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Sorrentino-Servillo e una grazia che sa di politica

Dicendolo in napoletano, la fregatura per Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la seconda o, forse, la prima coppia del cinema italiano per longevità e creatività (l’altra, molto competitiva, è quella formata da Gennaro Nunziante e Luca Medici/Checco Zalone) è che il Leone d’oro della Mostra di Venezia a un film sull’eutanasia l’aveva già preso l’anno prima Pedro Almodóvar con La stanza accanto. Inopportuno darne un altro quest’anno a un’opera sullo stesso tema. La grazia, da oggi in 500 sale cinematografiche, è un grande film con qualche difettuccio, uscito come un proiettile dalla testa e dalla penna del regista premio Oscar, autore unico anche della sceneggiatura, scritta già qualche anno fa e portata sul set solo nella primavera scorsa. Non ci fosse stato quel premio dell’anno prima, forse sarebbe emerso dal Lido con qualcosa più della Coppa Volpi per Servillo che, diciamolo, è bravo, certo, ma ormai, come in certe sussiegose interviste, tipo quella al Venerdì di Repubblica intitolata: «Che fai? Penso», più che interpretare recita – o celebra – sé stesso. Dietro l’ottima resa, a volte i lunghi e collaudati sodalizi hanno come effetto collaterale quello di non riuscire a fugare un retrogusto di déjà vu. Senza l’Almodóvar dell’anno prima, forse La grazia avrebbe potuto aggiudicarsi il Leone d’oro, e magari sarebbe approdato alle sale in tempo utile per competere per l’Oscar al miglior film straniero al posto del pur interessante Familia, già escluso dalla shortlist.
Tuttavia, un’opera così è sempre grasso che cola per il cinema italiano e per il dibattito sui grandi temi di attualità che il cineasta Sorrentino ha sempre il pregio di affrontare. Ad Aldo Cazzullo che lo ha intervistato ha detto che non era sua intenzione riportare l’eutanasia al centro dell’attenzione come invece suggerisce Avvenire, ma se il film «facesse da volano alla riapertura della discussione» ne sarebbe «orgoglioso». Alla Mostra di Venezia, invece, scegliendo il sottotono, ha ammesso di auspicare che il suo lavoro possa alimentare la riflessione sul tema, «ma non so se il cinema abbia ancora questo potere». Dubbio più che legittimo, sebbene per esempio il fresco primato assoluto d’incassi di Buen camino dimostri che ce l’ha, soprattutto quando è accompagnato dalla grazia della leggerezza, della semplicità e della capacità di parlare a tutti come ha la commedia firmata da Gennaro Nunziante e Luca Medici.
Restando nell’alveo del cinema intellettualmente più ambizioso – non dico d’autore perché anche Nunziante lo è alla grande – i precedenti in materia di eutanasia, oltre al citato Almodóvar sono numerosi e altisonanti, dal Denys Arcand di Le invasioni barbariche al Clint Eastwood di Million dollar baby, dal Marco Bellocchio di La bella addormentata sul caso di Eluana Englaro (sempre con Servillo) al François Ozon di È andato tutto bene. Questo per dire che il grande cinema è da sempre massicciamente schierato in favore dello staccare la spina e che le eccezioni come, per esempio, Brado di Kim Rossi Stuart, non godono delle stesse attenzioni.
La grazia di Sorrentino, si diceva, è un grande film con qualche difettuccio (un balletto pleonastico, qualche indugio autocompiaciuto) e momenti memorabili (la sfilata sul piazzale del Quirinale del presidente portoghese, le intemperanze dell’amica di De Santis interpretata da Milvia Marigliano, l’agonia del cavallo nelle scuderie del Quirinale). Soprattutto ha un’idea furba nella definizione del protagonista. Chi è davvero l’enigmatico Mariano De Santis, ritagliato sulle rughe di Servillo, il capo dello Stato ribattezzato «Cemento armato» che, giunto nell’ultimo semestre del settennato deve ugualmente firmare la legge sul fine vita e pronunciarsi sulle istanze di grazia di due detenuti? «Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani», è il vago identikit tracciato da Servillo al Lido quando l’hanno interrogato sull’identità del suo personaggio. Tagliando corto, è un misto di Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (molto meno individuabili i tratti del tradizionalista Oscar Luigi Scalfaro). In sintesi, De Santis è un Mattarano, o un Napolitella. Forse più il primo del secondo perché, pur essendo democristiano di appartenenza, alla fine, davanti al dilemma morale scelto come innesco narrativo, si comporta come un presidente di sinistra o post-comunista. Davanti alla figlia, l’ottima Anna Ferzetti, pure lei fine giurista, che lo sollecita a esaminare il dossier sull’eutanasia con la domanda «di chi sono i nostri giorni?», lui si arrovella nel dubbio amletico: «Se firmo sono un assassino, se non firmo sono un torturatore». Opposto «al narcisismo» e alla tendenza «a mostrare i muscoli» come denuncia Servillo, i nostri politici dovrebbero coltivare il dubbio. Non tutti però soddisfano l’attore protagonista perché se in materia si fanno «due passi avanti e tre indietro» allora no, non va bene, spiega nelle numerose interviste, dando alla campagna promozionale un tratto di opposizione antigovernativa. Insieme alla grazia come istituto giuridico concessa dal capo dello Stato a uno dei detenuti che ne fanno richiesta, il dubbio etico-filosofico è l’atteggiamento auspicato dal titolo: «La grazia è la bellezza del dubbio», dice il Papa con rasta e scooter (Rufin Doh Zeyenouin) a De Santis. Il quale, incalzato dalla figlia, lo risolve concludendo che «i nostri giorni sono nostri», distanziandosi dal titubante presidente democristiano interpretato fino a quel momento. Insomma, comportandosi più da Napolitano che da Mattarella.
Perché un uomo che abbia una formazione cattolica sa che non è così. Che i nostri giorni non sono nostri anche solo per il fatto che veniamo al mondo senza deciderlo. Ci troviamo fatti. E, se così è, non può essere nella legge di natura disfarci. E sa anche che, fra le tante, esiste la grazia divina che «trae bellezza dalle cose brutte» (Grace, U2). Che, però, non è contemplata nel copione di Sorrentino.

