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Qualche domanda alla Rai sull’inclusione di Madam

Quando l’inclusione diventa un boomerang. Anzi, visto che si parla di calcio: quando fa autogol. Sono gli effetti collaterali del correttismo montante. Chi lo dice alla dolce e tenera Danielle Madam, cittadina italiana nata in Camerun, che è stata sovraesposta in un ruolo che alla fine rischia di danneggiarla? La pluricampionessa italiana di getto del peso è stata chiamata alla conduzione di Notti europee, un programma di calcio di massima visibilità (Rai 1, tutte le sere, ore 23,15, 1,7 milioni di spettatori, share del 18,3%) per il colore della sua pelle? È verosimile immaginare che anche Claudio Marchisio, un nome a caso, in un programma di atletica leggera si sentirebbe come una trota nell’oceano?

Gli Europei di calcio sono il primo evento sportivo dopo la pandemia. Le nazionali si confrontano negli stadi alla presenza del pubblico. È un’occasione di festa per sportivi e tifosi di tutto il continente. Per la Rai, da anni priva dei diritti delle competizioni per club, le partite della Nazionale sono un’occasione per recuperare centralità. Con la qualità del gioco espresso dalla squadra guidata da Roberto Mancini che ci riscatta dall’astinenza agli ultimi Mondiali e con l’euforia che l’accompagna nel cammino verso le fasi finali, il boom di ascolti delle partite è garantito (Italia-Svizzera: 13,3 milioni di telespettatori e il 51,95 di share). La sfida era sul programma di approfondimento post partita. In questi casi, per una rete come Rai 1 con un pubblico largo e composito, la difficoltà è trovare l’equilibrio tra commenti tecnici destinati agli intenditori e argomenti leggeri per intrattenere i non calciofili. Dopo una partenza titubante, strada facendo la squadra di Marco Lollobrigida sta lentamente trovando il dosaggio nazional-popolare. L’altra sera, subito dopo la vittoria sulla Svizzera, in collegamento da Casa Azzurri c’era, per esempio, Lino Banfi, già «allenatore nel pallone», e autore dell’esclamazione divenuta virale con il festeggiamento post gol di Ciro Immobile nel primo match contro la Turchia. Lollobrigida gestisce gli interventi degli ospiti fissi in studio, giornalisti, ex calciatori, l’immancabile postazione social, e i collegamenti esterni dallo stadio e per gli aggiornamenti di calciomercato. E la bella Danielle? Purtroppo appare inevitabilmente un filo spaesata, sia perché alla prima esperienza in video sia perché il calcio non è esattamente la sua materia. Da co-conduttrice ha dovuto accettare la retrocessione al ruolo di valletta. È questo il messaggio d’inclusione che la Rai voleva mandare?

 

La Verità, 18 giugno 2021

«Ecco chi vince la Serie A e i miei giocatori preferiti»

Mario Sconcerti è il commentatore più autorevole di calcio. Lucido, imparziale, con una scrittura molto personale. Qualche settimana fa ha osservato sul Corriere della Sera: «Sul campionato sta ormai pesando l’esame inganno di Suarez. Il giocatore ha confermato la falsità del test, i professori anche. E allora? Sono passati tre mesi. Si può ancora fare finta di niente?». Di mesi ora ne sono passati cinque. Siamo colleghi, parliamo di sport, ci diamo del tu.

Come definiresti il calcio al tempo del Covid?

«È un calcio che ha perso brillantezza, fondamentalmente più lento. Non solo in Italia, dovunque».

Il motivo è l’assenza del pubblico?

«Certamente. Perché il pubblico partecipa, con il suo rumore, avverte i giocatori di cosa succede alle loro spalle, commenta la bravura del gesto».

Si spiegano così i tanti gol in Serie A?

«L’assenza del pubblico alleggerisce i giocatori e favorisce i maggiori errori delle difese. La crescita del numero dei gol è iniziata quando i punti per la vittoria sono diventati tre. Da otto anni superiamo stabilmente i mille gol a campionato. Per ritrovare più di mille gol bisogna risalire agli anni Cinquanta di Gunnar Nordahl».

Ora si è scalato un altro gradino?

«Il salto maggiore è stato subito dopo il lockdown e a inizio campionato. Adesso la media si è assestata, ma sempre su livelli molto alti».

Come spieghi la bagarre tra Antonio Conte e Andrea Agnelli?

«È chiaro che c’è un vissuto alle spalle».

Cioè?

«Le ruggini risalgono al quarto anno alla Juventus, dopo i tre scudetti vinti. Conte iniziò il ritiro estivo, ma poi disse che non se la sentiva di continuare e Agnelli fu costretto a cambiare allenatore. Una società non dimentica facilmente quando viene mollata in corso d’opera».

I temperamenti non aiutano?

«Né Agnelli né Conte sono personaggi facili. In questo caso penso che Conte sia stato provocato durante tutta la partita da qualcuno che stava alle sue spalle, dietro la panchina».

Conte ha chiesto più educazione, merce rara.

«Parole che si dicono a caldo. Nessuno sui campi di calcio è in grado di dare lezioni di educazione a qualcun altro».

Si è fatto tutto quello che si poteva in termini disciplinari?

«Se si poteva fare sarebbe stato fatto. Al massimo si sarebbe trattato di una squalifica di una giornata».

Da una rissa all’altra, ho letto che ti sei divertito a vedere quella tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku.

«Mi ha divertito lo scontro tra i due giocatori più grossi del campionato. Ero curioso di vedere come andava a finire, sapendo che non poteva succedere niente perché c’erano trenta persone intorno a fermarli».

C’è un’inchiesta della procura della Figc.

«È un’inchiesta d’ufficio, non si può dare quel tipo di spettacolo. Quando parliamo di calcio, dobbiamo ricordarci che si tratta di un’attività basata sui calci. Se qualcuno subisse per strada un intervento in scivolata sporgerebbe denuncia contro l’aggressore. I giocatori di calcio firmano una clausola compromissoria per la quale non possono fare causa per qualcosa che avviene sul terreno di gioco. Poi, ogni situazione ha i propri limiti. Mettersi rabbiosamente testa contro testa è un atto che deve finire lì».

Che cosa pensi del caso Suarez?

«Mi appare straordinario per due motivi. Il primo è la clamorosa ingenuità di campagna commessa dai professori dell’università di Perugia che hanno agito come tifosi. Un’ingenuità riconosciuta perché sono tutti rei confessi. La seconda stranezza è che siano passati sei mesi e nessuno abbia fatto un passo avanti. Mi sembra una vicenda più grossolana che seria, anche se c’è stato un protocollo forzato per diventare cittadini italiani».

Esistono i poteri forti nel calcio?

«Esistono, come da tutte le parti. Quando si identifica la Juventus con i poteri forti del calcio si scambia la sua abitudine a dettare la strada con una forma di potere».

Il confine è sottile.

«Non dobbiamo dimenticarci che la Juventus ha la stessa proprietà da cento anni. Se guardiamo gli altri poteri forti, Milan e Inter hanno cambiato tre presidenti nell’ultimo quinquennio. Cento anni di continuità nell’assetto societario significano continuità di rapporti, di esperienza, di capacità gestione di situazioni delicate. La Juventus ha un patrimonio che la rende oggettivamente più forte di chi continua a cambiare proprietà».

C’è troppo tifo nelle telecronache, nei talk show, nei commenti?

«Il calcio è cambiato quando le partite sono sbarcate in tv. Prima era praticamente clandestino perché tutti potevano vedere solo la propria squadra allo stadio. Più che il tifo è aumentata la competenza del pubblico. Adesso vedi calcio, lo impari e lo confronti, in più hai dei buoni maestri che te lo spiegano. Ora il tifoso sa quando è giusto che la sua squadra perda perché è competente».

Gianni Brera come racconterebbe le squadre multietniche di oggi?

«Per come l’ho conosciuto io, credo sarebbe in difficoltà. Non tanto perché pensava che fossimo noi i veri neri della situazione, in quanto nazione povera…».

Aveva un approccio geoculturale, se non vogliamo dire razziale, basato sulla superiorità atletica del centro e nord Europa…

«Oggi le sue profezie sono confermate, l’Europa è il centro del calcio nel mondo. Siamo i colonizzatori del calcio, abbiamo costretto i giocatori degli altri paesi a venire a imparare da noi. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia e Italia hanno scolarizzato i giocatori a livello mondiale. Brera sarebbe in difficoltà per un altro motivo».

