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«Sono complesso: sì al ddl Zan, no all’aborto»

Alfonso Signorini è uomo di chiaroscuri e contraddizioni. Sono la sua ricchezza, la sua poliedricità. Direttore del settimanale Chi, conduttore del Grande Fratello Vip, regista di opere di grandi compositori. Nel salone dell’attico a San Felice (Milano) a un passo dalla Mondadori, campeggia un pianoforte a coda. Per esercitarsi ogni giorno ne avrà uno, più piccolo, anche nel camerino di Cinecittà, dove lunedì debutterà il reality di Canale 5. Al piano inferiore, invece, c’è la palestra: «Faccio pesi e corsa, ho bisogno dei miei spazi… Finita la puntata del giovedì, riparto subito per arrivare qui all’alba e godermi il fine settimana». Quest’anno Signorini festeggia vent’anni di carriera televisiva.

Perché consiglia di guardare la settima edizione del Grande Fratello Vip?

«Per staccare la spina. Ci aspetta un autunno con tanti punti di domanda, i rincari delle bollette, la necessità di essere parsimoniosi. E le spade del Covid e della guerra che ancora pendono sulle nostre teste. Il Grande Fratello è tv di svago e intrattenimento, sebbene l’intrattenimento fine a sé stesso alla lunga mi annoi».

In che senso?

«Mi piace di più raccontare le persone. Il pubblico può affezionarsi e immedesimarsi nelle loro storie, nei loro sentimenti. Con Mediaset play i concorrenti entrano nella quotidianità dei telespettatori, la loro vita è la tua vita».

Che cos’ha di diverso questa stagione dalle precedenti?

«Quando Pier Silvio Berlusconi mi propose di condurlo accettai con entusiasmo a patto di poterlo fare a modo mio. Ho tolto i giochi e puntato sull’emotainment. Quest’anno nel cast ci saranno meno nomi da locandina come Katia Ricciarelli, Rita Rusic, Michele Cucuzza o Barbara Alberti. Ad arrivare in fondo sono quasi sempre concorrenti giovani come Tommaso Zorzi o le sorelle Selassié, persone che il grande pubblico non conosce, ma che poco alla volta diventano centrali».

Però non è riuscito a mantenere segreto il cast.

«I nomi ufficiali sono tre su 24. Giovanni Ciacci, Pamela Prati e Wilma Goich, persone molto diverse tra loro. Il resto sono chiacchiere del Web».

Secondo queste chiacchiere, quest’anno la categoria inedita sarebbe rappresentata dalla transgender Elenoire Ferruzzi: c’è qualcosa di più mainstream del gender?

«È vero, è un tema caldo. Ma essendo stato a lungo compresso ora vuole conquistare la ribalta. È uno schiaffo alla comunicazione come lo è stato l’anno scorso parlare di disabilità con Manuel Bortuzzo in un format d’intrattenimento».

Ciacci e la Ferruzzi o chi per lei al Gieffe, Cristiano Malgioglio su Rai 3, Alex di Giorgio che su Rai 1 danzerà con un partner gay, le drag queen su Rai 2: non c’è una sovraesposizione dei gay in tv?

«È un’osservazione giusta se guardiamo al numero. Ma è una lettura che diamo noi che siamo legati alle categorie e agli orientamenti sessuali. Non certo i ragazzi che hanno una mentalità più fluida e aperta. Dopo decenni, anzi, secoli di oscurantismo, ben venga la sovraesposizione. E poi bisogna vedere come si raccontano queste storie».

Non le piacciono i gay rappresentati come macchiette, ma difende i Gay pride che ne sono l’esasperazione carnevalesca.

«Anche se non salirei mai su un carro perché è una manifestazione lontanissima da me, tuttavia la difendo perché difendo la libertà di espressione di chi lo fa. Lo stesso Malgioglio è lontano da me per come si pone, però difendo la sua libertà di essere in tv».

Non ama il macchiettismo omosex, ma invita una drag queen.

«So di apparire contraddittorio, ma voglio mostrare cosa c’è sotto la maschera. Le racconto un aneddoto…».

Prego.

«Premetto che non faccio paragoni con i transgender, quando frequentavo il liceo, tornando a casa attraversavo un tratto di strada dove sostavano le prostitute. Mia madre mi metteva in guardia dal fermarmi. Invece io ne ero affascinato e diventai amico di un paio di loro. Mi raccontavano le loro storie, spesso tra le lacrime, con il trucco che colava sul viso. Ho ancora in mente quei volti imbrattati… Ora voglio raccontare la destrutturazione della maschera».

È favorevole al ddl Zan, giornata sulla teoria gender nelle scuole compresa?

«Sì, sempre per riscattare il silenzio che c’è stato finora. Ed essendo convinto che, in realtà, non ce ne sia bisogno perché i ragazzi sono già informati e quindi si sfonda una porta aperta».

Invece, è sempre contrario all’aborto?

«Escludendo le spinose questioni dell’aborto terapeutico e dei soprusi sessuali, difenderò sempre la vita e mi scaglierò sempre contro la superficialità con cui a volte si decide d’interrompere una gravidanza».

Gli omosessuali la adorano e le femministe la odiano?

«Quando si prendono delle posizioni non si può sempre essere amati da tutti».

Lei non fa vita mondana, ma i suoi programmi e il suo giornale alimentano la mitologia vippaiola: c’è una contraddizione o mi sfugge qualcosa?

«C’è una profonda contraddizione, alimento quel mondo dal quale prendo quotidianamente le distanze. Ma mi diverte e credo di avere una lucidità che può venire solo dalla non frequentazione».

La prende di più il debutto del Grande Fratello o della Cavalleria rusticana di cui ha curato la regia?

«Sono due esperienze diverse, entrambe molto emozionanti. L’opera richiede un lavoro di preparazione così certosino che ti sembra di costruire una cattedrale. Per il Grande Fratello l’impegno è doppio perché nella scelta del cast, se sbagli non dirò uno ma due elementi sbagli il programma, poi c’è il working progress. In entrambi i casi vorrei evitare la vigilia, saltando alla prima in teatro e alla diretta in tv. Comunque, non sento lo stress forse perché sono incosciente».

Come riesce a dirigere giornali, condurre programmi, fare regie di opere?

«Non sono cose diverse, la vita è fatta di tanti colori. Mi piace cantare Mille di Fedez con Orietta Berti e suonare al piano Canzone napoletana di Tchaikovsky. Sono goloso di tutto».

Il mondo della lirica è selettivo?

«Purtroppo trovo che lo sia sempre meno. I cantanti sono macchine costrette a correre sempre a tavoletta con le inevitabili conseguenze per la voce e il fisico. Se un interprete fa una bella Traviata in un teatro di provincia, l’anno dopo lo troviamo già alla Scala o al Metropolitan. È un mondo inquinato dagli agenti che fanno e disfano i cartelloni a loro piacimento. In confronto, Beppe Caschetto e Lucio Presta sono Alice nel paese delle meraviglie. Nella lirica ci sono lati oscuri su cui varrebbe la pena indagare: lo dico da giornalista, non da regista».

Come sono accolte dagli addetti ai lavori le sue regie?

«All’estero benissimo, in Italia meno. Qui siamo schiavi dei luoghi comuni: il direttore di Chi o il conduttore del Grande Fratello non può essere un buon regista. Nei teatri italiani si affidano opere a registi che non sanno leggere la musica, ma chissà perché sono considerati la quintessenza della cultura».

E magari cambiano i libretti.

«Quando alla prima della Scala vedo Lady Macbeth su un ascensore mi viene mal di stomaco. Pensando di lasciare il segno si stravolgono le opere. Io mi riconosco nella scuola di Franco Zeffirelli e di Giorgio Strehler che furono rivoluzionari nel rispetto della tradizione. La Cavalleria rusticana è di Mascagni, la Turandot è di Puccini, non di Signorini o del regista di turno».

Nel mondo della televisione ha amici?

«Pochissimi. Con Maria De Filippi ci confrontiamo costantemente. Io la ascolto e lei mi ascolta».

Ilary Blasi lo è?

«Non a questi livelli. È una collega che ho imparato a stimare nel tempo. Non ci frequentiamo oltre il lavoro, per andare in vacanza o a cena. In generale, non frequento gli ambienti della televisione».

Perché non le piace o perché è solitario?