 

La Verità, 15 gennaio 2026

La monella che stregò il cinema e irritò la sinistra

Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.
Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo. La vita si costruisce sulle difficoltà, se non si muore prima». È arrivata a 91 anni, in una vertigine di fama planetaria, tentati suicidi e amori travolgenti, prima del ritiro nella «Madrague» di Saint-Tropez. Monella sensuale, sciupamaschi, preda bramata e invidiata. Irritante per i benpensanti, essendosi sempre definita di destra. Prima elettrice di Charles de Gaulle, poi sostenitrice del Rassemblement nationale. Non ha mai temuto di risultare divisiva. Come quando si è espressa contro «l’islamizzazione della Francia». O sul Covid, rivelando di non essersi vaccinata perché «allergica ai prodotti chimici», e definendo la pandemia «una benedizione, un’autoregolazione demografica» contro la sovrappopolazione del pianeta.
Brigitte Bardot è stata la più dirompente attrice del Novecento. Più magnetica di Claudia Cardinale. Più seducente di Catherine Deneuve. Più eversiva di Marilyn Monroe. Più selvaggia di Sophia Loren. Certamente meno intensa di alcune di loro. Tra i Cinquanta e i Settanta, la sua irrequietezza ingenua e maliziosa stregò intere generazioni di fan e i maggiori registi francesi, prima che la cupezza sessantottina soffocasse la rivoluzione beat e la dolce vita, asfaltando la spensieratezza dei bikini, delle camicette annodate sopra l’ombelico e dell’acconciatura a criniera che coloravano le notti dei giovani di mezzo mondo.
In soli 21 anni B. B. interpreta 49 film, non tutti straordinari. Star involontaria, cantante, modello d’impertinenza. Le donne di mezza età la detestano per la spregiudicatezza dei costumi non solo da bagno. Le adolescenti ne imitano l’aria finto innocente irradiata dai modi e dalla moda. Il conflitto generazionale innesca il fenomeno globale e oggi c’è chi la rivede come la prima vera influencer contemporanea. Diventa soggetto di Andy Warhol e Milo Manara, il compositore brasiliano Migeul Gustavo le intitola una samba che diverrà celeberrima, Bob Dylan esordisce con una canzone che porta il suo nome. Perfino le ferrovie slave, ceche e slovacche chiamano «Brizita» e «Bardokta» le loro sinuose locomotive.
Cresciuta con un’educazione rigida, dopo gli esordi nella danza classica vince le resistenze del padre e inizia a posare come modella. Al provino con il regista Marc Allégret presenzia il suo assistente, Roger Vadim. Ma per sposarla, contro la volontà dei genitori, bisogna aspettare che diventi maggiorenne. Quello con Vadim è il primo di quattro matrimoni. Segue quello con Jacques Charrier, dal quale ha Nicolas, l’unico figlio. Poi quello con il fotografo, imprenditore e playboy multimilionario Gunter Sachs. Infine, l’ultimo, durato fino alla morte, con l’esponente del Front national, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992. Negli anni di massimo fulgore vive grandi storie d’amore con Gilbert Bécaud, Raf Vallone, Sacha Distel e Serge Gainsbourg, censuratissima la loro Je t’aime… moi non plus. Tormentata dai paparazzi e dal temperamento instabile, tenta un paio di volte il suicidio. La salvano gli innamoramenti e le infatuazioni. Quella per Jean-Louis Trintignant sboccia sotto gli occhi di Vadim che la dirige la prima volta in Et Dieu… créa la femme (Piace a troppi in italiano). È il film che le regala fama mondiale. Uscita dall’orfanotrofio, la giovanissima Juliette finisce in un villaggio di pescatori (la futura Saint-Tropez che con lei diverrà meta internazionale), ma i suoi balli disinibiti turbano gli uomini del posto… Sebbene anche Vadim l’avesse già più volte tradita, completare la lavorazione del film è un tormento. L’enorme successo allevia le pene del divorzio. In anni successivi, reciterà per lui in altre quattro pellicole: vita privata e attività professionale sono più indissolubili dei matrimoni.
Dopo la consacrazione, interpreta altre ragazze disinvolte e finanche un po’ sgualdrine per cineasti come Claude Autant-Lara e Henri-Georges Clozot. E donne più altere per i campioni della Nouvelle vague Louis Malle e Jean-Luc Godard. In La ragazza del peccato (dall’originale En cas de malheur di George Simenon), nei panni di una provinciale inseguita dalla giustizia e impossibilitata a pagare l’avvocato (Jean Gabin), si offre come compenso in tutta la sua avvenenza. Anche nel giallo giudiziario La verità è una ragazza sotto processo, stavolta per l’uccisione dell’ex fidanzato. Trascurata dai genitori che le preferiscono la sorella violinista, le ruba il compagno direttore d’orchestra, fino al tragico finale. Più autobiografico è il ruolo di Vita privata dov’è un’attrice osannata dal pubblico ma criticata per i suoi facili costumi. Sarà il direttore di una prestigiosa rivista (Marcello Mastroianni) a prendersi cura di lei. Ancora più intellettuale è il profilo che le ritaglia Godard in Il disprezzo tratto da Alberto Moravia. Qui è la moglie di uno scrittore (Michel Piccoli) che deve sceneggiare un film sull’Odissea per il famoso regista tedesco Fritz Lang. Ma il produttore cinematografico è molto sensibile alle grazie di lei e, pur accorgendosene, il marito scrittore sembra lasciar fare…
Recita ancora per Malle e altri importanti registi, ma i copioni sono sempre meno stimolanti. Soprattutto è turbata dall’inseguimento ossessivo dei media assetati di scandali. Sensibile ai maltrattamenti subiti dagli animali, si appassiona ai temi ambientali e diventa vegetariana. Nel 1973, quando ancora splende, abbandona il cinema per dedicarsi alla protezione degli animali, lasciando orfani schiere di fan e spettatori.
L’adorabile sfrontatezza davanti alla cinepresa diventa ribellione al conformismo nella vita civile. Nel 1983 vende all’asta gioielli e oggetti personali per finanziare la Fondazione Brigitte Bardot impegnata nel benessere degli animali. Contesta le brutali tecniche di sgozzamento per la macellazione dei montoni, attuate da musulmani ed ebrei. Il suo gusto della provocazione smuove spesso la erre arrotata dei moralisti della Rive gauche. In una «lettera aperta alla mia Francia perduta» denuncia l’espansione delle moschee, «mentre i campanili tacciono per mancanza di parroci». Nei primi anni Duemila, quando sottolinea sulla stampa «la sotterranea e pericolosa penetrazione dell’islam», viene condannata per «istigazione all’odio razziale». Nel 2004, a una domanda riguardo la militanza del marito Bernard d’Ormale nell’allora Front nationale risponde: «Mio marito ha il diritto di pensare come vuole. Ha il diritto di fare ciò che vuole. Non comincerò a dominare le sue opinioni. Io ho le mie, che sono completamente diverse dalle sue. Sono di destra, si sa. Ma non sono del Fronte nazionale, anche se mi si taccia d’essere fascista, nazista, camicia nera…». Nel 2010 valuta di candidarsi alla presidenza della Repubblica nel Partito ecologista. Sette anni dopo invita a votare per Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
Ieri se n’è andata, lasciando solo il marito di dieci anni più giovane. E anche i cani, i gatti, le pecore, i cavalli, le oche, i cinghiali e tutti gli altri animali che popolavano la sua tenuta. E che, non senza un filo di snobismo, riteneva gli esseri più affidabili.

 

 

La Verità, 29 dicembre 2025

 

Checco Zalone s’inventa il religiosamente scorretto

A volte la trovata geniale ce l’abbiamo talmente davanti agli occhi che non riusciamo a vederla. Chissà che cosa s’inventerà stavolta Luca Medici, in arte Checco Zalone, che a cinque anni da Tolo Tolo in cui si era auto diretto, torna al cinema con la regia del fedele Gennaro Nunziante (cinque film su sei in coppia)? Invece, a volte non serve lambiccarsi il cervello, basta guardarsi attorno per vedere chi sono gli adulti, o presunti tali, di oggi. E chi sono i ragazzi e che cosa cercano davvero.
Realizzato da Indiana production con Medusa, in collaborazione con Mzl e Netflix e con il contributo degli investimenti del ministero della Cultura, Buen camino esce il 25 dicembre in mille copie, destinate ad aumentare dopo la prima settimana di programmazione. Rispetto a Tolo Tolo che s’infilava nella difficile tematica dell’immigrazione stentando a trovare una chiave originale (pur sempre 48 milioni al botteghino), Buen camino è incentrato sul rapporto tra un padre e una figlia che, d’istinto, potrebbe risultare «una cosa un po’ ruffiana», ammette Checco. In realtà, è una storia semplice che tocca temi complessi con leggerezza, facendo ridere tra scorrettezze e le iperboli classiche della coppia Zalone-Nunziante. L’attesa è notevole, anche dopo le accuse di Pietro Valsecchi, ex produttore del comico pugliese, intervistato qualche giorno fa dal Corriere della Sera: «Luca era diventato ossessivo… voleva essere accettato dall’intellighenzia di sinistra, che non l’aveva mai capito». Che cosa replica? «Gli voglio bene», è la lapidaria risposta.
Mentre nella megavilla in Sardegna, tra piramidi faraoniche e piscine hollywoodiane fervono i preparativi per la festa dei 50 anni di Eugenio Zalone, ignorante produttore brianzolo di divani, si scopre che l’unica figlia Cristal (Letizia Arnò), così in omaggio alle bollicine francesi, è scomparsa, ribelle alla ricchezza e alla vacuità strabordanti. È l’ex moglie (una Martina Colombari con lunghi capelli grigi) a strappare il padre dallo yacht e dalle sinuosità della nuova fiamma venticinquenne, costringendolo alla ricerca dell’adolescente. Niente di più improbabile. Il papà, tutto tatuaggi e carte di credito, non sa nulla della ragazzina ma, per vincere la sfida con il compagno dell’ex moglie, un regista palestinese («l’unico che occupa territori fuori dal Medio Oriente, gaza mia»), si attrezza all’impresa impossibile. La dritta giusta arriva dall’amica del cuore di Cristal e così eccolo pedinarla su una delle sue tante Ferrari nel Cammino di Santiago de Compostela. Determinata a proseguire la sua ricerca di autenticità, l’adolescente trascina il padre recalcitrante su sentieri assolati e dentro spartani ostelli. 800 chilometri a piedi, tra scomodità e imprevisti. In realtà, l’imprevisto più grande è il cambiamento delle persone.
Buen camino è una storia leggera e profonda, disseminata di battute che strappano risate improvvise e che potrà piacere anche a sinistra per la critica alla ricchezza più ostentata e kitsch. Un film «famigliare», lo definisce Zalone. E con qualche cenno biografico, ammette, citando le sue figlie adolescenti «che passano la vita sul cellulare e sui social». «Siamo partiti dalla definizione del personaggio di Checco», racconta Nunziante. «È un ricco, è dio ma non alla ricerca di Dio, perché la ricchezza si sostituisce a Dio. Così, il luogo più stridente per lui è il Cammino di Santiago. Un posto religioso, ma non solo e non di moda perché dopo la pandemia il Cammino è calato molto».
La storia scaturisce dal contrasto fra il personaggio di Checco e la ricerca della figlia. «Cristal si ribella alla ricchezza. Quello che manda in tilt noi adulti è quando i nostri ragazzi rifiutano quello che siamo. Allora ci accorgiamo che quello che possediamo non serve a nulla», ragiona il regista. La questione della paternità è centrale. «Da tempo riflettiamo sulla società senza padri. Il primo motivo è che non sappiamo più chi è l’uomo, di conseguenza non possiamo sapere chi è il padre. Il personaggio di Checco è partito che era già padre ma non lo sapeva e torna che lo è. Diventa quello che è ma non sapeva di essere. Questo è il nostro cinema. Se l’uomo rimane lo stesso fino alla fine, siamo nel cinema americano. I finali del cinema europeo cercano di andare incontro all’uomo e di aiutarlo a crescere». Zalone è curioso della reazione del pubblico giovane: «Un po’ mi spaventa. Mia figlia non l’ho mai vista attenta a un contenuto che dura più di 40 secondi e questo è un film tradizionale, di 90 minuti». Qualcuno lo stuzzica sulle battute scorrette come quella su Gaza. «Credo che anziché lamentarsi del politicamente corretto, la risposta migliore sia essere scorretti con intelligenza». Interessante anche sapere che rapporto hanno Zalone e Nunziante con la spiritualità. «A 17 anni non vivevo questa ricerca. Volevo fare il pianista, ma poi è emerso il comico. Ho sentito tanti racconti, chissà, un giorno non escludo di farlo sul serio questo Cammino, negli ostelli», ipotizza il comico. «Non so se spiritualità sia la parola giusta, ma sì, avevo la percezione che la vita non finisse nella vita», argomenta Nunziante. «Se perde la dimensione metafisica l’uomo impoverisce. Si finisce a parlare del sociale e il sociale ha rotto le scatole. Veniamo da decenni di derisione della condizione cristiana in una società in cui l’elemento prevalente è stato il marxismo. Mi piace misurarmi con l’ignoto, il comico fa questo e la commedia non dà risposte. Nel dubbio si cresce e davanti a un dubbio la commedia ne crea un altro. Chi fornisce risposte rasenta la volgarità».

 