Quale?

«Penso alla discussione che c’è adesso: dici una cosa e qualcuno dall’altra parte dell’Italia ti contesta. Brera era abituato a parlare da solo, non c’era la rete, non c’erano i social. Oggi è più complicato rimanere autorevoli».

A volte mi perdo qualche tua metafora filosofica. Parlando di Juventus-Inter: «È stato un lungo lasciarsi senza darsi dolore, saltando i dubbi della partita».

«Era una partita segnata dal risultato dell’andata. Quello è il mio modo di scrivere, una scrittura spontanea che può piacere a volte di più a volte di meno. In quella frase c’è più slancio poetico che filosofico. Cerco parole, concetti, modi di ragionare dovunque, perché fuggo dalla gergalità del calcio. Alla fine sono contento di aver trovato un mio linguaggio».

Perché nel 2016 hai lasciato Sky per la Rai?

«Mi sembrava che alla mia età, dopo 14 anni a Sky, due anni in Rai potessero dare qualcosa alla mia storia. Ed è stato così».

Tornando sui poteri forti. Come valuti il fatto che Marcello Nicchi sia presidente degli arbitri dal 2009?

«Considero gli arbitri la parte migliore del calcio. È impossibile che portino avanti un complotto perché sono una lobby nella quale tutti competono. Lo scopo di ognuno di loro è arbitrare la partita più importante. Tra avversari non si allestisce un complotto per favorire qualcosa o qualcuno».

È già accaduto.

«I disonesti ci sono dovunque, anche tra i giornalisti. O tra i giocatori che vendono le partite».

Undici anni di presidenza dell’Aia sono tanti?

«Sono due mandati e mezzo. Vediamo che cosa succede alle prossime, imminenti, elezioni. Gli arbitri sono la parte migliore perché la più selezionata. Sono 50.000, ma in Serie A ne arrivano una decina all’anno. Dopo di che sono un mondo a parte, come la magistratura».

Bell’esempio.

«Fra gli arbitri però non c’è solidarietà di categoria: se uno sbaglia, gli altri sono contenti perché lo scavalcano».

Ti aspettavi la tenuta del Milan?

«È certamente una sorpresa. Gli innesti di Ibrahimovic e Ante Rebic sono stati fondamentali per trasformare una squadra di ragazzi in una squadra di uomini. C’era un grande valore assoluto, Gigio Donnarumma e Theo Hernandez sono giocatori di livello europeo».

Mancava la mentalità vincente?

«Mancava la completezza del carisma».

Chi gioca il miglior calcio in Italia?

«La squadra che mediamente gioca meglio è il Milan, quella più pronta per vincere è l’Inter».

Perché l’Atalanta ha improvvise cadute?

«Perché pratica un gioco molto dispendioso, sono dappertutto».

Cristiano Ronaldo sta alla Juventus come Lukaku all’Inter e Ibrahimovic al Milan?

«Sì, anche come Immobile alla Lazio».

Ronaldo vince quasi senza la squadra, mentre la squadra senza di lui fatica a vincere?

«Il peso di Ronaldo è aumentato perché è mancato Dybala, non c’è un centravanti come Gonzalo Higuain e Alvaro Morata è buono, ma normale. La differenza balza agli occhi perché parliamo del più grande attaccante del dopoguerra».

C’è molta distanza tra il calcio italiano e quello degli altri campionati europei?

«Ce n’è abbastanza. Abbassando il livello di tutti, il Covid ci ha fatto avvicinare al calcio inglese e tedesco, mentre quello spagnolo è in ristrutturazione. Siamo abituati a pensare che vincano le squadre più brave, invece vincono le più ricche. Nel momento in cui non possono investire, Real Madrid e Barcellona vincono meno, esattamente com’è successo a Milan e Inter. Il campionato inglese è il migliore perché è il più ricco».

A proposito di poteri forti.

«Il calcio è uno spettacolo, non uno sport. C’è un mercato nel quale non tutti sono nelle stesse condizioni. Nei 100 metri si parte tutti dalla stessa linea e il più veloce vince. Nel calcio la bravura si acquista e, di solito, vince chi ha più margine di spesa».

Che europeo prevedi per l’Italia?

«Un buon europeo, se riusciamo a essere, come spesso siamo stati, rapidi nel gioco, cioè diversi. Però finora abbiamo battuto avversari non difficili e ci aspettano verifiche a livelli più alti».

Sei favorevole alla Superlega?

«Per ideologia sportiva, sono per dare più uguaglianza possibile alle squadre. La Superlega è la negazione dell’uguaglianza».

Chi è il miglior giocatore di questo campionato?

«Nicolò Barella».

Chi vincerà lo scudetto? Ti concedo delle percentuali.

«40% il Milan, 30% a testa Inter e Juve».

Chi è stato il miglior giocatore italiano di sempre? Accetto un podio.

«Paolo Maldini, Valentino Mazzola e Roberto Baggio».

Nel mondo, per estetica e fantasia io voto Johan Cruyff, tu?

«Per estetica e fantasia scelgo Maradona. Cruyff lo voto come maestro universale del secolo perché ha giocato ad altissimo livello cambiando il calcio e insegnandolo: Guardiola ha imparato da lui. Mentre Maradona e Pelè si sono fermati a loro stessi».

 

La Verità, 13 febbraio 2021

«Nel ’43 Chiara Lubich era già una donna del 2000»

Purtroppo l’intervista si svolge al telefono e gli occhi di Cristiana Capotondi, che domani sera su Rai 1 saranno quelli di Chiara Lubich, si possono solo immaginare. A scegliere l’attrice di Notte prima degli esami e La mafia uccide solo d’estate per il ruolo della dolce ma determinata fondatrice dei Focolarini sono stati Luca Barbareschi e Saverio D’Ercole, rispettivamente capo e responsabile della fiction di Eliseo Multimedia che, con Rai Fiction, ha prodotto il film tv diretto da Giacomo Campiotti. In L’amore vince tutto, trasmesso nel centenario della sua nascita, vedremo la maestra elementare trentina rispondere alle interrogazioni del Sant’Uffizio per dar ragione della propria vocazione e del movimento che, sorto alla fine della Seconda guerra, si è diffuso in 180 Paesi e conta circa due milioni di aderenti.

Che cosa l’ha più colpita di Chiara Lubich?

«Sono due caratteristiche. La prima è che già nel 1943 è una donna del Duemila. Con pacifica forza d’animo si realizza non nella vita della casa, ma nella socialità, nella scuola, nell’aiuto agli altri. Un palcoscenico che travalica i confini abituali delle donne del tempo. La seconda caratteristica è la sua stessa visione della vita: invece che “non c’è rosa senza spina” dice che “non c’è spina senza rosa”. Per lei anche la sofferenza contiene un messaggio d’amore».

Sono caratteristiche che ne fanno una donna moderna.

«È dotata di grande pragmatismo. Ma pur rimanendo con i piedi per terra, la sua visione la porta a dar vita al movimento».

Anche se, in un passaggio del film, dice di non aver voluto fondare nulla.

«La spinta iniziale è fare del bene, semplicemente. Portare conforto nella città bombardata dagli alleati. Poco alla volta questo diventa un impegno stabile».

È il modo in cui la sua vocazione, la consacrazione a Dio, assume forza politica?

«Sì, è una persona per la quale il benessere interiore si è tradotto in un fatto collettivo. La novità di Chiara Lubich è che la realizzazione del suo sogno ha coinciso con il bene della collettività».

Questo può dire qualcosa al difficile momento che stiamo attraversando?

«La sua capacità di oltrepassare le singole confessioni religiose riuscendo a rivolgersi a buddisti, musulmani, ebrei e cristiani ortodossi è per me un messaggio di unità rivoluzionario. Impegnandosi tra le macerie della guerra Chiara Lubich ricostruì un reticolo sociale che ha alleviato la sofferenza di tanti. La pandemia ci colpisce tutti in modo orizzontale e indistinto. Sono felice di essere italiana e di vivere in un Paese che ha una buona assistenza sanitaria pubblica, ma questo è un accidente. Serve una nuova progettualità che ci aiuti a costruire un nuovo modello di società».

Cos’era la fratellanza universale di cui Lubich parlava spesso?

«È un’espressione tratta da un passo del vangelo di Giovanni. “Che tutti siamo uno” è il suo motto».

All’origine del movimento erano tutte donne, ma lei parlava di fratellanza: oggi crede che verrebbe subito corretta?

