Tag Archivio per: calcio

Perché «Er gol de Turone» non va mai in archivio

Lui, Maurizio «Ramon» Turone, il suo gol non l’aveva mai rivisto in questi 40 anni e più. Per non acuire la percezione netta dei romanisti di essere stati defraudati di una rete valida e della probabile conquista dello scudetto, stagione 1980-81, invece andato alla Juventus. Lo ha fatto in occasione di Er gol de Turone era bono, documentario di Francesco Miccichè e Lorenzo Rossi Espagnet, presentato alla Festa del cinema di Roma e riproposto domenica su Rai 1 (ora su Raiplay). È domenica 10 maggio 1981, dopo un intero campionato a rivaleggiare, al Comunale di Torino si gioca Juventus-Roma, ultima occasione della squadra di Paulo Roberto Falcao e allenata da Nils Liedhom di scavalcare la Juventus di Zoff, Gentile, Cabrini… con Giovanni Trapattoni in panchina, al momento avanti di un punto. I bianconeri sono ridotti in dieci per l’espulsione di Beppe Furino quando, al 27° del secondo tempo, Turone insacca su imbeccata di Roberto Pruzzo. L’arbitro Paolo Bergamo convalida la rete, ma il guardalinee Giuliano Sancini tiene la bandierina alta per il fuorigioco.

Attraverso le testimonianze dei protagonisti, gli juventini Cesare Prandelli e Andrea Marocchino, i romanisti Falcao, Pruzzo e Conti, i ricordi di Enrico Vanzina e Paolo Calabresi, tifosi della Roma, dei giornalisti sportivi, compreso Gianni Minà che intervista Giulio Andreotti, il documentario, inclinato da parte romanista, presenta il «cold case» del calcio italiano. In realtà, sebbene ci fossero già stati segnali di direzioni arbitrali discutibili, tipo quelle di Concetto Lo Bello, il gol di Turone è il peccato originale, la matrice di una serie di episodi successivi in partite decisive per l’assegnazione del titolo, tutti dello stesso segno (dal rigore negato all’Inter per il fallo dello juventino Juliano su Ronaldo, al gol non visto di Muntari in un Milan Juventus, fino alla mancata espulsione di Pjanic in un altro Inter Juventus). È questo il motivo per cui quell’annullamento non sarà mai acqua passata. All’epoca non c’era il Var, unica tecnologia che avrebbe potuto redimere quel peccato originale (non ancora come s’è visto di recente i falli di mano). C’erano solo i suoi antenati, la moviola di Carlo Sassi e il Telebeam di Giorgio Martino, significativamente di opinioni opposte. Era un altro calcio, con altre strumentazioni. Tuttavia, una continuità rimane, ben espressa da Luca Beatrice: «La Juventus ha vinto negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta… sempre. Le altre vittorie sono anomalie». Al quale, con sagacia irriducibile, ribatte Gian Paolo Ormezzano: «I gol segnati alla Juve sono sempre buoni».

 

La Verità, 31 marzo 2023

«Al nostro calcio malato serve la cura Armstrong»

Sarebbe il leader perfetto del Paj, Partito anti Juventus. Che lui correggerebbe in Pcp, Partito calcio pulito. Un partito che ha un certo seguito tra le tifoserie, un po’ meno sui media ufficiali che, pur con mille, giuste prudenze, ci informano sull’inchiesta che la Procura di Torino ha aperto sui bilanci della Juventus football club. Gag a parte, Paolo Ziliani è il massimo fustigatore del malcostume (juventino) nel gioco più amato dagli italiani. Laureato in psicologia a Padova, inizia come giornalista al Guerin sportivo, passa al Giorno, dov’è autore di un’esilarante rubrica sui cronisti di Novantesimo minuto. Infine approda a Mediaset. Attualmente collabora con il Fatto quotidiano, vive buona parte dell’anno a Cascais, in Portogallo, e nel 2020 ha pubblicato Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli (Indiscreto), un libro che aveva previsto molte delle accuse di cui si legge in questi giorni.

Ziliani, lei è il giornalista sportivo meno stupito del mondo?

«Potrei rispondere di sì, per farmi bello, ma direi una bugia. Salvo pochi casi clinici, 99 giornalisti sportivi su 100 sanno perfettamente cos’è successo e cosa succede nel calcio italiano. Semplicemente, di norma preferiscono raccontare Alice nel paese delle meraviglie».

Che cosa aveva previsto di ciò che sta accadendo alla Juventus?

«Io non prevedevo: osservavo e scrivevo. Senza prove, perché non sono un magistrato e non posso intercettare, perquisire, mettere cimici. Ma faccio un esempio. Oggi i pm torinesi contestano alla Juventus la galassia di “club amici”, parola di Arrivabene, come Sampdoria, Sassuolo, Atalanta, Empoli, Udinese che colludono con la Juventus in giochi di mercato spericolati e altro. Bene. Nel luglio 2020 scrivevo per il Fatto quotidiano di Audero acquisto più costoso della storia della Samp, di Mandragora acquisto record per l’Udinese, di Sturaro per il Genoa, di Zaza per il Sassuolo, di Orsolini per il Bologna, di Cerri per il Cagliari. Tutti giovani pagati alla Juventus come fuoriclasse. Di pezzi-denuncia come questo ne ho scritti cento».

Tra plusvalenze fasulle, manovre occulta-stipendi e scritture private, come quella di Cristiano Ronaldo, quali sono i reati più gravi?

«Tutti. Quelli finanziari perché la Juventus, truccando sistematicamente i bilanci, ha falsato ogni stagione il principio dell’equa competizione. Agnelli comprava chi voleva, Higuain, Ronaldo, De Ligt, Vlahovic, mentre la concorrenza cedeva i campioni senza poterli sostituire; e i reati etici, imperdonabili. Per dire, Fabio Paratici faceva la campagna acquisti per la Juventus, ma condizionava anche quella di Atalanta, Sassuolo e altri club. Chiedo: c’è uno scudetto pulito nei nove vinti dalla Juventus dal 2012 al 2020?».

Il peccato originale di questa seconda inchiesta è stato l’acquisto fuori misura di CR7?

«Direi che l’operazione Ronaldo, che tra ammortamento e stipendio costava 81 milioni a stagione, ha portato tutti alla disperazione anche perché la squadra giocava male e naufragava regolarmente in Champions, il sogno a occhi aperti di Agnelli. Ma era scandaloso tutto, Alex Sandro che guadagna 6 milioni, Arthur che ne guadagna 7».

Come funziona la carta privata di Ronaldo, che adesso chiede il pagamento di quasi 20 milioni?

«Nel marzo 2020, in pieno Covid, la Juventus raccontò la balla dei giocatori che rinunciavano a quattro mensilità per un risparmio a bilancio di 90 milioni. Ma non era vero, tre stipendi sarebbero stati pagati poi a fari spenti, fuori bilancio. La manovra venne ripetuta anche l’anno dopo e quando Ronaldo nell’agosto 2021 se ne andò era creditore di 19,9 milioni. Della carta-Ronaldo hanno parlato con terrore alcuni dirigenti intercettati; ora il portoghese è venuto allo scoperto chiedendo il pagamento pattuito. Quello che ieri era il messia della Juventus, oggi potrebbe essere colui che le dà il colpo di grazia».

John Elkann sapeva, come scrive Dagospia, o ha fatto dimettere il Cda per evitare gli arresti al cugino Andrea Agnelli?

«Elkann sapeva e gli andava bene tutto, perché quelli della Real Casa pensano solo ai propri interessi. Ha però sottovalutato il delirio di onnipotenza che si è impossessato del cugino Andrea facendolo uscire di senno. Il senso d’impunità tipico di quella stirpe ha fatto il resto. Ora Andrea Agnelli è stato buttato a mare».

Cosa le fa pensare la citazione di Nietzsche usata dall’ex presidente: «E quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non potevano sentire la musica»?

«Siamo alla patologia; non per niente i magistrati parlano di “contesto criminale di allarmante gravità”. Con Agnelli sono avvenute cose immonde: la ’ndrangheta che gestisce la curva, il tifoso-collaboratore finito giù da un ponte in piena inchiesta, gli striscioni su Superga introdotti allo stadio, l’esame farsa di Luis Suárez, l’idea abortita della Superlega con tradimento dei 245 club dell’Eca da lui presieduta, l’orrido scandalo di oggi. Una danza macabra».

De Ligt e De Sciglio hanno confermato l’esistenza dell’accordo per il rinvio degli stipendi. De Sciglio potrà giocare ancora nella Juventus?

«Non glielo auguro. La tifoseria, quella che in piena Calciopoli ringraziava Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega con lo striscione “Il fine giustifica i mezzi: grazie Triade”, ha già iniziato a linciarlo al grido di infame, sbirro e traditore. Spero che il ragazzo possa andarsene a giocare altrove, per il suo bene».

In Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli denuncia il comportamento compiacente dei media italiani. È iniziato con l’arrivo di CR7 in Italia o viene da più lontano?

«Comportamento compiacente è un eufemismo. Nel libro cito a piene mani, a centinaia, esercitazioni di adulazione e servilismo – capolavori nel genere – da far impallidire l’Istituto Luce. I media italiani nei tre anni di Ronaldo sono stati, come da sempre, disgustosi».

C’è connivenza anche da parte di altri organismi e istituzioni?

«Si potrebbe chiedersi se ci sono Paesi in cui scudetti e titoli sono ricordati col nome di un arbitro piuttosto che di un campione. Non ci sono. Noi abbiamo invece gli scudetti di Bergamo, Ceccarini, Tagliavento, Orsato, le Champions di Calvarese, le Supercoppe di Mazzoleni, sempre con la Juventus protagonista e beneficiata. Una combinazione che ha dell’incredibile».

Il 26 ottobre del 2021 lei ha postato una foto su Twitter con sua moglie e suo figlio e ha smesso di cinguettare fino a pochi giorni fa: cos’era successo?

«È una ferita grande: difficile parlarne. Diciamo che la parte marcia del mondo del calcio, dopo avermi portato in tribunale una dozzina di volte, allenatori, dirigenti, arbitri, giocatori, capi Ufficio Inchieste eccetera, ha pensato bene di scatenare sulla mia famiglia la più classica delle shitstorm, infamità che niente avevano a che fare con la mia sfera professionale. Barbarie pura».

Ora ha ripreso l’attività social perché è meno minacciato?

«L’ho ripresa perché oggi stanno emergendo le illegalità e gli scandali che per anni ho denunciato quasi in totale solitudine. Nelle carte di Torino non c’è nulla di cui non abbia scritto. Ora attendo l’esito dei processi fiducioso in quello penale, meno in quello sportivo della giustizia Fjgc, come l’ho ribattezzata dopo il caso Suarez, e ho riaperto il libro. Ultimo capitolo, poi lo chiuderò».

Che lei sappia, anche altri colleghi sono stati monitorati?

«Ho lavorato a Mediaset con Maurizio Pistocchi e lui è stato un altro bersaglio di questo calcio in cui i giornalisti liberi hanno vita difficile».

La sua crociata anti Juventus è una monomania?

«Nel 1983 lavoravo al Giorno di Milano una mia inchiesta, in coppia col collega Claudio Pea, sulla partita combinata Genoa-Inter 2-3, diede vita all’apertura di un’inchiesta penale a Genova, magistrato Roberto Fucigna, sulle scommesse clandestine fatte da tesserati sul pareggio poi saltato e a un’inchiesta sportiva. Per salvare dalla B per illecito Inter e Genoa la Figc introdusse per l’occasione la formula dell’assoluzione per insufficienza di prove non contemplata dall’ordinamento sportivo. L’Italia aveva appena vinto il Mundial ’82, ci ho scritto un libro – Non si fanno queste cose a 5 minuti dalla fine – mi permetto di dire: da leggere. Non ce l’ho con gli juventini, ma con i disonesti».

Se la Juventus è la punta dell’iceberg vuol dire che se si tocca la società torinese cade tutto il sistema?

«Se la Juventus viene punita, ma punita davvero, il sistema del calcio italiano rinasce. Oggi facciamo pena, per non dire schifo, al mondo».

Il fatto che ci siano altri club coinvolti è la conferma che il sistema calcio fatica a reggersi sulle proprie gambe?

«I club coinvolti sono quelli che gravitano nella galassia juventina. La fatica a reggersi sulle proprie gambe è solo di chi non è capace di amministrare i propri conti. Per esempio, oltre alla Juventus, il Barcellona, guarda caso due club che vogliono la Superlega. Il Bayern Monaco, al contrario, benissimo amministrato e vincente in Europa, chiude i bilanci in attivo da  29 anni».

Che cosa rischia la Juventus?

«Di andare fuori dall’Europa per un paio di anni. In quanto a noi, sarebbe importante radiare Agnelli e Paratici e far ripartire la Juventus dalla serie D. Se poi la famiglia Agnelli liberasse il club dalla sua morsa secolare, allora potremmo davvero parlare di rinascita del club».

Il modello di giustizia sportiva cui rifarsi sono i sette Tour de France tolti a Lance Armstrong perché vinti da dopato?

«Sì, ma non succederà».

Sapeva che Zdenek Zeman era tifoso juventino?

«Sì. E soprattutto che è un uomo onesto».

Lei vive molti mesi dell’anno a Cascais: com’è il mondiale del Portogallo visto dal Portogallo?

«È dai tempi di Eusebio che non c’era una fioritura di campioni come oggi. I portoghesi sono un popolo umile: i loro idoli giocano all’estero e ritrovarli insieme in nazionale a un mondiale per loro è una festa. Comunque vada».

E quello di Cristiano Ronaldo?

«Di Ronaldo si sono stufati anche qui. È sui giornali più per i suoi abusi edilizi e per le discutibili gesta extra calcio che altro».

Massimiliano Allegri può essere l’uomo della rinascita?

«Assolutamente no. Per lui è bravo chi vince e fesso chi perde. Con questi presupposti non si va da nessuna parte».

Molti tifosi bianconeri staranno patendo: cosa direbbe loro?

«Che all’origine di tutte le disavventure c’è il motto “Vincere è la sola cosa che conta”. Come direbbe Fantozzi, una cagata pazzesca».

 

La Verità, 10 dicembre 2022

La nuova Diesse fa fare il triathlon ai telespettatori

Il colore dominante del nuovo studio della Domenica sportiva è il grigio. Grigi gli sfondi, grigio il pavimento, in bianco e nero anche le immagini alle spalle dei sei tra conduttori e talent, tre uomini e tre donne in ossequio alla parità di genere che sta a cuore alla neodirettrice di Rai Sport Alessandra De Stefano (Rai 2, ore 22,45, share del 7,9%, 646.000 telespettatori). Il tavolo a mezzaluna invece è candido mentre i contrappunti grafici sono azzurri. Insomma, non proprio una sferzata di adrenalina. Il mandato degli autori dev’essere proporre un programma pacato sugli avvenimenti sportivi del week end, con contributi competenti e testimonianze di ex campioni. Purtroppo però se, soprattutto nella prima parte, come accaduto l’altra sera, le parole e le argomentazioni condite di amarcord prevalgono sulle immagini degli eventi di giornata, l’effetto soporifero è in agguato.

Al centro dello studio siedono i due conduttori Alberto Rimedio e Lia Capizzi, il primo esperto di calcio e telecronista della Nazionale, la seconda ex Sky Sport, molto preparata su nuoto, basket e atletica leggera. Al loro fianco ci sono mister volley Lorenzo Bernardi, la nostra più famosa calciatrice Carolina Morace, l’ex principino bianconero Claudio Marchisio e Ana Quiles, corrispondente sportiva di Mediaset Spagna. Con buona pace di tutte queste presenze, il primo blocco è dedicato al Gran premio di Formula Uno, per commentare il quale Mattia Binotto si collega dall’aeroporto di Bologna dov’è appena atterrato. Un piccolo colpo giornalistico della Diesse e un messaggio di signorilità del capo team Ferrari nel giorno in cui il Cavallino rampante abbandona i sogni di rimonta nel Mondiale piloti. Alle 22,50 però scade l’embargo sulle immagini, esclusiva Dazn, dei posticipi serali e il buon Binotto resta pazientemente in stand-by per mostrare i gol del pareggio fra Lecce ed Empoli (Fiorentina-Napoli è finita 0-0), in realtà ulteriormente posticipabili nello spazio dedicato al calcio in onda dopo le 23,30.

Oltre che per la rete che lo trasmette, il programma è generalista anche per le tante discipline di cui si occupa. Tuttavia, senza un sommario definito e con rimbalzi da uno sport all’altro, il rischio macedonia con conseguenti capogiri nella testa dei telespettatori incombe. Ha proprio ragione Lia Capizzi a scegliere «fede» tra le parole di giornata. Fede nella maglia azzurra, fede nuziale della Fede nazionale, fresca di matrimonio… Si può aggiungere anche atto di fede del pubblico nel fatto che, prima o poi, arriveranno anche le immagini degli eventi sportivi preferiti.

 

La Verità, 30 agosto 2022

L’understatement del cronista giova all’evento

Telecronisti e commentatori che stanno sul pezzo e campioni che non se la tirano. Sarà questo il segreto della Champions League trasmessa da Prime video? Del resto, la piattaforma di Jeff Bezos ha acquistato i diritti per «la migliore partita del mercoledì». Dopo Inter-Liverpool e Atletico Madrid-Manchester United nel turno di andata, il primo match di ritorno degli ottavi era tra Real Madrid e Paris Saint-Germain. Due scuole calcistiche e due filosofie societarie a confronto. Le merengues composte da giocatori storici allenati da Carlo Ancelotti, richiamato a Madrid dal patron Florentino Pérez, e la squadra francese infarcita di fuoriclasse, allenata da Mauricio Pochettino, di proprietà dell’imprenditore qatariota Nasser Al-Khelaifi. Curiosamente, in campo, la squadra più blasonata, detentrice di 13 Champions League (comprendendo i trofei della vecchia Coppa dei campioni), era «più umile e più disposta al sacrificio», parole di Massimo Ambrosini, uno che qualche Champions l’ha vinta. Fino al sessantesimo del secondo tempo, le sorti del match e della qualificazione apparivano nettamente segnate in favore del Psg. In certi momenti, la supremazia tecnica della squadra con il trio delle meraviglie Messi-Neymar-Mbappé appariva schiacciante. Eppure, mai dare per morti i campioni nel loro stadio, ribadiva Sandro Piccinini in telecronaca. Anche sotto di un gol (di due nel punteggio comprensivo dell’andata) il tifo madridista continuava a sostenere Modric, Benzema e soci. Nonostante il piano inclinasse in una direzione precisa si aveva la percezione che il finale di partita non fosse ancora scritto. Sarà stata l’esperienza o semplicemente l’umiltà di seguire quello che stava accadendo, Piccinini e Ambrosini, coppia fissa di Prime video, trasmettevano la possibilità che qualcosa sarebbe potuto accadere. È il senso dell’evento, il saper rispettare la complessità del gioco. In materia di telecronache di calcio si assiste spesso a un eccesso di protagonismo dei commentatori. Il repertorio è vario: si va dalle disquisizioni tattiche ai consigli non richiesti agli allenatori fino al gossip con mini-biografie dei giocatori. Intanto le azioni si susseguono, spesso a dispetto del racconto. Nell’ultima mezz’ora la partita si è trasformata come la pelle di un camaleonte, regalando al pubblico la sensazione di aver assistito a un evento raro. Anche Clarence Seedorf, Julio Cesar e Luca Toni, ospiti a bordocampo di Giulia Mizzoni, trasmettevano il senso di un certo stupore. Se non si sa già tutto, spesso ci si diverte di più.

 

La Verità, 11 marzo 2022

«Farò la terza dose, ma il pass non mi convince»

Sergio Castellitto non si allinea. Anzi, si potrebbe dire che si ribella. Al pensiero unico, al gne gne salottiero, al chiacchiericcio dei talk show. Per questo, ascoltarlo qualche sera fa motivare il suo «pensiero altro» davanti a Giovanni Floris ha suscitato curiosità e voglia di approfondire. Lunedì lo vedremo su Rai 1, protagonista di Crazy for football, film-tv tratto dalla storia vera di una squadra di calcetto composta da persone con problemi psichiatrici che punta  a partecipare al campionato del mondo della sua categoria. Castellitto sarà Saverio Lulli, un medico visionario e generoso.

Forse troppo?

«La generosità non è mai troppa. Il suo contrario sarebbe la misura, la capacità di essere strategici? Da psichiatra ci caschi per forza, l’emotività ha i suoi diritti. E anche se gli psichiatri cercano di mantenere la giusta distanza, alla fine credo che le relazioni umane, con i loro conflitti, siano la benzina che ci tiene vivi. Parliamo molto della violenza esteriore, ma tendiamo a sottovalutare quella che investe la nostra interiorità».

Perché ha creduto in questo film-tv?

«Il mondo della psiche è importante nel mio mestiere. Gli attori lavorano molto sul “materiale emotivo”, mi sto autocitando. È un mondo che ho sempre frequentato fin da Il grande cocomero di Francesca Archibugi e poi nelle tre stagioni di In Treatment per Sky».

Poi c’è il calcio.

«Uno sport che è un gioco. Ma è anche una metafora, con due squadre, quasi due eserciti che si affrontano per prevalere e che offre la possibilità di raccontare la solitudine. Questi due gruppi di ragazzi trovano nel gioco una possibilità quasi terapeutica di mescolare le loro solitudini e di comprendere meglio la propria individualità. Infine, mi piaceva che al centro ci fosse non uomo perfetto, ma un padre e marito imperfetto. Spesso sono le nostre imperfezioni a renderci speciali. Perché dovremmo cominciare a chiederci cosa voglia dire essere normali e cosa non esserlo».

C’è bisogno di storie costruttive dopo quello che abbiamo passato e stiamo passando?

«C’è bisogno di dimenticare. Ma anche di impreziosire ciò che ci è accaduto, per esempio attraverso l’attività di noi artisti. Dobbiamo essere disposti a raccontare l’intimità di questa immane tragedia. Non ho mai creduto che saremo stati migliori. Rispetto a cosa? Purtroppo il dibattito politico mi dà la sensazione che i rancori e gli odi siano tornati a essere materia da prima serata».

Perché nonostante la riapertura al 100% le sale cinematografiche non si riempiono?

«C’è una sorta di ginnastica riabilitativa che ognuno di noi deve fare. Abbiamo voglia di riprendere i riti della socialità, il cinema, i concerti, il ristorante. Ma dopo due anni di isolamento e solitudine, una certa titubanza è comprensibile e legittima. I media non in crisi sono l’oggetto che tutti abbiamo in salotto e i social. Sono i totem moderni, la Chiesa, il Parlamento, l’opinionismo».

Il pubblico stenta a ritrovare l’abitudine di andare al cinema?

«Tutto ciò che ci costringeva a fare il gesto attivo di andare in un posto, che implicava la decisione di partecipare non è più automatico. Dobbiamo ricominciare. L’unico vantaggio è che vincerà la qualità. I rami secchi saranno tagliati e prevarrà ciò che ha davvero un senso. Sono ottimista senza essere superficiale».

Tra i media che sono cresciuti durante la pandemia ci sono anche i libri, protagonisti del suo Il materiale emotivo: quanto dobbiamo esserne contenti?

«Sì, dobbiamo essere contenti. Pur sapendo che i libri li abbiamo comprati soprattutto su Amazon. In Italia si pubblica una quantità esorbitante di libri rispetto a quanto si legge. Ma la letteratura non è un fatto di quantità perché nasce dentro la solitudine di un artista. Lo vedo con mia moglie, Margaret Mazzantini. Costruire un mondo, raccontare una storia e metterci la propria visione del mondo è un gesto a suo modo titanico».

Le rifaccio la domanda che le fa Yolande nel film: cosa vuol dire che l’attualità uccide?

«E io rispondo come il mio personaggio: “L’attualità ci folgora, ci rende più fragili”. Lui è circondato da amici. Sono i personaggi dei romanzi di Dostoevskij, di Simenon, Don Chisciotte… La sera davanti ai fatti terrificanti che ci raccontano i telegiornali continuiamo a mangiare, indifferenti. Ma se leggiamo in un romanzo di un gatto che muore magari ci commuoviamo. L’attualità ci anestetizza, offrendoci anche l’alibi di essere informati. Io vorrei capire di più di come l’informazione accende e spegne le notizie».

Cosa intende dire?

«Faccio un esempio. Ci siamo tutti fermati davanti a quel bambino lanciato per essere salvato oltre il muro dell’aeroporto di Kabul, ma una settimana dopo nessuno si è più chiesto che fine abbia fatto. Romanticamente, sogno un’informazione che mi dica dov’è finito, se ha trovato una famiglia, se un giorno potrà studiare a Oxford o tornerà a Kabul».

Non si fida molto dei media, mi pare.

«Ora stiamo assistendo al G20, un appuntamento importante e necessario. Ma ho la sensazione che questa rappresentazione somigli alle vecchie parate militari, quando ce ne stavamo dietro le transenne a veder passare i bersaglieri. Come osservava Luigi Pirandello: vedo tante maschere e pochi volti».

Che cosa le ha lasciato l’esperienza di malato di Covid?

«Il sentimento più presente è stata la solitudine. La sensazione di essere caduto nel mistero che questa malattia è stata ed è ancora».

Una solitudine dovuta al fatto che i suoi famigliari non potevano avvicinarla?

«Una solitudine interiore. Ogni malattia in qualche modo consente il riaccendersi di un colloquio con sé stessi. Ascolti il tuo corpo, riguardi al tuo passato, improvvisamente ti trovi su un baratro. Non ne parlato prima perché non mi piaceva un certo esibizionismo della malattia. Quando ne esci tendi a rimuoverla, ma una cicatrice, un senso di fragilità rimane».

La convince l’intransigenza con cui vengono indicate alcune regole di protezione?

«Non mi convince perché nel dibattito in corso, se non ti schieri completamente da una parte, diventi il nemico e sei etichettato come barbaro. Con chi la pensa diversamente da me, preferisco praticare il confronto anziché il conflitto. Lo dico con il green pass in tasca, voglio capire perché resiste questa minoranza. In questi anni si è insistito giustamente sull’accoglienza delle minoranze. Tra coloro che non si allineano ci sono intellettuali, filosofi, una persona che stimo come Carlo Freccero. Non si può accettare che sia assaltata la sede della Cgil, ma nemmeno che si sparino gli idranti contro i portuali di Trieste».

Si è scritto e parlato molto più del primo fatto che del secondo.

«Su questo ci vorrebbe un libro più che un’intervista. La narrazione è decisiva. Un giorno qualcuno potrà stabilire se tutto è nato dal pangolino o da qualcos’altro. Ma di questo non si parla».

E non solo di questo.

«Non ci si interroga sul fatto che un 50% di elettori non è andato a votare perché non si sente rappresentato. Ci sono degli establishment che si combattono. Se si continua fare buoni contro cattivi non si va da nessuna parte».

Anche perché i buoni sono sempre gli stessi.

«È pleonastico dire che siamo contro la violenza. O che gli immigrati vanno salvati. Un problema da risolvere è anche l’ipocrisia dell’Europa. L’uomo si è sempre spostato verso la ricchezza. Ma dobbiamo avere gli strumenti per aiutare davvero chi soffre, sia civilmente che sul piano morale».

I fautori del Green pass intransigente dicono che è garanzia di libertà.

«Io credo che nelle sue modalità conservi delle contraddizioni. Se salgo su un autobus o nel metro non mi viene chiesto niente, ma senza green pass non posso andare a lavorare».

Perché negli altri Paesi europei c’è un’applicazione più tollerante?

«Forse sono meno impauriti di noi. Oppure hanno maggiore capacità di imporre regole di altro tipo. In Italia probabilmente serve a selezionare chi accetta le regole e chi no. Le persone che non si vogliono vaccinare, e che per fortuna non sono la maggioranza, continueranno a non farlo. Una democrazia forte dovrebbe saper gestire anche le minoranze dissidenti. Al limite, imponendo l’obbligo vaccinale».

Che sarebbe incostituzionale.

«Certo, è un paradosso. Io le regole le rispetto, ma questo non m’impedisce di ragionare. Davvero c’è stata la corsa alle vaccinazioni a causa dell’obbligo del green pass? Il governo dia le sue indicazioni e si vada avanti, senza criminalizzare nessuno».

La situazione è così esasperata perché il virus è diventato terreno di scontro ideologico?

«È diventato solo questo. Mentre la verità si raggiunge attraverso il confronto».

Rischiamo di fare del vaccino una nuova religione?

«Lo è già. Lo dico mentre attendo la terza dose».

Però andando al cinema è più contento di avere vicino altri spettatori certificati?

«Relativamente. Un vaccinato può essere contagioso o no? Nessuno è immune nel senso che è totalmente intoccabile. Nelle sale la gente entra con le mascherine e non parla».

Ci stiamo riavvicinando alla normalità?

«Non so definire la normalità. Se si toglie la carne dell’informazione intorno al Covid non so bene cosa ci rimane. Trovo più terapeutico vedere un bel film, leggere un bel libro o ascoltare una bella musica piuttosto che assistere all’ennesimo talk show. Lo dico senza altezzosità. I talk show sono diventati dei casting: si chiama quella giornalista perché sappiamo che litigherà con l’altro ospite e via di questo passo».

Ci si allontana dai media perché sono in gran parte allineati al politicamente corretto?

«Il danno peggiore ci viene dalla cancel culture. Trovo nefasta l’idea di cancellare la storia e l’arte. Oggi Fellini sarebbe censurato a ogni inquadratura. Questo fanatismo ucciderà la creatività. Tutti dovranno allinearsi perché tutti hanno bisogno di denaro. E il denaro te lo dà l’algoritmo. Così lo scrittore non sarà più uno scrittore ma un trascrittore, un pennivendolo. I danni di tutto questo ancora non li immaginiamo».

Dipinge uno scenario cupo.

«Raccapricciante. Ho un figlio di 15 anni che è ancora sanamente eversivo in quello che dice e pensa. A 30 anni dovrà fare i conti con questa cultura. Per fortuna lo abbiamo educato alla libertà e a far girare le idee».

 

La Verità, 31 0tt0bre 2021

«Alleno in paradiso, ma nessuno mi ha seguito»

Insegnare calcio alle Maldive. Francesco Moriero da Lecce, di anni 52, è il tecnico più invidiato del mondo. I motivi dell’invidia però non sono la qualità della sua squadra, le ambizioni di conquista di trofei prestigiosi, il contratto supermilionario con relativi benefit. L’invidia lo insegue per la sede di lavoro: l’atollo tropicale. Dopo la sconfitta con l’India, costata l’eliminazione dalla coppa d’Asia, la federazione maldiviana ha pensato a lui come commissario tecnico della nazionale. Così, la meta turistica più ambita del globo è diventata l’ultima tappa del vagabondaggio dell’ex giocatore di Lecce, Cagliari, Roma, Inter e Napoli. Del resto, ora è un allenatore giramondo, già passato per l’inferno della Costa d’Avorio e il purgatorio della Svizzera. «Pronto? No, non sono il mister, sono un suo assistente. Sta facendo le visite mediche… Richiami fra un paio d’ore».

Buongiorno, mister Moriero. Allora non è vero che è andato da solo in paradiso…

«Invece sì. Emilio (Mignoli ndr) l’ho trovato qui, è venuto a prendermi all’aeroporto. Adesso mi aiuta con la lingua locale. Si è instaurato questo rapporto lavorativo e amichevole. Con lui posso integrarmi meglio».

Anche gli allenatori sostengono le visite mediche?

«Certo. Poi ho fatto le foto per il permesso di soggiorno e gli altri adempimenti burocratici».

Emilio è tutto il suo staff?

«La federazione ha i suoi collaboratori e a me va bene lavorare con loro. Più avanti vedremo. Quando ci siamo accordati ho preparato i bagagli e sono partito».

Diceva della lingua…

«Con l’inglese mi arrangio, ma non tutti lo capiscono. E siccome già l’8 novembre abbiamo un torneo nello Sri Lanka conviene riuscire a spiegarsi bene subito».

I suoi calciatori sono professionisti?

«Semiprofessionisti. Lavorano e poi si allenano».

Lo sa che è uno dei coach più invidiati del mondo?

«Sono arrivato in un paradiso. Ho allenato in posti dispersi e ora sono fortunato a essere qui. I maldiviani sono simpatici. Ma non bisogna perdere di vista che sono venuto a lavorare e che la gente si aspetta molto. Sono invidiato… anche da persone che stanno sul divano. Almeno dieci collaboratori hanno rifiutato di seguirmi perché è troppo lontano».

Un posto bellissimo, che richiede anche sacrifici?

«Esatto. Anche se mi considero fortunato».

Che cosa serve per buttarsi in una sfida così?

«Disponibilità a mettersi in discussione, a mettersi in gioco. E voglia di creare qualcosa di proprio. Io sono sempre stato attratto dalle sfide difficili. Chi è abituato ai super stipendi e alle comodità è più frenato».

Quanto pesa la lontananza dalla famiglia?

«Pesa. A Lecce ho tre ragazzi, mia moglie e i genitori. Hanno la loro vita. Certo, la sera quando torno in camera mancano. Ma loro sono contenti perché sanno che lo sono io, perché faccio il lavoro che mi piace. E mi appoggiano al 100%. Se fossero qui magari si aspetterebbero più attenzioni di quelle che riuscirei a dare».

Come si è concretizzata la proposta?

«Da più di un anno avevo in mente di andare all’estero. In Italia non c’è pazienza. Ti chiedono di far crescere i giovani, ma dopo due pareggi ti mandano via. Pensi a Eusebio Di Francesco a Verona o a Leonardo Semplici a Cagliari, esonerati dopo poche giornate. Sì, il mestiere di allenatore è anche questo. Però…».

Com’è arrivato lì?

«Il mio amico Nuno Gomes, ex giocatore della Fiorentina, mi ha segnalato questa possibilità».

Fa il procuratore?

«Sì. Ho parlato con il presidente della federazione e ci siamo accordati per un anno. Anch’io devo conquistarmi la fiducia».

Era già stato lì in vacanza?

«No. L’impatto è stato fantastico. Fin dall’aereo mi sono accorto di quanto sono fortunato. Poi all’aeroporto ho trovato grande accoglienza da chi mi conosceva come calciatore. Spero di soddisfarli anche da allenatore».

Punterà su un gioco offensivo?

«Senza dimenticare che il calcio è equilibrio».

In che cosa devono migliorare i calciatori maldiviani?

«Soprattutto nella tattica, di cui in Italia siamo maestri. Ho trovato entusiasmo e disponibilità a imparare».

S’ispira a qualcuno in particolare?

«Grazie a Dio un po’ di carriera l’ho fatta. Il punto di riferimento è Carlo Mazzone che mi ha insegnato a comportarmi dentro e fuori dal campo. Ho imparato anche da Marcello Lippi e da Gigi Simoni, bravo a gestire il gruppo e grande motivatore. Poi il modo d’impostare il calcio è personale. Si prende spunto dai tutti: Pep Guardiola, Luciano Spalletti, Mourinho… Anche da Roberto Mancini, che ha dimostrato che in Italia ci sono tanti talenti».

Qual è il suo obiettivo?

«Trasmettere il mio calcio. E fare meglio di chi mi ha preceduto. A febbraio avremo le qualificazioni per i mondiali del Qatar con Cina, Giappone, India che sono più attrezzate di noi. Sono ambizioso, ma anche realista».

Com’è la sua giornata?

«Qui alle 6 del mattino c’è già un sole che spacca le pietre. Al mattino guardo i video dei miei giocatori e delle squadre che affronteremo. Al pomeriggio ci sono gli allenamenti».

Vive in albergo?

«Sì, a Hulhumale, dieci minuti da Malé, la capitale. Ma sto cercando casa. Ho una vista mare fantastica».

Già fatto qualche bagno?

«Purtroppo non ho ancora avuto il tempo».

Tornando all’invidia, lei dimostrava di non averne quando, dopo le prodezze di Recoba e Ronaldo, lucidare il loro scarpino. Si riteneva un gregario?

«Gregario no, umile sì. Come calciatore non mi sentivo inferiore a nessuno. Sono sempre stato un uomo di spogliatoio, a servizio dei compagni. All’Inter quel gesto divenne di moda e servì a fare gruppo».

Un calciatore umile, ma di talento e capace di gol spettacolari in rovesciata come in Coppa Uefa contro il Neuchatel Xamax e con la nazionale di Cesare Maldini.

«Il talento dev’essere a servizio della squadra e far divertire la gente».

Ai mondiali del 1998 in Francia rubò il posto ad Angelo Di Livio.

«Ero pieno di entusiasmo. Il sogno di ogni ragazzo è indossare la maglia della nazionale in un mondiale. Per testarmi Maldini mi convocò per l’amichevole con il Paraguay».

E lei segnò una doppietta.

«Quando il sogno si avvicina devi cambiare marcia».

Nella foto del profilo whatsapp è con Ronaldo il fenomeno. Avevate intesa anche fuori dal campo?

«C’era intesa con tutti. Sa, quelle annate che nascono bene… Con Ronnie c’era un rapporto speciale. A vent’anni era già il numero uno al mondo e riusciva a trascinarti. Con Zanetti, Zamorano, il Cholo Simeone, Galante e Colonnese abbiamo fatto la chat dei Ragazzi del 97/98… Hanno promesso che verranno a trovarmi alle Maldive».

Lei e Ronaldo uscivate insieme la sera?

«No, lui era scapolo, io avevo già famiglia. Giusto qualche cena in casa. Stavamo insieme dalle 10 del mattino alle 7 di sera».

Dopo l’Inter e due anni al Napoli ha smesso. Com’è finito ad allenare l’Africa Sports National, in Costa d’Avorio?

«Gliel’ho detto: se non sono cose difficili non mi piacciono. Mi ero iscritto al corso allenatori con Antonio Conte, anche lui di Lecce e amico fraterno. Però non volevo iniziare subito in serie A o serie B, ma capire se potevo fare questo mestiere. Andai a Nizza a vedere una partita della Costa d’Avorio. Il presidente della federazione mi disse: “Se un giorno vorrai allenare la nazionale, prima devi fare esperienza in un club per capire le nostre abitudini”. Mi presentarono il proprietario della squadra di Abidjan, che m’invitò ad andare lì».

La Costa d’Avorio è il Paese di Didier Drogba, Yaya Touré, Franck Kessie…

«Ma ad Abidjan non c’era niente. Squadra, strutture… Mi portai un piccolo staff e iniziai a fare centinaia di provini. Quando vincemmo il campionato me ne andai perché mi aveva chiamato il Lanciano che militava in Lega Pro. La squadra e il presidente vennero a salutarmi all’aeroporto, molti erano commossi».

Se le Maldive sono il paradiso la Costa d’Avorio è stata l’inferno?

«È stata un’esperienza formativa. C’erano ragazzi che per venire agli allenamenti alle 11 si alzavano alle 6 e prendevano tre pulmini. Rimediavano un euro per mettere insieme colazione, pranzo e cena, ma avevano sempre il sorriso. Alla prima partita c’erano tre spettatori, quando andai via ce n’erano 60.000».

Un ricordo di Abidjan?

«Il Paese attraversava momenti difficili, camminavo in mezzo ai militari. Stavamo speso barricati in casa».

Dopo qualche stagione in Lega Pro e in B è andato a Lugano, posto agli antipodi della Costa d’Avorio.

«Dalla Lega Pro portai il Crotone in B. Poi al Frosinone, ma fui esonerato a quattro giornate dalla fine. A quel punto, Enrico Preziosi, che voleva portarmi al Genoa, mi ingaggiò per il Lugano che era terz’ultima nella B svizzera. Arrivai secondo, sfiorando la promozione. Quando Preziosi vendette il Lugano ad Angelo Renzetti decisi di lasciare. A Lugano era tutto preciso, organizzato, puntuale. E un po’ fastidioso».

Come mai nel 2015 si è candidato in Puglia con Forza Italia?

«Mi è stato proposto. Volevo creare una cittadina dello sport per togliere i ragazzi di Lecce dalla strada, farli stare in un ambiente sano, e far stare tranquille le famiglie».

Fu eletto?

«Presi tanti voti, ma non abbastanza. Per uno sportivo è dura».

Fu criticato?

«No. La gente sa che non ho ambizioni personali. Lo ha constatato anche durante il lockdown quando, con Fabrizio Miccoli, abbiamo creato gli Angeli di quartiere e aiutato le famiglie povere di Lecce. Su Instagram abbiamo messo all’asta le maglie e i ricordi. Hanno partecipato tanti campioni, da Zanetti a Bergomi a Totti…».

Poi con Miccoli è andato ad allenare la Dinamo Tirana, in Albania.

«Durante la pandemia non c’erano offerte e noi volevamo tenerci attivi. Ma lì è durata poco, non c’erano i presupposti per lavorare bene».

Tanti coach hanno allenato e allenano all’estero, da Carlo Ancelotti a Fabio Capello, da Conte a Maurizio Sarri. Molti sono andati in Cina…

«Gli allenatori italiani sono apprezzati. Poi ci sono i giramondo. Walter Zenga ha ottenuto grandi risultati. Gianni De Biasi ha allenato l’Albania, adesso è in Azerbaigian. Marco Rossi dopo la Honvéd allena l’Ungheria».

Quanto spera di restare in paradiso?

«Dipende da tante cose. Anche per la federazione avere un allenatore che viene dall’altra parte del mondo è qualcosa di anomalo. Devo conquistarmi la riconferma. Chissà, poi magari parlerò con i miei…».

 

La Verità, 30 ottobre 2021

 

 

 

 

Il vero anti Donnarumma è Sandro Tonali

Eppure non ci sono solo i superprocuratori, gli agenti, le commissioni, i parametri zero, le plusvalenze… Non ci sono solo Mino Raiola e Gianluigi Donnarumma, sonoramente fischiato durante la partita della Nazionale contro la Spagna. Non c’è solo la legge dei bilanci (molti in rosso a forza di strapagare giocatori e agenti, salvo poi inventarsi la Superlega per provare a ripianarli). Ci sono anche storie diverse, meno glamour. Come quella di Sandro Tonali, lodigiano, classe Duemila, per un anno compagno di squadra del portiere più forte del mondo prima che decidesse di trasferirsi al Paris Saint Germain perché il Milan non soddisfaceva le sue richieste economiche.

Dicono gli addetti ai lavori più scafati che nel calcio il tempo del romanticismo è scaduto. Com’è finita l’èra delle bandiere e dell’attaccamento ai colori. I calciatori sono professionisti, è giusto che vadano dove sono più pagati. E pazienza se i tifosi si sentono traditi. Sui giornaloni l’esecrazione dei fischi che hanno riempito il catino di San Siro è unanime. Al freddo ragionamento economico si somma il moralismo che stigmatizza la persistenza dello spirito d’appartenenza a una società anche quando gioca la Nazionale. La maglia azzurra è più importante dei club, e via predicando. Con sconfinamenti buonisti sulla serata dei tormenti di Gigio, «un campione emigrato e segnato dalle vicende contrattuali» (Corriere della Sera). In realtà, i fischiatori hanno dato sfogo istintivo ai giudizi espressi da gente come Arrigo Sacchi («Ha fatto prevalere l’avidità sulla professionalità») e Fabio Capello («È stato irriconoscente verso il Milan. Per tutto ciò che aveva fatto per lui e la famiglia quando era ragazzino, avrebbe dovuto comportarsi diversamente»).

Ci sono storie che mostrano un approccio diverso. Tifoso milanista fin da bambino, durante il calciomercato 2020 Tonali, ambito da molti grandi club, ha dato mandato al procuratore di puntare sul rossonero. Arrivato in prestito dal Brescia, nel primo anno ha deluso le aspettative. Gli osservatori parlavano di bluff, di giocatore non da Milan. Si ventilava il mancato riscatto del prestito. Il coronamento del sogno di bambino lo bloccava, togliendogli disinvoltura in campo. Invece i dirigenti hanno deciso di dargli fiducia e lui, pur di essere confermato, si è ridotto l’ingaggio di ¼: da 1,6 a 1,2 milioni l’anno. In quest’inizio di stagione ha conquistato il posto da titolare ed è sempre tra i migliori. Nell’attesa che arrivi la chiamata di Roberto Mancini, stasera scenderà in campo da capitano dell’Under 21. Saranno i colpi di coda del romanticismo…

 

La Verità, 8 ottobre 2021

«È stata la Juve a spingere per dare la Serie A a Dazn»

Previsione azzeccata. Intervistato dalla Verità nell’agosto 2019, a precisa domanda su dove sarebbe tornato a fare il telecronista Sandro Piccinini rispose: «Fra due anni, spero in un nuovo grande gruppo dello streaming, tipo Amazon o Apple, ai quali potrebbe servire un telecronista popolare». Ora è appena rientrato da Lisbona dov’è stato con Massimo Ambrosini per raccontare Benfica-Psv Eindhoven, playoff di Champions League, la competizione di cui, dal 15 settembre, Prime video trasmetterà la miglior partita del mercoledì. Nell’attesa, Piccinini ha ripreso confidenza con la diretta della Supercoppa europea (Chelsea-Villareal, l’11 agosto) e, appunto, dei playoff: «Settimana prossima toccherà al match di ritorno tra lo Shakhtar di Roberto De Zerbi e il Monaco. Sarà un’ulteriore occasione per rodare tutta la squadra. Oltre a me e Ambrosini, anche i nostri talent che sono tutte belle facce di calcio, da Gianfranco Zola a Julio Cesar, da Luca Toni a Clarence Seedorf, da Federico Balzaretti a Claudio Marchisio».

Alla fine sei andato dove avevi previsto.

«Già in ottobre gli uomini di Prime video mi hanno contattato in vista di questa stagione. Tornare a commentare la Champions era l’occasione che aspettavo. Farlo in un’azienda forte e con uno staff di professionisti di grande qualità mi ha definitivamente convinto. Poi c’è la sfida di vedere se sono ancora capace di fare le telecronache».

E dopo le prime due?

«Sono più sereno, ma all’inizio un filo d’agitazione c’era».

Sky non ha rilanciato?

«Stiamo parlando. Avendo i diritti di sole 17 partite, Prime video non chiede l’esclusiva. Potrei continuare partecipare al Club di Fabio Caressa o ad altri programmi del weekend. A Sky hanno capito che avevo bisogno di riflettere. Dopo la sosta per la Nazionale deciderò».

Senza la partita della domenica sera, il Club di Sky perde centralità?

«Ormai è un marchio consolidato, una buona fetta di pubblico continuerà a seguirlo. Nell’ultimo anno c’era un’audience che si sintonizzava dopo la mezzanotte, non legata al dopopartita. Credo sia una bella sfida resistere senza il posticipo, perciò fanno bene a non mollare… Dico “fanno” ma forse dovrei dire “facciamo”».

Cosa pensi del racconto del calcio, credi anche tu che stia perdendo genuinità?

«Credo si debba distinguere tra l’evento in diretta, che conserva il suo fascino, e la parte di commento che gli ruota attorno. A noi italiani prende soprattutto la partita, quello è il momento centrale. Lo si vede anche in quest’inizio stagione, con i primi turni di Coppa Italia su Mediaset. Sul resto sono d’accordo: i talk show rischiano di saturare. Considerato che ci sono partite quasi tutti i giorni, forse gli spazi di commento andrebbero ripensati».

In quegli spazi i poteri forti esercitano pressioni?

«Durante la mia collaborazione a Sky non ne ho avvertite. Nessuno ha fatto sapere che avrebbe gradito un orientamento o un altro. Personalmente mi sono espresso in totale libertà. Anch’io leggo i social e vedo circolare tanti sospetti».

Come giudichi il fatto che da Sky sono usciti tanti colleghi e qualche commentatore come Lele Adani?

«Lo ritengo un fatto fisiologico. Prima Sky aveva dieci partite in esclusiva, da quest’anno ne ha tre. Qualche taglio è naturale, come lo è il fatto che alcuni colleghi accettino altre proposte».

Nessuna influenza dei club più potenti, a cominciare dalla Juventus spesso trattata con i guanti?

«Sui media i grandi club godono di un occhio di riguardo perché hanno tifoserie più numerose. Una notizia sull’Inter ha un peso diverso di una sul Parma. Detto questo, io ho potuto criticare in tempo reale l’idea della Superlega e attaccare Andrea Agnelli sul caso Suarez».

Perciò nessuna alleanza tra Sky e Juventus?

«A Sky ci sono venti opinionisti, ognuno con la propria simpatia. Se si misurano le presunte alleanze sui fatti concreti, la Juventus è la società che ha spinto di più per togliere i diritti a Sky e assegnarli a Dazn».

A volte si ha la sensazione di una gestione orientata: il Chievo è stato escluso dalla serie B in un batter d’occhio mentre un verdetto sul caso Suarez è atteso da un anno.

«E cosa c’entra con Sky?».

Non ho visto grande preoccupazione per la trasparenza del campionato né campagne sul caso Suarez.

«Questo dovunque, non farti influenzare dai social. Ripeto: la Juve ha spinto per dare i diritti a Dazn».

Se il telespettatore vuole seguire tutto il calcio ha bisogno di una consolle per i telecomandi?

«Oggi il pubblico è smaliziato. Pur di vedere la partita l’appassionato supera tanti ostacoli. Se perdi una serie tv te ne fai una ragione, se perdi il derby non so… Prime video ha scelto di mantenere lo stesso canone di abbonamento, senza sovrapprezzo, pur aggiungendo l’offerta della Champions».

Telecronache dallo studio o dallo stadio?

«Dal 15 settembre io e Ambrosini saremo sempre allo stadio».

Che cosa resterà della Superlega?

«Secondo me nulla. Per rientrare senza sanzioni nell’Eca (European club association ndr) i club ribelli hanno sottoscritto accordi vincolanti. Intanto l’Uefa ha avviato una revisione della Champions che comporterà una diversa distribuzione degli introiti. La formula della Superlega era molto discutibile: dieci grandi club che continuano a giocare fra loro. Un progetto sbagliato nella comunicazione e nel presupposto iniziale perché non è scontato che moltiplicando i big match si moltiplichino gli incassi».

Real Madrid, Barcellona e Juventus saranno escluse dalla Champions del 2022 come si paventa?
«È possibile. Ceferin mi sembra molto deciso. Può darsi che ora si apra una fase politica che porti a delle sanzioni nei loro confronti. Real, Barça e Juve mi sembrano arroccate nel loro progetto. Florentino Perez, che ne è l’ideatore, ha appena sborsato 120 milioni per acquistare Alaba: poi è facile dire che il bilancio è al collasso e ricorrere alla Superlega».

Ronaldo si è arricchito ma la Juventus deve risanare con un aumento di capitale.

«Anche perché Dybala vuole adeguare il suo contratto agli standard di Ronaldo e Chiesa a quelli di De Ligt».

Cosa significa Messi al Psg?

«È il sogno di ogni presidente, anche se non è il Messi di cinque anni fa. È un progetto fuori mercato. Al-Khelaïfi non ha speso niente per acquistarlo e può pagarlo con i suoi soldi senza indebitarsi».

Per questi club il fair play finanziario vale un po’ meno?

«È un’idea di Michel Platini che l’Uefa non è riuscita a imporre. Chi ha più soldi vince e la linea aerea del fondo può diventare sponsor del club. Uefa e Fifa stentano ad autoregolarsi».

Due anni fa con Antonio Conte all’Inter e Maurizio Sarri alla Juventus fu l’estate della rivoluzione, ora è restaurazione?

«È l’estate in cui riprende forza l’idea dell’“allenatore risolviproblemi”. Vista la scarsità di risorse, la Roma con Mourinho, la Lazio con Sarri e la Juventus con Allegri provano a compensare le lacune dell’organico».

Conte ha sbagliato a non restare?

«Mi spiace non sia rimasto perché avrebbe potuto dimostrare che un gande allenatore riesce a vincere senza Lukaku e Hakimi. Altri, sull’esempio della Nazionale di Roberto Mancini, hanno accettato la sfida di valorizzare al massimo quello che hanno a disposizione».

Abbiamo vinto gli Europei senza fuoriclasse, se non si vuol considerare tale Donnarumma.

«Donnarumma è un fuoriclasse, tanto che abbiamo vinto due partite ai rigori. Poi c’è stata anche una dose di fortuna: Chiesa, partito riserva, divenuto determinante, il gol di Arnautovic annullato per un fuorigioco millimetrico…».

Conte non ha capito il calcio al tempo della pandemia?

«Magari pensava di andare al Real Madrid, non lo sappiamo. Forse avrà pensato che alcune squadre risparmiano e altre no. E che lui poteva allenare in Francia o in Spagna».

Pirlo è stato un esperimento sintomo d’ingenuità o di arroganza?

«Agnelli ha pensato che gli scudetti li avesse vinti la società e non Allegri, Conte e Sarri. Tutti i presidenti la pensano così perché la società è la componente più forte. Ma l’allenatore serve e Pirlo non aveva esperienza. Senza Dybala e un centrocampo all’altezza, la sua è stata un’annata dignitosa, non catastrofica. Sì, scegliere Pirlo è stato un atto di presunzione».

Allegri avrà qualche problema a gestire tutti quegli attaccanti?

«Gira tutto intorno a Ronaldo, va o resta?».

E chi lo compra?

«Non bisogna sottovalutare gli sfizi dei ricchi. Se Mbappè va via, ad Al-Khelaïfi può venire in mente di far giocare insieme Messi e Ronaldo. Con Locatelli la Juve è migliorata ma, con tutto il rispetto, forse non a sufficienza. Poi magari Allegri riesce a valorizzare al meglio quello che ha».

Gigi Buffon ha fatto bene ad andare al Parma?

«Se ha ancora voglia di allenarsi tutti i giorni e si diverte ancora, perché no? Contesto quelli che vogliono che i grandi smettano prima. Come con Valentino Rossi… Ci vuole rispetto per i grandi campioni. Se parli con i giocatori di 35 anni ti dicono che è il momento che si godono di più perché non hanno più nulla da dimostrare e non patiscono lo stress».

Donnarumma ha fatto bene a lasciare il Milan?

«Il mercato è domanda e offerta e se ti offrono di più… È andato nella squadra che probabilmente vincerà la Champions. Al romanticismo della bandiera credevo quando i presidenti duravano: Giampiero Boniperti, Massimo Moratti, Silvio Berlusconi. Ma se ogni tre anni arriva un fondo americano che a ogni rinnovo mi presenta un manager diverso, a chi devo essere riconoscente?».

Sicuro che il Psg vincerà la Champions?

«Non si può mai essere sicuri, il Mancheter City doveva vincerla da anni… Da quando parte l’eliminazione diretta intervengono tante variabili, un errore arbitrale, un giocatore espulso, un altro infortunato. Però il Psg ci va vicino da due anni».

Corre il rischio figurine?

«È in agguato. Agli Europei la Svizzera ha eliminato la Francia e Mbappè ha sbagliato il rigore. Il Psg ha quattro attaccanti fortissimi, ma non è equilibrata in difesa».

Ti aggiungi a quelli che danno la Juventus favorita in Italia?

«Al momento sì, però vediamo come finisce il mercato. Se resta Lautaro e prende un altro attaccante, l’Inter non è così male. Poi c’è la Roma che ritrova Zaniolo, ha preso Shomurodov e Abraham. Se si crea l’alchimia giusta con Mourinho…».

 

La Verità, 21 agosto 2021

«Noi donne impariamo dai maschi a fare squadra»

Dove si trova, Diletta Leotta?

«A casa mia, a Catania. Circondata da nipotini, fratelli e sorelle».

Famiglia numerosa.

«Molto. E cresce ogni anno. C’è sempre un nuovo nipotino in arrivo. Siamo a quota sette, i miei fratelli si danno parecchio da fare».

E sono numerosi.

«Tre sorelle e un fratello. Io sono la più piccola, ma tra meno di un mese compirò trent’anni».

Quando sarà?

«Il 16 agosto, sotto il segno del Leone».

Da Capri alla Turchia, da Roma, per Top dieci su Rai 1, a Milano, dalla Sardegna a Catania, quest’estate ha girato come una trottola.

«E prima ho girato tanto per gli stadi, nonostante le restrizioni. Per questo adesso mi fermerò un po’. Anche per prepararmi alla ripresa del campionato».

Ha fatto il vaccino?

«Venerdì farò la prima dose e la seconda subito dopo il compleanno. Appena avrò il green pass mi sentirò più tranquilla negli spostamenti».

Ha seguito e festeggiato le imprese della Nazionale?

«Certo, ho molto festeggiato. Ho girato anche un video durante i rigori, ma non è pubblicabile».

Perché?

«Perché è molto colorito e caldo».

Cosa vuol dire caldo?

«È un video molto sentito, eravamo tutti piuttosto in ansia».

Seguiva un rito per la visione delle partite?

«Con il mio manager Umberto Chiaramonte avevamo allestito un gruppo di ascolto, forse meglio dire una curva di tifosi. Ci trovavamo a casa sua, giropizza e birra, ed è sempre andata bene. Per la finale, però, lui non c’era e ci siamo trasferiti da me. Quando ho acceso la tv aveva appena segnato l’Inghilterra: vuoi vedere che… Invece poi anche casa mia ha portato bene».

Adesso seguirà le Olimpiadi?

«Altroché. Una delle mie migliori amiche è Rossella Fiamingo, argento nella spada a Rio de Janeiro. Gareggerà all’una e mezza di notte ora italiana. Ma anche per lei è pronto un altro gruppo di ascolto».

È sua conterranea, se non sbaglio.

«È catanese ed è anche mia coetanea. Ha compiuto trent’anni prima di partire per Tokio e ci siamo ripromesse di festeggiare insieme i compleanni al suo ritorno. Speriamo anche di gioire per una medaglia, ma questo non gliel’ho detto per scaramanzia».

Oltre alla scherma seguirà qualche altra disciplina?

«Sono appassionata di tutto e tifo Italia a 360 gradi. Cercherò di non perdere le gare di nuoto, avendolo praticato per tanti anni».

Ecco spiegati i suoi tuffi perfetti di quest’estate. È contenta che Paola Egonu sarà portabandiera olimpica?

«Sì certo. Come portabandiera italiana speravo scegliessero Rossella».

Il 21 agosto ripartirà la Serie A, che anno sarà per Dazn?

«Molto impegnativo, ma abbiamo costruito una grande squadra. In tre anni, Dazn si è affermata come una realtà forte e innovativa e ora si è consolidata con i nuovi acquisti. Siamo prontissimi».

Da padrona di casa della piattaforma, qual è la differenza principale rispetto alla proposta di Sky Italia?

«Un po’ la si è vista in questi tre anni: è un modo di raccontare il calcio più veloce e più giovane, con tanti approfondimenti. Il fulcro di tutto è lo stadio. L’arma vincente di Dazn è portare il telespettatore dentro l’evento, senza troppi filtri».

Da quest’anno, con l’esclusiva di tutto il campionato ci sarà un palinsesto più completo?

«Certamente. Non ci sarà solo l’evento live. Saranno potenziati i contenuti on demand, oltre a confermare quelli che già sono andati bene finora, come Linea Diletta che è stato prorogato per tre anni. Altri se ne aggiungeranno nel corso della stagione».

Approfondimenti e talk show in diretta?

«Sia on demand che in diretta. È stato ideato un nuovo spazio, The Square, una sorta di bar spogliatoio nel quale prenderanno vita i nostri programmi, le anticipazioni e gli approfondimenti relativi a tutto ciò che avviene nella Serie A».

Che cosa faranno Marco Cattaneo e Giorgia Rossi che arrivano da Sky e Mediaset?

«Anche loro presenteranno le partite, ne abbiamo tantissime. Marco lo conosco da quando ho lavorato in Sky, è una persona meravigliosa e uno straordinario giornalista, sono felice di averlo riabbracciato. Anche Giorgia è una bravissima giornalista. Sono sicura che ci completeremo e integreremo alla perfezione».

Parlando di squadra, si arricchisce anche il parterre di commentatori e seconde voci con l’innesto di Massimo Ambrosini, Andrea Barzagli, Riccardo Montolivo e altri.

«Andranno ad aggiungersi ai veterani. Come Federico Balzaretti, Roberto Cravero, Simone Tiribocchi e tutti gli altri, che sono stati e saranno le colonne portanti del nostro racconto. È un privilegio avere grandi campioni a commentare il campionato».

Per venire da voi Barzagli ha rinunciato ad affiancare Massimiliano Allegri alla Juventus.

«Certamente ha fatto una scelta non banale. Cito Antonio Conte che in un’intervista ha detto che a un suo amico non consiglierebbe mai di fare l’allenatore, ma piuttosto il commentatore televisivo perché è una professione gratificante. Poi certo, Conte ha fatto una carriera che l’ha gratificato ancora di più. Ma a volte si preferisce qualcosa di più calmo… Anche se l’adrenalina scorre pure quando si commenta una partita».

Cosa mi può dire di Lele Adani, al quale Sky non ha rinnovato il contratto, che si dà in arrivo a Dazn?

«Non ne so nulla, in Sicilia le notizie arrivano più lente. Comunque, anche a Lele con cui avevo un ottimo rapporto a Sky, auguro tutto il meglio».

Cambieranno molto le abitudini dei telespettatori da Sky a Dazn?

«Credo che negli ultimi tempi siano già iniziate a cambiare. Dazn ha già portato diversi elementi di innovazione. All’inizio i cambiamenti fanno sempre un po’ paura. Ma ora ci siamo abituati a Netflix o a Spotify nella musica e alle altre piattaforme digitali. Sarà facile abituarsi anche nel calcio».

Se dovesse sintetizzare il principale punto di forza di Dazn cosa direbbe?

«Sottolinerei la facilità e la velocità. Cioè la possibilità di sintonizzarsi con un click e un’app. Questo spirito smart favorisce un linguaggio più immediato, in grado di rompere certe barriere. Come si è potuto vedere per esempio nelle interviste a Cristiano Ronaldo o a Francesco Totti, chiacchierate tra amici».

Ha imparato qualcosa da giornaliste sportive come Alba Parietti, Simona Ventura, Ilaria D’Amico?

«Sì, molto. Anche da altre donne di televisione. Chi fa il mio lavoro è sempre influenzato da chi lo precede. Ilaria è stata la prima a raccontare il calcio in modo diverso. Prima ancora Alba Parietti. Alcune di loro sono delle icone. Un’altra che ha influenzato il nostro lavoro è certamente Raffaella Carrà. Provo a imparare da tutte, ma poi tocca a me fare una sintesi».

C’è qualcuna in particolare cui le piacerebbe somigliare nel modo di raccontare il calcio?

«No, credo che si debba far emergere la propria personalità. Con eleganza, il sorriso e molto studio».

Quanto è importante lo studio?

«Molto, lo metto al primo posto. Senza non potrei andare in onda».

Uno studio relativo alle squadre e al calcio, o che riguarda il modo di presentarsi, la dizione?

«Tutto. Sono allenata allo studio accademico, essendomi laureata in giurisprudenza. Preparare la diretta di una partita importante è un po’ come preparare un esame universitario. Questa conoscenza permette una conduzione rilassata perché sai che anche l’imprevisto puoi gestirlo».

Qualche tempo fa si era parlato di un flirt, poi di una collaborazione professionale con Zlatan Ibrahimovic: di cosa si trattava?

«Siamo soci in BuddyFit, un’app di fitness, nata durante il lockdown. Attraverso questa app ci si può tenere sempre in allenamento, ovunque».

In un’intervista a un settimanale Giorgia Rossi ha detto che non le invidia nulla, nemmeno il fidanzato, l’attore turco Can Yaman che, in realtà, tutto l’universo femminile le invidia.

(Ride) «Non l’ho letta, ma dubito che Giorgia si sia espressa così. A volte si riportano certe frasi decontestualizzate per creare rivalità inesistenti».

Perché secondo lei alcune giornaliste sportive asseriscono che la sua carriera sia dovuta alla sua avvenenza?

(Ride ancora) «Non lo so. So invece che nelle mie giornate c’è tanto studio. Poi è chiaro che in questo mestiere anche l’estetica conta. È qualcosa a cui tengo. Ma dietro l’involucro c’è molto studio. Non si può fare un’intervista a José Mourinho senza prepararsi a fondo».