«Sostanzialmente sono un solitario. Frequento pochi amici che non appartengono al giornalismo o al mondo dello spettacolo. Sono molto corporativo nell’amicizia, credo che sia l’espressione più nobile dell’amore. Siamo una specie di comune tipo Le fate ignoranti, poi ognuno ha la sua vita. Tengo molto a questi rapporti, sono geloso, non voglio interferenze».

Quando ha saputo della crisi tra Ilary e Francesco Totti?

«L’ho saputo da Dagospia. Roberto D’Agostino è un maestro in queste cose. Avendo lavorato con Ilary, mi è capitato di andare a cena con entrambi a fine serata. Avevo visto sempre grande complicità tra loro anche nell’accettare eventuali sbandate di entrambi. Quando è uscita la notizia, nella fase più delicata non ho mai preso in mano il telefono per sentire lui o lei perché la cosa m’imbarazzava. Mi spiace che due persone che si sono volute molto bene si lascino malissimo».

È combattuto quando deve pubblicare una notizia delicata riguardante una persona cara?

«Chi non lo sarebbe? Poi bisogna vedere perché la notizia è delicata. Se si tratta di un tradimento, pubblico anche se riguarda una persona cara. Dirigo Chi, non Famiglia cristiana. Ognuno è responsabile di ciò che fa. Quando ho pubblicato la foto di Totti che usciva dalla casa di Noemi Bocchi, lui mi ha detto, tramite un intermediario, “però ho dei figli”; io gli ho risposto: «ci dovevi pensare prima tu ai tuoi figli»».

Andrà a votare?

«No, non lo faccio da anni».

La politica le è mai interessata?

«Mai, sono i politici che s’interessano a me».

In che senso?

«I leader di partito vogliono apparire su Chi che qualche voto lo sposta e per questo accettano anche di posare. Giorgia Meloni ha fatto il servizio fotografico sopra i tetti di Roma, Giuseppe Conte si è fatto fotografare con un toro maremmano, poi Berlusconi, Salvini, Letta, a tutti lo stesso spazio».

Sono vent’anni che fa televisione: se dirigesse Canale 5 che programma affiderebbe ad Alfonso Signorini?

«A pensarci bene, preferirei dirigere Rete 4 perché lì sarebbe più possibile ritagliarmi lo spazio per un talk in seconda serata. Un programma con tutti i sapori dell’attualità, dallo spettacolo alla musica alla politica».

Un po’ come Kalispera!, il programma nel quale si riconosce di più?

«Più attaccato all’attualità, dalle corna tra Totti e Blasi alla campagna dei leader nella comunicazione fino alle mode lanciate dalle influencer. Sì, a Kalispera! sono molto affezionato perché ha precorso tanti generi, dai cooking show a certe cose viste in Casa Mika. Poi è il programma che con l’intervista a Ruby Rubacuori ha tuttora il record di ascolti della seconda serata di Canale 5, con picchi al 40% e 3,5 milioni di telespettatori».

A quello scoop concorsero tante componenti.

«Ovvio che sì. Fin troppe».

 

La Verità, 17 settembre 2022

Quella guerra di piombo nella nebbia della verità

Nella Sicilia di fine anni Cinquanta il problema non può essere il traffico, ma la parola mafia nessuno l’ha ancora pronunciata. La scriva lei per primo, suggerisce «il principe» al direttore del giornale (Claudio Santamaria) dopo avergli indicato il sindaco (Salvo Lima) e l’assessore ai Lavori pubblici (Vito Ciancimino) tra gli ospiti della sontuosa festa in corso nel suo palazzo. In quella Palermo ci si muove a piedi e solo per raggiungere Corleone si sale in auto, una Topolino per il fotografo, una Millecento per il direttore. Invece le cosche sono già attive e controllate dal potente primario dell’ospedale (Fabrizio Ferracane), mentre il secondo quotidiano cittadino, sull’orlo della chiusura, è infiltrato dal Pci. Contrariamente alle aspettative dell’editore, però, il nuovo direttore non intende licenziare colleghi, ma la redazione si dimezza ugualmente appena egli mette le regole del giornalismo davanti a quelle della contiguità politica. Cosicché il neodirettore è costretto ad affidarsi alla curiosità di un ragazzo al primo servizio sul campo per tentare di capire qualcosa della strana scomparsa di un sindacalista. Lo stesso giorno, con l’entrata in vigore della legge Merlin, chiude il bordello frequentato dai cronisti a fine giornata di lavoro. L’agguato nel quale incorrono è molto più che un semplice segnale che la loro nuova intraprendenza non è gradita. In realtà, quelli che sembrano episodi isolati sono collegati e svelano l’affacciarsi di una nuova criminalità, più cinica e spietata, capeggiata da Luciano Liggio.

Lenta e misteriosa eppure magnetica e seducente, L’Ora. Inchiostro contro piombo racconta la stagione del giornalismo antimafia più autentico e lontano dalla retorica ridondante anche in tempi d’importanti commemorazioni (Canale 5, mercoledì, ore 21,40, share del 12,2%, 1,9 milioni di telespettatori). Liberamente ispirato a Nostra Signora della Necessità (Einaudi) di Giuseppe Sottile, diretto da Piero Messina, Ciro D’Emilio e Stefano Lorenzi e sceneggiato da Ezio Abbate, Claudio Fava e Riccardo Degni, in questo family drama la «famiglia» è la redazione del giornale, per quanto i suoi componenti vivono un’avventura totalizzante. Una serie diversa dalle tante intrise di colpi di scena e stilemi nichilisti, nella quale le cadenze jazz e le ambientazioni dark riflettono l’omertà del crimine e le notti dei cronisti. Portando il telespettatore nella guerra di piombo tra mafia e giornalismo: «Qui da noi», rivela il solito principe, «la verità è come la nebbia, più ti avvicini e più non vedi niente».

 

La Verità, 10 giugno 2022

La Rai di Fuortes premia il re dei varietà flop

Con la riforma per generi della Rai, ideata da Fabrizio Salini, e abbracciata dall’attuale amministratore delegato, Carlo Fuortes, il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, dovrebbe insediarsi alla direzione della struttura per l’intrattenimento di prima serata. Insieme con quella della fiction, è la più ricca delle dieci aree in cui verrà organizzata la tv pubblica. La ratio della riforma è il contenimento dei costi, da attuare riportando le produzioni all’interno, invece di ricorrere alle troppe società esterne. Ma per raggiungere l’impegnativo obiettivo serve una buona squadra di autori, ben guidata dai dirigenti scelti allo scopo. Se poi, come dice Carlo Freccero, autorità riconosciuta in materia, perseguendo il risparmio, questa pianificazione comporta «un taglio alla possibile diversità del pensiero», poco importa.

Per capire se il pubblico della Rai avrà motivi di soddisfazione dall’imminente promozione di Coletta, già direttore della Terza rete e issato sulla Prima durante il governo giallorosso, è utile chiedersi come abbia gestito il sabato sera, giorno chiave dei programmi d’intrattenimento. Le medie di ascolto dal 2 gennaio al 6 novembre 2021, nell’orario 21.30-24.30, parlano di 2.929.000 telespettatori con il 16% di share, per Rai 1, e di 3.973.000 ascoltatori, con il 21,7%, per Canale 5. Una forbice di oltre un milione di spettatori e di 5,7 punti percentuali a vantaggio della rete Mediaset. Divario motivato dal fatto che, se si eccettuano cavalli di battaglia come Ballando con le stelle ereditati dalle precedenti direzioni, i nuovi esperimenti si sono rilevati tutti clamorosi fallimenti.

Per i sabati dello scorso febbraio, nelle settimane che dovevano accompagnare al Festival di Sanremo, la direzione di Rai 1 aveva pensato a una serie di serate evento con i big della canzone italiana, presentate da conduttori diversi. La realizzazione era stata affidata a Ballandi multimedia. Ma il 13 febbraio, vigilia di san Valentino, Parlami d’amore, il varietà presentato da Veronica Pivetti e dal molto sponsorizzato Paolo Conticini che doveva fare da prologo ad altre 4 serate, raggranellava appena il 10,2% (2,3 milioni di spettatori) a fronte del 28,2 di C’è posta per te di Canale 5. Per la seconda puntata, la prima della serie intitolata A grande richiesta, erano stati schierati Patty Pravo e Flavio Insinna. Ma il risultato era stato ancora più deludente: solo l’8,3% e 1,9 milioni di telespettatori (C’è posta per te si era inerpicato fino al 30,3%). A quel punto, per ammortizzare i costi ormai sostenuti (si parla di 750.000 euro a serata), le successive puntate con Ricchi e Poveri, Loredana Berté e Christian De Sica, erano state dirottate al martedì, tuttavia, senza che la colonnina dell’Auditel s’impennasse.

