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«Vedo sempre Napoli, sirene arabe per Mancini»

Maurizio Pistocchi, volto storico dello sport di Mediaset, posta sui social video di spiagge da sogno che scatenano l’invidia di chi lo segue. Calette sarde, da dove, in attesa della ripresa del campionato, si gode gli ultimi giorni di vacanza e il successo di vendite di Juventopoli. Scudetti falsati & altre storie poco edificanti (Piemme), il libro che ha scritto con Paolo Ziliani, collega del Fatto quotidiano con il quale ha a lungo collaborato nei programmi della tv commerciale.

Pistocchi, che cosa sta succedendo nel calcio?

«Il calcio italiano è nella stessa situazione del Paese: senza risorse e senza idee».

I petrodollari si stanno comprando tutto?

«La Saudi league fa quello che facevamo noi negli anni Novanta, quando i migliori calciatori venivano in Italia non perché avessimo il campionato migliore del mondo, ma perché avevamo i soldi. Lo stesso si può dire della Premier league di adesso. I calciatori vanno dove sono pagati meglio e di più».

Cinquant’anni fa il calcio ha scoperto l’America e poi la via della Cina: che cos’ha di diverso il vento d’Arabia?

«Arriva da un Paese ricchissimo che ha investito in tutti i business più importanti del pianeta. Saudi Aramco, promotore della Saudi league, possiede più di 500 miliardi di dollari e un progetto di sviluppo sia della Lega calcistica che dell’intero Paese. È un progetto molto ambizioso, in vista dell’organizzazione dei Mondiali».

Ostacoli sul percorso?

«Certamente si scontrerà con tanti pregiudizi. Nonostante le offerte ultramilionarie, molti giocatori hanno declinato l’invito a causa di un ambiente che limita le abitudini dei calciatori occidentali. Le mogli, spesso protagoniste dello star system, non si sentono a proprio agio in un Paese in cui la donna ha un ruolo diverso».

È stupito che il segno della croce con cui Cristiano Ronaldo ha festeggiato il gol che ha qualificato la sua squadra alla finale della Champions non abbia causato contestazioni?

«Ronaldo è stato scelto come front-man di tutta la Lega, perciò non mi aspetto limitazioni ai suoi comportamenti. Se gliele imponessero se ne andrebbe. Credo abbia chiarito fin dall’inizio le sue libertà».

Fino all’anno scorso l’Arabia attraeva giocatori a fine carriera, come mai ci sono andati Koulibaly, Milinkovic Savic o Kessie?

«Gli ingaggi sono di gran lunga più alti. Finora nella Saudi league sono stati investiti 600 milioni di euro, ma per una realtà così ricca sono briciole. Se Mohammad bin Salman vuole costruire una Lega tecnicamente forte e seguita dal grande pubblico questa strada è giusta solo in parte. Servono scuole e centri di istruzione dove i migliori allenatori del mondo possano insegnare calcio. Sono partiti dall’alto, chiamando giocatori già affermati, ma perché non resti un fatto episodico adesso devono costruire le fondamenta».

Di fronte a una realtà così potente è romanticismo difendere storia e identità dei club?

«Sarebbe bello che in un mondo dove la valutazione professionale delle persone è determinata dal denaro il calcio si distinguesse. Le storie alla Gigi Riva o alla Giacinto Facchetti non esistono più. L’ultimo dei mohicani è stato Francesco Totti. Alcuni anni fa, quando passò dal Barcellona al Real Madrid, Luis Figo fu soprannominato pesetero, da peseta. Oggi sono tutti peseteros».

Che cosa pensa del caso Lukaku?

«Penso che si stia esagerando. Nel mondo, tutti i giorni, centinaia di professionisti lasciano un team o un ufficio per guadagnare di più o perché non si sentono valorizzati. Lukaku ha diritto di andare a giocare dove crede. Dopo che si è esposto con dichiarazioni smentite dai fatti, potrà spiegare il perché oppure no. Penso che la sua volontà sia stata determinata dalla gestione di Simone Inzaghi: se uno è un giocatore davvero fondamentale non lo si tiene in panchina nella partita più importante della stagione».

Quanto influiscono in queste decisioni i procuratori?

«I procuratori guadagnano dai trasferimenti dei giocatori, ma chi decide sono sempre i giocatori. A volte sono le società a spingere per le cessioni perché servono a sistemare i conti. Il calciatore può rifiutarsi, con il rischio di produrre una frattura difficilmente sanabile».

Zlatan Ibrahimovic che ha giocato in tutti i club europei più titolati non ha mai vinto la Champions league.

«Ibrahimovic è un campione straordinario, ma individualista. Il povero Mino Raiola ha fatto un grande lavoro per valorizzarlo, fin dai tempi dell’Ajax. Ma nel calcio il talento dev’essere funzionale alla squadra. Messi e Ronaldo si mettono a disposizione della squadra, Ibrahimovic è enorme per forza fisica e tecnica, ma la squadra dev’essere al suo servizio».

Cosa pensa della cessione al Newcastle di Sandro Tonali che doveva essere il perno del Milan del futuro?

«È una di quelle situazioni un po’ obbligate nelle quali il club caldeggia l’affare per finanziare parte della ricostruzione. Il Milan sta allestendo una squadra molto interessante, con giocatori di talento come Reijnders, Loftus-Cheek e Chukwueze. Vedremo se Pioli saprà darle un’identità e renderla protagonista dopo la delusione dell’anno scorso».

E dell’Inter che ha acquistato Cuadrado, il più inviso degli avversari?

«Cuadrado è uno dei giocatori più forti della Juventus degli ultimi cinque anni. Credo che sul piano tecnico sia un’operazione ottima. Però parliamo di un calciatore che ha avuto comportamenti poco sportivi. Sta a lui essere intelligente e togliersi di dosso la fama di simulatore e provocatore».

Il caso Lukaku, la cessione di Tonali e l’acquisto di Cuadrado: questo calcio procede a dispetto dei tifosi?

«Il tifoso oggi non può più essere quello degli anni Ottanta o Novanta. Oggi si tifa la maglia, la squadra, lasciando perdere se possibile l’aspetto affettivo del rapporto con i giocatori».

C’è troppo poca considerazione dei tifosi nel sistema calcio?

«I tifosi sono come il parco buoi della Borsa. Pagano gli abbonamenti allo stadio e alle tv e acquistano il merchandising. Invece si dovrebbero inserire nell’azionariato delle società come ha fatto il Bayern Monaco».

Si aspettava che fossero giudicati diversamente i comportamenti che con Paolo Ziliani raccontate in Juventopoli?

«Sì. Con Paolo, professionista che stimo da molti anni, abbiamo fatto un gran lavoro. Mi auguravo che una volta tanto la legge fosse davvero “uguale per tutti”. Perché il Chievo è sparito, invece in questo caso sono state fatte valutazioni diverse? Detto ciò, rispetto i verdetti e credo nel superiore interesse della giustizia. Ma chi legge il nostro libro si renderà conto che quanto è successo quest’anno ha avuto un epilogo per certi versi sconcertante».

Siccome la Juventus è il vero potere forte della Serie A si finisce sempre per condonarla?

«Quest’anno c’è in ballo il rinnovo dei contratti tv. Essendo gli juventini in maggioranza tra i tifosi, lo sono anche tra gli abbonati di Sky e Dazn e tra i lettori dei giornali. Sono una quota irrinunciabile. Tanto più considerando che il nostro calcio, con un fatturato di 4 miliardi e debiti per 6, dovrebbe portare i libri in tribunale. Rinnovare i diritti tv in un momento così spaventava al punto che le varie offerte sono state secretate e saranno svelate solo a ottobre. Questa situazione è stata la premessa per giungere a una sentenza politica».

La Juventus ha un bilancio in rosso ma, per fare un esempio, dopo aver bocciato Arthur, Paredes, Zakaria e McKennie ora Allegri vuole Amrabat.

«L’allenatore dovrebbe essere un manager che, come in tutte le aziende, non può licenziare a destra e a manca senza ottenere risultati».

Cosa pensa dell’informazione sportiva italiana?

«Di informazione vera e propria se ne fa poca e si contribuisce molto poco alla crescita della cultura sportiva del Paese».

Perché Luciano Spalletti si è fermato dopo aver vinto lo scudetto?

«Per la mancanza di feeling con Aurelio De Laurentiis e per il timore di deludere i tifosi. A Napoli è particolarmente difficile vincere, l’ultima volta era accaduto con Diego Armando Maradona. Molti segnali facevano pensare che la squadra non si sarebbe rinforzata. Spalletti ha fatto qualcosa di straordinario, penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta».

Carlo Ancelotti fa bene ad andare ad allenare il Brasile?

