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«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

La speranza che allevia il peso delle giovani madri

L’effetto speciale è la forza della realtà e della vita. Niente fronzoli, niente algoritmi, niente ideologie. Giovani madri è un film che sembra un documentario e racconta la vicenda – già dire «storia», saprebbe di artificio – di cinque ragazze madri minorenni. Non ci sono discorsi o insistenze pedagogiche. Solo gesti, sguardi e silenzi. E dialoghi secchi come fucilate. Non c’è nemmeno la colonna sonora, come d’abitudine nel cinema dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, autori anche della sceneggiatura, premiata all’ultimo Festival di Cannes. Distribuito da Bim in collaborazione con Lucky Red, il film, 105 minuti in tutto, è uscito il 20 novembre, accolto dagli elogi di gran parte della critica. Certamente non scalerà il botteghino, ma merita che se ne parli perché è un film diverso. Che ci introduce in una maison maternelle con operatrici laiche che aiutano ad avere figli dopo che il termine per abortire è superato. E non è merito da poco, visto che finora il cinema d’autore e da festival (Magdalene, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2002 e Philomena, miglior sceneggiatura sempre a Venezia nel 2013) ha indugiato sugli istituti di suore che, soprattutto in Irlanda, maltrattavano le ragazze madri, per costringerle ad abbandonare i neonati in favore di ricche adozioni.
In questo film, però, non si cerca la denuncia, ma di indagare la fragilità del rapporto fra tre generazioni di genitori e figli. Senza tuttavia cedere alla sociologia. «Cerchiamo sempre di rimanere sulla persona, non vogliamo mai rappresentare un “gruppo sociale”», hanno sottolineato di recente i registi. «Il nostro obiettivo è che i personaggi esistano come individui, come esseri umani, ovviamente in dialogo con lo spettatore». Che qui partecipa da subito a uno scambio intenso. Nella prima scena Jessica parla al cellulare mentre aspetta una persona alla fermata del bus. Incinta di qualche mese, si avvicina a una signora sconosciuta per chiederle se è lì per incontrare una ragazza di nome Jessica. Subito dopo scopriamo che è stata abbandonata alla nascita e che ora si sente tradita dall’appuntamento mancato. Poi la vediamo chiamare un’infermiera perché non sente battere il cuore del feto. Con il suo neonato dentro la carrozzella, Perla, una teenager di colore, va ad aspettare il compagno che esce finalmente di galera, ma si mostra disinteressato all’idea di costruire un futuro insieme. Tornata a casa, l’operatrice la esorta alla sua responsabilità: «Il tuo bambino piange, lo prendi in braccio?». «Piango anche io», replica Perla. «Ha fame», insiste la donna. «Anche io ho fame», ribatte lei.
Il domino del disamore e della solitudine produce anaffettività verso i piccoli, i più indifesi della catena. Ma queste adolescenti strette dentro una sproporzione esistenziale e psicologica rivendicano il diritto a essere ascoltate e amate. E a vivere la loro età. Ancora figlie, sono già madri o si accingono a diventarlo senza che nessuno abbia insegnato loro cosa voglia dire. Mentre provano a capirlo, cercando il loro posto nel mondo, devono maneggiare biberon, pannolini, carrozzine. Senza un sostegno di madri, padri o nonni. Salvo quello, discreto, di infermiere e operatrici che suggeriscono e consigliano. Ariane ha una madre alcolizzata con un compagno violento: «Se c’è lui noi non entriamo», dice la ragazza davanti alla soglia di casa della donna. Che tenta di riguadagnare la fiducia dopo troppe promesse disattese. Vuole coccolare la piccolina per dissuadere la figlia a darla in adozione: «La tengo io». Ma da fuori arriva una voce maschile… Julie è un’ex tossicodipendente che, con il suo ragazzo, pure lui con un passato di strada, prova a credere in un futuro ancora fragile. Bisogna recuperare un equilibrio per svezzare la loro bambina, l’unica «cosa vera» in una vita di bugie. Naïma, che ha trovato lavoro alla stazione dei treni e con il suo bimbo si trasferirà in una casa lì vicino, è il motivo di una festicciola con le compagne. Intanto, Jessica ritrova finalmente la madre… Quell’enorme sproporzione può essere alleviata anche da una poesia di Apollinaire, da un abbraccio improvviso o da una lettera alla figlia, da aprire quando compirà 18 anni.
A Repubblica che ha chiesto loro quale sia «la funzione del regista politico oggi», i fratelli Dardenne hanno risposto: «Una singola lacrima che cade da un volto aggiunge più umanità e spiritualità nella mente di uno spettatore di quanto non faccia un film di protesta sociale o una manifestazione di piazza. Dobbiamo chiederci cosa ci rende più umani quando usciamo dal cinema».

