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Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

Conti parte bene: «Festival cristiano e democratico»

È un Festival cristiano e democratico», parola di Carlo Conti, quello iniziato ieri sera con la storica sigla, Perché Sanremo è Sanremo, e la voce registrata di Pippo Baudo: «Benvenuti al teatro Ariston». Giunto alla sua quinta, e ultima, conduzione, il direttore artistico rivela senza tentennamenti la propria identità. Questo è un Festival democristiano, gli chiedono, posto che la nuova Democrazia cristiana è Fratelli d’Italia? Carlo prende tempo un istante, «non capisco nulla di politica», dice. Poi precisa: «È un Festival cristiano e democratico: cristiano perché ci sono piccole tracce della mia modestissima fede e democratico perché aperto a tutti». Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.

Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. La premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte». Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».

Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi… anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio…». Stamattina, il verdetto.

 

La Verità, 25 febbraio 2026

Media anti Conti, Meloni: giocano a FantaSanremo

Quest’anno tutti contro il Festival di Sanremo e Carlo Conti. In un certo senso, è una piccola rivoluzione copernicana del circo mediatico del villaggio. Cos’è successo di tanto sconvolgente, allora? Che il direttore artistico ha avuto l’ardire di invitare Andrea Pucci, un comico di destra, con qualche sconfinamento volgare. E tutti contro anche Laura Pausini, «quella che non canta Bella ciao». È noto, il mondo si divide tra quelli che la cantano, buoni giusti e frequentabili, e quelli che no. Quest’anno va così, i giornaloni hanno l’artiglieria spianata, il Festival è la punta di diamante di TeleMeloni. Ci si inventa persino la notizia del premier stasera in prima fila all’Ariston. Pare che, si dice, corre voce, si ipotizza, ci sarebbero stati abboccamenti tra emissari di Palazzo Chigi e il conduttore. Una bufala totale.

Questo è il clima e difficile che a Conti e soci basti evocare i santi in paradiso per scansare gli attacchi preordinati. «Già l’anno scorso avevo detto che il mio Festival era baudiano, ed è un’emozione condurre il primo senza di lui», dice commuovendosi quando ricorda Pippo Baudo come «maestro e faro… È doveroso dedicarlo a lui, ho fatto mettere una targhetta fuori dal mio camerino». Anche Laura cita Superpippo al quale fece la prima telefonata dopo la proposta di co-conduzione arrivata nel marzo scorso. Altre volte aveva declinato perché non si sentiva pronta. Invece la serenità di Carlo, ribattezzato Carlotan (Carlo più Lexotan) aveva fatto breccia. «Che cosa aspetti? Te lo dico da un po’», l’ha rassicurata Baudo. Quindi eccola qui, con la sua semplicità e la sua tendenza alla logorrea. Dopo Superpippo, l’altro para polemiche dovrebbe essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto l’intero cast sanremese qualche giorno fa e «non potevo finire meglio di così», dice il direttore artistico ricordando che il Festival, arrivato alla 76ª edizione, è solo di poco più giovane della Repubblica che ha 80 anni. Non basteranno Baudo e Mattarella a rintuzzare gli attacchi. Le polemiche possono servire anche ad alzare l’audience che preoccupa la Rai perché, a differenza degli anni scorsi, stavolta c’è la controprogrammazione Mediaset e soprattutto, stasera e domani, ci sono le partite di Champions League. Infatti, «vi auguro tante polemiche, tante tante», dice chiaro Fiorello collegato via cellulare.

Ma quella sul caso Pucci, invitato su input governativo, è presto sedata: «Quando chiamo un ospite non gli chiedo per chi vota. Mi spiace per lui, ma siamo stati tutti testimoni di cosa è successo su questo palco a un fuoriclasse come Maurizio Crozza. Quanto a me», sottolinea Conti, «in passato mi hanno dato del renziano, ora del meloniano, un giorno diranno che sono cinquestellato: sono un uomo libero e indipendente, ho svolto sempre con autonomia il mio lavoro di giullare. Preferisco che si dica che non so fare il mio mestiere che sentire che mi tirano la giacca e dicono che ho preso qualcuno per appartenenza».

Spenta per la seconda volta anche la boutade di una presenza del premier stasera all’Ariston: «È fantascienza pura pensare che io l’abbia invitata. Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina, se vuole acquistare un biglietto e venire può farlo», taglia corto il direttore artistico. Prima che sul suo profilo X Giorgia Meloni posti una replica ironica: «Leggo da giorni di una mia presunta partecipazione alla prima serata di Sanremo. Una notizia totalmente inventata. Eppure, dopo la smentita, il conduttore è stato nuovamente incalzato su questa mia fantomatica presenza. A questo punto forse conviene ricordare a chi inventa notizie di sana pianta che il FantaSanremo è un gioco divertente per gli appassionati del Festival. Le notizie, invece, dovrebbero restare nel mondo reale. E sono sicura che Sanremo saprà brillare senza ospiti immaginari. Perché è la più grande festa della musica italiana, e non serve infilarci a forza la polemica politica».

 