«Ad Ancelotti, persona fantastica e grandissimo allenatore, manca vincere con una nazionale. Il Brasile spesso non ha vinto perché ha interpretato alcune competizioni in maniera goliardica. Ma ricordiamoci che è pentacampeão, ha vinto più di tutti. Vedo bene Ancelotti alla guida di una nazionale che pratica un calcio giocato con allegria e divertimento».

La convince di più Stefano Pioli o Simone Inzaghi?

«Nessuno dei due».

Chi la convince?

«Maurizio Sarri, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi, Davide Ballardini».

Cosa pensa delle difficoltà delle nostre nazionali?

«Molti anni fa Roberto Baggio preparò un progetto che voleva riqualificare tecnicamente il calcio italiano partendo dai centri di formazione come quelli attivi in Germania e in Francia. Quella relazione giace nel cassetto dei presidenti federali che si sono succeduti da allora. Si sa che le rifondazioni mettono in discussione posizioni consolidate. Perciò si continua a vivere di improvvisazioni».

Pochi giorni fa sono stati ampliati i poteri di Roberto Mancini.

«Mancini ha dovuto lavorare in una situazione di grande difficoltà. Basta considerare che, a parte Immobile, la classifica dei cannonieri è tutta composta da calciatori stranieri. Non abbiamo più attaccanti di livello mondiale come ai tempi di Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero e Luca Toni. Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia».

Le piace Gianluigi Buffon capo delegazione?

«Siamo passati da Gigi Riva a Gianluca Vialli a Buffon, che è stato un grandissimo portiere. Non altrettanto si può dire di lui sul piano etico e comportamentale».

Cosa pensa di squadre come il Milan o l’Atalanta con uno o due calciatori italiani?

«È triste, ma è la conseguenza di una situazione generalizzata. Una volta la Juventus dava sei o sette giocatori alla Nazionale, oggi ha un portiere polacco, tre difensori brasiliani e solo due calciatori italiani, Chiesa e Locatelli».

La sua griglia per lo scudetto?

«È composta dal Napoli, dal Milan che ha preso giocatori interessanti, dall’Inter che è forte ma per me gioca con un sistema che la limita, dalla Juve che si può concentrare sul campionato. Questa è la mia griglia, con il Napoli un gradino sopra se tiene Osimhen».

 

La Verità, 12 agosto 2023

«All’algoritmo sarebbe sfuggito il genio di Rivera»

L’uomo del mercato: Walter Sabatini. Tra i più geniali e fantasiosi. Sicuramente il più tormentato. Da calciatore, una carriera di sogni incompiuti: «Volevo essere Gianni Rivera», ma «l’urgenza di dimostrare il mio talento fu, prima tra tutte, la mia condanna perché mi indusse a giocare un calcio bizantino, fatto di orpelli solitari e inutili. Non ero in grado di concorrere al fine comune», scrive in Il mio calcio furioso e solitario, da poco uscito da Piemme. Da direttore sportivo ha fatto la fortuna delle società per le quali ha lavorato. Scopre e porta alla Lazio giocatori come Aleksandar Kolarov e Stephen Lichtsteiner. Al Palermo di Maurizio Zamparini lo seguono Josip Iličić e Javier Pastore. Alla Roma ecco Miralem Pjanić, Marquinhos, Radja Nainggolan, Mohamed Salah. Nel gennaio 2022, appena chiamato alla Salernitana, conclude dieci acquisti in una settimana, tra i quali Ederson e Simone Verdi, che portano alla miracolosa salvezza del club.
Lo abbiamo in mente avvolto nel fumo della sigaretta, fronte aggrottata, barba incolta, come compare anche sulla copertina del libro.

Quante sigarette fuma al giorno?

«Zero. Ho fumato tutte le sigarette del mondo e adesso non ce ne sono più per me».

Obbligo di salute?

«Un’imposizione del mio fisico. Per i miei polmoni a brandelli non c’è nessun’altra possibilità».

Fumava più o meno di Gigi Riva?

«Penso di più. Sessanta al giorno per 40 anni».

Anche da giocatore?

«Certo».

Cos’è il calcio, passione?

«Soprattutto, non solamente. Senza passione non si va da nessuna parte. Il talento da solo non basta».

Scoperta che si fa subito o, a volte, troppo tardi?

«Io l’ho imparato tardi. Mi illudevo di esprimere il talento pur con qualche distrazione. Invece, il mio talento non produceva effetti. Ero un grande calciatore che non capiva il calcio».

Che invece è una professione.

«Ovviamente».

Anche una religione?

«Pier Paolo Pasolini l’ha definita l’ultima rappresentazione sacra contemporanea».

Un tormento, un’ossessione?

«Per me, sì. Un’ossessione, un tormento, un batticuore quotidiano. L’ho vissuto pienamente sulla mia pelle».

A che prezzo?

«Salatissimo, il mio fisico è conciato davvero male. Sono stato un uomo eccessivo, che ha voluto far tutto di corsa. Finché il mio corpo mi ha chiesto di fermarmi. Ora è un corpo sofferente, ma non ho nessun rammarico».

Il libro è una lunga lettera a suo figlio Santiago, nome in onore di chi?

«Di nessuno. È un nome che mi piaceva, da frequentatore ideologico del Sudamerica. Anche il pescatore di Ernest Hemingway si chiama Santiago».

Scrive di non aver «mai ceduto al nichilismo», eccetto che nei confronti del suo corpo «trasformato in un campo di battaglia». A che tipo di nichilismo avrebbe potuto cedere?

«Al nichilismo rispetto alla vita: il non affrontare i grandi temi cercando delle compensazioni. Non ho mai evitato di prendere certi pugni in faccia. Non ho mai nascosto i problemi agli altri, l’ho fatto solo con me stesso».

Il corpo campo di battaglia invece cos’è?

«L’ho usato così. Non ero un direttore sportivo, ma un acrobata del calcio. Ho fatto cose inimmaginabili, disdicevoli per il mio fisico».

Me ne dica una.

«Cinque giorni dopo essere uscito dalla clinica per un tumore ai polmoni sono andato in Sudamerica. Poi, una volta lì, ho intrapreso un altro viaggio in auto nell’interno dell’Argentina. Queste cose si fanno a danno della propria salute. Sono tornato in Italia con un pneuma toracico».

Non c’era nessuno vicino a fermarla?

«Ovviamente sì, ma ho sempre sfondato la soglia del rischio. Mia moglie e altri mi trattenevano per la giacca. Ma ci sono andato perché credevo non tanto di poterlo fare, quanto di doverlo fare».

Cosa vuol dire concretamente che ha un cervello di sinistra e un corpo di destra?

«Il mio cervello è liberale, aperto, inclusivo, dialogante. Il mio corpo no perché in certe circostanze ha reazioni violente. Il mio corpo è diretto, colpisce e si fa colpire».

Quante volte si è dimesso da direttore sportivo?

«Tante, non ricordo quante. Sono in doppia cifra, come i grandi attaccanti».

C’è un motivo di fondo o ricorrente?

«Il mio corpo di destra perde il controllo, quindi si dimette e se ne va. Con la testa saprei gestire meglio le situazioni, ma il mio corpo non la ascolta».

La sua idea romantica di calcio la fa litigare?

«Non ho un’idea romantica del calcio, è un luogo comune. Ho un’idea sublime del calcio. Se Eschilo e Sofocle, o lo stesso Shakespeare, avessero conosciuto il calcio, avrebbero rappresentato le loro tragedie mettendo negli anfiteatri calciatori e allenatori, e il pubblico a rappresentare il coro».

È intransigente, intollerante?

«L’ho ammesso più di una volta».

C’è qualcuno con cui va o è andato d’accordo?

«Con alcuni presidenti e dirigenti meravigliosi come Adriano Galliani. Ho avuto un ottimo rapporto, seppur litigioso, con Claudio Lotito e Maurizio Zamparini».

Con Galliani però non ha mai lavorato.

«Ma lo giudico il miglior dirigente calcistico italiano del dopoguerra».

Che cos’è la Walter Sabatini consulting team?

«Un’agenzia di consulenza. Un tentativo di sviluppo oggi necessario della figura del direttore sportivo classico che sta tramontando. Cerco di rinnovarmi perché i tempi lo richiedono».

Che caratteristiche devono avere gli osservatori del suo team?

«Grande sensibilità, forza di volontà e soprattutto grande perseveranza».

Gli osservatori possono essere sostituiti dagli algoritmi?

«Supportati, non sostituiti».

Come possono gli algoritmi controllare l’infinità di variabili che si producono in un campo dove si fronteggiano due squadre composte da 11 giocatori?

«Il calcio sfugge alla statistica fredda, ma gli algoritmi possono ridurre il margine di errore. Il calcio non è il baseball e le variabili sono troppe per essere calcolate da un algoritmo».

Parliamo del mercato di quest’anno: l’affare migliore, finora?

«Non è ancora stato fatto. Per lo meno io non l’ho visto».

