora De Martino e i suoi autori sembrano aver scelto lo spartito linguistico del calcio, nazionalpopolare per eccellenza. Il pubblico dello studio tifa sonoramente e accompagna gli spacchettamenti. «E andiamo!», commenta lui quando sono favorevoli ai concorrenti. Oppure: «Bella partita, partita sudata». Da buon napoletano, non disdegna di aggiungere ogni tanto il pepe di qualche bluff al momento dell’apertura. Tutto sommato, è una conduzione abbastanza tradizionale. Man mano che, con il passare del tempo, il debuttante si sentirà più padrone della scena diventerà più creativa.

 

La Verità, 13 settembre 2024

Nella Sicilia dell’Ottocento più leonesse che leoni

Bisognava sfrondare parecchio la lussureggiante trama dei Leoni di Sicilia di Stefania Auci per trasformarlo (dopo il passaggio in streaming su Disney+) in una serie per il grande pubblico di Rai 1 (otto episodi in quattro serate, la prima ha conquistato uno share del 15,2%, con 2,5 milioni di telespettatori). Il regista Paolo Genovese ha semplificato il racconto centrandolo sui due fratelli Florio, la famiglia siciliana che, dopo il terremoto del 1802 a Bagnara calabra, migra a Palermo diventando in un decennio la più potente dell’isola. Il dispotico Paolo (Vinicio Marchioni) impone il cambiamento radicale al mite fratello Ignazio (Paolo Briguglia) e a Giuseppina, la propria recalcitrante moglie (Ester Pantano), che l’ha sposato solo per obbedienza. Il progetto è aprire una grande drogheria, ma il terzetto trova ad accoglierli una città inospitale e l’ostilità dei commercianti locali. Poco alla volta, però, investendo sul ricercatissimo cortice, un estratto efficace nel contrasto all’epidemia di febbre che affligge la popolazione, i fratelli cominciano a imporsi suscitando le invidie dei potenti. Sono pur sempre dei mercanti e i signori dell’aristocrazia, sebbene in declino, non mancano di sottolinearne le umili origini. Anche Giuseppina non aiuta a rasserenare il clima, cercando aiuto per abortire il secondogenito in arrivo, salvo ripensarci all’ultimo, prima di perderlo in seguito a un litigio con Paolo. Il quale, colpito da tubercolosi, poco dopo muore, lasciando alla cura del fratello minore sia il negozio che la crescita dell’unico figlio Vincenzo (Michele Riondino). Ma soprattutto lascia via libera al sentimento, finora tenuto a freno, che lega la moglie e il fratello stesso. Intanto, frequentando un commerciante inglese (Guy Oliver Watts), Vincenzo dà corpo alle sue ambizioni. Respinto dalla madre di una contessina proprio a causa della mancanza di blasone, Vincenzo incontra la misteriosa Giulia (Miriam Leone). La saga dei Florio deve ancora fare i conti con il destino.

Ricostruita con i colori caldi dell’epoca, una cura minuziosa dei costumi e delle scenografie e accompagnata da una colonna sonora di musica contemporanea (dai Muse a Laura Pausini), la versione dei Leoni di Sicilia di Genovese e degli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo concede allo spirito indipendente delle figure femminili il primo piano rispetto al conflitto di classe tra aristocrazia terriera e ceti popolari dei mercanti, dando a tutta la storia una sfumatura protofemminista.

 

La Verità, 12 settembre 2024

 