La Verità, 24 febbraio 2026

Baudo, l’uomo maggioranza chiamato televisione

L’altra sera, quando è arrivata la notizia della morte di Pippo Baudo, la programmazione di Rai 1 è stata doverosamente rivoluzionata. Mentre giungevano i messaggi di cordoglio di Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, Giorgia Cardinaletti ha preso le redini dell’edizione straordinaria del Tg1 e, con la successiva versione extralarge di Techetechetè, ha dato corpo a una lunga, interminabile, sfilata di amarcord di grandi firme dello spettacolo. Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo detto Pippo, da Militello, Catania, figlio unico di Giovanni, avvocato, e Enza, casalinga, è stato il più influente uomo della televisione italiana. Presentatore, conduttore, autore, regista sul palco dei programmi e degli eventi di cui era indiscusso mattatore. Ancora e soprattutto: grande scopritore di talenti. Creatore di carriere. Dispensatore di consigli per sfondare a generazioni di attori, comici, presentatori, showgirl e soubrette, spalle e comprimari. Un impresario, come si diceva una volta, in servizio permanente effettivo. Al punto che anche negli ultimi anni, quando si sentiva in forze prima che la malattia lo piegasse, lo si sapeva amareggiato perché non aveva la possibilità di realizzare le idee che ancora lo animavano.
Rai, madre e matrigna? Rai, unico grande amore. Passioni e amarezze a parte, nelle ore successive alla scomparsa, televisione e giornali si sono trasformati in un unico, gigantesco, «techetechetè». Un diario della nostalgia. Un almanacco della memoria. Le carriere di Lorella Cuccarini, Heather Parisi, Beppe Grillo, Anna Marchesini Tullio Solenghi Massimo Lopez, Milly Carlucci, Bianca Guaccero, Carlo Conti, Laura Pausini, Giorgia, e chissà quanti se ne dimenticano, sono l’album di famiglia della tv italiana. Persino Barbara D’Urso, una vita in Fininvest-Mediaset cominciando da TeleMilano, ha voluto iscriversi alla lunga lista citando il suo esordio in Rai nel 1980. Solo Rosario Fiorello, respinto a un primo provino, smentisce come un’eccezione la regola aurea dell’essere stati scoperti da Superpippo. Primo errore, nessuno è perfetto.
Pippo Baudo è stato un grande costruttore di programmi che, grazie alla cura e alla professionalità, diventavano evento in tempi in cui la parola non esisteva o non era ingiustificatamente inflazionata come oggi. Con lui, il sabato sera era un evento abituale. Per gli ospiti, per le invenzioni, per l’idea di indossare lo smoking e farlo indossare virtualmente anche al telespettatore dell’Italia di fine Novecento. Canzonissima e Fantastico, poi 13 edizioni di Domenica in come 13 sono i Festival di Sanremo, solo per citare i più importanti (ma ce ne sarebbero decine di significativi, dal primissimo Settevoci, estratto dal cassetto solo per tappare un buco di palinsesto e poi divenuto un successo a dispetto della bocciatura dei vertici, a Novecento, trasmesso su Rai 3).
Un uomo chiamato televisione. Più di Mike Bongiorno, un gigante anche lui ma forse meno presenzialista; più di Raimondo Vianello, raffinato gentiluomo dotato di eccelsa ironia; più di Corrado Mantoni, campione di eleganza e professionalità, Baudo ha talmente segnato la storia del piccolo schermo italiano da far dire che c’è una televisione con lui e una senza di lui. Quello spilungone intraprendente e magniloquente incarnava il buon senso comune, la medietà, il saper essere di famiglia con tutti. Rassicurante e moderno, conservatore e innovatore, protagonista e accentratore, direttore d’orchestra abile a concedere il giusto spazio ai solisti di cui si circondava. Un modo di essere, di stare, di catalizzare che è diventato il baudismo.
Da sempre democristiano, i suoi referenti sono Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti. Soprattutto il primo, contemporaneamente capo del governo e segretario dc. Avellinese, come avellinese e democristiano è Biagio Agnes, potentissimo direttore generale in Viale Mazzini. Pippo Baudo è «il centro; culturale, politico, sociale», scrive di lui Edmondo Berselli. È il baricentro della Rai. In grado, in certi momenti, di reggere quasi da solo l’urto della concorrenza della tv commerciale. È «l’uomo maggioranza», quando le minoranze sono ancora tali. Oltre la sua, c’è la televisione alternativa. Quella di Renzo Arbore (anche se L’altra domenica va in onda su Rai 2 durante la Domenica in di Corrado), con Indietro tutta e Quelli della notte. E quella di Fabio Fazio (che con lui non ha mai lavorato). Ma siamo ancora nell’ambito di un pluralismo rispettoso. Violato da un eccesso di Beppe Grillo nel Fantastico del 1986, proprio mentre ascende la stella di Bettino Craxi. Commentando il viaggio della delegazione Psi in Cina, il comico spara: «Ma se lì sono tutti socialisti a chi rubano?». L’orizzonte si annuvola: accusato dal presidente Enrico Manca di mettere in scena uno spettacolo «nazionalpopolare», Baudo capisce che l’aria è cambiata. Maestro nel togliere il campione in forza all’avversario, Silvio Berlusconi lo seduce con un contratto da 50 miliardi di lire in cinque anni e il ruolo di direttore artistico delle sue reti. Secondo errore, il Biscione non è casa sua. Antonio Ricci e Maurizio Costanzo certo non si sperticano per farlo sentire a suo agio. Dura un anno, fin quando concorda con il Cavaliere l’interruzione anticipata del rapporto. L’esosa penale è la palazzina al Circo Massimo di Roma, dove verrà sistemata la redazione del Tg5 (Berlusconi aveva previsto tutto). Ritorna all’ovile e dopo un breve purgatorio su Rai 2, riparte dalla rete ammiraglia. Prima Fantastico e poi un altro Sanremo, dove deve fermare «Cavallo pazzo» (Mario Appignani) che minaccia di gettarsi dalla galleria dell’Ariston. Seguono alti e bassi, un Festival che non convince, il coinvolgimento in un’inchiesta sulle telepromozioni e, nel 1997, un’altra breve e infelice fuga a Mediaset. Recidivo. Dopo un paio di flop, torna alla casa madre. Conduce Giorno dopo giorno, un programma sui fatti del ventesimo secolo del pomeriggio di Rai 3. È il 2000 e il successo lo spinge in prima serata e poi addirittura su Rai 1, con il nuovo titolo di Novecento. È l’ultima, sorridente, rivincita. Farà ancora un paio di Festival, quello con Piero Chiambretti non sarà un successo. L’Italia è cambiata anche per l’uomo maggioranza. Ora le minoranze sconfinano e vogliono dettare i codici del bon ton di tutti. Nella primavera del 2021, quando imperversa la campagna per il ddl Zan e al Concertone del Primo maggio Fedez accusa di omofobia alcuni politici, Baudo dichiara che, se avesse condotto lui, avrebbe spento le telecamere.
I funerali si celebreranno mercoledì a Militello. Ieri molti artisti e volti noti, da Maria De Filippi a Beppe Grillo a Lorella Cuccarini, hanno sfilato al Campus Biomedico di Roma, dov’è morto. Lui aveva già salutato tutti. Sabato, in prima serata.

 

