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Lista delle sviste del Milan: il taumaturgo non si vede

Da inguaribile tifoso milanista mi ero illuso che stavolta la barca si sarebbe raddrizzata. Non ho mai amato il calcio speculativo proposto da Massimiliano Allegri. Ma stavolta, a fronte del plebiscito con poche eccezioni che ha accompagnato il ritorno sulla panchina del Milan del tecnico livornese, dipinto come un taumaturgo da (quasi) tutte le firme addette ai lavori, mi son detto: stiamo a vedere, magari è l’uomo giusto. Dopo un campionato fallimentare con ammutinamenti di giocatori e faide di spogliatoio; dopo anni in cui si è tentato di sostituire il direttore sportivo con l’algoritmo; dopo una stagione in cui si sono ingaggiati Paulo Fonseca e Sergio Conceição, per non parlare di Emerson Royal e poi di João Félix, ho pensato: magari Allegri può riportare un po’ d’ordine e ristabilire le gerarchie giuste. Purtroppo, serve anche riportare anche uno straccio di gioco in campo. E qui, viste le prime premesse, mi pare che tocchi attendere ancora.
Ecco una rapida lista delle sviste che, ahimé, fanno temere l’ennesima disillusione.

  1. Sabato sera, dopo la clamorosa sconfitta casalinga con la neopromossa Cremonese, mister Allegri ha detto: «Non si possono prendere due gol così. Non abbiamo la percezione del pericolo». Ma il compito di insegnare a non prendere quei gol e a percepire il pericolo a chi spetta se non al tecnico? (Carlo Ancelotti dice sempre che «il bravo difensore è pessimista»).
  2. Sempre compito del tecnico, mi pare sia anche capire che tipo di difensori ci sono in rosa. Se non hai capito che i tuoi sono disordinati (Pavlovic) e impulsivi (Tomori) è grave. Il mercato è ancora aperto: serve come il pane un leader della difesa, un difensore esperto (quello che fu Kjaer nell’anno dello scudettto), tipo Kim o Koulibaly.
  3. Allegri ha parlato della necessità di «vincere le partite sporche» e di «sfruttare positivamente gli episodi». Contro la Cremonese! È l’esemplificazione plastica della sua filosofia di calcio speculativo: non pensare degli schemi offensivi, ma «sfruttare positivamente gli episodi» (calci piazzati, mischie, situazioni, errori degli avversari…), «vincere le partite sporche», «con più cattiveria».
  4. ⁠Che le partite con le squadre che si chiudono siano le più difficili è noto. Proprio contro queste squadre servono schemi offensivi per scardinare i catenacci. Non bastano difesa e contropiede che possono funzionare con chi ti attacca (vedi Liverpool in amichevole).
  5. Proprio il paragone col Napoli che si fa in questi giorni che vinse lo scudetto dopo aver perso 3 a 0 con il Verona, è sbagliato perché, a differenza di questo Milan, il Napoli gli schemi offensivi li ha: palla a Lukaku che la smista per le incursioni dei centrocampisti, palla a Politano per il tiro o il cross per Lukaku e McTominay. Contro le piccole servono giocatori che saltano l’uomo, colpitori di testa che finalizzano i cross…
  6. Fofana non mi sembra una mezzala del centrocampo a tre. In due anni che è al Milan l’avrò visto tirare 30 volte senza mai, dico mai, centrare lo specchio della porta (Allegri pensa che con Loftus Cheek possano arrivare a 15 gol a stagione). Lo vedrei in mezzo, vertice basso del centrocampo, spostando Modric mezzala, più vicino alle punte perché più abile nell’ultimo passaggio e nel tiro.
  7. Per ritardi in fase di copertura, impacci nella gestione della palla e emotività a San Siro, per ora Estupinian mi ricorda Emerson Royal.
  8. Secondo me, Gimenez non ha il fisico per fare il centro boa in mezzo all’area, tipo Lukaku o Zapata. È uno che preferisce allargarsi per triangolare, tirare o fare l’assist (vedi gol di Pulisic al Bari).
  9. ⁠Nonostante le insistenze di Allegri e di quasi tutti gli osservatori, Vlahovic non lo prenderei. Intanto perché, dopo Higuain, Bonucci e Caldara, dalla Juve non prenderei neanche Maradona (pace all’anima sua). Poi perché diventerebbe subito un caso particolare, un osservato speciale in spogliatoio. Perché come gioco (non boa, ma spazi…) somiglia a Gimenez e, infine, perché non farei mai un favore alla Juve, diretta concorrente.
  10. Temo che senza alcuni accorgimenti anche il 3-5-2 non risolva né i problemi di gioco in fase costruttiva né di tenuta in fase difensiva. Il giocatore che trae più vantaggi da questo modulo è Saelemaekers, non a caso sempre il migliore in campo. Troppo poco…

Spero tanto di sbagliarmi e che Massimiliano Allegri e Igli Tare ci facciano vincere lo scudetto.

Fenomenologia dei coach nell’estate della rivoluzione

Panchine bollenti. Allenatori inquieti. Psicodrammi pallonari. Il domino dei tecnici risucchia anche l’inguardabile Nazionale. È impensabile, inammissibile che non si vada ai Mondiali per la terza volta consecutiva, strillano i commentatori. Se gli avversari giocano meglio, è pensabilissimo. Un po’ di umiltà, please. Inutile stupirsi, la crisi della Nazionale è specchio fedele del nostro sistema, dai vivai alle rose imbottite di stranieri agli stadi da Dopoguerra. Fosse una persona seria, Gabriele Gravina dovrebbe dimettersi (come un Maurizio Landini qualsiasi, ops). Che quello dei tecnici – uomini potenti ma fragili, in un soffio da maghi a bluff – sia un mestiere difficile e questa sia un’estate particolare, lo provano certi clamorosi dinieghi. Porte in faccia alla Juventus da Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Nazionale respinta da Claudio Ranieri e Stefano Pioli. Lo scherzo del destino è che Brasile e Turchia hanno Ct italiani. E, intanto, al capo della Fgic che dovrebbe nominarlo sfugge ancora la differenza tra selezionatore e allenatore.

IL DESIGNATO

Gennaro Ivan Gattuso. Detto Ringho. Dopo i rifiuti eccellenti, in Via Allegri sperano che sia il profilo giusto. Motivatore. Martello. Dispensatore di grinta. Da giocatore ha vinto tutto quello che si poteva, Mondiali compresi. Da tecnico, insomma. Sion, Palermo, Creta, Pisa, Milan, Napoli, Fiorentina, Valencia, fino all’Hajduk Spalato: diversi esoneri. Perplessità: i suoi spigoli si modelleranno sulle diplomazie di Coverciano? Detto guida: «Se uno nasce quadrato non muore tondo».

TRA COVERCIANO E RYIAD

Luciano Spalletti. Ottimo allenatore, ma prototipo dell’anti Commissario tecnico. Profeta di tatticismo esasperato. Uomo dogmatico dall’eloquio criptico, «dobbiamo passare dal calcio perimetrale al calcio relazionale». Concetti che necessitano di decodifica, fortunato chi ci riesce, e di prove e riprove per essere applicati. Morale: giocatori paralizzati. Il miracolo di Napoli è frutto di convergenze astrali. «Volevo dare il meglio, sono deluso da me stesso», è l’autocritica di uno che se ne va senza buonuscita. Attenuante: l’assenza di giocatori importanti. «Tiferò per il mio successore (se si troverà), perché non sono come tanti altri». Signore.

Roberto Mancini. Capello morbido, è il più stiloso del bigoncio. Gli dobbiamo l’ultimo successo azzurro, Europei 2021, arrivato grazie al fuorigioco di Arnautovic scovato dal Var contro l’Austria, e ai miracoli di Donnarumma ai rigori, in finale contro l’Inghilterra. Poi il buio, nonostante la scoperta di Retegui, e la fuga dietro ai dollari degli sceicchi. Esonerato causa risultati modesti. Poco stiloso invece il like al post anti Spalletti di Francesco Acerbi, dopo il quale ha ammesso: «Lasciare la Nazionale è stato un errore». Pentito.

Stefano Pioli. Maestro di «transizione e calcio verticale». Cementatore del gruppo. La sua carriera è segnata dalla morte di Davide Astori, capitano della Fiorentina. Diventa paterno e capace di gestire le psicologie di ragazzi spesso viziati. Theo Hernandez e Rafa Leao con lui hanno dato il meglio. Due secondi posti, una semifinale Champions e lo scudetto 2022, vinto contro pronostico. Dopo un anno in Arabia a guidare l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, ha le tasche piene non solo di dollari. Ma molto meglio il ritorno sulla panchina viola che su quella azzurra. Rispettato.

GURU VERI O PRESUNTI

Antonio Conte. Talebano. Maniacale. Vincente. Meno integralista di qualche anno fa. Sembrava già sulla strada della Continassa dove Lele Oriali non l’avrebbe seguito. Poi i lavori in corso a Torino e i ponti d’oro a Piedigrotta, leggi mercato scintillante, lo hanno convinto a rimanere nel cast di De Laurentiis. Ha vinto l’ennesimo scudetto con una squadra meno attrezzata dell’Inter e soprattutto del Napoli di Osimhen, Kim Min-jae e Kwaraskelja. Ha scommesso su McTominay e Lukaku e ha vinto. Ossesso.

Simone Inzaghi. Resterà nella storia interista come il tecnico del «triniente». E di due scudetti regalati a squadre con rose inferiori. In un mondo con mille variabili, il gap tra trionfo e umiliazione è un capello. Sembrava il nuovo Guardiola, rischia di passare agli archivi come un altro Maifredi. È arrivato a fine stagione con la squadra sgonfia, ha gestito male la rosa, pareggiando partite già vinte e perdendo tutto. Dopo un’annata così, difficile ricominciare. Ha scelto l’Arabia; tra quanto arriverà la nostalgia? Spiaze.

Gian Piero Gasperini. Taumaturgo, autore di miracoli in serie. Prodigi costruiti sul lavoro e l’applicazione maniacali. Dittatore della preparazione. La controprova? Il rendimento inferiore dei suoi giocatori in altre squadre. Sull’Atalanta è stato scritto tutto. «Giocargli contro è come andare dal dentista», Pep Guardiola dixit. Di sangue bianconero, ha mantenuto la parola data alla Roma, dove adesso è chiamato a confermare lontano da Bergamo la sua statura. Carismatico.

Massimiliano Allegri. Sembrava diretto a Napoli, poi Conte non si è schiodato e lui ha messo la freccia per Milanello. Lo descrivono contento, motivato e al centro di ogni decisione per togliere il Diavolo dall’inferno in cui s’è cacciato. Chissà se, oltre che per rimpiazzare le giacche scaraventate a terra, l’anno sabbatico gli è servito per studiare qualche sistema di gioco più moderno. Si attende il primo confronto con Lele Adani. Mantra: corto muso.

