I fantasmi che ballano alla Corrida di Amadeus

La Corrida di Amadeus in onda in diretta sul Nove (mercoledì, ore 21,30, share del 6%, 1,1 milioni di telespettatori) è un people show con due fantasmi sullo sfondo. Il primo è quello della Rai, ovviamente. Perché, sintonizzandosi sulla rete di Discovery si è portati inevitabilmente a chiedersi perché un programma così debba andare in onda nella cornice un po’ stretta di un canale al tasto 9, appunto, del digitale terrestre (e 149 della piattaforma Sky). Il secondo fantasma è quello di Corrado Mantoni, indimenticato inventore, addirittura in radio, dell’antenato dei talent show quando il sottotitolo, ripetutamente citato da Amadeus, era «dilettanti allo sbaraglio». La sagoma sorniona di Corrado, infatti, affiora alla mente dei non più giovanissimi ogni qualvolta la telecamera inquadra lo stupore, la perplessità, la compassione e la benevolenza del conduttore durante le esibizioni. La maggioranza delle quali è vocata alle sonore stroncature della platea ribollente. Se ne salvano giusto tre o quattro che approdano allo spareggio per decretare il vincitore, promosso alla puntatona finale del 25 dicembre. È proprio la somma di incoscienza e sfrontatezza dei concorrenti a dissolvere per un po’ quei due fantasmi, in realtà difficili da tenere a bada. Collaborano allo scopo il maestro Leonardo De Amicis, disposto a ogni improvvisazione per tenere in carreggiata gli ospiti, e «il capopolo», l’altra sera un vivace Frank Matano, chiamato a recuperare i concorrenti stroncati dal pubblico. Un people show è per definizione nazionalpopolare, ma la facciatosta è indispensabile e quasi tutti i dilettanti sono di origine meridionale. La siciliana Maria Carmela Luisa Pappalardo, per esempio, non sa cantare, ma si prende la scena ballando sfrenata e dedicando i suoi strani libri al cast. Per di più incorre nella gaffe di citare una Corrida cui ha partecipato condotta da Carlo Conti in Rai, rianimandone il fantasma. Che rispunta con un concorrente di professione claquer in un’azienda «che tu conosci molto bene, ci hai lavorato per anni», ammicca il sosia di Piero Pelù prima di concludere: «Qui di soldi non ne scuciono». Chissà se nella testa di Amadeus cresce il dubbio di aver sbagliato a lasciare la Rai per passare in una rete con un palinsesto bipolare, diviso tra i programmi-community di Fabio Fazio e Maurizio Crozza e l’intrattenimento pop.

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Giletti risale Invitando Imane Khelif, la pugile iperandrogina che ha gareggiato nel torneo femminile di boxe a Parigi, e indagando sui patronati della Cgil all’estero, lunedì scorso Lo stato delle cose di Massimo Giletti è arrivato al 4,7% di share con 762.000 spettatori.

 

