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Una manina ripulisce la carriera truffa di Kaufmann

Un curriculum fasullo che qualcuno sta provando a cancellare. Una carrierona inesistente, servita per accaparrarsi denaro pubblico, che adesso si tenta di sverniciare. Altro che lo scandalo di certe lauree inventate e scoperte tardi. I titoli professionali di Francis Kaufmann sono una recita da premio Oscar. Un’opera da genio del male degno di grandi festival internazionali. Una pantomima da Academy awards. Peccato che nessuno se ne fosse accorto. Nessuno che avesse detto Kaufmann chi? Nemmeno nei felpati uffici del ministero della Cultura. Nemmeno coloro che, stando al curriculum, avrebbero dovuto essere compagni di set del grande cineasta, ora inquisito per l’omicidio della piccola Andromeda e di Anastasia Trofimova.
È una millantazione kolossal, la sua. Un piano minuziosissimo che lo ha fatto apparire collaboratore di Paolo Sorrentino, in Youth – La giovinezza. Presente nel cast tecnico di Heaven, regia di Tom Tykwer su sceneggiatura di Krzysztof Kieslowski (con Cate Blanchett e Remo Girone). Produttore esecutivo di Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo e in Ore 15,17: attacco al treno di Clint Eastwood. Al fianco di Beyoncé e Idris Elba nel thriller Obsessed. Sceneggiatore e produttore di 3 metros sobre el cielo, adattamento spagnolo del romanzo di Federico Moccia. Una super carriera cinematografica, dunque.

Oggi, però, la notizia è un’altra, ancora più stravagante. «Se non fosse una tragedia sarebbe una commedia perfetta», ha detto Sergio Castellitto, commentando la bizzarria dei finanziamenti ministeriali a un film mai girato, per giunta da un presunto criminale. La notizia di oggi trasforma la tragicommedia in un thriller. Nelle ultime ore, qualcuno sta cancellando le tracce di questa carrierona. Una manina sta nascondendo i falsi titoli professionali con i quali lo Zelig dei set ha inventato il suo profilo da cineasta. Mentre Kaufmann è nelle carceri greche in attesa di estradizione per il duplice omicidio di Villa Pamphili, parecchio lavoro attende la polizia postale per smascherare l’azione di questa manina. A rivelarlo è Franco Bechis, il direttore della testata online Open, già autore dello scoop che qualche giorno fa ha rivelato il finanziamento di 863.000 euro ottenuti dal film Stelle della notte mai realizzato dal sedicente regista americano che si firmava Rexal Ford. Fondi pubblici ottenuti grazie all’assegnazione priva di controlli e di verifiche disposta dalla legislazione del tax credit attuata dal ministero della Cultura ai tempi di Dario Franceschini.
L’invidiabile carriera di Kaufmann nel cinema era stata messa a punto nella versione professionale del sito Imdb, una specie di Bibbia dell’industria cinematografica, di proprietà di Amazon. Lì, Rexal Ford, uno dei nominativi con cui il finto regista si era accreditato, compariva, insieme a Matteo Capozzi, attivo sui profili social, e a Michael Sterling, firmatario delle lettere di presentazione, come direttore esecutivo della fantomatica Tintagel films Llc, la società di produzione che non ha sede a Malta, bensì a Canterbury, in Gran Bretagna. Anche questo, però, risulta falso perché nessuna azienda con quel nome compare nel registro delle imprese del Regno unito. Tuttavia, il piano era studiato nei minimi dettagli. Con una sofisticata tecnica di hackeraggio, i nomi dei tre direttori della Tintagel erano stati inseriti nelle schede dei film citati e presentati come credenziali negli uffici giusti. Ma il falso è kolossal perché negli sterminati titoli di coda originali dei film ai quali Kaufmann millantava la partecipazione, dove si elencano anche i nomi degli elettricisti e dei fonici, né Rexal Ford né Matteo Capozzi né Michael Sterling comparivano mai.

Ora, nella notte tra il 24 e il 25 giugno le 48 collaborazioni eccellenti a film e lungometraggi si sono dimezzate. «Una manina evidentemente collegata alla rete di Kaufmann», scrive Bechis, «è intervenuta e ha modificato la scheda della Tintagel Films su Imdb pro. Rexal Ford è rimasto tra i direttori, ma nella sua scheda sono state cancellate la metà delle produzioni che erano indicate fino al giorno prima. Sparita la partecipazione da produttore esecutivo nella versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Ripulite le schede originali dei film che così non erano più hackerate». La stessa ripulitura è stata realizzata sul profilo di Matteo Capozzi, «sparito del tutto con tutti i film cui avrebbe partecipato. Cancellata la sua scheda, sparita ogni traccia».
È un lavoro di ripulitura sofisticato in corso d’opera. Le partecipazioni diminuivano col passare delle ore, cancellate una ad una, certosinamente. È stato fatto un hackeraggio al contrario, opposto a quello che in fase di costruzione della falsa carriera aveva infilato i diversi avatar di Kaufmann nelle opere da esibire. Un’operazione che svela l’esistenza di una rete tuttora attiva, in possesso di strumenti raffinati, complice della persona che, secondo gli indizi in possesso degli inquirenti, avrebbe ucciso la propria compagna e la propria figlioletta.
Secondo Pupi Avati, maestro di tutti i generi cinematografici, la tragicommedia con elementi thriller ha, purtroppo, anche amari risvolti horror: «Occorreva che un mostro uccidesse la propria figlia e la propria compagna perché i grandi media si occupassero del disastro in cui si trova il cinema italiano. Che fu grande fino a quando i politici non lo ritennero cosa propria».

 

La Verità, 26 giugno 2025

«Nel cinema italiano c’è troppo assistenzialismo»

Manager di lungo corso e da vent’anni vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta è apprezzato a 180 gradi nel mondo del cinema anche per il suo equilibrio.
Giampaolo Letta, ci sarà mai pace per il cinema italiano?
«Spero di sì, ma da quando ci lavoro, ormai 26 anni, non c’è mai stata tregua. Anche guardando più indietro, constato che l’espressione “crisi del cinema italiano” ha mezzo secolo di vita. Poi, però, il nostro cinema è sempre vivo e vegeto».
Eppure inquietudine e conflittualità lo attraversano: per quali motivi?
«Uno è molto semplice: quando usciamo dalle sale, qualcuno ha visto un capolavoro, qualcun altro una boiata pazzesca. Il cinema in sé fa discutere. Più in profondità, è un’espressione culturale, che necessita di importanti risorse economiche, che coinvolge nel dibattito chi lo fa, investitori, produttori, artisti. E, ovviamente, la politica; perché, in particolare negli ultimi decenni, i contributi di denaro pubblico sono spesso determinanti per la realizzazione delle opere».
Negli anni di Federico Fellini e Vittorio De Sica, di Dino Risi e Mario Monicelli c’era la stessa conflittualità?
« Io non c’ero, quella era un’epoca totalmente diversa, un altro mondo. Si vendevano 800 milioni di biglietti l’anno, c’era un solo canale televisivo e usavamo diversamente il tempo libero».
Oggi quanti biglietti si vendono all’anno?
«Prima della pandemia, circa 100 milioni. Adesso stiamo risalendo, circa 75 milioni».
L’ideologia favorisce la creatività e la produzione artistica?
«Secondo me, assolutamente no. Noi di Medusa lavoriamo per cercare, trovare e realizzare storie che interessino il pubblico in modo che lo spettatore sia motivato a uscire di casa, prendere un mezzo, comprare un biglietto e restare in una sala un paio d’ore. L’ideologia rischia di oscurare le storie. Dopo la pandemia il cinema ha ripreso, ma fatica a raggiungere i livelli di prima. Oggi, la gente per convincersi ad andare al cinema dev’essere fortemente motivata dalla qualità delle storie».
C’è un prima e dopo pandemia del cinema?
«Certo. Il pubblico si era abituato a stare a casa, perciò dobbiamo lavorare molto sulla qualità delle opere. Le aspettative degli spettatori si sono alzate perché in quegli anni hanno visto dal divano prodotti di alto livello. Cercare di non deluderli è una sfida molto impegnativa ma imprescindibile».
Perché il cinema è territorio quasi esclusivo della cultura progressista?
«Siamo sicuri che sia così? Io ne dubito. Bisogna vedere i film, al di là di chi li realizza. Forse questo concetto è inquinato dal fatto che un regista o un produttore sia considerato di sinistra, ma alla prova dei fatti non mi pare di vedere film o serie tv militanti».
È arduo trovare dieci prodotti alternativi al pensiero mainstream, drogato anche dal politicamente corretto.
«Capisco, ma attenzione a non confondere l’appartenenza degli autori con il risultato dell’opera. Per fortuna, in Italia siamo, almeno per ora, meno prigionieri del politically correct rispetto ai Paesi anglosassoni, dove gli algoritmi rischiano di mortificare eccessivamente la creatività».
Carlo Verdone ha parlato anche di recente d’inquisizione del politicamente corretto.
«Nella comicità è ancora più limitante e pericoloso. Con l’invadenza dei social basta niente per scatenare mille leoni da tastiera che possono condizionare la comunicazione più del dovuto, compromettendo il lavoro di tante persone».
Perché in Italia si producono così tanti film?
«I numeri vanno analizzati con precisione. È importante. Recentemente sono stati comunicati in modo superficiale e fuorviante.   Delle famose 354 opere prodotte nel 2023 solo 156 sono film di finzione, mentre 106 sono documentari e 92 coproduzioni con soggetti internazionali. Sul “banco degli imputati” restano 156 film. Anche sul volume di fondi pubblici bisogna precisare: i 700 milioni di tax credit riguardano l’intero comparto audiovisivo, film per le sale e per le piattaforme, serie per la tv e per il web. Se parliamo di costi di produzione, invece, si toccano 1,3 miliardi d’investimenti che danno lavoro a 200.000 persone, tra occupati diretti e indiretti. Poi ci sono le produzioni internazionali realizzate in Italia, altri 700 milioni di investimenti nel settore, per un totale di circa 2 miliardi l’anno. Infine, c’è un altro effetto collaterale».
Quale?
«Le ricadute sui territori, tra cui il cosiddetto cineturismo. Per esempio, il nostro Un mondo a parte, diretto da Riccardo Milani, ha prodotto un forte incremento di turismo nel Parco nazionale d’Abruzzo, con escursioni e turismo gastronomico. Un euro investito nell’audiovisivo genera, a seconda delle analisi indipendenti che sono state fatte negli anni, tra i 2,5 e i 3,5 euro. Tutto questo produce una serie di effetti economici collaterali molto rilevanti. Quando si parla dei contributi pubblici si pensa che siano a fondo perduto, ma non è così».
Nessuno vuol misconoscere il valore economico del cinema, ma ci si chiede se oggi in Italia ci sia più offerta che domanda?
«Premesso che nessuno possiede la sfera di cristallo per prevedere l’andamento di un film, produrne meno non garantisce automaticamente film con più successo. Discriminante è la qualità».
Se la domanda di cinema è inferiore all’offerta significa che c’è una bolla produttiva: su cosa si regge?
«Indubbiamente, negli ultimi anni si è prodotto molto. L’impulso è venuto dalla forte domanda di piattaforme e televisioni. E, non dobbiamo negarlo, anche dal sistema di incentivi fiscali che, in una fase molto critica del mercato, ha consentito importanti volumi di produzione, anche attraendo investimenti dall’estero. Limitandoci al cinema – anche le serie non vanno tutte bene – c’è sempre stato un certo numero di film che va male o malissimo. Ma dobbiamo contestualizzare: quando citiamo titoli rimasti in sala un giorno o due, consideriamo che possono essere stati prodotti per le piattaforme. Non sono tutti film “fantasma”».
Dubito che Accattaroma di Daniele Costantini o L’altra via di Saverio Cappiello si riscatteranno sulle piattaforme.
«Bisogna distinguere le tipologie: non possiamo dire che va tutto bene, ma nemmeno che va tutto male. Il tax credit non è equiparabile al bonus 110 dell’edilizia, come qualcuno ha provato a dire».
La riduzione delle sale cinematografiche complica le strategie produttive?
«Il calo non è così elevato. A fronte di alcune chiusure, abbiamo registrato riaperture e riqualificazioni importanti. Anche in questo segmento della filiera il discrimine è la qualità: oltre al film, il pubblico sceglie anche la sala in cui si trova bene».
Un certo mondo intellettuale, autoriale e artistico, è poco sensibile alle regole del mercato?