PADRI (NON) DELLA PATRIA

Claudio Ranieri. L’aggiustatutto. Un papà di calciatori, da Leicester al Colosseo. Ma non un padre della patria. Sir Ranieri e sor Claudio. Candidato alla panca azzurra dalla Rosea. Tentato dall’avventura, pur da consulente giallorosso. Troppi colori. Dopo aver portato la Roma a un soffio dalla qualificazione Champions, perché infilarsi nel labirinto di Coverciano? Cosa sarebbe successo se avesse convocato o sconvocato un romanista di troppo? Meglio restare appollaiato a Trigoria a veder crescere i lupi di Gasp. Contropiedista su whatsapp: «Non me la sento, grazie del pensiero».

Carlo Ancelotti. Il più vincente è nato a Reggiolo. 5 titoli nei principali campionati europei, 5 Champions League, 2 con il Milan 3 con il Real Madrid. E dire che la Juventus lo lasciò andare perché lo riteneva un perdente. Gestore di campioni, assemblatore di fuoriclasse, inventore di moduli. Dopo una stagione deludente con i Blancos è andato a guidare il Brasile, subito qualificato per il Mondiale 2026. Annunciando l’accordo, ha detto: «L’Italia non mi ha mai chiamato perché in questo momento ha un grande allenatore». È proprio un buono. Quando non inarca il sopracciglio.

STELLE CADUTE

Thiago Motta. Da mago a apprendista stregone in 6 mesi. Dopo la stagione con il Bologna portato in Champions, era il più ambito d’Italia, ma si era già promesso alla Juventus. Ha dato il benservito a mezza squadra e allestito un mercato deluxe. Ma ha contratto la pareggite. Nel tempio del «vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta» non ti perdonano se dici che non hai «l’ossessione della vittoria». Altro passo falso, l’intervista estrai sassolini concessa a Walter Veltroni. In lista d’attesa.

Sergio Conceiçao. Monaco dello spogliatoio. Il suo Porto vincente era una via di mezzo tra l’Ordine supremo di Cristo e la Guardia nacional. Difficile potesse funzionare con Theo Hernandez e Alex Jimenez. Soprattutto se non hai le spalle coperte dalla filiera dei dirigenti. Ha dettato un decalogo di regole. Invano. Quel sigaro fumato a Riyad lo ha ingolfato. Un mese dopo il Milan era fuori da quasi tutto. Frase chiave: «Il calcio non è un hobby». Aveva annunciato che alla fine avrebbe parlato lui. Desaparecido.

LEGIONE STRANIERA

Roberto De Zerbi. Per gli esteti dei salotti buoni è il migliore. In effetti, il suo Sassuolo divertiva e infilava vittorie sorprendenti. Shakthar Donetsk, Brighton, Olympique Marsiglia: le sue squadre giocano per fare un gol in più dell’avversario. Solo che, curando poco la parte difensiva, a volte succede che lo facciano i rivali. Fa pensare a quei tennisti che eseguono i colpi più spettacolari, ma poi la partita la vince l’altro. Atteso alla prova di un grande club. Promessa da confermare.

Vincenzo Montella. Centravanti tecnico e rapinoso sebbene non dotato di gran fisico, da coach di Fiorentina, Milan e Siviglia ha avuto una carriera altalenante. È protagonista di una second life in Turchia. Nel 2021, dopo due anni di stop, accetta di allenare l’Adana Demirspor, club neopromosso nella massima serie, portandola al nono posto e, l’anno successivo, al quarto. Rescisso il contratto, dal settembre 2023 guida la Nazionale turca con risultati soddisfacenti. Tenace.

DA OSCAR

Luis Enrique. In finale contro l’Inter, il Paris Saint-Germain sembrava il Milan di Sacchi. Ha tentato 539 passaggi con una percentuale positiva del 91%. Com’è riuscito a vincere un trofeo inseguito e sfuggito a una formazione che aveva Messi, Neymar e Mbappè? Lui l’ha spiegato con «la legge della minima informazione. Spesso l’allenatore tende a parlare molto per sentirsi tranquillo», ha premesso. «Noi cerchiamo di dare ai giocatori il minor numero d’informazioni possibile in modo che in campo sappiano cosa fare. Che senso ha che io proponga cinque idee se poi non saranno in grado di interpretarle? C’è un bel detto di Blaise Pascal che riassume il nostro lavoro: “Se avessi avuto più tempo, ti avrei scritto una lettera più breve”». Chissà se a qualcuno dei nostri coach fischiano le orecchie.

 

La Verità, 12 giugno 2025

«Il fascismo? Roba passata, basta chiedere abiure»

Un pensiero terzo nell’epoca della polarizzazione. Un pensiero laterale rispetto al pensiero unico, pigro e conforme. È quello che sgorga da Controstoria dell’Italia (Bompiani editore) di Giampiero Mughini, sottotitolo: Dalla morte di Mussolini all’era Berlusconi. Mughini attinge al Muggheneim (il titolo del penultimo saggio) di libri, riviste e arredi di design della casa-museo, e alla memoria di una vita vissuta senza adagiarsi in luoghi comuni. Lo scopo è «mettere una targa di carta a rammemorare quella storia (della guerra civile ndr), nonché quella successiva della Repubblica italiana, in tutte le loro complessità e ambivalenze».
Mughini, conosciamo la controinformazione, perché c’è bisogno di una controstoria d’Italia?
«Perché le nuvole di banalità che ci avvolgono vanno alla grande. Banalità che convincono i beoti di assurdità scambiate per senso comune. Invece, abbiamo bisogno di cercare verità nuove, inedite, anche aspre, se occorre. Ritrovare vicende e situazioni che ci erano passate di mente e non contentarci delle certezze in cui credevamo 20 o 30 anni fa».
Che cosa non ti piace dell’ufficialità e del conformismo odierni?
«C’è un nuovo conformismo che è più duro di quello vecchio. Mentre abbiamo bisogno di entrare nell’universo del Terzo millennio. Un’epoca diversa da quelle che abbiamo vissuto finora e che e ci impegnerà non poco per campare».
Controstoria dell’Italia lo definiresti un libro montanelliano?
«Indro mi perdoni, ma è un riferimento che accolgo con onore».
In una controstoria serve la giusta distanza anche riguardo ai fascisti, raccontati senza risparmiare critiche, ma con il rispetto che si deve all’avversario politico?
«La giusta distanza serve sempre. Il rispetto dell’avversario fa parte del mestiere di vivere. Egli non è un tipetto che fa schifo dall’inizio alla fine e da dover distruggere. La pensa diversamente da te. Ha dei meriti che tu non gli riconosci e tu hai dei meriti che lui non ti riconosce. La vita è imparare, con il senso dell’ironia».
È il rispetto che avevi nei confronti di tuo padre?
«Mio padre mi avrà detto venti frasi in tutta la sua vita e ogni volta ha lasciato il segno. Era una brava persona e questo è ciò che più conta. Quando, poco più che ventenne, dirigevo Giovane critica a Catania e non avevo i soldi per stamparla, ci mise i suoi. E quando poi ci fu da dividere l’eredità con i miei fratelli, tolse la quota che aveva anticipato».
Contesti che il fascismo non abbia prodotto una cultura.
«Basta citare il Futurismo. La cultura non è un cumulo di truppe armate contro altre truppe armate, è l’intelligenza delle sfumature».
Farne tabula rasa dipende dal complesso di superiorità di coloro che stanno seduti sempre dalla parte giusta della storia?
«Si sta dalla parte giusta della storia come se fosse sempre quella. E come se invece non cambiasse continuamente. I fascisti avevano ragione quando replicavano a coloro che sputavano per strada contro i reduci delle trincee. Mica si erano divertiti quelli che erano stati nelle trincee».
Rivisiti la figura di Alessandro Pavolini, addirittura capo del Partito fascista repubblicano e fondatore delle Brigate nere. È il paradigma di coloro «che ci credono fino in fondo»?

«Di coloro che si giocano tutto nel crederci fino in fondo. Ciò nonostante, Pavolini non era un mostro, bensì un italiano del suo tempo, un fascista convinto, protagonista di un tempo atroce. Amico fraterno di Galeazzo Ciano, dopo il tradimento del 25 luglio 1943 è colui che ne pretende la fucilazione. Chi scrive la storia per bene, Pavolini lo deve mettere in piedi. Così come chi scrive la storia per bene, dei 15 fucilati a Dongo deve dire che un regolare processo ne avrebbe condannato uno solo. L’Italia deve riconoscere che le cose sono andate così e soprattutto non avere la libidine di rinfocolare fascismo e antifascismo. Che non esistono più. Sono quattro ragazzotti per strada, ma noi sappiamo cos’è stato dei ragazzotti per strada».
Pavolini è l’emblema del fanatismo ideologico, primo nemico anche oggi?
«Certamente. Quel fanatismo che alimenta i terroristi islamici delle Torri gemelle. E di tutti quelli che non riescono a immaginare se non la distruzione degli avversari ideologici. Come accaduto anche nella stagione del terrorismo italiano».
Scrivi che il cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, dove Mussolini e Claretta Petacci furono uccisi da Walter Audisio, il partigiano «Valerio», è «il luogo fisico più carico di tragedia che io abbia mai tastato in vita mia».
«Su quel cancello si chiude una storia tragica. Quattro colpi di fucile contro un uomo anziano e una donna. L’Italia di quell’epoca finisce nel modo peggiore».
Altri posti tragici dove sei stato?
«A Piazzale Loreto, dove qualche giorno prima erano stati massacrati dei partigiani. E dove, per vendetta, appiccano quelli per le gambe… ivi compresa una donna. Un atto spaventoso».
Sei mai stato a vedere un campo di concentramento nazista?
«No. E ho l’impressione che non ne caverei il tutto, che non si possa attingere completamente a quell’orrore. Veramente spaventoso».
Parlando criticamente anche di te stesso e di un tuo intervento in occasione di un 25 aprile di molti anni fa usi il vocabolo «incultura» a riguardo della faciloneria con cui si argomenta di fascismo e antifascismo. Che cosa pensi della polemica per il mancato intervento a Rai 3 di Antonio Scurati?
«Lì non ci sono parole, in effetti. Era stato chiamato a fare un discorso, che per altro non aveva niente di speciale o originale, ma che non mi pare si potesse censurare. Era un discorso sacrosanto. Certo, un governo che ha quel colore lì non ama sentirselo dire in faccia. È stata una pagina micragnosa».
Sebbene sia documentato che i biglietti del treno e dell’hotel per la trasferta di Scurati fossero già stati pagati?
«Forse c’è stata una retromarcia voluta da qualcuno. Ho l’impressione che nel gruppo al potere ci sia una differenza notevole tra il capo del governo e i suoi attendenti».
Cosa pensi dell’insistenza con cui si richiedono abiure al premier?
«È semplicemente ridicolo. Quelli hanno avuto una loro storia. Giorgia Meloni ha avuto una sua giovinezza, in cui si diceva fascista. Ma è del tutto evidente che con la storia di un secolo fa non ha niente a che fare. Cosa stai a chiedere?».
Perché non avviene altrettanto quando a Palazzo Chigi si trova o si trovasse un post-comunista?
«Onestamente, ora la cosa è impossibile. Ma probabilmente avremmo la stessa tiritera».
Dici?
«
Penso di sì. La gente è abbarbicata alle cose in cui ha creduto e non fa un passetto per mutare la sua camminata».
Il tuo amore per il design e il desiderio di possederne i pezzi più succulenti e quello per i libri e le loro prime edizioni è una debolezza che fa prevalere l’avere sull’essere? Voglio dire, il capitolo sulla guerra civile riguarda l’identità della persona, quello sulla bellezza italiana sembra riguardare il possesso.
«Assolutamente no. Tra avere e essere non c’è differenza. Avere un libro e leggersi proprio quel particolare libro, in quella edizione, è un’esperienza che riguarda pienamente l’essere».
Perché quello su Silvio Berlusconi è stato il capitolo più faticoso da scrivere?
«E di gran lunga. Perché nutrivo una simpatia personale in quanto lui era di una squisitezza umana straordinaria. Tuttavia, certo, ne ha combinate tante, tantissime. Come si fa a dare un giudizio univoco su un tale personaggio. Anche in questo caso, l’odio contro di lui è stato di un’intensità pazzesca. Ora, io non sono stato berlusconiano un solo giorno della mia vita. Però non potevo non ammirare il costruttore, l’imprenditore che aveva delle squisitezze umane. Vicino a dove abitavo a Roma, c’era una famosa sezione del Partito comunista che poi cadde in disgrazia. Bene, lui volle venire a vederla, ci volle entrare, rendersi conto… L’uomo era questo».
Invece il capitolo più macerante è stato quello sugli anni di piombo?
«Direi quello degli italiani che si ammazzavano negli ultimi mesi della guerra civile. Non c’è cosa più brutta. Ci si ammazzava fra italiani. Sono cose spaventose rispetto alle quali, oggi, l’Italia, anziché ricucire, intinge la conflittualità e spasima di riproporre quelle zuffe».
È la perenne contrapposizione dell’antifascismo.
«Sì, lasciamola nel passato».
In un documentario sulla storia di Lotta continua in cui eri intervistato anche tu, Erri De Luca dice che gli Anni di piombo sono stati anche anni di rame.
«Non ho nostalgia per quel decennio, quando anche i ragazzi si ammazzavano per strada. Parlo di quei tre ammazzati dinanzi alla sezione fascista. E tutta la discussione su Acca Larenzia vien fatta sul braccio alzato e non sui morti ammazzati in quel modo».
Scrivi che avresti detto «presente» anche tu.
«Non col braccio teso, s’intende. Dinanzi a quei tre ventenni stroncati, dentro di me l’avrei detto».
C’è troppa indulgenza verso i giovani che manifestano per la Palestina?