«Nella lingua italiana fratelli comprende anche sorelle».

C’è troppa preoccupazione formale nel linguaggio?

«Può capitare che alcune parole risultino meno gradevoli, ma non è questo il caso. La fratellanza universale di Chiara non era una scelta di genere, ma un sogno che abbracciava tutte le persone. Il movimento è nato da quattro amiche, ma si è subito aperto agli uomini che ne sono stati protagonisti».

Che esperienza è essere figlia di un padre cattolico e di una madre ebrea?

«Tra i miei genitori c’è una bellissima convivenza, sono rispettosi l’uno dell’altra. Personalmente, pur avendo frequentato la basilica di Santa Maria in Trastevere retta da monsignor Vincenzo Paglia, ho sviluppato una mia spiritualità. Sono molto contenta di quanto queste due culture hanno fatto per l’Occidente, ma ho un approccio relativista».

In che senso?

«Nel senso che accetto alcune posizioni interessanti, mentre su altre meno in sintonia con la modernità mantengo uno spirito critico».

Insiste sulla spiritualità. Non la convince la carnalità del cristianesimo, così tangibile anche a Natale?

«Perché non dovrebbe? La carne è la condizione necessaria dell’esistenza».

Si chiama Cristiana per caso?

«No, ho scoperto che è stata una scelta dibattuta. Proposta da mio padre come una sorta di provocazione, mia madre l’ha accolta perché il nome piaceva anche a lei. <Cristiana> mi ha stimolato a cercare un equilibrio. Ma in famiglia ci ridevamo su».

I suoi genitori hanno mai discussioni animate su questi temi?

«No, ci sono sempre ironia e leggerezza, insieme al rispetto reciproco. Di solito gli ebrei sono più rigidi nell’osservanza delle tradizioni. A casa mia è il contrario, mio padre sembra più ligio, mentre mia madre è meno ferrea».

Nei resoconti di questi giorni su Chiara Lubich si mettono in luce la sua semplicità e il suo ecumenismo lasciando tra parentesi la fede come motore di tutto?

«Non credo. Chiara Lubich voleva che il suo messaggio arrivasse a tutti, non solo a chi è credente e praticante. Lei partiva dalla fede cattolica, qualcun altro crede nelle Tavole della legge o che il Messia non è ancora arrivato. Ma metteva l’obiettivo della fratellanza universale davanti a tutto».

Come vive questi strani giorni di festa?

«È un tempo in cui bisogna accettare di stare in difesa, ma in difesa me la cavo bene».

A calcio in che ruolo gioca?

«Esterno destro di difesa».

Un mastino dagli occhi verdi? Da cosa dobbiamo difenderci?

«Dalla grande confusione in campo economico e sociale. Nel mio mestiere la vita sociale è fondamentale. Ma ora la fase difensiva si prolunga, poi verrà il momento del rilancio. Eppure già adesso i pensieri guardano oltre questa reclusione».

Cosa farà nella sua prima azione d’attacco?

«Tornerò a frequentare i luoghi della cultura, gli stadi, i cinema, i teatri. Mi fermerò a parlare con le persone senza paura di avvicinarmi. Recuperando quella leggerezza e quella mancanza di responsabilità che prima erano sinonimo di libertà».

Considerati i controlli e i distanziamenti adottati, cinema e teatri avrebbero già potuto riaprire?

«Se c’è un periodo storico in cui non mi passa per la testa l’idea di fare il ministro è questo. Istintivamente, mi piacerebbe che aprissero anche i musei».

Non c’è il pericolo che questi luoghi della cultura escano dalle abitudini degli italiani?

«Non credo perché ci mancano molto. Certo, la diffusione delle piattaforme ci fa temere per il cinema ciò che è accaduto all’industria discografica. Qualche giorno fa, il 28 dicembre, il cinema ha compiuto 125 anni. Pensiamo a quanto è cambiato in tutto questo tempo. Da pura visione d’immagini al bianco e nero, dall’arrivo del colore agli effetti speciali al digitale… Non rinunceremo mai a raccontare storie. La mancanza di questi mesi ci farà tornare ancora più vogliosi nei cinema».

Se nel frattempo non saranno destinati ad altre funzioni… erano rimasti aperti anche durante la guerra.

«Questa è una guerra diversa. Non mi permetto di giudicare le scelte della politica, sono certa siano dettate da logiche di sicurezza nazionale».

Come ha vissuto il periodo di lockdown?

«Con grande preoccupazione per ciò che accade e, anche se la mia famiglia non ne è stata toccata, con dolore per le tante persone che muoiono. La mia professione ha momenti più immersivi e altri meno che vanno gestiti. Mi piego a riflettere sulle cose, tentando di soddisfare le mie curiosità. Leggo molto e mi informo per fugare i miei dubbi».

Chiara Lubich era una donna senza paure, oggi ne siamo attanagliati: lei come la gestisce?

«Di solito si ha paura di fronte a una situazione inedita e di cui non conosciamo la soluzione, come succede ora. Ci sentiamo piccoli, sproporzionati, non all’altezza. In questi casi ci può aiutare una certa intraprendenza. Chiara Lubich era una donna intraprendente, io provo a esserlo. Anche se a 40 anni sono ancora in cammino».

Si vaccinerà quando sarà possibile?

«Farò quello che consiglierà il Comitato tecnico scientifico».

Il vaccino ha assunto una valenza messianica?

«È atteso per tornare alla vita normale. Credo sia giusto che si cerchi una sicurezza. Come diceva Frank Capra: “La vita è una cosa meravigliosa!”. Il vaccino ci fa intravedere la soluzione. Se la soluzione fosse camminare a piedi fino a Lourdes lo farebbero tutti».

Si scambia la salute per la salvezza?

«Finché c’è vita c’è speranza. L’esercizio della salvezza ha bisogno della salute. La salute è strumentale alla salvezza, ma non coincide con essa».

Che cosa l’ha aiutata in questo periodo?

«Leggere, confrontarmi, parlare con le persone care al telefono anche se è uno strumento che non amo».

Cos’ha letto?

«La lingua geniale di Andrea Marcolongo, i libri di Yuval Noah Harari, altri… Poi ho rivisto tutti i film di Mario Monicelli, di Ettore Scola, e quelli della mia tesi: “Il cinema italiano racconta il fascismo”».

In che cosa si è laureata?

«Scienza della comunicazione».

A quale nuovo progetto sta lavorando?

«Tornerò sul set in primavera, ma non posso anticipare nulla. Prima accompagnerò la Nazionale femminile nella partita contro Israele dalla quale capiremo se avremo accesso diretto agli Europei o dovremo passare dai playoff».

Da vicepresidente della Lega Pro e accompagnatrice della Nazionale femminile come guarda alla situazione del calcio italiano?

«La Lega Pro aveva un problema di sostenibilità economica anche prima dell’arrivo della pandemia. Ora la situazione si è aggravata perché non abbiamo la forza di confermare alcune sponsorizzazioni. Perciò siamo ancora più claudicanti. Il Covid ha privato il pubblico del tifo allo stadio e i dilettanti dell’attività sportiva di base. Questa mancanza ci fa comprendere ulteriormente l’importanza dello sport per la formazione dei giovani e per una socialità serena. E, infine, accelera l’urgenza di una riforma del sistema calcio».

Che audience si aspetta domani sera?

«Questo dovrebbe dirmelo lei».

 

La Verità, 2 gennaio 2021

Un idolo planetario è protetto dalla vita privata?

Non se ne può più dello tsunami di retorica che ci ha travolto da quando è morto Diego Armando Maradona, ritenuto dalla maggioranza degli addetti ai lavori il più grande calciatore di sempre. Non se ne può più dell’alluvione di iperboli, pianti, esaltazioni, devozioni, inginocchiamenti a favor di telecamera, tipo quello del campione del mondo Bruno Conti ai Quartieri spagnoli di domenica. Di quanto letto sui giornali ha già scritto con la sagacia che conosciamo Mario Giordano, ma ciò a cui si continua ad assistere nei vari talk show non solo calcistici è, se possibile, persino peggio. Non parliamo poi di ciò che avviene sui campi di gioco. Al minuto di silenzio prima delle partite e il lutto al braccio indossato da tutti, giocatori e allenatori, è stata aggiunta la stucchevole interruzione del gioco con applauso, al decimo minuto del primo tempo di ogni match. Sia chiaro, Maradona è stato un fuoriclasse assoluto, probabilmente, come detto, il più grande sul terreno di gioco. Ma, ahinoi, assai meno grande fuori dal campo. Messo insieme, questo show planetario si chiama idolatria e sa un po’ di disperazione: c’entrerà la tragedia della pandemia?