Per il debutto della nuova stagione, invece, il pezzo forte doveva essere l’atteso esordio nella rete ammiraglia della tv pubblica di Alessandro Cattelan, il golden boy reduce dalle trionfali annate su Sky di X-Factor. All’inizio Da grande era stato programmato per sabato 18 e sabato 25 settembre, con conseguente destinazione del budget (pare vicino al milione di euro). L’investimento era forte perché, nelle intenzioni del direttore di Rai 1, le due serate dovevano aiutare il conduttore a familiarizzare con la rete in vista della promozione sul prestigioso palco dell’Eurovision song contest del maggio prossimo. Così, una volta scoperto che Maria De Filippi aveva anticipato la partenza di Tu sí que vales proprio al 18 settembre, per evitare al giovane Cattelan l’ìmpari duello, era stato spostato alla domenica sera. Ma anche con la più morbida concorrenza di Scherzi a parte, Da grande era rimasto piccolo (share tra il l 12 e il 13%).

Dopo tali avvisaglie non restava che puntare sul collaudato e affidabile Ballando con le stelle. La prima puntata confermava le speranze ben riposte, strappando un sostanziale pareggio con il programma di Canale 5 (anche se il numero di ascoltatori era di poco inferiore). Purtroppo, però, il sabato successivo tra i concorrenti si registrava l’assenza di Mietta causa Covid e la conseguente polemica, mal gestita a livello di comunicazione, finiva per appannare l’immagine del talent di Milly Carlucci. Che, continuando a flettere, ora si trova a 3,6 punti percentuali di distacco da quello di Canale 5 (21,8 contro il 25,4%).

Difficile dire che cosa riserverà il futuro ai telespettatori della Rai, quando Coletta ne dirigerà l’intrattenimento di prima serata di tutte le reti. Qualcosa si può immaginare per l’immediato futuro del pubblico di Rai 1. Negli ultimi anni, il primo gennaio aveva riscosso notevole successo Danza con me di Roberto Bolle. Stavolta, però, il direttore aveva voglia d’innovare. Alla presentazione dei palinsesti di luglio, aveva quindi annunciato per i sabati di gennaio, a partire proprio da Capodanno, quattro puntate di Meraviglie di Alberto Angela. Sfortunatamente non aveva previsto il diniego del conduttore, restio a confrontarsi con C’è posta per te della solita De Filippi. Incapace di imporsi, come in passato aveva fatto Teresa De Santis, convincendo Angela al duello del sabato sera peraltro con esiti dignitosi, Coletta sta facendo marcia indietro per ripristinare la serata di gala di Bolle. Mentre per i restanti sabati di gennaio si sta lavorando a un’edizione Nip di Tale e quale show, condotto da Carlo Conti. Quanto a Meraviglie, verrà programmato durante la settimana.

Tutto bene, dunque? Mica tanto, confidano i beninformati in Viale Mazzini. Perché, mentre le altre reti subiscono drastici tagli, per il valzer del palinsesto di Rai 1 servirà un extrabudget che potrebbe sfiorare i 4 milioni (500.000 a puntata per Tale e quale show e 1,8 milioni per Danza con me).

 

La Verità, 10 novembre 2021

«Siamo in missione contro il politicamente corretto»

Sono i Blues Brothers italiani. Provocatori. Sfrontati. Irriverenti. Pio D’Antini e Amedeo Grieco da Foggia, in arte Pio e Amedeo, coppia comica più dissacrante del bigoncio. Uno scafato e cicciottello, l’altro mimetico e allampanato, un po’ come il duo del leggendario film di John Landis. In quest’anemica primavera, la loro Felicissima sera, show con ospiti musicali e non, gag e monologhi travolgenti, si è rivelata felice anche per l’audience di Canale 5. Il momento sa di consacrazione perché questi trentacinquenni pugliesi mettono d’accordo grande pubblico e critica blasonata al punto che ci sarebbe quasi da insospettirsi…

Come siete diventati quello che vediamo in tv?

Pio: «È stata una bella cavalcata. Finalmente abbiamo il tempo giusto per esprimerci liberamente. Prima facevamo incursioni di pochi minuti, tranne in Emigratis, dov’eravamo tutti e due cattivi. Questo è un varietà diverso, antico ma futurista».

In che senso?

Pio: «Facciamo e diciamo cose che nessuno ha ancora fatto e detto».

Cosa vi davano da mangiare i vostri genitori?

Amedeo: «Quello che avevamo in casa, non c’era tanta scelta».

Pio: «Di solito, la sera quello che avanzava dal pranzo. Lo spaghetto diventava frittata di spaghetto».

La ricetta era la semplicità?

Amedeo: «La semplicità è il segreto di tutto, spettacolo compreso. Semplicità vuol dire proporre qualcosa di accessibile e comprensibile a tutti».

La semplicità deriva dalla povertà?

Amedeo: «Quella aiuta molto perché devi far funzionare l’immaginazione per ottenere quello che vuoi. Diciamo che in certe condizioni alleni bene la creatività».

Sempre parlando della gavetta, avete avuto qualche maestro nascosto?

Pio: «Foggia non ha una particolare tradizione comica. Siamo abbastanza genuini e originali».

Mai incrociato Checco Zalone da Bari?

Amedeo: «Abbiamo lo stesso produttore cinematografico. Non credo che Luca (Medici, vero nome di Checco Zalone ndr) sia incline a dividere la scena. Ci siamo professionalmente sfiorati, lui ha bisogno di un palco tutto suo».

Però la comicità è affine.

Pio: «Si fonda sulla scorrettezza e sulla verità. Il vero delle cose è la nostra madre ispiratrice. Checco ha sempre fatto cose finte, con un copione, al cinema e in tv. Noi vere fino in fondo: a Emigratis e Felicissima sera improvvisiamo situazioni non concordate con gli ospiti. Amiamo andare oltre il copione».

C’è stato qualche incontro di svolta nella vostra carriera, a parte quello recente con Maria De Filippi?

Amedeo: «Il primo. Eravamo ancora animatori turistici quando il direttore di Telefoggia, Attilio De Matteis, ci vide a una serata per festeggiare la promozione di una squadra di calcetto: “Perché non fate un programma in tv?”. Non ci avevamo mai pensato, il nostro sogno era il teatro. Quel primo spettacolo in tv ci ha portato fino alle Iene».

A scuola come andava?

Pio: «Io frequentavo ragioneria, Amedeo lo scientifico. Eravamo entrambi rappresentanti d’istituto. Organizzavamo finti scioperi per far incontrare ragazzi e ragazze».

I vostri professori erano esauriti?

Pio: «Abbastanza. Mi vanto di essermi candidato appositamente per sfinire il preside, che andò in pensione un anno prima. I professori erano esauriti da lui, un esaurimento a catena…».

I professori sono stati i suoi mandanti.

Pio: «In un certo senso. Ero un piccolo Che Guevara pugliese»

Da allora si è moderato.

Pio: «Ero una testa calda da ragazzino, ma ogni tanto l’indole riemerge».

Invece Amedeo?

Amedeo: «Mai stato rivoluzionario. Partecipavo agli scioperi per vedere le ragazze, era una rivoluzione opportunistica».

Parlando di scuola, per quanto tempo avete frequentato quella dei villaggi turistici?

Pio: «Sette-otto anni. I nostri amici ci andavano in vacanza, noi a lavorare. Abbiamo iniziato a 16 anni. Presto saremmo diventati una coppia. D’inverno mettevamo insieme le gag estive per gli spettacoli nei teatrini».

Dove nasce la sfrontatezza?

Amedeo: «Non abbiamo l’esigenza di piacere a più gente possibile, ma a noi stessi. Manteniamo questa onestà intellettuale anche sul palco, parlando come la gente comune perché siamo gente comune».

La vostra è la tecnica dell’altalena: il monello e il bravo ragazzo, uno accelera e l’altro frena?