La Verità, 23 dicembre 2025

La speranza che allevia il peso delle giovani madri

L’effetto speciale è la forza della realtà e della vita. Niente fronzoli, niente algoritmi, niente ideologie. Giovani madri è un film che sembra un documentario e racconta la vicenda – già dire «storia», saprebbe di artificio – di cinque ragazze madri minorenni. Non ci sono discorsi o insistenze pedagogiche. Solo gesti, sguardi e silenzi. E dialoghi secchi come fucilate. Non c’è nemmeno la colonna sonora, come d’abitudine nel cinema dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, autori anche della sceneggiatura, premiata all’ultimo Festival di Cannes. Distribuito da Bim in collaborazione con Lucky Red, il film, 105 minuti in tutto, è uscito il 20 novembre, accolto dagli elogi di gran parte della critica. Certamente non scalerà il botteghino, ma merita che se ne parli perché è un film diverso. Che ci introduce in una maison maternelle con operatrici laiche che aiutano ad avere figli dopo che il termine per abortire è superato. E non è merito da poco, visto che finora il cinema d’autore e da festival (Magdalene, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2002 e Philomena, miglior sceneggiatura sempre a Venezia nel 2013) ha indugiato sugli istituti di suore che, soprattutto in Irlanda, maltrattavano le ragazze madri, per costringerle ad abbandonare i neonati in favore di ricche adozioni.
In questo film, però, non si cerca la denuncia, ma di indagare la fragilità del rapporto fra tre generazioni di genitori e figli. Senza tuttavia cedere alla sociologia. «Cerchiamo sempre di rimanere sulla persona, non vogliamo mai rappresentare un “gruppo sociale”», hanno sottolineato di recente i registi. «Il nostro obiettivo è che i personaggi esistano come individui, come esseri umani, ovviamente in dialogo con lo spettatore». Che qui partecipa da subito a uno scambio intenso. Nella prima scena Jessica parla al cellulare mentre aspetta una persona alla fermata del bus. Incinta di qualche mese, si avvicina a una signora sconosciuta per chiederle se è lì per incontrare una ragazza di nome Jessica. Subito dopo scopriamo che è stata abbandonata alla nascita e che ora si sente tradita dall’appuntamento mancato. Poi la vediamo chiamare un’infermiera perché non sente battere il cuore del feto. Con il suo neonato dentro la carrozzella, Perla, una teenager di colore, va ad aspettare il compagno che esce finalmente di galera, ma si mostra disinteressato all’idea di costruire un futuro insieme. Tornata a casa, l’operatrice la esorta alla sua responsabilità: «Il tuo bambino piange, lo prendi in braccio?». «Piango anche io», replica Perla. «Ha fame», insiste la donna. «Anche io ho fame», ribatte lei.
Il domino del disamore e della solitudine produce anaffettività verso i piccoli, i più indifesi della catena. Ma queste adolescenti strette dentro una sproporzione esistenziale e psicologica rivendicano il diritto a essere ascoltate e amate. E a vivere la loro età. Ancora figlie, sono già madri o si accingono a diventarlo senza che nessuno abbia insegnato loro cosa voglia dire. Mentre provano a capirlo, cercando il loro posto nel mondo, devono maneggiare biberon, pannolini, carrozzine. Senza un sostegno di madri, padri o nonni. Salvo quello, discreto, di infermiere e operatrici che suggeriscono e consigliano. Ariane ha una madre alcolizzata con un compagno violento: «Se c’è lui noi non entriamo», dice la ragazza davanti alla soglia di casa della donna. Che tenta di riguadagnare la fiducia dopo troppe promesse disattese. Vuole coccolare la piccolina per dissuadere la figlia a darla in adozione: «La tengo io». Ma da fuori arriva una voce maschile… Julie è un’ex tossicodipendente che, con il suo ragazzo, pure lui con un passato di strada, prova a credere in un futuro ancora fragile. Bisogna recuperare un equilibrio per svezzare la loro bambina, l’unica «cosa vera» in una vita di bugie. Naïma, che ha trovato lavoro alla stazione dei treni e con il suo bimbo si trasferirà in una casa lì vicino, è il motivo di una festicciola con le compagne. Intanto, Jessica ritrova finalmente la madre… Quell’enorme sproporzione può essere alleviata anche da una poesia di Apollinaire, da un abbraccio improvviso o da una lettera alla figlia, da aprire quando compirà 18 anni.
A Repubblica che ha chiesto loro quale sia «la funzione del regista politico oggi», i fratelli Dardenne hanno risposto: «Una singola lacrima che cade da un volto aggiunge più umanità e spiritualità nella mente di uno spettatore di quanto non faccia un film di protesta sociale o una manifestazione di piazza. Dobbiamo chiederci cosa ci rende più umani quando usciamo dal cinema».

 

La Verità, 22 novembre 2025

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Una manina ripulisce la carriera truffa di Kaufmann

Un curriculum fasullo che qualcuno sta provando a cancellare. Una carrierona inesistente, servita per accaparrarsi denaro pubblico, che adesso si tenta di sverniciare. Altro che lo scandalo di certe lauree inventate e scoperte tardi. I titoli professionali di Francis Kaufmann sono una recita da premio Oscar. Un’opera da genio del male degno di grandi festival internazionali. Una pantomima da Academy awards. Peccato che nessuno se ne fosse accorto. Nessuno che avesse detto Kaufmann chi? Nemmeno nei felpati uffici del ministero della Cultura. Nemmeno coloro che, stando al curriculum, avrebbero dovuto essere compagni di set del grande cineasta, ora inquisito per l’omicidio della piccola Andromeda e di Anastasia Trofimova.
È una millantazione kolossal, la sua. Un piano minuziosissimo che lo ha fatto apparire collaboratore di Paolo Sorrentino, in Youth – La giovinezza. Presente nel cast tecnico di Heaven, regia di Tom Tykwer su sceneggiatura di Krzysztof Kieslowski (con Cate Blanchett e Remo Girone). Produttore esecutivo di Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo e in Ore 15,17: attacco al treno di Clint Eastwood. Al fianco di Beyoncé e Idris Elba nel thriller Obsessed. Sceneggiatore e produttore di 3 metros sobre el cielo, adattamento spagnolo del romanzo di Federico Moccia. Una super carriera cinematografica, dunque.

Oggi, però, la notizia è un’altra, ancora più stravagante. «Se non fosse una tragedia sarebbe una commedia perfetta», ha detto Sergio Castellitto, commentando la bizzarria dei finanziamenti ministeriali a un film mai girato, per giunta da un presunto criminale. La notizia di oggi trasforma la tragicommedia in un thriller. Nelle ultime ore, qualcuno sta cancellando le tracce di questa carrierona. Una manina sta nascondendo i falsi titoli professionali con i quali lo Zelig dei set ha inventato il suo profilo da cineasta. Mentre Kaufmann è nelle carceri greche in attesa di estradizione per il duplice omicidio di Villa Pamphili, parecchio lavoro attende la polizia postale per smascherare l’azione di questa manina. A rivelarlo è Franco Bechis, il direttore della testata online Open, già autore dello scoop che qualche giorno fa ha rivelato il finanziamento di 863.000 euro ottenuti dal film Stelle della notte mai realizzato dal sedicente regista americano che si firmava Rexal Ford. Fondi pubblici ottenuti grazie all’assegnazione priva di controlli e di verifiche disposta dalla legislazione del tax credit attuata dal ministero della Cultura ai tempi di Dario Franceschini.
L’invidiabile carriera di Kaufmann nel cinema era stata messa a punto nella versione professionale del sito Imdb, una specie di Bibbia dell’industria cinematografica, di proprietà di Amazon. Lì, Rexal Ford, uno dei nominativi con cui il finto regista si era accreditato, compariva, insieme a Matteo Capozzi, attivo sui profili social, e a Michael Sterling, firmatario delle lettere di presentazione, come direttore esecutivo della fantomatica Tintagel films Llc, la società di produzione che non ha sede a Malta, bensì a Canterbury, in Gran Bretagna. Anche questo, però, risulta falso perché nessuna azienda con quel nome compare nel registro delle imprese del Regno unito. Tuttavia, il piano era studiato nei minimi dettagli. Con una sofisticata tecnica di hackeraggio, i nomi dei tre direttori della Tintagel erano stati inseriti nelle schede dei film citati e presentati come credenziali negli uffici giusti. Ma il falso è kolossal perché negli sterminati titoli di coda originali dei film ai quali Kaufmann millantava la partecipazione, dove si elencano anche i nomi degli elettricisti e dei fonici, né Rexal Ford né Matteo Capozzi né Michael Sterling comparivano mai.