 

La Verità, 22 novembre 2025

«Perché molti ragazzi sono indifferenti a bene e male»

Neuropsichiatra e psicoterapeuta, esperta dei rapporti tra genitori e figli nell’età evolutiva, autrice di numerosi saggi sull’argomento, a Mariolina Ceriotti Migliaresi ricorrono spesso università e tribunali quando hanno bisogno di illuminazione in materia di devianze ed educazione di bambini e ragazzi.

Dottoressa Ceriotti Migliarese, che diagnosi fa della situazione dei giovani e degli adolescenti di oggi?

«Davanti a comportamenti “fuori norma”, credo sia importante distinguere tra le manifestazioni più o meno gravi di disagio psicologico e la vera patologia psichiatrica. Per esempio, se un ragazzo o una ragazza si tagliano, possiamo trovarci davanti a una vera patologia, oppure a un meno grave atto di emulazione. Non è la stessa cosa: ognuno ha una storia personale che va letta con attenzione. Oggi siamo di fronte a una generazione che appare particolarmente fragile, poco capace di far fronte al dolore psichico: i ragazzi non riescono a tollerare la frustrazione, il brutto voto, il rifiuto da parte di un amico, e non sanno tollerare i toni grigi della vita. Abbiamo abituato i nostri figli alla soddisfazione immediata di ogni loro esigenza, e si trovano perciò spesso impreparati alla fatica della crescita».

Quella di questi ultimi due anni è la situazione di massimo smarrimento dei ragazzi o ci sono stati in passato momenti di disorientamento altrettanto acuto?

«Pensiamo alle violenze e agli omicidi degli anni Settanta e Ottanta. La differenza sta nel fatto che in quel caso la distruttività non era fine a sé stessa, ma era spinta da un’idea: bisognava uccidere “il nemico” per dare spazio a un ideale di cambiamento. La violenza, pur nel suo orrore, era pensata come un male necessario in relazione a un progetto».

Come si spiega il fatto che viviamo un po’ tutti in condizioni di relativo benessere, eppure constatiamo negli adolescenti fenomeni che rivelano forti sofferenze?

«Ogni nuova generazione è fatta per scrivere una pagina nuova e andare oltre quella precedente. Oggi abbiamo chiuso il futuro ai nostri figli, diamo loro un’immagine del vivere lamentosa, triste e insoddisfatta. Vale la pena vivere? Il mondo che mostriamo non appassiona e fa paura. Le loro energie vitali, invece di fiorire ed espandersi, collassano. La risposta a questa mancanza di prospettive è che forse è meglio cercare rifugio in qualcosa di immediato, che può sedare l’ansia e/o dare piacere ed euforia per evitare il vuoto».

Negli ultimi mesi, a partire dalla strage di Paderno Dugnano in cui un diciassettenne ha ucciso a coltellate i genitori e il fratello, si sono intensificati atti di violenza immotivata. Che spiegazione possiamo darci?

«Il terribile caso di Paderno è tuttora misterioso, e non credo si possa escludere una frattura psicotica della personalità. Molti casi di violenza improvvisa e immotivata sono collegati all’uso di sostanze, che alterano la già precaria capacità di controllo dell’adolescente. Ma questo non è sufficiente per dare ragione del fenomeno. Esplosioni così violente fanno pensare anche che manchino in chi le attua presupposti essenziali: l’abitudine consolidata a riconoscere l’altro come persona e il progressivo allenamento al controllo. Sono competenze che vanno insegnate fin dalla prima infanzia, perché da solo il bambino non ne è capace: serve l’accompagnamento paziente dell’adulto perché impari a regolare le emozioni e controllare gli impulsi».

