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L’ultimo ace di Pietrangeli, leggenda di gesti bianchi

La leggenda dei gesti bianchi. Il patriarca del tennis. Il primo italiano a vincere uno slam, il Roland Garros di Parigi nel 1959, bissato l’anno dopo. Se n’è andato con il suo carisma, la sua ironia e la sua autostima Nicola Pietrangeli: aveva 92 anni. Da capitano non giocatore guidò la spedizione in Cile di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli che nel 1976 ci regalò la prima storica Coppa Davis. Oltre a Parigi, vinse due volte gli Internazionali di Roma e tre volte il torneo di Montecarlo. In totale, conquistò 67 titoli, issandosi al terzo posto della classifica mondiale (all’epoca i calcoli erano piuttosto artigianali). Nessuno potrà togliergli il record di partecipazioni (164, tra singolo e doppio) e vittorie (120) in Coppa Davis perché oggi si disputano molti meno match.

Dal luglio scorso, quando, dopo una lunga malattia, è morto suo figlio Giorgio, faceva avanti indietro dal policlinico Gemelli. «Non bisognerebbe sopravvivere ai propri figli», aveva confidato in un’intervista. Il dolore per la grave perdita si era sommato alla fragilità derivata dai postumi di una frattura all’anca. «Spero, come tutti, di morire nel sonno», aveva detto sempre in quell’occasione. E in un’altra: «Seppellitemi sul Centrale» del Foro Italico, a testimonianza del legame indissolubile con lo sport che gli ha regalato soddisfazioni e celebrità. Notiziari, agenzie e siti sono alluvionati da dichiarazioni, ricordi, manifestazioni di gratitudine. «I successi sportivi e l’umana simpatia gli hanno procurato l’affetto di tanti italiani», così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «È stato un campione capace di ispirare diverse generazioni e che ha portato in alto il nome dell’Italia nel mondo», il premier Giorgia Meloni. «È sempre stata una persona che ha diviso proprio perché era coraggioso, trasparente e non ha mai avuto paura di prendere posizioni scomode, anche fino all’ultimo», lo ha ricordato Licia Colò, l’ultimo suo grande amore. «In una società dove tutti fanno gli equilibristi, io mi sono innamorata del suo coraggio».

Riconosciuto a lungo come il più grande tennista italiano di sempre, dal rovescio molto elegante, pativa un filo di imbarazzo nel dover ammettere che qualcuno dopo di lui l’aveva superato. Aveva digerito male la sconfitta al quinto set da Adriano Panatta ai campionati italiani del 1970 che segnò un piccolo cambio d’epoca. Ora soffriva i trionfi e gli elogi universali a Jannik Sinner, «il miglior tennista italiano di tutti i tempi, forse austriaco», gli è scappato una volta, criticandolo anche per la rinuncia a disputare la Davis. Un’altra volta lo aveva elogiato: «Questo ragazzo on ha più un punto debole, è sempre perfetto. Anzi, è quasi noioso da quanto è bravo».

Ironico, megalomane al limite della strafottenza, amante della mondanità, tombeur de femmes («ma ho avuto solo quattro grandi amori e sono sempre stato lasciato»), Nicola Pietrangeli nasce a Tunisi da padre abruzzese ricco di famiglia e gran sportivo, e madre russa che, separata dal conte Chirinski, gli trasmette il titolo nobiliare. In quell’angolo d’Africa, protettorato francese, il padre viene internato in un campo di prigionia dove riesce a costruirsi un campo da tennis. È lì che, andato a trovare il papà, il piccolo Nicola prende in mano la sua prima racchetta. Espulsi dalla Tunisia, i Pietrangeli arrivano a Roma quando lui ha 13 anni, non sa una parola d’italiano, ma socializza giocando a calcio in Piazza di Spagna. Sebbene il padre lavori all’ambasciata francese, sceglie la cittadinanza italiana. Gli esordi sportivi sono nelle giovanili della Lazio, ma quando lo cedono alla Viterbese, il giovane Nicola sceglie il tennis, senza però abbandonare il calcio. «Ero amico di Maestrelli che mi faceva allenare con la Lazio dello scudetto», quella di Giorgio Chinaglia e altri campioni: «Se a diciotto anni non avessi smesso per fare il tennista, non si sarebbe sentito parlare di Gianni Rivera», ha sparato una volta tra il serio e il faceto. Dopo il secondo successo al Roland Garros, nel 1960 arriva ai quarti di Wimbledon, ma Rod Laver lo ferma battendolo 6-4 al quinto set. L’anno dopo però si rifà, sconfiggendo il grande australiano, in quel momento il più forte al mondo, nella finale degli Internazionali di Roma.