Quale potrebbe essere?

«Non ne parlo».

E il peggiore?

«Non ho visto nemmeno questo. Ho visto uscire dei giocatori dal nostro campionato, un fatto doloroso ma anche necessario».

Parlando dei tempi in cui giocava scrive che «i soldi, al pari della fama immediata, ottundono le menti e innescano comportamenti spesso incomprensibili». Oggi è ancora più vero?

«È vero oggi come lo era ieri. È sempre stato vero per tutti in qualsiasi momento».

Cosa pensa del fatto che l’Al Alhi, una società araba, è disposta a sborsare per Paul Pogba 150 milioni di ingaggio per tre stagioni?

«Gli arabi sono intervenuti nel mercato di un campionato nel quale non competono con una forza potentissima per prendere i calciatori, ma non riusciranno a prendere la cultura. Per acquisire anche quella devono avere pazienza. Per adesso acquistano i calciatori. Non basterà».

Milinkovic Savic fa bene a trasferirsi all’Al Hilhal a 28 anni?

«Non vorrei parlare di casi specifici. Avrà ragionato con la sua famiglia e penserà che gli convenga».

Ho letto che disprezza la vendita di Sandro Tonali al Newcastle.

«Molto. Il Milan, una società con una tradizione solidissima, non doveva rinunciare a un campione giovane che ha vinto lo scudetto ed era leader in campo. Io non l’avrei mai fatto anche se si trattava di un’operazione remunerativa e hanno preso tanti soldi».

Qual è stato il suo miglior affare come uomo mercato?

«Marquinhos alla Roma».

Poi capitano al Psg, altri nomi?

«Li sanno tutti».

Chi è il miglior allenatore che ha visto?

«Luciano Spalletti».

Perché si è ritirato dopo aver vinto lo scudetto?

«Fa parte del suo carattere tormentato».

Molti allenatori si fermano dopo la conquista di uno scudetto o cambiano aria perché è difficile ripetersi?

«Lo stress è notevole. Quelli che lo soffrono di più hanno necessità di ritemprarsi».

Anche Fabio Grosso che ha conquistato la promozione in Serie A col Frosinone?

«Grosso è un ragazzo speciale, di un’intelligenza rara. Se lo ha fatto deve aver avuto motivi seri».

Consigli un calciatore a una squadra nel mercato attuale.

«Non ci penso neanche, sarebbe deontologicamente scorretto».

Quante partite vede in una settimana?

«In piena stagione anche tre al giorno».

Ci sono stati degli sliding doors che avrebbero potuto orientare diversamente la sua carriera di calciatore?

«Il primo fu quando sbagliai il gol del pareggio nel derby contro la Lazio. Il secondo in una partita contro l’Inter quando Nils Liedholm mi fece sostituire Bruno Conti incaricandomi di tenere d’occhio il terzino avversario, cosa che io non feci. Allora mi tirò fuori e preferì terminare la partita in 10 perché non c’erano più sostituzioni. Fu un’umiliazione tremenda, ma molto educativa. Liedholm era un grande educatore e quella volta aveva ragione».

Voleva essere Gianni Rivera per una questione di estetica?

«Per una questione tecnica. Frequentava le linee oscure di passaggio, un’attitudine che l’algoritmo non potrà mai comprendere. L’algoritmo può contare il numero di passaggi e le percentuali, non cogliere la genialità».

L’ammirazione per Rivera è stata poi superata dalla passione per la Roma?

«Ero prima di tutto un tifoso di Rivera, poi del Milan. Infine, è arrivato l’amore per la Roma».

Anche per la vita di Roma?

«Da direttore sportivo, non da calciatore».

L’incontro più importante fatto nel mondo del calcio?

«Sicuramente quello con Zamparini, uomo eccezionale e carismatico».

Ha commesso errori come direttore sportivo?

«Tipo questa intervista?».

Tutto qui?

«Ho sbagliato molte cose, anche nella vita. Ma non le rinnego. La mia vita me la tengo tutta».

Suo figlio ama il calcio?

«Certo. Fin dai primissimi anni quando veniva allo stadio della Roma. Vuole fare il direttore sportivo».

Guarda le partite con lui?

«Le partite le guardo sempre da solo. Con lui qualche spezzone e basta».

Che idea ha dei giornalisti sportivi?

«Sono esseri umani. Alcuni mi piacciono molto, hanno capacità incredibile di scrivere e di rendere la partita un grande racconto».

Chi per esempio?

«Mi piaceva molto Gianni Mura, il migliore in assoluto».

Tra i telecronisti?

«Mi diverto ancora oggi con Sandro Piccinini. E prima mi piaceva Bruno Pizzul, raffinatissimo raccontatore di partite. Un modello difficile da replicare perché aveva un vocabolario molto personale».

 

La Verità, 15 luglio 2023

Gigi Riva… che mostrò che non si può comprare tutto

Fuma sempre molto, Gigi Riva, e dorme sempre poco. Così racconta Riccardo Milani in Nel nostro cielo un rombo di tuono, un lungo, forse troppo, docufilm, da ieri visibile su Sky Cinema 2, Sky Sport Summer e Sky Documentaries prodotto da Wildside e Vision Distribution. Il regista lo riprende avvolto nelle volute delle sigarette che si accende a ripetizione, seduto nella poltrona davanti al camino della sua casa di Cagliari. È il posto dei ricordi e dei racconti, snodati dalla voce un po’ metallica che esce dal volto squadrato, pensoso. Una storia lunga da mettere insieme, dall’infanzia a Leggiuno, presto orfano di padre, il collegio dai preti, la perdita della madre, l’amore per il calcio, il temperamento schivo come quello dei sardi che subito lo adottano quando, nel 1963, approda al Cagliari in Serie B. Sette anni dopo, insieme a Ricky Albertosi, Angelo Domenghini, Pierluigi Cera, Comunardo Niccolai e Bobo Gori, guidato dall’allenatore filosofo Manlio Scopigno mentre lui fa gol «a grappoli», il Cagliari conquisterà il primo e unico scudetto della sua storia. Fu la realizzazione di un sogno, la scoperta di una terra fino allora nell’ombra, il riscatto di un popolo di «pecorai» e «banditi», come «ci chiamavano quando giocavamo in trasferta, a Milano o Torino». Sempre in quel 1970, ai Mondiali del Messico, dopo la memorabile semifinale con la Germania, arrivò il titolo di vicecampione del mondo con la maglia azzurra. Si ritirò dopo l’ennesimo infortunio e Gianni Brera gli dedicò una sorta di epitaffio sportivo: «Il giocatore chiamato Rombo di tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta».

Quella di Milani è una sorta di elegia un po’ nostalgica a più voci, con gli amici dell’epoca, gli anziani che assistettero all’avventura, i compagni di squadra che la condivisero, Roberto Baggio, campione altrettanto antidivo, Nicolò Barella che ha frequentato la scuola calcio a lui intitolata, Gigi Buffon e Gianfranco Zola, talento di calcio e umiltà sarda. E poi Massimo Moratti e Sandro Mazzola a contrappuntare i momenti del gran rifiuto di Riva alla Juventus, quasi un Bartleby del calcio. Tra tutti, si nota l’assenza di Gianni Rivera, che con lui in Nazionale si trovava a occhi chiusi.

Ciò che fa pensare è l’insegnamento tratto dal regista, più che mai attuale nel calcio mercenario di oggi: «Grazie a Gigi Riva ho capito che per noi che cercavamo e cerchiamo ancora adesso un mondo più giusto sarebbe bastato e basta ancora… avere il coraggio, pagandone il prezzo, di saper dire di no a chi pensa di poter sempre comprare tutto».

