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Chiambretti, le sinergie e la necessità che si fa virtù

Forse non è vero, come dice, che dopo i sessant’anni si diventa più severi. Almeno, non lo è per lui quando è in diretta tv. Non si spiegherebbe altrimenti come Piero Chiambretti faccia buon viso ai ripetuti scippi aziendali cui Mediaset lo sottopone dirottando i protagonisti del suo Cr4 – La Repubblica delle donne su altri programmi (Rete 4, mercoledì, ore 21,30, share del 4.5%, 800.000 telespettatori). Era accaduto già alla seconda puntata di questa stagione con Iva Zanicchi e Cristiano Malgioglio, prelevati dal circo chiambrettiano per innestarli a All together now di Michelle Hunziker e J-Ax, per altro in onda in un giorno diverso, ma sull’ammiraglia Canale 5. Alla ripresa dopo la pausa natalizia, il buon Piero si è trovato orfano di Alfonso Signorini e Antonella Elia, due spalle tutt’altro che secondarie, rispettivamente conduttore e concorrente strategico del Grande Fratello vip.

Furti, prestiti, sinergie aziendali, chiamatele come volete. Consumato professionista del varietà e delle porte girevoli dei grand hotel, Chiambretti non se l’è presa più di tanto, facendo di necessità virtù e inventandosi altre brillanti idee. Come quella di una rubrica copernicana: nel format tutto trasgressione e zig zag su gender e dintorni, ha sparato in apertura di serata una situazione, intitolata «La Repubblica delle bambine», con una manciata di under 10 appollaiate su sgabelli rosa e sollecitate a commentare i fatti del giorno. E raggiungendo, proprio con questa trovata, l’apice della trasgressione. Qualcuna delle bimbe distillava innocenza, qualcun’altra s’imbambolava suscitando comicità e tenerezza insieme. Sembrava di essere tornati a DiMartedì della sera prima dove, sulle sardine schierate e vezzeggiate da Giovanni Floris, maramaldeggiava, sornione, Alessandro Sallusti. Chiambretti, invece, è stato dolce e comprensivo. Del resto, la verve abrasiva del conduttore è il lievito del format e si adatta ai diversi interlocutori, come dimostra anche il lungo duetto con Zanicchi, efficace sparring partner in quanto detentrice di una verve altrettanto ironica, ma più terragna, che dà il meglio di sé al momento delle fatidiche pagelle (memorabile il 4 a Lilli Gruber di qualche puntata fa). Con «l’Aquila di Ligonchio», però, protagonista di parecchie interviste e ospitate in occasione del recente e festeggiatissimo compleanno, un filo di stizza è trapelata dai toni del conduttore. Incerto se essere buono o severo, sarà mica diventato geloso?

 

La Verità, 25 gennaio 2020

«Quell’accento sul mio nome è introvabile»

Piero un po’ mi rovina la carriera. Sa com’è… “Ah, lei è la mamma di Chiambretti…”, e addio poesia. Insomma, la mamma prevale sulla poetessa e la prosa sulla poesia. Devo rassegnarmi». Ci riesce?

«Devo farlo: lui è anche il mio editore», scherza ma non troppo la signora Felicita Chiambretti, alla quinta raccolta di poesie appena approdata in libreria. Si intitolano Farfalle di verso, con la numerazione successiva dei volumi. Libriccini raffinati, poesie brevi, un po’ ermetiche. Elegante poetessa, la mamma di Chiambretti è una signora pronta alla battuta ma fiera della propria indipendenza. Mi riceve nella sua casa di Torino, dove vive in compagnia di una festosa Chihuahua, di nome Minni.

Il suo nome, signora, invece da dove viene?

«Ce l’aveva una mia zia, sorella di mio padre».

Chi erano i suoi genitori?

«Mia mamma si chiamava Natalina e faceva l’infermiera. Mio padre, Giovanni, lavorava nell’industria meccanica».

Sorelle, fratelli?

«Due sorelle, una è ancora viva. Ero la primogenita».

Felicita era un augurio senza l’accento?

«A volte mi chiamavano Feli, però io insistevo per il nome completo, perché annuncia qualcosa che va oltre».

Com’era il rapporto con i suoi genitori?