«I giovani raramente hanno avuto ragione. In questo caso non mi pare ne abbiano molta. Il loro atteggiamento nei confronti di questa tragedia è molto modesto. Non hanno battuto ciglio per bambini e donne morte il 7 ottobre. Io invece, naturalmente figurati se non ho tenerezza per i bambini palestinesi che crollano a mucchi, il 7 ottobre non riesco a dimenticarlo».
Se ti si chiedesse di scrivere un nuovo capitolo della controstoria a cosa lo dedicheresti?
«Alle fesserie che si raccontano. La lotta politica in Italia si fa su un uomo del potere ha fatto fermare un treno perché aveva premura. Queste sarebbero le battaglie… Penso che raramente l’Italia sia giunta a un tale livello di bassezza».
Per chiudere, Giampiero, un tuo pensiero su Massimiliano Allegri.
«L’idea di 100.000 tifosi che vogliono dare lezione di calcio a uno che ha vinto e stravinto con la Juventus mi suona come una buffonata. Capisco che, dopo una vittoria meritata, alla fine di un’annata così, abbia avuto questo scatto di nervi. Sono totalmente dalla sua parte. Questo è stato il suo ultimo anno alla Juventus, ma vorrei conoscere un altro allenatore che abbia portato a casa un bottino di questa fatta tra scudetti e coppe varie».

 

La Verità, 18 maggio 2024

«Vedo sempre Napoli, sirene arabe per Mancini»

Maurizio Pistocchi, volto storico dello sport di Mediaset, posta sui social video di spiagge da sogno che scatenano l’invidia di chi lo segue. Calette sarde, da dove, in attesa della ripresa del campionato, si gode gli ultimi giorni di vacanza e il successo di vendite di Juventopoli. Scudetti falsati & altre storie poco edificanti (Piemme), il libro che ha scritto con Paolo Ziliani, collega del Fatto quotidiano con il quale ha a lungo collaborato nei programmi della tv commerciale.

Pistocchi, che cosa sta succedendo nel calcio?

«Il calcio italiano è nella stessa situazione del Paese: senza risorse e senza idee».

I petrodollari si stanno comprando tutto?

«La Saudi league fa quello che facevamo noi negli anni Novanta, quando i migliori calciatori venivano in Italia non perché avessimo il campionato migliore del mondo, ma perché avevamo i soldi. Lo stesso si può dire della Premier league di adesso. I calciatori vanno dove sono pagati meglio e di più».

Cinquant’anni fa il calcio ha scoperto l’America e poi la via della Cina: che cos’ha di diverso il vento d’Arabia?

«Arriva da un Paese ricchissimo che ha investito in tutti i business più importanti del pianeta. Saudi Aramco, promotore della Saudi league, possiede più di 500 miliardi di dollari e un progetto di sviluppo sia della Lega calcistica che dell’intero Paese. È un progetto molto ambizioso, in vista dell’organizzazione dei Mondiali».

Ostacoli sul percorso?

«Certamente si scontrerà con tanti pregiudizi. Nonostante le offerte ultramilionarie, molti giocatori hanno declinato l’invito a causa di un ambiente che limita le abitudini dei calciatori occidentali. Le mogli, spesso protagoniste dello star system, non si sentono a proprio agio in un Paese in cui la donna ha un ruolo diverso».

È stupito che il segno della croce con cui Cristiano Ronaldo ha festeggiato il gol che ha qualificato la sua squadra alla finale della Champions non abbia causato contestazioni?

«Ronaldo è stato scelto come front-man di tutta la Lega, perciò non mi aspetto limitazioni ai suoi comportamenti. Se gliele imponessero se ne andrebbe. Credo abbia chiarito fin dall’inizio le sue libertà».

Fino all’anno scorso l’Arabia attraeva giocatori a fine carriera, come mai ci sono andati Koulibaly, Milinkovic Savic o Kessie?

«Gli ingaggi sono di gran lunga più alti. Finora nella Saudi league sono stati investiti 600 milioni di euro, ma per una realtà così ricca sono briciole. Se Mohammad bin Salman vuole costruire una Lega tecnicamente forte e seguita dal grande pubblico questa strada è giusta solo in parte. Servono scuole e centri di istruzione dove i migliori allenatori del mondo possano insegnare calcio. Sono partiti dall’alto, chiamando giocatori già affermati, ma perché non resti un fatto episodico adesso devono costruire le fondamenta».

Di fronte a una realtà così potente è romanticismo difendere storia e identità dei club?

«Sarebbe bello che in un mondo dove la valutazione professionale delle persone è determinata dal denaro il calcio si distinguesse. Le storie alla Gigi Riva o alla Giacinto Facchetti non esistono più. L’ultimo dei mohicani è stato Francesco Totti. Alcuni anni fa, quando passò dal Barcellona al Real Madrid, Luis Figo fu soprannominato pesetero, da peseta. Oggi sono tutti peseteros».

Che cosa pensa del caso Lukaku?

«Penso che si stia esagerando. Nel mondo, tutti i giorni, centinaia di professionisti lasciano un team o un ufficio per guadagnare di più o perché non si sentono valorizzati. Lukaku ha diritto di andare a giocare dove crede. Dopo che si è esposto con dichiarazioni smentite dai fatti, potrà spiegare il perché oppure no. Penso che la sua volontà sia stata determinata dalla gestione di Simone Inzaghi: se uno è un giocatore davvero fondamentale non lo si tiene in panchina nella partita più importante della stagione».

Quanto influiscono in queste decisioni i procuratori?

«I procuratori guadagnano dai trasferimenti dei giocatori, ma chi decide sono sempre i giocatori. A volte sono le società a spingere per le cessioni perché servono a sistemare i conti. Il calciatore può rifiutarsi, con il rischio di produrre una frattura difficilmente sanabile».

Zlatan Ibrahimovic che ha giocato in tutti i club europei più titolati non ha mai vinto la Champions league.

«Ibrahimovic è un campione straordinario, ma individualista. Il povero Mino Raiola ha fatto un grande lavoro per valorizzarlo, fin dai tempi dell’Ajax. Ma nel calcio il talento dev’essere funzionale alla squadra. Messi e Ronaldo si mettono a disposizione della squadra, Ibrahimovic è enorme per forza fisica e tecnica, ma la squadra dev’essere al suo servizio».

Cosa pensa della cessione al Newcastle di Sandro Tonali che doveva essere il perno del Milan del futuro?

«È una di quelle situazioni un po’ obbligate nelle quali il club caldeggia l’affare per finanziare parte della ricostruzione. Il Milan sta allestendo una squadra molto interessante, con giocatori di talento come Reijnders, Loftus-Cheek e Chukwueze. Vedremo se Pioli saprà darle un’identità e renderla protagonista dopo la delusione dell’anno scorso».

E dell’Inter che ha acquistato Cuadrado, il più inviso degli avversari?

«Cuadrado è uno dei giocatori più forti della Juventus degli ultimi cinque anni. Credo che sul piano tecnico sia un’operazione ottima. Però parliamo di un calciatore che ha avuto comportamenti poco sportivi. Sta a lui essere intelligente e togliersi di dosso la fama di simulatore e provocatore».

Il caso Lukaku, la cessione di Tonali e l’acquisto di Cuadrado: questo calcio procede a dispetto dei tifosi?

«Il tifoso oggi non può più essere quello degli anni Ottanta o Novanta. Oggi si tifa la maglia, la squadra, lasciando perdere se possibile l’aspetto affettivo del rapporto con i giocatori».

C’è troppo poca considerazione dei tifosi nel sistema calcio?

«I tifosi sono come il parco buoi della Borsa. Pagano gli abbonamenti allo stadio e alle tv e acquistano il merchandising. Invece si dovrebbero inserire nell’azionariato delle società come ha fatto il Bayern Monaco».

Si aspettava che fossero giudicati diversamente i comportamenti che con Paolo Ziliani raccontate in Juventopoli?

«Sì. Con Paolo, professionista che stimo da molti anni, abbiamo fatto un gran lavoro. Mi auguravo che una volta tanto la legge fosse davvero “uguale per tutti”. Perché il Chievo è sparito, invece in questo caso sono state fatte valutazioni diverse? Detto ciò, rispetto i verdetti e credo nel superiore interesse della giustizia. Ma chi legge il nostro libro si renderà conto che quanto è successo quest’anno ha avuto un epilogo per certi versi sconcertante».