«Non so se poco sensibile sia il termine giusto. Nella mia esperienza ho visto che il successo di pubblico piace anche a quelli che potevano sembrare più indifferenti. Per un regista, uno sceneggiatore o un attore la sala piena e l’applauso sono la migliore ricompense».
Da produttore è difficile dire no alle proposte di certi registi?
«È sempre difficile, a volte molto, dire no. Di base, c’è il rispetto per il lavoro altrui. Dietro ogni sceneggiatura c’è un lavoro di persone che merita attenzione, indipendentemente dal fatto che si tratti di un grande autore o di un esordiente».
Che cos’ha pensato quando ha visto le tabelle che documentano i fondi pubblici a film con incassi infinitesimali?
«Ci sono molte sfaccettature. Anzitutto bisogna distinguere le risorse che vengono utilizzate con il tax credit e quelle che vengono assegnate con contributi selettivi deliberate dalla commissione ministeriale. La quale ha molta responsabilità perché si tratta di soldi pubblici. Siccome nella nuova impostazione i contributi selettivi sono raddoppiati rispetto a prima, mi permetto di rimarcare che per scegliere i nuovi commissari, come anticipato dal ministro Alessandro Giuli, serve grande attenzione alla competenza. Infine, non deve valere solo il criterio economico di incasso potenziale di un’opera, ma anche una valutazione culturale e sulle potenzialità dei giovani talenti. Quando erano semi sconosciuti, Medusa ha scommesso sui primi lavori di Paolo Sorrentino, di Matteo Garrone, di Edoardo De Angelis, e ora di Francesco Costabile».
Complimenti. Tuttavia, Sorrentino e Garrone non spuntano tutte le settimane.
«Per questo la commissione dev’essere altamente qualificata».
Ha ragione Gianni Canova quando dice che se vuoi fare un film chi ti sostiene lo trovi?
«Concordo. Ci vuole tempo e perseveranza, ma se il progetto è valido ci si riesce».
L’eccesso di assistenzialismo è sintomo di un sistema cinematografico ancora immaturo?
«Sì. Infatti, sono a favore di misure di mercato, quindi automatiche. Sono convinto che più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato. Quest’anno il ministero, nel decreto di riparto, ha diminuito del 40% le risorse del tax credit e aumentato la quota dei contributi selettivi discrezionali. Auspico che l’anno prossimo ci sia un riequilibrio».
La nuova legge sul tax credit varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è pessima?

«No, è buona e molte misure sono condivisibili, altre potranno essere migliorate dai decreti direttoriali. Come le associazioni, Anica in testa, hanno chiesto al ministro e al sottosegretario Lucia Borgonzoni era giusto fare un tagliando alla legge Franceschini. Dopo parecchi mesi di incertezza e di stallo, si è finalmente ristabilito un quadro normativo certo, chiaro e stabile. Valuto molto positivamente aver introdotto requisiti più precisi di accesso agli incentivi fiscali. Anche la partecipazione al budget di un terzo soggetto, coproduttore o distributore, è una garanzia che il film abbia adeguata promozione e programmazione per essere visto dal pubblico che non significa che avrà successo, ovviamente. I limiti, invece, riguardano la mancata semplificazione burocratica delle regole e la parziale preclusione  delle società non indipendenti all’utilizzo degli incentivi fiscali. Auspico anche che il ministero si doti di un’adeguata struttura amministrativa in grado di gestire i processi in tempi rapidi e certi ».
La precedente legge com’era?
«La legge cosiddetta Franceschini è servita a far crescere le imprese e a far nascere un vero e proprio comparto industriale. Ora, dopo 7 o 8 anni, era giusto capire cosa poteva funzionare meglio. Un impegno che ha portato al nuovo decreto».

 

La Verità, 21 settembre

I film «da Oscar» floppano e costano milioni al Mibac

I conti non quagliano. Spiace per il cinema italiano, elegante e sofisticato. Spiace anche per certi nostri registi e autori, così raffinati. E anche per gli attori da proclami festivalieri. Ma, con buona pace di Nanni Moretti, tutto il sistema necessita di una revisione. Di un ricalcolo, verrebbe da dire. Eccone un assaggio. Volare, il primo film in cui, dopo decenni di titubanze attoriali, Margherita Buy si è messa alla prova come regista ha ricevuto dal ministero della Cultura – fra tax credit, con criteri predefiniti, e contributi selettivi, cioè assegnati dalla commissione di giornalisti – circa 1.262.000 euro, incassandone 674.000 euro, la metà. Il totale non basta certo a coprire il costo totale dell’opera di 3.770.000, ma questi sono affari del produttore. Confidenza, l’ultimo film diretto da Daniele Luchetti con un super cast composto da Elio Germano, Vittoria Puccini e Isabella Ferrari ha ottenuto oltre 2,7 di fondi ministeriali, incassandone 1,5 milioni. Lubo di Giorgio Diritti, autore celebratissimo dalla critica, finanziato con 2,5 milioni tra tax credit e fondi assegnati dalla commissione (senza contare i 164.000 per la redistribuzione internazionale), ha portato a casa al box office la bellezza di 145.000 euro.
Sono solo alcuni esempi dello status quo. Se la legge varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è «pessima», come ha sentenziato il Moretti descamisado della serata finale della Mostra di Venezia, è davvero difficile trovare un aggettivo plausibile per quella in vigore con Dario Franceschini, precedente titolare del ministero della Cultura. Tanto più che, mentre quest’ultima continua a produrre le sue nefandezze, la normativa voluta dal suo ingenuo successore non è ancora operativa. E, dunque, risulta un filo prematuro stabilire quali siano i suoi effetti. Quelli, invece, comprovati da cifre e numeri di costi, incassi e fondi pubblici sono da ascrivere al sistema vigente, ovvero della legge delle quattro effe: Film Finanziati che Fanno Flop. È questa, infatti, la costante di una certa gestione pubblica della cinematografia nostrana. È cronaca e storia recente. Abbiamo visto le tabelle con i costi dei film, i contributi alla produzione, le presenze in sala (cfr. anche La Verità del 12 settembre scorso).

Ora, però, c’è un piccolo aggiornamento allo stato delle cose. Claudio Plazzotta di Italia oggi si è preso la briga di andare a vedere quanto hanno incassato i 19 film che compongono la lista delle opere fra le quali il prossimo 24 settembre la commissione dell’Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive ndr) sceglierà quella che rappresenterà l’Italia nella corsa agli Oscar. A onor del vero, non bisogna prendere quella lista come oro colato perché, in buona parte, si tratta di autocandidature che si ottengono versando la modesta cifra di 500 euro. Ma tant’è. Rappresentatività a parte, per i 15 film già visti in sala – 4 devono ancora uscire e, tra questi, Parthenope di Paolo Sorrentino e Vermiglio di Maura Delpero che, verosimilmente, si contenderanno la candidatura – «il box office complessivo è di 8,2 milioni di euro, con una media di incassi di circa 550.000 euro» a opera. Insomma, un bilancio imbarazzante. Sia per la qualità artistica e la penetrazione sul pubblico di molti osannati artisti. Sia, soprattutto, per le casse del ministero della Cultura.