La Verità, 16 novembre 2024

Stucky rinfresca il telefilm con indagini analogiche

Canali, acque, portici, calli, mercati, osterie, magioni e palazzi: c’è da scommettere che un flusso turistico premierà presto Treviso, città nascosta alla televisione e ora quinta suggestiva delle indagini del nuovo commissario Stucky che dà il nome alla serie in sei episodi in onda su Rai 2 (mercoledì sera, ascolti tra il 7 e l’8%), tratta dai racconti di Fulvio Ervas, prodotta da Rai Fiction, Rosamont e Rai Com, e diretta da Valerio Attanasio. Come si dice, la location è essa stessa un personaggio del racconto. Personaggio adorabile è soprattutto l’ispettore capo cui dà corpo, molto dimagrito da come lo si ricordava, Giuseppe Battiston. Barba, sigaro, trench stazzonato, si aggira a piedi tra i vicoli e le piazze, con aria finto ingenua, grattandosi la crapa. Un Tenente Colombo del Nordest 2.0 si potrebbe dire, se non fosse che Stucky, nato a Tabriz da madre persiana e da padre di origini svizzere trasferitosi in Veneto, è allergico alla tecnologia. Niente cellulare, niente computer e se una collaboratrice gli parla del risultato di una ricerca su Google con la parola chiave le chiede di andare al sodo. Lui prende appunti su un taccuino e, una volta giunto all’osteria dell’amico Secondo (Diego Ribon), in attesa di un calice di prosecco, distende sul tavolo i foglietti con le note essenziali. È la sua «parete dell’inchiesta», quella che siamo abituati a vedere in decine di polizieschi, composta di foto segnaletiche, frecce, ritagli di giornale eccetera. Come nel Tenente Colombo, anche qui il telespettatore conosce dall’inizio l’identità del colpevole e la curiosità consiste nel seguire i metodi dell’ispettore per incastrarlo, sempre con modi gentili, facendo ricorso a molta psicologia («se ti vuoi suicidare, il giorno prima ti iscrivi in piscina?») e ai pochi indizi forniti dal medico legale (Barbora Bobulova), organizzati in una sintesi finale che precede l’arresto. In Stucky tutto è a misura d’uomo: dalla città ai dialoghi che alternano il dialetto (non sempre precisissimo), dal cibo tradizionale, sebbene spuntino troppi calici di bianco, agli stranieri che risultano ben integrati. La durata, un’ora impaginata con grafica e musica scanzonate, facilita la visione, ridà lustro al vecchio telefilm e risulta rassicurante per il telespettatore stressato da password e aggiornamenti digitali.

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Mercoledì sera all’esordio con La Corrida sul Nove Amadeus ha fatto registrare nella prima parte il 5,5% di share (982.000 spettatori) e nella seconda, dopo le 23, chiamata Il Vincitore, il 6,6% (667.000).

 

La Verità, 8 novembre 2024

L’autunno dei flop Rai nato con la riforma Fuortes

L’autunno dei flop. Verrà ricordata così questa stagione dalle parti della tv pubblica, sulle sorti della quale, sotto l’altisonante intestazione «Stati generali della Rai», oggi e domani esperti e analisti si eserciteranno alla ricerca della formula magica per liberarla dal controllo della politica (non sbellicatevi). Alcuni programmi sono già malinconicamente caduti al suolo per inesistenza di pubblico. L’altra Italia di Antonino Monteleone (Rai 2) ha chiuso, mentre di Se mi lasci non vale di Luca Barbareschi (Rai 2) ieri sera è andata in onda l’ultima puntata. Altri, come Lo stato delle cose di Massimo Giletti (Rai 3) e La confessione di Peter Gomez (Rai 3) penzolano dai rami come foglie esposte al vento. Probabilmente sopravviveranno, malgrado l’esiguità delle platee affezionate, raramente sopra il 4% di share. Attenzione, non si sta parlando della débâcle di fuoriclasse della televisione italiana. Non hanno clamorosamente floppato Michele Santoro o Giovanni Minoli, guardando al passato, Enrico Mentana e Bruno Vespa, per stare al presente. No, in fondo, con l’eccezione di Giletti, si tratta di figure non ancora consacrate che registrano una battuta d’arresto nel loro percorso.
Chi soffre maggiormente l’autunno freddo del pubblico è la Rai stessa, nel suo complesso. Dalla sua cattedra, Aldo Grasso ha prospettato tre ipotesi fra le cause dei tonfi. La difficoltà a fare programmi di successo in un contesto mediale in evoluzione, l’incapacità dei dirigenti scelti dalla destra di governo e, tra il qui lo dico e qui lo nego, la mediocrità dei conduttori citati. Inutile dire che giornaloni e siti antigovernativi hanno sposato la tesi più facile: tutta colpa di TeleMeloni. Che, in fondo, è un modo più brutale di attribuire i flop all’incapacità dei dirigenti scelti dalla destra. Probabilmente, qualcosa c’è, e ci arrivo tra un po’. Ma forse si tratta solo di un concorso di colpa a una causa strutturale che viene da lontano. Mi riferisco alla famigerata riforma per generi della Rai. Quella ideata nel 2019 dall’allora amministratore delegato Fabrizio Salini e concretamente attuata dal suo successore Carlo Fuortes in pieno governo Draghi. Perché anche nella tv pubblica vigono le formule e le tempistiche valide per politica. Palazzo Chigi e Viale Mazzini ereditano quello che lasciano i governi e le governance precedenti. Se i dirigenti apicali, dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi al direttore generale Roberto Sergio, i direttori delle testate e delle strutture produttive sono stati definiti – non tutti, eh! – da questa maggioranza politica, l’attuale assetto produttivo della Rai è nato con la riforma dei generi. Una riforma che sta palesando tutti i suoi limiti, mentre i pregi rimangono molto presunti o impliciti. Con la creazione delle strutture produttive orizzontali che forniscono intrattenimento, fiction, cinema, approfondimenti, documentari, sport e cultura sono state abolite le reti e la suddivisione verticale che comportavano.