«Non andavamo d’accordo. M’incolpavano sempre di qualcosa, ero convinta che non mi amassero».

Addirittura.

«Sì, quest’idea si è radicata in me fino a determinare una rottura».

Il rapporto si è ricomposto quando è diventata adulta?

«Non proprio. Fino a quasi 20 anni ho vissuto ad Asmara, poi sono venuta in Italia. Loro sono rimasti lì, con le mie sorelle».

Fino a vent’anni sempre con loro?

«In prima media ho voluto andare in collegio perché non stavo bene. Erano poco affettuosi, non ricordo che mi prendessero in braccio o mi premiassero per qualche buona azione. Dalle suore mi trovavo bene, anche loro erano severe, però il giusto».

Che suore erano?

«Comboniane, la casa madre è a san Pietro in Cariano, vicino a Verona, ogni tanto ci andavo a trovare suor Giandomenica».

Anche da loro ha deciso di staccarsi?

«Sono venuta in Italia da sola, a 19 anni. Ero incinta. Mi hanno mandato qui e io ci sono venuta volentieri. Sono andata ad Aosta, dalla nonna materna che viveva con la zia».

Che lavoro faceva?

«Ero segretaria all’Alleanza assicurazioni a Moncalieri. Prima giravo le filiali, poi mi sono stabilita a Torino».

Com’è cresciuto Piero?

«Viveva con me. Stavamo bene insieme. Quando è morta la zia, la nonna è venuta con noi e si prendeva cura di lui. Per me era tutto, anch’io ero una mamma severa».

Che figlio era?

«Era andato a Londra, poi sulle navi da crociera teneva degli spettacoli. Aveva fatto il Dams a Bologna, non era certo studioso. Diceva che la sua mente anticipava quello che stava per dire il professore. Era indisciplinato, con quell’ironia che ha anche adesso nel suo lavoro».

Quando ha scoperto la poesia?

«Già da giovane leggevo gli scrittori inglesi del Settecento, mi piaceva molto John Keats. Poi mi sono avvicinata agli americani del Novecento».

Tra gli italiani?

«Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo di Ed è subito sera».

Quando ha ha iniziato a scrivere?

«Quando sono andata in pensione non potevo restarmene inattiva. Ho pensato di riprendere la poesia, di studiarla… Scrivo perché mi leggano, ma è soprattutto una catarsi personale, per quello che tiro fuori da me stessa. Adesso ci aiuta anche l’editore Franco Cesati di Firenze. Il guadagno non è per me, ma per gli ospedali e le onlus. Quelli che hanno letto i miei libri, anche i critici, dicono che sono molto belli».

La destinazione dei fondi la decide prima o dopo aver composto le sue liriche?

«La decido alla fine. Mi faccio consigliare da persone di cui mi fido. Ho aiutato la ricerca sul cancro e dei centri ospedalieri».

Chi è Antonello cui dedica questo quinto volume?

«Un carissimo amico, un filosofo, figlio di Tony De Vita. Ci siamo conosciuti a dei corsi di buddismo, ha scritto tutte le prefazioni».

Dell’ultima ho capito quasi niente.

«È un professore di lettere molto bravo».

Un filo astratto?

«Ha una mente libera. Quest’ultimo libro è più difficile e più introspettivo degli altri. Riflette il periodo complicato dal quale sono uscita, un anno di malattia, a letto, quasi senza mangiare».

Ha sofferto di depressione?

«No, è cominciato tutto una sera che sono andata alla trasmissione di Piero. Ricordo che c’era ospite Fabrizio Corona. Mi sono sentita male, forse è stata un’ischemia… un embolo mi ha fatto perdere anche l’udito da un orecchio».

Perché non mangiava più?

«Non avevo fame, soffrivo allo stomaco. Mangiavo un po’ di mandorle, anche bere bevevo poco. Mi sono fatta visitare da un oncologo… Invece, il cardiologo mi ha rimproverato perché non l’ho consultato, ha detto che mi avrebbe fatto delle flebo, ma io non volevo che mi portassero in ospedale. Stavo sempre a letto».

Poi che cos’è successo?

«Non so. Abbiamo seguito una terapia omeopatica a base di erbe, niente di chimico. Poco alla volta ho ripreso a mangiare e ho cominciato a stare meglio».