Nel 2023 in Italia sono stati prodotti 348 film, sette in meno dei 355 del 2022, ma sempre in numero di gran lunga superiore a quelli realizzati in Francia o in Gran Bretagna. Molti di questi non approdano alle sale o, se le raggiungono, vi rimangono pochi giorni, prima di essere ritirati per assenza o scarsità di pubblico. Vengono ugualmente realizzati per ambizione artistica e autoriale, molto spesso con il sostegno dei fondi ministeriali. Più ancora che nel caso dei flop di star popolari e celebrate, che comunque, un minimo di spettatori li attraggono, quando si parla di opere «d’essai», la forbice tra incassi e finanziamenti pubblici è particolarmente divaricata. Anche perché, in questi casi, i contributi possono superare il 50% del costo complessivo del film. Esemplificando ancora: L’altra via di Saverio Cappello ha ricevuto 356.416,46 euro di tax credit e 270.000 di contributi selettivi e ha incassato 7.000 euro in totale. Accattaroma di Daniele Costantini ha avuto 214.606 euro di tax credit, raggranellandone 3.000 (tremila) al botteghino. Taxi monamour di Ciro De Caro ha ottenuto 724.000 euro fra tax credit, contributi selettivi e contributi autonomi recuperandone appena 8.000 dai biglietti venduti.
Nei prossimi giorni diverranno operativi i nuovi criteri di assegnazione dei contributi ministeriali per il cinema italiano varati dall’ex ministro Sangiuliano e aggiornati nella composizione della commissione di esperti dal suo successore, Alessandro Giuli. Risulta difficile immaginare che possano essere peggiori di quelli che hanno prodotto la situazione attuale.

 

La Verità, 18 settembre 2024

La Mostra e l’inscalfibile egemonia della sinistra

E poi dicono che «la destra vuole prendersi il cinema» (Stefano Cappellini, Repubblica, 29 agosto). O, al contrario, parlando della solita egemonia culturale, che «non c’è nessun cambio di passo, nessuna svolta, nessun cambiamento reale». In una parola, «nessuna discontinuità» (Marcello Veneziani, La Verità, 6 settembre). A suo modo, la faccenda è semplice: in materia di cinema e di cultura, può succedere che, anche nelle riflessioni di commentatori abitualmente illuminati, la realtà sfochi a vantaggio delle opposte visioni e opinioni. Quella realtà che riappare, invece, in tutta la sua solidità e la sua testardaggine al momento dei verdetti delle giurie, nei palinsesti dei festival, nei comizi gratuiti e frequenti dei veneratissimi maestri.
Sabato sera l’81ª Mostra d’arte internazionale del cinema di Venezia ha licenziato un palmarès inequivocabile. Il Leone d’oro per il miglior film è andato a The Room Next Door (La stanza accanto) di Pedro Almodóvar, opera apprezzata da gran parte della critica, che afferma la necessità di una legge sull’eutanasia: «Porre fine alla propria vita è un diritto dell’essere umano. Chi deve fare le leggi deve tenerne conto», ha dettato il regista spagnolo ricevendo il premio. «Bisognerebbe però rispettare e non intervenire in queste decisioni», ha intimato a chi non condivide il suo dogma. Il Leone d’argento – Gran premio speciale della giuria è stato assegnato all’italiano Vermiglio di Maura Delpero, una pregevole storia ambientata alla fine della Seconda guerra mondiale in una famiglia montanara con un padre maschilista. Il Premio speciale della giuria, presieduta da Isabelle Huppert, l’ha conquistato l’estenuante e desolante April della regista georgiana Dea Kulumbegashvili che l’ha presentato come «un film femminista, sugli aborti clandestini». Premiato per Ecce Bombo, miglior restauro della sezione Classici, Nanni Moretti ha invece colto l’occasione, davanti al neoministro della Cultura Alessandro Giuli, per chiamare alla militanza registi e produttori che dovrebbero essere più «reattivi nei confronti della nuova pessima legge sul cinema». Cioè: la riforma sul tax credit che ha rivisto i criteri di assegnazione dei fondi pubblici, la migliore fatta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano, andrebbe cancellata per consentire al cinema schierato dalla solita parte di continuare a produrre, come con Dario Franceschini, opere che non arrivano in sala o spariscono dopo un weekend. Tutto questo, solo per stare alla serata finale conclusa dalla proiezione di L’orto americano di Pupi Avati, film di chiusura della manifestazione e, dunque, allarmante sintomo dell’incipiente controllo della destra sul cinema italiano.
Scorrendo invece a ritroso il cartellone della Mostra si scopre che era farcito di denunce di militanze di destra: sempre estrema, prevaricatrice, totalitaria. A cominciare dalle trame più intime ed esistenziali, come in Jouer avec le feu, il bel film francese di Delphine e Muriel Coulin (Coppa Volpi a Vincent Lindon) che racconta l’impotenza di un padre nel fermare la deriva nazista di uno dei due figli; o come in Familia di Francesco Costabile, ispirato alla vicenda reale di Luigi Celeste, anch’egli militante di estrema destra, che uccise il padre per proteggere la madre vittima di continue violenze. Per proseguire con storie politiche in senso stretto, come in film e documentari che stigmatizzano autocrati, leader sovranisti e dittatori: su tutti, 2073 dell’inglese Asif Kapadia, che compone una galleria di responsabili dell’apocalisse globale con Silvio Berlusconi, Vladimir Putin, Jair Bolsonaro, Viktor Orbán, Narendra Modi, Javier Milei e Giorgia Meloni. E per finire con il vero evento di questa edizione, ciliegina sulla Mostra: l’anteprima mondiale di M – Il figlio del secolo che si apre con un Mussolini che si rivolge ai posteri: «Mi avete amato, mi avete odiato, mi avete ridicolizzato. Avete scempiati i miei resti perché di quel folle amore avevate paura, anche da morto. Ma ditemi, cosa è servito? Guardatevi attorno: siamo ancora tra voi». Dello stesso tenore il comizio in sala stampa di Antonio Scurati alla presentazione della sua creatura: «Lo spettro del fascismo si aggira per l’Europa, ma non siamo noi a evocarlo, non è il mio romanzo, non è questa serie. Sono altre forze che hanno questa responsabilità».
Ecco. Questo è lo stato delle cose. Questo è l’assetto del «potere culturale preesistente e persistente» (Veneziani) per cui non si trova in giro, non solo in Italia, un regista o un autore cinematografico che si definisca «di destra». Nei giorni scorsi mi è parso sintomatico non esser riuscito a individuarne uno che potesse sostenere un’intervista distaccata e autorevole su «destra e cinema». Sarà perché non esistono due mondi più distanti tra loro di questi? Consiglio a tutti, da una parte e dall’altra, di mettersi il cuore in pace. La traversata da compiere si profila bella lunga. Ci vuol altro che la nomina di qualche direttore e di qualche manager per scalfire e ancor più per ribaltare la pluridecennale egemonia della sinistra.

 

La Verità, 9 settembre 2024

Il baco nel «sistema Draghi» si chiama Soldi

Un baco nel sistema operativo dell’infallibile Mario Draghi. Un piccolo infortunio. Un intoppo nell’ingranaggio solitamente ben oliato della macchina di Palazzo Chigi. Da qualche giorno, a proposito delle designazioni dei candidati ai vertici Rai, nei salotti romani circola una battuta al fiele: «Collaboratori infedeli». O, volendo, addolcirla: «Collaboratori inetti». Riguarda i consiglieri del premier che si sono occupati delle nomine della tv di Stato. Infedeli o inetti, la sostanza non cambia. Difficile inquadrare diversamente l’incidente di percorso che riguarda la scelta dell’amministratore delegato nella persona di Carlo Fuortes, attuale Sovrintendente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, e del presidente in quella di Marinella Soldi, ex ad di Discovery Network e ora titolare di numerose cariche tra cui la presidenza della Fondazione Vodafone Italia. Se queste designazioni venissero confermate, il baricentro della Rai penderebbe così a sinistra da rischiare di farle perdere l’equilibrio. Non a caso Lega e Forza Italia, per non parlare di Fratelli d’Italia, si sono calate l’elmetto.

Andando oltre gli schieramenti, soprattutto l’indicazione della Soldi si è rivelata un tremendo autogol strategico. Nonostante le smentite di rito, è stata lei, prima di trasferirsi al gruppo Vodafone, a condurre la trattativa con la Arcobaleno tre, la società di Lucio Presta, manager di Matteo Renzi, per l’acquisto di Firenze secondo me, il documentario in quattro puntate condotto dall’ex premier e andato in onda sul Nove del gruppo Discovery tra il dicembre 2018 e il gennaio 2019. Il contratto tra l’agente e Discovery è ora finito sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Roma che vuole capire come si giustifica il versamento di 700.000 euro dalla Arcobaleno tre a Renzi, 400.000 per la realizzazione del documentario e la parte restante per due format rimasti a livello progettuale. «È tutto rigorosamente tracciato e legittimo», ha replicato l’ex premier in attesa dei controlli della Guardia di finanza.