Nell’indole del campione, autoironia e autostima si mescolano a una certa permalosità. Nel 1968, iniziata la fase discendente della sua splendida carriera, ai quarti dei campionati italiani di Milano, Pietrangeli si trova davanti il campione juniores, un certo Panatta. «Attento, che il ragazzo gioca bene», lo avvertono. Inizia la partita e il ragazzo sfodera palle corte a raffica: «Regazzì, guarda che le palle corte le ho inventate io». Alla fine vince lui, ma in spogliatoio Panatta gli fa: «La saluta tanto mio padre». Solo allora Pietrangeli lo riconosce: era «Ascenzietto», il figlio di Ascenzio, il custode del tennis Parioli di Roma. Due anni dopo si ritrovano in finale agli Assoluti di Bologna e Adriano, non più Ascenzietto, la spunta. Il passaggio del testimone era previsto e naturale, ma per Pietrangeli, avanti 4-1 nel quinto set, la sconfitta è una detronizzazione. La ruggine non si dissolve nemmeno dopo la conquista della prima Coppa Davis italiana. L’anno prima la nazionale è stata eliminata al turno d’esordio. Nel 1976 Panatta ha appena vinto Roma e Parigi, ma è Pietrangeli a tenere insieme la squadra composta da personalità molto diverse e a convincere politici e media che la trasferta nel Cile di Augusto Pinochet s’ha da fare. Ci sono interrogazioni in Parlamento, proteste nelle piazze. Nicola si confronta con Giancarlo Pajetta, Domenico Modugno persino gli Inti Illimani. L’argomento che alla fine fa breccia è: «Noi vogliamo vincere la coppa non difendere Pinochet». L’anno successivo, sempre con Pietrangeli capitano, arrivano in finale, sconfitti a Sydney dall’Australia. Poi c’è la resa dei conti. Paolo Bertolucci si fa interprete della necessità di un cambio di rotta. Il sodalizio si rompe, ma Pietrangeli si sente tradito soprattutto da Panatta che, da figlio unico, con una certa enfasi considerava come «il fratello più piccolo che non avevo mai avuto».
Ieri Panatta ha voluto sottolineare la loro grande amicizia: «Nicola era il mio amico, anche se ci beccavamo ogni tanto, ma era un gioco che facevamo. Lo voglio ricordare con allegria, è stato un personaggio straordinario, al di là di essere un campione assoluto. Alla mia nascita lui era già una promessa, poi abbiamo fatto un po’ il cambio della guardia. Abbiamo anche giocato insieme, ci siamo divertiti, abbiamo fatto le vacanze insieme. Io e Nicola eravamo molto amici». Bertolucci e Barazzutti lo hanno ricordato come il loro «primo eroe». Il capitano di Davis Filippo Volandri come «un gigante». A Licia Colò che pochi giorni fa è andata a trovarlo aveva confidato: «Sono stanco di essere stanco». Ora non lo è più.