Ho perciò sperato che qualche distinguo ce lo regalasse Marco Tardelli, ruvido campione del mondo nel 1982 (siamo figli del suo urlo di rabbia felice dopo il gol alla Germania), coraggiosamente intervistato dalla compagna Myrta Merlino, napoletana, all’Aria della domenica su La7. Le premesse sembravano buone: «Si può giudicare Diego in tanti modi. Si può giudicare Maradona e poi Diego Armando Maradona perché credo che Maradona sia stato un capolavoro del calcio». Ma poi anche Tardelli è planato su Maradona antisistema, figlio della rivoluzione, figlio del popolo che cercava riscatto come Napoli, e l’hanno trovato insieme… Alla fine, Merlino ha mostrato l’intervista concessa al regista Emir Kusturica («Che giocatore sarei stato se non avessi sniffato cocaina»), rimproverando bonariamente Tardelli, solitamente ligio alle regole, di essere tollerante con il Pibe de oro: «Non sono tollerante, non entro nella sua vita privata. Della sua vita privata fa quello che vuole. Mi ha dato delle emozioni in campo, non per quello che ha fatto nella vita privata». E meno male. Ma quando si è idoli globali, com’è stato Maradona, la distinzione tra vita pubblica e privata sparisce. Ammiriamo le opere del pittore Caravaggio, condanniamo le sue azioni criminali. Sono sicuro che, a proposito di vita privata, lo sappia bene anche Tardelli, in quel momento intervistato dalla sua donna.

 

La Verità, 1 dicembre 2020

Downton Abbey, Momenti di gloria e il calcio d’antan

The English Game è una serie bellissima. Se non l’avete ancora vista – sei episodi su Netflix da fine marzo – recuperatela. Una cosa tra Downton Abbey, il creatore e sceneggiatore è Julian Fellowes, e Momenti di gloria, tra Ken Loach e Stephen Frears. E i paragoni con il miglior cinema non sono sprecati. La storia, tratta dal vero, è incentrata sui primordi del calcio nella leggendaria Fa Cup inglese, molto più prestigiosa ancor oggi della nostra Coppa Italia. In realtà l’origine del gioco è lo spartito attraverso il quale raccontare la Gran Bretagna di fine Ottocento, le divisioni in classi, le rivendicazioni operaie, la grettezza e la lungimiranza degli aristocratici, l’autenticità e l’ambiguità dei proletari, le ragazze madri poco tutelate. Un’opera magistrale e in pochi episodi, forse per concentrare il budget nella confezione superba, con ambientazioni avvolgenti, un originale motivo musicale, costumi studiati in ogni dettaglio, pub intriganti, prati irrorati dalla pioggia del Nord. Perfetti i volti dei due protagonisti (e anche dei comprimari): quello misterioso di Kevin Guthrie, che interpreta Fergus Suter (primo vero calciatore professionista), acquistato dal mugnaio di Darwen, e quello elegante di Edward Holcroft, nei panni Arthur Kinnaird, la star degli Old Etonians, squadra composta di soli gentiluomini. Proprio l’ingaggio di Suter e del suo compare Jimmy Love (James Harkness) dalla squadra di Glasgow è la scintilla che inizia a mescolare buoni, cattivi e classi sociali. Man mano che scorrono le partite, molto attese e mostrate senza compiacimenti, si svelano i profili dei personaggi. Ed emerge il carattere interclassista del calcio. C’è il giocatore di maggior talento con una storia familiare intrisa di violenza. C’è la cameriera con bimba al seguito (Niamh Walsh) avuta dall’imprenditore proprietario della squadra ambiziosa. C’è il padrone dotato di spirito umanitario che non esita a violare il codice del dilettantismo per dare motivo di riscatto ai dipendenti. C’è la star del gioco, figlio di un banchiere, dotato di cuore e spirito critico. E c’è la sua tenera moglie, affranta per la perdita del nascituro, interpretata da Charlotte Hope.

Ogni episodio sembra più lungo dei canonici 45 minuti perché succedono un sacco di cose, grazie a una sceneggiatura che in pochi tocchi riesce a tratteggiare una svolta, un colpo di scena, uno snodo inatteso. The English Man è una serie maschile, ma molto amica delle donne, tutte figure positive e trasparenti. Sono quasi sempre loro a infondere coraggio e combattività ai loro eroi. Aspettiamo la seconda stagione.

 

La Verità, 5 maggio 2020

Bello il calcio nostalgia, senza attori e sapientoni

Scherzi della nostalgia, certo. E dell’astinenza da calcio. Rivedere Italia Germania Ovest 1970, oppure Italia Argentina 1978, oppure ancora Italia Germania Ovest ma 1982, quella del Mundial, fa uno strano effetto. Fa scattare l’automatico era meglio quando si stava peggio. Oddio, peggio. Sicuramente meglio di questi giorni da reclusi. Provocazione: era meglio quel calcio lì. Asciutto, essenziale, schietto. Privo di tutte quelle insopportabili malizie che stanno intossicando lo sport più bello del mondo, oggi. Parlare di assenza di malizie quando i campi erano calcati da gente come Claudio Gentile o Marco Tardelli, come Daniel Passarella o Mario Kempes, come Gerd Müller o Paul Breitner, è tutto dire. Non che non succedessero cose strane, come per esempio nella finale del 1978 tra Argentina e Paesi Bassi (si chiamavano così, per la cronaca, 3 – 1 per la formazione di Cesar Luis Menotti) mal arbitrata dall’italiano Sergio Gonella, davanti al generale della giunta militare Jorge Videla. C’era gioco duro, c’erano i falli e si espelleva e ammoniva molto meno di ora. Ma c’erano anche meno sceneggiate, astuzie e proteste. L’arbitro fischiava, il giocatore si rialzava, si batteva la punizione. Meno ambiguità e protagonismi anche nelle telecronache a una sola voce che si limitavano al racconto, senza compiaciute lezioni di tattica. Un calcio più elementare e più selvaggio. Che Mediaset Extra ci sta permettendo di riassaporare nella maratona di Emozioni mondiali, tre giorni da giovedì a oggi, con il meglio dei match della Nazionale nella Coppa del Mondo dal 1970 al 2006. Quest’ultimo, altro torneo vittorioso ai rigori contro la Francia, dopo che in semifinale avevamo nuovamente battuto ed eliminato i tedeschi padroni di casa. Insomma, un concentrato di orgoglio azzurro in giorni di «stadi chiusi». Scherzi dell’astinenza oltre che della nostalgia. Alimentata dalle immagini in 4/3 dell’epoca. Dall’urlo di Tardelli dopo il gol del due a zero. O dalla voce di Nando Martellini e dallo storico triplice «campioni del mondo!» al Bernabeu di Madrid (11 luglio 1982). Oppure dal gol del 4-3 di Gianni Rivera alla fine dei tempi supplementari della «partita del secolo» (Città del Messico, 18 giugno 1970). Momenti nei quali tutti ricordiamo dov’eravamo e che, complice la clausura, si possono rievocare con chi allora non c’era. E chissà, considerata la probabilità che la quarantena si trasformi in ottantena, perché non riproporre anche altri storici match, senza l’assillo dell’audience? Tipo quelli della vertiginosa, rivoluzionaria e prediletta Olanda di Johan Cruijff e Ruud Krol, la nazionale più bella e sfortunata di sempre.