Al di là di quando e come si concluderanno le indagini, un’ombra sinistra è calata sull’ex numero uno di Discovery nata a Figline Valdarno (Firenze), poco distante da Rignano, cresciuta a Londra, in possesso di un curriculum internazionale e considerata presidente in pectore da tutti. Invece, questo fastidioso baco costringe al ricalcolo. Perché, adesso, particolarmente per il ruolo di presidente i giochi si riaprono. Tanto più considerando il fatto che poi, in Commissione di Vigilanza, servirà la maggioranza dei due terzi (27 voti su 40). Ora più che mai, dunque, Palazzo Chigi avrà interesse a precisare che, mentre spetta al governo, formalmente al ministero dell’Economia e finanza guidato da Daniele Franco, scegliere l’amministratore delegato, la presidenza «di garanzia» compete al Cda Rai. Il quale è, a sua volta, in via di formazione. Ai tre consiglieri già nominati – Fuortes, Soldi e, in rappresentanza dei dipendenti di Viale Mazzini, Riccardo Laganà – vanno aggiunti i quattro scelti da Camera e Senato su indicazione dei partiti. Sono le complesse incombenze di questi giorni, influenzati dal calendario dei lavori parlamentari e dagli umori nella maggioranza, scossa dai contraccolpi del dibattito sul ddl Zan e sulla riforma della giustizia.

Finita la ricreazione per la vittoria agli Europei, le attenzioni di Draghi sono tornate sull’agenda del Recovery fund e la gestione dell’uscita dall’emergenza sanitaria. Di certo le nomine Rai non gli hanno mai tolto il sonno, motivo per cui il relativo dossier è finito sui tavoli dei «collaboratori»: il capo di gabinetto Antonio Funiciello e il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera. Sui quali hanno avuto buon gioco le pressioni dei potenti uomini di sottogoverno romano, da Goffredo Bettini al consigliere del ministro Dario Franceschini, Salvo Nastasi, decisivo nelle nomine di teatri e sovrintendenze, fino allo stesso Gianni Letta, sempre molto influente quando si tratta di tessere tele e indirizzare cariche. Per dire, nel pomeriggio del 6 luglio Bettini è stato avvistato a Palazzo Chigi. Difficilmente per incontrare il premier in persona. Eppure, qualche giorno dopo, ha potuto esultare con un whatsapp che aveva il tono della rivendicazione: «La proposta di Carlo Fuortes per la Rai assicura una professionalità di grande valore alla più importante azienda culturale italiana. Nel 2003, in qualità di presidente dell’Auditorium, proposi al consiglio di amministrazione di nominarlo amministratore delegato. Ho avuto, così, con lui straordinari anni di collaborazione e di amicizia». Per altro testimoniati dalla foto allegata nella quale, vicino ai due, s’intravede anche Letta zio.

Per la Soldi, invece, oltre ai buoni uffici di Renzi, si sussurra di un interessamento del ministro per l’Innovazione Vittorio Colao, per un decennio ad di Vodafone e nel giugno scorso estensore del Piano di rilancio degli Stati generali dove, in molte pagine dedicate alla comunicazione e alla digitalizzazione la Rai non è mai citata. Chissà perché, si chiedono le solite malelingue romane, una come la Soldi che tra Vodafone, Nexi, Italmobiliare e Ariston Thermo assembla un budget che sfiora i due milioni, dovrebbe accontentarsi di un assegno di 200.000 euro l’anno.

 

La Verità, 15 luglio 2021

«Sono maestro, ma non mi perdonano la bellezza»

In questi giorni il maestro Beatrice Venezi sta provando L’amico Fritz di Pietro Mascagni all’Opera Holland Park di Londra, dove debutterà il 16 luglio. È il motivo che giustifica il dispiacere di non poterla intervistare in presenza. Perché, se nome e cognome evocano un’idea di bellezza, la presenza la incarna. «Prometto che la prossima intervista sarà di persona», concede Beatrice. Citata nel 2018 dalla prestigiosa rivista Forbes tra i 100 under 30 italiani più influenti, direttore principale della Nuova Scarlatti di Napoli e dell’Orchestra sinfonica Milano classica, richiesta dai maggiori teatri del Sudamerica e dell’Asia, a fine settembre Venezi dirigerà l’Orchestra dell’Olimpico di Vicenza nell’Histoire du soldat di Igor Stravinski, titolo che aprirà il ciclo dei Classici diretto da Giancarlo Marinelli, autore anche della regia dell’opera inaugurale.

Come devo chiamarla, signora Venezi?

«Maestro è il titolo corretto».

Ci si può battere per l’emancipazione femminile anche da direttore?

«A maggior ragione. Condivido il pragmatismo del Paese in cui mi trovo, per il quale ciò che si fa più del modo in cui si viene chiamati. Non condivido la declinazione forzatamente femminile dei ruoli, mi interessa di più battermi per la parità salariale e delle opportunità professionali. Però questa è solo una mia convinzione e nutro massimo rispetto per chi la pensa diversamente».

Perché qualche anno fa a Teheran non l’hanno fatta dirigere?

«L’ambasciata italiana preferì cancellare all’ultimo momento il concerto temendo potesse causare risentimento in parte della popolazione. Era il 2019 e c’erano motivi di tensione con gli Stati Uniti e i rappresentanti del mondo occidentale perciò fu ritenuto prudente non esacerbare quelle tensioni».

Ha incontrato ostacoli anche in altri Paesi?

«Ogni Paese ha un proprio protocollo e il rispetto di determinate forme. Per esempio, il Giappone e la Russia. Ma in nessuno c’è il pregiudizio diffuso che si percepisce in Italia».

Che tipo di pregiudizio?

«Mi piacerebbe semplificare dicendo che colpisce le donne che siedono in posti apicali. In realtà, è una forma di avversità più vasta e sottile, che riguarda tutto ciò che mette in discussione posizioni acquisite, dal ricambio generazionale alla questione femminile».

Il suo aspetto è più di aiuto o di ostacolo alla carriera?

«Direi di ostacolo».

Perché?

«Perché si ritiene che una donna che voglia essere culturalmente credibile debba rinunciare alla cura del proprio aspetto. È un luogo comune difficile da scalfire. Nel mio settore la bellezza non aiuta, mentre in una cantante è ben vista».

Anzi, è valorizzata.

«Non così per un direttore, che è un ruolo di comando. In un leader bellezza e autorevolezza sono ritenute quasi incompatibili».

Come sarà la sua estate dopo il debutto londinese?

«Resterò qui fino a fine luglio, poi dirigerò alcuni concerti all’inizio di agosto. Per ripartire in settembre dal Teatro Coliseo di Buenos Aires con un evento più volte rimandato per la pandemia. Nella prossima stagione sarò felice di recuperare altri debutti rinviati in Francia».

La sua attività è stata molto penalizzata dal periodo di restrizioni?

«Non mi posso lamentare perché ho lavorato molto, però principalmente in Italia e nei Paesi vicini. Mentre abbiamo cancellato alcuni appuntamenti in Sudamerica e in Giappone. Auspico che riusciremo a tenere sotto controllo il virus grazie alle diverse misure. Temo sia difficile sconfiggerlo definitivamente, ma spero che diventi una malattia endemica, così da riuscire a conviverci senza fermare il mondo».

L’estate si concluderà con la direzione al Teatro Olimpico di Vicenza di Histoire du soldat scritta da Stravinski nel 1918 durante l’epidemia di spagnola. Come si sta avvicinando a quest’opera?

« Il contesto in cui è nata la rende molto contemporanea. Inoltre, quest’anno ricorre il cinquantesimo della morte di Stravinski, un autore fondamentale per l’evoluzione dello stile compositivo. Marinelli ha impostato un grande lavoro per portare in scena un’opera che, pur appartenendo al repertorio sinfonico, ha una notevole componente drammatica».

Che cosa può dire un testo scritto durante la Prima guerra mondiale all’uomo contemporaneo?

«Histoire du soldat conserva una forza evocativa particolarmente pregnante proprio in rapporto al periodo in cui è stata concepita. È un’opera da leggere, recitare e danzare, come potrà vedere il pubblico dell’Olimpico. Quasi una favola per bambini che ci permetterà di tornare ai ricordi dell’infanzia, quando le mamme leggono le storie ai figli, con qualcosa di consolatorio».

Anche noi come il soldato protagonista rischiamo di vendere l’anima al diavolo in cambio di una ricchezza illusoria?

«È un rischio della società contemporanea. Credo che viviamo un momento molto strano, con difficoltà che il Covid ha amplificato. Vedo il rischio di credere in falsi miti, una faciloneria nel combattere battaglie di cui sappiamo poco. Ci appassioniamo a opinioni che ci vengono vendute in scatola. Ne parlavano alcuni grandi artisti già negli anni Sessanta. Quella che allora era leggerezza è divenuta superficialità nell’approcciare temi complessi in base alle mode. Vendere l’anima vuol dire non applicare il pensiero critico, ma allinearsi al flusso corrente».

La parola dell’epoca era omologazione.

«Aggiornandoci, potremmo parlare di globalizzazione».

Nel dibattito attuale sui diritti delle minoranze c’è qualcosa che la colpisce in particolare?

«Trovo malata la tendenza a pensare di guadagnare un diritto nel momento in cui lo si toglie ad un altro. È un comportamento lontano dalla democrazia».

In che caso?

«In occasione della polemica che mi ha riguardato ho chiesto di essere chiamata in un certo modo senza ledere il diritto di nessuno. Ma tra esponenti di alto livello della politica è partita la gara a screditare la mia figura con un metodo che ritorna, per esempio a proposito di vax e no-vax. Oppure quando si trattano le donne come una minoranza da proteggere. A volte il pragmatismo soccombe sull’altare dell’ideologia».

Quando l’ha visto?