Le poesie risentono di questa esperienza? Nella dedica a De Vita scrive che è giunta con lui «ad amar l’oscurità».

«Lui è più saturnino io sono più solare. Queste poesie sono difficili anche a livello filosofico e religioso. È stata un’esperienza drammatica, non amavo più nessuno, sentivo la morte vicina. Ancora adesso non sto bene del tutto, porto un pacemaker, ho problemi alla spina dorsale. Ma mi sento protetta dall’alto…».

In che modo?

«Credo in qualcosa che è oltre noi. Una realtà trascendente, non mi chieda se è il Dio cristiano, musulmano o ebraico. Ho avuto una vita strana, in questi mesi ho pensato tanto alla morte. Volevo andare sottoterra, ma ora ho deciso che mi farò cremare».

In «Misteriosamente me stessa» scrive di non avere certezze di chi sia veramente e accenna a «fiocchi di neve» intravisti nella camera oscura.

«Sono risonanze interiori, sentimenti ancestrali. Dopo una malattia così, tante convinzioni si sono smarrite. È come se l’anima si fosse svuotata. Incombe la paura».

In un’altra poesia parla di un passato incompatibile rispetto al presente segnato da «abiure di amici dal cuore ingannevole». Ha avuto delusioni da persone care?

«Ho allontanato tante persone che trovavo ingannevoli. Mi parlavano in un modo e si comportavano in un altro. Non sono una che si autocommisera. Anche quando io e il padre di Piero ci siamo lasciati non ho pianto. È che non accetto le ipocrisie. Vedevo persone non trasparenti, così mi sono tolta il sovrappeso».

Un’altra citazione: «Non riesco a spiegarmi per quale motivo il fuoco sia più potente dello spirito che si è dichiarato onnipotente».

«Il fuoco è l’inferno che è più potente dello spirito».

Vince l’inferno?

«Magari in me. C’è un senso di disperazione, la paura della fine. Lo scrive anche De Vita nella prefazione: “Come ogni realtà terminale acquista coscienza quando un decorso arriva alla fine”».

Sono poesie percorse dalla disillusione?

«È un libro che rispecchia un momento triste. Non sono tutte pessimiste anche se c’è sempre una vena di malinconia».

Quando scrive?

«Di notte, anche fino alle 5. Poi vado a dormire».

Che cosa le dà il buddismo?

«Dice che la sofferenza dev’essere eliminata. Mi aiuta a non attaccarmi ai desideri e ai beni materiali, al denaro. Perché si può perdere tutto».

Quando Piero iniziò ad aver successo e lei lo mise in guardia dicendo che il padre avrebbe potuto farsi vivo, lui come le rispose?

«Disse: “Io non conosco nessuno, ho una madre che mi ha fatto anche da padre”».

Il padre era ad Asmara?

«Sì. Lavorava all’università Cattolica. Non si è più fatto vivo, ma nemmeno io con lui».

Che cosa le piace di più dei programmi di suo figlio?

«Piero è un professionista. So quanto si impegna e quanto ci mette, anche a casa lavora, scrive. Se uno dà uno sguardo ai palinsesti, scappa. Io guardo solo Piero. Mi piace molto lo studio, la scenografia mobile. Oggi è peggiorato tutto, è scaduta anche la lingua italiana, l’informatica uniforma tutto».

E cosa le piace di meno?

«Qualche volta scappa la parolina, ma non è così grave. È l’insieme che conta. Piero è un professionista, potrebbe insegnare tv».

Fra tutti i suoi programmi qual è il suo preferito?

«Il Laureato mi piaceva molto, quando faceva le interviste… E anche Markette».

Da donna indipendente che cosa pensa del femminismo?

«Per alcune battaglie è stato importante. Abbiamo vissuto sempre sotto il potere dell’uomo e ancora adesso non abbiamo ottenuto la piena parità nelle professioni e negli stipendi».

Condivide tutte le azioni delle donne?

«Salvo quando eccedono e diventano maschi. Gli eccessi non vanno mai bene. Oggi non ci sono più le femministe, sostituite da tutte quelle sigle complicate che neanche si capiscono. Le donne devono conquistare ancora degli spazi, ma ci vuole equilibrio, altrimenti si rischia di peggiorare».