 

La Verità, 11 aprile 2020

Buffa ci racconta Gigi Riva, Bartleby del calcio

Raccontacela ancora, Federico. Federico è Federico Buffa e la storia di Gigi Riva la conoscevamo già. Certamente non così, con i tanti dettagli che ci svela in Gigi Riva, l’uomo che nacque due volte (Sky Sport e on demand, il primo di due episodi). Non a caso il suo è un format e la narrazione è il linguaggio che si sposa con il desiderio di cullarci fin da bambini, tanto più ora che il calcio e lo sport in genere ci sembrano ostaggi del business. Chiamiamola pure nostalgia o vittoria dei sentimenti, senza ipocrisie. Ma saper raccontare è un fatto di toni, di sentimenti e di dettagli e ora Buffa ha trovato equilibrio, senza più eccedere in erudizioni o feticismi da addetti ai lavori un po’ fanatici. La fascinazione è dosata dagli aneddoti, la favola dalla circostanza. Come l’ambientazione sulle terre d’acqua, il lago Maggiore e il mare di Cagliari, delle due nascite del più grande attaccante che il calcio italiano abbia avuto. E come l’infanzia in collegio dai preti, tre anni difficili per il ragazzo Luigi, troppo presto orfano di padre e a 16 anni anche di madre. O come la telefonata della sorella Fausta a Roberto Boninsegna, all’epoca compagno di squadra e di camera in ritiro, l’unico che resisteva alle sigarette e agli orari, entrambi eccessivi per un calciatore. Insomma, una telefonata rivelatrice di chi era il fratello. Gigi e Roberto avevano litigato per un mancato passaggio ed erano volate parole più grosse del solito. Allora, la sera della domenica, mentre erano a cena, la Fausta aveva telefonato al ristorante e si era fatta passare Boninsegna, per spiegare i segreti del fratello: ribelle, introverso e avvolto in silenzi invalicabili che nascondevano uno spirito profondo e sensibile. Chissà se erano tratti segnati da quell’infanzia solitaria, dalla povertà e dal lavoro precoce in fabbrica, compensati solo dalle gioie dei gol già nei primi tornei estivi, poi al Laveno e al Legnano che, nell’intervallo di Italia-Spagna juniores disputata al Flaminio di Roma, lo vendette al Cagliari di Andrea Arrica, più lesto di altri patròn che si palesarono solo a fine partita, a cessione avvenuta. O come quell’uomo che da allora in poi, lo aspettava sempre alla fine di ogni partita con un gettone in mano: «Telefoniamo a Giampiero?». Giampiero era Boniperti, amministratore delegato della Juventus. Ma lui scuoteva il capoccione e ribadiva il suo no, come un Bartleby del calcio. Scegliendo di restare fedele alla terra (e all’acqua) della sua seconda nascita, schiva e leale come lui.

 

La Verità, 17 dicembre 2019

«Perché il calcio di Sacchi è durato solo tre anni»

L’aria da agente segreto con impermeabile, bavero alzato e occhiali scuri ce l’ha ancora, nonostante le 82 primavere. Anche i dossier li conserva, in cartelle vergate con calligrafia elegante. «Servono per il libro che sto scrivendo. Ci lavoro da un anno, è un capolavoro, non uscirà mai», scherza Natale Bianchedi. «Comincia con una citazione di Josè Saramago: “Il calcio è caos e confusione. Ma il caos è un ordine da decifrare, mentre la confusione genera ignoranza”».

Il calcio è la materia d’inchiesta di Bianchedi, «la spia di Sacchi». Siamo nella sua casa di Ravenna, il vertice a est del triangolo dove nasce e muore la storia. Gli altri angoli sono Fusignano, a nord, e Bellaria, a sud, le squadre allenate dall’Arrigo e dal «Nat» giovani. La storia è quella di un sodalizio rivoluzionario che ora si è incrinato, forse irrimediabilmente. Bianchedi è fluviale – «un po’ prolisso», mi avevano anticipato –  e le sue repliche cominciano invariabilmente così: «Prima di rispondere devo fare una premessa, però non si può scrivere». Questa intervista è caos decifrato.

Viene prima Natale Bianchedi o Arrigo Sacchi?

«Arrigo è Arrigo. Ha creato lo spartito, i movimenti in armonia, la sincronia. È un gioco durato tre anni, dall’87 al ’90, vincente a tutti i livelli. Interpretato solo da lui, con quei giocatori, ma irripetibile».

Quindi viene prima Sacchi.

«Ci mancherebbe, io sono l’ultima ruota del carro».

Però le deve qualcosa.

«Sacchi ha una qualità notevole: sa farsi apprezzare dalle persone più influenti. Per esempio, il conte Alberto Rognoni, fondatore del Cesena calcio e papà di Ettore, storico direttore dello sport Mediaset. E naturalmente Silvio Berlusconi».

Come sono adesso i suoi rapporti con lui?

«Per me il Milan era Berlusconi, testa illuminata e illuminante. Ha avuto due grandi allenatori, Sacchi e Capello, che hanno vinto con due stili di gioco opposti. Ma i veri vincitori sono stati i calciatori».

I suoi rapporti con Sacchi?

«Non ci telefoniamo più».

Motivo?

«Non abbiamo litigato. Sulla via del successo ha mancato di sensibilità, raccontando fatti privati che dovevano restare tali. Mi sono sentito strumentalizzato, la mia competenza gli è servita, ma la mia persona è stata offesa».

Qual è stato il casus belli?

«Fermiamoci qui».

Quando ha iniziato a fare l’osservatore per lui?

«Giocavo in serie D a Caltagirone, ma sono dovuto venir via per una storia che non si può scrivere».

Donne?

«A 28 anni sono tornato a Ravenna, stavo fuori la notte… Un giorno si presenta un mio ex dirigente al Bellaria e mi propone di fare l’allenatore del Fusignano. “Alfredo, non ho il patentino, non vedo le partite, come faccio?”. “Arrangiati”. La miseria aguzza l’ingegno. Tutti i mercoledì a Castiglione si allenava il Cesena di Gigi Radice, poi di Eugenio Bersellini e Osvaldo Bagnoli. Quello è stato il mio Coverciano. Guardavo e applicavo nel Fusignano e poi nel Bellaria».

Sacchi?

«Era riuscito a iscriversi a Coverciano e mi mandava gli appunti delle lezioni, grazie ai quali il Bellaria faceva il pressing, il fuorigioco, la superiorità numerica…».

Quando divenne la sua spia?

«Mi chiamò mentre ero in vacanza all’Alpe di Siusi: “Devo allenare la Fiorentina, tieniti pronto”. Due giorni dopo mi richiama per dirmi che va al Milan. Rifiuto, ma quando torna alla carica, dopo l’eliminazione dalla Coppa Uefa con l’Espanol, accetto».

Oggi il vostro lavoro lo fanno i droni?

«Non so, i droni capiscono di calcio? Chi vuol capire il teatro credo impari più dalle prove che dagli spettacoli».

Che cosa faceva per Sacchi?

«Al Milan ero l’amico dell’allenatore. In realtà ero l’unico che ne conosceva indirizzi tecnici e mentalità».

Visionava le partite delle avversarie?

«Andavo a vedere anche singoli calciatori. Lui non aveva un vissuto di campo e voleva sapere tutto».

In funzione della partita successiva?

«Non solo, osservavo anche allenatori importanti a prescindere. Nel ritiro del Ciocco ho visto la Dinamo Kiev di Valerij Lobanov’skyj, i Glasgow Rangers di Walter Smith, la Lokomotiv Mosca di Jurij Semin. Ho visto Johan Cruijff allenare il Barcellona prima della Supercoppa del 1989».

Gli allenamenti erano a porte chiuse e una volta a Madrid venne cacciato.

«Quella è una storia inventata».

Ma come? Ci sono le cronache.

«Se glielo dico io… L’ha inventata un giornalista del Corriere dello sport perché il giorno prima Sergio Di Cesare della Gazzetta aveva pubblicato un’intervista con me. Dovevo vedere un centravanti e avevo accompagnato Di Cesare al Santiago Bernabeu per comprare dei souvenir. Quel giornalista mi vide e costruì quella storia. Lo trovai qualche mese dopo nella hall di un hotel di Marsiglia: “Tu sei quello che ha scritto quella balla…”. Mi sfidò a denunciarlo… “Io non denuncio nessuno, ma se vieni fuori ti presento mio fratello cattivo”. Poi lasciai perdere… Lavoravo al Milan… Sa come vanno queste storie sui giornali».

No, come?

«Gianni Agnelli e John Fitzgerald Kennedy sono due dongiovanni, io e lei siamo due puttanieri».

Si camuffava per spiare gli allenamenti?

«Avevo due modi di vestirmi: in giacca o da tifoso. Una volta andai al campo dell’Olympique Marsiglia con una ragazza e un neonato in braccio, che mi fece i suoi bisogni addosso. Anche qui, se in tribuna ci sono Michel Platini o Giovanni Trapattoni nobilitano la partita, se ci sono io sono una spia».

Lei carpiva i segreti.

«Invece Sacchi e Capello perché vanno alle partite?».

Carpire i segreti era il suo lavoro.

«Ad Arrigo servivano le mie informazioni».

Così le ha fatto girare il mondo.

«E io gli sono riconoscente. A Madrid andavo a vedere la partita, tornavo in albergo e gli telefonavo. Poi c’era la movida fino all’alba, la mattina facevo colazione in extremis, portavo i bagagli alla reception, andavo al Prado, tornavo in hotel e partivo. Mi è venuta la passione della pittura, lo sa che aiuta a capire il calcio?».

Mi fa un esempio?

«Al Rijks museum di Amsterdam non riuscivo a staccarmi da La sposa ebrea di Rembrandt. Qualche tempo dopo lessi che Van Gogh avrebbe voluto trascorrere dieci anni seduto su una panca a contemplare l’immobilità e la cromatura di quell’opera. Quando nel 1989 il Milan batté 1 a 0 il Nacional di Medellin in Coppa Intercontinentale con un gol di Evani all’ultimo minuto dei supplementari mi tornò in mente Rembrandt. Le squadre giocavano a specchio, chi sbagliava perdeva. Molti tifosi disprezzarono quella partita molto tattica, io la paragonai a La sposa ebrea».

Visionava anche i calciatori da comprare?

«Frank Rijkaard andai a vederlo al Saragozza. In allenamento e in partita. Poi andai al Vicente Calderon di Madrid dove si allenava l’Atletico di Alemao, che però era svogliato. Tornai a vedere Rijkaard, era un giocatore universale e poco dopo il Milan lo comprò».

Anche se Berlusconi voleva Borghi?

«Sacchi s’impuntò e Berlusconi cedette. Borghi non c’entrava con il calcio di Sacchi».

Il calcio di Sacchi.

«È un calcio dogmatico. Che ha tre costanti: genialità nell’assemblare idee altrui per crearne una propria, stress cognitivo e fisico come propellente, giocatori funzionali all’idea. Émile Chartier dice che <niente è più pericoloso di un’idea se è l’unica che abbiamo>».

Altri calciatori segnalati?

«Ronaldo aveva 17 o 18 anni, andai a Belo Horizonte per vederlo nel derby Cruzeiros-Atletico Minagerais. Mai visto un giocatore così. Raggiunsi il Milan ad Atene, vigilia della finale con il Barcellona di Cruijff. Eravamo nella hall dell’hotel con Capello: “Pelè dice che è un fenomeno, Bora Milutinovic che è un grandissimo giocatore e tu lo esalti. Non è il caso di aspettare due anni prima di portarlo al Milan?”. In quel momento passava una ragazza, diciamo così, molto bella… “La vedi quella, Fabio? Fra due anni è buona anche subito”».

Ma Ronaldo andò al Psv.

«Capello insistette, ma i dirigenti del Milan e i procuratori brasiliani non si accordarono».

Dopo Sacchi ha osservato anche per Capello.

«Visionavo calciatori per ruoli precisi. Capello prese una squadra che aveva vinto tutto, tolse lo stress e vinse quattro campionati di fila».

Perché seguì Sacchi in Nazionale?

«Per riconoscenza. Mi chiamò in vista dei Mondiali del 1994. Osservavo le nazionali e i giocatori per le convocazioni».

Perché si dimise?

«Tornati da un torneo in America, ripresi le trasferte. Mi accompagnava un autista, ma allo stadio per lui non c’era mai l’accredito. Mi lamentai, ma Sacchi mi disse: “Se uno non sta bene in un posto se ne può andare”. “Tranne me, che sono l’ultima ruota del carro, dalla prima alla penultima potete andare tutti a quel paese”, replicai. “Io non ci vado”, rispose. “Ma io vi ci mando, potete scegliere”. Se non c’è intesa, o accetti il sistema o te ne vai. Io me ne andai, nonostante avessi ottimi rapporti con gran parte dei dirigenti».

E i Mondiali americani?

«Li ho visti dall’Italia. Ma tutte le notti dopo le partite Sacchi telefonava per sapere le mie valutazioni sui giocatori e sugli avversari. E io gliele davo, per amicizia».

Mini definizioni degli allenatori, cominciando da Sacchi.

«Un ex grande».

Capello?

«Capisce di calcio».

Josè Mourinho?

«Tra i grandi».

Pep Guardiola.

«Il numero uno».

Maurizio Sarri?

«Un grande alla prova dei campioni».

Antonio Conte?

«Un grande filo italianista».

Carlo Ancelotti?

«Intelligenza pratica e capacità di adattarsi alla realtà, qualità che apprese giocando con un ginocchio distrutto. Lo visionai in Bologna-Roma: poca mobilità, ma grande intelligenza tattica».

La sua passione è Davide Ballardini?

«Con lui Piatek ha fatto 13 gol in 8 partite. Ha inventato Edinson Cavani centravanti nel Palermo…».

Mai chiamato da una grande squadra.

«Non ha i procuratori giusti. Con la Lazio batté l’Inter di Mourinho in Supercoppa. Ma la panchina era corta, poco alla volta la squadra andò in difficoltà e fu esonerato».

Giampiero Gasperini?

«Sta facendo bene, nelle grandi squadre non ci è riuscito».

Mancini riporterà in auge la Nazionale?

«È sulla strada giusta».

 

La Verità, 8 settembre 2019

«Non ho fretta di tornare, aspetto Apple e Amazon»

Sandro Piccinini è appena tornato da Londra: una delle mete del suo anno sabbatico? «Per la verità, da qualche tempo Londra è la mia seconda città», racconta il telecronista sportivo ex Mediaset. «Ho cominciato a conoscerla per lavoro, poi ci ho preso casa e mi sono fatto degli amici. È una città immensa, caotica, piacevole. La Brexit? Non so se ne risentirà, è abbastanza forte per conservare tutta la sua attrattiva. C’è sempre sullo sfondo una possibile retromarcia, un nuovo referendum e la possibilità che Boris Johnson cada. Londra è sempre Londra». Miami, Cuba, Shangai, Hong Kong sono state le altre mete di quest’anno di pausa, iniziato dopo i Mondiali di Russia 2018 e trasmessi in esclusiva da Mediaset. Di cui Piccinini, sessantunenne romano, ha commentato la finale tra Francia e Croazia.

Parlando di retromarce, alcune partite di Champions League torneranno su Canale 5: e tu?

«Io e Mediaset ci siamo lasciati dopo 30 anni di matrimonio felice. Nell’ultimo giorno di lavoro ho commentato la finale mondiale. Difficile tornare insieme dopo una separazione consensuale. L’anno sabbatico è finito, ma è molto probabile che si prolunghi. Sia perché, avendo guadagnato abbastanza posso aspettare senza frenesie una proposta stimolante, sia perché il mercato televisivo è piuttosto ingessato».

Qual è stato il vero motivo della separazione?

«Continuando la metafora sentimentale, quando ci si separa dopo 30 anni non è elegante svelare il motivo. Anche le coppie migliori hanno voglia di cambiare».

Possibili ripensamenti?

«Tutto è possibile, ma li ritengo improbabili. Mi avrebbe sorpreso se mi avessero chiamato per la Champions».

Altre strade?

«La Rai non può assumere esterni da un giorno all’altro. Sky ha quasi più telecronisti che partite e Dazn è una realtà appena nata. Inoltre, io sono una figura ingombrante il cui innesto può provocare malumori che non sempre i direttori subiscono volentieri. Credo bisognerà attendere il nuovo contratto dei diritti, quando qualche nuovo marchio di streaming potrebbe ricorrere alle prestazioni di un telecronista sufficientemente popolare».

C’è qualcosa che accomuna gli addii a Mediaset di Ettore Rognoni, storico direttore dello sport, di Piccinini, voce principale del calcio, di Carlo Pellegatti e di quello, prossimo, di Maurizio Pistocchi?

«Direi di no. Isolerei la situazione di Rognoni, un dirigente che appartiene alla stagione di Carlo Freccero direttore di Italia 1, Giorgio Gori di Canale 5 ed Enrico Mentana capo del Tg5. Persone difficilmente sostituibili. Gli altri casi sono diversi tra loro. Pellegatti è andato in pensione. Pistocchi vive un dissidio con l’azienda e mi dispiace, ma è ancora lì. Dal 1996 io ero free lance e rinnovavo annualmente il contratto, fino alla separazione».

Come hai trascorso l’anno sabbatico?