La Verità, 18 agosto 2025

I 70 anni della Rai celebrati con il manuale Cencelli

Ce l’ha messa tutta Massimo Giletti nello smoking da officiante delle grandi occasioni per gestire la celebrazione dei settant’anni anni della televisione italiana, una ricorrenza che, pur coinvolgendo Maria De Filippi ed Enrico Mentana, corrisponde all’età della Rai. Ce l’ha messa tutta, ma alla fine, anche per colpe non sue l’occasione è andata sprecata. Per il conduttore, la serata coincideva con il ritorno nella casa madre dopo gli anni a La7 e il distacco dalla rete di Urbano Cairo. Certi momenti troppo istituzionali sono sempre una trappola insidiosa. Innanzitutto, perché tra i tanti possibili cerimonieri, è difficile sceglierne uno senza far torto agli altri e forse anche per questo se n’è affidata la conduzione a un volto rientrante. In secondo luogo, perché la divisione degli spazi tra i vari protagonisti è sempre in agguato e può finire, com’è accaduto, per ingessare la cerimonia di LaTvfa70 in una faticosa spartizione democristiana (Rai 1, ore 21,35, share del 20%, 2,5 milioni di telespettatori). Così abbiamo assistito a una lunga e un po’ burocratica autocelebrazione nella quale per tutta la sera, da Amadeus a Piero Chiambretti, ha aleggiato l’interrogativo su chi condurrà il prossimo Sanremo. Una ricerca che, nonostante l’ironia di due tra i candidati convenuti, Antonella Clerici e Paolo Bonolis, rischia di sconfinare nello psicodramma. Ad accentuare l’enfasi ci si è messo anche il fatto che il protagonista della serata è stato Pippo Baudo che di Festival ne ha amministrati tredici. Sebbene in collegamento, il conduttore l’ha sollecitato a svelare particolari della lunga carriera, il più godibile dei quali è stato quello del gelido incontro con Bettino Craxi presidente del Consiglio, all’indomani del monologo di Beppe Grillo sul viaggio dei socialisti in Cina. Giletti ha gestito l’alternarsi di ospiti e intermezzi delle Teche Rai, nel tentativo di far emergere brani ed episodi dietro le quinte non arcinoti, tra brevi esibizioni e qualche talk piuttosto improvvisato, come quello che a tarda notte ha radunato Bruno Vespa, Enrico Mentana, Iva Zanicchi e Simona Ventura. Insomma, una serata costruita con il manuale Cencelli della tv, rimasta prigioniera di un approccio impiegatizio, privo di quell’orgoglio culturale che avrebbe potuto trasformarla in un grande evento capace di esibire tutto il meglio dello sconfinato repertorio. Al kolossal dell’amarcord è mancata anche la spontaneità delle sane rimpatriate, in occasione delle quali si gioca a vedere chi c’è, chi manca (Milly Carlucci, Mara Venier, Loretta Goggi) e chi, invece, ha voluto sdegnosamente rifiutarsi di esserci.

 

La Verità, 1 marzo 2024

«Abbiamo creato l’opera, ora cambiamo i finali»

Katia Ricciarelli non le manda a dire. Per temperamento e per l’autorevolezza conquistata con una carriera artistica che l’ha portata sui palcoscenici di tutto il mondo. Lei si autodefinisce «una donna artista curiosa». All’ultimo Grande Fratello Vip, un posto dove ne succedono di tutti i colori, la sua schiettezza ha fatto inalberare le sentinelle del bon ton. Qualche giorno fa, dopo le esibizioni di Placido Domingo all’Arena di Verona, titubante nel canto e nella direzione di Turandot, parlando con l’edizione veneta del Corriere della Sera, ha consigliato l’amico e partner di tanti duetti di «smettere di cantare». Quanto a lei, presto tornerà in teatro con Riunione di famiglia, una commedia diretta e interpretata da Pino Quartullo, con Claudio Insegno e Nadia Rinaldi.

Signora Ricciarelli, è difficile capire quando è il momento di appendere il microfono al chiodo?

«È difficile, certo. Ma bisogna avere l’onestà di dire: questo lo posso fare, quest’altro no. Qualcuno insiste fino a 80 anni, io mi sono fermata prima. Noi cantanti abbiamo uno strumento incorporato che si deteriora. Le corde vocali sono dei muscoli, non si ha per tutta la vita la voce da ragazzino».

Domingo l’ha chiamata dopo i suoi suggerimenti?

«No, ma non vorrei parlare ancora di lui, esprimo solo il mio pensiero. Ritengo strano che voglia cambiare registro passando da tenore a baritono. Domingo è stato grandissimo come tenore, ma come baritono non lo voglio sentire. Un cantante non è un pittore che, come Picasso, può avere fasi artistiche diverse».

Però si può staccarsi dalle opere più impegnative come ha fatto anche lei.

«È una questione di buon senso. Io canto ancora per far avvicinare i giovani all’opera, il repertorio del melodramma è vasto. Ma non posso certo interpretare Giulietta di I Capuleti e i Montecchi. Per farlo ci vogliono la voce e la presenza di una ragazzina. Se vogliamo essere credibili…».

Si può anche cambiare repertorio?

«Negli ultimi anni interpretavo opere che non potevo cantare da giovane perché richiedevano maturità. Ma mi sono fermata prima dei 70 anni. Certo, tengo ancora concerti, ma sono un’altra cosa. Non c’è niente di più avvilente che fare qualcosa che hai fatto bene quando eri giovane e sentir dire: “Eh, ma una volta…”. Alcuni anni fa Marilyn Horne, una collega mezzosoprano americana, mi disse che se una sola nota in un’opera le provocava incertezza smetteva d’interpretarla perché il pubblico avrebbe ricordato solo quella».

Pur restando nel mondo della musica, a un certo punto per lei è iniziata una seconda vita artistica.

«E meno male. Non l’ho cercata io. Ricordo che quando mi telefonò Pupi Avati per propormi di recitare per lui pensai che fosse uno scherzo. Quando capii che non lo era, mi armai di umiltà e mi affidai a lui e ai nuovi colleghi».

Che ricordo ha del set di La seconda notte di nozze?

«È stato l’incontro con un regista straordinario, un poeta della cinepresa che non mi ha abbandonato neanche un secondo».

Dopo che quel ruolo le valse subito un Nastro d’argento pensò che quella dell’attrice potesse essere una nuova professione?

«Neanche per un secondo. Non si può inventarsi una carriera a quasi 60 anni. Ho accettato qualche altra proposta, consona con la mia data di nascita, diciamo così. Ho interpretato la madre di Felice Maniero nella serie Faccia d’angelo…».

Ha recitato per Cristina Comencini, di nuovo per Avati, per Carlo Mazzacurati: ha rifiutato qualche copione?

«Quelli non adatti alla mia età. Uno dei segreti è mantenere una dose d’ironia e di autocritica».

Poi è tornata alla fiction, il matrimonio con Pippo Baudo l’ha più ostacolata o aiutata nella sua carriera?

«A parte che sono separata da un bel po’, Pippo mi ha dato coraggio con Avati, mi ha tolto i timori: se lui ti ha scelto… Siamo stai sposati 18 anni, ma avevo già la mia carriera. Non abbiamo fatto niente insieme, non ho mai avuto bisogno di appoggi. Anche in questo mondo serve umiltà, che non significa diminuire la propria figura, ma capire quando e quanto c’è da imparare dagli altri».

La sua schiettezza le ha mai causato qualche danno in un mondo come quello del cinema e della televisione abituato a una certa diplomazia?

«No mai. La mia non è mancanza di diplomazia, ma sincerità. Semplicemente, dico quello che farei. Non avendo mai chiesto niente a nessuno mi viene anche più facile dire quello che penso. Altrimenti sarei ipocrita».

Su Canale 5 sta per ripartire il Grande Fratello Vip al quale ha partecipato l’anno scorso, che esperienza è stata?

«All’inizio non volevo accettare. Insistendo sul tasto del rapporto con i giovani alcune persone mi hanno convinto. È stata un’esperienza difficile, però non mi sento di rinnegarla. Mi ha insegnato a essere tollerante verso il prossimo che non conosco. Una tolleranza fisica e intellettuale. La convivenza gomito a gomito e il rispetto dell’altro sono un bel banco di prova. Non a caso la convivenza è una delle ragioni principali di tanti divorzi».

La sua partecipazione è stata ritenuta divisiva?

«È normale, non possiamo piacere a tutti. Se dici qualcosa che non va bene agli altri automaticamente diventi una che divide. Io volevo soprattutto il rispetto che veniva dalla mia età. Pensavo si potesse apprendere qualcosa da una persona che ha girato il mondo per motivi artistici. Alle due serate sul melodramma gli altri concorrenti hanno partecipato volentieri, anche se non hanno cantato».

Perché secondo lei l’hanno accusata di omofobia e razzismo?

«Guardi, nella mia vita ho frequentato persone di tutti i colori e di tutte le razze. Ci ho cantato e recitato. Gli omosessuali? Ho amici gay, non ho nessuna fobia. Mi è anche capitato di sposarli».

Ha dato della scimmia a una concorrente.

«In dialetto veneto si dice a pare ’na scimieta… Tradotto in italiano può suonare male, ma non è un’espressione offensiva. Nel reality ci sono anche persone che hanno il compito di accendere il racconto, altrimenti sai che noia».

Nel cast, intende?

«Esatto. A me hanno detto che sono brutta e vecchia e può darsi. Ma omofoba e razzista non esiste. Lo gne gne è di persone poco intelligenti: mia madre diceva che il raglio dell’asino non arriva al cielo».

Il politicamente corretto s’insinua nell’arte. Se le avessero proposto di cantare nella Carmen con il finale capovolto dal regista come si sarebbe comportata?

«Avrei rifiutato. Nel melodramma ci sono sempre due che si amano, di solito il tenore e il soprano, e un terzo che rompe le scatole, il baritono. Quelle che muoiono sono chiamate eroine. Carmen è un peperino, una donna libera e libertina, che dopo aver fatto perdere il lavoro a Don José, ora che è ridotto sul lastrico, se ne va con un altro. Le storie sono così».

Cambiando il finale si volevano denunciare i femminicidi.

«Allora ammazziamo l’uomo? L’opera l’abbiamo inventata noi nel 1600 e cambiamo i finali? Mi viene da ridere. Invece, mi commuovo davanti alle notizie di cronaca, alle continue violenze sulle donne, poco ascoltate e poco tutelate. Chi non soffre davanti a certi fatti? Ma la vita reale è una cosa, il melodramma un’altra».

Come ha vissuto il periodo della pandemia?

«Sono stata a casa con il mio cagnolino, un maltesino. Ho una casa piccola con il giardino, vedo il lago di Garda e la montagna. Ho pensato e ripensato a tante cose. Ho ripreso ad apprezzare lo sbocciare dei fiori, i tramonti… Quando sei in giro non hai il tempo per farlo».

È sempre stata ligia alle prescrizioni?

«Ho fatto le tre dosi e rispettato le regole. Finito il lockdown è iniziata la quarantena del Grande Fratello che è durata sei mesi. Facevamo il tampone un giorno sì e uno no. Ma una volta uscita sono risultata positiva asintomatica: cominciavo a pensare che non mi volesse nemmeno il Covid…».

Sta seguendo la campagna elettorale?

«Poco. Mi è dispiaciuto per Mario Draghi, che apprezzo. Una volta, prima che diventasse premier,  l’ho incontrato alla stazione di Bologna. Stavamo salendo sul treno, mi ha sorriso e ha detto agli uomini che lo accompagnavano di aiutarmi a salire. L’avrei abbracciato».

La campagna elettorale?

«Devo riflettere, non voglio mescolare la politica con l’arte, perché noi dobbiamo cantare e lavorare per tutti. Vedo molta confusione. Soprattutto vedo la fatica dei giovani a trovare il loro posto nel mondo. Noi abbiamo avuto più facilità. Insegno ai bambini e agli adolescenti la musica, ma abbiamo tanti ostacoli da superare».

Cosa si aspetta dall’esito del voto?

«Che venga premiato qualcuno di preparato, capace e attento alle esigenze del mondo della cultura».

Ma un’idea ce l’avrà…

«Sono sicuramente di destra, ma non faccio nomi. Devo studiare e capire meglio perché tutto cambia da un giorno all’altro».

Ha visto che alcune cantanti come Loredana Bertè, Giorgia e Levante si sono schierate contro Giorgia Meloni, rea di non essere femminista?

«Credo che un premier debba essere aperto a tutti, uomini e donne a prescindere dai loro orientamenti sessuali».

Alba Parietti ha detto che non condivide nulla del pensiero della Meloni, ma ritiene che se diventasse premier sarebbe ugualmente un segno di cambiamento.

«Per fare il premier serve anche una buona squadra. Personalmente, ho spesso agito da sola e, soprattutto da giovane, con la mia attività ho mantenuto la famiglia. Non è che siccome siamo donne possiamo fare quello che vogliamo. È giusto battersi per eliminare le ingiustizie, ma ci sono tanti modi per farlo. Io sono femminile, non femminista».

Pensando all’Italia futura che cosa chiederebbe ad Aladino?

«Che ci fosse più attenzione ai giovani. Insegnando, in due mesi ho incontrato 20.000 bambini inferiori ai dieci anni. Un giorno uno di loro è venuto sotto il palcoscenico e mi ha detto: “Signora Ricciarelli, ma è vero che il melodramma è una malattia incurabile?”. Questo dice tutto: un bambino può non sapere, ma qualche adulto l’ha fuorviato. E poi, vorrei un’altra cosa…».

Prego, signora.

«Che avessimo meno tasse».

 

La Verità, 3 settembre 2022

 

 

Addio alla Carrà, Grande Sorella Televisione

Raffaella Carrà, che ieri a 78 anni ci ha lasciati a causa di un male di cui pochi sapevano, trasferendosi «in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre» (Sergio Japino, annunciandone la morte), è stata una di quelle persone, rare anche nel mondo dello spettacolo, nelle quali, per una felice congiunzione degli astri, si combinano armonicamente virtù e doti che solitamente confliggono tra loro. È il tocco lieve della natura, l’impronta della grazia. Se si riflette sui doni di tanti artisti, si scopre che gran parte di loro esprimono un carattere originale, favorito da sensibilità e doni particolari e perciò rivolti a platee più raffinate o, al contrario, a pubblici più popolari. Raffaella Carrà, vero nome Raffaella Maria Roberta Pelloni, era invece l’artista di tutti. Una star globale, si potrebbe dire. Una figura universale, in grado di abbracciare l’audience più larga e composita. Nazionalpopolare e raffinata. Showgirl intelligente. Energia travolgente ma equilibrata. Ballerina, cantante, presentatrice, attrice, perfetta per i musical, mosse i primi passi con Lelio Luttazzi e con Domenico Modugno. È passata da Hollywood respingendo Frank Sinatra («Non volevo essere la pupa del gangster»). Icona pop, amata dai gay. La risata larga e contagiosa. Il caschetto biondo che si rovescia all’indietro. Il body glitterato. Il ballo trascinante, spesso su motivi orecchiabili. Ma che musica, maestro, Rumore, Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, Ballo, ballo. Una presenza entrata nell’immaginario italiano, e non solo, senza mai diventare eccessiva. «Ho più paura che la gente dica: “Ancora lei!”, piuttosto che: “Dov’è andata a finire?”». All’opposto di Pippo Baudo pensava che dalla televisione bisognava saper stare lontano. Bisognava anche solo guardarla. E guardare la gente per strada, per capire meglio chi sono quelli che schiacciano i tasti del telecomando e alla fine devono scegliere te, tra tante opzioni. E così, dosandosi, sapendo sparire per anni, anche aiutata dall’ansia di prestazione (come Fiorello) e dal timore di non riuscire a mantenere i suoi standard di successo, ma poi ritornando senza però mai invadere stucchevolmente i media, riservata e persino timida, lontana dalla mondanità sebbene protagonista di storie d’amore importanti con Gianni Boncompagni e Japino, Raffa è entrata nell’album di famiglia. Compagna divertente ma sobria. Presenza affidabile. Donna che non tradisce. Una garanzia per decenni. Grande sorella della televisione: Canzonissima, Milleluci, Fantastico, Carràmba, Sanremo

Aveva vent’anni quando si presentò a un provino davanti a un compiaciuto dirigente: «Lei è fortunata. La vede quella scalinata? La scenderà ogni settimana con un abito meraviglioso e una benda sugli occhi. Nell’ultima puntata se la toglierà per annunciare i premi della Lotteria Italia». Lei lo guardò e replicò: «Grazie, ma odio le scale, in giro ci sono almeno ottomila ragazze più belle di me e questa cosa può farla chiunque. Lei forse non lo sa, ma io sono bravissima». Era questo il piglio molto emiliano di una ragazza cresciuta tra Bologna e Bellaria, nella gelateria della nonna, con una madre energica e precocemente separata. «La vita è una partita a carte e a me piace avere il mazzo in mano», rivelò in una delle ultime interviste a Malcom Pagani di Vanity Fair. Ma lei era tutto meno che la fiera delle vanità. Piuttosto: lavoro, applicazione, volontà. Da coreografa che voleva diventare s’impose come ballerina. Nel 1971, una delle prime edizioni di Canzonissima, dopo un paio di puntate il Tuca tuca con Enzo Paolo Turchi fu censurato dalla Rai. Ci volle Alberto Sordi per sdoganarlo e far ricredere anche l’Osservatore romano che aveva puntato il dito. E l’immagine dell’Albertone nazionale che le sfiora giocosamente l’ombelico è tra i fotogrammi della memoria di chi non è più giovanissimo. In un Fantastico di vent’anni dopo toccò a Roberto Benigni violare un altro tabù con la celebre scena della «patonza». Raffa stava al gioco borderline sempre con autoironia e senza mai essere volgare. Era stata confidente delle casalinghe, complice delle donne e delle massaie con quel Pronto, Raffaella? che, inventato da Boncompagni, all’inizio degli anni Ottanta aveva inaugurato la tv di mezzogiorno. Prima c’era il telescopio, adesso milioni di telespettatori erano catalizzati nel tentativo d’indovinare quanti fagioli conteneva quel vaso trasparente. Una telesagra paesana, forse. Ma anche qui, la Carrà stava al gioco senza darsi importanza, un’italiana come noi. Continuò a esserlo anche dopo la parentesi in Mediaset (allora Fininvest), un paio d’anni prima di tornare in Rai. Ma soprattutto, prima di ricominciare in Spagna. Dove scoprì il format di Carràmba!, i ricongiungimenti familiari che la fecero sciogliere in lacrime e, con lei, milioni di telespettatori che la seguivano il sabato sera. Era stato Japino a segnalarglielo, ma fu Brando Giordani, allora direttore di Rai 1, a toccare le corde giuste e convincerla, facendo incazzare il suo compagno. Ebbe grandi ospiti e grandi ascolti, nonostante un certo snobismo della critica, che la adombrò: si ricorda molto di più una critica cattiva e gratuita che un bel complimento. E ancor più si ricordano certi attacchi feroci. Come quando, a proposito della storia con Japino, di dieci anni più giovane, ci fu chi scrisse: «La bella incontra la bestia». «Furono cattivi, anzi mostruosi». Però, niente: volontà, applicazione e lavoro. Non era tipo da farsi troppi problemi nemmeno di fronte alle avance di dirigenti e produttori: la cura Carrà ara «lo smataflone, detto in bolognese. Un sonoro ceffone capace di smontare ogni ardore di sopraffazione sessuale». Quando Paolo Sorrentino le chiese il permesso di usare A far l’amore comincia tu per La grande bellezza era scettica. «Pensavo ai soliti 20 secondi in un film commerciale, non avevo capito si trattasse di Sorrentino». Ma poi quando il film vinse l’Oscar «ero gonfia come un pavone».

Quando una volta chiesero a Fruttero e Lucentini se Gabriele D’Annunzio sarebbe andato ospite della Carrà risposero: «Sarebbe lui la Carrà!».

 

La Verità, 6 luglio 2021

«Sanremo irripetibile, Fiore dovrà essere al top»

Il Fantastico di Adriano Celentano, il concerto di Madonna a Torino, quello dei Pink Floyd in piazza San Marco a Venezia, il Pavarotti & Friends, la grande giornata a Bologna con Giovanni Paolo II per il Giubileo, i Festival di Sanremo condotti da Mike Bongiorno e Piero Chiambretti, Raimondo Vianello, Fabio Fazio e Raffaella Carrà: dietro tutti questi eventi c’è un uomo di televisione, dirigente e autore insieme, che risponde al nome di Mario Maffucci, già capostruttura e vicedirettore di Rai 1. Ha 81 anni, due figli, una moglie e vive a Roma, zona Parioli. Ha appena fatto il vaccino contro il Covid e ora è al telefono: «È proprio sicuro che abbia qualcosa d’interessante da dire?».