Che cosa le suscita il Natale?

«Una certa malinconia. Per me si fa troppa festa, il consumismo rischia di cancellare il senso del sacro dalla nostra vita. Lo dico da credente non praticante».

Perché malinconia?

«Al pensiero che ci sono tante persone anziane come me, sole».

Mentre lei è fortunata e devolve l’incasso dei libri a chi ha più bisogno.

«Certo, ma si vorrebbe fare di più».

Con chi lo trascorre il Natale?

«Con Piero, la nipotina, mia sorella e sua figlia. Poche persone, ci scambiamo i regali. Pranziamo insieme, quasi sempre a casa di Piero».

Prepara lui il pranzo?

«Piero? A malapena sa farsi il caffè, è sempre vissuto in giro. A volte andiamo in uno dei suoi ristoranti…».

Una volta Piero mi ha detto che la felicità è un’idea inventata dalla Chiesa, concorda?

«Io dico che non esiste, non esiste in questo mondo».

È difficile aggiungere l’accento al suo nome?

«Non c’è e non ci può essere. Mi basta Felicita».

 

La Verità, 22 dicembre 2019

«Ora la vera provocazione è essere normale»

Piero Chiambretti, fa sempre lo stesso programma?

«Sì, non cambio niente per cambiare tutto».

L’opposto del Gattopardo: lei che animale è?

«Qualcuno mi vede come un panda, qualcun altro come un carlino. Siccome la mia carriera è nata con l’acquisto di un cocker, potrei essere un cocker. Purtroppo, non Joe Cocker».

Con un cast così eccentrico potrebbe essere anche un domatore di animali?

«Più che domatore sono domato dal cast. Animali di razza».

Oppure è un burattinaio che muove i suoi pupazzi pronunciando quel «là» come se tirasse un filo invisibile?

«È così. Cerco di usare due linguaggi, quello verbale e quello visivo, che ne formano un terzo, che è poi quello che arriva al pubblico. Nella speranza che ne capisca almeno uno».

Con rinnovato entusiasmo, da un paio di settimane Piero Chiambretti è tornato al centro di CR4La Repubblica delle donne su Rete4. Di rinnovato c’è anche il contratto con Mediaset, altri due anni: «Due alla volta posso arrivare a 100; i contratti si rinnovano, la vita finisce», chiosa, dolceamaro. Così, però, si è spento il suono delle sirene che saliva dai palazzi Rai, ma soprattutto dai lidi di La7 che l’ha corteggiato a fari spenti. Nella tv berlusconiana è contento, tanto più ora che, dopo tre anni di trasferta romana, è tornato a registrare a Milano con un budget più rotondo e carta bianca su tutto.

Lei è nella manica di Piersilvio Berlusconi?

«Tutti lo siamo se lavoriamo qui».

Il programma si chiama La Repubblica delle donne, vi occhieggia Greta Thunberg e la bellezza è rappresentata da una ballerina nera: insegue le mode?

«La ballerina nera era solo nella prima puntata. Nella seconda parleremo di amore, poi cambieremo ancora. Se qualcuno intravede un orientamento è sempre traslato, oltre i luoghi comuni. Parlando di donne, Greta non si può non citare per il suo impegno. La sua immagine prevalente è con l’ombrello, io la rappresento solare».

Iva Zanicchi che dà 4 a Eugenio Scalfari per aver travisato Bergoglio, le rivelazioni intime delle gemelle Kessler, Malgioglio in gabbia come un uccello, lei che chiede alle ministre se hanno paura della morte: ospiti o membri del cast sono capitoli di un racconto?

«Provo a fare tv d’autore dentro una tv commerciale, sempre stando attento al gusto pop. È il mio stile. Avere libertà è una bella garanzia, altrimenti non saprei difendermi in caso di errori. Sarebbe più frustrante sbagliare su input di un altro. Sfido a trovare in Italia una rappresentazione televisiva come la mia. Ci sono tante imitazioni, ma prevedono l’originale».

Le sue donne sono compatte dalla parte del Me too?

«Non credo. Nella scorsa stagione Alessandra Cantini si tolse le mutande a mia insaputa e sostenne che le donne non sono vittime, ma artefici di certe situazioni. Scoppiò un putiferio e ho avuto conferma che non bisogna mai finire in mezzo a donne che litigano. Io mi addestro con l’osservazione di mia figlia Margherita di 8 anni, una ragazzina informata, ironica e intelligente più dei maschi».

E lei cosa pensa del Me too?

«Sono tranquillo, nella mia vita non ho mai fatto un’avance che non fosse una battuta ironica. Né ho mai sfruttato il ruolo di capocomico per secondi fini».

Nella prima puntata c’erano Drusilla Foer, Cristiano Malgioglio e Alfonso Signorini: che cos’è per lei la normalità?

«Come dice Amanda Lear, oggi il vero provocatore è l’impiegato di banca, talmente ordinario da risultare provocatorio».

La diversità è sovrarappresentata?

«La tv è lo specchio della realtà, il nostro programma è uno specchio rotto».

Essendo rotto consente un bel margine.

«Ogni puntata fa storia a sé. Nelle prossime, per esempio, si alzerà la quota rosa e si abbasserà la quota cipria».

Nel borsino dei social abbiamo visto Jennifer Aniston, Diletta Leotta, Chiara Ferragni e, unico maschio, Matteo Salvini, come mai?

«Salvini non è una donna, ma dal punto di vista dei social tra lui e Diletta Leotta non c’è nessuna differenza perché entrambi postano, hanno followers e vogliono piacere. Il discorso si fa più interessante se si circoscrive alla politica e si confrontano Salvini, Zingaretti e Renzi. Qui le differenze sono più evidenti».

Gli altri programmi della rete lo hanno spesso ospite.

«Rete 4 è il quartier generale del salvinismo. In mensa e nei camerini girano gatti e gente che beve mojito. Io non l’ho mai incontrato, l’ho invitato l’anno scorso, ma poi gli impegni, più suoi che nostri, hanno complicato l’ospitata».

Teme La Repubblica delle donne?

«Non credo, anzi…».

Le piace la nuova versione di Mario Giordano?

«L’ho visto poco però sono contento per lui. Pochi mesi fa era nella lista nera, aveva perso la direzione di un tg e si sussurrava potesse andare in Rai. Trovarlo ora allungato e vincente mi fa piacere. Chi lavora in tv non può mai dare nulla per scontato perché non ci sono garanzie né sindacati che ti difendono. Da ragazzo temevo le interrogazioni, oggi ogni volta che vado in video mi sembra di fare un esame di laurea».

Il tentativo di rivitalizzare Adrian e lo show di Celentano è stato accanimento terapeutico televisivo?

«Ognuno fa il proprio gioco, i critici criticano e Celentano fa sé stesso, con la sua voglia dire delle cose. Al di là degli errori commessi, con una storia come la sua, tanti a 83 anni avrebbero cominciato ad amministrarsi per proteggere nome e reputazione. Dobbiamo ammirare il suo coraggio di mettersi in gioco, preferisco un disastro di successo che un timido tran tran che non crea mai sorpresa».

A Celentano ha detto che è l’antenato di Greta. Che, a sua volta, è seguace di chi?

«Forse del colonnello Bernacca e del meteo».

Viva RaiPlay! è il programma più innovativo dell’anno?

«Non lo so. Quando sento la parola innovazione mi viene la pelle d’oca».

Non le piace la tv multipiattaforma?

«L’innovazione vorrei vederla nello stile e nel linguaggio più che nel cambio di piattaforma. Poi certo, insistendo su certi tasti, diventano familiari a tutti».

Ha visto Carola Rackete da Fabio Fazio?

«Non seguo la tv».

Prego?

«Cito Gianfranco Funari: facciamo tv per non guardarla. Non è snobismo, non la guardo per non essere influenzato da quello che fanno gli altri. Così posso illudermi di avere avuto una grande idea, ignorando che magari è in onda su tutti i canali».

Come vede le sardine?

«Mi sembrano un movimento che può far bene alla democrazia. Un movimento di opinione com’erano all’inizio i 5 stelle che, con tutto il rispetto, sono andati fin troppo lontano».

Sono fiancheggiatrici dell’establishment?

«Non saprei, stiamo attenti alle etichette. Sono nate in rete, l’importante è che non finiscano irretite».

Sua mamma scrive ancora poesie?

«Altro che, a Natale uscirà il quinto libro. S’intitolerà Farfalle di verso, il ricavato andrà in beneficenza».

L’editore?

«Finora ero io, per questo non ha sfondato. Adesso ci siamo affidati a Franco Cesati, un editore di Firenze, molto raffinato e presente online».

Quanto frequenta i social?

«Mediamente Instagram, poco Facebook. Più che altro ci sto per mostrare i backstage, postare delle frasi. Preferisco l’osservazione esterna».

È sessista la campagna per il Salone Margherita di proprietà della Banca d’Italia che vuole venderlo e che si conclude con la promessa di avere in omaggio Valeria Marini?

«Ma no, è un gioco… Valeria ce la teniamo ben stretta perché è un valore aggiunto anche nella versione taroccata o ritoccata. È la testimonial del nostro appello al ministro Dario Franceschini perché salvi il teatro».

Piacerà ad Aldo Grasso?

«Non lo leggo da una quindicina d’anni».

È torinista come lei, Giordano, Massimo Gramellini e Mattia Feltri.

«Spero che rimanga tale. Pochi ma buoni, ci vogliamo tutti bene…».

Sarà nella giuria di Sanremo Giovani con Pippo Baudo, Paolo Bonolis e Carlo Conti.

«Non basta invitare i giovani per fare una tv giovane. Per questo hanno scelto noi».

Dopo i sessant’anni si diventa più rigidi o più fluidi?

«Per quanto mi riguarda, più rigidi, più critici e autocritici. In una parola, più severi».

Tranne che in tv?

«Già, ma è solo televisione».

 

Panorama, 4 dicembre 2019

 

Asia e Fabrizio, propellente per tv di plastica

«Andiamoci piano, io Fabrizio l’ho visto due volte. Dico: due volte». Asia Argento vorrebbe tenerla bassa, ma risulta difficile da ospite d’onore di CR4 – La Repubblica delle donne, il talk tempio del gossip di Piero Chiambretti che su queste cose ci si tuffa e, insieme ad Alfonso Signorini, ci ha costruito l’ultima tranche di carriera (Rete 4, mercoledì, ore 21.25, share del 4.36%). Fabrizio, non tutti son tenuti a saperlo, è Corona: tra lui e Asia è scoccata indomita passione, come documenta la cover di Chi in edicola. I due si sono incontrati e trovati, uniti dalle ingiustizie che hanno subito, affinità vedremo quanto elettive. Argento, per esempio, non ha ancora metabolizzato il licenziamento «via mail» dalla giuria di X Factor per una cosa che assicura di non aver fatto.

Sebbene i neoamanti si siano visti appena due volte, la serata di Rete 4 veleggia su retroscena della relazione, estremi che si attraggono, tecnica dello scoop e messaggi social commentati dalle «ministre» del governo Chiambretti, in verità eterogeneo assai, oltre che dall’immancabile Cristiano Malgioglio. Ci sono molteplici aspetti da sviscerare e angoli dark da illuminare. Il Fabrizio che ha conosciuto Asia è una persona così diversa da quella vista al Grande Fratello Vip, «qualcosa l’avrà fatto arrabbiare». E allora, per difendere l’idea verificata di persona di «un uomo intelligente e profondo e che ha sofferto», meglio cambiare canale imbattendosi proprio in quel X Factor da cui è appena stata licenziata. Che disdetta. La story però è succulenta e ricca di connessioni, a cominciare da quella con il movimento Me too, per proseguire con il ricatto dell’ex attore prodigio Tommy Bennett e il rapporto con il masterchef suicida Anthony Bourdain… Sulla faccenda si pronunciano anche padre e madre. Comprensivo Dario Argento, caustica Daria Nicolodi, di cui viene mostrato il pungente tweet, omettendo però la replica della figlia che dal cristallino pulpito impartisce lezioni di buona condotta, prima di trincerarsi nella privacy.

Insomma, il prodotto da supergossip è rifinito con i fiocchi e ci sarà tanto da scrivere. Asia e Fabrizio sono una manna, il contraltare di Albano e Romina Power. Ora che anche la liason tra Matteo Salvini e Elisa Isoardi è svanita ce n’è più che mai necessità e un’accoppiata più propellente, apoteosi del maledettismo patinato, era difficile immaginarla. Per Signorini e Chiambretti è un invito a nozze irrinunciabile. Ma il risultato è una televisione prevedibile e carnevalesca, più rivolta verso ieri che proiettata al domani.

La Verità, 9 novembre 2018

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

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Chiambretti a «Matrix»: meno circo ma poca convinzione

La prima notizia è che non c’è Cristiano Malgioglio, almeno per ora. Ma la seconda è che c’è ancora il cromatologo Ubaldo Lanzo che, quanto a eccentricità, ha pochi rivali. Alla fine però pare, meglio dirlo con cautela, che il classico circo di maschere di Piero Chiambretti sia stato ridimensionato. Ci guadagna il racconto, o come si dice oggi, la narrazione di Matrix Chiambretti, nuovo esperimento di rotocalco leggero in cui il conduttore ha… un filo conduttore (Canale 5, venerdì, ore 23.30, share dell’8,42 per cento). Certo, c’è sempre l’ammiccamento gossipparo tipico della pruderie chiambrettiana, le foto di donnine, i magazine e i social voyeuristi che impazzano sul web come un tempo sui tavoli dei parrucchieri. Se poi il protagonista della serata è il fresco ottantenne Lino Banfi, ecco che la connessione con gli anni d’oro della commedia scollacciata degli anni Ottanta non ha bisogno di un wi-fi troppo sofisticato.

Tuttavia, stavolta, c’è un tema centrale, venerdì sera era l’inferno (sulla scorta dell’uscita del film di Ron Howard), attorno al quale sono stati convocati gli ospiti, da Naike Rivelli a Patrizia De Blanck, da Lucrezia Lante della Rovere a Marina La Rosa, la Gattamorta del primo Grande Fratello, da Adamo Cirelli, «messaggero degli angeli», alla scrittrice Isabella Santacroce. Lo sconfinamento nel borderline mediatico è compiuto. Per il resto, le interviste Chiambretti le ha sempre sapute fare. Quando alla buona documentazione, grazie al lavoro di Tiberio Fusco, si unisce la verve ironica del conduttore il risultato è sicuro. Si scopre da un omaggio a Dario Fo che Lino Banfi è autore di versi in rima e che al suo ottantesimo compleanno ha trovato modo di presenziare pure Virginia Raggi. Approfittando di Banfi, anche Mediaset mostra la qualità del suo archivio, la prima apparizione su Canale 5 del comico pugliese a Risatissima («Se devi andare a Canale 5 vai a Milano 2, se devi andare a Italia 1 vai a Milano 3, se devi andare da Berlusconi vai in Brianza»). Clemente Mastella compare nell’inedita veste di critico cinematografico alla Festa del Cinema di Roma. Provocato dal conduttore, Vauro commenta il presenzialismo di Matteo Renzi, «un uomo solo al telecomando?». «A Renzi io direi che è solo un uomo», taglia corto il vignettista satirico.

Insomma, gli spunti non mancano. Ma la sensazione è che per l’ex Pierino il marchio del programma, in sinergia con le serate condotte da Nicola Porro, sia un vincolo oltre che una via di fuga dalla parte più effimera delle sue produzioni recenti. Rimane il dubbio su quanto lui sia convinto di questa versione light.

La Verità, 15 ottobre 2016

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Il 4 luglio prossimo, una settimana dopo la Rai, anche Mediaset presenterà i palinsesti per la prossima stagione. I dirigenti della tv commerciale vorrebbero arrivare alla serata di gala con inserzionisti e giornalisti con tutte le loro cose a posto. I contratti con le star, s’intende. E allora, senza troppe Continua a leggere