«Sono stato benissimo. Molti avevano pronosticato: dopo due o tre mesi le partite ti mancheranno. Magari succederà, ma finora non è accaduto. Ho viaggiato anche in Italia, visitato bei posti, alcune mostre, ho condotto una vita più rilassata, come in una lunga vacanza. Sì, qualche sera mi è mancata la partitona di Champions, ma ti assicuro: nessun attacco di panico. Prolungare questa vacanza per adesso non mi dispiace».

È comprensibile che dopo 1800 telecronache se ne avverta la mancanza.

«In realtà sono di più. Le ho contate fino a duemila poi basta, non so se siano 2100 o 2200».

La più avventurosa?

«Bisogna tornare ai tempi delle tv locali, quando feci una cronaca senza vedere la partita».

Cioè?

«Lavoravo a Teleregione, un’emittente romana. A Firenze c’era Fiorentina-Lazio e a quell’epoca radio e tv locali non erano ammesse nella tribuna stampa con i telefoni fissi. I cellulari non esistevano. In settimana io e Raffaele Pellegrino, ora produttore al Tg5, facemmo un sopralluogo accorgendoci che nel bar della tribuna centrale c’era un telefono a gettoni. Purtroppo sugli spalti gli spettatori seguivano la partita in piedi e da quel telefono si vedevano solo le loro nuche».

Quindi?

«Inventammo il nostro sistema: ci munimmo di un sacchetto con 400 gettoni e di tanti foglietti da compilare con scritto “tiro di…”, “fallo di…”, “dribbling di…”. Pellegrino guardava la partita, aggiungeva i nomi dei calciatori e mi portava dieci foglietti alla volta. Intanto io facevo la mia radiocronaca di fantasia alla quale aggiungevo le note dei foglietti. In pratica, dicevo i fatti con uno o due minuti di ritardo».

Nessuno se ne accorse?

«Non c’erano le pay tv e le partite in diretta a smascherarci. Solo Tutto il calcio minuto per minuto, che però si collegava sporadicamente. Il problema era il gol, infatti speravamo finisse zero a zero. Invece vinse la Fiorentina 3 a 0. Alla fine della partita mi ritrovai con una decina di gettoni e un mal di testa feroce».

La telecronaca più difficile?

«Juventus Milan, finale Champions League del 2003, 20 milioni di telespettatori su Canale 5. I calci di rigori fecero l’80% di share, chissà che cosa guardava il residuo 20%. Fu una telecronaca stressante di una partita equilibrata, noi eravamo la tv del presidente del Milan. Ma non arrivò mezza telefonata di protesta».

Quella più emozionante?

«Francia Croazia del Mondiale 2018, che arrivò al termine di un mese di telecronache, esperienza entusiasmante anche se non c’era l’Italia di mezzo».

Il più grande telecronista di sempre?

«All’inizio mi piaceva Giuseppe Albertini della tv della Svizzera italiana, poi telecronista del Mundialito Fininvest. In assoluto però prediligevo Enrico Ameri, l’unico sempre in sincronia con l’azione, capace di trasmettere il pathos del pubblico».

Nelle telecronache di oggi l’eccesso di protagonismo dei commentatori si sovrappone all’evento?

«Si parla troppo. I telecronisti stanno ridiventando radiocronisti. In tv non si deve dire tutto quello che già si vede, basta accompagnare l’azione, magari dicendo il nome del giocatore. Troppe parole soffocano il telespettatore. Telecronista, seconda voce, bordocampista: un diluvio. Per distinguersi, si eccede».

Un nome in positivo?

«Massimo Callegari, che lavora in Mediaset e a Dazn. Mi sembra quello più misurato e vicino al mio stile. Conosce i tempi del calcio, avendolo giocato».

Ti mancano i programmi, tipo Controcampo?

«Non particolarmente. La mia passione è per la telecronaca, i programmi sono stressanti. Ora, non facendone da tempo, potrei sperimentare nuove idee. Ma ci vorrebbero le persone giuste».

Il programma preferito?

«Il più delle volte dopo il novantesimo cambio canale. Il Club di Fabio Caressa è tranquillo, forse troppo. Non mi dispiacciono quelli di Federico Buffa e Giorgio Porrà, ma non è che corro a casa per non perderli. Sono programmi perfetti per arricchire l’offerta delle pay tv».

Chi sono stati i tuoi maestri?

«Ameri, di cui conservavo le cassette audio. Poi ho rubacchiato qua e là. Da Rognoni a Fabio Galimberti, direttore di TeleRoma56, dove approdai dopo quel Fiorentina Lazio. E poi Michele Plastino, che mi ha insegnato a stare in studio».

È stata l’estate delle rivoluzioni: come vedi Maurizio Sarri alla Juventus?

«Bene, se la società è convinta della scelta. Se fai la rivoluzione devi crederci, come dimostrò Berlusconi quando prese Arrigo Sacchi. Sarri è un grande allenatore e i giocatori sono fortissimi. Quando un allenatore propone metodi nuovi i campioni possono avere un attimo di smarrimento. Ma siccome alla Juventus c’è la cultura del lavoro non vedo pericoli».

Antonio Conte all’Inter?

«Stesso discorso. Conte ha lavorato bene in situazioni diverse e ha le carte in regola per continuare a farlo. Io penso che le partite le vincano i giocatori, ma lui è maniacale e pretende dedizione totale. Molti dicono che l’Inter si è mossa benissimo sul mercato, per me si è mossa bene».

La Roma che lascia andare Francesco Totti e Daniele De Rossi?

«James Pallotta ha dimostrato di saper essere brutale e di non farsi condizionare dalla mozione degli affetti. È accaduto quando Totti ha smesso di giocare. E con De Rossi che avrebbe potuto essere utile alla causa un altro anno o due».

Ieri è partito il campionato: preferisci sbilanciarti sul podio finale o dare i voti al calciomercato?

«Il calciomercato non è ancora finito, quindi… La Juve mi sembra un gradino sopra Napoli e Inter che vedo sullo stesso livello».

Mauro Icardi a chi farebbe più comodo?

«Al Napoli. Ma anche alla Juventus, perché l’Higuain di adesso… Ma servirebbe più al Napoli, anche per l’entusiasmo che porterebbe».

La Juventus vincerà la Champions?

«È una competizione in cui la fortuna ha un ruolo fondamentale. Sorteggi, infortuni, arbitraggi. Tutte le ultime 20 vincitrici hanno goduto di un momento favorevole. Pensiamo al Chelsea di Di Matteo, massacrato dal Napoli nei gironi eliminatori. La Juventus può arrivare in fondo, ma tante squadre si stanno rinforzando. Per esempio, se il Barcellona prende Neymar…».

Concordi con Mourinho che a proposito del Var ha detto che «solo i ladri possono essere contrari alle telecamere di sicurezza»?

«Concordo, anche se capisco chi non ama il Var al 100%. In Manchester City Tottenham al 94° un gol è stato annullato perché il pallone ha sfiorato una mano. A volte l’eccesso di zelo mortifica lo spettacolo. Ma nessuno tocchi il Var, sempre meglio del far west di prima».

Quanta strada farà l’Atalanta in Champions?

«Dipende molto dal sorteggio. È una squadra solida, entusiasta, che ha fatto una buona campagna acquisti. Ma in Champions tutti giocano con questo spirito».

Il Milan arriverà quarto?

«Vediamo le ultime mosse di mercato, Leao è un ottimo acquisto. Dipende da quanto la società sosterrà Marco Giampaolo. È un grande test anche per Paolo Maldini».

Dove farà il telecronista Sandro Piccinini?

«Fra due anni, spero in un nuovo grande gruppo dello streaming, tipo Amazon o Apple, ai quali potrebbe servire un telecronista popolare. Prima la vedo dura. Aspetto, tranquillo».

 

 

La Verità, 25 agosto 2019

 

Il mondo di Boban: calcio, viaggi notturni, libri e fede

Una mia intervista a Zvonimir Boban del dicembre 2014 per Style, il magazine del Giornale. All’epoca Boban era uno dei «talent» di Sky Sport, «il più severo opinionista di calcio della televisione italiana», prima di diventare vicesegretario generale della Fifa presieduta da Gianni Infantino, e di essere chiamato da Paolo Maldini e Ivan Gazidis a ricoprire l’incarico di Chief Football Officer del Milan. Forse sarà un’intervista un po’ datata, ma c’erano già i viaggi notturni in auto da Zagabria a Milano e un’idea abbastanza delineata di futuro: «Magari in un ruolo manageriale potrei impegnarmi, chissà…». Poi parlava dei suoi cinque figli, dell’amore per i libri e della sua formazione cristiana. Una chiacchierata per capire il tipo… Raro nel calcio di oggi. E non solo.