Ora, nella notte tra il 24 e il 25 giugno le 48 collaborazioni eccellenti a film e lungometraggi si sono dimezzate. «Una manina evidentemente collegata alla rete di Kaufmann», scrive Bechis, «è intervenuta e ha modificato la scheda della Tintagel Films su Imdb pro. Rexal Ford è rimasto tra i direttori, ma nella sua scheda sono state cancellate la metà delle produzioni che erano indicate fino al giorno prima. Sparita la partecipazione da produttore esecutivo nella versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Ripulite le schede originali dei film che così non erano più hackerate». La stessa ripulitura è stata realizzata sul profilo di Matteo Capozzi, «sparito del tutto con tutti i film cui avrebbe partecipato. Cancellata la sua scheda, sparita ogni traccia».
È un lavoro di ripulitura sofisticato in corso d’opera. Le partecipazioni diminuivano col passare delle ore, cancellate una ad una, certosinamente. È stato fatto un hackeraggio al contrario, opposto a quello che in fase di costruzione della falsa carriera aveva infilato i diversi avatar di Kaufmann nelle opere da esibire. Un’operazione che svela l’esistenza di una rete tuttora attiva, in possesso di strumenti raffinati, complice della persona che, secondo gli indizi in possesso degli inquirenti, avrebbe ucciso la propria compagna e la propria figlioletta.
Secondo Pupi Avati, maestro di tutti i generi cinematografici, la tragicommedia con elementi thriller ha, purtroppo, anche amari risvolti horror: «Occorreva che un mostro uccidesse la propria figlia e la propria compagna perché i grandi media si occupassero del disastro in cui si trova il cinema italiano. Che fu grande fino a quando i politici non lo ritennero cosa propria».

 

La Verità, 26 giugno 2025

Il dissing Germano-Giuli e le questioni di grana

Altolà, un ministro non può attaccare un cittadino. Non può farlo sebbene quello stesso cittadino abbia usato espressioni insultanti nei confronti del ministro stesso. E lo abbia fatto pubblicamente, nella più istituzionale delle sedi, il Quirinale, davanti al Presidente delle Repubblica. È la morale discendente dalle ultime dichiarazioni di Elio Germano, il più militante e il più premiato – no, non c’è un nesso – degli attori italiani. L’ultimo capitolo del dissing tra l’artista insignito del David di Donatello, il sesto della carriera, per l’interpretazione dell’ex segretario comunista nel film Berlinguer – La grande ambizione, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli registra l’ennesima dichiarazione di Germano: «È inquietante che un ministro attacchi un cittadino, facendone nome e cognome», ha scandito a un evento organizzato dal quotidiano Domani. Invece, dal canto suo, il cittadino gode di licenza d’insulto e d’insindacabile libertà di sfregio. Ha potuto constatarlo chi ha seguito qualche giorno fa la cerimonia per la consegna dei David svoltasi al Quirinale alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dove tutto è iniziato (7 statuette su 14 candidature per Vermiglio di Maura Delpero, zero premi su 15 nomination per Parthenope di Paolo Sorrentino, assente per un malessere).
Presentato da Geppi Cucciari come «l’unico ministro i cui interventi possono essere ascoltati al contrario, e a volte migliorano. Ora c’è il momento più atteso da Google translate, la parola al ministro», Giuli aveva parlato della «precarietà e della confusione del settore», sottolineando che «il disegno correttivo del tax credit aveva recepito le richieste di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza» e che «ora il settore deve essere riconfigurato». Subito dopo aveva preso la parola l’attore premiato nei panni di Berlinguer. «Fatico a seguire il ministro Giuli. Sentirci dire che le cose vanno bene è fastidioso», aveva premesso, sprezzante, Germano, prima di perdere il controllo. «Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave, come i clan, si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti». Insomma, il ministro si comporta come un mafioso, mentre per far adeguatamente il suo mestiere dovrebbe promuovere le persone che piacciono a noi. In serata, su Rai 1, altra tirata sui «movimenti operaio, studentesco e femminista», la Costituzione e l’uguaglianza tra palestinesi e israeliani.

Era prevedibile che, a stretto giro, arrivasse la replica del ministro. «La sinistra pensava che la cultura fosse roba loro. Avevano intellettuali e li hanno persi, si sono poi affidati agli influencer, ora gli sono rimasti i comici», ha osservato Giuli a un convegno di Fdi. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni italiane, il Quirinale, per cianciare in solitudine, isolati. Mi riferisco a Elio Germano».

Già, forse non era necessario specificare nome e cognome. Fin dai tempi di La nostra vita, regia di Daniele Luchetti, premiato al Festival di Cannes 2010 come miglior attore, l’abitudine di Germano al proclama militante sul red carpet è cosa nota. Non c’è suo riconoscimento che non sia incorniciato in qualche predicozzo civile. Come quest’anno, è accaduto anche nel 2023, in sodalizio con Michele Riondino, entrambi premiati per le loro interpretazioni in Palazzina Laf (regia dello stesso Riondino). Dal Giovane favoloso in poi, il kolossal di Mario Martone del 2014 in cui Germano era Giacomo Leopardi e Riondino il fedele amico Antonio Ranieri, i due intrecciano interpretazioni e lotte politiche, recitazione e militanza. Anche ieri, intervistato da Repubblica, Riondino ha difeso il compagno, accusando l’«attivismo istituzionale contro un attore, rappresentante della cultura italiana». Germano, non il ministro.

Ciak e bandiere rosse. Primi piani e retorica comunista. Niente di nuovo davanti alle cineprese, verrebbe da dire. Il cinema va così da decenni, almeno in Italia. Sennonché qualcosa si vorrebbe cambiare. Ma ai circoli intellettuali che da sempre lo governano non sta bene. E, dunque, giù le mani dal nostro giocattolo. Questa compagnia di giro, questa cinematografia ideologizzata, è abituata da decenni ad avere tutto. Senza controlli né verifiche. I soliti registi, i soliti attori, spesso i soliti film, con i soliti finanziamenti pubblici che garantivano la produzione e l’uscita nelle sale. Che spesso e malvolentieri rimanevano desolatamente deserte. La coppia formata da Luchetti regista e Germano attore protagonista l’abbiamo ritrovata all’opera in Confidenza (anno 2024): 6 milioni e mezzo di budget, quasi tre di fondi ministeriali e 1,5 di incasso al botteghino. Con l’arrivo del «governo delle destre» questi automatismi si sono inceppati. Il bel mondo della settima arte è indispettito. Contrariato. Offeso. Come si può non lasciare mano libera al genio, alla poesia, al grande cinema? Se le sale chiudono è colpa del governo, dicono fingendo di crederci. Fino al prossimo premio. E al prossimo proclama.

 

La Verità, 13 maggio 2025

Biancaneve woke e senza nani costa cara alla Disney

Un capolavoro di revisionismo cinematografico. Una summa di wokismo per i bambini del pianeta. Infine, un discreto flop al botteghino, accompagnato da uno tsunami di polemiche. È il remake di Biancaneve targato Disney; senza i sette nani nel titolo e vedremo perché. Un kolossal con attori in carne e ossa, firmato da Marc Webb e costato 270 milioni di dollari. Addirittura 350 per il New York Times, a causa dei rinvii per il Covid e degli scioperi degli studi contro l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Chissà che cosa staranno facendo i fratelli Jakob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm nelle loro tombe nel cimitero vecchio di San Matteo a Berlino. È noto invece il pessimo umore che turba i manager del marchio di Topolino per i modesti incassi del primo weekend di programmazione. Appena 43 milioni negli Stati Uniti e 44 nel resto del mondo (oltre 2 milioni di euro in Italia) che fanno 87 in totale: molti meno dei 100 previsti dalle stime al ribasso della produzione. Così, ora, nella major già provata dai tagli di personale – 7.000 lavoratori licenziati nel 2023 soprattutto per i flop delle opere «impegnate», più altre centinaia nel 2024 (nei parchi a tema, Espn, Disney Entertainment e Pixar) – si è scatenata la ricerca dei colpevoli.