Siccome la Juventus è il vero potere forte della Serie A si finisce sempre per condonarla?

«Quest’anno c’è in ballo il rinnovo dei contratti tv. Essendo gli juventini in maggioranza tra i tifosi, lo sono anche tra gli abbonati di Sky e Dazn e tra i lettori dei giornali. Sono una quota irrinunciabile. Tanto più considerando che il nostro calcio, con un fatturato di 4 miliardi e debiti per 6, dovrebbe portare i libri in tribunale. Rinnovare i diritti tv in un momento così spaventava al punto che le varie offerte sono state secretate e saranno svelate solo a ottobre. Questa situazione è stata la premessa per giungere a una sentenza politica».

La Juventus ha un bilancio in rosso ma, per fare un esempio, dopo aver bocciato Arthur, Paredes, Zakaria e McKennie ora Allegri vuole Amrabat.

«L’allenatore dovrebbe essere un manager che, come in tutte le aziende, non può licenziare a destra e a manca senza ottenere risultati».

Cosa pensa dell’informazione sportiva italiana?

«Di informazione vera e propria se ne fa poca e si contribuisce molto poco alla crescita della cultura sportiva del Paese».

Perché Luciano Spalletti si è fermato dopo aver vinto lo scudetto?

«Per la mancanza di feeling con Aurelio De Laurentiis e per il timore di deludere i tifosi. A Napoli è particolarmente difficile vincere, l’ultima volta era accaduto con Diego Armando Maradona. Molti segnali facevano pensare che la squadra non si sarebbe rinforzata. Spalletti ha fatto qualcosa di straordinario, penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta».

Carlo Ancelotti fa bene ad andare ad allenare il Brasile?

«Ad Ancelotti, persona fantastica e grandissimo allenatore, manca vincere con una nazionale. Il Brasile spesso non ha vinto perché ha interpretato alcune competizioni in maniera goliardica. Ma ricordiamoci che è pentacampeão, ha vinto più di tutti. Vedo bene Ancelotti alla guida di una nazionale che pratica un calcio giocato con allegria e divertimento».

La convince di più Stefano Pioli o Simone Inzaghi?

«Nessuno dei due».

Chi la convince?

«Maurizio Sarri, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi, Davide Ballardini».

Cosa pensa delle difficoltà delle nostre nazionali?

«Molti anni fa Roberto Baggio preparò un progetto che voleva riqualificare tecnicamente il calcio italiano partendo dai centri di formazione come quelli attivi in Germania e in Francia. Quella relazione giace nel cassetto dei presidenti federali che si sono succeduti da allora. Si sa che le rifondazioni mettono in discussione posizioni consolidate. Perciò si continua a vivere di improvvisazioni».

Pochi giorni fa sono stati ampliati i poteri di Roberto Mancini.

«Mancini ha dovuto lavorare in una situazione di grande difficoltà. Basta considerare che, a parte Immobile, la classifica dei cannonieri è tutta composta da calciatori stranieri. Non abbiamo più attaccanti di livello mondiale come ai tempi di Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero e Luca Toni. Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia».

Le piace Gianluigi Buffon capo delegazione?

«Siamo passati da Gigi Riva a Gianluca Vialli a Buffon, che è stato un grandissimo portiere. Non altrettanto si può dire di lui sul piano etico e comportamentale».

Cosa pensa di squadre come il Milan o l’Atalanta con uno o due calciatori italiani?

«È triste, ma è la conseguenza di una situazione generalizzata. Una volta la Juventus dava sei o sette giocatori alla Nazionale, oggi ha un portiere polacco, tre difensori brasiliani e solo due calciatori italiani, Chiesa e Locatelli».

La sua griglia per lo scudetto?

«È composta dal Napoli, dal Milan che ha preso giocatori interessanti, dall’Inter che è forte ma per me gioca con un sistema che la limita, dalla Juve che si può concentrare sul campionato. Questa è la mia griglia, con il Napoli un gradino sopra se tiene Osimhen».

 

La Verità, 12 agosto 2023

«Al nostro calcio malato serve la cura Armstrong»

Sarebbe il leader perfetto del Paj, Partito anti Juventus. Che lui correggerebbe in Pcp, Partito calcio pulito. Un partito che ha un certo seguito tra le tifoserie, un po’ meno sui media ufficiali che, pur con mille, giuste prudenze, ci informano sull’inchiesta che la Procura di Torino ha aperto sui bilanci della Juventus football club. Gag a parte, Paolo Ziliani è il massimo fustigatore del malcostume (juventino) nel gioco più amato dagli italiani. Laureato in psicologia a Padova, inizia come giornalista al Guerin sportivo, passa al Giorno, dov’è autore di un’esilarante rubrica sui cronisti di Novantesimo minuto. Infine approda a Mediaset. Attualmente collabora con il Fatto quotidiano, vive buona parte dell’anno a Cascais, in Portogallo, e nel 2020 ha pubblicato Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli (Indiscreto), un libro che aveva previsto molte delle accuse di cui si legge in questi giorni.

Ziliani, lei è il giornalista sportivo meno stupito del mondo?

«Potrei rispondere di sì, per farmi bello, ma direi una bugia. Salvo pochi casi clinici, 99 giornalisti sportivi su 100 sanno perfettamente cos’è successo e cosa succede nel calcio italiano. Semplicemente, di norma preferiscono raccontare Alice nel paese delle meraviglie».

Che cosa aveva previsto di ciò che sta accadendo alla Juventus?

«Io non prevedevo: osservavo e scrivevo. Senza prove, perché non sono un magistrato e non posso intercettare, perquisire, mettere cimici. Ma faccio un esempio. Oggi i pm torinesi contestano alla Juventus la galassia di “club amici”, parola di Arrivabene, come Sampdoria, Sassuolo, Atalanta, Empoli, Udinese che colludono con la Juventus in giochi di mercato spericolati e altro. Bene. Nel luglio 2020 scrivevo per il Fatto quotidiano di Audero acquisto più costoso della storia della Samp, di Mandragora acquisto record per l’Udinese, di Sturaro per il Genoa, di Zaza per il Sassuolo, di Orsolini per il Bologna, di Cerri per il Cagliari. Tutti giovani pagati alla Juventus come fuoriclasse. Di pezzi-denuncia come questo ne ho scritti cento».

Tra plusvalenze fasulle, manovre occulta-stipendi e scritture private, come quella di Cristiano Ronaldo, quali sono i reati più gravi?

«Tutti. Quelli finanziari perché la Juventus, truccando sistematicamente i bilanci, ha falsato ogni stagione il principio dell’equa competizione. Agnelli comprava chi voleva, Higuain, Ronaldo, De Ligt, Vlahovic, mentre la concorrenza cedeva i campioni senza poterli sostituire; e i reati etici, imperdonabili. Per dire, Fabio Paratici faceva la campagna acquisti per la Juventus, ma condizionava anche quella di Atalanta, Sassuolo e altri club. Chiedo: c’è uno scudetto pulito nei nove vinti dalla Juventus dal 2012 al 2020?».

Il peccato originale di questa seconda inchiesta è stato l’acquisto fuori misura di CR7?

«Direi che l’operazione Ronaldo, che tra ammortamento e stipendio costava 81 milioni a stagione, ha portato tutti alla disperazione anche perché la squadra giocava male e naufragava regolarmente in Champions, il sogno a occhi aperti di Agnelli. Ma era scandaloso tutto, Alex Sandro che guadagna 6 milioni, Arthur che ne guadagna 7».

Come funziona la carta privata di Ronaldo, che adesso chiede il pagamento di quasi 20 milioni?

«Nel marzo 2020, in pieno Covid, la Juventus raccontò la balla dei giocatori che rinunciavano a quattro mensilità per un risparmio a bilancio di 90 milioni. Ma non era vero, tre stipendi sarebbero stati pagati poi a fari spenti, fuori bilancio. La manovra venne ripetuta anche l’anno dopo e quando Ronaldo nell’agosto 2021 se ne andò era creditore di 19,9 milioni. Della carta-Ronaldo hanno parlato con terrore alcuni dirigenti intercettati; ora il portoghese è venuto allo scoperto chiedendo il pagamento pattuito. Quello che ieri era il messia della Juventus, oggi potrebbe essere colui che le dà il colpo di grazia».

John Elkann sapeva, come scrive Dagospia, o ha fatto dimettere il Cda per evitare gli arresti al cugino Andrea Agnelli?

«Elkann sapeva e gli andava bene tutto, perché quelli della Real Casa pensano solo ai propri interessi. Ha però sottovalutato il delirio di onnipotenza che si è impossessato del cugino Andrea facendolo uscire di senno. Il senso d’impunità tipico di quella stirpe ha fatto il resto. Ora Andrea Agnelli è stato buttato a mare».

Cosa le fa pensare la citazione di Nietzsche usata dall’ex presidente: «E quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non potevano sentire la musica»?

«Siamo alla patologia; non per niente i magistrati parlano di “contesto criminale di allarmante gravità”. Con Agnelli sono avvenute cose immonde: la ’ndrangheta che gestisce la curva, il tifoso-collaboratore finito giù da un ponte in piena inchiesta, gli striscioni su Superga introdotti allo stadio, l’esame farsa di Luis Suárez, l’idea abortita della Superlega con tradimento dei 245 club dell’Eca da lui presieduta, l’orrido scandalo di oggi. Una danza macabra».

De Ligt e De Sciglio hanno confermato l’esistenza dell’accordo per il rinvio degli stipendi. De Sciglio potrà giocare ancora nella Juventus?

«Non glielo auguro. La tifoseria, quella che in piena Calciopoli ringraziava Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega con lo striscione “Il fine giustifica i mezzi: grazie Triade”, ha già iniziato a linciarlo al grido di infame, sbirro e traditore. Spero che il ragazzo possa andarsene a giocare altrove, per il suo bene».

In Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli denuncia il comportamento compiacente dei media italiani. È iniziato con l’arrivo di CR7 in Italia o viene da più lontano?

«Comportamento compiacente è un eufemismo. Nel libro cito a piene mani, a centinaia, esercitazioni di adulazione e servilismo – capolavori nel genere – da far impallidire l’Istituto Luce. I media italiani nei tre anni di Ronaldo sono stati, come da sempre, disgustosi».

C’è connivenza anche da parte di altri organismi e istituzioni?

«Si potrebbe chiedersi se ci sono Paesi in cui scudetti e titoli sono ricordati col nome di un arbitro piuttosto che di un campione. Non ci sono. Noi abbiamo invece gli scudetti di Bergamo, Ceccarini, Tagliavento, Orsato, le Champions di Calvarese, le Supercoppe di Mazzoleni, sempre con la Juventus protagonista e beneficiata. Una combinazione che ha dell’incredibile».

Il 26 ottobre del 2021 lei ha postato una foto su Twitter con sua moglie e suo figlio e ha smesso di cinguettare fino a pochi giorni fa: cos’era successo?