A quel fatto ne sono seguiti altri, come quello di una donna di 42 anni uccisa a Viadana da un diciassettenne che ha detto: volevo scoprire cosa si prova. Un altro ragazzo di 16 anni, a Cesano Maderno, ha colpito 19 volte con una mazza da baseball un uomo di 60 anni, dicendo: fosse stato un altro era la stessa cosa, non so perché l’ho fatto. Di questa violenza così efferata colpisce soprattutto la totale gratuità.

«Colpisce e lascia attoniti. Perché mostra che l’altro non è più percepito come persona, ma solo come un oggetto tra i tanti. Sembrano saltati i capisaldi più semplici e condivisi del nostro essere uomini. E sembra scomparsa la distinzione più elementare tra bene e male».

Per queste azioni restano valide le diagnosi che parlano di crisi di valori, di mancanza di comunicazione fra genitori e figli o di eccesso di protezione delle famiglie?

«Gli adolescenti non sono marziani, ma ragazzi che crescono e affrontano l’adolescenza in continuità con la loro esperienza infantile. Il bambino ha bisogno di un adulto che lo “vede”, si prende cura di lui, fissa i confini per la sua sicurezza e gli insegna le regole fondamentali del rispetto di sé e degli altri. Nell’infanzia si allenano le competenze necessarie per vivere con agli altri. Dovrebbe essere un tempo protetto ma non soffocante, che lascia anche lo spazio per mettersi alla prova. Oggi i bambini sono iper-controllati eppure soli, in un mondo che nell’esperienza concreta è molto chiuso – case piccole, pochi parenti e amici, scarsa libertà di movimento – ma nello stesso tempo è senza confini nell’esperienza virtuale, con un mondo esterno che invade senza protezione. Il nostro amore si esprime soprattutto attraverso gli oggetti, ma non diamo loro tempo e pazienza. Tempo per ascoltarli, ma anche pazienza per correggerli quando serve, aiutandoli a mettersi dal punto di vista degli altri».

Manca la minima consapevolezza di che cosa siano la vita e la morte?

«L’adolescente vuole allontanarsi dal passato e dalle relazioni infantili, ma fatica a immaginarsi il futuro. Il tema della morte come evento personale – io posso morire – si presenta proprio con l’adolescenza e introduce il senso di un limite difficile da accettare. La morte e la sua ineluttabilità non sono un tema patologico ma esistenziale, e per integrarlo nella vita serve una elaborazione culturale che gli dia senso. La nostra società fa spettacolo della morte “lontana”, ma nasconde e nega la realtà della morte concreta e vicina. La maggior parte dei ragazzi – e degli adulti – non ha mai assistito un morente, nemmeno una persona cara. La morte è diventata un evento privo di significato esistenziale, e non viene più elaborata sul piano culturale: questo lascia esposti, soprattutto i più giovani, a una immensa solitudine. A questo punto la morte può essere solo negata, sfidata o irrisa. Purtroppo, però, togliere significato alla morte toglie senso e valore anche alla vita».

Rispetto al disagio giovanile di cui si parla da decenni quali possono essere le cause di queste nuove forme di violenza?

«Nella violenza gratuita c’è il vuoto lasciato da una profondissima mancanza di speranza, che si riempie di contenuti distruttivi del sé o dell’altro. La mente umana non tollera il vuoto, e dunque, in mancanza di progettualità e di futuro, si aggrappa a tutto ciò che può saturarla; qualcosa che tiene lontane le domande e il dolore mentale: droghe, pornografia, alcool, atti aggressivi».

Colpisce anche l’età di questi ragazzi assassini, tutti minorenni. Tra le cause può esserci la pandemia, con le restrizioni che hanno impedito agli adolescenti in piena crescita di andare a scuola, avere relazioni, fare sport e hanno insegnato loro a diffidare dei propri simili?