I tempi supplementari di Che tempo che fa

Dopo la puntata dell’infelice intervista a Belén Rodriguez con gaffe collaterale nei confronti di Filippa Lagerback (“guardate chi ci siamo persi… io non ero presente al provino…”, mostrando quello alla showgirl argentina), domani sera Fabio Fazio torna con Che fuori tempo che fa (ospiti Claudia Gerini, Stefano Accorsi, Margherita Buy e Max Pezzali oltre  a Nino Frassica, Fabio Volo e Gigi Marzullo) e domenica con Che tempo che fa (Charlize Theron). Ormai i due programmi seguono registri diversi con gruppi di lavoro distinti. Solo Marco Posani e Massimo Martelli sono presenti in entrambi. Da quest’anno Michele Serra non fa più parte della squadra, mentre le altre firme storiche come Pietro Galeotti e Luca Bottura si dedicano all’edizione domenicale, con le interviste classiche. Nella versione rinnovata del “talk al tavolo”, che ha avuto anche l’apprezzamento di Campo Dall’Orto, cresce il ruolo di Veronica Oliva, mentre entrambi le edizioni (che fanno buoni ascolti) sono curate da Anna Lisa Guglielmi, figlia dello storico direttore di Raitre.

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Mediaset stringe sulla Raffaele prima che su Giletti Massimo Giletti non è una priorità di Mediaset. Lo stimato conduttore dell’Arena ha un contratto con la Rai che scade nel giugno 2017 ed è più che probabile che rinnovi. Il cruccio di Giletti è che vorrebbe essere considerato una firma di Raiuno, intestandosi qualche speciale, qualche approfondimento come in passato gli ha concesso Giancarlo Leone. Ma non sembra sia aria. Così si sta guardando intorno e non gli dispiace se lo si viene a sapere. Dalle parti del Biscione però, è più stringente la situazione di Virginia Raffaele, il cui contratto termina nel giugno prossimo, e per la quale si stanno mettendo a punto alcuni progetti. Attorno alla bella imitatrice, rivelazione dell’ultimo Sanremo, si alza il canto delle sirene, più ancora che per Maurizio Crozza. Lo sa bene Beppe Caschetto, agente di entrambi.

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Si sono dimenticati il direttore di Raiuno Lancio in grande stile un paio di giorni fa in Viale Mazzini per Laura & Paola, lo show di Raiuno che schiera Paola Cortellesi e Laura Pausini. Per la prima volta era sceso nella Sala degli Arazzi anche il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto. Il varietà era stato ideato durante la gestione di Giancarlo Leone, ma la conferenza stampa di presentazione è stata la prima uscita pubblica di Andrea Fabiano. Tuttavia, sulle grandi testate, dal Corriere della Sera a Repubblica, dalla Stampa al Giornale, da Libero ad Avvenire, il nome del nuovo direttore di Raiuno non è comparso. Svista collettiva, accordo censorio o semplice latitanza dell’ufficio stampa della rete?

Povero Pierino Stroncatura sul Fatto quotidiano del Grand Hotel Chiambretti su Canale 5. “Se i naufraghi si giudicano dal mare in cui sono finiti, allora non c’è dubbio, il peggior naufragio dell’anno è quello del Grand Hotel Chiambretti – ha scritto Nanni Delbecchi -. Che uno dei personaggi un tempo più geniali della nostra tv… si sia ridotto a fare il Biscardi dell’Honduras in una specie di processo del martedì con tanto di fasi salienti della puntata, è una cosa che prima fa tristezza e poi nient’altro, si è già cambiato canale”. Potrebbe essere Chiambretti il misterioso e “irriverente conduttore che ama la radio a cui verrà affidata nella prossima stagione televisiva una nuova striscia quotidiana su Raidue diretta da Ilaria Dallatana”, come scritto da Dagospia? Potrebbe: Chiambretti e Dallatana si conoscono fin dai tempi di Markette, prodotto da Magnolia per La7.

Quel duro di Mihajlovic Andrà in onda stasera alle 23 su SkySport1 e SkyCalcio1 (ma poi sarà disponibile on demand) una sorprendente intervista a Sinisa Mihajlovic, terza dopo quelle a Mancini e Donadoni, all’interno di Mister Condò – Gli allenatori si raccontano. Un dialogo oltre schemi e tattiche sul campo nel quale il tecnico serbo del Milan ha rivelato un inedito tratto umano: “Io un duro? Sono nato in un Paese dove bisogna essere duri non per scelta, ma per necessità di sopravvivere… Spesso dico che quando uno ha fatto due guerre non può avere paura di una partita di calcio. Sono pressioni che a me piacciono e io riesco a dare il meglio di me quando ci sono pressioni, perché per me il calcio è importante, ma è pur sempre un gioco, non è la vita”. Meno male…