Lungi dal mettere in discussione il politicamente corretto che stravolge uno dei maggiori classici della letteratura per l’infanzia, il capro espiatorio è stato trovato nell’attrice protagonista, la colombiana Rachel Zegler, colpevole di aver postato critiche alla fiaba originale, espressioni anti-Trump e pro Palestina. «Ho lasciato che le mie emozioni prendessero il sopravvento», ha ammesso lei, scusandosi. Ma ciò non è bastato a frenare le contestazioni di Gal Gadot, l’attrice israeliana che interpreta Grimilde. Insomma, mamme e bambini di mezzo mondo avrebbero risposto tiepidamente perché le interpreti di Biancaneve e della regina cattiva sono schierate su fronti opposti nella guerra in Medio Oriente. Un discreto alibi per i vertici Disney.

Parecchi critici hanno, invece, idee diverse. Soprattutto le hanno gli spettatori che si sono espressi su Imdb (Internet movie database), la piattaforma che misura le valutazioni di film, serie e videogame, attribuendo a Biancaneve una classificazione di 2,0/10 che, al momento, è in assoluto la peggiore a livello mondiale dell’ultimo decennio.

È giustificata una stroncatura tanto spietata? Purtroppo sì. La più intoccabile delle favole raccontata in forma di musical a metà tra il femminismo a buon mercato di Paola Cortellesi – «Biancaneve era la colf dei sette nani» – e il revisionismo da Metoo di Roberto Barbolini – «Il principe azzurro è un molestatore» – non può che aizzare la rivolta.

La prima storpiatura si ha sull’origine del nome. Mentre nella versione dei fratelli Grimm la mamma desidera una bambina con pelle candida come neve e labbra rosse come il sangue, qui il nome deriva dalla tempesta invernale che accompagna la sua venuta al mondo. L’escamotage è perfetto per dare alla protagonista interpretata da un’attrice latinoamericana, una carnagione, seppur lievemente, ambrata. Con tanti saluti al suo candore e all’idea di purezza.

La seconda trovata è l’abolizione del principe azzurro, in odore di prevaricazione e mascolinità tossica in quanto protagonista del bacio che la riporta in vita. Al suo posto troviamo tal Jonathan, capitano del popolo del bosco, ovviamente multietnico e inclusivo. Una sorta di Robin Hood che ruba dalle dispense del castello per sfamarsi insieme ai poveri. Tra una fuga dalle segrete e una difesa di Biancaneve dalle guardie, sboccia il sentimento che si compirà in quel bacio, ora sì giustificato e paritariamente condiviso.

Condivisi sono anche i lavori domestici nel rifugio dei sette nani. Qui non è lei a svolgerli in cambio dell’ospitalità e del cibo. Ma, tramutata in una specie di Mary Poppins, istruisce i padroni di casa su come rigovernarla danzando e fischiettando malgrado siano reduci dalla giornata in miniera. Più che una situazione fiabesca, una forzatura. Ancor peggio la decisione della Disney di ricorrere alla computer grafica per rappresentarli. Le proteste degli attori affetti da nanismo non si sono fate attendere: «Ci avete discriminato. Se non possiamo neanche interpretare i sette nani che cosa facciamo?», ha dichiarato Choon Tan, artista e culturista londinese. «La decisione di utilizzare l’intelligenza artificiale è piuttosto stupida», gli ha fatto eco l’attore australiano Black Johnston. «Ci sono un sacco di attori nani che muoiono dalla voglia di interpretare ruoli come questi. Io ho sempre sognato di fare Cucciolo, uno dei personaggi più adorabili. Penso che la Disney abbia ceduto alla pressione del politicamente corretto». Insomma, l’idea di «evitare di rafforzare gli stereotipi» anche cancellando i sette nani dal titolo, si è rivelata un boomerang.

Ultima gigantesca correzione ai fratelli Grimm è il finale di tutta la storia. Anziché andarsene felice e contenta con Jonathan, Biancaneve torna al castello per spodestare la regina cattiva e ripristinare l’ordine. Ma nel sermone che fa improvvisamente ricordare ai sudditi multietnici quanto stavano bene prima, sorprendentemente non parla di inclusività e resilienza, ma ci va molto vicino.

Sembrava che i massicci licenziamenti degli ultimi due anni dovuti ai flop di kolossal come Strange world e Wish avessero convinto la Walt Disney company ad abbandonare le storie intonate alla cultura woke. Invece, con questa Biancaneve, uno dei pochi marchi ad aver respinto l’invito dell’amministrazione americana a disdire l’adesione ai codici Dei (Diversità equità inclusione), ha voluto ribadire la sua linea progressista e corretta.

Alla prossima fake fable.

 