 

Zvonimir Boban arriva in jeans e chiodo nero vissuto. Ha sulle spalle 630 chilometri di autostrada, ma la cera è buona. «Sono cinque ore di guida, non mi pesano», sorride. Di lì a poco andrà in onda per commentare il posticipo di Serie A su Sky Sport Uno. Solitamente riparte la mattina dopo, sempre in macchina – «Non c’è un aereo comodo, devi andare a Malpensa, fare il check-in…». Stavolta, causa impegno di famiglia, partirà appena finito il post-partita con Ilaria d’Amico, Giorgio Porrà, Luca Marchegiani e Massimo Mauro. Altri 630 chilometri, di notte. Nella reception di Sky ogni due metri lo ferma qualche ragazzo per una foto con lo smartphone. Lui sorride e si presta. Ma per parlare ci rifugiamo nella sala longue dove, in una domenica di partite a raffica, si vedono quelle del pomeriggio.

Zvone Boban è il più severo opinionista di calcio della televisione italiana. Il più imprevedibile, diverso da tutti. Non è severo per motivi di natura tecnica, per lo stop impreciso o la diagonale fatta male. Il suo è un rigore particolare. «Prima di tutto è una libertà che mi è permessa qui dentro», dice. «Poi deriva dal fatto che non c’è tempo da perdere anche nel dare opinioni. Infine è una questione di sincerità, l’ambizione di dire sempre quello che si pensa. Credo che questi dovrebbero essere i pilastri del giornalismo. Non voglio usare parole grosse, ma credo che su queste cose si dovrebbe basare non solo il giornalismo, ma la nostra vita e anche la nostra società. Il giornalismo forte schietto maturo ci può migliorare. È quello che ho imparato quando sono stato, per quattro anni, amministratore delegato di un quotidiano sportivo in Croazia». Si potrebbe tradurre sinteticamente come guerra alla banalità. Ai luoghi comuni. Qualcuno osserva che Boban è ipercritico e non gli va bene niente. Che: tolti Pelé Maradona e Ronaldo sono tutti brocchi. «Non è vero… Desidero solo elogiare il bel gioco. Ma si ricordano più facilmente le critiche. Nel giornalismo televisivo ci sono troppi superlativi. L’errore più frequente è dispensare patenti di fuoriclasse. Non è una critica dire che invece uno è un ottimo giocatore».

Piedi per terra, realismo, niente iperboli, Boban va dritto per dritto. Il calcio di oggi è preda di «un processo di hollywoodizzazione. Basta vedere questi ragazzi. Tatuaggi, tagli di capelli improbabili, quelle recite dopo un gol. Roba da popstar. Non è neanche colpa loro. Sono più vittime che protagonisti. Ma dovrebbero saperlo le persone che gli stanno attorno. Il calcio è un riflesso della società in cui viviamo, la cultura del selfie. Lo sport non riesce a isolarsi. Le società hanno perso carisma e autorità. L’ingranaggio è spietato: allenamento, partita, interviste. Non è facile orientarsi, non si pensa troppo, non si riflette su se stessi. Anche ai miei tempi si viveva su un piedistallo, in una dimensione surreale. Poi, a carriera finita, ogni giorno è un piccolo dramma per rientrare e raggiungere gli altri nella realtà. Credo sia un buon lavoro far capire che lo sport ha dei contenuti. Che si può imparare il rispetto degli altri, la cultura della solidarietà e del sacrificio».

La vita di campo non gli manca. Ha fatto il corso da allenatore, ma non ci crede più di tanto. «Ho una famiglia numerosa, cinque figli, non posso isolarmi dalla vita che ho creato. Il calcio resta sempre il mio mondo. Rimarrò tutta la vita Boban il calciatore e ne vado orgoglioso. Magari in un ruolo manageriale potrei impegnarmi, chissà… però mi piace quello che faccio, mi piace il giornalismo. Quando ci sono eventi importanti come i mondiali scrivo su Sportske Novosti,  la Gazzetta dello sport croata. Anziché parlare con i giornalisti, scrivo direttamente io. E mi diverto».

La verità è che Zvone Boban è troppo. Ha troppi interessi, troppe passioni per limitarsi al calcio. Era ancora trequartista del Milan quando s’iscrisse alla facoltà di storia dell’Università di Zagabria. Sosteneva gli esami senza frequentare. Appesi gli scarpini si è laureato e ha preso il dottorato. Da un po’ di tempo segue letteratura comparata. «Amo i libri. Ogni libro migliora il mondo. Come si fa a stare senza libri? Leggo perché “so di non sapere”. Ho cominciato da ragazzino. Un mio zio mi regalò Il Gabbiano Jonathan Livingstone. Poi Il piccolo principe, Siddhartha», sorride. «Poi ho letto i russi, i francesi, gli italiani… E via così… Oggi sto leggendo un libro su Venezia di Predrag Matvejevic che ti porta in una dimensione diversa di questa magnifica città… Linguaggio semplice, caldo, pieno di una Venezia sorprendente».

Sulle televisioni scorrono le immagini dei match delle 18: «Bel gol», s’interrompe. «Guarda come ha colpito il pallone, ha voltato il piede perché la palla non scappasse verso l’alto… Un po’ come si fa nel tennis, quando si colpisce in top spin». A differenza di molti suoi ex colleghi, che terminata l’attività agonistica si sono dedicati al golf, Boban pratica il tennis. «Per il golf ci vuole troppo tempo, intere giornate. A me piace sudare, lottare. Il tennis è uno sport straordinario, l’esatto contrario del calcio. Devi farcela da solo, devi reggere la pressione psicologica. E poi c’è tutto: tecnica, tattica, atletica, concentrazione, autocontrollo. Sì, in Croazia e in Serbia ci sono tanti campioni. Abbiamo la testa giusta e una certa capacità di soffrire. Tutto è cominciato da Ivanisevic. Cilic, Djokovic, la Ivanovic dimostrano lo straordinario talento dei popoli della ex Jugoslavia… Adesso sta esplodendo Coric. Ma non c’è una vera scuola tennistica slava. Sono tutti progetti familiari. Abbiamo fame, siamo disposti ad andar via di casa, ad allenarci tanto, vivere in albergo. È una vita separata, quasi ascetica».

Calcio, giornalismo, letteratura, tennis, la famiglia. Come fai a tenere insieme tutto? «Dormo poco, vado a letto alle tre di notte, anche dopo. Era così anche quando giocavo, più o meno…». Parliamo dei tuoi cinque figli, quattro adottati. «Io e mia moglie abbiamo cominciato presto. La più grande adesso ha 19 anni. Poi abbiamo preso un maschietto e poi due gemelli, un maschio e una femmina. Infine è arrivata una figlia naturale. Ma nell’educazione la biologia non ha alcuna influenza». A proposito di educazione, che cosa vorresti prendessero da te? «La nostra formazione cristiana ci porta a dare molta importanza ai figli ed è giusto. Ma loro prima di essere figli sono esseri umani che diventeranno persone autonome. Perciò ci vuole equilibrio. Vorremmo che ci amassero di più. Ma non possiamo pretendere che ci amino come li amiamo noi. Noi genitori siamo solo delle piattaforme per la realizzazione dei loro bisogni. Che cosa vorrei trasmettere loro? Questa passione per la vita. La voglia di essere buoni, di avere rispetto, di non essere egoisti. Di lasciare una buona traccia in questo mondo. Ci riempiamo di tante cose e non lavoriamo su noi stessi, sulla nostra crescita interiore. Stiamo perdendo la cultura cristiana dalla quale veniamo. Spero che i miei figli prendano questa strada. Che non significa dematerializzarsi. Spero che sappiano costruirsi un futuro dignitoso». Tua moglie che cosa dice di tutto questo? Non protesta che vieni a Milano tutte le domeniche? «Mia moglie Leonarda si occupa dei ragazzi. Ha un locale con altre amiche. Ma sta molto a casa. No, non mi crea alcun problema per le mie attività. Ci siamo incontrati da ragazzi, in un’epoca in cui i ruoli erano un po’ più chiari… Mi piace giocare una specie di tressette ed esco spesso. Per noi è normale. E poi dopo il “carcere calcistico”, mi sembra giusto. Quando rimango a casa guardiamo qualche film con i bimbi». E poi? «Loro a letto e io a leggere…».

Style, magazine del Giornale, dicembre 2014