 

La Verità, 28 giugno 2023

Supertele, talk di facce e storie. No intellettualismi…

C’era nientemeno che Francesco Totti ospite in collegamento l’altra sera a Supertele, il talk show post-posticipo del lunedì condotto da Pierluigi Pardo su Dazn. Forse perché la sua Roma aveva appena perso 3 a 1 con l’Atalanta, o forse perché vive personalmente un momento delicato, lo storico capitano giallorosso lasciava trasparire un filo di malinconia. Non sembravano scuoterlo le domande sul momento felice del calcio italiano e la presenza in studio degli ex compagni di Nazionale Luca Toni e Ciro Ferrara, a diverso titolo partecipi della vittoria al Mondiale 2006. In contemporanea su Canale 5 Ilary Blasi, sempre più simil Amanda Lear, stava conducendo la seconda puntata dell’Isola dei Famosi e il capitano dava l’idea di pensare «che ci faccio qui?». A smuoverlo dal torpore ci è voluto il carisma di Josè Mourinho, arrivato ai microfoni per difendere la prestazione della sua squadra, penalizzata da un errore del portiere che ha frustrato la possibile rimonta subito dopo aver segnato il gol dell’1 a 2, ma decisa orgogliosamente a lottare sebbene ridotta praticamente in nove dagli infortuni a Diego Llorente e Paulo Dybala. Mourinho ha elogiato i suoi giocatori, ha detto che l’errore del portiere è un errore di tutti, lui compreso, e che la sconfitta va accettata sebbene determinata dagli episodi. «Si perde e si vince insieme e il nostro gruppo è forte. Non possiamo fare miracoli, ma il vero miracolo è l’empatia che c’è tra i tifosi, di cui Totti è uno dei più rappresentativi, e questa squadra. Sabato (contro il Milan, ndr) se serve andrò in campo, oppure ci darà una mano Francesco», anche se sarebbe più utile Aldair, visti gli infortuni dei difensori. A quel punto Totti è uscito dalla modalità pilota automatico e ha tributato allo Special One il più affettuoso degli incoraggiamenti: «Con te al timone tutti noi tifosi siamo sicuri che la squadra andrà il più lontano possibile». Un dialogo tra uomini di calcio. Sul fronte dell’Atalanta la fan illustre era Sofia Goggia, collegata dopo aver esultato per il successo dei nerazzurri. Totti, Goggia, Alberto Gilardino allenatore del Genoa vicino al ritorno in Serie A: con la conduzione di Pardo che, già di suo riempie lo schermo, Supertele è un programma emotivo, fatto di storie, di facce, di carne e che procede per accumulo. Un programma diverso da certi bar sport con ambizioni intellettuali, nei quali affiorano politiche di fiancheggiamento dei potenti per cui, come si è sentito dire domenica sera da Fabio Tavelli di Sky Sport, «non è scritto da nessuna parte che la Uefa debba sanzionare la Juventus». Tutto chiaro, no?

 

La Verità, 26 aprile 2023

Perché «Er gol de Turone» non va mai in archivio

Lui, Maurizio «Ramon» Turone, il suo gol non l’aveva mai rivisto in questi 40 anni e più. Per non acuire la percezione netta dei romanisti di essere stati defraudati di una rete valida e della probabile conquista dello scudetto, stagione 1980-81, invece andato alla Juventus. Lo ha fatto in occasione di Er gol de Turone era bono, documentario di Francesco Miccichè e Lorenzo Rossi Espagnet, presentato alla Festa del cinema di Roma e riproposto domenica su Rai 1 (ora su Raiplay). È domenica 10 maggio 1981, dopo un intero campionato a rivaleggiare, al Comunale di Torino si gioca Juventus-Roma, ultima occasione della squadra di Paulo Roberto Falcao e allenata da Nils Liedhom di scavalcare la Juventus di Zoff, Gentile, Cabrini… con Giovanni Trapattoni in panchina, al momento avanti di un punto. I bianconeri sono ridotti in dieci per l’espulsione di Beppe Furino quando, al 27° del secondo tempo, Turone insacca su imbeccata di Roberto Pruzzo. L’arbitro Paolo Bergamo convalida la rete, ma il guardalinee Giuliano Sancini tiene la bandierina alta per il fuorigioco.

Attraverso le testimonianze dei protagonisti, gli juventini Cesare Prandelli e Andrea Marocchino, i romanisti Falcao, Pruzzo e Conti, i ricordi di Enrico Vanzina e Paolo Calabresi, tifosi della Roma, dei giornalisti sportivi, compreso Gianni Minà che intervista Giulio Andreotti, il documentario, inclinato da parte romanista, presenta il «cold case» del calcio italiano. In realtà, sebbene ci fossero già stati segnali di direzioni arbitrali discutibili, tipo quelle di Concetto Lo Bello, il gol di Turone è il peccato originale, la matrice di una serie di episodi successivi in partite decisive per l’assegnazione del titolo, tutti dello stesso segno (dal rigore negato all’Inter per il fallo dello juventino Juliano su Ronaldo, al gol non visto di Muntari in un Milan Juventus, fino alla mancata espulsione di Pjanic in un altro Inter Juventus). È questo il motivo per cui quell’annullamento non sarà mai acqua passata. All’epoca non c’era il Var, unica tecnologia che avrebbe potuto redimere quel peccato originale (non ancora come s’è visto di recente i falli di mano). C’erano solo i suoi antenati, la moviola di Carlo Sassi e il Telebeam di Giorgio Martino, significativamente di opinioni opposte. Era un altro calcio, con altre strumentazioni. Tuttavia, una continuità rimane, ben espressa da Luca Beatrice: «La Juventus ha vinto negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta… sempre. Le altre vittorie sono anomalie». Al quale, con sagacia irriducibile, ribatte Gian Paolo Ormezzano: «I gol segnati alla Juve sono sempre buoni».

 

La Verità, 31 marzo 2023

«Al nostro calcio malato serve la cura Armstrong»

Sarebbe il leader perfetto del Paj, Partito anti Juventus. Che lui correggerebbe in Pcp, Partito calcio pulito. Un partito che ha un certo seguito tra le tifoserie, un po’ meno sui media ufficiali che, pur con mille, giuste prudenze, ci informano sull’inchiesta che la Procura di Torino ha aperto sui bilanci della Juventus football club. Gag a parte, Paolo Ziliani è il massimo fustigatore del malcostume (juventino) nel gioco più amato dagli italiani. Laureato in psicologia a Padova, inizia come giornalista al Guerin sportivo, passa al Giorno, dov’è autore di un’esilarante rubrica sui cronisti di Novantesimo minuto. Infine approda a Mediaset. Attualmente collabora con il Fatto quotidiano, vive buona parte dell’anno a Cascais, in Portogallo, e nel 2020 ha pubblicato Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli (Indiscreto), un libro che aveva previsto molte delle accuse di cui si legge in questi giorni.

Ziliani, lei è il giornalista sportivo meno stupito del mondo?

«Potrei rispondere di sì, per farmi bello, ma direi una bugia. Salvo pochi casi clinici, 99 giornalisti sportivi su 100 sanno perfettamente cos’è successo e cosa succede nel calcio italiano. Semplicemente, di norma preferiscono raccontare Alice nel paese delle meraviglie».

Che cosa aveva previsto di ciò che sta accadendo alla Juventus?

«Io non prevedevo: osservavo e scrivevo. Senza prove, perché non sono un magistrato e non posso intercettare, perquisire, mettere cimici. Ma faccio un esempio. Oggi i pm torinesi contestano alla Juventus la galassia di “club amici”, parola di Arrivabene, come Sampdoria, Sassuolo, Atalanta, Empoli, Udinese che colludono con la Juventus in giochi di mercato spericolati e altro. Bene. Nel luglio 2020 scrivevo per il Fatto quotidiano di Audero acquisto più costoso della storia della Samp, di Mandragora acquisto record per l’Udinese, di Sturaro per il Genoa, di Zaza per il Sassuolo, di Orsolini per il Bologna, di Cerri per il Cagliari. Tutti giovani pagati alla Juventus come fuoriclasse. Di pezzi-denuncia come questo ne ho scritti cento».

Tra plusvalenze fasulle, manovre occulta-stipendi e scritture private, come quella di Cristiano Ronaldo, quali sono i reati più gravi?

«Tutti. Quelli finanziari perché la Juventus, truccando sistematicamente i bilanci, ha falsato ogni stagione il principio dell’equa competizione. Agnelli comprava chi voleva, Higuain, Ronaldo, De Ligt, Vlahovic, mentre la concorrenza cedeva i campioni senza poterli sostituire; e i reati etici, imperdonabili. Per dire, Fabio Paratici faceva la campagna acquisti per la Juventus, ma condizionava anche quella di Atalanta, Sassuolo e altri club. Chiedo: c’è uno scudetto pulito nei nove vinti dalla Juventus dal 2012 al 2020?».

Il peccato originale di questa seconda inchiesta è stato l’acquisto fuori misura di CR7?

«Direi che l’operazione Ronaldo, che tra ammortamento e stipendio costava 81 milioni a stagione, ha portato tutti alla disperazione anche perché la squadra giocava male e naufragava regolarmente in Champions, il sogno a occhi aperti di Agnelli. Ma era scandaloso tutto, Alex Sandro che guadagna 6 milioni, Arthur che ne guadagna 7».

Come funziona la carta privata di Ronaldo, che adesso chiede il pagamento di quasi 20 milioni?

«Nel marzo 2020, in pieno Covid, la Juventus raccontò la balla dei giocatori che rinunciavano a quattro mensilità per un risparmio a bilancio di 90 milioni. Ma non era vero, tre stipendi sarebbero stati pagati poi a fari spenti, fuori bilancio. La manovra venne ripetuta anche l’anno dopo e quando Ronaldo nell’agosto 2021 se ne andò era creditore di 19,9 milioni. Della carta-Ronaldo hanno parlato con terrore alcuni dirigenti intercettati; ora il portoghese è venuto allo scoperto chiedendo il pagamento pattuito. Quello che ieri era il messia della Juventus, oggi potrebbe essere colui che le dà il colpo di grazia».