Gli Europei di Rai 1 sono grigi e abborracciati

C’era un clima euforico l’altra sera a Notti europee, subito dopo la qualificazione agli ottavi di finale della Nazionale (Rai 1, ore 23, share del 32,9%, 3,2 milioni di telespettatori). Il gol del pareggio all’ultimo secondo con la Croazia, oltre a mandarci a Berlino e a ridare, per poco, il sorriso a Luciano Spalletti, ha allungato la vita a tutto il codazzo di opinionisti, commentatori, rubrichisti e ospiti di talk show da settimane indefessamente impegnati a spargere rosolio buonista sulle imprese degli Azzurri. Che lo meritino davvero è tutto un altro discorso, checché ne dica il nostro commissario tecnico («è un passaggio del turno meritato»), e basta ricordare il bugiardissimo risultato di Spagna-Italia per tornare subito con i piedi per terra. Ma tant’è; due esclusioni consecutive agli ultimi Mondiali non sono bastate a insegnarci che nel calcio non si governa per diritto divino. Il tiro a giro di Mattia Zaccagni aveva scongiurato la sciagura nazionale e, dunque, lasciamoci andare alla festa, incoraggiava Paola Ferrari, e abbandoniamoci alle emozioni. Gli dava manforte il solitamente ridanciano Marco Mazzocchi, che quanto a ottimismo ingiustificato è secondo solo a Marco Lollobrigida, con il «cheese» sempre in bocca, come se sostasse davanti all’obiettivo di un fotografo. La squadra schierata da Rai Sport è questa e non possiamo far altro che scriverlo. Le telecronache di Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro sono il paradigma del grigiore ministeriale e della povertà linguistica. Per compensare i quali la coppia composta da Paola Ferrari e Marco Mazzocchi vorrebbe iniettare un po’ di leggerezza. Missione fallita perché domina un tono abborracciato da retrobottega del bistrot, gravato dalle battute di Eraldo Pecci e dalla mancanza di affiatamento di tutta la compagnia, una strana dozzina tra conduttori, ospiti vari e la postazione a bordocampo. A rovinare definitivamente il clima festaiolo pensa Tony Damascelli con le sue pagelle che salvano solo Gigio Donnarumma e i due centrali, e riscuotono il consenso di Lele Adani e di Andrea Stramaccioni che di calcio ne capiscono. Ma con loro, già abituati al pubblico delle piattaforme, si va più sul tecnico. Mentre, nonostante Giusy Meloni, immancabile addetta ai social, il post-partita di Rai 1 è rimasto il bar sport di provincia del secolo scorso. Alla fine anche il telecalcio si sta polarizzando: quelli che conoscono il gioco moderno sono realisti e critici, quelli che si preoccupano soprattutto dell’audience sono di bocca buona, basta che la Nazionale avanzi. E i telespettatori porteranno pazienza. O no?

 

La Verità, 26 giugno 2024

Un Marconi scolastico con un Accorsi di routine

Ci si aspettava, francamente, di più da Marconi, l’uomo che ha connesso il mondo. Qualche invenzione nello stile narrativo, nella regia e nella sceneggiatura. E anche nella recitazione. Invece, la miniserie in quattro episodi, prodotta per Rai fiction da Stand by me di Simona Ercolani e diretta da Lucio Pellegrini, lanciata da una campagna promozionale tambureggiante, scorre liscia fin troppo, priva di sorprese e sussulti (Rai 1, ore 21,45 – sempre più tardi! – 3,4 milioni di telespettatori, 19,4% di share). Una didascalia avverte all’inizio che il racconto si basa sugli ultimi anni di vita del premio Nobel per la Fisica, ma poi i lunghi flashback, forse la parte più viva della storia, ce lo ripropongono alle prese con i suoi esperimenti derivati dalle intuizioni visionarie per la scoperta del telegrafo senza fili. Si parte dal 1937, quando a una serata in onore del grande scienziato, con la scusa della realizzazione di un film celebrativo, il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Bottai (Flavio Furno) incarica una giornalista italo-americana (Ludovica Martino) di scoprire a cosa stia lavorando Guglielmo Marconi (Stefano Accorsi e Nicolas Maupas, da giovane). Per la sua propaganda, il regime fascista ha impellente necessità di esibire la scoperta di un’arma da contrapporre ai successi diplomatici vantati dalle nazioni rivali. Così, mentre il duce (un caricaturale Fortunato Cerlino) e lo stesso Bottai ne sorvegliano ogni passo, lo scienziato, in quel momento anche senatore, tenta di difendere gelosamente l’autonomia delle sue ricerche. Alla giornalista che si reca sulla nave Elettra, dove vive con la moglie e la figlia, per intervistarlo sugli studi riguardanti il futuro, Marconi replica che preferisce parlare dal passato e delle scoperte già fatte, da quella del telegrafo a quella, più contestata, della radio. Ma gli uomini di Mussolini non demordono e spingono per indirizzare l’attività dell’uomo che coordina le ricerche nazionali, comprese quelle del Centro studi di via Panisperna e di Enrico Fermi. Fa capolino il contrasto tra esigenze del potere e libertà della scienza. Bisogna essere più ambiziosi e pensare ai progressi dell’umanità, non solo a quelli della nazione, dice Marconi a Bottai. Ma è una traccia appena accennata. Come lo sono altre, solo abbozzate, di questa serie piuttosto elementare e scolastica, non aiutata dalla recitazione piatta di gran parte del cast. A cominciare da quella di Accorsi che, forse a causa dell’inesausto presenzialismo, sembra interpretare sempre la stessa parte.