Amedeo: «È un po’ un escamotage per poter dire tutto. In realtà, Pio fa finta di frenare».

E invece sottolinea ulteriormente?

Amedeo: «Pio fa il verso ai bravi presentatori. Siamo in missione contro il perbenismo. Il programma è come un film con una sceneggiatura, è uno show innovativo rispetto allo schema classico del comico e della spalla».

C’è una situazione o un momento della giornata che stimola maggiormente la vostra vena?

Pio: «Di notte ci vengono le gag più divertenti. Anche se, a volte, la mattina dopo ci chiediamo perché ci facevano ridere».

Il politicamente scorretto è un copione o ci credete davvero? Ci fate o ci siete?

Amedeo: «Ci siamo, perché ci piace dire le cose come stanno. C’è un conformismo che ha preso la strada del bavaglio: ormai non si può dire più niente. Come si può tenere a freno due come noi che hanno fondato tutta la carriera sulla scorrettezza?».

Il dubbio può venire perché passate dalla gag più insolente alla commozione, per esempio per la lettera a papà Federico nella quale si parlava della morte della mamma di Amedeo.

Pio: «Abbiamo scelto di spiazzare mettendoci a nudo davanti al pubblico con i nostri dolori personali raccontati da Maria. Così abbiamo iniziato la prima serata con la nostra storia. Per poi dedicarci solo a mettere in mezzo gli ospiti».

In una tv popolare c’è posto sia per la risata sgangherata che per la commozione?

Amedeo: «È un racconto sincero, si chiama varietà per questo. È un grande buffet nel quale ognuno prende quello che vuole, il dolce, l’amaro, il salato».

Anche davanti al video di Viva l’Italia vi siete commossi: siete così patriottici?

Pio: «Al di là di essere fieri italiani, quel video coglieva un sentimento particolare. Ognuno di noi ha vissuto una tragedia a causa del Covid. Il nostro era un pianto di rabbia perché non vediamo l’ora che si torni alla normalità. Noi italiani siamo giocherelloni, privarci della libertà è una sofferenza per tutti».

Nella prima serata una festa di matrimonio con balli, trenini e abbracci è stata un bell’assembramento: nessuno ha detto niente?

Amedeo: «Nessuno. Comunque, avevamo preso tutte le misure. È stata una scelta ponderata andare incontro a possibili critiche perché volevamo sottolineare il senso di normalità che manca».

Un varietà così ai tempi del Covid è un antidoto alle quarantene e alle facce cupe dei virologi e del ministro che smentisce il suo cognome?

Amedeo: «È una provocazione che vuole trasmettere un profumo di normalità. La gente è stanca di vedere queste facce e ascoltare previsioni che hanno perso credibilità perché ormai è chiaro che nessuno sa veramente come andrà a finire. Nel frattempo tutti abbiamo voglia di ricominciare a vivere».

Pio: «Noi siamo il bicchiere d’acqua durante una corsa affannosa e accaldata».

Dove vedete di più il politicamente corretto?

Amedeo: «In tv, ovunque».

Il record di correttismo?

Pio: «L’unico appuntamento fisso dello show è la parodia delle interviste di Fabio Fazio, una vera summa. L’ospite di ieri sera è stato Achille Lauro».

La prima cosa che gli avete chiesto?

Amedeo: «Pio gli ha fatto una domanda nel classico linguaggio faziano sul suo modo di vedere la sessualità tra le possibilità gender, fluid, trans… Al che io ho tagliato corto: a lei piace la figa sì o no?».

Pio: «Ovviamente io mi scandalizzo: questo non è il tipo di domande che di solito poniamo nel nostro programma, però ormai gliel’ha fatta, quindi risponda…».

E come se l’è cavata Lauro?

Amedeo: «È stato in difficoltà perché si è visto un triplo salto mortale sul concetto di trasgressione».

Concetto da revisionare?

Pio: «Assolutamente. La normalità è la cosa più trasgressiva. Abbiamo cancellato i tatuaggi di Lauro e cantato insieme una versione di Rolls Royce che si è intitolata Fiat Punto».

La vostra è una comicità qualunquista?

Amedeo: «Credo che sia l’ultima accusa possibile. Comunque, se qualunquismo vuol dire arrivare al grande pubblico lo considero un complimento».

Risparmiate i politici e vi concentrate sui vip.

Pio: «Ci adattiamo al momento. Non è più il tempo delle barche a vela a Gallipoli e delle nipoti di Mubarak. Adesso i politici fanno i simpatici, prima c’era una distanza che rendeva più accattivante la satira. Ora andiamo sui temi. Come il sistema fiscale italiano, l’appello per gli aiuti ai piccoli commercianti, il rapporto uomo-donna rivisitato da noi».

Dopo Tiziano Ferro e Gino Paoli chi saranno i prossimi bersagli?

Pio: «Ieri sera è toccato a Greta Thunberg e Celentano che si è esposto sull’ambiente. Poi c’è stato il processo di modernizzazione di Claudio Baglioni».

In vacanza su un’isola deserta con Michela Murgia, Lilli Gruber o Concita De Gregorio?

Amedeo: «Con Lilli Gruber perché voglio vedere com’è fatta dal mezzobusto in giù. Non sarà una figura mitologica come un centauro?».

Pio: «Anch’io con la Gruber, almeno mi dà qualche notizia. Nemmeno io l’ho mai vista in piedi…».

Come pensate di ripagare Maria De Filippi?

Amedeo: «Essendole riconoscenti a vita. È stata una mamma, una sorella, una compagna».

Chi è il comico che più vi ha fatto divertire?

Pio: «Massimo Troisi, ancora adesso».

Amedeo: «Dal vivo Gigi Proietti, gli bastava muovere un sopracciglio per far sbellicare. E Troisi, certo».

Prossimo progetto?

Pio: «Finire Belli ciao, il film che avevamo iniziato a girare prima dell’ultimo lockdown. L’abbiamo scritto con Gennaro Nunziante».

Il regista di tutti i film di Zalone, tranne l’ultimo.

Amedeo: «Gennaro è un maestro, andiamo molto d’accordo. Se tutto va bene uscirà il primo gennaio 2022, con Fremantle e Vision Distribution».

La storia?

Amedeo: «È una storia che anticipa quello che accadrà».

Pio: «Siamo due amici nati nello stesso paese, ma Amedeo è attaccato alle radici e rimane in Puglia, io sto a Milano per conquistare il mondo a ogni costo. Saremo uno contro l’altro».

 

La Verità, 24 aprile 2021

La cattedrale del mare, kolossal dal pensiero forte

Con La cattedrale del mare, serie spagnola in otto episodi suddivisi in quattro serate, Canale 5 sceglie la via del dramma storico (martedì, ore 21,45, share dell’11.23%, 2,6 milioni di telespettatori). Ci troviamo nella Spagna del XIV° secolo, quartiere Ribera di Barcellona, zona di pescatori, dove arrivano Bernat Estanyol (Daniel Grao) e il figlioletto neonato Arnau (Aitor Luna). Si sono lasciati alle spalle una serie di tragedie, culminate con il rapimento della madre e moglie ad opera del violento signore locale. Il piccolo Arnau non ha mai visto il volto della mamma, così quando cresce il padre lo educa alla devozione alla vergine Maria. Piegati da tanta sofferenza i due vengono accolti dalla sorella di Bernat, sposata a un vasaio in piena scalata sociale. Ma poco alla volta, fra maltrattamenti e mortificazioni, con impegno e rettitudine, Bernat e il figlioletto riescono a stabilire rapporti di stima e solidarietà con la gente del posto. I pescatori sono impegnati a erigere una grande chiesa, orgoglio della popolazione, dedicata alla Madonna del mare. Opera nella quale Arnau si butterà con la passione e l’ardore della giovinezza, prima nei panni dell’umile portatore di pietre, poi finanziando il completamento della costruzione, ma finendo per scontrarsi con l’Inquisizione.

Tratta dall’omonimo romanzo di Ildefonso Falçones, avvocato che esercita a Barcellona, bestseller da milioni di copie tradotto in tutto il mondo e pubblicato in Italia da Longanesi, prodotta da Atresmedia e Netflix con Diagonal tv, La cattedrale del mare narra la storia della costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar durata oltre mezzo secolo (1329-1383) tra contrasti, guerre, schiavitù, epidemie, intolleranza religiosa e spirito ribelle proprio della terra di Catalogna, già allora insofferente al potere. Con oltre 2.500 comparse, duemila costumi, 220 animali e l’80% delle riprese in esterni, assistiamo a un racconto kolossal, suddiviso in quattro grandi capitoli (Servi della gleba, Servi della nobiltà, Servi della passione, Servi del destino). Un racconto adatto a una serie epica, dalla scrittura schietta e semplice come un sorso d’acqua fresca, che dosa sentimenti di ribellione, orgoglio e riscatto degli umili, fede religiosa e arrivismo sociale, lealtà e oblique ambizioni. Niente di particolarmente innovativo sul piano della confezione. Ma una storia rassicurante e dal pensiero forte, in grado di trasmettere almeno qualche certezza, in un momento in cui se ne vedono poche.

 

La Verità, 21 maggio 2020

I tesori del Vaticano a misura di telespettatore

Ora, a cose fatte, ci si chiede come mai nessuno aveva pensato prima a una visita alla scoperta delle meraviglie e dei segreti della Città del Vaticano. Si intitolava Viaggio nella Grande bellezza il documentario proposto da Canale 5 e mai titolo è sembrato più adeguato (mercoledì, ore 21,40, share del 12.4%, 2,3 milioni di telespettatori). I 44 ettari del piccolo Stato costituiscono una concentrazione di tesori artistici e architettonici imparagonabile con qualsiasi altro territorio del pianeta. Dunque, la domanda è lecita: perché, avendo a portata di telecamera una realtà tanto straordinaria, nessuno aveva provato a farsi aprire le tante porte delle stanze, dei musei, degli archivi e dei giardini vaticani? Forse la risposta va rintracciata nello sforzo produttivo che la visione di questo speciale documentario, realizzato da Rti in collaborazione con RealLife Television e Vatican media, fa intravedere. E che, per guidare il telespettatore in questo sbalorditivo percorso, ha portato Cesare Bocci a svelarci ogni angolo e ogni anfratto della Santa Sede, dalla Basilica di san Pietro alla Cappella Sistina, luogo dei misteriosi conclavi, dal palazzo Santa Marta, residenza di Francesco, fino a Castel Gandolfo, dove vive Benedetto XVI, dalla cupola eretta da Michelangelo alla tomba di san Pietro, consultando, tra gli altri, il cardinal Angelo Comastri, vicario per la Città del Vaticano, monsignor George Gänswein, prefetto della Casa pontifica, Barbara Jatta, direttore dei Musei vaticani, Andrea Tornielli, direttore del dicastero per la Comunicazione e l’archeologo Umberto Broccoli.

Proprio la scelta di Cesare Bocci, il Mimì Augello del Commissario Montalbano anche conduttore su Tv2000 di Segreti, i misteri della storia, particolarmente assorto davanti alla Deposizione di Caravaggio, suggerisce l’obiettivo che stava a cuore ai dirigenti Mediaset. Non l’illustrazione erudita del critico d’arte, ma l’accostarsi rispettoso della persona comune a tanta bellezza di fronte alla quale, probabilmente, lo sguardo corretto è quello dell’umiltà e dello stupore. Anche con l’inevitabile rischio del ricorso alle iperboli («La piazza più famosa del mondo»; «La chiesa più grande del mondo»; «Un luogo unico che ha in sé tutta la potenza della storia e della bellezza»), pur sempre documentate da fatti e numeri. Un viaggio splendido, con l’unico neo, forse, di una musica un po’ ridondante, che rischiava di appannare una fruizione più profonda di tanta meraviglia. Un viaggio che stimola a intraprenderlo nella realtà.

 

La Verità, 20 dicembre 2019

Con Non mentire la fiction di Mediaset cambia passo

È un significativo cambio di passo quello che fa registrare Non mentire, nuova serie in sei episodi e tre serate di Canale 5, remake della britannica Liar – L’amore bugiardo, ben diretta da Gianluca Maria Tavarelli e prodotta da Indigo Film. Non più le squadre antimafia e i tredicesimi apostoli della Taodue, né le soap finto torbide con Gabriel Garko, ma la storia di una violenza, presunta o reale, su una donna, trattata con linguaggio contemporaneo. È vero, siamo al tempo del Me too e l’idea potrebbe sembrare una concessione al mainstream da happy hour. Ma per quanto visto finora sembra che il racconto, i tempi, la tensione, la recitazione e l’ambientazione, una Torino luminosa e affascinante, riescano a evitarle la trappola del luogomunismo (domenica, ore 21,35, share del 15.48%). I protagonisti sono Laura Nardini (Greta Scarano), una professoressa di liceo appena separata dallo storico fidanzato (Matteo Martari), e Andrea Molinari (Alessandro Preziosi), un chirurgo affermato, vedovo e benestante, molto ambito dalle donne. È la sorella di lei (Fiorenza Pieri) nonché infermiera di sala operatoria al fianco di Molinari a farli incontrare. Dopo una cena con vista sul Po i due finiscono a casa di lei nell’attesa di un taxi che non arriva e, tra un calice e una confidenza, inevitabilmente a letto. La mattina dopo lui manda un sms gentile per la «bellissima serata», lei si sveglia confusa, sicura di esser stata stuprata. A complicare la situazione, il figlio di Molinari è uno studente della presunta vittima. Per entrambi, gli sguardi di colleghi e conoscenti si fanno sempre più insinuanti, soprattutto dopo che, non creduta dagli investigatori, Laura posta su Facebook la storia della violenza con tanto di nome del colpevole.

L’astuzia della narrazione imperniata su precisi rimbalzi dalla versione di lui a quella di lei, intercalate dai fatti realmente accaduti, fa ondeggiare il telespettatore da una parte all’altra. Se c’è un minimo appunto da fare è, forse, l’eccessiva circolarità dell’intreccio, in qualche caso a svantaggio della sua credibilità. Oltre al figlio di lui allievo di lei, l’ex fidanzato di Laura, un poliziotto che s’intromette nelle indagini, ha una relazione parallela con la sorella che si prodiga per aiutarla. Del resto, il titolo è Non mentire e tutto fa pensare che, inoltrandosi, di menzogne e doppiezze se ne scopriranno parecchie. Finora la bilancia pende dalla parte del bel chirurgo, ma al di là di questo ciò che più conta è capire se il racconto manterrà l’equilibrio della tensione o confluirà passivamente nel largo fiume del Me too.

 

La Verità, 19 febbraio 2019

«Dio, Romina e l’Italia: vi racconto la mia vita»

Com’è l’Italia vista da Cellino San Marco?

«Sono due. La prima è quella dell’infanzia e dell’adolescenza fino a 17 anni, quando frequentavo le magistrali prima di andarmene a Milano, dove ho scoperto che l’Italia era una di nome e tante di fatto».

E la seconda?

«È l’Italia di oggi, un Paese in formazione. Sostanzialmente ci sono un Sud e un Nord e, nonostante l’emigrazione, siamo ancora alla ricerca di un equilibrio. Se ne vanno cervelli e manodopera. Quante volte, da ragazzo, sono andato a salutare amici che partivano su treni così pieni che mi fecero venir voglia di partire anch’io».

Nella grande cucina della casa di Al Bano Carrisi, davanti a un tavolone in legno circondato da una panca, il fuoco del camino in pietra riscalda la sera. «Con il fuoco acceso l’inverno è meno inverno», riflette. Dopo un lungo inseguimento, l’artista che ha appena festeggiato i suoi 55 anni di carriera musicale ha accettato di farsi intervistare, ritagliando una serata tra i tanti impegni e andirivieni da Cellino.

Come nasce il nome Albano?

«Durante la guerra, quando combatteva in Albania, mio padre ebbe una licenza per malattia. Arrivato a casa i miei fecero la famosa fuitina, si sposarono e mia madre rimase incinta. Una volta tornato in Albania le scrisse: “Se sarà maschio chiamalo Albano, sarà la nostra fortuna”».

Preveggente.

«Mio padre era un tipo particolare. Il nonno si chiamava Angelo e tutti i figli diedero il suo nome al loro primogenito. Lui no».

Che mestiere facevano i suoi genitori?

«Erano contadini come la maggior parte dei cellinesi. Eravamo in quattro con mio fratello, più il mulo. Molta miseria, un mondo dal quale volevo scappare».

Come le venne l’idea di cantare?

«La ereditai da mia madre che cantava nei campi, benissimo. Anche mio padre cantava. Poi a due passi da qui, a San Pietro Vernotico, viveva Domenico Modugno. Seguivo alla radio le sue orme canore, il suo folk, che rendeva musicali le espressioni degli ambulanti. Come Lu pisci spada. Sentivo la passione per il canto prima ancora di avere coscienza della mia voce. Erano gli altri a incoraggiarmi».

Finché partì per Milano.

«Ero convinto che fosse la meta giusta per me. E non sbagliavo. Mio padre aveva detto che mi avrebbe fatto partire se avessi trovato qualcuno di cui fidarsi che mi avrebbe fatto da guida. C’era un ragazzo delle nostre parti che viveva a Varese. Iniziai lì, ma presto mi spostarono a Milano a dipingere le porte di un palazzo in costruzione. Finii a mangiare pane e ananas per una settimana».

Pane e ananas.

«Esattamente. Il padrone non pagava e con le ultime mille lire in tasca entrai alla Standa. Vicino alle scatolette di carne Simmenthal c’erano delle cose marroni tondeggianti che non avevo mai visto. Pensavo fosse un tipo di carne meno costosa. Ne comprai una piccola scorta e quella settimana andò così. Ma capii la lezione».

Che era?

«Se il problema è la fame, troverò lavoro in un ristorante, lì ci sarà da mangiare… In uno davanti al Duomo cercavano un aiuto cuoco. Non ancora diciottenne, non ero mai entrato in un ristorante. Pensavo: basterà mettere la legna nel fuoco in cucina. “Non è così terùn”, rispose il padrone, “però hai una faccia simpatica e ti prendo lo stesso”. Davo i volantini ai passanti, pulivo la cucina e le sale. La sera mi facevano aiutare a preparare la pizza. Imparai presto».

Poi?

«Ho lavorato anche sei mesi di fila senza riposi, ma stavo bene. Milano era vitale. Mandavo a casa 15.000 lire al mese, lo stipendio era di 25.000, le altre dieci mi servivano per la pensione. Vivevo con le mance».

Quando iniziò a cantare?

«Conobbi il maestro Pino Massara che mi fece fare un provino da Adriano Celentano. Iniziarono i primi concerti. Poi Settevoci con Pippo Baudo e il primo Festival di Sanremo, cose che abbiamo ripercorso nello show di Canale 5».

E i suoi genitori?

«Erano contenti. Nel 1967, l’anno di Nel sole, mandai a mio padre l’assegno del primo contratto con la Emi: 8 milioni».

Suo padre non era debole di cuore.

«Capì che le cose stavano cambiando».

Gli anni Settanta furono un trionfo?

«Mi sposai con Romina. Poi iniziarono le tournée all’estero. Quando ne accettai una in Spagna mi criticarono. Ricordo una telefonata di Gianni Minà: lì c’è la dittatura. Ma io ci lavoravo bene mentre in Italia c’era il terrorismo, si aveva paura a camminare per strada».

Perché la Puglia è terra di artisti? Lei, Celentano che però è nato a Milano, Modugno, Renzo Arbore, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Checco Zalone, Michele Placido…

«Il grande Tito Schipa… i Negramaro, Emma. Secondo me ci siamo influenzati l’un l’altro. Il canto e la musica ci pervadono. Poi siamo gente che ama viaggiare e i cantanti di successo partono, girano il mondo, tornano. Ancora oggi faccio 260.000 miglia di aereo l’anno. Lassù è il posto dove mi vengono le idee migliori. Durante le lunghe trasvolate per l’Australia o il Giappone trovo ispirazione. Sarà perché si è più vicini a Dio…».

È superattivo: show in tv, tournée…

«È il mio mestiere. Per fortuna continuano a chiamarmi. Il 2019 è già quasi tutto pieno. Andrò in Romania, Corea del Sud, Russia e ancora in Cina».

Perché ha fatto centro il family show su Canale 5?

«Siamo un gruppo di persone che ha il fuoco dell’arte dentro. Nessuno sbava per il successo a tutti i costi, ma quando abbiamo l’occasione buona la sappiamo cogliere. Cristèl è disinvolta, lavora da tanto con me. Come titolo avevo proposto Tre passi nel sole. Poi sono diventati 55 come gli anni della carriera che volevo festeggiare appoggiandomi sugli amici e gli eventi della mia famiglia».

Aveva voglia di archiviare un periodo di preoccupazioni per la salute?

«Vedo tante persone che fanno le vittime e desiderano solo farsi compatire. Io detesto il piangersi addosso».

Al successo del suo show ha giovato anche il fatto di arrivare dopo il cartoon di Celentano?

«Ho rispetto e gratitudine per Adriano. Nei primi anni a Milano mi ha quasi adottato. Qui, nella masseria, ci sono le vie e le piazze, ne intitolerò una a lui. E un’altra a Modugno».

Nello show si è vista una parte della famiglia. E l’altra?

«La famiglia è sacra dal primo all’ultimo nato. Però Romina non vuole intromissioni nella sua vita artistica e anche Loredana la pensa allo stesso modo. Quindi mi divido nel rispetto delle esigenze dell’una e dell’altra».

Ha parlato di una sorpresa in arrivo, di cosa si tratta?

«Il 20 maggio prossimo (giorno del compleanno di Al Bano ndr) dovrebbe andare in onda un docufilm. Una troupe di Endemol mi segue da mesi, prima nelle tournée all’estero poi anche qui, nella vita di tutti i giorni. Ci saranno i figli di Loredana e lei, se vorrà».

Com’è andato il tour mondiale con Romina?

«Abbiamo avuto successi ovunque. Io divido la mia attività artistica da solista, quando vogliono il solista, e in coppia, quando vogliono la coppia».

Lei vive?

«A Los Angeles, con Romina Jr».

E Loredana Lecciso?

«A Lecce. Tra due caratteri forti è meglio mettere qualche chilometro».

Preferisce i concerti dal vivo o la televisione?

«I concerti, per il contatto con il pubblico. La tv serve per promuoversi, considerato che ti vedono milioni di persone».

Quest’anno niente Sanremo.

«L’ultima volta mi hanno escluso, mentre Di rose di spine era una bellissima canzone. Vorrei tornare nel 2020. Sanremo è importante, è conosciuto all’estero, passa tutto da lì».

Con la sua voce avrebbe potuto cantare di più il blues?

«Ma lo canto. Come canto l’opera. Nel 1968 ebbi grande successo con Il Mattino di Leoncavallo. E grande successo ha avuto un album intitolato Concerto classico con opere di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Fryderyk Chopin. Mi piace anche il folk. Nei concerti propongo una varietà di generi».

Ammette che sia difficile immaginare un rapporto solo professionale tra lei e Romina Power?

«Io sono trasparente. Mio padre e mia madre mi hanno innestato l’onestà dentro e la manterrò sempre. La riunione artistica con Romina non l’abbiamo voluta né io né lei, ma un impresario russo. Per la festa dei 70 anni eravamo al Cremlino. C’erano Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri, Gianni Morandi, Pupo, i Matia Bazar… L’impresario disse che gli sembrava giusto ci fosse anche Romina. “Se vuoi provarci, provaci”, dissi. Ma ero sicuro che non sarebbe venuta. Invece, accettò, non so grazie a quale argomento».

Anche economico?

«Non me ne sono interessato, lo giuro sui miei figli. I tre concerti erano già sold out. Abbiamo abbassato di un tono le canzoni. Lei avrebbe voluto di due, ma io ho tenuto il punto».

La causa della vostra separazione è la scomparsa di Ylenia?

«Già prima c’era qualche difficoltà. Era inquieta, anche lei non capiva bene perché. La scomparsa di Ylenia ci aveva un po’ riavvicinato. Alla fine ha deciso così».

Le stava stretto il posto?

«Ma no… Mi aveva convinto lei a tornare qui, si era innamorata di queste terre. Qui non c’era niente, né l’elettricità né il telefono. Ho costruito tutto io, con i gruppi elettrogeni. Ho speso tanti soldi, ma quando c’è l’amore tutto diventa favola».

Qualcosa si era rotto?

«Sì, non è stato facile. Mi spiace che non abbia accettato la vita che mi sono fatto dopo. Come fa a non rendersi conto che tutto è derivato dalla sua scelta di cambiar vita!».

Le donne vogliono l’esclusiva.

«Io vorrei ci fosse armonia. Ma rispetto e vado avanti senza paure, sempre con il mio motto».

Che è?

«Voglio essere il problema per i problemi. Ce ne sono sempre di problemi, ma con me trovano filo da torcere…».

Il fuoco continua a emanare calore. Come le parole di Al Bano, che esprimono un’intelligenza profonda e solida, nata dalla terra, provata dalla vita vissuta e dall’attaccamento alle radici. «Vuole che su quelle braci mettiamo a cuocere della carne?». Si alza, apre il frigorifero, estrae la carne, inizia a tagliare, mi vieta di aiutare…

Come si ricomincia a vivere dopo la scomparsa di una figlia? A cosa ci si aggrappa?

«È una tragedia che non risolvi mai del tutto. Io la vivo cristianamente».

Cosa vuol dire?

«Se uno è cristiano sa che anche a Dio hanno ammazzato un figlio. Gliel’hanno messo in croce. Allora ho capito che anche a me poteva succedere di perdere una figlia. In realtà, è stata la prima volta che sono andato contro Dio».

Come?

«Quando hai sempre fatto il tuo dovere di cristiano non riesci a capire… I miei anni Novanta sono stati tragici. Mio padre perse la vista, dissero per un infarto del nervo ottico. Voleva farsi fuori: da uomo iperattivo ora doveva essere aiutato ad andare al bagno. Gli parlavo di Ray Charles e Stevie Wonder, artisti che facevano divertire la gente. Quando iniziò ad ascoltare Radio Maria pian piano si rappacificò. Nel 1994 ci fu la tragedia di Ylenia. Poi Romina se ne andò. Non riuscivo a dormire, avevo le bambine piccole…».

E contestò Dio.

«Ero pieno di rabbia. Protestavo contro il cielo. Ma dentro di me sentivo che stavo sbagliando».

Viene in mente Giobbe.

«La pazienza non mi è mai mancata. Anche adesso, prima di uscire di casa, ogni giorno me ne faccio un bel carico. Le cose nuove che succedono mi sembrano un déjà vu».

Nell’autobiografia del 2006 ha lasciato bianche le due pagine dedicate a Romina e Loredana: lo rifarebbe?

«Lottai con gli editori per mantenerle bianche».

Motivo?

«Era una difesa dal gossip diventato insopportabile. Ho visto tanto squallore. Un telegiornale arrivò ad accusarmi di aver nascosto mia figlia in casa per farmi pubblicità».

Ha cantato davanti a Vladimir Putin.

«Tre volte. Lo farò ancora in agosto a Tokio».

Com’è nato il rapporto con il presidente russo?

«Nel 1986, durante una tournée in Russia, feci 18 concerti a Leningrado e altri 18 a Mosca. In uno di questi era presente anche lui, allora capo del Kgb. Il giorno dopo venne in albergo per complimentarsi. Poi nel 2004 ho cantato al Cremlino per festeggiare il Capodanno. Allo stesso tavolo c’erano Putin e la sua famiglia e Boris Eltsin e famiglia. È stata una grande festa, con i rappresentanti di tutte le religioni, cattolici, ortodossi, copti, musulmani, segno che, quando si vuole, la convivenza pacifica è possibile. Nel novembre scorso, invece, alla festa del centenario del Kgb, tanti cantanti, e anch’io, abbiamo intonato ognuno due canzoni».

Che cosa apprezza di questa persona?

«Dopo Michail Gorbaciov la Russia stava declinando, non c’erano più soldi. Eltsin ha iniziato questo rinascimento e Putin l’ha consolidato».

Le libertà sono tutelate?

«Vedo che si respira. Poi, certo, l’unica perfezione del mondo è l’imperfezione. Qualche nemico ce l’ha anche Putin. Però ha saputo mantenere intatto il corpo sociale della Russia, non permettendo ad altri di invadere i suoi campi».

Mai parlato di politica?

«Mai, è sempre blindato».

Di recente è stato ricevuto al Viminale da Matteo Salvini: una visita solo per affari con la Cina?

«Gli imprenditori cinesi che vendono i miei vini volevano incontrarlo perché avevano notato che il 50% del mercato vinicolo è in mano ai francesi, mentre gli italiani hanno solo il 5%. Volevano sensibilizzare il governo italiano per cambiare questa sproporzione. Ho accettato di fare da mediatore per questo incontro. Pochi giorni dopo il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio è andato in Cina… Penso di aver fatto un buon lavoro in favore dei vini italiani, non necessariamente i miei».

Nella polemica tra Salvini e Claudio Baglioni, poi rientrata, ha preso le parti del ministro dicendo di conoscere la situazione dei migranti per esserlo stato. Che differenza c’è con quelli di oggi?

«Noi scappavamo da un destino che sembrava ineluttabile: la vita dei nostri genitori. Io quella vita non la volevo fare. Una volta sentii mia madre dire che in tutto l’anno si erano spaccati la schiena per 800.000 lire lorde. Si faceva la fame».

E oggi?

«Ci vuole un po’ d’ordine con questa ondata di migranti. Non solo per noi, ma anche per loro. Scappano da una morte sicura per affrontarne un’altra quasi sicura. Chissà che cosa promettono a questi poveri emigranti che attraversano i Balcani, lo stretto di Gibilterra e il Mediterraneo. Vogliono una nuova vita e spesso trovano la morte. L’Europa deve intervenire unita: l’Italia non può farsi carico da sola di questa emergenza. Pensiamo a quello che è successo in Siria. L’Isis tagliava le teste ai civili e nessuno interveniva. Abbiamo lasciato uno spago troppo lungo a quella situazione».

Che cosa le piace di Salvini?

«Mi sembra che stia mantenendo il programma annunciato in campagna elettorale. Ha trasformato la Lega in un partito nazionale. Non ho mai fatto parte di un partito sebbene abbia ricevuto tante proposte. La politica non è il mio forte. Ma dal momento che gli italiani hanno scelto – come in passato con Berlusconi e Renzi – se c’è da fare qualcosa di positivo la faccio. Pur senza appartenere. Quando viaggio e vedo gli exploit di Paesi come la Polonia o la Spagna a confronto con la mia Italia sto male. Tutto questo litigare dalla mattina alla sera non rende merito a una delle più belle terre del mondo. Sapere che Roma era comandata dalla mafia di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati è avvilente».

Nuoce o giova a Salvini il fatto che lo vogliano processare per la vicenda della nave Diciotti?

«Sono curioso di vedere quale sarà la reazione degli italiani».

Per chi ha votato alle ultime elezioni?

«Non glielo dirò mai. Voto per i politici che mi sembrano positivi per l’Italia. Abbiamo visto che fine hanno fatto sia la destra che la sinistra».

In passato chi apprezzava?

«Per tanti anni qui a Cellino c’è stato un bravo sindaco comunista, come facevo a non votarlo?».

Se le dico Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi?

«Sono stati grandi politici. Però Andreotti fu accusato di connivenze mafiose e trattato come un delinquente. Craxi è morto in esilio. Di Berlusconi avevo grande fiducia, ma è evidente che governare in Italia non è facile. Tutto sommato non glielo hanno lasciato fare».

È stata una delusione?

«La delusione c’è stata… Perché l’Italia è diventata ingovernabile».

Che cos’è la fede per lei?

«È la mia coperta d’inverno, la mia acqua nel deserto. È una certezza cresciuta negli anni. Tanti poteri passati in Italia appartengono solo alla storia. Quello della Chiesa è tuttora vivo e vegeto perché afferma il bene, l’amore, la pace e l’umanità partendo dalla persona di Gesù Cristo e dei santi che lo imitano».

Ha detto di avere ancora molti progetti da realizzare, me ne sveli uno.

«Con la Publispei, insieme a Lino Banfi stiamo preparando una fiction in sei episodi per Rai 1. Poi reciterò il ruolo di uno strano mafioso in Le nostre vacanze romane, una produzione italo-turca».

Che cosa le dà speranza oggi?

«La voglia di vivere con la fede che mi porto addosso. La voglia di affrontare tutto ciò che c’è da affrontare. Con il mio motto… Le piace la carne?».