«Certe scene del Gay pride non mi hanno fatto piacere. Ho amici che hanno un orientamento diverso dal mio. Tuttavia, la derisione della figura di Cristo da parte di un manifestante in minigonna e tacchi a spillo, da cristiana mi ha infastidito. Non sono nessuno per dare giudizi, mi chiedo se per affermare un proprio diritto ci sia bisogno di sbeffeggiare il credo di altre persone. In una società democratica dobbiamo tutti cercare le forme di una pacifica convivenza».

Concorda con il maestro Riccardo Muti che al Corriere della Sera ha detto che si fa troppo poco per promuovere l’arte musicale italiana?

«Ne sono convinta; in maniera molto più modesta lo dico da tempo. La politica non vede il nostro patrimonio culturale e artistico come un asset vincente, mentre il nostro Paese potrebbe vivere di questo».

Qual è il sentimento di una donna gratificata dai riconoscimenti della musica italiana nel mondo che si ritrova in patria in situazioni di povertà di mezzi e trascuratezza?

«Piange il cuore. Nel nostro Paese prevale l’esterofilia che influenza interi cartelloni teatrali dove compaiono pochi o nessun artista italiano a vantaggio di altri, stranieri, più o meno noti. Anche le nostre maestranze dovrebbero essere sostenute dai teatri finanziati dallo Stato. Tanto più dopo una lunga sosta forzata che ha costretto molti lavoratori dello spettacolo a cambiare lavoro… Rincorriamo la star straniera che risulta più interessante ed esotica, mentre all’estero vengono apprezzati gli artisti italiani».

Se dovesse dare un suggerimento discreto al ministro della Cultura Dario Franceschini per favorire l’avvicinamento alla musica dei giovani che cosa gli direbbe?

«Gli direi che bisogna credere nel ricambio generazionale. Nel nostro Paese ci sono tanti giovani talentuosi e competenti che non vedono l’ora di prendersi delle responsabilità. I bamboccioni sono il risultato della mancanza di opportunità non il contrario».

Un lavoro che deve partire dalle scuole e dai conservatori?

«Confermo. I conservatori sono pensati per chi vuole provare a fare della musica una professione. Quello che manca è il primo livello: stimolare i ragazzi partendo dai programmi scolastici. Non bastano tre anni di flauto traverso per apprezzare la musica classica. Il secondo livello riguarda la comunicazione degli enti sinfonici e operistici, affinché i teatri non siano percepiti come luoghi elitari. Il terzo livello coinvolge l’intrattenimento. In Francia, Germania e Gran Bretagna si trovano programmi televisivi di musica classica anche in prima serata. In Italia i canali dedicati sembrano oasi del Wwf. Invece Alberto Angela dimostra che si può avvicinare a temi complessi il grande pubblico».

Che cosa può trasmettere ai giovani di Instagram una figura come Giacomo Puccini a cui, da sua concittadina, ha dedicato il primo disco?

«Proprio la modernità, perché fu un compositore dirompente per la velocità della narrazione, più simile al linguaggio cinematografico che a quello dell’operistica precedente. Un linguaggio che racconta l’amore per la donna e la ricerca della donna ideale con la chiave d’accesso giusta anche per un pubblico di neofiti».

Come giudica il correttismo che sta investendo il repertorio operistico?

«Lo trovo sbagliatissimo. La lirica esprime spesso una sensibilità diversa da quella contemporanea, ma nascondere la storia indorando la pillola è molto fuorviante. Cambiare il copione di Carmen per evitare il femminicidio vuol dire sminuirne la grandezza, perché lei sceglie di morire per difendere la propria dignità».

Ci può anticipare qualcosa del prossimo disco?

«L’ho appena registrato per Warner music con la magnifica Orchestra Haydn di Bolzano. Non è un lavoro monografico, ma una sorta di playlist che raccoglie una serie di eroine e antieroine dalle pagine sinfoniche dell’opera, da Giovanna d’Arco a Salomé, da Lady Macbeth a Maria de Bueons Aires».

Guardandosi dall’esterno qual è il primo sentimento che prova?

«Sono molto orgogliosa di quello che sono riuscita a fare pur non venendo da una stirpe di musicisti. Anche se è ancora molto poco rispetto a quello che spero potrò fare e forse farò nel prossimo futuro».

 

La Verità, 10 luglio 2021

«L’agenda di Draghi mette in mora gli ex comunisti»

Claudio Velardi ha un passato diverso dal presente. È stato uno dei Lothar di Massimo D’Alema (gli altri erano Fabrizio Rondolino, Marco Minniti e Nicola Latorre) che sussurrava all’allora potente premier, mentre negli ultimi tempi si è avvicinato a Matteo Renzi. Napoletano, 66 anni, fondatore ed editore del quotidiano Il Riformista, tiene il blog Buchineri.org, presiede la Fondazione Ottimisti & razionali e insegna comunicazione politica alla Luiss (Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli). Citando Fiorella Mannoia, ha appena pubblicato Come si cambia. Cronache dall’anno zero (Colonnese).

In un suo tweet di qualche giorno fa scriveva che il Pd, «che sarebbe naturaliter più vicino all’agenda Draghi», è invece attraversato da lacerazioni. Perché?

«Penso che Draghi ponga al Pd una scelta drastica: se si riconosce nel piano di lavoro del governo vuol dire che ha un carattere liberal democratico, se gli fa venire il mal di pancia significa che è preso da pulsioni di una sinistra che ha fatto il suo tempo».

La causa delle lacerazioni è la segreteria di Nicola Zingaretti?

«Sì, perché seguiva quelle pulsioni passatiste. Un processo teorizzato da Goffredo Bettini che sosteneva la necessità di far diventare il Pd e i 5 stelle la gamba di sinistra della coalizione. Mentre Renzi e Calenda avrebbero dovuto rappresentare la gamba liberal con cui allearsi».

Il decisionismo e l’operatività di Draghi hanno evidenziato l’inconsistenza del dibattito interno al Pd?

«Draghi ha rovesciato l’agenda Conte, fatta di continue esternazioni che nascondevano l’assenza di decisioni. Il governo Conte è stato il più indecisionista della storia d’Italia, non solo non ha deciso nulla di significativo durante la pandemia, ma neanche prima. Infatti, andava bene ai partiti».

Invece ora?

«L’agenda la fa Draghi e i partiti perdono equilibrio. A cominciare dal Pd, il più innervato nel sistema. Negli ultimi 26 anni ha governato per 17. Si parla del berlusconismo, ma Berlusconi ha governato una legislatura e poco più. Per il resto, il Pd c’è sempre. Per questo è un partito conservatore».

Le ultime esternazioni d’interesse pubblico di esponenti dem riguardano Barbara D’Urso, il direttore d’orchestra Beatrice Venezi e le sardine.

«L’involucro che avvolge la struttura del Pd è fatta di politicamente corretto. Serve a coprire con il belletto il fatto di essere un partito saldamente innestato nel sistema del potere che, intendiamoci, non è di per sé qualcosa di cattivo. Solo che bisogna saperlo gestire, il Pd lo sa fare».

Però la D’Urso, il vocabolario gender…

«Quando va bene si parla di disuguaglianza e di poveri, sebbene il consenso lo si trovi nelle Ztl. Altrimenti si gioca con la D’Urso e le sardine».

Sono fatti casuali o sintomo del distacco dalle emergenze reali?

«Il Pd è insediato nel sistema non nella società. Quello che sta a cuore alla società gli arriva dopo perché non ha le antenne. Si può pensare tutto il male possibile di Matteo Salvini, e personalmente non lo apprezzo, ma gli va riconosciuto che ha battuto il Paese palmo a palmo. Come pure Giorgia Meloni e persino i grillini. Hanno raccolto le domande della società e le hanno trasferite in politica. A mio avviso, commettendo l’errore di non correggerle e di non governarle, come dovrebbe fare la politica».

Il Pd è il partito dell’establishment?

«Dell’establishment diffuso, che comprende le burocrazie statali, locali, gli apparati pubblici, sindacali e delle categorie. La cosa è seria, non sia mai che il Pd sparisse. Berlusconi e il M5s hanno provato a eliminare gli apparati e le burocrazie, ma non ci sono riusciti».

Perché non parla più di lavoro?

«Essendo legato agli apparati non sa che il lavoro è cambiato. Chi si occupa dei rider oggi in Italia? Il Pd è legato a un’idea di lavoro superata che non guarda ai giovani, ma ai protetti, ai garantiti, ai più anziani».

Non parla nemmeno di scuola.

«Se proteggi le corporazioni degli insegnanti, compresi quelli che non vogliono lavorare, non puoi far passare il principio meritocratico. I sindacati vorrebbero estendere a tutti i premi di produttività, questa è la logica… Se sei legato a queste forze non riesci a dare la scossa».

Nominando commissario per l’emergenza il generale Francesco Paolo Figliuolo al posto di Domenico Arcuri Draghi ha messo in mora anche Massimo D’Alema?

«D’Alema è più intelligente della media della classe dirigente del Pd. Il suo limite è che si è fermato alle analisi di trent’anni fa. A volte riesce a rientrare in gioco attraverso qualche persona vicina. Ma le operazioni di potere devono rispondere a un disegno e il suo disegno è sbagliato. Ha detto che l’uomo più impopolare, un uomo del 2%, non poteva eliminare l’uomo più popolare d’Italia. Abbiamo visto com’è andata».

D’Alema, Bettini, Conte: un’intera filiera di potere è finita ai margini?

«Attenzione, Conte appartiene a un’altra filiera. Gli ex comunisti guardano una fotografia seppiata dell’Italia, per questo le loro strategie falliscono. Se un uomo del 2% rovescia l’Italia come un guanto vuol dire che ha il polso della società. Poi non è amato e non sarà votato… ma anche D’Alema non è che abbia i voti».