«La pandemia e l’isolamento hanno tolto ai ragazzi uno dei motori fondamentali della crescita, ovvero agire nel mondo attraverso il corpo. Il senso di solitudine, isolamento e noia così comuni in adolescenza non hanno potuto trovare il loro antidoto naturale nell’uscire, aggregarsi, fare esperienza: tutto è diventato virtuale, accentuando così il valore dell’apparenza, dell’immagine, a scapito dell’autenticità dei rapporti reali».

Che ruolo hanno i social network e la vita online in questo scenario?

«Per chi è nato negli ultimi 20 anni una vita senza connessioni virtuali è assolutamente inimmaginabile. I nostri ragazzi sono immersi nel mondo virtuale, un mondo eccitante e pervasivo che sembra poter rispondere a ogni necessità e a ogni curiosità. Una confort zone che dà a ragazzi chiusi nella loro stanza l’illusione di avere molte relazioni, di poter avere scambi affettivi, di conoscere il mondo perché lo vedono da uno schermo. Per crescere, invece, è indispensabile misurarsi con la realtà».

Un’altra novità è la comparsa delle sex roulette, giochi di gruppo in cui i partecipanti hanno rapporti sessuali con volto coperto e senza protezione e perde la ragazza che rimane incinta. Questi ragazzi hanno provato tutto e cercano trasgressioni sempre più adrenaliniche?

«Temo sia così. Ma quello che qui più mi spaventa è il ruolo delle ragazze, che accettano un gioco così rischioso sulla loro pelle. Ragazze che hanno evidentemente del tutto perso il senso del proprio valore personale, e della preziosità del loro corpo, capace di generare la vita».

Il sentirsi annoiati da tutto si sposa con l’assenza del riconoscimento della vita come dono?

«Oggi parlare di “vita come dono” è qualcosa di molto lontano dalla sensibilità comune. Si pensa alla vita come a qualcosa di cui possiamo disporre a piacimento, e che ha come scopo l’auto-realizzazione. La vita invece è un regalo che ci è stato fatto perché siamo chiamati a un compito personale, che spetta solo e proprio a noi. Eppure, proprio sapersi speciali, chiamati alla vita per un compito personale è ciò che può dare un senso all’esistenza e che permette di non sperimentare mai la noia».

Cosa pensa del caso della ragazza di 22 anni di Traversetolo che dopo aver portato avanti due gravidanze, sembra da sola, ha seppellito i due neonati?

«Non voglio esprimere nessun giudizio su questa terribile situazione, che desta profondo sgomento e incredulità. Vorrei conoscere questa ragazza, ascoltarla, per poter almeno in parte comprendere come può essere arrivata a tanto».

In Cuore nero di Silvia Avallone, un ragazzino trascurato dai genitori appicca un incendio alla scuola e al maestro che gliene chiede conto risponde: «Non sapevo più dove mettere la rabbia». Potrebbe essere questo il motivo di tanta violenza gratuita degli adolescenti di oggi?

«Mi sembra un esempio molto calzante. Ricordiamoci però sempre che la rabbia, dal punto di vista psichico, è l’inverso della depressione… La rabbia permette di non sentire il dolore psichico perché lo allontana da sé e lo espelle attraverso l’atto distruttivo».

 

La Verità, 5 ottobre 2024

Come trattare i drammi della «nera» con rispetto

Infanticidio. Mauro Grimoldi, psicologo giuridico e autore di Dieci lezioni sul male: i crimini degli adolescenti (Raffaello Cortina Editore), ha appena pronunciato questa parola, quando il campanello di Porta a Porta annuncia l’ingresso in studio di Claudia Roffino, autrice a sua volta (con Barbara Di Clemente) di un altro libro, intitolato Una vita in dono (99 Edizioni), nel quale ha raccontato la sua storia di persona adottata poco dopo la nascita. Argomento della conversazione era la «violenza immotivata» di cui sono protagonisti adolescenti e giovani, dal caso del diciassettenne di Paderno Dugnano che ha sterminato genitori e fratello, a quello di Chiara, la ventiduenne di Traversetolo che dopo aver partorito, si dice da sola, due neonati, li ha soppressi e occultati nel giardino di casa. Oltre a Grimoldi, c’erano la psicologa giuridica Anna Maria Giannini, Pino Rinaldi, l’autore e inviato di Chi l’ha visto? cui nel novembre 1998 Ferdinando Carretta confessò di aver ucciso i genitori e il fratello, Concita Borrelli, cronista e consulente del programma, e Umberto Brindani, direttore di Gente, il settimanale che ha intervistato il compagno di Chiara. In pochi minuti di testimonianza, Roffino ha offerto una nuova prospettiva ai presenti, spiegando l’opportunità offerta dal «parto in anonimato» affinché una vita possa essere accolta, precisando che quello della sua madre biologica non è stato un atto di abbandono perché l’ha affidata alle istituzioni affinché qualcun altro la crescesse e, ancora – pur dicendo di non aver avvertito il bisogno di cercarla – sottolineando che la vera persona sola non era lei, bensì la donna che l’aveva generata. Un racconto che ha segnato la discussione, poi virata sugli altri delitti «immotivati» di questi giorni, perpetrati da ragazzi minorenni. Un tema che interroga alla radice la civiltà che stiamo costruendo e che non può certo esaurirsi al primo talk show. Un dramma, per addentrarsi nel quale sono necessarie la sensibilità umana e la padronanza professionale che, sia Vespa che i suoi ospiti, lontani da ogni morbosità, hanno mostrato di avere. Impressionante, a seguire, il reportage sui sottopassi degradati di Roma, teatri di stupri e violenze, con annesso appello del conduttore al sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Post scriptum Occupandosi dei lati oscuri della morte di Amedeo Matacena e dell’omicidio di Maria Campai, la donna uccisa nel box da un diciassettenne reo confesso a Viadana, Chi l’ha visto? del 2 ottobre ha avuto su Rai 3 1,7 milioni di telespettatori e l’11,1%, a un punto di share dalle reti ammiraglie di Rai e Mediaset.

 

La Verità, 4 ottobre 2024

Tredici, serie sui ragazzi che processa gli adulti

Mica facile convivere con la fragilità senza infrangersi. Soprattutto se si è adolescenti, si è vittime di bullismo e gli adulti latitano. Ho finalmente completato la visione di Tredici, la serie di Netflix sulla storia di una ragazza suicida che, etichettata ingiustamente come «ragazza facile», incide e fa diffondere post mortem 13 audiocassette, ognuna dedicata a conoscenti, amici o potenziali tali, nessuno dei quali è riuscito a colmare il suo vuoto. Anzi, forse l’ha creato o allargato. Ognuno di loro costituisce una ragione del suo gesto tragico. Il titolo originale della serie è 13 Reasons Why ed è tratta dall’omonimo romanzo scritto da Jay Asher che anche in Italia sta rapidamente scalando le classifiche di vendite.

Dal punto di vista televisivo, Tredici è una delle opere meglio realizzate degli ultimi anni. Ben scritta, ben recitata, magistralmente diretta, con i personaggi e gli interpreti giusti. Asciutta ed equilibrata anche nel racconto. È una di quelle storie da cui non ci si riesce a staccare. Che s’insinua dentro e non ti molla. Accade anche con Gomorra e con The Bridge – L’originale. Anche queste serie ti portano dentro mondi poco conosciuti. I clan della camorra con le loro logiche spietate e irredimibili. Oppure la civiltà scandinava con la sua pretesa di perfezione, e che invece si rivela una fucina di solitudini e perversioni. Se possibile, Tredici è ancora più forte, più struggente, perché ci introduce nel mondo degli adolescenti. Anch’esso un universo lontano, poco esplorato. Un mondo di persone fragili, immerse nella stagione più delicata e drammatica dell’esistenza. Persone che sono i nostri figli.

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

È stato scritto che è una serie sul bullismo. Certo, ci sono diversi episodi di umiliazione e di violenza psicologica che colpiscono Hannah Baker (l’attrice Katherine Langford). Ci sono omissioni, gesti non compiuti, parole non dette. Mancanze gravi anche queste. Che la allontanano progressivamente da chi sembrava un’amica o da chi poteva essere un fidanzato. La serie racconta tutto questo, calibrando sfumature di sentimenti e di psicologie alle prese con la solitudine, l’indifferenza, la distanza dagli altri, il deserto affettivo, l’assenza di contenuti e proposte vitali. Descrive la volubilità dei rapporti tra ragazzi, le invidie, le rivalità, una schiuma di relazioni effimere, foriere di delusioni.

Ma Tredici è anche, e forse soprattutto, una serie sull’impotenza del mondo adulto. Esortato dalla madre che, vedendo il figlio diciassettenne (Clay Jensen) turbato per un motivo ignoto, lo invita a parlare per farsi aiutare, il coprotagonista della storia risponde: «Mamma, anche se parlassi, tu non mi puoi aiutare». È una serie su questa impossibilità, su questa incomunicabilità tra ragazzi e adulti. Sull’incapacità di noi genitori, professori, educatori, professionisti di essere una proposta, un’ipotesi percorribile, una presenza. Di essere una ragione positiva per vivere. Un esempio, come si diceva una volta: parola rimossa. È una serie che, in un certo senso, fa l’esame di coscienza (altra espressione considerata vetusta) al mondo adulto. Alessandro D’Avenia, che di licei e di «fragilità» giovanile si intende parecchio avendoci dedicato anche l’ultimo libro (L’arte di essere fragili, Mondadori), ha scritto di «un assordante vuoto d’amore» nella serie. In realtà, più che l’assenza di amore, che invece traspare dai genitori di Hannah e di Clay Jensen, per conto mio ciò che latita sono i contenuti, le proposte vitali, un’idea che dia senso all’esistenza. Con l’eccezione di un professore, tutti gli adulti che lavorano o gravitano attorno al liceo in cui è ambientata la storia sono persone rispettabili, armate delle migliori intenzioni. Ma solo l’ultima cassetta di Hannah Baker è dedicata a una di loro. È lo psicologo della scuola, al quale si rivolge come ultima speranza, dicendogli che la sua vita non vale niente. Ma lui, con tutta la sua buona volontà, non riesce a superare il confine del ruolo. La decisione è presa.

Prigionieri dei nostri ruoli, noi adulti non riusciamo a capire, a entrare nel loro mondo. Non per curiosare, per sapere tutto. È giusto che i ragazzi abbiano margini di autonomia. Non riusciamo a entrare perché non siamo abbastanza credibili, affascinanti, non siamo un’ipotesi da verificare. Non siamo ragioni per cui valga la pena vivere. Il risultato è che, mentre il mondo degli adolescenti ci resta estraneo, ogni tanto, anzi, sempre più spesso, ci svegliamo di fronte a qualche tragica notizia di cronaca. Avete presente Blu Whale, il gioco online che guida gli adepti a cimentarsi in prove di coraggio sempre più pericolose e che sta facendo lievitare il numero di morti tra i ragazzi. L’ultima prova è buttarsi dal cornicione di un condominio o di un grattacielo. Nell’età della fragilità, nel vuoto di proposte, il nichilismo esercita una seduzione difficile da vincere. Se la scuola, i rapporti, le amicizie fanno schifo, se tutta la vita fa schifo tanto vale porle fine. Tanto vale lanciarsi davvero nel vuoto.

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Anche prendendola dalla parte delle parole e del linguaggio, la società contemporanea, così moderna e avanzata, esce bocciata alla prova degli adolescenti. La loro fragilità avrebbe bisogno di confrontarsi con solidità, consistenza, sostanza, realtà. Invece, e qui saltano fuori le nostre responsabilità, infoiati dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione, professori, filosofi, sociologi, intellettuali in genere, in tutti questi anni abbiamo continuato a esaltare l’esatto opposto di cui quella fragilità necessita: il pensiero debole, la società liquida, la realtà virtuale, la sessualità fluida cantata da Michele Bravi, nuovo idolo della nextgen. Dimenticandoci del cuore dell’uomo, delle sue domande fondamentali, del suo bisogno di significato.

E i più fragili s’infrangono.

La Verità, 1 giugno 2017