John Elkann sapeva, come scrive Dagospia, o ha fatto dimettere il Cda per evitare gli arresti al cugino Andrea Agnelli?

«Elkann sapeva e gli andava bene tutto, perché quelli della Real Casa pensano solo ai propri interessi. Ha però sottovalutato il delirio di onnipotenza che si è impossessato del cugino Andrea facendolo uscire di senno. Il senso d’impunità tipico di quella stirpe ha fatto il resto. Ora Andrea Agnelli è stato buttato a mare».

Cosa le fa pensare la citazione di Nietzsche usata dall’ex presidente: «E quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non potevano sentire la musica»?

«Siamo alla patologia; non per niente i magistrati parlano di “contesto criminale di allarmante gravità”. Con Agnelli sono avvenute cose immonde: la ’ndrangheta che gestisce la curva, il tifoso-collaboratore finito giù da un ponte in piena inchiesta, gli striscioni su Superga introdotti allo stadio, l’esame farsa di Luis Suárez, l’idea abortita della Superlega con tradimento dei 245 club dell’Eca da lui presieduta, l’orrido scandalo di oggi. Una danza macabra».

De Ligt e De Sciglio hanno confermato l’esistenza dell’accordo per il rinvio degli stipendi. De Sciglio potrà giocare ancora nella Juventus?

«Non glielo auguro. La tifoseria, quella che in piena Calciopoli ringraziava Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega con lo striscione “Il fine giustifica i mezzi: grazie Triade”, ha già iniziato a linciarlo al grido di infame, sbirro e traditore. Spero che il ragazzo possa andarsene a giocare altrove, per il suo bene».

In Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli denuncia il comportamento compiacente dei media italiani. È iniziato con l’arrivo di CR7 in Italia o viene da più lontano?

«Comportamento compiacente è un eufemismo. Nel libro cito a piene mani, a centinaia, esercitazioni di adulazione e servilismo – capolavori nel genere – da far impallidire l’Istituto Luce. I media italiani nei tre anni di Ronaldo sono stati, come da sempre, disgustosi».

C’è connivenza anche da parte di altri organismi e istituzioni?

«Si potrebbe chiedersi se ci sono Paesi in cui scudetti e titoli sono ricordati col nome di un arbitro piuttosto che di un campione. Non ci sono. Noi abbiamo invece gli scudetti di Bergamo, Ceccarini, Tagliavento, Orsato, le Champions di Calvarese, le Supercoppe di Mazzoleni, sempre con la Juventus protagonista e beneficiata. Una combinazione che ha dell’incredibile».

Il 26 ottobre del 2021 lei ha postato una foto su Twitter con sua moglie e suo figlio e ha smesso di cinguettare fino a pochi giorni fa: cos’era successo?

«È una ferita grande: difficile parlarne. Diciamo che la parte marcia del mondo del calcio, dopo avermi portato in tribunale una dozzina di volte, allenatori, dirigenti, arbitri, giocatori, capi Ufficio Inchieste eccetera, ha pensato bene di scatenare sulla mia famiglia la più classica delle shitstorm, infamità che niente avevano a che fare con la mia sfera professionale. Barbarie pura».

Ora ha ripreso l’attività social perché è meno minacciato?

«L’ho ripresa perché oggi stanno emergendo le illegalità e gli scandali che per anni ho denunciato quasi in totale solitudine. Nelle carte di Torino non c’è nulla di cui non abbia scritto. Ora attendo l’esito dei processi fiducioso in quello penale, meno in quello sportivo della giustizia Fjgc, come l’ho ribattezzata dopo il caso Suarez, e ho riaperto il libro. Ultimo capitolo, poi lo chiuderò».

Che lei sappia, anche altri colleghi sono stati monitorati?

«Ho lavorato a Mediaset con Maurizio Pistocchi e lui è stato un altro bersaglio di questo calcio in cui i giornalisti liberi hanno vita difficile».

La sua crociata anti Juventus è una monomania?

«Nel 1983 lavoravo al Giorno di Milano una mia inchiesta, in coppia col collega Claudio Pea, sulla partita combinata Genoa-Inter 2-3, diede vita all’apertura di un’inchiesta penale a Genova, magistrato Roberto Fucigna, sulle scommesse clandestine fatte da tesserati sul pareggio poi saltato e a un’inchiesta sportiva. Per salvare dalla B per illecito Inter e Genoa la Figc introdusse per l’occasione la formula dell’assoluzione per insufficienza di prove non contemplata dall’ordinamento sportivo. L’Italia aveva appena vinto il Mundial ’82, ci ho scritto un libro – Non si fanno queste cose a 5 minuti dalla fine – mi permetto di dire: da leggere. Non ce l’ho con gli juventini, ma con i disonesti».

Se la Juventus è la punta dell’iceberg vuol dire che se si tocca la società torinese cade tutto il sistema?

«Se la Juventus viene punita, ma punita davvero, il sistema del calcio italiano rinasce. Oggi facciamo pena, per non dire schifo, al mondo».

Il fatto che ci siano altri club coinvolti è la conferma che il sistema calcio fatica a reggersi sulle proprie gambe?

«I club coinvolti sono quelli che gravitano nella galassia juventina. La fatica a reggersi sulle proprie gambe è solo di chi non è capace di amministrare i propri conti. Per esempio, oltre alla Juventus, il Barcellona, guarda caso due club che vogliono la Superlega. Il Bayern Monaco, al contrario, benissimo amministrato e vincente in Europa, chiude i bilanci in attivo da  29 anni».

Che cosa rischia la Juventus?

«Di andare fuori dall’Europa per un paio di anni. In quanto a noi, sarebbe importante radiare Agnelli e Paratici e far ripartire la Juventus dalla serie D. Se poi la famiglia Agnelli liberasse il club dalla sua morsa secolare, allora potremmo davvero parlare di rinascita del club».

Il modello di giustizia sportiva cui rifarsi sono i sette Tour de France tolti a Lance Armstrong perché vinti da dopato?

«Sì, ma non succederà».

Sapeva che Zdenek Zeman era tifoso juventino?

«Sì. E soprattutto che è un uomo onesto».

Lei vive molti mesi dell’anno a Cascais: com’è il mondiale del Portogallo visto dal Portogallo?

«È dai tempi di Eusebio che non c’era una fioritura di campioni come oggi. I portoghesi sono un popolo umile: i loro idoli giocano all’estero e ritrovarli insieme in nazionale a un mondiale per loro è una festa. Comunque vada».

E quello di Cristiano Ronaldo?

«Di Ronaldo si sono stufati anche qui. È sui giornali più per i suoi abusi edilizi e per le discutibili gesta extra calcio che altro».

Massimiliano Allegri può essere l’uomo della rinascita?

«Assolutamente no. Per lui è bravo chi vince e fesso chi perde. Con questi presupposti non si va da nessuna parte».

Molti tifosi bianconeri staranno patendo: cosa direbbe loro?

«Che all’origine di tutte le disavventure c’è il motto “Vincere è la sola cosa che conta”. Come direbbe Fantozzi, una cagata pazzesca».

 

La Verità, 10 dicembre 2022

La nuova Diesse fa fare il triathlon ai telespettatori

Il colore dominante del nuovo studio della Domenica sportiva è il grigio. Grigi gli sfondi, grigio il pavimento, in bianco e nero anche le immagini alle spalle dei sei tra conduttori e talent, tre uomini e tre donne in ossequio alla parità di genere che sta a cuore alla neodirettrice di Rai Sport Alessandra De Stefano (Rai 2, ore 22,45, share del 7,9%, 646.000 telespettatori). Il tavolo a mezzaluna invece è candido mentre i contrappunti grafici sono azzurri. Insomma, non proprio una sferzata di adrenalina. Il mandato degli autori dev’essere proporre un programma pacato sugli avvenimenti sportivi del week end, con contributi competenti e testimonianze di ex campioni. Purtroppo però se, soprattutto nella prima parte, come accaduto l’altra sera, le parole e le argomentazioni condite di amarcord prevalgono sulle immagini degli eventi di giornata, l’effetto soporifero è in agguato.

Al centro dello studio siedono i due conduttori Alberto Rimedio e Lia Capizzi, il primo esperto di calcio e telecronista della Nazionale, la seconda ex Sky Sport, molto preparata su nuoto, basket e atletica leggera. Al loro fianco ci sono mister volley Lorenzo Bernardi, la nostra più famosa calciatrice Carolina Morace, l’ex principino bianconero Claudio Marchisio e Ana Quiles, corrispondente sportiva di Mediaset Spagna. Con buona pace di tutte queste presenze, il primo blocco è dedicato al Gran premio di Formula Uno, per commentare il quale Mattia Binotto si collega dall’aeroporto di Bologna dov’è appena atterrato. Un piccolo colpo giornalistico della Diesse e un messaggio di signorilità del capo team Ferrari nel giorno in cui il Cavallino rampante abbandona i sogni di rimonta nel Mondiale piloti. Alle 22,50 però scade l’embargo sulle immagini, esclusiva Dazn, dei posticipi serali e il buon Binotto resta pazientemente in stand-by per mostrare i gol del pareggio fra Lecce ed Empoli (Fiorentina-Napoli è finita 0-0), in realtà ulteriormente posticipabili nello spazio dedicato al calcio in onda dopo le 23,30.

Oltre che per la rete che lo trasmette, il programma è generalista anche per le tante discipline di cui si occupa. Tuttavia, senza un sommario definito e con rimbalzi da uno sport all’altro, il rischio macedonia con conseguenti capogiri nella testa dei telespettatori incombe. Ha proprio ragione Lia Capizzi a scegliere «fede» tra le parole di giornata. Fede nella maglia azzurra, fede nuziale della Fede nazionale, fresca di matrimonio… Si può aggiungere anche atto di fede del pubblico nel fatto che, prima o poi, arriveranno anche le immagini degli eventi sportivi preferiti.

 

La Verità, 30 agosto 2022

L’understatement del cronista giova all’evento

Telecronisti e commentatori che stanno sul pezzo e campioni che non se la tirano. Sarà questo il segreto della Champions League trasmessa da Prime video? Del resto, la piattaforma di Jeff Bezos ha acquistato i diritti per «la migliore partita del mercoledì». Dopo Inter-Liverpool e Atletico Madrid-Manchester United nel turno di andata, il primo match di ritorno degli ottavi era tra Real Madrid e Paris Saint-Germain. Due scuole calcistiche e due filosofie societarie a confronto. Le merengues composte da giocatori storici allenati da Carlo Ancelotti, richiamato a Madrid dal patron Florentino Pérez, e la squadra francese infarcita di fuoriclasse, allenata da Mauricio Pochettino, di proprietà dell’imprenditore qatariota Nasser Al-Khelaifi. Curiosamente, in campo, la squadra più blasonata, detentrice di 13 Champions League (comprendendo i trofei della vecchia Coppa dei campioni), era «più umile e più disposta al sacrificio», parole di Massimo Ambrosini, uno che qualche Champions l’ha vinta. Fino al sessantesimo del secondo tempo, le sorti del match e della qualificazione apparivano nettamente segnate in favore del Psg. In certi momenti, la supremazia tecnica della squadra con il trio delle meraviglie Messi-Neymar-Mbappé appariva schiacciante. Eppure, mai dare per morti i campioni nel loro stadio, ribadiva Sandro Piccinini in telecronaca. Anche sotto di un gol (di due nel punteggio comprensivo dell’andata) il tifo madridista continuava a sostenere Modric, Benzema e soci. Nonostante il piano inclinasse in una direzione precisa si aveva la percezione che il finale di partita non fosse ancora scritto. Sarà stata l’esperienza o semplicemente l’umiltà di seguire quello che stava accadendo, Piccinini e Ambrosini, coppia fissa di Prime video, trasmettevano la possibilità che qualcosa sarebbe potuto accadere. È il senso dell’evento, il saper rispettare la complessità del gioco. In materia di telecronache di calcio si assiste spesso a un eccesso di protagonismo dei commentatori. Il repertorio è vario: si va dalle disquisizioni tattiche ai consigli non richiesti agli allenatori fino al gossip con mini-biografie dei giocatori. Intanto le azioni si susseguono, spesso a dispetto del racconto. Nell’ultima mezz’ora la partita si è trasformata come la pelle di un camaleonte, regalando al pubblico la sensazione di aver assistito a un evento raro. Anche Clarence Seedorf, Julio Cesar e Luca Toni, ospiti a bordocampo di Giulia Mizzoni, trasmettevano il senso di un certo stupore. Se non si sa già tutto, spesso ci si diverte di più.

 

La Verità, 11 marzo 2022

«Farò la terza dose, ma il pass non mi convince»

Sergio Castellitto non si allinea. Anzi, si potrebbe dire che si ribella. Al pensiero unico, al gne gne salottiero, al chiacchiericcio dei talk show. Per questo, ascoltarlo qualche sera fa motivare il suo «pensiero altro» davanti a Giovanni Floris ha suscitato curiosità e voglia di approfondire. Lunedì lo vedremo su Rai 1, protagonista di Crazy for football, film-tv tratto dalla storia vera di una squadra di calcetto composta da persone con problemi psichiatrici che punta  a partecipare al campionato del mondo della sua categoria. Castellitto sarà Saverio Lulli, un medico visionario e generoso.

Forse troppo?

«La generosità non è mai troppa. Il suo contrario sarebbe la misura, la capacità di essere strategici? Da psichiatra ci caschi per forza, l’emotività ha i suoi diritti. E anche se gli psichiatri cercano di mantenere la giusta distanza, alla fine credo che le relazioni umane, con i loro conflitti, siano la benzina che ci tiene vivi. Parliamo molto della violenza esteriore, ma tendiamo a sottovalutare quella che investe la nostra interiorità».

Perché ha creduto in questo film-tv?

«Il mondo della psiche è importante nel mio mestiere. Gli attori lavorano molto sul “materiale emotivo”, mi sto autocitando. È un mondo che ho sempre frequentato fin da Il grande cocomero di Francesca Archibugi e poi nelle tre stagioni di In Treatment per Sky».

Poi c’è il calcio.

«Uno sport che è un gioco. Ma è anche una metafora, con due squadre, quasi due eserciti che si affrontano per prevalere e che offre la possibilità di raccontare la solitudine. Questi due gruppi di ragazzi trovano nel gioco una possibilità quasi terapeutica di mescolare le loro solitudini e di comprendere meglio la propria individualità. Infine, mi piaceva che al centro ci fosse non uomo perfetto, ma un padre e marito imperfetto. Spesso sono le nostre imperfezioni a renderci speciali. Perché dovremmo cominciare a chiederci cosa voglia dire essere normali e cosa non esserlo».

C’è bisogno di storie costruttive dopo quello che abbiamo passato e stiamo passando?

«C’è bisogno di dimenticare. Ma anche di impreziosire ciò che ci è accaduto, per esempio attraverso l’attività di noi artisti. Dobbiamo essere disposti a raccontare l’intimità di questa immane tragedia. Non ho mai creduto che saremo stati migliori. Rispetto a cosa? Purtroppo il dibattito politico mi dà la sensazione che i rancori e gli odi siano tornati a essere materia da prima serata».

Perché nonostante la riapertura al 100% le sale cinematografiche non si riempiono?

«C’è una sorta di ginnastica riabilitativa che ognuno di noi deve fare. Abbiamo voglia di riprendere i riti della socialità, il cinema, i concerti, il ristorante. Ma dopo due anni di isolamento e solitudine, una certa titubanza è comprensibile e legittima. I media non in crisi sono l’oggetto che tutti abbiamo in salotto e i social. Sono i totem moderni, la Chiesa, il Parlamento, l’opinionismo».

Il pubblico stenta a ritrovare l’abitudine di andare al cinema?

«Tutto ciò che ci costringeva a fare il gesto attivo di andare in un posto, che implicava la decisione di partecipare non è più automatico. Dobbiamo ricominciare. L’unico vantaggio è che vincerà la qualità. I rami secchi saranno tagliati e prevarrà ciò che ha davvero un senso. Sono ottimista senza essere superficiale».

Tra i media che sono cresciuti durante la pandemia ci sono anche i libri, protagonisti del suo Il materiale emotivo: quanto dobbiamo esserne contenti?

«Sì, dobbiamo essere contenti. Pur sapendo che i libri li abbiamo comprati soprattutto su Amazon. In Italia si pubblica una quantità esorbitante di libri rispetto a quanto si legge. Ma la letteratura non è un fatto di quantità perché nasce dentro la solitudine di un artista. Lo vedo con mia moglie, Margaret Mazzantini. Costruire un mondo, raccontare una storia e metterci la propria visione del mondo è un gesto a suo modo titanico».

Le rifaccio la domanda che le fa Yolande nel film: cosa vuol dire che l’attualità uccide?

«E io rispondo come il mio personaggio: “L’attualità ci folgora, ci rende più fragili”. Lui è circondato da amici. Sono i personaggi dei romanzi di Dostoevskij, di Simenon, Don Chisciotte… La sera davanti ai fatti terrificanti che ci raccontano i telegiornali continuiamo a mangiare, indifferenti. Ma se leggiamo in un romanzo di un gatto che muore magari ci commuoviamo. L’attualità ci anestetizza, offrendoci anche l’alibi di essere informati. Io vorrei capire di più di come l’informazione accende e spegne le notizie».

Cosa intende dire?