 

La Verità, 2 dicembre 2025

 

 

Dopo il boom del tennis la Rai ripensi al suo sport

Il ciclone Coppa Davis si abbatte (anche) sul palinsesto di Rai 1. Posticipato di un’ora e mezza l’inizio del Tg1 di venerdì sera per vedere come andava a finire la partita al cardiopalma tra il nostro Flavio Cobolli e il belga Zizou Bergs. Cancellata, a furor di audience, Domenica in del pomeriggio festivo (salvo un piccolo assaggio con Mara Venier e il redivivo Teo Mammucari, proprio lui) per raccontare la finale che ci ha consegnato la terza insalatiera consecutiva. La piccola rivoluzione impone almeno un paio di considerazioni. Se la tv pubblica decide di rinviare l’inizio del telegiornale delle 20 e di spianare il contenitore per famiglie della domenica, istituzioni assolute di «nostra signora televisione», significa almeno due cose. La prima è che si è accorta dell’importanza dell’evento e del fatto che il pubblico lo segue con passione non trascurabile. La seconda è che, quando lo decide, anche la pachidermica Rai sa essere elastica e scattante.
Aiutati dalla buona piega presa dalla competizione, gli ascolti hanno premiato la capacità di reazione dei dirigenti di Viale Mazzini. Venerdì all’ora di cena il tennis azzurro ha conquistato 2,5 milioni di telespettatori e il 16,9% di share, mentre domenica pomeriggio il trionfo di Cobolli e Berrettini è stato seguito da oltre 3,6 milioni di persone (24,5%), oltre 5 milioni (con punte oltre i 6), sommando anche gli ascolti di SuperTennis, per il match finale. Sono numeri che giustificano le avance del presidente federale Angelo Binaghi: «Chiediamo alla Rai, d’ora in poi, di riconoscerci i diritti garantiti al calcio perché Cobolli non ha nulla in meno di Scamacca». Ma oltre alla rivendicazione di maggiori spazi e introiti dei dirigenti della Fitp, anche quelli della Rai potrebbero trarre qualche conseguenza dal boom di ascolti. In primo luogo, riconsiderando le scelte rinunciatarie riguardo l’acquisizione dei diritti di molte discipline sportive, dal rugby al basket. E, in seconda battuta, valutando un maggior impegno nella formazione di giornalisti e commentatori specializzati. Troppo improvvisata è risultata la coppia allestita per l’occasione composta da Maurizio Fanelli, tradizionale voce del basket, e Omar Camporese, non certo un habitué delle telecronache. Dov’era Adriano Panatta, abituale commentatore dei match di Jannik Sinner e volto fisso della Domenica sportiva? Mara Venier, invece, ha approfittato dell’inattesa vacanza per invitare i giornalisti del più importante quotidiano italiano e consolarsi con un doppio paginone autobiografico. I suoi inguaribili fan avranno potuto alleviare la crisi di astinenza.

 

La Verità, 25 novembre 2025

Tre Davis di fila, Italia nella storia anche senza Sinner

E tre. La Coppa Davis è nostra per il terzo anno consecutivo. Siamo i re della mitica Insalatiera per la quarta volta. Siamo il regno del tennis. Nell’era moderna, da quando non c’è il challenge, è la prima volta che una nazione vince per tre anni di seguito. Dopo i successi del 1976 in Cile, del 2023 e 2024 contro Australia e Olanda, la quarta vittima è la Spagna. Matteo Berrettini ha regolato in due set (6-3, 6-4) Pablo Carreño Busta al termine di una partita mai in discussione. Flavio Cobolli ha sconfitto Jaume Munar al termine di un match tesissimo, in rimonta: 1-6, 7-6, 7-5. Nella fase finale di Bologna l’Italia non ha perso neanche una partita. Oltre che dei giocatori, il merito è di tutta la squadra, a cominciare dal capitano Filippo Volandri che ha tenuto insieme il gruppo e creduto nei giocatori a disposizione, e dei tecnici dello staff, da Vincenzo Santopadre a Umberto Rianna.

Anche senza Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è sempre Italia Spagna. Anche senza i numeri 1 e 2 del ranking mondiale e anche senza i numeri 2 di entrambi i Paesi, Lorenzo Musetti e Alejandro Davidovich Fokina, è sempre un duello all’ultimo punto. La Davis ha un pathos unico. Italia Spagna nel tennis, 13 sfide in totale, avanti l’Italia 7 a 6 (ma gli iberici hanno vinto sei Davis, noi tre), è un po’ come Italia Germania nel calcio. Una rivalità storica ed emozionante. Questa è la prima volta che ci si incontra nella finale. Noi schieriamo Berrettini, attuale numero 56, e Cobolli (22), loro presentano Carreño Busta (89) e Munar, numero 36. Ma in Davis la classifica conta fino a un certo punto (per esempio, Lorenzo Sonego è 39). Sia perché non sempre rispecchia lo stato di forma del giocatore, sia perché è una competizione che smuove sentimenti oltre i contenuti strettamente tecnici. Il tennis è uno sport individuale, ma in Davis la squadra e il senso di appartenenza sono fondamentali. E, quanto a spirito di squadra, l’Italia non è seconda a nessuno. È stata la vittoria dell’amicizia tra Flavio e Matteo (che coinvolge i due Lorenzo, Sonego e Musetti), della stima fra i tecnici e dell’equilibrio sapiente di Volandri. In un certo senso, è un piccolo vantaggio incontrare la Spagna al posto della Germania che, con il numero 3 del ranking Alexandre Zverev, partiva quasi sicuramente da 1 a 0.

Carreño Busta è un atleta regolare, difficile da scardinare. Sabato ha vinto un tie break contro il tedesco Jan-Lennard Struff recuperando da 1-6. La prima di Berrettini funziona bene da subito e poco alla volta comincia a farlo anche il dritto. Lo spagnolo è ordinato ed evita di innescare il colpo migliore di Matteo che varia con qualche discesa a rete e la palla corta. Il break arriva nell’ottavo gioco e Berrettini va a servire per il primo set. Con un ace e altri due servizi vincenti incassa il 6-3. Nel primo gioco del secondo set lo spagnolo si salva annullando due palle break. La percentuale di prime di Matteo è molto alta, ma il secondo set sembra una copia del primo. Al nono gioco, dopo due errori di dritto di Carreño Busta, Berrettini lo trafigge con un passante e conquista tre palle break consecutive. Basta la seconda per mandare Matteo a servire per il match. Dopo un’ora e 18 minuti di partita è uno a zero per l’Italia.

Tocca a Cobolli contro Munar, l’avversario più ostico, battuto da Zverev solo con due tie break. Lo spagnolo parte forte e nel primo gioco mette a segno due ace, mentre a Flavio difetta la prima di servizio e si trova sotto 0-30. Risale, ma dopo uno smash non definitivo concede subito il break. Sembrava un punto fatto ed è diventato la porta girevole del set. Cobolli sembra travolto dall’onda perché allo spagnolo riesce tutto. Il primo set è compromesso. Nel quinto gioco non sfrutta cinque occasioni di break. Munar continua a martellare e incamera il primo set 6-1. In questo momento è difficile immaginare che qualcosa possa cambiare. Ma il tennis è strano. Volandri lo sprona, suggerendogli di alzare la traiettoria della palla. Pur lottando, Cobolli cede anche il primo gioco del secondo set. Ma nel game successivo lo spagnolo commette i primi errori del match e arriva il controbreak. Ora gli scambi si allungano, Flavio ha più pazienza e lavora di più la palla. Nel sesto gioco, dopo un nastro sfortunato di Flavio, si scalda anche il pubblico. Calano le percentuali di servizio di Munar e Cobolli inizia a comandare il gioco. Sul 6 a 5, lo spagnolo annulla quattro set point con il servizio. Ma nel tie break non può nulla alla prima palla set che Cobolli gioca con la sua battuta. Nel terzo set si procede seguendo i turni di servizio, sempre più determinante. Ma lo spagnolo non è più in grado di replicare al dritto a sventaglio di Flavio. Sul 5 pari c’è il break e il nostro giocatore va a servire per il match. E con servizio e dritto inside-out chiude il conto. Gioco partita Coppa Davis.