In un intervento pubblicato dal Fatto quotidiano nel novembre 2021 significativamente intitolato «Fine delle trasmissioni» Carlo Freccero si chiedeva che cosa avrebbe prodotto il nuovo piano editoriale? «La fine della televisione generalista e l’affermazione della logica delle piattaforme, grandi “magazzini” indifferenziati di prodotti omologati», si rispondeva nella sua proverbiale visione apocalittica l’ex direttore di Rai 2. Con la creazione delle aree produttive per genere sarebbero sparite «le strutture che differenziano la tv tradizionale dagli altri media e da altri contenitori». Da «primo editoriale delle reti» e «scansione della vita sociale», il palinsesto sarebbe diventato «l’esposizione del magazzino», un serbatoio «di materiali interscambiabili e, come tali, privi di una specifica destinazione».

È esattamente ciò che sta accadendo. L’abolizione delle reti ha estinto le rispettive linee editoriali corrispondenti alle diverse identità culturali delle reti stesse, in favore di una proposta di televisione liquida, indistinta, da pensiero debole. Non esistendo più il direttore di rete, viene a mancare il confronto quotidiano tra i conduttori e il responsabile del palinsesto. Mancano gli aggiustamenti, le correzioni, il work in progress. Per fare un esempio, un direttore di Rai 2 che negli anni, al giovedì sera che fu di Michele Santoro, ha visto stentare o chiudere in anticipo Virus di Nicola Porro, Nemo di Enrico Lucci, Popolo sovrano di Alessandro Sortino, Seconda linea di Francesca Fagnani e Alessandro Giuli e Che c’è di nuovo di Ilaria D’Amico avrebbe bruciato in quella serata già presidiata da Diritto e rovescio su Rete 4 e Piazzapulita su La7 l’ex Iena che fino ad allora non aveva mai condotto un programma in proprio? O magari l’avrebbe fatto crescere in altri giorni o in altre fasce orarie? E, in fondo, questo non è un errore simile a quello commesso un anno fa con Nunzia De Girolamo, catapultata senza esperienza giornalistica e familiarità con il pubblico di Rai 3 al timone di Avanti popolo in una serata già satura di approfondimenti come il martedì? E sempre parlando di consuetudine con i telespettatori, che dire della prevedibile fatica di Giletti su Rai 3 con Lo stato delle cose? A differenza delle piattaforme, con la loro fruizione in streaming, cui il consumatore attinge come agli scaffali del supermercato prelevando i prodotti a sua scelta, la tv generalista implica un rapporto più caldo e propositivo tra editore e telespettatore.

Ora tornare indietro non è facile. Però, forse, è il caso di cominciare a riflettere. Non si costruiscono successi a dispetto dei target. Come i giornalisti non possono essere trattati da tassisti usandoli per dire ciò che preme ai dirigenti senza accettare il confronto, così i programmi e i palinsesti non sono interscambiabili. E i conduttori non sono figurine da spostare a piacimento. Per quanto possa sembrare paradossale e romantico, pubblico, conduttori e reti hanno un’anima, una storia e un’identità che vanno rispettate e valorizzate. Per costruire un coro a più voci che soddisfi le diverse platee. L’alternativa è una televisione anonima e impersonale prossima alla resa allo strapotere delle piattaforme globali.

 

La Verità, 6 novembre 2024

La serie su Avetrana specchio delle morbosità

È la piaga della morbosità quella da cui ramificano le aberrazioni narrate nella serie su Avetrana (anche se non si può dire). La morbosità nelle sue varie sfaccettature e declinazioni. Le più abiette, le più sottili e le più ipocrite. Non ci sono due linguaggi nella trama costruita dal regista (Pippo Mezzapesa) e dagli sceneggiatori (Antonella Gaeta, Carmine Gazzanni, Flavia Piccinni e Davide Serino) di Qui non è Hollywood, prodotta da Disney e Groenlandia di Matteo Rovere e visibile su Disney+. La miserrima gente del posto e i giornalisti e i turisti che vengono da fuori, e si presumono più distaccati, sono trattati con lo stesso metro. La morbosità tormenta gli autori della ferocia su Sarah Scazzi e serpeggia nei tinelli fatiscenti del paesino. Ma istiga anche gli operatori della comunicazione che ne assediano le viuzze scalcinate, e alimenta il voyeurismo dei turisti dell’orrore che, a frotte, visitano i luoghi del degrado quando ancora s’ignorano le sorti della vittima. Un senso di potente desolazione, di oscenità, di scandalo della meschinità fa da cornice a un delitto riproposto nella sua inenarrabilità e inespiabilità. Mezzapesa suddivide la storia in quattro episodi, uno per ogni protagonista, mettendo al centro la voglia d’amore di Sarah (Federica Pala), la gelosia cieca di Sabrina (Giulia Perulli), la fragilità del finto mostro Michele (Paolo De Vita) e il cinismo mammone e limaccioso di Cosima (Vanessa Scalera). Altrettanto solide sono le figure del maresciallo Persichella (Antonio Gerardi), del Pm Giove (Geno Diana) e della madre di Sarah (Imma Villa). No, non siamo a Hollywood. Ma quanto a interpretazione, forse in un posto migliore se gli attori sono così credibili da sembrare presi dalla strada, dando alla fiction, che tale resta, l’ambizione e la profondità del documento. La descrizione della piaga purulenta che genera l’atrocità e il racconto dell’ignoranza e della superstizione che gli fanno da cornice, al punto che i Testimoni di Geova della mamma di Sarah sembrano i più razionali, procedono in equilibrio, contrappuntati dagli zoom sul brulicare di enormi formiche nella terra secca.

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La serie Hanno ucciso l’uomo ragno di Sky Atlantic è la rivelazione della stagione oltre che per gli ascolti anche per la freschezza, dovuta dall’assenza d’infarinature ideologiche, e per la nostalgia degli anni Novanta, ultimo decennio senza Web, social e ansia relativa. Peccato solo per il ritratto ingeneroso di Claudio Cecchetto.

 

La Verità, 3 novembre 2024

Chissà perché non si fa Tutto chiede salvezza 3

Incuriosisce parecchio quale possa essere la motivazione della rinuncia a produrre la terza stagione di Tutto chiede salvezza, la serie di Netflix la cui prima edizione, era stata tratta nel 2022 dall’omonimo romanzo autobiografico (Premio Strega Giovani 2020) di Daniele Mencarelli. La notizia è arrivata da Francesco Bruni con un post sul suo profilo Instagram: «Rispondo alle vostre innumerevoli domande per dirvi che purtroppo non ci sarà una terza stagione di #tuttochiedesalvezza. Noi scivoliamo con discrezione dietro il sipario come Matilde, ringraziando voi, che ci avete accompagnato e sostenuto con continuo, incredibile affetto», scrive il regista e sceneggiatore, esprimendo gratitudine anche al produttore Picomedia e a Netflix Italia che ha diffuso le due stagioni. Insomma, un fulmine a cielo terso che ha colto di sorpresa tutti, non ultimo lo stesso Mencarelli. Dopo il successo di pubblico e di critica della prima stagione che narrava il ricovero nel reparto di psichiatria di un ospedale romano di Daniele (Federico Cesari), e l’intenso rapporto che s’instaurava tra lui, gli altri pazienti e il personale sanitario, anche la seconda stagione – realizzata con lo stesso cast tecnico e con l’innesto in quello artistico di Drusilla Foer (Matilde) e Valentina Romani (Angelica) – ha avuto ottimi riscontri, debuttando al secondo posto e permanendo a lungo nella top dieci della piattaforma. Anche questi nuovi episodi contenevano momenti poetici e di vera commozione. E, a far intendere che ci sarebbe stato un seguito, il finale lasciava aperti diversi interrogativi sul futuro dei protagonisti. Daniele sarebbe tornato con la compagna (Fotinì Peluso) o avrebbe proseguito la storia con Angelica? Matilde avrebbe trovato serenità o sarebbe stata risucchiata dalla disperazione. E Alessandro (Alessandro Pacioni) avrebbe finalmente ripreso a camminare? «Noi sceneggiatori lo sappiamo, e chissà che un domani non troveremo il modo di raccontarlo, speriamo non al bar», conclude Bruni, lasciando aperta la possibilità che qualche altro editore si faccia avanti.

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Dopo gli esigui ascolti anche di giovedì scorso (1,2% e 206.000 telespettatori), stasera andrà in onda l’ultima puntata dell’Altra Italia di Antonino Monteleone. È l’ennesima vittima del giovedì sera di Rai 2, una specie di Triangolo delle Bermude della tv, dove negli anni si sono inabissati Popolo sovrano di Alessandro Sortino, Seconda linea con Francesca Fagnani e Alessandro Giuli e Che c’è di nuovo con Ilaria D’Amico. Monteleone tornerà in primavera con un nuovo programma in seconda serata.

 

La Verità, 31 ottobre 2024

Chi era l’uomo Mike dietro Mister televisione

Mica le sapevamo tutte queste cose su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, in arte Mike, e solo Mike anche nel titolo della serie che le rivela essendo tratta da La versione di Mike, scritta a quattro mani nel 2007 con il figlio Nicolò. Un’autobiografia-miniera che racconta dall’infanzia a New York con i genitori che si separano all’arrivo a Torino, poi i primi approcci al giornalismo quando ancora si chiamava Michael Bongiorno (interpretato da Elia Nuzzolo), lo scoppio della guerra e la scelta di entrare nella Resistenza non da comunista, come precisa, il carcere a San Vittore e il lager, il ritorno a New York e le prime corrispondenze per The Voice of America fino alla chiamata in Rai di Vittorio Veltroni che gli suggerisce di semplificare il nome in Mike (Rai 1, lunedì ore 20,40 i primi due episodi al 19,5% di share con 3,4 milioni di spettatori).

L’escamotage narrativo della miniserie è un’intervista dell’affermatissimo, ma schivo, presentatore di Rischiatutto (ora impersonato da Claudio Gioè) a Sebastiano Sampieri (Paolo Pierobon), unica figura di fantasia della storia. Il dialogo scava ben oltre l’immagine pubblica del personaggio pop del proverbiale «Allegria!», oggetto di una fenomenologia antipatizzante di Umberto Eco quando Mike calcava gli studi della Rai, nata nel 1954, da sette anni appena. Perciò, le due serate vanno in onda in un tripudio di anniversari: un secolo dalla nascita del protagonista (26 maggio 1924) e dal varo della radio, dove iniziò, e settant’anni dal debutto della Rai. Eppure, Mike Bongiorno non è solo Mister televisione, iniziatore sia del servizio pubblico che della tv commerciale (ricominciando da TeleMilano), ma un uomo con un’intensa vita privata che voleva preservare. «A me piace parlare del mio lavoro, non di me», dice a Daniela Zuccoli (Valentina Romani), futura moglie, spiegando la riluttanza a concedere quella famosa intervista. E ancora, a Sampieri: «Non esageriamo con il Bongiorno a cuore aperto».
Diretto da Giuseppe Bonito, con Tomas Arana nella parte del padre, e Clotilde Sabatino in quella della madre, il biopic si avvale dell’interpretazione imitativa di Gioè, molto credibile nel riproporre mimica e parlata cadenzata di Mike. Una scelta per farlo sentire più vicino al grande pubblico che l’ha seguito per tanti anni.

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Nella serata di prima programmazione su Sky Atlantic, il terzo e quarto episodio della serie a-ideologica Hanno ucciso l’uomo ragno hanno conquistato 603.000 telespettatori con un incremento del 30% assoluto rispetto ai primi due, già record di ascolti per le serie Sky degli ultimi otto anni.

 

La Verità, 23 ottobre 2024

Una zattera di marginali in cerca di un’àncora

È la serie più commovente e tra le meglio recitate del momento, la seconda stagione di Tutto chiede salvezza visibile su Netflix, prodotta da Picomedia, diretta da Francesco Bruni, sceneggiata da Daniele Mencarelli, autore del romanzo autobiografico (Premio Strega Giovani del 2020) cui è liberamente ispirata (soprattutto la prima stagione). Dopo le dimissioni dal reparto dell’ospedale psichiatrico dov’era stato ricoverato in Tso per aver picchiato il padre, ritroviamo Daniele (Federico Cesari) alle prese con la causa con Nina (Fotinì Peluso) per l’affidamento di Maria, la figlia di pochi mesi. Per di più, dopo gli studi da infermiere, torna per un tirocinio di cinque settimane nel reparto dov’era stato paziente. Vi ritrova il burbero ma buono Pino (Ricky Memphis) ora suo tutor, il dottor Mancino (Filippo Nigro) e la responsabile dell’ospedale (Raffaella Lebboroni), mentre dei vecchi degenti, Giorgio (Lorenzo Renzi) è il giardiniere della clinica, Alessandro (Alessandro Pacioni) sopravvive nel suo stato catatonico e ricompare anche Madonnina (Vincenzo Nemolato). La nuova situazione fa emergere le fragilità perduranti in Daniele, non facilitato nella vita privata dalla preoccupazione dei genitori presso i quali continua a vivere e dal boicottaggio della madre di Nina (Carolina Crescentini)… Tra i nuovi pazienti lo destabilizzano soprattutto il giovane Rachid (Samuel Di Napoli), algerino e promessa incompiuta del calcio, che pretende favori e privilegi a colpi di ricatti, e Matilde (Drusilla Foer), spietata nichilista, frustrata dalla sua controversa condizione e dalla morte di un amante che Daniele le ricorda per la sensibilità e il candore con cui condivide il dolore degli altri. Nel guazzabuglio psico-sentimental-esistenziale di una maturazione incerta c’è spazio per la poesia, passione non segreta di Daniele, e l’incontro con Angelica (Valentina Romani), la figlia di Mario (Andrea Pennacchi), precipitato dalla finestra nella prima stagione. Tutto compone un dramedy che a volte strappa il sorriso e, più spesso, muove alla commozione narrando il vagare di una zattera di marginali alla ricerca di un’àncora salvifica.

Post scriptum Era inevitabile che, dopo l’imbarazzante 0,99% di share (169.000 spettatori) si cambiasse la programmazione (non ancora ridefinita) di L’altra Italia di Antonino Monteleone, per le prime tre puntate trasmesso senza successo il giovedì sera su Rai 2. Più che l’improbo confronto storico con Michele Santoro, qualunque approfondimento piazzato in quel presidiatissimo orario sconta il fatto di arrivare per terzo, dopo due talk show già ben consolidati.

 

La Verità, 20 ottobre 2024

Gli 883 e la noia di provincia che genera sogni

Tutta un’altra storia: leggera e scanzonata, priva di cupezze e lati oscuri. È Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883 e l’aggettivo «leggendaria» squaderna l’ampia gamma di autoironia del racconto. Serie spiazzante fin dal prologo ambientato a fine Ottocento, con citazione del «pavese» Albert Einstein, bocciato a scuola e fonte di delusione massima del severo padre, ma poi Premio Nobel e benefattore dell’umanità intera per i noti motivi. Un secolo dopo si riparte sulle ali del gioco e, soprattutto, della resilienza. Max Pezzali e Mauro Repetto si conoscono sui banchi di scuola di un liceo di Pavia – città rimossa dalle narrazioni ufficiali per quanto è sovrastata dalla metropoli incombente – e, per una fortunata convergenza astrale, assurgono a sognante e travolgente popolarità. Dalla mancata ammissione alla maturità e dalla conseguente estate costellata di sfighe del figlio del fiorista, per punizione gravato dei servizi ai funerali e delle consegne del mattino, compresa quella a una cliente promettente, scaturisce una serie di fatti che lo porteranno a svoltare. Se non fosse successo questo non sarebbe accaduto quest’altro e quest’altro ancora. Unendo i puntini s’intravedono le tracce del destino. A cominciare dall’inaspettato incontro con la più bella e ambita ragazza del villaggio mentre tutti gli amici sono già partiti per il mare. Per proseguire con il compagno di scuola altrettanto impallinato di musica, ma più sfrontato e intraprendente di lui. È l’altra metà del binomio: Max, saputello di punk e rock inglese perfettamente reso nella timidezza e l’impaccio nerd da Elia Nuzzolo, e Mauro, chioma da animatore di villaggio impersonato nella cialtroneria visionaria da Matteo Oscar Giuggioli. Non c’è ancora internet, non ci sono ancora i cellulari, si passa dal pub al palco di quartiere, tra bigiate scolastiche e prove «in tavernetta». Non c’è da combattere l’ansia della Generazione Z, ma la noia della provincia nella coda degli Ottanta, quando i sogni da inseguire non sono qualcosa di programmato a tavolino, ma la conseguenza di una passione coltivata con la semplicità e la spensieratezza degli underdog, degli antidivi, dei provinciali.
La regia è di Sydney Sibilia, la produzione di Groenlandia per Sky Studios, la rete di programmazione Sky Atlantic, (in streaming su Now).

Post scriptum Domenica mattina, la finale del torneo di Shangai tra Jannik Sinner e Novak Djokovic ha interessato 851.000 telespettatori con il 10,21% di share, proiettando Sky Sport Uno al terzo posto assoluto tra le reti più viste, dietro solo a Rai 1 e Canale 5.

 

La Verità, 15 ottobre 2024

Insinna arranca su La7 con i pipponi de sinistra

Stranezze del nostro villaggetto globale. È bastato che Flavio Insinna mettesse le mani sul cornicione per issarsi faticosamente sul pomeriggio di La7 con un quiz per casalinghe che anche lui, il più mammone e pacioccone dei nostri conduttori, si è trasformato in un telemilitante left oriented. Non è passata una settimana dall’esordio che ha già sbertucciato Matteo Salvini dialogando con un concorrente («Fai video su TikTok? Non è che vuoi fare il ministro anche tu? Che poi vai in giro a fare tiktok con i salami?»). E, a seguire, ha calato un paio di pistolotti politicamente corretti come piace alla gente che piace. Prima un pippone antimolestie «perché quando le donne dicono no è no, mi raccomando», a commento della domanda «con quale scusa al primo appuntamento una donna non fa salire un uomo in casa sua?». Poi un altro sull’amore libero, chiosando l’interrogativo su «cosa fa il marito con la moglie per chiudere in bellezza la serata?». «Marito e moglie vanno bene, certo, ma possono essere pure due uomini o due donne che si vogliono bene», si è accorato. Del resto, la rete è moderna e disinibita, il media è il messaggio eccetera.

La vera preoccupazione di Flavietto nostro, però, dall’alto del suo 2% (ieri 2,3 e 321.000 spettatori), è un’altra. Al timone di Famiglie d’Italia, un game americano riadattato da Fremantle in cui due gruppi di cinque parenti devono indovinare le risposte alle domande di un sondaggio, dovrebbe lanciare la serata. «Che cosa fa il pubblico quando guarda in tv un film horror?», era il primo quesito di mercoledì. Chiude gli occhi, accende la luce, o magari si alza e si allontana. E no, anzi sì; a Flavietto sfugge la gaffe cinica: può pure farlo… basta che lasci la televisione accesa, è quella che conta per l’audience. La mission del conduttore-traino viene allo scoperto. Ogni due per tre lo ripete: dopo di noi c’è il tg eh… E allora, davanti a un film horror… il pubblico «cambia canale», si sente in platea. Non lo dica neanche per scherzo, signora, dopo di noi arriva Enrico Mentana, il grande direttore. E a seguire la regina Lilli Gruber. E poi Aldo Cazzullo, prima seconda e terza serata. Come il menù di qualità di un ristorante chic. Radical chic.

Post scriptum Rosicchiando rosicchiando, da un paio di giorni La ruota della fortuna (Canale 5) di Gerry Scotti ha completato la rimonta ed effettuato il sorpasso su Reazione a catena di Pino Insegno: mercoledì scorso 22% di share contro 21,4, anche se il gioco di Rai 1 ha ancora più spettatori. La lotta continua.

 

La Verità, 11 ottobre 2024

Mammucari spaesato ci mostra un’Italia rimossa

Accontentiamoci, non si può avere tutto dall’invenzione e dall’artigianato televisivo. Perciò, se Lo spaesato, il nuovo programma di Teo Mammucari in onda il lunedì su Rai 2, non è un’idea originale, pazienza: non formalizziamoci sul format danese Comedy on the edge, adattato da Stand by me. Prendiamo il buono che, per una volta, c’è (5,2%, 900.000 telespettatori). Tanto per cominciare, si tratta di un comedy people, come dicono quelli che la sanno lunga, esemplare unico nelle italiche televisioni. C’è la provincia profonda e abitualmente ignorata dai media. E poi c’è lui, Teo, tornato in gran forma nel ruolo di mattatore incontrastato dello show. Mammucari ha una sintassi tutta personale, basata sul continuo fare e disfare, sul trasgredire e riallinearsi, senza dover mediare con altre presenze che gli contendono la scena. Qui fa l’imbonitore di platee, l’incantatore della brava gente di paese. Dopo Agropoli, Ostra e Sonnino eccoci ad Acerenza, borgo a 800 metri della provincia di Potenza, luogo natio della madre e della nonna. Ma lungi dall’insistere sulle sue proprie origini, con la barba di quattro giorni Teo erra tra il pastore di capre di montagna, il «cassamortaro», il custode di leggende locali (la figlia di Dracula sarebbe sepolta in un sarcofago della cattedrale), l’allevatore di pregiatissimi alpaca, la ballerina stagionata e logorroica che lo introduce nella palestra dove si ritrova mezza Acerenza per la gara all’ultimo valzer. Gli approcci in strada, le gag, le improvvisate e qualche carrambata nostrana vengono riproposte nel teatrino e chiosate dalla mimica del mattatore e dalla chiamata sul palco dei paesani, protagonisti inaspettati e autoironici. Da ritagliare il duetto con il pensionato dell’Italgas sulla neolingua digitale: cos’è lo smart working, cosa vuol dire «taggare»? Si ride sano, senza irridere o deridere. Mammucari diluisce piccole dosi di cinismo in un preparato di partecipazione e benevolenza. Alla fine, pur senza intenti programmatici e ridondanze ideologiche, non si può non pensare quanto questa «altra Italia» sia distante dai panel dei sondaggi e dalle analisi dei grandi opinionisti su cui ci documentiamo quotidianamente.

Post scriptum Lunedì Flavio Insinna ha debuttato su La7 con il nuovo game Famiglie d’Italia, tratto da Family Feud, un format americano inaugurato nel lontano 1976 e rivisitato per l’Italia da Fremantle. Il quiz basato su sondaggi d’opinione, che dovrebbe fare da «traino» al tg, ha interessato 378.000 telespettatori con il 2,6% di share.

 

La Verità, 9 ottobre 2024