«È una ferita grande: difficile parlarne. Diciamo che la parte marcia del mondo del calcio, dopo avermi portato in tribunale una dozzina di volte, allenatori, dirigenti, arbitri, giocatori, capi Ufficio Inchieste eccetera, ha pensato bene di scatenare sulla mia famiglia la più classica delle shitstorm, infamità che niente avevano a che fare con la mia sfera professionale. Barbarie pura».

Ora ha ripreso l’attività social perché è meno minacciato?

«L’ho ripresa perché oggi stanno emergendo le illegalità e gli scandali che per anni ho denunciato quasi in totale solitudine. Nelle carte di Torino non c’è nulla di cui non abbia scritto. Ora attendo l’esito dei processi fiducioso in quello penale, meno in quello sportivo della giustizia Fjgc, come l’ho ribattezzata dopo il caso Suarez, e ho riaperto il libro. Ultimo capitolo, poi lo chiuderò».

Che lei sappia, anche altri colleghi sono stati monitorati?

«Ho lavorato a Mediaset con Maurizio Pistocchi e lui è stato un altro bersaglio di questo calcio in cui i giornalisti liberi hanno vita difficile».

La sua crociata anti Juventus è una monomania?

«Nel 1983 lavoravo al Giorno di Milano una mia inchiesta, in coppia col collega Claudio Pea, sulla partita combinata Genoa-Inter 2-3, diede vita all’apertura di un’inchiesta penale a Genova, magistrato Roberto Fucigna, sulle scommesse clandestine fatte da tesserati sul pareggio poi saltato e a un’inchiesta sportiva. Per salvare dalla B per illecito Inter e Genoa la Figc introdusse per l’occasione la formula dell’assoluzione per insufficienza di prove non contemplata dall’ordinamento sportivo. L’Italia aveva appena vinto il Mundial ’82, ci ho scritto un libro – Non si fanno queste cose a 5 minuti dalla fine – mi permetto di dire: da leggere. Non ce l’ho con gli juventini, ma con i disonesti».

Se la Juventus è la punta dell’iceberg vuol dire che se si tocca la società torinese cade tutto il sistema?

«Se la Juventus viene punita, ma punita davvero, il sistema del calcio italiano rinasce. Oggi facciamo pena, per non dire schifo, al mondo».

Il fatto che ci siano altri club coinvolti è la conferma che il sistema calcio fatica a reggersi sulle proprie gambe?

«I club coinvolti sono quelli che gravitano nella galassia juventina. La fatica a reggersi sulle proprie gambe è solo di chi non è capace di amministrare i propri conti. Per esempio, oltre alla Juventus, il Barcellona, guarda caso due club che vogliono la Superlega. Il Bayern Monaco, al contrario, benissimo amministrato e vincente in Europa, chiude i bilanci in attivo da  29 anni».

Che cosa rischia la Juventus?

«Di andare fuori dall’Europa per un paio di anni. In quanto a noi, sarebbe importante radiare Agnelli e Paratici e far ripartire la Juventus dalla serie D. Se poi la famiglia Agnelli liberasse il club dalla sua morsa secolare, allora potremmo davvero parlare di rinascita del club».

Il modello di giustizia sportiva cui rifarsi sono i sette Tour de France tolti a Lance Armstrong perché vinti da dopato?

«Sì, ma non succederà».

Sapeva che Zdenek Zeman era tifoso juventino?

«Sì. E soprattutto che è un uomo onesto».

Lei vive molti mesi dell’anno a Cascais: com’è il mondiale del Portogallo visto dal Portogallo?

«È dai tempi di Eusebio che non c’era una fioritura di campioni come oggi. I portoghesi sono un popolo umile: i loro idoli giocano all’estero e ritrovarli insieme in nazionale a un mondiale per loro è una festa. Comunque vada».

E quello di Cristiano Ronaldo?

«Di Ronaldo si sono stufati anche qui. È sui giornali più per i suoi abusi edilizi e per le discutibili gesta extra calcio che altro».

Massimiliano Allegri può essere l’uomo della rinascita?

«Assolutamente no. Per lui è bravo chi vince e fesso chi perde. Con questi presupposti non si va da nessuna parte».

Molti tifosi bianconeri staranno patendo: cosa direbbe loro?

«Che all’origine di tutte le disavventure c’è il motto “Vincere è la sola cosa che conta”. Come direbbe Fantozzi, una cagata pazzesca».

 

La Verità, 10 dicembre 2022

«Milan, Inter, Juve? Invece vedo in cima la Roma»

Domanda secca, Ivan Zazzaroni: chi vince lo scudetto?

«La Roma. Lo dico per esclusione, perché sarà una stagione imprevedibile, con 50 giorni d’interruzione».

Però lei dice Roma, perché le piace Mourinho o perché ha fatto una buona campagna acquisti?

«Mi piace molto Mourinho. La Roma ha fatto una buona campagna, ma incompleta, prendendo un paio di ottime pedine. Se vincesse sarebbe miracoloso. Però, ripeto, questa è un’annata strana».

Ivan Zazzaroni, direttore responsabile del Corriere dello Sport-Stadio e del Guerin sportivo, storiche testate del Gruppo Amodei (anche Tuttosport, Autosprint, Motosprint, Auto e In Moto) va controcorrente e i quarant’anni di giornalismo sportivo sulle spalle vengono in aiuto. Se i suoi colleghi pronosticano Inter, Milan o Juventus, lui dice Roma e si vedrà. Conduttore dal 2004 con Fabio Caressa di Deejay Football Club su Radio Deejay, già commentatore di Tiki Taka e, da dopodomani, di Pressing del lunedì su Italia Uno, è apprezzato dal pubblico extrasportivo come giurato di Ballando con le stelle su Rai 1.

Sono settimane di griglie e podi, direttore: campionato anomalo con i Mondiali in mezzo?

«Molto anomalo, perché costringe le squadre a due ritiri diversi. Alcuni giocatori, purtroppo gli  stranieri, torneranno dal Qatar carichi o scarichi in funzione del risultato. Chi avrà disputato semifinali e finale avrà pochi giorni per ripartire. Io sono stato da subito contrario a questo mondiale perché la Fifa si è svenduta, come spesso fa».

Giudizio pesante.

«Si interrompe una stagione per fare un mondiale per ragioni finanziarie, politiche ed elettorali. Come succede con la Coppa d’Africa».

Cioè?

«Si era arrivati alla decisione di giocarla a fine stagione come la Coppa America, ma poi la nuova società di marketing cinese ha imposto la competizione nella stagione migliore per la Cina, cioè in gennaio».

Ha ragione Aurelio De Laurentiis a dire che non prenderà più giocatori africani?

«Totalmente. Un club perde calciatori importanti per due mesi, al netto di possibili infortuni».

Anche per i Mondiali in Qatar hanno prevalso interessi economici e politici?

«Tutti sanno che non è giusto giocare un Mondiale che spezza la stagione. La Fifa per statuto dovrebbe tutelare il calcio e i suoi attori, e invece distrugge questo sport, minandone la regolarità. Falsandolo alla radice. Qatar 2022 si farà – è troppo tardi per fermarlo, troppi i miliardi e gli interessi, troppe
le vittime – non lasciamoci però ingannare dalle campagne moralizzatrici, o dai proclami populisti. Questi signori pensano al potere, “il bene del calcio” non è mai una priorità».

Cosa la fa pensare che l’Italia sia fuori per la seconda volta consecutiva?

«L’impresa è stata vincere gli Europei. È giusto che siamo fuori perché non facciamo nulla per migliorare. Il nostro calcio è alla deriva sia dal punto di vista finanziario che tecnico. Ma temo che continueremo a parlarci addosso».

Spietato.

«Prendiamo quelli che hanno vinto gli Europei un anno fa. Lorenzo Insigne e Federico Bernardeschi sono andati a Toronto, Giorgio Chiellini a Los Angeles, Leonardo Bonucci ha la sua età, Gigio Donnarumma è molto criticato, Domenico Berardi non ha avuto offerte, Ciro Immobile non si muove dalla Lazio».

Responsabilità dei club?

«Ognuno pensa ai cavoli propri, nessuno ha un senso generale del sistema. Chi tenta strade nuove prima o poi viene segato. Sono molto scettico».

Ripartiamo dall’ultimo campionato, contano più le idee dei soldi?

«No. Prima dell’ultimo campionato nessuno si era rinforzato, l’Inter aveva perso Hakimi e Lukaku, la Juventus Cristiano Ronaldo, il Napoli aveva trattenuto giocatori da vendere. Poi, certo, il Milan ha fatto meglio».

Lo scudetto l’ha perso l’Inter?

«Certo. E anche il Napoli con i 6 punti ceduti all’Empoli e la sconfitta in casa con la Fiorentina».

Il Milan ha vinto con i giovani, qualche giocatore carismatico e una politica di risparmi.

«Sicuramente è una strada. Però contestualizziamola in una stagione in cui le altre hanno avuto problemi. La Juventus ha perso i 30 gol di Ronaldo. La Roma non aveva fatto un vero mercato. Il Milan ha mostrato motivazione, spirito di gruppo e qualità in giocatori come Leao e Theo Hernandez».

Cosa vuol dire che l’Inter ha ripreso Lukaku e la Juventus Pogba?

«Lukaku è stata una grande opportunità, mai visto un giocatore venduto a 115 milioni e ripreso per 8 più bonus. La Juve può comprare solo se vende. Lo stesso la Roma che ha preso Dybala a parametro zero».

È il risultato delle politiche degli anni scorsi?

«Delle non politiche… Delle spese folli che hanno creato gravi problemi di bilancio, acuiti dalla pandemia».

La Juventus si è indebolita o rafforzata?

«Indebolita sia numericamente che qualitativamente. Per vincere lo scudetto bisogna fare 75-80 gol. Questa Juve può arrivare a 60, attribuendone 25 a Vlahovic. Dybala e Morata in un stagione grigia ne hanno fatti 19. I nuovi Kostic e Di Maria non so quanti ne garantiranno».

Tornerà Federico Chiesa e c’è Kean.

«Chiesa rientrerà a gennaio. Kean è sul mercato».

A centrocampo Locatelli e Zakaria sono stati aggiunti a McKennie, Rabiot, Arthur, poi ha preso Pogba, ma ora serve anche Paredes: il problema non sarà un altro?

«La Juve insegue il momento. Ha preso Vlahovic e Zakaria a gennaio, spendendo gran parte del budget. È vero che c’è stato l’aumento di capitale di 400 milioni, però se fai operazioni come queste non puoi più spendere a giugno. Infatti, ha preso a zero Pogba e Di Maria per innestare qualità, ma forse senza avere un progetto di lungo respiro».

Il Milan più che spendere investe?

«Sì, continua la politica dei giovani perché i suoi dirigenti sanno quello che vogliono in funzione di quello che hanno. Frederic Massara è uno dei migliori direttori sportivi in circolazione. Giovani ne hanno sbagliati pochi: Tonali, Leao, Theo, Kalulu, Tomori… E se non stai nei loro parametri ti mollano, come si è visto con Donnarumma e Kessie».