La Verità, 29 marzo 2025

Preoccupati e boomer, al cinema ritornano i papà

Cinema e televisione si accendono sui padri. S’interrogano sul loro ruolo e sulle loro responsabilità. Niente padri-amici e nemmeno vecchi e inflessibili patriarchi, grazie a Dio. Era ora, verrebbe da dire, e pazienza se Dario Franceschini che fantastica sul matronimico avrà un mancamento. La tendenza è significativa perché cresce lontano dalle fumisterie ideologiche del cosiddetto patriarcato che, secondo studiosi autorevoli come Luca Ricolfi, oggi esiste solo nelle comunità di immigrati (mentre al cinema lo abbiamo visto di recente in Vermiglio di Maura Delpero, un film su un paesino montano alla fine della Seconda guerra mondiale).
No, film e serie tv ci propongono un approccio diverso, più psicologico, determinato da problematiche educative che fanno i conti con i deragliamenti esistenziali di adolescenti e ragazzi. E ci presentano genitori che fanno mestieri tradizionali, tranvieri, ferrovieri, idraulici; padri sorpassati dalla contemporaneità e sprovvisti delle chiavi d’ingresso in territori stranieri: dipendenze dall’alcol e dalle droghe, militanze estreme e violente, manipolazioni della rete e ricatti dei social. Sono genitori lacerati dal nichilismo dei figli, ai quali riescono a contrapporre poco se non, forse, una presenza. Un «esserci» che, comunque, è già qualcosa. Del resto, quello del padre e della madre è un mestiere che nessuno insegna.
Premiato come miglior attore all’ultima Mostra di Venezia, in Noi e loro di Delphine e Muriel Coulin, ora nelle sale, Vincent Lindon incarna la preoccupazione di Pierre, un ferroviere vedovo alle prese con due figli, uno studioso e positivo, l’altro, irrequieto e oppositivo. Siamo in un paesino della Lorena che ruota attorno al liceo scientifico e alla squadra di calcio, ma mentre il primo ragazzo entra alla Sorbona e si trasferisce a Parigi, il secondo si lega ai gruppi violenti di estrema destra. È la sua pagina Facebook a svelare la militanza pericolosa, fatta di slogan xenofobi e palestre di skinheads scalmanati. Inevitabile che il conflitto con il padre, una vita da sindacalista, avveleni la quotidianità domestica. «Mi sento tradito», accusa il genitore che, tuttavia, non riesce a fare breccia nell’oltranzismo cieco del figlio. Fino all’epilogo in cui deve ammettere la resa.
Il titolo scelto dalla distribuzione italiana di I Wonder (cita un’espressione del padre: «Quando si comincia a dire noi e loro… non può che finire male») per tradurre l’originale Jouer avec le feu, sottolinea le tonalità politiche del racconto. È simbolica la scena in cui il padre-ferroviere avanza di notte sui binari con una torcia che illumina il buio. I suoi ideali di giustizia sociale non valgono più per il figlio esagitato. Un film che fa pensare chi si rivede nei panni di quel genitore: il confine tra pressione e lassismo è sottile. Nota a margine: prima o poi qualcuno narrerà di un padre cattolico con un ragazzo che si perde nei centri sociali dell’estrema sinistra?
Nelle sale dal 10 aprile, La casa degli sguardi, diretto e interpretato da Luca Zingaretti, racconta la vicenda di Marco, un giovane che si esprime felicemente in poesia, ma è così sensibile al dolore che lo circonda da anestetizzarsi ricorrendo all’alcol. Segnato anche dalla morte della madre e dalla fine di un importante rapporto affettivo, la rovina incombe. Non c’è altro appiglio che il lavoro in una cooperativa di pulizie all’ospedale Bambin Gesù di Roma, a contatto con la sofferenza dei bambini malati di tumore. «Sei sicuro che sia il posto giusto per me?», chiede al padre, tranviere, anche lui privo di certezze. Ci penseranno i colleghi di lavoro, con la loro umanità, un misto di cinismo e tenerezza, ad aiutarlo a contenere la deriva. Ancor più, risulteranno determinanti la pazienza e l’amore del papà che, pur senza fare l’amico né fornire risposte preconfezionate, sceglie semplicemente di esserci.
Per fare di questo rapporto il cuore narrativo del suo debutto da regista, Zingaretti ha scelto di espungere le figure della madre e delle suore che assistono i bambini, invece centrali nell’omonimo romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli al quale si è «liberamente» ispirato.
Al centro dei quattro episodi di Adolescence, la serie creata per Netflix da Jack Thorne e Stephen Graham, c’è invece l’universo virtuale degli adolescenti di oggi, territorio vergine per i loro genitori. I quali, nella modesta casa di un sobborgo britannico, precipitano in un incubo quando la squadra di polizia vi irrompe all’alba per arrestare il figlio tredicenne. La sera prima è stata uccisa con sette coltellate una sua compagna di scuola e tutti gli indizi conducono a quel timido adolescente che vive barricato nella sua cameretta. È lì dentro, protagonista di una vita virtuale, che ha accumulato la rabbia per l’esclusione e il rifiuto da parte delle coetanee che lo bullizzano fino a scatenarne la vendetta, tutt’altro che virtuale. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro… Che male poteva fare lì dentro?», s’interroga il padre, interpretato dallo stesso Graham, annientato dall’incredulità e dal dolore.
È un racconto angosciante, che pone più domande che risposte. Ma fotografa alla perfezione l’impreparazione e l’impotenza degli adulti davanti alla pervasività manipolatoria dei social media e alla spietatezza di certe community, basate su selezioni, reputazione e soprusi. Una tossicità e una spietatezza che ritroviamo spesso nelle notizie dei telegiornali.

 

La Verità, 27 marzo 2025

«Nel cinema italiano c’è troppo assistenzialismo»