Che Sanremo si aspetta quest’anno?

«Sarà un Festival diverso dagli altri perché senza il pubblico, una presenza dalla quale gli artisti traggono energia».

Questa assenza peserà di più sui cantanti, i conduttori o gli ospiti?

«Credo che sugli ospiti peserà meno perché hanno il confronto con Amadeus e Fiorello. Cantanti e conduttori avranno maggiori difficoltà. Soprattutto Fiorello, che sarà costretto a dare il massimo, mentre l’anno scorso ha dato il minimo».

In che senso?

«Ha fatto una grande prova d’autore, improvvisando tutto. Un grande artista come lui se lo può permettere. Così, ha preso spunto da quello che succedeva, dalle emozioni del pubblico. Stavolta questo confronto non potrà averlo».

Mancherà una fonte importante.

«Che stimola a inventare. Tra Fiorello e Amadeus c’è grande feeling, ma la sfida è più impegnativa».

Era proprio impossibile stabilire dei protocolli, farli rispettare e avere qualche centinaio di spettatori in sala?

«Sarebbe stato possibile, ma ingiusto nei confronti degli altri teatri che restano chiusi».

Altri programmi Rai hanno il pubblico e l’Ariston sarebbe stato usato come uno studio televisivo.

«Ma l’Ariston è un teatro aperto al pubblico».

Che consiglio darebbe ad Amadeus e Fiorello prima di cominciare?

«Di essere consapevoli di avere un’occasione unica per intrattenere tutto il Paese condizionato dalla pandemia».

È l’approccio del dirigente della tv generalista che creava grandi eventi.

«Il Festival di Sanremo è un evento, in un certo senso unico al mondo. Nasce come manifestazione popolare, senza pretese artistiche. Poco alla volta diventa una fabbrica di musica e intrattenimento. La tv l’ha manipolato, protetto e fatto crescere, trasformandolo in qualcosa di più di una sfilata di belle canzoni».

La convince il fatto che la moglie di Amadeus, Giovanna Civitillo, condurrà il Prefestival?

«Perché no? È un programma marginale, è in grado di farlo, non mi sembra un fatto da biasimare».

Nemmeno sul piano dell’eleganza?

«No, non direi».

Avrebbe potuto essere una buona idea Mina direttore artistico?

«Straordinaria. Ci rendiamo conto di che cos’è stata e che cos’è Mina dal punto di vista musicale?».

Non è decollata per mancanza di coraggio?

«Secondo me si sarebbe tirata indietro».

A quanto si sa, non si sono mai fatti avanti i vertici Rai.

«Da anni Rai 1 attribuisce la direzione artistica al conduttore secondo un canone per cui egli è il playmaker del Festival. Con Mina ci vorrebbe qualcuno felice di averla come direttore artistico. Quelli del presentatore, del direttore artistico e del selezionatore delle canzoni sono ruoli che si potrebbero spacchettare. In questa situazione credo che Mina sia difficile che arrivi».

Agenti e società di produzione esterne hanno troppo peso in Rai?

«Quello che oggi chiamiamo agente, nel vocabolario di qualche anno era l’impresario di artisti. I vari Lucio Presta e Beppe Caschetto hanno fatto la fortuna di tanti spettacoli. La cronaca televisiva attribuisce a Pippo Baudo o ad Amadeus la capacità di portare sul palco le star, ma dobbiamo sapere che dietro di loro c’è il lavoro di qualcuno che ha la forza di coinvolgerle».

Ha visto che due componenti del Cda Rai hanno chiesto di verificare se la lista degli ospiti rispetta la policy aziendale?

«Ho visto, aspettiamo le verifiche. È giusto mantenere un certo equilibrio e controllare la misura dei diversi contributi. Ma allo stesso tempo non dobbiamo perdere di vista il gol finale che è il divertimento del pubblico. Poi certo, l’en plein del cast di un singolo agente non lo approvo».

Anche ai suoi tempi contavano molto gli agenti?

«Ai miei tempi spuntava il potere dei nuovi impresari. Ma c’era un’azienda in grado di stare sul mercato con una forte attrattiva».

Uno dei migliori era Bibi Ballandi?

«Portava il suo contributo senza mai esagerare».

Perché secondo lei quest’anno su Rai 1 funzionano le fiction mentre sono sottotono gli spettacoli di intrattenimento?

«Non c’è voglia e forse non ci sono le condizioni per sperimentare con coraggio. Per essere sicuri dei risultati ci si affida ai format collaudati. Ma così non s’inventa niente e, con la ripetizione, i programmi si usurano e perdono smalto. I successi sono frutto di un dosaggio di componenti tra le quali c’è una percentuale di rischio. Non si può pretendere che il direttore di rete sperimenti se non è aiutato da un gruppo di dirigenti pronti a farlo».

Da Domenica in a Fantastico, da Scommettiamo che… a Beato tra le donne, qual era il segreto dei suoi?

«Sono molto grato a Baudo perché mi ha insegnato l’abc dello spettacolo, facendomi crescere alla scuola del teatro leggero. Il massimo divertimento l’ho provato con Renzo Arbore: leggerezza, autoironia, spettacoli inventati dall’inizio alla fine, spesso le prove erano ancora più divertenti di ciò che andava in onda. Poi c’è stata l’avventura con Adriano Celentano».

Quel famoso Fantastico.

«Il segreto era l’imprevedibilità, non a caso ebbe enorme rilievo sui media. Nacque dopo che Berlusconi ci aveva strappato Baudo, la Carrà ed Enrica Bonaccorti. Lo scopo era indebolire la Rai nella prospettiva della riforma del sistema televisivo che sarebbe sfociato nella legge Mammì».

Una vittoria in contropiede?

«Esatto. Sopravvissi a quella prova grazie all’appoggio di Biagio Agnes ed Emmanuele Milano (storico direttore generale Rai e direttore di Rai 1, ndr)».

Grandi dirigenti, grandi autori: oggi?

«Conosco alcuni direttori di rete come Franco Di Mare e Ludovico Di Meo, ottimi professionisti. Mentre non conosco Stefano Coletta, direttore di Rai 1. Ma non so se abbiano dietro una squadra così forte. Gli autori bisogna cercarli nel teatro leggero, nella musica, nel cinema, come avvenne per Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese… In quel Fantastico debuttò Umberto Contarello, che poi è diventato lo sceneggiatore di Paolo Sorrentino».

Come definirebbe Celentano?

«L’artista con il quale nulla era prevedibile. L’unico modo per lavorare con lui era discutere ogni cosa che gli veniva in mente, sapendo che l’avrebbe realizzata».

Luciano Pavarotti?

«Artista immenso, uomo formidabile. A lui è legato uno dei maggiori rimpianti della mia carriera».