 

La Verità, 22 maggio 2024

I talenti di «Ripley», la serie capolavoro di Zaillian

Una meraviglia. Un gioiello. Non bisogna temere di sfiorare l’enfasi nel raccontare Ripley, la miniserie in otto episodi scritta e diretta da Steven Zaillian (Oscar per la sceneggiatura di Schindler’s List) prodotta da Hbo e visibile su Netflix. Raffinatezza, eleganza, perfezione formale regalano nuova curiosità allo spettatore pur di fronte alla storia già nota che ha per protagonista l’inquietante manipolatore ideato da Patricia Highsmith ne Il talento di Mr. Ripley, il più celebre dei suoi romanzi, già più volte portato al cinema. Sono diverse le originalità di questa trasposizione. La prima, evidentemente, l’abbacinante bianco e nero: una scelta di autorevolezza. È il colore del neorealismo, delle investigazioni, delle pagine dei quotidiani sfogliati con apprensione da Ripley per capire se le sue imposture stanno per essere scoperte. È il colore del cinema di Alfred Hitchcock e Federico Fellini, riferimenti riconoscibili dell’autore. Il bianco e nero passa la spugna sul pittoresco dell’Italia dei primi anni Sessanta – le spiagge di Atrani sulla costiera amalfitana, i caffè di Napoli, Sanremo, i palazzi nobili di Roma e Venezia – dov’è ambientata la storia. La seconda scelta è l’essenzialità del racconto fatto per immagini più che per parole. In questo thriller psicologico ogni scena cela un’allusione, un retropensiero così ben inciso da rendere eloquenti pause e silenzi. Su tutto spiccano le interpretazioni del protagonista (Andrew Scott) e del superbo cast (Dakota Fanning, Johnny Flynn, Margherita Buy, Eliot Sumner e John Malkovich, degni di nota i confronti tra l’ispettore di Maurizio Lombardi e il truffatore) che, procedendo per sottrazione, evidenziano il tratto enigmatico di Ripley, ossessionato da Caravaggio, e capace di volgere a suo vantaggio le situazioni più compromesse. Infine, la fotografia di Roger Elswit (Oscar per Il petroliere) che ritrae in una luce algida stazioni ferroviarie, hotel de luxe, uffici postali e di polizia, androni di banche, chiese, vicoli, scalinate, calli e canali.
Incaricato dal facoltoso padre di ritrovare Dickie Greenleaf, il figlio aspirante pittore che non vuol tornare a New York per occuparsi dell’azienda di famiglia, l’anonimo ex compagno di studi accetta di trasferirsi spesato di tutto punto in Italia per portare a termine la missione. Ma una volta ritrovato l’amico, ora fidanzato con una scrittrice, intuisce la possibilità di svoltare un’esistenza meschina e mette in atto il suo piano, trascinando tutti in un vortice di frodi, menzogne e falsificazioni. È il talento di Mr. Ripley.

 

La Verità, 8 maggio 2024