Conte apparterrà a un’altra filiera, ma si è giovato dei consigli di D’Alema e dell’appoggio di Bettini.

«Conte appartiene a un’altra filiera: non ha l’ideologia ex comunista. Tanto che ha potuto fare il populista duro nel Conte 1 e poi il populista gentile nel Conte 2. Ha le antenne nella società più degli ex comunisti. Anche se ora, fuori da Palazzo Chigi è molto indebolito».

Si rafforzerà candidandosi a Siena?

«Campa cavallo. Draghi ha un’autostrada fino a ottobre, quando ci saranno le amministrative. Certo, deve portare a casa dei risultati, ma i partiti oltre a entrare nei pastoni dei tg non faranno. Se scendi in strada, la gente ti dice: chissenefrega di Salvini e Zingaretti, fate lavorare Draghi».

In un altro suo tweet scrive che «la scelta di domenica riguarda unicamente la piena, totale e incondizionata adesione del Pd all’agenda Draghi». Lei ce l’ha?

«Sì perché sono una persona normale. A un certo punto arriva l’italiano più stimato nel mondo, uno che dà del tu ai capi di Stato e che ha salvato l’euro, certo che gli do fiducia: che problema c’è? Magari tra due mesi mi avrà deluso e cambierò idea».

Draghi ha cambiato i ruoli apicali di gestione della pandemia: ha sbagliato a confermare il ministro Roberto Speranza e la politica delle chiusure?

«La sfida di Draghi si concentra sui vaccini, è una sfida organizzativa, non sanitaria. Ha cambiato i vertici della Polizia, della Protezione civile e il Commissario straordinario: significa che l’impegno è innanzitutto logistico. Sulla parte sanitaria e le chiusure mantiene una continuità che alla fine è secondaria. Gli italiani sanno che per abbassare i contagi bisogna stare un po’ chiusi. Certo, ci vogliono i ristori per le categorie in sofferenza. Ma Draghi guarda oltre, ai provvedimenti per la ripartenza, allo sviluppo quando le vaccinazioni avranno completato il loro corso. Non serve riaprire per qualche settimana e poi essere costretti a richiudere».

Su Letta è molto fiducioso?

«È un liberal democratico, niente a che vedere con gli ex comunisti. Credo che il suo ritorno sia un bene per il Pd e per tutto il sistema».

Quanto resisteranno gli ex renziani?

«Temo che dentro il Pd si stia stringendo un patto che tende a strangolarli in una logica vendicativa. Se accetteranno questa logica, sbaglieranno. Dovrebbero riuscire a resistere provando a incidere con le loro idee. Se usciranno accelereranno la loro fine».

Anche confluendo in Italia viva?

«Se vanno lì non trovano voti. Renzi dovrà aspettare a lungo prima di risalire. Il caravanserraglio del Pd è importante perché, nonostante tutte le crisi, parliamo sempre di consensi su cifre notevoli. Per questo, forse, è stata sbagliata anche la scelta di Renzi di andarsene».

Con Letta segretario la saldatura con il M5s non sarà più ineluttabile?

«Credo di sì. Conte e Letta saranno competitor e si dovranno distinguere. Conte capo dei 5 stelle è la conferma che Zingaretti e Bettini hanno sbagliato i calcoli ed è uno dei motivi principali delle dimissioni di Zingaretti».

Di cosa è sintomo il fatto che 5 degli ultimi 6 segretari (Walter Veltroni, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani, Matteo Renzi e Maurizio Martina) sono usciti dal Pd o hanno lasciato la politica?

«È accaduto perché il disegno veltroniano del partito a vocazione maggioritaria è fallito. Il bipolarismo è naufragato e alcuni ex segretari hanno creato nuove formazioni, dando vita a una disseminazione pulviscolare della sinistra che è il derivato del clima di rissa permanente che c’è nel Pd».

Degli ex segretari resiste solo Franceschini perché punta al Quirinale?

«Non credo. Franceschini è un dirigente post dc molto laico che gestisce il potere con intelligenza e duttilità».

Franceschini, Letta, Mattarella: si consolida l’asse della vecchia sinistra Dc?

«Che nel Pd le culture Dc siano sopravvissute meglio delle culture ex comuniste è un dato di fatto».

Ha ragione Alberto Asor Rosa quando dice che la connotazione «di sinistra» nelle forze politiche attuali è assente perché hanno smarrito il «rapporto con le classi popolari»?

«Apprezzo Asor Rosa come studioso, ma politicamente non ha mai ragione. Le classi popolari non esistono. Esistono i poveri, i disagiati, gli sfruttati, ma ognuno è un singolo soggetto che ha a che fare con il proprio bisogno. Se si pensa di classificarlo in uno schema si ha una visione ottocentesca. Se fosse così semplice, basterebbe trovarle le classi popolari, per organizzarle. Ma nessuno le trova».

Ha da poco pubblicato Come si cambia. Cronache dall’anno zero, una riflessione sull’anno della pandemia che ha modificato il nostro vivere. Com’è cambiato Claudio Velardi?

«Rifletto molto di più su me stesso e do meno importanza agli aspetti pubblici dell’esistenza. Anche questa è una forma di emancipazione dalla sinistra, la quale tende a pensare che le cose della politica siano più importanti di quelle che riguardano la quotidianità delle persone. Mi curo di più di ciò che conta, la mia salute, la mia famiglia. Di politica mi occupo per diletto, ma sempre di meno».

 

La Verità, 13 marzo 2021

Con Franceschini Sanremo è un rebus di Stato

Il fatto è che teatri e cinema dovrebbero essere aperti e funzionanti da un pezzo. Ovvio, rispettando protocolli e restrizioni. Seguendo contingentamento e distanziamento del pubblico. Regolando gli afflussi. Ma funzionando. Altrimenti sfugge la ragione per cui i supermercati siano aperti, le chiese, distanziate e sanificate, anche, e le scuole medie ed elementari pure, mentre per le superiori si auspica un rapido ritorno alla didattica in presenza. Perché i teatri e i cinema no, pur con il pubblico al 50%?

Nella confusione generale e normativa che complica la nostra quotidianità era inevitabile che anche il Festival di Sanremo si trasformasse in un affare di Stato. Del resto, per un motivo o per l’altro, lo è ogni anno. Figuriamoci nel bel mezzo di una crisi di governo e di una pandemia che miete centinaia di morti al giorno, come qualcuno, un po’ moralisticamente, ha fatto notare. Così è la nostra Italia. Anzi, l’Italietta delle canzonette. Il governo dimissionario si schiera contro il Festival. Amadeus, il conduttore ancora in carica, critica la decisione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e minaccia di abbandonare la direzione artistica della kermesse. I vertici Rai di nomina governativa si barcamenano. Il direttore di Rai 1, Stefano Coletta spinge perché Sanremo si faccia rispettando le restrizioni: «Sarà uno show protocollato come evento televisivo e sarà realizzato in grandissima sicurezza, in accordo con la prefettura, l’Asl e le autorità preposte». Le case discografiche scrivono al ministro della Salute sottolineando la difficoltà dei loro artisti a esibirsi in un teatro deserto. Eventualità di fronte alla quale Amadeus minaccia il rinvio a tempi migliori. Roberto Speranza inoltra la preghiera delle major della discografia al Comitato tecnico scientifico. Il quale non si riunsice per pronunciarsi sull’inestricabile questione. I giornalisti filogovernativi (Selvaggia Lucarelli) dicono e che sarà mai: «Se ce l’ha fatta Floris senza pubblico ce l’ha può fare» anche Amadeus. Da brava concorrente della Rai, La7 fa il suo gioco: «Il ministro Dario Franceschini mette a tacere le polemiche…», oibò.

Ecco la bagarre che ci mancava, perché Sanremo è Sanremo. In realtà, al ministro è bastato un tweet per dimostrare di averci capito pochino: «Il Teatro Ariston di #Sanremo è un teatro come tutti gli altri e quindi, come ha chiarito ieri il ministro @robersperanza, il pubblico, pagante, gratuito o di figuranti, potrà tornare solo quando le norme lo consentiranno per tutti i teatri e cinema. Speriamo il prima possibile». Nell’attesa che questo «prima possibile» già tardivo arrivi, il nodo da sciogliere è quello dei figuranti: «attori» scelti, controllati e contrattualizzati dalla Rai, che andrebbero a comporre il pubblico di 800 persone che occuperebbe la platea dell’Ariston. Il quale, però, non è un teatro «come tutti gli altri», perché in occasione del Festival diventa un normale studio televisivo.

Il cinguettio del ministro Franceschini – lo stesso che ha promosso la realizzazione della «Netflix della cultura italiana» in partnership con la semiclandestina Chili Tv e non con la Rai – è smentito anche dalle Faq del sito di Palazzo Chigi. La presenza di pubblico è infatti ammessa negli studi tv, «in quanto alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli, perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento “coreografico” o comunque strettamente funzionale alla trasmissione». Non si spiegherebbe altrimenti perché programmi come X Factor e il Maurizio Costanzo show, registrato per altro al teatro Parioli, abbiano potuto andare in onda con un pubblico di figuranti.

«Sanremo è un continuum dell’intrattenimento che siamo riusciti a organizzare quest’anno nonostante la pandemia», ha sottolineato il direttore di Rai 1. Non sfugge ai più che, tra sponsor, pubblicità, industria discografica, cachet delle star, autopromozione della rete e tutto il resto, movimentando alcune decine di milioni di euro, il caravanserraglio del Festival è la macchina da soldi della Rai. E anche del Comune di Sanremo: «La mancata realizzazione del Festival comporterebbe un minor introito alle casse tale da portare il comune al default», ha detto allarmato il sindaco Alberto Biancheri. E pazienza se alcuni sovrintendenti d’importanti teatri come La Scala o L’Opera di Roma lamentano il trattamento di favore di cui godrebbe il Festival della canzone italiana. Per la verità c’è anche chi spinge nella direzione opposta e chiede di superare l’ipocrisia dei figuranti, aprendo le porte dell’Ariston a un pubblico vero. Con la sua forza d’urto, Sanremo potrebbe funzionare da apripista. Per ritornare alla normalità, prima o poi, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Il governo è ancora in carica «per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione». Ma con il Covid, il Festival della canzone italiana è affare ordinario o straordinario? Servirà nominare una task force per saperlo?

 

La Verità, 29 gennaio 2021

«L’Italia dovrebbe vincere con il potere dell’arte»

Artista, artigiano, musicista, musicologo, autore, compositore, interprete, showman: Marco Castoldi, in arte Morgan. Persona controversa. Altrimenti non si spiegherebbe come possa esser finito al centro di un inestricabile ingorgo amministrativo giudiziario sentimentale culturale, sfociato nel pignoramento della sua dimora-atelier. Ora, per sensibilizzare le autorità sulla vocazione dell’artista e sul legame tra la creazione e il posto dove questa si genera e prende forma, Marco Castoldi ha pubblicato per La nave di Teseo Essere Morgan – La casa gialla, primo libro di una trilogia, corredato di numerose illustrazioni, che si apre con una lettera al ministro dei Beni e delle attività culturali.

Sulla copertina si firma Marco Morgan Castoldi. Come devo chiamarla?

Come vuole. Morgan è il nome d’arte di un cantante autore performer pianista saltimbanco partorito da una persona che si chiama Marco e si occupa di spettacolo artistico, fatto di musica e parole.

Nella casa-atelier si realizza la sovrapposizione tra persona e artista: espropriarlo vuol dire impedirgli di creare?

Sicuramente nella casa avviene il concepimento e spesso la realizzazione dell’opera. Il posto dove abita l’artista è il posto dove abitano le sue idee. E le sue idee sono la sua arte. In questo periodo ripetevo che da trent’anni sto in quarantena, per cui non c’è nulla di nuovo. Ma siccome me l’hanno tolta, non ho più nemmeno la libertà di stare in casa mia.

Dove ha trascorso il lockdown?

In case a breve termine, piene di bagagli, senza i requisiti tecnici per la mia attività musicale. Case scomode. Case casuali.

Come si mantiene? Eravamo rimasti al pignoramento alla fonte dei suoi introiti, ci sono novità?

Nessuna. Sono rimasto completamente inascoltato sia come cittadino che come artista. Il ministero che dovrebbe occuparsi di beni e attività culturali e organizzare il rapporto tra l’artista, la società e il mercato non fa nulla. Neanche fa finta di farlo.

Il pignoramento e lo sfratto sono opera di Asia Argento per il mancato mantenimento della figlia o dell’Agenzia delle entrate per il mancato pagamento delle tasse?

Non ho quasi mai mancato di mantenere le mie figlie. In realtà le cifre corrisposte sono più alte di quelle richieste. Perché oltre l’assegno mensile, ho assolto alle spese per la scuola e per le attività sportive e ricreative. Ricordo che la bambina è cresciuta con me per quattro anni. Poi ho versato alla madre 3000 euro al mese. Direi tanti per mantenere una bambina. Perciò mi è venuto il dubbio di aver mantenuto anche il tenore di vita da star della madre.

Ma gli alimenti li ha sempre pagati?

Non sempre. Ho avuto problemi con i manager. Ci sono stati momenti in cui non venivo pagato. Ho chiesto di pazientare, assicurando che avrei risolto la situazione. Negli anni ho versato qualcosa come 350-400.000 euro. Va bene, era la risposta. Poi però arrivavano le lettere dell’avvocato. Comportamenti miseri. Non si dovrebbe arrivare a questo tra persone che si sono dette «ti amo». Invece, è successo. E poi ci si atteggia a paladina della battaglia contro la violenza sulle donne.

Era insolvente anche verso l’Agenzia delle entrate?

Tutto è partito da lì. Mi hanno imputato un debito e hanno subito iniziato a pignorare le mie entrate senza discutere di rateizzazione. Non potendo più pagare gli alimenti si è innescata la catena.

Ha presentato reclamo?

L’Agenzia delle entrate è un’entità kafkiana, irraggiungibile. Sono andato di persona per definire una contrattazione basata sui miei introiti. Impossibile. L’anima della burocrazia è questa: dammi la prova che esisti, un documento con marca da bollo. Non basta vederti qui davanti, serve il documento…

Il merito di questa situazione è del suo manager?

Sono passato per diverse gestioni, tutte similmente opache. I manager di artisti non esistono come categoria. Non ci sono regole. Sono autodidatti che pensano di farla in barba all’artista. Il quale è distratto perché pensa alla sua attività creativa.

Perciò non può lamentarsi…

Anch’io ho vissuto da ricco. Le canzoni producono ricchezza. Ho avuto 100, ma loro se ne sono presi 500. Mio compito non è frugare nelle carte dei commercialisti, ma creare una canzone dalla quale tutti traggano vantaggi. Se compongo un ritornello troppo lungo la canzone non incassa due milioni di euro. Se è giusto sì. La mia responsabilità è fare canzoni perfette. Poi, improvvisamente, arriva una notifica di 2 milioni di tasse da pagare.

Con questo libro, introdotto da una lettera all’allora ministro Alberto Bonisoli, contesta il comportamento dello Stato sostenendo che, anziché penalizzarla, dovrebbe sostenerla.

L’obiettivo è mettersi attorno a un tavolo per capire il ruolo dell’artista nella società moderna. E stabilire un sistema di norme affinché le sue creazioni siano vantaggiose per tutti: artista, Stato e mercato. Sono molto competente per ciò che concerne la dimora dell’artista. È una visione che si allarga allo stato dell’arte in Italia fino alla politica del nostro Paese.

In che senso?

Com’è possibile che l’Italia che possiede il più grande patrimonio artistico al mondo sia un Paese economicamente sottomesso e indebolito nella sua sovranità, come abbiamo visto anche durante questa crisi del coronavirus? Un Paese in possesso, temo ancora per poco, di tutta questa bellezza dovrebbe dominare il mondo. Abbiamo avuto Antonio Vivaldi, cioè il maestro di Bach, Mozart e Beethoven. Abbiamo avuto Piero della Francesca, cioè tutti gli Andy Warhol messi insieme. Potrei continuare. Dovremmo governare il mondo…

Invece?

Siamo indebitati perché chi governa è ignorante e non capisce il valore della bellezza. Questi politici vanno aiutati. Vanno condotti per mano perché possano comprendere quanto vale la ricchezza di cui disponiamo.

Nel suo libro parla dell’artista «al centro del reticolo sociale».

L’artista è al centro della comunità, non più fisica o geografica, ma mediatica e virtuale. L’artista aggrega. Che cosa ricordiamo della storia del nostro Paese? I grandi artisti come Leonardo da Vinci o Dante Alighieri. La storia la fanno i grandi creatori o i grandi distruttori. Leonardo e Ludovico il Moro, Picasso e Hitler: dipende da che parte stiamo.

La legge è uguale per tutti: se un musicista rimane senza lavoro è come se accadesse a un commesso?

Il commesso ha la mia stessa dignità. Né più né meno. Ma sul piano sociale è diverso. Sui social scrivono: chi ti credi di essere? Se mi togli la casa mi togli anche il lavoro. Al commesso resta il negozio. Se non lavoro io, si ferma tutto l’indotto delle mie canzoni. A un concerto ho 50.000 persone davanti, qualche decina lavora dietro e attorno al palco, altri guadagnano con i diritti d’autore, poi ci sono le case discografiche, gli uffici stampa… Io posso sostituire il commesso in negozio, lui non può sostituire me.

Intanto il ministro è cambiato. Ora è Dario Franceschini, concittadino di Vittorio Sgarbi, prefatore del libro.

Quindi, per campanilismo dovrebbe leggerlo. Poi mi auguro di incontrarlo.

In quasi tutte le sue ultime esibizioni sono successi casini.

Sono rappresentazioni artistiche.

Con Sky siete in causa per X Factor.

Per forza. Mi hanno promesso un cachet, la mia partecipazione ha portato ascolti, ma non mi pagano giustificando il fatto con le mie intemperanze.

Anche con Maria De Filippi non è finita benissimo.

Idem. Pensando a Maria De Filippi, faccio «Ah!».

Prego?

Ah! Un’esclamazione alla Al Pacino. Nel palazzetto dove si registrava Amici una sera mi è esplosa una paura pazzesca… Sono scappato. «Dove stai andando?», urlavano. «Basta, sono un comunista, sono un comunista». Sono scappato per i campi, nella nebbia, ancora con l’auricolare addosso.

Mi prende in giro? Sembra la scena di un film…

È successo davvero.

A Sanremo sappiamo com’è andata con Bugo.

È stata un’invenzione teatrale, un’iniezione di spettacolo. Sa quanto ha reso il video a YouTube? 23 milioni di euro, con oltre 15 milioni di visualizzazioni. Ma né io né la Rai abbiamo avuto niente.

Ha rotto con Sky, ha rotto con Mediaset e con la Rai ci siamo vicini?

Tutt’altro. La Rai la amo perché è super partes. Sogno di realizzare una trasmissione che valorizzi quello che so fare. Il programma di Enrico Ruggeri è stato un buon passo avanti. Spero venga il mio momento.

Tornerà al Festival nel 2021?

Amadeus è una persona seria, ironica e professionale. Forse l’idea migliore sarebbe che io e Bugo tornassimo come ospiti. Io ospite di Bugo e Bugo ospite mio… Ci pensa? Con l’utopia di fare pace sul palco. E con la strizza che, se non riesce, si ripeterà un altro fattaccio.

Per concludere, c’è qualcosa che la fa essere ottimista?

Penso che mi rivolgerò alla magia.

Chi è Morgan?

Un angelo che va sul palco. E può essere commovente o divertente.

 

Panorama, 20 maggio 2020

«Franceschini latita e io finirò in galera»

Luca Barbareschi è nel camerino del teatro Eliseo dove, tra poco, andrà in scena con Il cielo sopra il letto, diretto e recitato da sé medesimo e con Lucrezia Lante della Rovere. Sempre tra poco, ad aprile, l’Eliseo potrebbe chiudere a causa dell’indagine per traffico di influenze disposta dalla Procura della Repubblica di Roma. Secondo l’accusa, in occasione della finanziaria del 2017 sarebbero state esercitate pressioni illecite per far arrivare al teatro 4 milioni di euro. Barbareschi si sarebbe rivolto a Luigi Tivelli compensandolo con 70.000 euro per la sua attività: «Mi sono affidato a un lobbista per sollecitare il Parlamento a fare una legge sulla cultura. È reato?», si difende lui. Ora, dopo l’avviso di garanzia, per rispetto del pubblico, degli abbonati e degli artisti, il proprietario e direttore artistico dell’Eliseo garantirà il completamento della stagione, nella quale, alla fine, avranno recitato attori come Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Anna Bonaiuto, Glauco Mauri, Elena Sofia Ricci, Alessandro Haber, Lunetta Savino, Renato Carpentieri, Silvia d’Amico, Ivano Marescotti… L’Eliseo, comunque, è più di questo, operando nella produzione teatrale, della fiction televisiva e del cinema (tra gli ultimi film, L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia).

Lei, Barbareschi, invece quando andrà in galera?

«Presto, se le accuse saranno confermate».

Che cosa le contestano?

«Il reato di traffico di influenze».

Che sarebbe?

«Il tentativo di convincere i politici a sostenere, tramite apposite leggi che stanzino fondi per la cultura, le attività dei teatri e degli enti lirici. Se indagano me dovrebbero indagare tutti i sovrintendenti italiani. Perché, dai dirigenti della Biennale di Venezia a quelli della Scala fino a quelli dei teatri più piccoli, tutti trascorriamo le nostre giornate per sensibilizzare i politici alle necessità dei nostri enti».

Gli altri sovrintendenti forse non pagano un lobbista per fare una legge che finanzi il loro teatro.

«Peccato, dovrebbero farlo. Ho pagato una società che si chiama Reti e ha come sua attività seguire le procedure legislative alla Camera e al Senato. Per fortuna l’ho fatto perché questo prova che c’è totale trasparenza. Chi ha verificato ha constatato che non c’è stato nessun passaggio di denaro tra me e il povero Tivelli o altri funzionari statali. Ma l’attività di lobbying è necessaria perché non posso trascorrere le mie giornate in Parlamento».

A cosa serve?

«Come ho detto, a sensibilizzare le istituzioni a finanziare teatri e fondazioni. È la politica a decidere, sono i parlamentari nella loro sovranità a legiferare. Anche in queste settimane bastava un emendamento nella legge di bilancio che viene controfirmata dal presidente della Repubblica. L’obiettivo è stabilire una regola aurea per il Fus (Fondo unico per lo spettacolo ndr) che, in base alle produzioni e allo sbigliettamento, stabilisca l’entità del sostegno».

Che cosa ostacola questo processo?

«Non lo chieda a me. Avevo suggerito un testo che poteva andare bene per tutti gli enti. Sarebbe stato presentato al Senato da uno schieramento trasversale composto da esponenti del Pd, di Forza Italia e Fratelli d’Italia e con l’appoggio della Lega».

Invece?

«Il giorno stesso in cui doveva essere votato mi è arrivato l’avviso di garanzia».

Perché è indispensabile una legge?

«Perché oggi i finanziamenti vengono distribuiti a macchia di leopardo. Chi ha buoni rapporti con il ministro competente, il sindaco o l’assessore ottiene il denaro, chi è nuovo e non li conosce non becca nulla».

Lei non è nuovo né privo di conoscenze, non sarà un perseguitato.

«Chissà. La invito a leggere la lista dei finanziamenti degli altri Tric (Teatri di rilevante interesse culturale ndr) per il 2018».

Lista (non completa) dei finanziamenti del Fus sommati a quelli degli enti territoriali. Teatro Biondo di Palermo: euro 5.256.620; Fondazione teatro Bellini di Napoli: euro 1.877.490; Fondazione teatro Due di Parma: 1.792.499; teatro dell’Elfo di Milano: euro 1.758.689; teatro Franco Parenti di Milano: euro 1.720.635; teatro di Bari: euro 1.347.872; Teatro Eliseo di Roma: euro 810.181.

Magari gli enti locali delle altre città sono più prodighi del comune di Roma.

«L’Eliseo è all’ultimo posto anche nella classifica dei finanziamenti ministeriali».

È meno attivo?

«Vuole scherzare? La nostra attività è superiore sia per numero di eventi che per qualità e trasversalità della proposta».

Vuol dire che è un trattamento ad personam contro di lei?

«Sicuramente sono una figura scomoda. Nessuno mi dava la direzione artistica di nulla. Alla fine, nel 2014 ho acquistato questo teatro per 5,6 milioni e l’ho fatto ristrutturare spendendone altri 7. Bene: da quell’anno i finanziamenti del Fus sono crollati da 1,3 milioni al mezzo milione attuale. E questo mentre si preparavano le celebrazioni del centenario, commemorate anche da un francobollo del ministero dell’Economia e delle finanze con la dicitura “Patrimonio artistico e culturale italiano”. Sa come si chiama questo comportamento?».

Dica.

«Callosotomia sociale, è una definizione dello scienziato Andrea Moro. La callosotomia è un’operazione chirurgica nella cura dell’epilessia di separazione dei due emisferi cerebrali. Nella persona che la subisce l’emisfero destro e quello sinistro non comunicano, rendendo per esempio impossibile ritrovare con la mano destra un oggetto toccato con la mano sinistra».

Ma nel 2014 Dario Franceschini, lo stesso ministro di oggi, si era dimostrato sensibile alla riapertura del teatro?

«Certo. Aveva condiviso l’idea del rilancio dopo il fallimento della precedente gestione e si era esposto per garantire le finalità artistiche dell’Eliseo».

E adesso?

«Non risponde agli appelli dei lavoratori che gli scrivono per evitare la chiusura e la perdita del posto di lavoro. E non rispondono al telefono nemmeno il suo capo di gabinetto, Lorenzo Casini, e il segretario generale, Salvo Nastasi».

Che cosa dovrebbe fare Franceschini?

«Sarebbe bastato che avesse dato l’ok all’emendamento del Def che prevedeva un aumento di soldi per tutti i Tric italiani, non solo il mio».

Ho letto un suo messaggio in cui parla di antisemitismo e pronuncia il «J’accuse» di Émile Zola durante il caso Dreyfus. Eccesso di vittimismo?

«È chiaro che sono provocazioni. Ma c’è sconforto. In questo Paese chi lavora fuori dagli schieramenti prestabiliti non viene accettato. Se a dirigere l’Eliseo ci fossero Emma Dante o Mario Martone stia sicuro che non lo lascerebbero chiudere».

È rassegnato?

«Mai nella vita. Sto cercando di sensibilizzare in tutti i modi l’opinione pubblica. La cosa più deprimente è il silenzio di tanti colleghi che recitano all’Eliseo o nelle fiction e nei film che produco, che non dicono una parola. Anche a Venezia lo spettacolo è stato deprimente. Quando Lucrecia Martel, presidente della giuria, ha attaccato il film di Polanski tutti si sono nascosti, salvo poi precipitarsi per i selfie al momento della consegna del Leone».

Diceva che non si rassegna.

«Sono pronto a sfidare chiunque in un dibattito televisivo su come possano funzionare teatri ed enti culturali in Italia. Sono pronto a raccontare tutto, a partire dai trattamenti di favore di cui godono altri istituti più allineati del mio. Ma sono sicuro che non si presenterebbe nessuno. Finora mi hanno ospitato Massimo Giletti a La7 e Silvia Toffanin a Canale 5, mentre la Rai mi ha cancellato da tutte le trasmissioni come fossi un appestato».

Lista delle ospitate disdette in programmi Rai per la promozione di Il cielo sopra il letto dopo l’arrivo dell’avviso di garanzia: Vieni da me, Rai 1 (3 dicembre); La vita in diretta, Rai 1 (9 dicembre); Chi è di scena, Rai 3 (10 dicembre); Telethon, Rai 1 (14 dicembre); Tg3 Linea notte, Rai 3 (18 dicembre); Caffè Unomattina, Rai 1 (21 dicembre).

Senza o quasi televisione come pensa di sensibilizzare l’opinione pubblica?

«Ho fatto pubblicare una petizione su Change.org intitolata “Lasciate vivere il teatro Eliseo” che in pochissimi giorni ha già superato 1700 firme. La invito a leggere la lista di artisti, registi e scrittori che hanno sottoscritto l’appello».

Lista dei firmatari internazionali dell’appello: David Mamet, Roman Polanski, David Hare, Abraham Yehoshua, Radu Mihaileanu, Emir Kusturica.

Ultima domanda, Barbareschi: chiuderà l’Eliseo?

«Se non succede qualcosa temo di sì. Non possono costringermi a tenere aperto un Teatro di rilevante interesse culturale senza darmi i fondi per farlo. