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I commenti di Adani? Una forma di fanatismo

Più che enfasi o retorica è una forma di esaltazione, uno stato di euforia. Come chiamarle certe performance di Lele Adani, la seconda voce delle telecronache Rai dei Mondiali di calcio, segnatamente durante le partite dell’Argentina e del suo condottiero gentile Lionel Messi? L’Albiceleste ha battuto in rimonta l’Inghilterra e domenica sera disputerà la finale contro la Spagna per confermare il titolo conquistato quattro anni fa. «La Seleccion non accetta un no come risposta», urla il commentatore nel microfono, «rifiuta la resa, rigetta la forza del rivale, si ribella a pronostici contrari, fortificando la portata della missione, intensificando la spiritualità di un gruppo speciale». Alla fine, nomen omen, il telecronista Alberto Rimedio ha proposto un rimedio: «Adesso dobbiamo respirare, respirare», ha detto a conclusione di quell’orgasmo da telecronaca, di delirio di eccitazione, apoteosi di un’idea totale del calcio, il «football» come religione. La passione ok, ma il telefanatismo trasforma ogni partita in una raffica di sentenze. Ma alzare i decibel non compensa i limiti del vocabolario. Sandro Ciotti, per dire, non esagerava mai con il pathos, ma trasmetteva in modo magistrale i contenuti dell’evento. Oggi tutto è epico e leggendario. Un’overdose gratuita di adrenalina. Segna l’Inghilterra: «Le seconde palle, andare sulle seconde palle… Gli esterni di Tuchel…». Pareggia l’Argentina: «Il tempo, il tempo, il calcio è una questione di tempo… Giocare a calcio, fare calcio… Con l’Argentina non è mai finita!». In un crescendo che tira in ballo Albert Einstein: «Diceva che le coincidenze sono il modo che ha Dio per rimanere anonimo, ma non lo puoi fare con Dios… Maradona 40 anni dopo orienta questa partita e non la fa finire perché l’epica deve continuare». Restando ai fatti, sulla rimonta degli argentini è pesata soprattutto l’inettitudine del Ct inglese Tuchel che ha pensato solo ad alzare le barricate.
Due giorni fa, al termine di Francia-Spagna, Stefano Bizzotto, il conduttore che ha fatto della competenza e della sobrietà la sua cifra narrativa, ha salutato il pubblico causa raggiungimento della pensione. Con Andrea Stramaccioni, componeva la coppia più autorevole di commentatori di questi Mondiali. Forse il neodirettore di Rai Sport Marco Lollobrigida non se n’era accorto o, forse, non ritiene necessario apportare modifiche alla squadra di giornalisti e conduttori che seguono il calcio. Così, domenica, a commentare la finale ci saranno ancora Adani e Rimedio. Chissà cosa succederà su Rai 1 se vincerà l’Albiceleste.

 

La Verità, 17 luglio 2026

«Calcio moribondo, Conte e Maldini non bastano»

Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambia qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per due volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?

«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».

 

La Verità, 2 luglio 2026

La prima telecronista dei Mondiali abbassa i toni

Il neodirettore di Rai Sport Marco Lollobrigida l’aveva detto chiaro: «Vivremo in un modo normale solo quando questo non farà più notizia». Si riferiva alla scelta di affidare alcune telecronache dei Mondiali americani a una giornalista donna, Tiziana Alla, promossa da bordocampista della Nazionale a prima voce delle partite iridate. Aveva ragione: non è il sesso del telecronista a fare da discriminante, ma il merito. Alla vanta una lunga esperienza come cronista sportiva, svezzata alla passione per il calcio dal padre che se la portava allo stadio e lei ne scriveva dei resoconti che presto vennero pubblicati dai fogli romani. Dopo la scuola di giornalismo di Urbino era entrata in Rai, aveva seguito la Juventus nell’anno di Serie B per Calciopoli, poi il calcio femminile, fino a prendere il posto, durante la direzione di Alessandra De Stefano, di Alessandro Antinelli, per le interviste durante e dopo i match degli Azzurri. Si ricorda un piccolo litigio con Gigi Donnarumma dopo una sconfitta per 2-5 con la Germania anche a causa di una sua papera. L’altra sera, dopo Inghilterra-Ghana di qualche giorno prima, con il supporto dell’ex portiere Stefano Sorrentino, ha commentato su Rai 1 Francia-Norvegia. Purtroppo, non c’è stato l’atteso confronto tra i super bomber Erling Halaand e Kylian Mbappé, ma il match era comunque degno d’interesse.

A differenza di qualche cronista maschio che, preso da ansia di prestazione, tende a inondare i telespettatori di annotazioni tattiche e strategiche quasi che il calcio sia una branchia della fisica quantistica, o a eccedere in retroscena biografici del più anonimo giocatore, Alla ha scelto una linea di commento tranquilla, per sottrazione, lasciando in primo piano le immagini dell’avvenimento agonistico. Quasi una telecronaca alla vecchia maniera, quando l’autore ancora non si sovrapponeva con iperboli o aggettivazioni esorbitanti all’evento sportivo. È la prima volta che una donna commenta in televisione le partite dei Mondiali di calcio. Da qualche anno, prima Nicoletta Grifoni e poi Sara Meini si sono cimentate con le radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto. Ora le donne conquistano la ribalta di maggior visibilità, come si vede anche nel salotto che precede e segue i match serali condotto, sempre su Rai 1, da Paola Ferrari e con Simona Rolandi ospite fissa. E dove, forse, qualcosa andrebbe rivisto. Nell’attesa, intanto registriamo l’allargamento del parco di telecronisti con il nuovo innesto femminile.

Ma la Rai gestita dal governo di centrodestra non doveva essere maschilista?

 

La Verità, 28 giugno 2026

Jamie Vardy e una storia di riscatto senza melassa

In queste serate mondiali durante le quali si ascoltano storie di riscatto nel Sud del globo o dalla povertà del Continente nero fa, a suo modo, da controcanto la biografia di un bad boy raccontata nel docufilm di Netflix Untold UK: Jamie Vardy. Spesso questi biopic enfatizzano i tratti eroici del protagonista al fine di soddisfare i fan. Qui si sceglie un profilo più cronistico della parabola del calciatore di Sheffield, vincitore della Premier League 2016 con il Leicester City di Claudio Ranieri, quando i bookmaker davano 5000 sterline contro una di puntata per la vittoria finale. E quando Vardy stabilì il record di 13 gol segnati in partite consecutive e approdò alla Nazionale, sempre con il suo animo da dilettante e lo slang di periferia. Che il docufim mantiene senza edulcorare le parolacce, in un ritratto schietto come gli occhi di Jamie che guarda nella telecamera rispondendo alla domanda: se dovessi definirti con una sola parola, quale sarebbe? I compagni di squadra e di bisboccia dicono «velocità», «grinta», «amico», «pazzo» mentre lui chiede una birra e spara: «cazzone». Alcolista, rissoso, inquieto, la sua è la storia del «più grande underdog di tutti i tempi». E qui, per la verità, la spia della retorica lampeggia. Sta di fatto che, scartato a 16 anni dalle giovanili della squadra della sua città perché troppo basso, entra in fabbrica per 30 sterline a settimana e si accontenta di giocare nella settima divisione inglese. I gol arrivano a raffica, come le sbronze al pub. Ci pensano gli «Inbetweeners», i compagni di bevute, a tenerlo in carreggiata finché qualcuno lo segnala a un procuratore che s’innamora del suo talento, fiuto del gol e freddezza sotto porta. Jamie ha già 21 anni e sembra tardi per sfondare. Invece, la scalata è vertiginosa. Non che le intemperanze cessino, dentro e fuori dal campo, ma ci pensa la moglie Rebekah a dargli stabilità. Quando arriva al Leicester di anni ne ha 25. Dopo la salvezza conquistata grazie ai suoi gol, la società licenza l’allenatore e chiama a sorpresa Claudio Ranieri. Ma i contraccolpi non sono finiti. Prima l’accusa di razzismo per l’appellativo «giap» rivolto a un ragazzo durante una rissa in birreria, poi la drammatica scoperta che il padre biologico non è il genitore con cui è cresciuto.
Quest’anno, Vardy, nonostante gli infortuni, ha giocato nella Cremonese, retrocessa in B, e nel primo episodio del suo podcast ha detto che la Serie A è «lenta e difensiva». Opinione più che rispettabile. La tempra non mente. E nemmeno il talento, se ben indirizzato.

 

La Verità, 18 giugno 2026

La storia vintage di Jashari nel calcio dei trilioni

Una storia unica, una vicenda romantica d’altri tempi. Nel calciomercato di questa folle estate, dove c’è chi s’incolla a Temptation island e chi non perde un trafiletto sulle indagini sul delitto di Garlasco, tra contratti ultramilionari e trasferimenti in lontane città del Golfo Persico c’è anche la storiella sentimentale di un giocatore che vorrebbe coronare il sogno che aveva da bambino. Proprio così. L’abbiamo sentito un miliardo di volte quando un giocatore posa con la maglia della sua nuova squadra ripete sempre la formuletta: si compie il sogno che avevo da bambino. Nel caso di Ardon Jashari, centrocampista svizzero che milita(va) nella squadra belga del Bruges e si è promesso al Milan, non si sa ancora se questo sogno coronato. E forse anche per questo la vicenda merita di essere rivisitata come una piccola parabola. Ognuno ha le proprie perversioni: c’è chi segue il gossip dei tradimenti di Raoul Bova e i trappoloni orditi da Fabrizio Corona, uno ogni estate, e chi si fa con le notizie di calciomercato e i mirabolanti cambi di casacca degli eroi pallonari. Nella società della comunicazione selvaggia non ci sono limiti alle patologie. Tuttavia, finché non si fa del male a nessuno, certi eccessi si possono tollerare, anche perché alimentano succosi spicchi di mercato, dalle riviste specializzate nelle storie di corna e ai reality show fino alle rubriche televisive e alle paginate dei quotidiani sportivi sui trasferimenti multimilionari dei calciatori.

Con l’apertura della frontiera araba, da qualche anno la campagna estiva di acquisti e vendite dei giocatori ha registrato una fantasmagorica accelerazione. Prima c’erano sostanzialmente due mondi che si contendevano le prestazioni degli eroi in mutande, Europa e Sudamerica, con qualche appendice nell’America settentrionale e la breve parentesi, già chiusa, della Cina, dove alcuni calciatori andavano a finire la carriera allettati da vagonate di milioni. Ora si assiste a un andirivieni continuo da Riad e dintorni di giocatori anche relativamente giovani e allenatori che, dopo appena un anno di cibo, tuniche e veli sauditi, salgono sull’aereo che li riporta nell’amato Occidente, accettano una manciata anziché un baule di milioni ma si consolano con la ribollita al posto del cous cous. L’ultimo caso è quello di Stefano Pioli, passato dalla panchina dell’All-Nassr di Cristiano Ronaldo a quella più confortevole della Fiorentina. Dietro di lui potrebbe tornare in quel di Firenze, anche Franck Kessie, altro pentito dell’emigrazione lastricata di petrodollari, scomparso dal calcio che conta dopo l’addio al Milan e un’inutile annata a Barcellona, e finito all’All-Ahli di Gedda sul Mar Rosso. A fronte di due ritorni nobili, degne di segnalazione sono due andate fresche di firma sotto una sfilza di zeri. Quella di Andrea Pirlo, il predestinato, l’architetto campione del mondo 2006, sul contratto che gli ha sottoposto lo United Fc di Dubai che milita nella serie B degli Emirati Arabi. E quella di Mateo Retegui, venduto dall’Atalanta per 68 milioni all’Al-Qadsiah, compagine senza troppe ambizioni con sede ad Al Khobar sul Golfo Persico, 11 ore di volo da Milano. Si è trasferito laggiù a 26 anni per 20 milioni di dollari all’anno e sembra contento, chissà i suoi famigliari e il neo Ct della Nazionale, Rino Gattuso. Ma così va il mondo del calcio, drogato dalle ambizioni degli sceicchi e dal gigantismo della Fifa che organizza carrozzoni come i Mondiali per club di un mese in piena estate negli Stati Uniti (Jurgen Klopp: «È la peggior idea mai vista nel calcio. La prossima stagione vedremo una raffica ancora maggiore di infortuni»).

In questa cornice risalta la storia dal sapore vintage di Ardon Jashari, un calciatore che ha compiuto 23 anni, nato a Cham in Svizzera, da dove, quand’era ragazzino, andava tutte le domeniche a San Siro in macchina con i genitori per vedere il Milan. Bene. La trattativa per il suo trasferimento nel club rossonero dura da un mese e mezzo nonostante fra il giocatore e il Bruges ci fosse un patto per il quale, a fronte di un’offerta consona di un grande club, l’avrebbero lasciato partire. Per il cartellino la sua società ha sempre chiesto 35 milioni di base più cinque di bonus. L’accordo tra il giocatore e il Milan è definito da tempo: 2,5 milioni per quattro anni, ma il ragazzo è disposto anche a ridursi l’ingaggio per agevolare la trattativa. L’ultima offerta del Milan per il cartellino del miglior giocatore del campionato belga nonché nazionale svizzero è di 33,5 milioni di base fissa più due di bonus facilmente raggiungibili (la possibilità che la squadra si qualifichi per la Champions una volta nei prossimi cinque anni) e altri due per obiettivi meno facili, per un totale di circa 38 milioni. Quello che conta però è che i 35 milioni di base siano sostanzialmente garantiti. Invece no. Per i dirigenti del Bruges non è così, offerta respinta. Siamo al muro contro muro perché il Milan ha fatto sapere di ritenere la sua offerta ragionevole e non si spingerà oltre. Prendere o lasciare. E mentre il club belga ha dovuto chiudere i profili social per le incursioni poco urbane dei tifosi rossoneri, in mezzo c’è il giocatore con la sua favola romantica. Un ragazzo fermo nella decisione, che ha rifiutato altre proposte da Borussia Dortmund, Nottingham Forest e Aston Villa e vuole andare solo al Milan. Anzi, davanti all’ultimo niet del Bruges e al tentativo dei dirigenti di creare un’asta sollecitando altre società della Premier a pagare i 40 milioni richiesti, il ragazzo ha annunciato che non giocherà più con la maglia a strisce nerazzurre.

Anche i sogni hanno un prezzo. Vedremo se quello di Ardon si realizzerà.

 

La Verità, 31 luglio 2025

Tutto molto bello. Addio alla voce narrante calcio

Pacata e un po’ nasale, ce l’abbiamo ancora nella testa la voce di Bruno Pizzul che ci ha salutato ieri, pochi giorni prima di compiere 87 anni. Ce l’abbiamo nelle orecchie e nella memoria, quella voce narrante di decine, centinaia di partite e di tante imprese della Nazionale, esclusa la conquista dei Mondiali, solo sfiorata a Pasadena negli Usa, era il 1994, dopo il rigore fallito da Roberto Baggio: «Ecco… Alto! Il campionato del mondo è finito. Lo vince il Brasile». Antipersonaggio com’era, non si fece un cruccio di non aver potuto gridare: «Campioni del mondo!». Espressione di modestia, restia alle impennate, raramente la voce di un telecronista è stata il marchio di un’epoca sportiva come la sua lo è stata per trent’anni. Talmente inconfondibile e complice da essere molto imitata e molto usata negli spot e nei trailer promozionali.

Uomo del Nordest, sposato con Maria detta «la Tigre», padre di tre figli e nonno di 11 nipoti, numero perfetto, Bruno Pizzul è stato l’incarnazione di un protagonismo laterale, fedele all’understatement, mai prevaricante sui fatti. Il Friuli è da sempre terra di calciatori: «Siamo figli di contadini, alti, robusti, abituati ai sacrifici, disponibili agli allenamenti», mi spiegò quando andai a intervistarlo a Cormons, nella sua villa affacciata sul Collio. E anche terra di allenatori: Nereo Rocco, Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Dino Zoff, Gigi Delneri, Edy Reja. «Rocco parlava di razza Piave. Anche se precisava: “Mi son de Francesco Giuseppe”. E siccome le nostre famiglie avevano due macellerie e si conoscevano per lavoro, mi stuzzicava: “Te go tegnùo sui zenoci”… Se facevo un buon commento mi elogiava, altrimenti: “Bruto mona de furlàn, traditor de l’impero”».

Come calciatore iniziò nella Pro Gorizia che lo vendette al Catania, poi passò all’Ischia e all’Udinese, dove la carriera terminò a causa di un infortunio a un ginocchio («ma anche senza infortunio non sarei diventato un campione»). Dopo gli studi in giurisprudenza, lo convinsero a presentarsi al concorso per programmisti Rai. Non si presentò nessuno e lo presero perché laureato. Ma Paolo Valenti, che lo conosceva come calciatore, lo dirottò sul concorso per radio-telecronista, suoi compagni erano Bruno Vespa e Paolo Frajese. Mai presa la patente, a Milano si muoveva in bicicletta. «Ero il più puntuale di tutti, perché scansavo il traffico». Salvo al primo incarico ufficiale, Juventus Bologna, spareggio di Coppa Italia, 8 aprile 1970. Beppe Viola lo convince che per arrivare a Como, il campo neutro dove si disputa la partita, basta un’ora. Non aveva previsto il traffico dei tifosi bianconeri in rotta verso lo stadio. La trasmissione in differita non evitò un’inchiesta interna. Evaporata quando si seppe che c’era lo zampino di Viola: compagno di merende scrivania e tribune, anche quelle dell’ippodromo («sempre senza soldi, scommettitore incallito»). Di suo, Bruno amava le sigarette che potevano rovinargli la voce e infatti fumava di nascosto dalla Tigre. E poi il buon vino e il tresette, tavolo fisso all’osteria a due passi dalla sede Rai di Corso Sempione.

Cresciuto alla scuola di Niccolò Carosio e Nando Martellini, non gli piacevano né le telecronache a due o tre voci («a volte ho l’impressione che la televisione racconti sé stessa più della partita»), né l’enfasi di moda – «miracolo», «magia», «numero» – che abbonda nei commenti («un narcisismo che oscura quello che avviene sul terreno di gioco»). Competente e riflessivo ma sempre sul pezzo, era cronista e opinionista ad un tempo, inventore di espressioni («ha il problema di girarsi»; «tutto molto bello») divenute proverbiali anche lontano dal calcio. Dal canto suo preferiva seguire le partite alla radio: «Le radiocronache sono più coinvolgenti. La fantasia aiuta a ricostruire l’ambiente. Paradossalmente le immagini della tv ti schiacciano».

Anche lui era quasi rimasto schiacciato dalla tragedia quando gli era toccata la telecronaca più drammatica di sempre dallo stadio Heysel di Bruxelles dove, il 29 maggio 1985, nonostante la morte di 39 persone (32 italiani) provocate dai disordini della tifoseria inglese, si disputò la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. L’anno dopo, andato in pensione Nando Martellini, divenne la voce della Nazionale. Ma ai mondiali in Messico l’Italia uscì agli ottavi, eliminata dalla Francia di Michel Platini. Quattro anni più tardi i Mondiali si giocavano in Italia e doveva essere l’occasione buona. I gol di Totò Schillaci accendevano di speranza le notti magiche. E la voce di Pizzul accompagnava le imprese dei ragazzi di Azeglio Vicini. Come la serpentina con gol alla Cecoslovacchia di «Baggio, Baggio, Baggio…», ripetuto otto volte in pochi secondi. Quella volta fu Diego Armando Maradona a batterci in semifinale.

Il calcio che amava era quello sorridente, senza sponsor, senza procuratori, senza esclusive e l’imperio dei diritti tv. Quello in cui, dopo l’allenamento a Milanello o ad Appiano Gentile, i calciatori si fermavano a giocare a biliardo con i cronisti. Amava l’eleganza di Pelè e l’intelligenza di Gianni Rivera. Le sue squadre preferite erano la Honved di Puskas, il Brasile che vinse in Svezia e il Grande Torino per il quale tifava. «Nel dopoguerra qui c’erano le truppe titine. La gente spariva, le famiglie si dividevano tra Italia e Jugoslavia», raccontò. «Il prete dell’oratorio aveva affidato la gestione dell’unico pallone ai ragazzi di qualche anno più vecchi di noi. Erano tutti juventini. Diventammo torinisti per protesta contro quelli che non ci davano il pallone. Un po’ alla volta , vedendo che i figli giocavano insieme, anche il clima tra le famiglie si stemperò».

Campione di modestia, era orgoglioso di non essersi mai preso troppo sul serio: «Il mestiere del telecronista è affascinante, ma anche insidioso», diceva, «perché ti dà una grande notorietà. Se ti lasci andare puoi dimenticarti di essere una persona e diventi un personaggio».

Tra le tante dichiarazioni di persone che ieri l’hanno voluto salutare merita ricordare quella di Baggio: «Ciao Bruno, mancherai a tutti. La tua voce riecheggia per l’eternità».

 

La Verità, 6 marzo 2025

De Martino bravo ragazzo dribbla le critiche e vince

Occhi puntati e puntuti su Stefano De Martino, debuttante ad Affari tuoi (Rai 1, ore 20,35, tutti i giorni). Raccoglie un’eredità pesante. Non è abbastanza testato nella conduzione di strisce quotidiane. È giovane. L’ha voluto lì Arianna Meloni, è stato scritto e smentito. Ma ormai, di questi tempi, per la qualunque #hastataArianna. E quindi, accoglienza tiepida se non ostile da parte della stampa qualificata. Poi però, delle dicerie e dei retroscena più o meno inventati, il pubblico mostra bellamente di fregarsene e premia l’esordiente che, pure, qualche misura deve ancora prenderla e non potrebbe essere diversamente. La media degli ascolti è nettamente superiore a quella di Amadeus, predecessore e transfuga, che un anno fa aveva resuscitato il format di Endemol Shine Italy (gruppo Banijay), portandolo nel corso della stagione a picchi notevoli, della cui scia gode ora lo stesso De Martino.
Per il resto, trova le differenze. Dalle giacche glitterate siamo passati alla camicia bianca con cravattino. Dallo smartphone per il ping pong con il Dottore, al telefono classico con l’analogica cornetta. Dalla conduzione narrativa in stile comedy a quella più «empatica» (pardon!) e galvanizzante, con partecipazione attiva del pubblico. Neanche a dirlo, l’ex ballerino di Amici promosso conduttore da Carlo Freccero, ha tutto il diritto di essere sé stesso, tanto più che per la prima volta si cimenta con un programma in solitaria. Nei precedenti Bar Stella e Stasera tutto è possibile c’era sempre una banda di complici con cui triangolare e a cui lasciare ampi spazi. Qui lo show e il ritmo li fa lui. E forse a questo serve il dinamismo girovago all’interno dello studio. Bisogna alimentare e tener viva l’adrenalina della suspense fino al climax finale nel crescendo di quasi un’ora (forse troppo; ma le ragioni dell’audience e degli sponsor continuano a prevalere su quelle del pubblico che preferirebbe anticipare l’inizio del prime time). E allora De Martino e i suoi autori sembrano aver scelto lo spartito linguistico del calcio, nazionalpopolare per eccellenza. Il pubblico dello studio tifa sonoramente e accompagna gli spacchettamenti. «E andiamo!», commenta lui quando sono favorevoli ai concorrenti. Oppure: «Bella partita, partita sudata». Da buon napoletano, non disdegna di aggiungere ogni tanto il pepe di qualche bluff al momento dell’apertura. Tutto sommato, è una conduzione abbastanza tradizionale. Man mano che, con il passare del tempo, il debuttante si sentirà più padrone della scena diventerà più creativa.

 

La Verità, 13 settembre 2024

Sven, il tecnico playboy che sorrideva alla vita

Un gentiluomo, un vero signore: del calcio e nella vita. Se n’è andato ieri, a 76 anni, Sven-Göran Eriksson, lasciando il vuoto che lasciano nel mondo dello sport quelle persone che lavorano senza mettersi al centro, impegnandosi per costruire il gruppo e, grazie a questo, raggiungere i risultati. Un grande allenatore, con idee innovative. Un gestore di campioni. Capace di lasciare una traccia profonda nelle persone con le quali ha collaborato. Non a caso, dalle sue squadre sono usciti tecnici di successo come Simone Inzaghi, Diego Simeone, Roberto Mancini, Sérgio Conceição e Matías Almeyda. Vincente in Svezia, Portogallo, Italia, Inghilterra, dove fu il primo allenatore straniero della Nazionale.
Nel gennaio scorso aveva rivelato di avere un cancro al pancreas che gli lasciava meno di un anno di vita. Pochi giorni fa Prime Video aveva diffuso un brano di Sven, la biografia che gli ha dedicato, ora disponibile in Gran Bretagna e Scandinavia. Si vede il vecchio allenatore ripreso dall’alto, seduto al centro di un prato, tra i boschi e poi nel salotto della sua casa a Sunne, la piccola cittadina della Svezia dov’era nato, figlio di un conducente di autobus e di una commessa. «Penso che siamo tutti spaventati dal giorno in cui moriremo, ma la vita riguarda anche la morte», dice Eriksson nel tono sommesso che abbiamo conosciuto quando allenava Roma, Fiorentina, Sampdoria e Lazio. Dopo aver ricordato i successi sui campi di mezzo mondo, ammette anche alcune «scelte stupide» fatte, soprattutto nei rapporti con le donne. «Ho avuto una vita non normale, sicuramente bella, forse troppo bella. E in qualche modo dovevo scontarla», riflette, appellandosi a un certo fatalismo e a quel temperamento da uomo apparentemente tranquillo che sapeva smorzare le emozioni di una carriera di vittorie e rimonte da montagne russe. Sfiorate, patite o coronate da trionfi. Come quella, esaltante, alla guida della Roma, sulla Juventus di Giovanni Trapattoni (stagione 1985-’86), sfumata su filo di lana con la sconfitta casalinga contro il Lecce, già retrocesso in serie B. O quella subita dal Milan di Alberto Zaccheroni (1998-’99), protagonista di sette vittorie consecutive, fino al sorpasso sulla sua Lazio. Con la quale, l’anno successivo, conquistò il titolo di Campioni d’Italia, sorpassando all’ultima giornata la Juventus allenata da Carlo Ancelotti. Oltre allo scudetto, proprio con la Lazio ebbe le maggiori soddisfazioni, conquistando sette trofei (Coppa delle coppe, Supercoppa europea contro il Manchester united, due Coppe Italia e due Supercoppe italiane). Ma già prima si era imposto alla guida del Göteborg, vincendo campionato e coppa svedese e, a sorpresa, una Coppa Uefa. Successi che lo fecero approdare una prima volta al Benfica, dove tornò dopo la parentesi alla Roma, per arrivare in finale dell’allora Coppa dei Campioni, persa 1-0 dal Milan di Arrigo Sacchi (1989-’90). Di nuovo in Italia, è protagonista di un’altra stagione di soddisfazioni nella Sampdoria di Clarence Seedorf, Roberto Mancini e Sinisa Mihajlovic. Gli ultimi due lo seguirono poi nella Lazio scudettata del 2000, dove lo aspettavano Alessandro Nesta, Pavel Nedved, Luca Marchegiani e Juan Sebastian Veron (oltre ai già citati Inzaghi e Simeone). Insomma, una squadra di campioni, che Eriksson guidava con mano sicura, dettando le regole del gioco a zona, del pressing e della spinta sulle fasce. In un video in cui ricorda l’intervallo dopo un primo tempo sullo zero a zero, Christian Vieri ne mima gesti e parole: un timido pugno sul tavolo seguito da un  «“Cavoli, ragazzi!”… Io mi sganasciavo dalle risate». «Non l’ho mai sentito urlare», ricorda Marchegiani, «ma non significa che non si assumesse le proprie responsabilità e, quando serviva, dicesse cose decise, riprendendo i giocatori».
Fuori dal campo, la sua vita è scandagliata dalle televisioni e dai paparazzi, soprattutto per la decennale relazione con Nancy Dell’Olio, l’avvenente avvocato italoamericana che promuove la Puglia nel mondo e che tollera alcuni altri flirt. Con Debora Caprioglio, con la conduttrice tv svedese Ulrika Jonsson, con la segretaria della Federazione inglese Faria Alam che incontra spesso, essendo il nuovo Commissario tecnico della Nazionale, «la terza carica dello Stato, dopo la regina e il premier», secondo la Dell’Olio.
Anche alla guida dell’Inghilterra, Eriksson ottiene ottimi risultati, dimostrando di saper gestire campioni come David Beckham e Wayne Rooney. Esordisce rifilando un 5-1 alla Germania nelle qualificazioni per i Mondiali del 2002. In Giappone, supera il primo girone battendo l’Argentina, ma viene eliminato ai quarti dal Brasile. Ai Mondiali successivi di Germania, dopo una sanguinosa sconfitta con l’Irlanda del Nord che non compromette la qualificazione ma il rapporto con la stampa, esce perdendo dal Portogallo ai rigori e si dimette. Allena il Manchester City, all’epoca di proprietà di un magnate thailandese. Poi le nazionali del Messico, della Costa d’Avorio, delle Filippine. Sconfina in Cina e non disdegna altre esperienze nomadi, fino a tornare ad allenare in Terza divisione in Svezia.
«Spero che alla fine la gente dirà, sì, era un brav’uomo», continua nel documentario. «Spero che mi ricorderete come un ragazzo positivo che cercava di fare tutto il possibile. Non dispiacetevi, sorridete. Grazie di tutto, allenatori, giocatori, pubblico, è stato fantastico. Prendetevi cura di voi stessi e prendetevi cura della vostra vita. E vivetela».

 

La Verità, 27 agosto 2024

 

Gli Europei di Rai 1 sono grigi e abborracciati

C’era un clima euforico l’altra sera a Notti europee, subito dopo la qualificazione agli ottavi di finale della Nazionale (Rai 1, ore 23, share del 32,9%, 3,2 milioni di telespettatori). Il gol del pareggio all’ultimo secondo con la Croazia, oltre a mandarci a Berlino e a ridare, per poco, il sorriso a Luciano Spalletti, ha allungato la vita a tutto il codazzo di opinionisti, commentatori, rubrichisti e ospiti di talk show da settimane indefessamente impegnati a spargere rosolio buonista sulle imprese degli Azzurri. Che lo meritino davvero è tutto un altro discorso, checché ne dica il nostro commissario tecnico («è un passaggio del turno meritato»), e basta ricordare il bugiardissimo risultato di Spagna-Italia per tornare subito con i piedi per terra. Ma tant’è; due esclusioni consecutive agli ultimi Mondiali non sono bastate a insegnarci che nel calcio non si governa per diritto divino. Il tiro a giro di Mattia Zaccagni aveva scongiurato la sciagura nazionale e, dunque, lasciamoci andare alla festa, incoraggiava Paola Ferrari, e abbandoniamoci alle emozioni. Gli dava manforte il solitamente ridanciano Marco Mazzocchi, che quanto a ottimismo ingiustificato è secondo solo a Marco Lollobrigida, con il «cheese» sempre in bocca, come se sostasse davanti all’obiettivo di un fotografo. La squadra schierata da Rai Sport è questa e non possiamo far altro che scriverlo. Le telecronache di Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro sono il paradigma del grigiore ministeriale e della povertà linguistica. Per compensare i quali la coppia composta da Paola Ferrari e Marco Mazzocchi vorrebbe iniettare un po’ di leggerezza. Missione fallita perché domina un tono abborracciato da retrobottega del bistrot, gravato dalle battute di Eraldo Pecci e dalla mancanza di affiatamento di tutta la compagnia, una strana dozzina tra conduttori, ospiti vari e la postazione a bordocampo. A rovinare definitivamente il clima festaiolo pensa Tony Damascelli con le sue pagelle che salvano solo Gigio Donnarumma e i due centrali, e riscuotono il consenso di Lele Adani e di Andrea Stramaccioni che di calcio ne capiscono. Ma con loro, già abituati al pubblico delle piattaforme, si va più sul tecnico. Mentre, nonostante Giusy Meloni, immancabile addetta ai social, il post-partita di Rai 1 è rimasto il bar sport di provincia del secolo scorso. Alla fine anche il telecalcio si sta polarizzando: quelli che conoscono il gioco moderno sono realisti e critici, quelli che si preoccupano soprattutto dell’audience sono di bocca buona, basta che la Nazionale avanzi. E i telespettatori porteranno pazienza. O no?

 

La Verità, 26 giugno 2024

«In Zamora racconto come si vince la timidezza»

Una storia sana, sorridente e di superamento del limite. Una storia ambientata nella Milano prima di quel Sessantotto che ingrigì lo slancio del boom e del beat, la leggerezza della lambretta e della minigonna, la positività di Il mondo di Jimmy Fontana. C’è tutto questo in Zamora (dal nome di un leggendario portiere spagnolo ndr), film tratto dal romanzo di Roberto Perrone, giornalista e scrittore morto prematuramente poco più di un anno fa al quale è affettuosamente dedicato. Prodotto da Pepito, diretto dall’eclettico Neri Marcorè qui all’esordio da regista, con un cast indovinato, è uno di quei film che ha nel passaparola la migliore promozione.
Marcorè, finora nei suoi profili si leggeva «attore e imitatore», bisogna aggiornarli con una terza voce?
«Direi di sì, il debutto alla regia è un dato di fatto».
È stata la storia che ha trovato lei o il contrario?

«È stata la storia che, attraverso vari passaggi, mi ha indotto al debutto. Pensavo fosse adatta al mio modo di raccontare, peraltro tutto da sperimentare».
Aveva già deciso di dedicarsi alla regia?
«Da alcuni anni, ma l’idea si è concretizzata quando ho proposto il romanzo di Roberto Perrone al produttore Agostino Saccà».
Paola Cortellesi, Claudio Bisio, Claudia Gerini e ora lei, tanti attori e attrici che passano dietro la camera da presa sono una coincidenza?
«Credo sia un legittimo prolungamento dell’esperienza acquisita da interpreti. A un certo punto viene la curiosità di misurarsi con la direzione di altri colleghi e colleghe, di gestire una macchina complessa e affascinante come quella del set».
È la voglia di provare un’esperienza diversa, la ricerca di una nuova carriera, un senso di maggior sicurezza nell’auto-dirigersi?
«Innanzitutto, è un desiderio fine a sé stesso. Poi il futuro dipende dal presente. E considerato che per me è stata un’esperienza anche umanamente molto positiva vorrò ripeterla. Mi invogliano a farlo il gradimento che riscontro alle proiezioni e la gente che mi chiama per dirmi che apprezza tantissimo il film. Dopo questo risultato l’idea di farne un altro è naturale. Anche se non mi pongo tempi e scadenze».
Conosceva i libri di Perrone o lui personalmente?
«Ho conosciuto prima Zamora, che ho letto vent’anni fa. Poi ho conosciuto lui e siamo diventati amici. Infine, ho letto tutto di lui, mi piaceva molto come scriveva».
Che rapporto avevate?
«Parlavamo di libri, di cucina, di sport… Quando ci siamo ci siamo incontrati, anche se non ci vedevamo spessissimo, abbiamo cominciato a chiacchierare e a condividere le cose della vita».
Gli sarebbe piaciuto il suo adattamento? E alla moglie è piaciuto?
«Perrone aveva letto la sceneggiatura e si era commosso, perciò avrebbe apprezzato il film che ne è diretta conseguenza. La moglie e i figli l’hanno visto a un’anteprima a Milano ed erano molto contenti».
A lei che cosa è piaciuto di Zamora?
«Parla dell’inadeguatezza che attanaglia la vita del protagonista. E siccome, in qualche momento capita di sentirsi inadeguati, è una storia che in qualche modo ci riguarda tutti».
Chi è Walter Vismara?
«Un giovane uomo che proprio a causa di questa inadeguatezza preferisce non gettarsi nella mischia. Ma è la vita stessa che lo chiama a buttarsi. Capita a tutti di imbatterci in situazioni che non avevamo previsto e alle quali dobbiamo adeguarci attraverso scelte e comportamenti che non immaginavamo».
È l’antesignano dei nerd di oggi, uno sfigato che si riscatta, uno che capisce che non vuole avere rimpianti?
«Non è affatto uno sfigato, perché ha la sua zona di conforto dalla quale non vorrebbe uscire per evitare sorprese. È un calcolatore, come il suo mestiere induce a pensare».
Il calcolatore da contabile che si porta sottobraccio gli dà sicurezza?
«È un simbolo di questo suo atteggiamento».
Con la timidezza come la mettiamo?
«Fa parte del suo carattere. È sia causa che effetto dell’inadeguatezza che non lo aiuta nelle relazioni sociali».
Lei è timido, Marcorè?
«
Lo sono stato molto, da ragazzo. C’è molto di me adolescente in quel personaggio».
Avrebbe potuto interpretarlo lei?
«Se fosse stato un progetto di vent’anni fa, sì. A distanza di tempo ho preferito ritagliarmi un altro ruolo e dedicarmi alla regia».
Neri è un nome originale o un diminutivo?
«È così all’anagrafe. Era il nome di un amico di mio padre quand’era piccolo».
Le imitazioni aiutano a superare la timidezza?

«Sì, soprattutto nei primi anni di gioventù sono state un aiuto. L’importante è non restarci troppo dentro».
Come si arriva da Porto Sant’Elpidio, un paese di 25.000 abitanti delle Marche, a dirigere un film di successo?
«Un passo alla volta, dandosi il tempo di crescere e cercando sempre nuovi obiettivi, facendosi guidare dalla curiosità e senza troppi timori di sbagliare».
Che è anche un tratto del carattere delle persone timide?
«Potrebbe esserlo. Ma anche le persone timide sanno essere molto determinate. Anzi, a volte quelle che sembrano molto sicure fanno sempre la stessa cosa, proprio per paura di sbagliare».
Ha avuto dei maestri?
«Nelle diverse forme espressive se ne trovano tanti. A volte anche di cattivi, utili a capire dove non andare. Parlando di cinema un maestro è stato sicuramente Pupi Avati».
Ha recitato in tre suoi film e in uno di Walter Veltroni con il quale ha collaborato all’inizio del Pd: in questa regia c’è più Avati o più Veltroni?
«C’è Neri Marcorè. Non mi sono ispirato a nessuno, ho cercato di trovare il mio linguaggio, la mia sensibilità, il mio gusto per le cose. Imparo da tutti, senza voler emulare nessuno».
È un film che rischia la nostalgia, i promettenti anni Sessanta?
«Non direi. Si racconta una storia ambientata in quegli anni che possono generare nostalgia in chi li ha vissuti, ma non punta sulla nostalgia».
Nel cast c’è la ricerca dei caratteri: com’è arrivato ad Alberto Paradossi?
«Con un provino nel quale mi ha conquistato».
Cavazzoni, il suo personaggio, è ispirato a Ricky Albertosi anche se una delle sue imitazioni più riuscite era quella di Dino Zoff?
«È ispirato a quei campioni del passato che avevano un certo spessore umano. Se dovessi citare un riferimento farei il nome di Enzo Bearzot, espressione di un modo di essere sportivi al Nord, quando ancora non c’era il divismo».
Anche Cavazzoni ha bisogno di una seconda chance?
«L’amicizia con Vismara è una possibilità per ritrovare dignità e risalire la china».
Tutto raccontato anche con la musica di Umberto Bindi e Jimmy Fontana.
«La musica degli anni Sessanta ha fatto sognare, commuovere, innamorare, gioire. Credo che la colonna sonora integrata da Pacifico sia molto evocativa».
Avendo imitato a lungo Zoff, di portieri se ne intende?
«È una coincidenza. Più che altro trovo interessante il ruolo di una figura isolata in uno sport di squadra».
A differenza degli altri giocatori non ha possibilità di recupero?
«È il ruolo di maggior responsabilità della squadra. Non a caso ci si chiede se portieri si nasce o si diventa».
Vismara decide di diventarlo quando trova uno che gli dà fiducia e lo stima più di sé stesso?
«C’è bisogno di trovare o dentro di sé o nell’affetto degli altri qualcuno che ti induca a prendere in mano la tua vita senza restarne fuori».
Come mai ha scelto una storia senza risvolti ideologici per debuttare?
«Mi attraeva raccontare questo personaggio nel quale rivedevo me stesso adolescente. E anche il passaggio dalla provincia alla città come quello che ho vissuto con il mio lavoro».
Qui al centro c’è il calcio, ma lei ama il tennis e lo pratica?
«Sì».
Jannik Sinner le piace più come tennista o come persona?
«Tutti e due. Perché devo scegliere? Le due cose si integrano. È un bravo tennista perché ha una forte mentalità. È forte di testa e anche sul campo».
Che cosa dice all’Italia di oggi un campione così?
«Che si possono raggiungere risultati eccellenti attraverso l’umiltà e l’ambizione, due doti non in contraddizione».
E che cosa dice l’Italia vintage di Zamora a quella di questi anni Venti?
«Due cose. La prima, che essere brave persone porta a essere gratificati nella vita. E la seconda, che non bisogna avere fretta, ma lasciare che siano i tempi commisurati alla nostra natura a guidare le svolte».
È un film che sfiora la carineria?
«Credo ci siano tutti gli ingredienti, personaggi meno gradevoli e altri impacciati che possono risultare teneri. È un racconto che propone uno spaccato di persone nel quale ci si può ritrovare. Non mi pare prevalga la descrizione di un quadro rosa. È una commedia che fa anche molto ridere. La gente esce dal cinema col sorriso».
Il cavalier Tosetto, imprenditore brianzolo e patron della squadra di calcio aziendale è un antesignano di Silvio Berlusconi?
«Bisognerebbe chiederlo a Perrone. Personalmente non mi sono ispirato a lui né nella scrittura né nella direzione sul set. Possono esserci somiglianze anche con altri imprenditori entrati nel mondo del calcio».
Come mai il film non è in programmazione proprio a Porto Sant’Elpidio?
«Questo andrebbe chiesto all’esercente del cinema. Comunque, è proiettato nelle sale del comune confinante».
L’industria cinematografica italiana si sta davvero fermando?
«Non lo so, purtroppo. In un momento in cui ci si aspetta il successo da un certo tipo di film poi si ha la sorpresa di trovare altre opere vincenti al botteghino. In questi ultimi mesi vedo che c’è meno lavoro. Non so da cosa dipenda, ma è un dato di fatto».
Fa bene il ministro Gennaro Sangiuliano a rivedere i criteri dei finanziamenti al cinema che spesso negli ultimi anni hanno sostenuto opere che in sala non trovavano il pubblico?
«Da una parte penso che l’ideologia politica non dovrebbe influenzare la creatività artistica. Dall’altra che sicuramente serve un criterio più attento nel selezionare le opere che meritano di essere sostenute. Ma azzerare le agevolazioni non credo sia una mossa vincente perché il cinema è un’industria. E, se ci si crede, genera guadagni economici oltre che culturali».

 

La Verità, 13 aprile 2024