Cioè?

«Averlo trascinato nel secondo Festival di Fabio Fazio facendogli fare il notaio. Entrava, diceva qualcosa sui cantanti, usciva. Come si fa a ingaggiare Pavarotti senza farlo cantare?».

Me lo dica lei.

«Era già tutto definito: avrebbe dovuto fare un duetto con Nilla Pizzi su Grazie dei fior. Immagini cosa sarebbe stato… Ma, ad accordo concluso, Nicoletta Mantovani si oppose perché riteneva che, se Luciano avesse cantato durante il Festival, avrebbe tolto interesse al Pavarotti & Friends in calendario due mesi dopo. E Luciano accettò il volere della moglie».

Lavorò anche con il Trio: Marchesini, Lopez, Solenghi.

«Fu una stagione straordinaria che culminò nei Promessi sposi. Era appena finita la miniserie diretta da Salvatore Nocita e noi ne proponemmo la parodia. Qualcuno alzò il sopracciglio, ma proprio affiancare la satira alla tradizione era la forza di una tv libera e moderna com’era quella Rai».

Trasmettevate i concerti di Madonna, il Pavarotti & Friends, la serata per il Giubileo con Giovanni Paolo II e Bob Dylan. Oggi quella formula sarebbe riproponibile?

«Non credo, dipende da come si propone la televisione: se sei un broadcast con l’ambizione di essere partner di grandi eventi internazionali il mercato risponde. Non dimentichiamo il concerto di Frank Sinatra al Palatrussardi di Milano. E quello dei Pink Floyd che chiesero la collaborazione di Rai 1 per suonare a San Marco, trasmesso in mondovisione».

E ricordato per le conseguenze tremende sulla città di Venezia.

«Che non era preparata a gestire un evento di risonanza mondiale».

Eventi del genere oggi sono irripetibili?

«Allora la Rai era punto di riferimento delle tv pubbliche europee e c’era una disponibilità diversa degli sponsor. Ricordiamoci che parliamo di manifestazioni con grandi budget, che potemmo realizzare perché c’era un lavoro di squadra e anche la collaborazione con la Sacis (la concessionaria di pubblicità della Rai ndr)».

Ha commesso qualche errore o fatto scelte di cui si è pentito?

«Forse ero impreparato ad alcune conseguenze. Se dovessi rifare il concerto dei Pink Floyd mi porrei per primo il problema della sicurezza. Per quello di Madonna a Torino tutto filò liscio, anche grazie a un produttore come Davide Zard».

Che cosa guarda oggi in tv?

«M’inquietano i talk show politici, perché mi sembra che il pubblico non sia protetto e che, più che l’approfondimento vero, vi prevalga la propaganda. Se un politico fa un’affermazione, le redazioni non sono attrezzate per verificare in tempo reale se corrisponde al vero o no».

Ce n’è qualcuno che si salva?

«Apprezzo la scelta di Piazzapulita di ricorrere alle riflessioni di Stefano Massini anziché alle gag del solito comico. Lo trovo più in sintonia con il momento che viviamo».

Guarda anche la fiction?

«Purtroppo quella italiana non è a livello delle serie internazionali. Con l’eccezione di Montalbano, la nostra è una fiction provinciale».

Quali serie le sono piaciute ultimamente?

«Baghdad central, Homeland, La casa di carta».

Tra i comici chi le piace di più?

«Maurizio Crozza».

Ha conservato amicizie nel mondo della televisione?

«Ho conservato rapporti professionali. Mi manca Luciano Rispoli che mi fece da battistrada e con il quale avevo un rapporto di stima e amicizia».

 

La Verità, 27 febbraio 2021

 

«Vorrei Montalbano come leader della sinistra»

Signora Parietti, che cos’ha imparato dall’autoisolamento per coronavirus?

Che la gente peggiora e non migliora. Quando provavo a raccontare quello che mi era capitato dicevano che volevo farmi pubblicità. Tipo: cosa vuole la Parietti, parli del Grande fratello.

Che conclusioni ha tratto?

Che se continuassi a farmi le foto del culo, che peraltro regge, al massimo mi prenderei della vecchia. Mentre parlando del coronavirus mi son presa insulti di tutti i tipi.

Tra l’incavolato e il risentito, Alba Parietti sbotta dalla sua casa di Basiglio, a sud di Milano. Il coronavirus l’ha colpita in forma lieve, si è fatta un’autodiagnosi dopo la febbre, la spossatezza, la perdita dell’olfatto consultandosi con i medici del San Matteo di Pavia. E si è autoisolata per due settimane. Ma gli inviti a non parlare dell’epidemia da Covid-19 ricevuti in qualche talk show non li ha mandati giù. «A qualcuno ha dato fastidio che fossi informata e che, sulla base di quello che sapevo, contestassi anche i virologi».

E che cosa sapeva, signora?

Che le mascherine erano fondamentali, mentre alcuni di loro sostenevano di no. Siccome avevo parlato con persone che vivevano in Cina, sono stata tra le prime a fare la battaglia…

E poi?

Replicavo a chi minimizzava. A metà febbraio un’infermiera di un reparto di infettivologia mi aveva detto che negli ospedali lombardi la situazione stava degenerando.

Le sue opinioni non erano gradite.

No. Anche quando dicevo che bisognava diversificare i provvedimenti. In Lombardia i posti di terapia intensiva stavano finendo, mentre in Veneto il problema non si è posto grazie all’opera efficace del governatore Luca Zaia. Non ci volevano chissà quali studi per vedere queste cose. Il virus colpisce tutti e chiunque ha diritto di esprimersi sulla base di una corretta informazione.

Si temevano le fake news e si voleva privilegiare la competenza scientifica?

Siamo d’accordo, però nemmeno i virologi avevano certezze e si contraddicevano fra loro. Ancora adesso nessuno sa niente di questa malattia. Ma siccome sono una soubrette… Hanno provato a zittirmi, qualcuno ha cercato vendette personali. Lasciamo stare i nomi, preferisco non rinfocolare polemiche.

Secondo lei che cosa è mancato nella gestione dell’emergenza da parte del governo?

Si è trovato in una situazione inedita, non si può dargli addosso.

Sebbene il premier si fosse detto prontissimo.

È mancata una comunicazione reale di quello che stava accadendo in Lombardia. Uno tsunami. Tanti hanno provato e dovuto salvarsi da soli. So di persone rimaste a casa settimane con la febbre a 38, costrette a diagnosi fai da te per l’impossibilità di fare i tamponi. Io stessa l’ho provato… È stato un terremoto, abbiamo scavato con le mani, mentre medici e infermieri tentavano di salvare vite come durante una guerra.

Dopo una prima sottovalutazione si è finito per drammatizzare troppo?