 

La Verità, 24 novembre 2025

Jannik, Matteo and Co: è la Davis degli amici

Testa di Jannik Sinner più grinta di Matteo Berrettini fanno Coppa Davis bis. Per il secondo anno di fila siamo in vetta al mondo del tennis. E alziamo al cielo la preziosa Insalatiera. Merito di un gruppo unito, senza gelosie, guidato da Filippo Volandri, coraggioso a preferire contro l’Argentina il doppio «dream team» a quello composto da Simone Bolelli e Andrea Vavassori che quest’anno aveva disputato due finali slam. Si conclude con questo bellissimo successo il 2024 spaziale del tennis italiano che comprende anche la conquista della Billie Jean King cup, la Davis femminile. Un gruppo con caratteristiche precise che consacra soprattutto loro due, Jannik e Matteo. Il leader umile, il numero 1 ambizioso che vuole migliorare, il fuoriclasse che cerca ancora di imparare. E l’amico, il partner rinato, dopo un periodo di appannamento a causa di guai fisici. Uno che si era già issato al numero 6 del ranking, con una finale a Wimbledon nel 2021.

Sinner e Berrettini hanno vinto un’altra volta la Coppa Davis. Il secondo anno consecutivo. Per la verità, l’anno scorso Matteo era stato spettatore dell’apoteosi di Jannik che, per rincuorarlo, aveva stretto con lui un patto: «L’anno prossimo la rivinceremo insieme». Promessa mantenuta. Superati nel girone Belgio, Brasile e Olanda (con Flavio Cobolli, Matteo Arnaldi, Bolelli e Vavassori oltre a Berrettini), a Malaga abbiamo battuto in sequenza Argentina, Australia e di nuovo Olanda. «Siamo contenti di aver conquistato un trofeo di questa importanza da condividere con tutto il popolo italiano», la dedica finale di Jannik.

Oggi Sinner appare un campione quasi imbattibile. Sabato, dopo la nona sconfitta consecutiva in altrettanti incontri, Alex De Minaur l’ha definito «un puzzle impossibile da risolvere». Ieri, contro il numero 1 orange, il determinato Tallon Griekspoor, quando affiorava qualche sintomo di stanchezza al termine di una stagione lunghissima sempre al vertice, ha fatto appello alla sua forza mentale per giocare meglio i punti decisivi nel tie break al termine di un primo set complicato. Dopo un colpo di coda a inizio del secondo, con break e contro break consecutivi, Jannik non ha mollato la presa e ha strappato il servizio a Griekspoor proprio quando sembrava ritrovare spavalderia. Con freddezza e lucidità l’ha spento, rimettendo le mani sull’Insalatiera.

Con un fuoriclasse così, si parte sempre dall’1 a 0, perciò il match decisivo è quello che disputa l’altro singolarista. Contro Botic van de Zandschulp, Berrettini ha ottenuto il break a zero al nono gioco, quando l’avversario ha smarrito la prima di servizio. Nel secondo set il game di svolta è stato il terzo. L’olandese era avanti 40 a 0, ma Matteo è risalito con due passanti, due dritti sulla riga per conquistare la parità, poi un lungolinea che ha incenerito il rivale che ha ceduto il gioco con un eloquente doppio fallo. Da lì è stata una partita in discesa, nobilitata da una grandinata di ace e dritti abrasivi. 6-4 6-2 il risultato finale contro un giocatore che nel girone di Bologna lo aveva fatto sudare parecchio. Dopo un periodo di problemi, infortuni e anche la tentazione di mollare tutto, Berrettini è tornato il giocatore che avevamo ammirato fino a un paio di stagioni fa. Più maturo e consapevole, però.

Dietro Jannik e Matteo, il leader e il gladiatore, il predestinato e il martello, c’è la forza del gruppo. «Tutte le sere ci riuniamo a discutere equilibri, decisioni, scenari. Ogni scelta è condivisa dal team», ha rivelato Berrettini. È la vittoria della fiducia e della positività. Di un leader che contagia chi gli sta intorno. Matteo l’ha raccontato dopo il successo in doppio con l’Argentina: «Jannik è un ragazzo speciale, anche se è il numero 1 si comporta con l’umiltà dell’ultimo arrivato. Sto prendendo spunto dalla sua voglia di migliorare sempre. Uno così lo guardi e ti domandi in cosa potrebbe crescere ancora, eppure lui cerca di fare sempre di più. È un’ispirazione». Basta pensare alla concentrazione, alla tenuta mentale, all’equilibrio di questo ragazzo di 23 anni che gioca, continuando a migliorarsi, pur avendo in un angolo della testa il fantasma del ricorso presentato dall’Agenzia mondiale antidoping (Wada) al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) sul caso del Clostebol, l’agente chimico contenuto in un farmaco usato dal suo fisioterapista per medicare una ferita, e finito per uno 0,1 milionesimo di grammo per litro nel suo organismo. Sono talenti anche l’equilibrio, la concentrazione, l’autocontrollo. Chi conosce il tennis lo sa. E capisce quale tesoro sia avere con noi un ragazzo così speciale. Così adesso siamo la nazione più forte, il Paese con il movimento tennistico più vincente del pianeta. Considerando anche i successi di Jasmine Paolini, numero 4 del mondo, finalista a Parigi e a Wimbledon, il fortissimo doppio con Sara Errani (medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi), con Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto e Martina Trevisan, capitanate da Tathiana Garbin, fresche vincitrici della Davis femminile.

Godiamoci queste vittorie, belle e piene di contenuti. Con la fiducia che potranno arrivarne altre.

 

La Verità, 25 novembre 2024

La Wada usa Sinner per ridarsi una credibilità

Adesso la partita più dura si gioca fuori dal campo. Ieri mattina, mentre Jannik Sinner sconfiggeva l’insidioso russo Roman Safiullin per 3-6 6-2 6-3 negli ottavi del torneo di Pechino, l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) annunciava di aver presentato ricorso al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) contro l’assoluzione decisa dalla International tennis integrity agency (Itia) per la positività al Clostebol del campione italiano, riscontrata nel marzo scorso. «Sono molto sorpreso e deluso da questo appello perché abbiamo già avuto tre perizie. Tutte e tre sono state a mio favore», ha detto il numero 1 del mondo durante la conferenza stampa al termine della partita. «Non me l’aspettavo. Ho saputo un paio di giorni fa che avrebbero fatto appello e che oggi sarebbe diventato ufficiale», ha poi rivelato. Con il suo proverbiale autocontrollo, in campo Sinner non aveva palesato particolari titubanze. Dopo un avvio un po’ contratto, alzando progressivamente alzato il livello di gioco, aveva domato con numerosi vincenti le velleità dell’attuale numero 36 del ranking. Domani, ai quarti, lo attende il ceco Jiri Lehecka, numero 37, già battuto in due precedenti.

Anche se il nuovo match con la Wada si combatte fuori, Sinner dovrà rimanere «centrato» perché potrà continuare a giocare fino all’inizio delle udienze della Corte arbitrale di Losanna – potrebbero volerci tre mesi – dove verranno presentate le memorie e convocati i testimoni. Il 10 marzo scorso nel corpo del campione fu riscontrata una quantità infinitesimale di metaboliti derivati dal Clostebol (86 picogrammi per millilitro). Alle contro analisi della settimana successiva la quantità era ancora inferiore e totalmente ininfluente sul rendimento del numero 1 del tennis mondiale. Secondo la versione della difesa, la presenza della sostanza proibita era dovuta alla contaminazione avvenuta a causa del trattamento, senza guanti, del fisioterapista Giacomo Naldi che, a sua volta, stava curando con Trofodermin, un farmaco spray contenente il Clostebol prestatogli dal preparatore atletico Umberto Ferrara, un taglio patito al mignolo della mano sinistra. I massaggi durante il torneo di Indian Wells, dove Sinner venne eliminato in semifinale da Carlos Alcaraz, avrebbero introdotto inavvertitamente nel suo organismo la quantità infinitesimale di «sostanza dopante». Il 15 agosto scorso l’Itia aveva stabilito che nella circostanza il tennista altoatesino non aveva avuto «nessuna colpa o negligenza». Qualche giorno dopo, il fisioterapista e il preparatore atletico erano stati licenziati. Ma ora la Wada mostra di non credere alla sua versione: «È opinione dell’agenzia», si legge nel ricorso, «che la constatazione di “nessuna colpa o negligenza” non fosse corretta ai sensi delle norme applicabili». Da qui la richiesta di riesame, in base a una tempistica particolarmente cavillosa nel calcolo della scadenza per la presentazione della stessa, con l’ipotesi, improbabile, di squalifica da uno a due anni per l’atleta (senza perdita dei punti e dei premi acquisiti da marzo a oggi).