Kessie dovrebbe giocare nel Barcellona.

«Se supera i problemi di bilancio. Negli ultimi anni il Barcellona ha preso Coutinho, Dembélé, Griezman, Depay spendendo 500 milioni. Messi percepiva 53 milioni netti a stagione. Il Barcellona è tutelato perché si chiama Barcellona, se si chiamasse Real Saragozza sarebbe già fallito».

È giusto che questi club vogliano la Superlega?

«Il principio non è sbagliato, ma è stato presentato male».

Sarebbe una competizione poco democratica?

«Quando in Italia la Juventus vince 9 campionati di fila, in Spagna vincono sempre Real Madrid e Barcellona, in Portogallo Benfica e Porto, in Gran Bretagna Manchester City o Liverpool, in Francia il Paris Saint-Germain cosa c’è di democratico?».

Ai romantici piacciono storie come l’Atalanta.

«All’interno di campionati antidemocratici ci sono società come l’Atalanta, il Sassuolo, il Chievo di una volta. Ma anche la nuova Super-champions si mangerà i campionati. Gli unici furbi sono gli inglesi perché, con poche eccezioni, i loro soldi rimangono in casa».

Ma la Champions la vince il Real Madrid.

«Il Real ha scoperto dopo alcune partenze di avere grandi giocatori come il Benzema de-ronaldizzato e Vinicius. E ha ritrovato un allenatore come Ancelotti che sa gestire queste situazioni. L’anno scorso, dopo che Allegri si è accordato con la Juve invece di andare a Madrid, Carlo si è proposto a Florentino Pérez e ha vinto Liga, Champions e Supercoppa. A volte i progetti nascono in modo curioso».

Perché i tifosi interisti ce l’hanno con lei?

«Perché il mio giornale ha anticipato i problemi economici, puntualmente confermati, di Steven Zhang. Grazie al lavoro di Alessandro Giudice, il nostro analista finanziario, avevamo informazioni dalla Cina. Ma se sfiori una società subito qualcuno ti accusa di volerla destabilizzare. L’abbiamo talmente destabilizzata che poi l’Inter ha vinto il campionato».

Non la contestano per un modo diverso di sottolineare le sconfitte di Inter e Juve?

«Non mi pare di enfatizzare quelle dell’Inter e minimizzare quelle della Juve. Sono identificato come nemico, leggo certi striscioni… I miei giudizi non sono condizionati dall’ammirazione che nutro per alcune persone».

Chi sono?

«Mourinho, Massimiliano Allegri, Carlo Ancelotti, Sinisa Mihajlovic, Gian Piero Gasperini, Maurizio Sarri e naturalmente Roberto Mancini che è un vincente da 40 anni. Diciamo che ho buoni rapporti con parecchi allenatori. Ma se vincono vincono, se perdono perdono».

La favola del Monza?

«Intanto mi fa piacere perché risiedo a Monza. Galliani è sempre avanti, adesso si è inventato l’obbligo d’acquisto condizionato: se ci salviamo il giocatore resta, se no torna a casa. Dopo aver comprato l’impossibile negli anni Ottanta ha capito che i tempi sono cambiati. Difficile che un giocatore straniero accetti l’acquisto condizionato, perciò hanno preso soprattutto italiani».

Dove arriva?

«Galliani dice che l’obiettivo è il decimo posto, ma in cuor suo punta al sesto. Non è uno da traguardi piccoli».

Molti dicono che Mediaset sia filo-interista come la Gazzetta dello Sport e il Corriere della Sera mentre il gruppo Amodei sarebbe filo-juventino come Sky e che per questo il Milan sarebbe sottovalutato.

«Il Corriere dello Sport non è filo-juventino, ma guarda alle piazze di Roma, Lazio e Napoli. Poi essendoci  Stadio siamo attenti anche a Bologna e Fiorentina. Tuttosport è il giornale di Torino. Non è vero che il Milan è poco considerato, il suo scudetto ha fatto la fortuna della Gazzetta. Le vittorie condizionano le vendite. Quando la Roma ha vinto la Conference League abbiamo venduto 40.000 copie solo nel Lazio».

Il più grande allenatore italiano?

«Ancelotti: per quello che ha vinto, per quello che è e per quello che è rimasto. Carletto è la semplificazione  e l’aristocrazia del calcio. L’anno scorso ha battuto Psg, Chelsea, Liverpool e City. Dopo la finale di Parigi gli hanno chiesto come aveva vinto? E lui: “Il portiere ha parato, il centravanti ha segnato”. Un maestro».

Il più grande giocatore italiano?

«Sono baggista da sempre. In Dybala rivedo un po’ di Roberto».

 

La Verità, 13 agosto 2022

 

Telecalcio senza pace, Sky spera nella sublicenza

Il telecalcio è ancora in subbuglio. A oltre un mese dall’inizio del campionato, sebbene in misura minore, i problemi di ricezione del segnale di Dazn persistono. Inoltre, non sono stati risolti quelli che riguardano il metodo di rilevazione degli ascolti della piattaforma streaming titolare dei diritti della Serie A. Servono dati più attendibili che le ricerche Nielsen non sono in grado di garantire. Il caso è approdato in Parlamento e d’ora in avanti l’Agcom (Autorità per le garanzie della comunicazione) avrà maggiori compiti di controllo sulla qualità del servizio agli utenti e sul sistema di monitoraggio dell’audience. Il risultato finale potrebbe essere la stipula di un contratto di sub-licenza a Sky (o ad altri operatori) come accaduto nelle scorse stagioni e come accade tuttora per la trasmissione nei locali pubblici. Si tratterebbe di riproporre la sinergia. Ma finora a questa ipotesi Dazn si è fermamente opposta perché sarebbe l’ammissione di un fallimento. Per il pubblico televisivo e per molti addetti ai lavori, giornalisti e commentatori sportivi, si tratterebbe invece di un complicato ricalcolo di scelte appena fatte.

Persi i diritti della Serie A, Sky Sport si è completamente ridisegnata. Ed è di tutta evidenza che non stia attraversando un momento di forma smagliante. In realtà, come tutta Sky Italia. Il bilancio 2020 ha registrato perdite per 690 milioni, ripianate da un assegno di 1,34 miliardi staccato dalla controllante Sky Italian Holdings Spa. L’anno del Covid ha lasciato cicatrici anche sulle pareti levigate della prestigiosa sede di Santa Giulia, causando una riduzione degli abbonamenti oltre che degli introiti pubblicitari.

A risentirne è tutta l’offerta. I canali di cinema si difendono con alcune pellicole Sky Original e con una produzione seriale d’intonazione più generalista rispetto agli anni d’oro, quando la pay tv operava sul mercato in splendida solitudine. Dopo Netflix sono arrivate Prime video, Disney+, Apple tv, TimVision e le altre sorelle. E la concorrenza si è fatta più agguerrita che mai. Ma se è vero che c’è gloria per tutti e che Comcast ha replicato con il lancio del portentoso SkyQ che riproduce i segnali di alcune piattaforme concorrenti, è anche vero che in tempi di pandemia una fetta crescente di utenti ha dovuto fare scelte al risparmio. A compensare in parte il momento difficile c’è da dire che sul fronte della produzione cinematografica, paradossalmente, alcuni marchi Ott (Over the top) hanno tratto vantaggio dal lockdown, sopravanzando la visione nelle sale.

Dove invece Sky soffre di più è proprio nell’offerta sportiva, la vetrina del negozio. Lo sport si esalta nella diretta, negli eventi e le grandi competizioni. Dopo gli Europei di calcio, trasmessi anche dalla Rai, il marchio di Santa Giulia è rimasto escluso dalle Olimpiadi (Rai e Eurosport) e dalla Serie A (con l’eccezione di tre match a giornata in co-esclusiva con Dazn). Mentre continua ad avere la Champions League (con alcune eccezioni, visibili su Mediaset e Prime video). Così, quest’estate abbiamo assistito all’ennesimo restyling dei canali che ha portato a una certa sovraesposizione degli sport motoristici e alla comparsa di discipline finora snobbate, dall’atletica leggera al baseball, dalla International swimming league al calcio a cinque. Altra conseguenza della perdita dei diritti è stato l’esodo di alcuni giornalisti e commentatori passati alla concorrenza. Il primo, clamoroso, è stato quello di Lele Adani, protagonista di memorabili contrasti di tattica calcistica con Massimiliano Allegri, al punto che qualcuno l’ha messo in relazione al ritorno dell’allenatore livornese sulla panchina della Juventus. In realtà, il contratto in scadenza di Adani non è stato rinnovato. Il suo partner abituale di telecronache, Riccardo Trevisani, è invece approdato a Mediaset. Marco Cattaneo si è accasato a Dazn, mentre Alessandro Alciato è passato a Prime video, non prima di essersi polemicamente congedato con un post su Facebook: «Fra Sky Sport e Sky Sport 24 ho avuto direttori con la lettera maiuscola: Giovanni Bruno, Massimo Corcione e Fiorenzo Pompei, le mie stelle polari. Poi Fabio Guadagnini, Fabio Caressa, Matteo Marani (se lo cerchi sul dizionario dei sinonimi lo trovi alla <q> di qualità), Giuseppe De Bellis. Sono stati loro i miei direttori. Nelle riunioni e nelle chat di lavoro parlavano di concetti altissimi, non di Sabrina Salerno». Il riferimento implicito è all’attuale responsabile, Federico Ferri.

Con tutte queste perdite, in caso di sub-licenza, è difficile pensare che Sky possa recuperare in fretta l’autorevolezza e il tocco magico che ha sempre vantato. A prima vista, i nuovi ingressi non sembrano all’altezza della tradizione. Antonio Conte non è il più televisivo degli allenatori e, nei panni dell’opinionista della Champions League, dove non ha mai conseguito riusltati esaltanti, appare fuori ruolo. L’altro innesto che sta facendo discutere è quello della splendida Melissa Satta al Club della domenica sera, il talk di calcio che se la tira da più competente dell’etere. Nell’ultima puntata il conduttore Fabio Caressa ha ammiccato: «Non ti offendere, non voglio essere sessista, ma qui stiamo tutti aspettando il momento del Senza giacca». Ovvero quando gli ospiti si esprimono a ruota libera. Per l’occasione, Satta indossava un body trasparente che copriva appena l’indispensabile. La sua avvenenza è solare ma, catapultata in un consesso tutto maschile, la scivolata lubrica è sempre in agguato. Come lo è la sua riduzione a presenza decorativa davanti alle considerazioni tattiche di Beppe Bergomi e Marco Bucciantini. Ma queste sono cose di un direttore di 10 canali tv è certamente a conoscenza. E, come un buon allenatore, saprà di sicuro come intervenire per correggere i troppi giocatori fuori ruolo della squadra. Buona visione.