«Faccio un esempio. Ci siamo tutti fermati davanti a quel bambino lanciato per essere salvato oltre il muro dell’aeroporto di Kabul, ma una settimana dopo nessuno si è più chiesto che fine abbia fatto. Romanticamente, sogno un’informazione che mi dica dov’è finito, se ha trovato una famiglia, se un giorno potrà studiare a Oxford o tornerà a Kabul».

Non si fida molto dei media, mi pare.

«Ora stiamo assistendo al G20, un appuntamento importante e necessario. Ma ho la sensazione che questa rappresentazione somigli alle vecchie parate militari, quando ce ne stavamo dietro le transenne a veder passare i bersaglieri. Come osservava Luigi Pirandello: vedo tante maschere e pochi volti».

Che cosa le ha lasciato l’esperienza di malato di Covid?

«Il sentimento più presente è stata la solitudine. La sensazione di essere caduto nel mistero che questa malattia è stata ed è ancora».

Una solitudine dovuta al fatto che i suoi famigliari non potevano avvicinarla?

«Una solitudine interiore. Ogni malattia in qualche modo consente il riaccendersi di un colloquio con sé stessi. Ascolti il tuo corpo, riguardi al tuo passato, improvvisamente ti trovi su un baratro. Non ne parlato prima perché non mi piaceva un certo esibizionismo della malattia. Quando ne esci tendi a rimuoverla, ma una cicatrice, un senso di fragilità rimane».

La convince l’intransigenza con cui vengono indicate alcune regole di protezione?

«Non mi convince perché nel dibattito in corso, se non ti schieri completamente da una parte, diventi il nemico e sei etichettato come barbaro. Con chi la pensa diversamente da me, preferisco praticare il confronto anziché il conflitto. Lo dico con il green pass in tasca, voglio capire perché resiste questa minoranza. In questi anni si è insistito giustamente sull’accoglienza delle minoranze. Tra coloro che non si allineano ci sono intellettuali, filosofi, una persona che stimo come Carlo Freccero. Non si può accettare che sia assaltata la sede della Cgil, ma nemmeno che si sparino gli idranti contro i portuali di Trieste».

Si è scritto e parlato molto più del primo fatto che del secondo.

«Su questo ci vorrebbe un libro più che un’intervista. La narrazione è decisiva. Un giorno qualcuno potrà stabilire se tutto è nato dal pangolino o da qualcos’altro. Ma di questo non si parla».

E non solo di questo.

«Non ci si interroga sul fatto che un 50% di elettori non è andato a votare perché non si sente rappresentato. Ci sono degli establishment che si combattono. Se si continua fare buoni contro cattivi non si va da nessuna parte».

Anche perché i buoni sono sempre gli stessi.

«È pleonastico dire che siamo contro la violenza. O che gli immigrati vanno salvati. Un problema da risolvere è anche l’ipocrisia dell’Europa. L’uomo si è sempre spostato verso la ricchezza. Ma dobbiamo avere gli strumenti per aiutare davvero chi soffre, sia civilmente che sul piano morale».

I fautori del Green pass intransigente dicono che è garanzia di libertà.

«Io credo che nelle sue modalità conservi delle contraddizioni. Se salgo su un autobus o nel metro non mi viene chiesto niente, ma senza green pass non posso andare a lavorare».

Perché negli altri Paesi europei c’è un’applicazione più tollerante?

«Forse sono meno impauriti di noi. Oppure hanno maggiore capacità di imporre regole di altro tipo. In Italia probabilmente serve a selezionare chi accetta le regole e chi no. Le persone che non si vogliono vaccinare, e che per fortuna non sono la maggioranza, continueranno a non farlo. Una democrazia forte dovrebbe saper gestire anche le minoranze dissidenti. Al limite, imponendo l’obbligo vaccinale».

Che sarebbe incostituzionale.

«Certo, è un paradosso. Io le regole le rispetto, ma questo non m’impedisce di ragionare. Davvero c’è stata la corsa alle vaccinazioni a causa dell’obbligo del green pass? Il governo dia le sue indicazioni e si vada avanti, senza criminalizzare nessuno».

La situazione è così esasperata perché il virus è diventato terreno di scontro ideologico?

«È diventato solo questo. Mentre la verità si raggiunge attraverso il confronto».

Rischiamo di fare del vaccino una nuova religione?

«Lo è già. Lo dico mentre attendo la terza dose».

Però andando al cinema è più contento di avere vicino altri spettatori certificati?

«Relativamente. Un vaccinato può essere contagioso o no? Nessuno è immune nel senso che è totalmente intoccabile. Nelle sale la gente entra con le mascherine e non parla».

Ci stiamo riavvicinando alla normalità?

«Non so definire la normalità. Se si toglie la carne dell’informazione intorno al Covid non so bene cosa ci rimane. Trovo più terapeutico vedere un bel film, leggere un bel libro o ascoltare una bella musica piuttosto che assistere all’ennesimo talk show. Lo dico senza altezzosità. I talk show sono diventati dei casting: si chiama quella giornalista perché sappiamo che litigherà con l’altro ospite e via di questo passo».

Ci si allontana dai media perché sono in gran parte allineati al politicamente corretto?

«Il danno peggiore ci viene dalla cancel culture. Trovo nefasta l’idea di cancellare la storia e l’arte. Oggi Fellini sarebbe censurato a ogni inquadratura. Questo fanatismo ucciderà la creatività. Tutti dovranno allinearsi perché tutti hanno bisogno di denaro. E il denaro te lo dà l’algoritmo. Così lo scrittore non sarà più uno scrittore ma un trascrittore, un pennivendolo. I danni di tutto questo ancora non li immaginiamo».

Dipinge uno scenario cupo.

«Raccapricciante. Ho un figlio di 15 anni che è ancora sanamente eversivo in quello che dice e pensa. A 30 anni dovrà fare i conti con questa cultura. Per fortuna lo abbiamo educato alla libertà e a far girare le idee».

 

La Verità, 31 0tt0bre 2021

«Alleno in paradiso, ma nessuno mi ha seguito»

Insegnare calcio alle Maldive. Francesco Moriero da Lecce, di anni 52, è il tecnico più invidiato del mondo. I motivi dell’invidia però non sono la qualità della sua squadra, le ambizioni di conquista di trofei prestigiosi, il contratto supermilionario con relativi benefit. L’invidia lo insegue per la sede di lavoro: l’atollo tropicale. Dopo la sconfitta con l’India, costata l’eliminazione dalla coppa d’Asia, la federazione maldiviana ha pensato a lui come commissario tecnico della nazionale. Così, la meta turistica più ambita del globo è diventata l’ultima tappa del vagabondaggio dell’ex giocatore di Lecce, Cagliari, Roma, Inter e Napoli. Del resto, ora è un allenatore giramondo, già passato per l’inferno della Costa d’Avorio e il purgatorio della Svizzera. «Pronto? No, non sono il mister, sono un suo assistente. Sta facendo le visite mediche… Richiami fra un paio d’ore».

Buongiorno, mister Moriero. Allora non è vero che è andato da solo in paradiso…

«Invece sì. Emilio (Mignoli ndr) l’ho trovato qui, è venuto a prendermi all’aeroporto. Adesso mi aiuta con la lingua locale. Si è instaurato questo rapporto lavorativo e amichevole. Con lui posso integrarmi meglio».

Anche gli allenatori sostengono le visite mediche?

«Certo. Poi ho fatto le foto per il permesso di soggiorno e gli altri adempimenti burocratici».

Emilio è tutto il suo staff?

«La federazione ha i suoi collaboratori e a me va bene lavorare con loro. Più avanti vedremo. Quando ci siamo accordati ho preparato i bagagli e sono partito».

Diceva della lingua…

«Con l’inglese mi arrangio, ma non tutti lo capiscono. E siccome già l’8 novembre abbiamo un torneo nello Sri Lanka conviene riuscire a spiegarsi bene subito».

I suoi calciatori sono professionisti?

«Semiprofessionisti. Lavorano e poi si allenano».

Lo sa che è uno dei coach più invidiati del mondo?

«Sono arrivato in un paradiso. Ho allenato in posti dispersi e ora sono fortunato a essere qui. I maldiviani sono simpatici. Ma non bisogna perdere di vista che sono venuto a lavorare e che la gente si aspetta molto. Sono invidiato… anche da persone che stanno sul divano. Almeno dieci collaboratori hanno rifiutato di seguirmi perché è troppo lontano».

Un posto bellissimo, che richiede anche sacrifici?

«Esatto. Anche se mi considero fortunato».

Che cosa serve per buttarsi in una sfida così?

«Disponibilità a mettersi in discussione, a mettersi in gioco. E voglia di creare qualcosa di proprio. Io sono sempre stato attratto dalle sfide difficili. Chi è abituato ai super stipendi e alle comodità è più frenato».