Insisto, perché alcune sue colleghe tengono a ribadire che sia stata la bellezza la molla della sua carriera?

«Bisogna chiederlo a loro. Io sono convinta che con Giorgia Rossi e Federica Zille comporremo una squadra di donne molto forte. E mi auguro che sapremo sovvertire alcune vecchie dinamiche sulla continua competizione tra donne nel mondo del lavoro. Un luogo comune nel quale ci si adagia e per il quale alla fine dovrebbe restare solo una vincitrice. Credo che non debba essere così per forza. Nel calcio e altrove più donne possono coesistere. Le donne devono imparare a fare squadra. In questo, possono imparare dagli uomini, tra i quali non ci sono rivalità così accese».

Come spiega quella fra donne?

«È un vecchio retaggio duro a morire. A me piace lanciare messaggi di squadra e di forza comune».

Le capita mai, mentre intervista uno sportivo, di accorgersi che subisce la sua presenza, il suo fascino? Cosa pensa in quel momento?

(Altra risata) «Questa è una domanda da psicologo».

È una domanda realista.

«Non mi capita, perché faccio di tutto per mettere a loro agio i miei interlocutori. Voglio far sentire tutti in un contesto amico. In un’ora di intervista devi rompere il ghiaccio e creare un’empatia. Perciò mi presento giocosa e sorridente. Credo che questo superi certi cliché».

Cosa vuol dire il titolo del suo libro Scegli di sorridere?

«È la mia filosofia di vita».

Vuol dire non alimentare le polemiche?

«Esatto».

È favorevole al ritorno del pubblico negli stadi con il green pass?

«Non vedo l’ora. È stato faticoso in questi due anni riempire quel silenzio. Aspetto di risentire presto le voci del pubblico».

Che cosa si augura per la nuova stagione di Dazn?

«Di riuscire a raccontare in modo divertente il campionato degli allenatori».

Per il ritorno contemporaneo di Allegri, Sarri e Mourinho?

«Se li immagina i titoli per il derby tra Mourinho e Sarri».

 

La Verità, 24 luglio 2021

«Via i procuratori, non servono al calcio»

Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d’infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell’iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d’iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c’era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d’oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano.

Gianni Rivera no vax non ce l’aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari».

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l’informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all’ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso».

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi sieri non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l’ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio».

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c’entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie. L’anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell’influenza… E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive».

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel’hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale».

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall’emergenza?

«Lo spero. Io preferisco non correre il rischio finché non c’è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto».

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall’altra parte».

Quale altra parte?

«Quella dell’avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince».

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo. L’antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro».

Sta seguendo gli Europei di calcio?

«Certo. L’Italia sta andando molto bene, come avveniva anche prima degli Europei. Roberto Mancini ha molti meriti. Penso che potremo cavarcela bene anche contro squadre più forti di quelle che abbiamo incontrato finora».

Quante chance dà all’Italia per la vittoria finale?

«Non ho mai fatto pronostici prima delle partite. Andavo in campo per vincere, ma sapendo che avrei potuto perdere. Mi è capitato di perdere con squadre molto più deboli. La schedina l’ho giocata solo qualche volta con degli amici, ma poi ho smesso perché mi accorgevo che buttavo via i soldi».

C’è troppa euforia attorno alla Nazionale?

«Quando si vince i tifosi fanno festa perché il calcio trasmette entusiasmo. Il tifo è una malattia che ci si porta dietro. È giusto che i tifosi si sfoghino nella gioia, speriamo che la gioia prevalga sempre».

Parlando di tifo, cosa pensa delle critiche al fatto che lo stadio di Budapest per Ungheria-Portogallo fosse gremito di pubblico?

«Non le ho molto capite. Come entrano 20.000 persone controllate ne possono entrare anche 80.000, sempre controllate. Se si riesce a fare il tampone a tutti perché non farli entrare? Non credo che dobbiamo stare distanziati se non abbiamo niente. In casa, con mia moglie e i miei figli mica viviamo con la mascherina. Anche con gli amici: se uno sta male va dal medico, ma se sta bene può venire a cena da noi».

Certe precauzioni sono esagerate?

«A volte ho questa impressione. Io sono un semplice cittadino e capisco che chi ha responsabilità si preoccupi di più. Però leggo che tra poco non ci sarà più l’obbligo della mascherina all’aperto».

Che cosa l’ha colpita di più del caso Eriksen?

«Bisogna indagare su perché gli è successo. Qualcuno ha detto che potrebbe essere stato a causa del vaccino».

L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta ha smentito, la motivazione sembra di natura cardiaca.

«Indaghino e dicano qual è stata. Bisogna anche chiedere ai medici che gli hanno concesso di giocare finora quali erano le loro conoscenze».

Se dovesse fare una modifica per migliorare il mondo del calcio da cosa comincerebbe?

«Regolamenterei il ruolo dei procuratori. Fino a qualche tempo fa chiunque poteva inventarsi procuratore di giocatori e allenatori. Adesso sostengono un esame ridicolo per iscriversi a un albo. Mi meraviglio che Uefa e Fifa non intervengano su questa situazione».

Due anni fa ha frequentato il corso allenatori a Coverciano, qualche società l’ha contattata?

«Nessuna perché non ho procuratori. Credo di poter aiutare una squadra di calcio sebbene se non sia più giovane. Anche Dino Zoff ha pagato questa situazione. È stato presidente della Lazio, poi allenatore. Ma quando si è interrotto il rapporto non ha più trovato spazio perché si è rifiutato di farsi gestire da un procuratore».

Quand’era calciatore ce l’aveva?

«No. Avevo rapporti diretti con il presidente della società per la quale giocavo e rinnovavo il contratto discutendolo direttamente con lui. Oggi i procuratori cominciano a gestire i bambini da quando hanno 5 o 6 anni. So di genitori nauseati perché vanno avanti i bambini gestiti dal procuratore e non i migliori. Ho suggerito di denunciare questa situazione, ma mi rispondono che i loro figli ne avrebbero più danni che vantaggi. Così tutto rimane com’è. Anche le società non si ribellano».

Il caso di Gianluigi Donnarumma ha mostrato che certi calciatori sono più dei procuratori che delle società?

«Evidentemente Donnarumma si trova bene così e avendo un contratto con Raiola è costretto ad ascoltarlo. Ai miei tempi c’era l’Aic, l’associazione calciatori, che si occupava di aiutarli. Adesso mi chiedo a cosa serva. Abbiamo fatto tante battaglie per liberare i calciatori dalla schiavitù delle società e ora sono ostaggi dei procuratori. Il caso di Donnarumma mi ha molto meravigliato».

Ha visto che Franck De Bruyne, il capitano belga del Manchester City, ha rinnovato il contratto senza ricorrere a procuratori ma basandosi solo sull’analisi dei dati del suo gioco?

«È la conferma che i procuratori non sono indispensabili. Ai miei tempi facevamo già senza di loro. Non capisco perché ci debba essere un terzo incomodo che è, per altro, una spesa inutile per le società».

Tra le cose da cambiare ci sono anche gli stipendi dei calciatori?

«In questo particolare momento è una situazione molto pesante per le società. Mi meraviglio che accettino le condizioni imposte dai procuratori».

Calciatori troppo pagati?

«Non lo so. Se uno chiede 10 e glieli danno, li prende».

Cosa pensa del Var?

«Mi sembra un’ottima innovazione. Se uno strumento tecnico aiuta l’arbitro a eliminare gli errori, tutti ne traggono vantaggio. Chissà se fosse stato attivo ai miei tempi quante volte mi avrebbe dato ragione».

Che idea si è fatto della Superlega?

«Mi sono meravigliato che società così importanti si siano imbarcate in quella iniziativa senza preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe avuto su tutto il sistema. Credo che i numeri uno debbano sempre misurarsi con i numeri cinque sei o sette. Tutti devono avere l’opportunità di migliorarsi. Magari succede che poi vince la squadra sfavorita. A me è capitato di perdere uno scudetto all’ultima giornata, sconfitto in casa dal Bari che si era appena salvato».

In Nazionale fanno faville Berardi e Locatelli del Sassuolo che la Superlega non la giocherebbero.

«Le loro prestazioni sono frutto di un percorso lungimirante. Com’è stato quello dell’Atalanta, altra squadra che non sarebbe iscritta alla Superlega. Un’idea che per fortuna è morta prima di nascere».

È vero che da bambino era juventino?

«Ad Alessandria arrivavano le notizie da Torino perciò simpatizzavo per la Juventus che vinceva. Poi ho iniziato a giocarle contro con l’Alessandria e il Milan e tutto è cambiato».

Un ricordo di Giampiero Boniperti?

«È stato un ottimo giocatore e un altrettanto ottimo presidente. Una persona seria che ha lasciato un ottimo ricordo di sé a tutti».

Tolto Gianni Rivera, chi è il più grande giocatore italiano di sempre?

«No, guardi, è difficile fare queste classifiche. Non c’è nessuno, neanche Rivera. Gli unici grandi, superiori a tutti sono Pelè per una ragione e Maradona per un’altra. Se il calcio non fosse esistito, Pelè l’avrebbe insegnato lui a tutti, destro, sinistro, colpo di testa, tutto. Dopo di lui tutti gli altri sono secondi, terzi e quarti».

 

La Verità, 19 giugno 2021