 

La Verità, 22 settembre 2021

«È stata la Juve a spingere per dare la Serie A a Dazn»

Previsione azzeccata. Intervistato dalla Verità nell’agosto 2019, a precisa domanda su dove sarebbe tornato a fare il telecronista Sandro Piccinini rispose: «Fra due anni, spero in un nuovo grande gruppo dello streaming, tipo Amazon o Apple, ai quali potrebbe servire un telecronista popolare». Ora è appena rientrato da Lisbona dov’è stato con Massimo Ambrosini per raccontare Benfica-Psv Eindhoven, playoff di Champions League, la competizione di cui, dal 15 settembre, Prime video trasmetterà la miglior partita del mercoledì. Nell’attesa, Piccinini ha ripreso confidenza con la diretta della Supercoppa europea (Chelsea-Villareal, l’11 agosto) e, appunto, dei playoff: «Settimana prossima toccherà al match di ritorno tra lo Shakhtar di Roberto De Zerbi e il Monaco. Sarà un’ulteriore occasione per rodare tutta la squadra. Oltre a me e Ambrosini, anche i nostri talent che sono tutte belle facce di calcio, da Gianfranco Zola a Julio Cesar, da Luca Toni a Clarence Seedorf, da Federico Balzaretti a Claudio Marchisio».

Alla fine sei andato dove avevi previsto.

«Già in ottobre gli uomini di Prime video mi hanno contattato in vista di questa stagione. Tornare a commentare la Champions era l’occasione che aspettavo. Farlo in un’azienda forte e con uno staff di professionisti di grande qualità mi ha definitivamente convinto. Poi c’è la sfida di vedere se sono ancora capace di fare le telecronache».

E dopo le prime due?

«Sono più sereno, ma all’inizio un filo d’agitazione c’era».

Sky non ha rilanciato?

«Stiamo parlando. Avendo i diritti di sole 17 partite, Prime video non chiede l’esclusiva. Potrei continuare partecipare al Club di Fabio Caressa o ad altri programmi del weekend. A Sky hanno capito che avevo bisogno di riflettere. Dopo la sosta per la Nazionale deciderò».

Senza la partita della domenica sera, il Club di Sky perde centralità?

«Ormai è un marchio consolidato, una buona fetta di pubblico continuerà a seguirlo. Nell’ultimo anno c’era un’audience che si sintonizzava dopo la mezzanotte, non legata al dopopartita. Credo sia una bella sfida resistere senza il posticipo, perciò fanno bene a non mollare… Dico “fanno” ma forse dovrei dire “facciamo”».

Cosa pensi del racconto del calcio, credi anche tu che stia perdendo genuinità?

«Credo si debba distinguere tra l’evento in diretta, che conserva il suo fascino, e la parte di commento che gli ruota attorno. A noi italiani prende soprattutto la partita, quello è il momento centrale. Lo si vede anche in quest’inizio stagione, con i primi turni di Coppa Italia su Mediaset. Sul resto sono d’accordo: i talk show rischiano di saturare. Considerato che ci sono partite quasi tutti i giorni, forse gli spazi di commento andrebbero ripensati».

In quegli spazi i poteri forti esercitano pressioni?

«Durante la mia collaborazione a Sky non ne ho avvertite. Nessuno ha fatto sapere che avrebbe gradito un orientamento o un altro. Personalmente mi sono espresso in totale libertà. Anch’io leggo i social e vedo circolare tanti sospetti».

Come giudichi il fatto che da Sky sono usciti tanti colleghi e qualche commentatore come Lele Adani?

«Lo ritengo un fatto fisiologico. Prima Sky aveva dieci partite in esclusiva, da quest’anno ne ha tre. Qualche taglio è naturale, come lo è il fatto che alcuni colleghi accettino altre proposte».

Nessuna influenza dei club più potenti, a cominciare dalla Juventus spesso trattata con i guanti?

«Sui media i grandi club godono di un occhio di riguardo perché hanno tifoserie più numerose. Una notizia sull’Inter ha un peso diverso di una sul Parma. Detto questo, io ho potuto criticare in tempo reale l’idea della Superlega e attaccare Andrea Agnelli sul caso Suarez».

Perciò nessuna alleanza tra Sky e Juventus?

«A Sky ci sono venti opinionisti, ognuno con la propria simpatia. Se si misurano le presunte alleanze sui fatti concreti, la Juventus è la società che ha spinto di più per togliere i diritti a Sky e assegnarli a Dazn».

A volte si ha la sensazione di una gestione orientata: il Chievo è stato escluso dalla serie B in un batter d’occhio mentre un verdetto sul caso Suarez è atteso da un anno.

«E cosa c’entra con Sky?».

Non ho visto grande preoccupazione per la trasparenza del campionato né campagne sul caso Suarez.

«Questo dovunque, non farti influenzare dai social. Ripeto: la Juve ha spinto per dare i diritti a Dazn».

Se il telespettatore vuole seguire tutto il calcio ha bisogno di una consolle per i telecomandi?

«Oggi il pubblico è smaliziato. Pur di vedere la partita l’appassionato supera tanti ostacoli. Se perdi una serie tv te ne fai una ragione, se perdi il derby non so… Prime video ha scelto di mantenere lo stesso canone di abbonamento, senza sovrapprezzo, pur aggiungendo l’offerta della Champions».

Telecronache dallo studio o dallo stadio?

«Dal 15 settembre io e Ambrosini saremo sempre allo stadio».

Che cosa resterà della Superlega?

«Secondo me nulla. Per rientrare senza sanzioni nell’Eca (European club association ndr) i club ribelli hanno sottoscritto accordi vincolanti. Intanto l’Uefa ha avviato una revisione della Champions che comporterà una diversa distribuzione degli introiti. La formula della Superlega era molto discutibile: dieci grandi club che continuano a giocare fra loro. Un progetto sbagliato nella comunicazione e nel presupposto iniziale perché non è scontato che moltiplicando i big match si moltiplichino gli incassi».

Real Madrid, Barcellona e Juventus saranno escluse dalla Champions del 2022 come si paventa?
«È possibile. Ceferin mi sembra molto deciso. Può darsi che ora si apra una fase politica che porti a delle sanzioni nei loro confronti. Real, Barça e Juve mi sembrano arroccate nel loro progetto. Florentino Perez, che ne è l’ideatore, ha appena sborsato 120 milioni per acquistare Alaba: poi è facile dire che il bilancio è al collasso e ricorrere alla Superlega».

Ronaldo si è arricchito ma la Juventus deve risanare con un aumento di capitale.

«Anche perché Dybala vuole adeguare il suo contratto agli standard di Ronaldo e Chiesa a quelli di De Ligt».

Cosa significa Messi al Psg?

«È il sogno di ogni presidente, anche se non è il Messi di cinque anni fa. È un progetto fuori mercato. Al-Khelaïfi non ha speso niente per acquistarlo e può pagarlo con i suoi soldi senza indebitarsi».

Per questi club il fair play finanziario vale un po’ meno?

«È un’idea di Michel Platini che l’Uefa non è riuscita a imporre. Chi ha più soldi vince e la linea aerea del fondo può diventare sponsor del club. Uefa e Fifa stentano ad autoregolarsi».

Due anni fa con Antonio Conte all’Inter e Maurizio Sarri alla Juventus fu l’estate della rivoluzione, ora è restaurazione?

«È l’estate in cui riprende forza l’idea dell’“allenatore risolviproblemi”. Vista la scarsità di risorse, la Roma con Mourinho, la Lazio con Sarri e la Juventus con Allegri provano a compensare le lacune dell’organico».

Conte ha sbagliato a non restare?

«Mi spiace non sia rimasto perché avrebbe potuto dimostrare che un gande allenatore riesce a vincere senza Lukaku e Hakimi. Altri, sull’esempio della Nazionale di Roberto Mancini, hanno accettato la sfida di valorizzare al massimo quello che hanno a disposizione».

Abbiamo vinto gli Europei senza fuoriclasse, se non si vuol considerare tale Donnarumma.

«Donnarumma è un fuoriclasse, tanto che abbiamo vinto due partite ai rigori. Poi c’è stata anche una dose di fortuna: Chiesa, partito riserva, divenuto determinante, il gol di Arnautovic annullato per un fuorigioco millimetrico…».

Conte non ha capito il calcio al tempo della pandemia?

«Magari pensava di andare al Real Madrid, non lo sappiamo. Forse avrà pensato che alcune squadre risparmiano e altre no. E che lui poteva allenare in Francia o in Spagna».

Pirlo è stato un esperimento sintomo d’ingenuità o di arroganza?

«Agnelli ha pensato che gli scudetti li avesse vinti la società e non Allegri, Conte e Sarri. Tutti i presidenti la pensano così perché la società è la componente più forte. Ma l’allenatore serve e Pirlo non aveva esperienza. Senza Dybala e un centrocampo all’altezza, la sua è stata un’annata dignitosa, non catastrofica. Sì, scegliere Pirlo è stato un atto di presunzione».

Allegri avrà qualche problema a gestire tutti quegli attaccanti?

«Gira tutto intorno a Ronaldo, va o resta?».

E chi lo compra?

«Non bisogna sottovalutare gli sfizi dei ricchi. Se Mbappè va via, ad Al-Khelaïfi può venire in mente di far giocare insieme Messi e Ronaldo. Con Locatelli la Juve è migliorata ma, con tutto il rispetto, forse non a sufficienza. Poi magari Allegri riesce a valorizzare al meglio quello che ha».

Gigi Buffon ha fatto bene ad andare al Parma?

«Se ha ancora voglia di allenarsi tutti i giorni e si diverte ancora, perché no? Contesto quelli che vogliono che i grandi smettano prima. Come con Valentino Rossi… Ci vuole rispetto per i grandi campioni. Se parli con i giocatori di 35 anni ti dicono che è il momento che si godono di più perché non hanno più nulla da dimostrare e non patiscono lo stress».

Donnarumma ha fatto bene a lasciare il Milan?

«Il mercato è domanda e offerta e se ti offrono di più… È andato nella squadra che probabilmente vincerà la Champions. Al romanticismo della bandiera credevo quando i presidenti duravano: Giampiero Boniperti, Massimo Moratti, Silvio Berlusconi. Ma se ogni tre anni arriva un fondo americano che a ogni rinnovo mi presenta un manager diverso, a chi devo essere riconoscente?».

Sicuro che il Psg vincerà la Champions?

«Non si può mai essere sicuri, il Mancheter City doveva vincerla da anni… Da quando parte l’eliminazione diretta intervengono tante variabili, un errore arbitrale, un giocatore espulso, un altro infortunato. Però il Psg ci va vicino da due anni».

Corre il rischio figurine?

«È in agguato. Agli Europei la Svizzera ha eliminato la Francia e Mbappè ha sbagliato il rigore. Il Psg ha quattro attaccanti fortissimi, ma non è equilibrata in difesa».

Ti aggiungi a quelli che danno la Juventus favorita in Italia?

«Al momento sì, però vediamo come finisce il mercato. Se resta Lautaro e prende un altro attaccante, l’Inter non è così male. Poi c’è la Roma che ritrova Zaniolo, ha preso Shomurodov e Abraham. Se si crea l’alchimia giusta con Mourinho…».

 

La Verità, 21 agosto 2021

«Noi donne impariamo dai maschi a fare squadra»

Dove si trova, Diletta Leotta?