Forse le linee guida adottate in Lombardia non andavano estese al resto d’Italia. La situazione era diversa. Gli italiani vanno messi un po’ alle strette, poi rispondono bene. Adesso per ripartire forse si è fatto un po’ di terrorismo, non sono tutti raffinati psicologi. Se dovessi dare una medaglia la darei a Zaia, un politico che non rispecchia il mio orientamento, ma ha affrontato la situazione con fermezza. Nel suo modo barocco, anche il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è fatto capire.

Si sono tenute nella giusta considerazione le esigenze della gente comune?

Spero che chi ha le possibilità rinunci a un po’ di guadagno per mantenere i dipendenti e favorire la ripresa di tutti. Parlo delle grandi aziende e dei grandi marchi, ovviamente. Non degli artigiani e dei piccoli commercianti che non si sa se riusciranno a sopravvivere.

Ha già programmato le vacanze estive?

Non ancora. Ho due case, una in Valle d’Aosta e una a Ibiza. Spero di poterci andare…

Diciamo che è fortunata.

Molto, riconosco i miei privilegi. Nella vita ho potuto guadagnare. Mio figlio, per esempio, non farà vacanze perché non se le può permettere. Come la sua fidanzata, ha consumato parte delle ferie in attesa della cassa integrazione. Questo è tutt’altro che un virus democratico. Come fanno famiglie di 5 persone a mantenere il distanziamento in 60 metri quadri? Il coronavirus ridurrà alla fame persone che già prima erano in difficoltà.

Gli osservatori più attenti prevedono un autunno di rivolte sociali causato dalla povertà.

Non siamo proprio un Paese di rivoluzionari.

Parlavo di rivolte, di proteste.

Dove c’è povertà e disuguaglianza sociale è facile che, per sopravvivere, la popolazione prenda le strade peggiori. In assenza di risposte adeguate possono affermarsi forme di sopruso e sfruttamento, dal lavoro nero al controllo delle mafie che sicuramente non starà a guardare.

Come giudica il contributo del Pd al governo?

Non saprei dare un giudizio tecnico. Né vorrei alimentare polemiche che trovo odiose in questo momento.

Che differenze vede tra Nicola Zingaretti ed Enrico Berlinguer?

Lei vuol farmi parlar male di qualcuno. Zingaretti appartiene alla classe politica attuale che non rispecchia il mio ideale. Il confronto con la generazione di Bettino Craxi e Giorgio Almirante è impari. Per me Berlinguer era un semidio.

Non si metta sulla difensiva.

Sarebbe come fare paragoni tra Madonna e Alba Parietti.

Quindi?

Berlinguer ha attraversato un periodo di grande difficoltà. Ha tentato di fare il compromesso storico… Anche la sua ultima immagine pubblica è quella di una persona che ha portato fino in fondo la sua visione perché mossa dalla passione. Gran parte dei politici di oggi è mossa dall’ambizione. Ma non voglio accusare Zingaretti. Se si candidasse nei panni del commissario Montalbano voterei volentieri suo fratello. Andrea Camilleri era un uomo di sinistra molto credibile. I leader del passato li abbiamo criticati, ma c’era ammirazione. Anche per figure controverse come Giulio Andreotti, magari diabolico ma mai banale.

Da donna che cosa pensa di Giorgia Meloni?

Non approvo nulla del suo pensiero, ma la trovo una tosta. Una dei politici più veri che ci siano in Italia. Non è lì per caso.

Ha condiviso la polemica sulla scarsa rappresentanza femminile nelle task force?

Nulla di nuovo, in questo Paese le donne sono calcolate molto poco. Ma la misoginia è quasi più femminile che maschile. Se una donna riesce a imporsi bisognerebbe gioirne tutte…

Invece?

Tra donne c’è molta solidarietà a parole, ma di fatto… Siamo nate con il pomo della discordia.

Le sembra che le ministre Lucia Azzolina, Elena Bonetti, Teresa Bellanova, Paola Pisano e Nunzia Catalfo si stiano muovendo bene?

Non vedo figure particolarmente significative. Dicendo così mi dimostro anch’io poco solidale con le donne. Ma penso che la Merkel italiana non ce l’abbiamo e forse non siamo nemmeno pronti ad averla.

Il premier Conte invece è molto apprezzato dalle donne.

Sì, ma un pensierino non ce l’ho mai fatto. Sono clemente a causa del momento difficile. Non sono mai stata attratta dagli uomini di potere, perché avrebbero poco tempo da dedicarmi.

Come giudica la sua espressione a proposito degli artisti che «fanno divertire la gente»?

Anche i politici fanno divertire in certi periodi. Basta vedere il programma di Maurizio Crozza. Ancora oggi fatichiamo a pensare che l’arte sia cultura, non parlo della televisione che è intrattenimento grazie al quale tanta gente non si è sentita sola. Parlo del nostro cinema e del nostro teatro che è un errore sottostimare.

Di Matteo Salvini che opinione ha?

È un abilissimo comunicatore. Bravissimo a far leva sui sentimenti di disperazione della gente comune. Molto più della sinistra, che certo non avrebbe potuto usare gli stessi slogan.

La destra è più vicina alla gente comune della sinistra?

No. Siamo tutti povera gente in un momento in cui il mondo sta cambiando. Individuare un nemico è la strategia più facile, ma non è un buon modo per andare avanti insieme. In questo momento il migliore è il Papa.

Lo immaginavo.

Immaginavo che lo immaginava. Papa Bergoglio è una guida, ciò che dovrebbe essere anche un leader politico.

Bergoglio parla delle periferie, la sinistra vince nei centri storici.

Non andare nelle periferie vuol dire lasciare il territorio ad altri. Va nelle periferie chi capisce dove nascono i problemi.

Mi fa un ritratto dei grandi professionisti della tv con cui ha lavorato? Enzo Tortora.

L’ho conosciuto alla fine. Aveva un tormento, ma era imperscrutabilmente signorile.

Angelo Gugliemi.

Il maestro geniale che vede il talento degli altri e non ne ha paura.

Carlo Freccero.

Il mestiere e la follia.

Gianni Boncompagni.

L’enfant gaté, il bambino viziato. Anche lui geniale.

Pippo Baudo.

È Pippo Baudo, non ha aggettivi.

Maurizio Costanzo.

L’eminenza grigia dalle mille sfaccettature, il narcisista intelligente.

Che cosa manca ai dirigenti tv di oggi?

La fantasia e il coraggio di rischiare di non piacere.

Che cosa le manca di Ezio Bosso?

Il tempo di stare insieme che è finito. Il tempo nel quale potevo ascoltarlo e ammirarlo. E dirgli: «Ciao, come stai?».

 

Panorama, 27 maggio 2020