 

La Verità, 3 febbraio 2019

C’è Celentano smaschera sia C’è Grillo che Adrian

Il flop dei telepredicatori. La serata no dei guru. La caduta dei venerati showman. Beppe Grillo e Adriano Celentano, in onda in contemporanea e in concorrenza, sono sprofondati entrambi. Uno su Rai 2, l’altro su Canale 5: 4.34% di share (poco sopra il milione di telespettatori) per C’è Grillo, 11.88% (poco più di 3 milioni) per la prima parte di Adrian (la seconda cala di un milione e un punto di share). Fine di un’epoca, svolta storica, cambio di stagione? Una cosa è certa: di fronte alla comune e già complicata quotidianità, apocalissi, sciagure planetarie, catastrofismi, utopie e distopie varie non sono più di moda. Non lo sono i loro profeti, soprattutto se, come in questo caso, si esprimono con linguaggi datati e formule anacronistiche.

L’altra sera, facendo zapping da un canale all’altro sembrava di essere improvvisamente tornati indietro di un ventennio. Sulla rete diretta da Carlo Freccero c’era il comico genovese pre fondazione M5s che sghignazzava su Una storia italiana, opuscolo elettorale di Silvio Berlusconi, anno domini 2001. O, addirittura, con un altro tuffo nella macchina del tempo, sfotteva, sardonico, il viaggio di Bettino Craxi in Cina con corte al seguito. Preistoria, rivista oggi: inevitabili i bassi ascolti. Su Canale 5, tra un amplesso e l’altro, un orologiaio supereroe combatteva a colpi di arti marziali i poteri forti di una dittatura di stampo orwelliano. Solo che, anziché essere nel 1984, ci si doveva credere nel 2068: brutta storia se un fumetto fantascientifico risulta vecchio o persino vintage come sta accadendo ad Adrian. Insomma, due show stanchi e che denunciano l’età. È il malinconico destino che accomuna i due telepredicatori: il fatto di essere degli ex.

Solo che le similitudini finiscono qui. Perché tra il format realizzato con immagini d’archivio da Rai 2 e lo show celentaniano più atteso della storia della televisione italiana le differenze sono tante e sostanziose. C’è Grillo, per esempio, è costato 30.000 euro in tutto. E solo perché il suo protagonista ha rivendicato lo sfruttamento dei diritti d’immagine delle esibizioni realizzate in Rai. In secondo luogo, il risultato di audience è stato solo di poco inferiore alla media di rete, attorno al 6% di share. Malgrado ciò, pochi minuti dopo la pubblicazione dei dati di ascolto, il folcloristico dem Michele Anzaldi, ha chiesto la testa del direttore di Rai 2, twittando: «Freccero senza vergogna aveva giustificato la serata dicendo che serviva a far crescere ascolti, invece ha trascinato la sua rete in fondo alla classifica Auditel: ora si dimette?». A corto di argomenti, gli uomini del Pd non sanno più a cosa attaccarsi. E un’audience appena inferiore alle attese diventa pretesto per chiedere le dimissioni di un dirigente. Nell’autunno del 2016 non si ricordano analoghe richieste di dimissioni per il direttore di Rai 1 dopo la messa in onda di Dieci cose, il programma ideato e realizzato da Walter Veltroni che si fermò all’11% (2,3 milioni di telespettatori), uno dei minimi storici dell’ammiraglia Rai. Dal canto suo Freccero ha respinto al mittente le critiche e le richieste di dimissioni, attribuendo la défaillance alla presenza di Luigi Di Maio su Rete 4, ospite di Quarta Repubblica di Nicola Porro: «Il Di Maio politico ha battuto il Grillo non politico. Questo la dice lunga sulla mia indipendenza e su quanta differenza c’è tra il mio lavoro e il lavoro politico del M5s. Se fossimo “pappa e ciccia” avrei chiesto a Di Maio di non fare concorrenza a Grillo». Fine della querelle.

Più grave risulta l’involontario effetto rétro dello show di Celentano. A parte i costi sanremesi delle serate – si parla di 20 milioni – le rinunce a catena dei partner (Teo Teocoli, Michelle Hunziker, Ambra Angiolini) e le prese di distanza di Milo Manara, qui il Molleggiato e il Clan hanno proprio perso la scommessa con il tempo. La faccenda dispiace maggiormente pensando al fatto che il protagonista di show come Francamente me ne infischio e Rockpolitik era sempre stato un grande anticipatore, un perfetto interprete dello zeitgeist. Ora sta tentando di raddrizzare la baracca, provando a giocare sul fatto di aver consapevolmente «sabotato gli ascolti di Canale 5» e accettando di cantare (sempre struggente Pregherò). Ma che tutta l’impostazione sia datata lo confermano anche gli sgangherati monologhi di Natalino Balasso e soprattutto di Giovanni Storti, che ha paragonato i pullman degli sgomberi dei migranti dei giorni scorsi ai treni delle deportazioni degli ebrei ad opera dei nazisti.

Paradossalmente, proprio il confronto con C’è Celentano, trasmesso da Rai 2 a inizio gennaio – stesso format di C’è Grillo ma con il protagonista di Adrian – smaschera le debolezze dei due show paralleli. Le canzoni e i duetti del Molleggiato riviste quella sera (14.38% di share, quasi 3 milioni di spettatori) conservavano freschezza e attualità di momenti rappresentativi di una storia. Qualità che le gag del comico genovese, identificate con un’èra politica archiviata, e il cartoon del Molleggiato, troppo ambizioso e in realtà datato, non possono avere.

 

La Verità, 30 gennaio 2019

Il family show di Al Bano è una boccata d’ossigeno

Ossigeno puro. Come quello che si respira in certi pomeriggi di montagna. Sono pochi in Italia in grado di reggere un family show, di trasformare in varietà la propria storia senza eccedere in egocentrismi. Al Bano Carrisi sì, può farlo. Lo si è visto l’altra sera su Canale 5, rete reduce dal deludente Adrian di Celentano, anche questo una biografia musicale, quanto diversa. Il confronto se lo aggiudica 55 passi nel sole, show in due serate (la seconda il 30 gennaio) per celebrare la carriera dell’artista di Cellino San Marco. Prima che negli ascolti (18.3% di share, 3,4 milioni di spettatori), la sentenza è nei contenuti e nella misura. Un gala elegante nella forma e popolare nella sostanza, schietto come il suo protagonista. «Io sono le mie canzoni», dice Al Bano entrando in scena, «sono storie che nascono dal cuore. Questa è la mia vita». Come dire: uno che ci mette la faccia, dritto per dritto. Dopo gli infarti e i malori ha di nuovo voglia di cantare e di calcare le scene, come dimostra il tour mondiale insieme a Romina Power, tappe in Cina, America, Medio Oriente, Europa. La voce e lo spirito sono sempre gli stessi.

Lo studio è disegnato su la strada dei 55 passi, uno per ogni anno di carriera. Il family show è in Cristèl Carrisi, la figlia maggiore esordiente alla conduzione che tiene la serata dosando l’ego del padre. È in Romina jr, coinvolta nei promo e negli stacchi. È in Al Bano e Romina seduti a un tavolo che sono il format nel format. Proprio nella «family» è il segreto. Nel mettersi in scena per ciò che si è, con la propria travagliata storia. Tutti insieme sul palco ad accompagnare Felicità remixata con J-Ax. Lo show parentale diventa amicale e vive di tanti momenti diversi. Il momento Sanremo, con Pippo Baudo a ripercorrere i festival, dal primo di entrambi, anno 1968, quando spunta l’Al Bano blues di La strada, autori Gene Pitney e Mogol. Il momento nazionalpop dei Ricchi e Poveri, Toto Cutugno e Pupo. Ancora il blues, con Alex Britti alla chitarra. Il momento emigranti con Lino Banfi, dalla Puglia a Milano e, a seguire, il momento genitori-figli, sottolineato dalla poesia di Khalil Gibran e le foto «di quando eravamo tutti insieme», anche con Ylenia. Bussa ancora sconfina nel rock, prima dell’omaggio al Celentano di Soli e Azzurro. Infine, la dedica di Giuliano Sangiorgi e Fabrizio Moro che, emozionatissimo, dimentica il testo di Portami via. Uno show spontaneo e misurato, senza pulpiti e intellettualismi, apprezzabile anche da chi non è un fan della prima ora. Avercene.

La Verità, 25 gennaio 2019