«A casa mia, a Catania. Circondata da nipotini, fratelli e sorelle».

Famiglia numerosa.

«Molto. E cresce ogni anno. C’è sempre un nuovo nipotino in arrivo. Siamo a quota sette, i miei fratelli si danno parecchio da fare».

E sono numerosi.

«Tre sorelle e un fratello. Io sono la più piccola, ma tra meno di un mese compirò trent’anni».

Quando sarà?

«Il 16 agosto, sotto il segno del Leone».

Da Capri alla Turchia, da Roma, per Top dieci su Rai 1, a Milano, dalla Sardegna a Catania, quest’estate ha girato come una trottola.

«E prima ho girato tanto per gli stadi, nonostante le restrizioni. Per questo adesso mi fermerò un po’. Anche per prepararmi alla ripresa del campionato».

Ha fatto il vaccino?

«Venerdì farò la prima dose e la seconda subito dopo il compleanno. Appena avrò il green pass mi sentirò più tranquilla negli spostamenti».

Ha seguito e festeggiato le imprese della Nazionale?

«Certo, ho molto festeggiato. Ho girato anche un video durante i rigori, ma non è pubblicabile».

Perché?

«Perché è molto colorito e caldo».

Cosa vuol dire caldo?

«È un video molto sentito, eravamo tutti piuttosto in ansia».

Seguiva un rito per la visione delle partite?

«Con il mio manager Umberto Chiaramonte avevamo allestito un gruppo di ascolto, forse meglio dire una curva di tifosi. Ci trovavamo a casa sua, giropizza e birra, ed è sempre andata bene. Per la finale, però, lui non c’era e ci siamo trasferiti da me. Quando ho acceso la tv aveva appena segnato l’Inghilterra: vuoi vedere che… Invece poi anche casa mia ha portato bene».

Adesso seguirà le Olimpiadi?

«Altroché. Una delle mie migliori amiche è Rossella Fiamingo, argento nella spada a Rio de Janeiro. Gareggerà all’una e mezza di notte ora italiana. Ma anche per lei è pronto un altro gruppo di ascolto».

È sua conterranea, se non sbaglio.

«È catanese ed è anche mia coetanea. Ha compiuto trent’anni prima di partire per Tokio e ci siamo ripromesse di festeggiare insieme i compleanni al suo ritorno. Speriamo anche di gioire per una medaglia, ma questo non gliel’ho detto per scaramanzia».

Oltre alla scherma seguirà qualche altra disciplina?

«Sono appassionata di tutto e tifo Italia a 360 gradi. Cercherò di non perdere le gare di nuoto, avendolo praticato per tanti anni».

Ecco spiegati i suoi tuffi perfetti di quest’estate. È contenta che Paola Egonu sarà portabandiera olimpica?

«Sì certo. Come portabandiera italiana speravo scegliessero Rossella».

Il 21 agosto ripartirà la Serie A, che anno sarà per Dazn?

«Molto impegnativo, ma abbiamo costruito una grande squadra. In tre anni, Dazn si è affermata come una realtà forte e innovativa e ora si è consolidata con i nuovi acquisti. Siamo prontissimi».

Da padrona di casa della piattaforma, qual è la differenza principale rispetto alla proposta di Sky Italia?

«Un po’ la si è vista in questi tre anni: è un modo di raccontare il calcio più veloce e più giovane, con tanti approfondimenti. Il fulcro di tutto è lo stadio. L’arma vincente di Dazn è portare il telespettatore dentro l’evento, senza troppi filtri».

Da quest’anno, con l’esclusiva di tutto il campionato ci sarà un palinsesto più completo?

«Certamente. Non ci sarà solo l’evento live. Saranno potenziati i contenuti on demand, oltre a confermare quelli che già sono andati bene finora, come Linea Diletta che è stato prorogato per tre anni. Altri se ne aggiungeranno nel corso della stagione».

Approfondimenti e talk show in diretta?

«Sia on demand che in diretta. È stato ideato un nuovo spazio, The Square, una sorta di bar spogliatoio nel quale prenderanno vita i nostri programmi, le anticipazioni e gli approfondimenti relativi a tutto ciò che avviene nella Serie A».

Che cosa faranno Marco Cattaneo e Giorgia Rossi che arrivano da Sky e Mediaset?

«Anche loro presenteranno le partite, ne abbiamo tantissime. Marco lo conosco da quando ho lavorato in Sky, è una persona meravigliosa e uno straordinario giornalista, sono felice di averlo riabbracciato. Anche Giorgia è una bravissima giornalista. Sono sicura che ci completeremo e integreremo alla perfezione».

Parlando di squadra, si arricchisce anche il parterre di commentatori e seconde voci con l’innesto di Massimo Ambrosini, Andrea Barzagli, Riccardo Montolivo e altri.

«Andranno ad aggiungersi ai veterani. Come Federico Balzaretti, Roberto Cravero, Simone Tiribocchi e tutti gli altri, che sono stati e saranno le colonne portanti del nostro racconto. È un privilegio avere grandi campioni a commentare il campionato».

Per venire da voi Barzagli ha rinunciato ad affiancare Massimiliano Allegri alla Juventus.

«Certamente ha fatto una scelta non banale. Cito Antonio Conte che in un’intervista ha detto che a un suo amico non consiglierebbe mai di fare l’allenatore, ma piuttosto il commentatore televisivo perché è una professione gratificante. Poi certo, Conte ha fatto una carriera che l’ha gratificato ancora di più. Ma a volte si preferisce qualcosa di più calmo… Anche se l’adrenalina scorre pure quando si commenta una partita».

Cosa mi può dire di Lele Adani, al quale Sky non ha rinnovato il contratto, che si dà in arrivo a Dazn?

«Non ne so nulla, in Sicilia le notizie arrivano più lente. Comunque, anche a Lele con cui avevo un ottimo rapporto a Sky, auguro tutto il meglio».

Cambieranno molto le abitudini dei telespettatori da Sky a Dazn?

«Credo che negli ultimi tempi siano già iniziate a cambiare. Dazn ha già portato diversi elementi di innovazione. All’inizio i cambiamenti fanno sempre un po’ paura. Ma ora ci siamo abituati a Netflix o a Spotify nella musica e alle altre piattaforme digitali. Sarà facile abituarsi anche nel calcio».

Se dovesse sintetizzare il principale punto di forza di Dazn cosa direbbe?

«Sottolinerei la facilità e la velocità. Cioè la possibilità di sintonizzarsi con un click e un’app. Questo spirito smart favorisce un linguaggio più immediato, in grado di rompere certe barriere. Come si è potuto vedere per esempio nelle interviste a Cristiano Ronaldo o a Francesco Totti, chiacchierate tra amici».

Ha imparato qualcosa da giornaliste sportive come Alba Parietti, Simona Ventura, Ilaria D’Amico?

«Sì, molto. Anche da altre donne di televisione. Chi fa il mio lavoro è sempre influenzato da chi lo precede. Ilaria è stata la prima a raccontare il calcio in modo diverso. Prima ancora Alba Parietti. Alcune di loro sono delle icone. Un’altra che ha influenzato il nostro lavoro è certamente Raffaella Carrà. Provo a imparare da tutte, ma poi tocca a me fare una sintesi».

C’è qualcuna in particolare cui le piacerebbe somigliare nel modo di raccontare il calcio?

«No, credo che si debba far emergere la propria personalità. Con eleganza, il sorriso e molto studio».

Quanto è importante lo studio?

«Molto, lo metto al primo posto. Senza non potrei andare in onda».

Uno studio relativo alle squadre e al calcio, o che riguarda il modo di presentarsi, la dizione?

«Tutto. Sono allenata allo studio accademico, essendomi laureata in giurisprudenza. Preparare la diretta di una partita importante è un po’ come preparare un esame universitario. Questa conoscenza permette una conduzione rilassata perché sai che anche l’imprevisto puoi gestirlo».

Qualche tempo fa si era parlato di un flirt, poi di una collaborazione professionale con Zlatan Ibrahimovic: di cosa si trattava?

«Siamo soci in BuddyFit, un’app di fitness, nata durante il lockdown. Attraverso questa app ci si può tenere sempre in allenamento, ovunque».

In un’intervista a un settimanale Giorgia Rossi ha detto che non le invidia nulla, nemmeno il fidanzato, l’attore turco Can Yaman che, in realtà, tutto l’universo femminile le invidia.

(Ride) «Non l’ho letta, ma dubito che Giorgia si sia espressa così. A volte si riportano certe frasi decontestualizzate per creare rivalità inesistenti».

Perché secondo lei alcune giornaliste sportive asseriscono che la sua carriera sia dovuta alla sua avvenenza?

(Ride ancora) «Non lo so. So invece che nelle mie giornate c’è tanto studio. Poi è chiaro che in questo mestiere anche l’estetica conta. È qualcosa a cui tengo. Ma dietro l’involucro c’è molto studio. Non si può fare un’intervista a José Mourinho senza prepararsi a fondo».

Insisto, perché alcune sue colleghe tengono a ribadire che sia stata la bellezza la molla della sua carriera?

«Bisogna chiederlo a loro. Io sono convinta che con Giorgia Rossi e Federica Zille comporremo una squadra di donne molto forte. E mi auguro che sapremo sovvertire alcune vecchie dinamiche sulla continua competizione tra donne nel mondo del lavoro. Un luogo comune nel quale ci si adagia e per il quale alla fine dovrebbe restare solo una vincitrice. Credo che non debba essere così per forza. Nel calcio e altrove più donne possono coesistere. Le donne devono imparare a fare squadra. In questo, possono imparare dagli uomini, tra i quali non ci sono rivalità così accese».

Come spiega quella fra donne?

«È un vecchio retaggio duro a morire. A me piace lanciare messaggi di squadra e di forza comune».

Le capita mai, mentre intervista uno sportivo, di accorgersi che subisce la sua presenza, il suo fascino? Cosa pensa in quel momento?

(Altra risata) «Questa è una domanda da psicologo».

È una domanda realista.

«Non mi capita, perché faccio di tutto per mettere a loro agio i miei interlocutori. Voglio far sentire tutti in un contesto amico. In un’ora di intervista devi rompere il ghiaccio e creare un’empatia. Perciò mi presento giocosa e sorridente. Credo che questo superi certi cliché».

Cosa vuol dire il titolo del suo libro Scegli di sorridere?

«È la mia filosofia di vita».

Vuol dire non alimentare le polemiche?

«Esatto».

È favorevole al ritorno del pubblico negli stadi con il green pass?

«Non vedo l’ora. È stato faticoso in questi due anni riempire quel silenzio. Aspetto di risentire presto le voci del pubblico».

Che cosa si augura per la nuova stagione di Dazn?

«Di riuscire a raccontare in modo divertente il campionato degli allenatori».

Per il ritorno contemporaneo di Allegri, Sarri e Mourinho?

«Se li immagina i titoli per il derby tra Mourinho e Sarri».

 

La Verità, 24 luglio 2021

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019