Manager di lungo corso e da vent’anni vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta è apprezzato a 180 gradi nel mondo del cinema anche per il suo equilibrio.
Giampaolo Letta, ci sarà mai pace per il cinema italiano?
«Spero di sì, ma da quando ci lavoro, ormai 26 anni, non c’è mai stata tregua. Anche guardando più indietro, constato che l’espressione “crisi del cinema italiano” ha mezzo secolo di vita. Poi, però, il nostro cinema è sempre vivo e vegeto».
Eppure inquietudine e conflittualità lo attraversano: per quali motivi?
«Uno è molto semplice: quando usciamo dalle sale, qualcuno ha visto un capolavoro, qualcun altro una boiata pazzesca. Il cinema in sé fa discutere. Più in profondità, è un’espressione culturale, che necessita di importanti risorse economiche, che coinvolge nel dibattito chi lo fa, investitori, produttori, artisti. E, ovviamente, la politica; perché, in particolare negli ultimi decenni, i contributi di denaro pubblico sono spesso determinanti per la realizzazione delle opere».
Negli anni di Federico Fellini e Vittorio De Sica, di Dino Risi e Mario Monicelli c’era la stessa conflittualità?
« Io non c’ero, quella era un’epoca totalmente diversa, un altro mondo. Si vendevano 800 milioni di biglietti l’anno, c’era un solo canale televisivo e usavamo diversamente il tempo libero».
Oggi quanti biglietti si vendono all’anno?
«Prima della pandemia, circa 100 milioni. Adesso stiamo risalendo, circa 75 milioni».
L’ideologia favorisce la creatività e la produzione artistica?
«Secondo me, assolutamente no. Noi di Medusa lavoriamo per cercare, trovare e realizzare storie che interessino il pubblico in modo che lo spettatore sia motivato a uscire di casa, prendere un mezzo, comprare un biglietto e restare in una sala un paio d’ore. L’ideologia rischia di oscurare le storie. Dopo la pandemia il cinema ha ripreso, ma fatica a raggiungere i livelli di prima. Oggi, la gente per convincersi ad andare al cinema dev’essere fortemente motivata dalla qualità delle storie».
C’è un prima e dopo pandemia del cinema?
«Certo. Il pubblico si era abituato a stare a casa, perciò dobbiamo lavorare molto sulla qualità delle opere. Le aspettative degli spettatori si sono alzate perché in quegli anni hanno visto dal divano prodotti di alto livello. Cercare di non deluderli è una sfida molto impegnativa ma imprescindibile».
Perché il cinema è territorio quasi esclusivo della cultura progressista?
«Siamo sicuri che sia così? Io ne dubito. Bisogna vedere i film, al di là di chi li realizza. Forse questo concetto è inquinato dal fatto che un regista o un produttore sia considerato di sinistra, ma alla prova dei fatti non mi pare di vedere film o serie tv militanti».
È arduo trovare dieci prodotti alternativi al pensiero mainstream, drogato anche dal politicamente corretto.
«Capisco, ma attenzione a non confondere l’appartenenza degli autori con il risultato dell’opera. Per fortuna, in Italia siamo, almeno per ora, meno prigionieri del politically correct rispetto ai Paesi anglosassoni, dove gli algoritmi rischiano di mortificare eccessivamente la creatività».
Carlo Verdone ha parlato anche di recente d’inquisizione del politicamente corretto.
«Nella comicità è ancora più limitante e pericoloso. Con l’invadenza dei social basta niente per scatenare mille leoni da tastiera che possono condizionare la comunicazione più del dovuto, compromettendo il lavoro di tante persone».
Perché in Italia si producono così tanti film?
«I numeri vanno analizzati con precisione. È importante. Recentemente sono stati comunicati in modo superficiale e fuorviante.   Delle famose 354 opere prodotte nel 2023 solo 156 sono film di finzione, mentre 106 sono documentari e 92 coproduzioni con soggetti internazionali. Sul “banco degli imputati” restano 156 film. Anche sul volume di fondi pubblici bisogna precisare: i 700 milioni di tax credit riguardano l’intero comparto audiovisivo, film per le sale e per le piattaforme, serie per la tv e per il web. Se parliamo di costi di produzione, invece, si toccano 1,3 miliardi d’investimenti che danno lavoro a 200.000 persone, tra occupati diretti e indiretti. Poi ci sono le produzioni internazionali realizzate in Italia, altri 700 milioni di investimenti nel settore, per un totale di circa 2 miliardi l’anno. Infine, c’è un altro effetto collaterale».
Quale?
«Le ricadute sui territori, tra cui il cosiddetto cineturismo. Per esempio, il nostro Un mondo a parte, diretto da Riccardo Milani, ha prodotto un forte incremento di turismo nel Parco nazionale d’Abruzzo, con escursioni e turismo gastronomico. Un euro investito nell’audiovisivo genera, a seconda delle analisi indipendenti che sono state fatte negli anni, tra i 2,5 e i 3,5 euro. Tutto questo produce una serie di effetti economici collaterali molto rilevanti. Quando si parla dei contributi pubblici si pensa che siano a fondo perduto, ma non è così».
Nessuno vuol misconoscere il valore economico del cinema, ma ci si chiede se oggi in Italia ci sia più offerta che domanda?
«Premesso che nessuno possiede la sfera di cristallo per prevedere l’andamento di un film, produrne meno non garantisce automaticamente film con più successo. Discriminante è la qualità».
Se la domanda di cinema è inferiore all’offerta significa che c’è una bolla produttiva: su cosa si regge?
«Indubbiamente, negli ultimi anni si è prodotto molto. L’impulso è venuto dalla forte domanda di piattaforme e televisioni. E, non dobbiamo negarlo, anche dal sistema di incentivi fiscali che, in una fase molto critica del mercato, ha consentito importanti volumi di produzione, anche attraendo investimenti dall’estero. Limitandoci al cinema – anche le serie non vanno tutte bene – c’è sempre stato un certo numero di film che va male o malissimo. Ma dobbiamo contestualizzare: quando citiamo titoli rimasti in sala un giorno o due, consideriamo che possono essere stati prodotti per le piattaforme. Non sono tutti film “fantasma”».
Dubito che Accattaroma di Daniele Costantini o L’altra via di Saverio Cappiello si riscatteranno sulle piattaforme.
«Bisogna distinguere le tipologie: non possiamo dire che va tutto bene, ma nemmeno che va tutto male. Il tax credit non è equiparabile al bonus 110 dell’edilizia, come qualcuno ha provato a dire».
La riduzione delle sale cinematografiche complica le strategie produttive?
«Il calo non è così elevato. A fronte di alcune chiusure, abbiamo registrato riaperture e riqualificazioni importanti. Anche in questo segmento della filiera il discrimine è la qualità: oltre al film, il pubblico sceglie anche la sala in cui si trova bene».
Un certo mondo intellettuale, autoriale e artistico, è poco sensibile alle regole del mercato?

«Non so se poco sensibile sia il termine giusto. Nella mia esperienza ho visto che il successo di pubblico piace anche a quelli che potevano sembrare più indifferenti. Per un regista, uno sceneggiatore o un attore la sala piena e l’applauso sono la migliore ricompense».
Da produttore è difficile dire no alle proposte di certi registi?
«È sempre difficile, a volte molto, dire no. Di base, c’è il rispetto per il lavoro altrui. Dietro ogni sceneggiatura c’è un lavoro di persone che merita attenzione, indipendentemente dal fatto che si tratti di un grande autore o di un esordiente».
Che cos’ha pensato quando ha visto le tabelle che documentano i fondi pubblici a film con incassi infinitesimali?
«Ci sono molte sfaccettature. Anzitutto bisogna distinguere le risorse che vengono utilizzate con il tax credit e quelle che vengono assegnate con contributi selettivi deliberate dalla commissione ministeriale. La quale ha molta responsabilità perché si tratta di soldi pubblici. Siccome nella nuova impostazione i contributi selettivi sono raddoppiati rispetto a prima, mi permetto di rimarcare che per scegliere i nuovi commissari, come anticipato dal ministro Alessandro Giuli, serve grande attenzione alla competenza. Infine, non deve valere solo il criterio economico di incasso potenziale di un’opera, ma anche una valutazione culturale e sulle potenzialità dei giovani talenti. Quando erano semi sconosciuti, Medusa ha scommesso sui primi lavori di Paolo Sorrentino, di Matteo Garrone, di Edoardo De Angelis, e ora di Francesco Costabile».
Complimenti. Tuttavia, Sorrentino e Garrone non spuntano tutte le settimane.
«Per questo la commissione dev’essere altamente qualificata».
Ha ragione Gianni Canova quando dice che se vuoi fare un film chi ti sostiene lo trovi?
«Concordo. Ci vuole tempo e perseveranza, ma se il progetto è valido ci si riesce».
L’eccesso di assistenzialismo è sintomo di un sistema cinematografico ancora immaturo?
«Sì. Infatti, sono a favore di misure di mercato, quindi automatiche. Sono convinto che più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato. Quest’anno il ministero, nel decreto di riparto, ha diminuito del 40% le risorse del tax credit e aumentato la quota dei contributi selettivi discrezionali. Auspico che l’anno prossimo ci sia un riequilibrio».
La nuova legge sul tax credit varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è pessima?

«No, è buona e molte misure sono condivisibili, altre potranno essere migliorate dai decreti direttoriali. Come le associazioni, Anica in testa, hanno chiesto al ministro e al sottosegretario Lucia Borgonzoni era giusto fare un tagliando alla legge Franceschini. Dopo parecchi mesi di incertezza e di stallo, si è finalmente ristabilito un quadro normativo certo, chiaro e stabile. Valuto molto positivamente aver introdotto requisiti più precisi di accesso agli incentivi fiscali. Anche la partecipazione al budget di un terzo soggetto, coproduttore o distributore, è una garanzia che il film abbia adeguata promozione e programmazione per essere visto dal pubblico che non significa che avrà successo, ovviamente. I limiti, invece, riguardano la mancata semplificazione burocratica delle regole e la parziale preclusione  delle società non indipendenti all’utilizzo degli incentivi fiscali. Auspico anche che il ministero si doti di un’adeguata struttura amministrativa in grado di gestire i processi in tempi rapidi e certi ».
La precedente legge com’era?
«La legge cosiddetta Franceschini è servita a far crescere le imprese e a far nascere un vero e proprio comparto industriale. Ora, dopo 7 o 8 anni, era giusto capire cosa poteva funzionare meglio. Un impegno che ha portato al nuovo decreto».

 

La Verità, 21 settembre