Quanto pesa la lontananza dalla famiglia?

«Pesa. A Lecce ho tre ragazzi, mia moglie e i genitori. Hanno la loro vita. Certo, la sera quando torno in camera mancano. Ma loro sono contenti perché sanno che lo sono io, perché faccio il lavoro che mi piace. E mi appoggiano al 100%. Se fossero qui magari si aspetterebbero più attenzioni di quelle che riuscirei a dare».

Come si è concretizzata la proposta?

«Da più di un anno avevo in mente di andare all’estero. In Italia non c’è pazienza. Ti chiedono di far crescere i giovani, ma dopo due pareggi ti mandano via. Pensi a Eusebio Di Francesco a Verona o a Leonardo Semplici a Cagliari, esonerati dopo poche giornate. Sì, il mestiere di allenatore è anche questo. Però…».

Com’è arrivato lì?

«Il mio amico Nuno Gomes, ex giocatore della Fiorentina, mi ha segnalato questa possibilità».

Fa il procuratore?

«Sì. Ho parlato con il presidente della federazione e ci siamo accordati per un anno. Anch’io devo conquistarmi la fiducia».

Era già stato lì in vacanza?

«No. L’impatto è stato fantastico. Fin dall’aereo mi sono accorto di quanto sono fortunato. Poi all’aeroporto ho trovato grande accoglienza da chi mi conosceva come calciatore. Spero di soddisfarli anche da allenatore».

Punterà su un gioco offensivo?

«Senza dimenticare che il calcio è equilibrio».

In che cosa devono migliorare i calciatori maldiviani?

«Soprattutto nella tattica, di cui in Italia siamo maestri. Ho trovato entusiasmo e disponibilità a imparare».

S’ispira a qualcuno in particolare?

«Grazie a Dio un po’ di carriera l’ho fatta. Il punto di riferimento è Carlo Mazzone che mi ha insegnato a comportarmi dentro e fuori dal campo. Ho imparato anche da Marcello Lippi e da Gigi Simoni, bravo a gestire il gruppo e grande motivatore. Poi il modo d’impostare il calcio è personale. Si prende spunto dai tutti: Pep Guardiola, Luciano Spalletti, Mourinho… Anche da Roberto Mancini, che ha dimostrato che in Italia ci sono tanti talenti».

Qual è il suo obiettivo?

«Trasmettere il mio calcio. E fare meglio di chi mi ha preceduto. A febbraio avremo le qualificazioni per i mondiali del Qatar con Cina, Giappone, India che sono più attrezzate di noi. Sono ambizioso, ma anche realista».

Com’è la sua giornata?

«Qui alle 6 del mattino c’è già un sole che spacca le pietre. Al mattino guardo i video dei miei giocatori e delle squadre che affronteremo. Al pomeriggio ci sono gli allenamenti».

Vive in albergo?

«Sì, a Hulhumale, dieci minuti da Malé, la capitale. Ma sto cercando casa. Ho una vista mare fantastica».

Già fatto qualche bagno?

«Purtroppo non ho ancora avuto il tempo».

Tornando all’invidia, lei dimostrava di non averne quando, dopo le prodezze di Recoba e Ronaldo, lucidare il loro scarpino. Si riteneva un gregario?

«Gregario no, umile sì. Come calciatore non mi sentivo inferiore a nessuno. Sono sempre stato un uomo di spogliatoio, a servizio dei compagni. All’Inter quel gesto divenne di moda e servì a fare gruppo».

Un calciatore umile, ma di talento e capace di gol spettacolari in rovesciata come in Coppa Uefa contro il Neuchatel Xamax e con la nazionale di Cesare Maldini.

«Il talento dev’essere a servizio della squadra e far divertire la gente».

Ai mondiali del 1998 in Francia rubò il posto ad Angelo Di Livio.

«Ero pieno di entusiasmo. Il sogno di ogni ragazzo è indossare la maglia della nazionale in un mondiale. Per testarmi Maldini mi convocò per l’amichevole con il Paraguay».

E lei segnò una doppietta.

«Quando il sogno si avvicina devi cambiare marcia».

Nella foto del profilo whatsapp è con Ronaldo il fenomeno. Avevate intesa anche fuori dal campo?

«C’era intesa con tutti. Sa, quelle annate che nascono bene… Con Ronnie c’era un rapporto speciale. A vent’anni era già il numero uno al mondo e riusciva a trascinarti. Con Zanetti, Zamorano, il Cholo Simeone, Galante e Colonnese abbiamo fatto la chat dei Ragazzi del 97/98… Hanno promesso che verranno a trovarmi alle Maldive».

Lei e Ronaldo uscivate insieme la sera?

«No, lui era scapolo, io avevo già famiglia. Giusto qualche cena in casa. Stavamo insieme dalle 10 del mattino alle 7 di sera».

Dopo l’Inter e due anni al Napoli ha smesso. Com’è finito ad allenare l’Africa Sports National, in Costa d’Avorio?

«Gliel’ho detto: se non sono cose difficili non mi piacciono. Mi ero iscritto al corso allenatori con Antonio Conte, anche lui di Lecce e amico fraterno. Però non volevo iniziare subito in serie A o serie B, ma capire se potevo fare questo mestiere. Andai a Nizza a vedere una partita della Costa d’Avorio. Il presidente della federazione mi disse: “Se un giorno vorrai allenare la nazionale, prima devi fare esperienza in un club per capire le nostre abitudini”. Mi presentarono il proprietario della squadra di Abidjan, che m’invitò ad andare lì».

La Costa d’Avorio è il Paese di Didier Drogba, Yaya Touré, Franck Kessie…

«Ma ad Abidjan non c’era niente. Squadra, strutture… Mi portai un piccolo staff e iniziai a fare centinaia di provini. Quando vincemmo il campionato me ne andai perché mi aveva chiamato il Lanciano che militava in Lega Pro. La squadra e il presidente vennero a salutarmi all’aeroporto, molti erano commossi».

Se le Maldive sono il paradiso la Costa d’Avorio è stata l’inferno?

«È stata un’esperienza formativa. C’erano ragazzi che per venire agli allenamenti alle 11 si alzavano alle 6 e prendevano tre pulmini. Rimediavano un euro per mettere insieme colazione, pranzo e cena, ma avevano sempre il sorriso. Alla prima partita c’erano tre spettatori, quando andai via ce n’erano 60.000».

Un ricordo di Abidjan?

«Il Paese attraversava momenti difficili, camminavo in mezzo ai militari. Stavamo speso barricati in casa».

Dopo qualche stagione in Lega Pro e in B è andato a Lugano, posto agli antipodi della Costa d’Avorio.

«Dalla Lega Pro portai il Crotone in B. Poi al Frosinone, ma fui esonerato a quattro giornate dalla fine. A quel punto, Enrico Preziosi, che voleva portarmi al Genoa, mi ingaggiò per il Lugano che era terz’ultima nella B svizzera. Arrivai secondo, sfiorando la promozione. Quando Preziosi vendette il Lugano ad Angelo Renzetti decisi di lasciare. A Lugano era tutto preciso, organizzato, puntuale. E un po’ fastidioso».

Come mai nel 2015 si è candidato in Puglia con Forza Italia?

«Mi è stato proposto. Volevo creare una cittadina dello sport per togliere i ragazzi di Lecce dalla strada, farli stare in un ambiente sano, e far stare tranquille le famiglie».

Fu eletto?

«Presi tanti voti, ma non abbastanza. Per uno sportivo è dura».

Fu criticato?

«No. La gente sa che non ho ambizioni personali. Lo ha constatato anche durante il lockdown quando, con Fabrizio Miccoli, abbiamo creato gli Angeli di quartiere e aiutato le famiglie povere di Lecce. Su Instagram abbiamo messo all’asta le maglie e i ricordi. Hanno partecipato tanti campioni, da Zanetti a Bergomi a Totti…».

Poi con Miccoli è andato ad allenare la Dinamo Tirana, in Albania.

«Durante la pandemia non c’erano offerte e noi volevamo tenerci attivi. Ma lì è durata poco, non c’erano i presupposti per lavorare bene».

Tanti coach hanno allenato e allenano all’estero, da Carlo Ancelotti a Fabio Capello, da Conte a Maurizio Sarri. Molti sono andati in Cina…

«Gli allenatori italiani sono apprezzati. Poi ci sono i giramondo. Walter Zenga ha ottenuto grandi risultati. Gianni De Biasi ha allenato l’Albania, adesso è in Azerbaigian. Marco Rossi dopo la Honvéd allena l’Ungheria».

Quanto spera di restare in paradiso?

«Dipende da tante cose. Anche per la federazione avere un allenatore che viene dall’altra parte del mondo è qualcosa di anomalo. Devo conquistarmi la riconferma. Chissà, poi magari parlerò con i miei…».

 

La Verità, 30 ottobre 2021