La procedura adottata dalla Wada risulta alquanto insolita, anche considerando il fatto che tre medici indipendenti legati alla stessa agenzia, Jean-François Naud, Xavier de la Torre e David Cowan, si erano già pronunciati per l’innocenza di Jannik. Avranno pesato certe prese di distanza di qualche campione del tennis mondiale come Roger Federer che, pur accreditando la versione di Sinner, adombrava un trattamento di favore per il fatto che aveva potuto continuare a giocare durante l’istruttoria? L’appello della Wada contro la sentenza di un tribunale indipendente resta un fatto unico, come dimostra anche il mancato ricorso nell’analogo caso di Marco Bortolotti, il doppista italiano numero 94 del ranking che, assolto per la positività al Clostebol in circostanze simili, non ha dovuto sottostare a nuovi procedimenti.

Mentre nel controllo del doping servirebbe maggior certezza del diritto, a volte sembra sussistere un’eccessiva discrezionalità degli enti incaricati. Molto chiacchierata era stata, per esempio, la rapida assoluzione deliberata dalla stessa Wada dei 23 nuotatori cinesi trovati positivi alla trimetazidina prima delle Olimpiadi di Tokio del 2021 («contaminazione alimentare» era stata la giustificazione). Agli ultimi Giochi di Parigi l’unico mostruoso record del mondo del nuoto è stato stabilito dal cinese Pan Zhanle, che non era tra i 23 accusati, con il tempo di 46’40, con uno scarto di 40/100 rispetto al suo stesso precedente primato, e con un distacco abissale di oltre un secondo dalla medaglia d’argento. Tutto questo per dire che la credibilità degli organismi preposti necessita di essere implementata. E che il ricorso contro l’assoluzione di Sinner non sembra andare in questa direzione.
Ora, oltre che a Losanna, la partita si gioca nella testa del fuoriclasse italiano. Già in primavera aveva dimostrato di saper gestire una pressione anomala vincendo a Cincinnati e ad Halle (gli Us Open sono arrivati dopo l’assoluzione). Prossimamente, il calendario prevede le Finals di Torino e la fase finale della Davis. «Non è molto semplice, ma non posso controllare tutto», ha aggiunto in conferenza stampa il fuoriclasse di Sesto Pusteria. Prima di ribadire in un comunicato ufficiale lo stupore per l’appello: «Capisco che queste cose devono essere indagate a fondo per mantenere l’integrità dello sport che tutti amiamo. Tuttavia, è difficile capire cosa può venir fuori chiedendo a un diverso gruppo di tre giudici di esaminare di nuovo gli stessi fatti e la stessa documentazione. Detto questo», si legge ancora, «non ho nulla da nascondere e, come ho fatto per tutta l’estate, collaborerò pienamente con il processo d’appello e fornirò tutto ciò che potrebbe essere necessario per provare ancora una volta la mia innocenza». Un anno fa, proprio vincendo a Pechino, Sinner completò la svolta di gioco e consapevolezza che, nel giro di pochi mesi, lo portò alla conquista della Coppa Davis con la Nazionale di Filippo Volandri e poi del primo slam in Australia. Ecco perché il campione nel quale possiamo riconoscerci farà di tutto per vincere anche questa battaglia.

 

La Verità, 29 settembre 2024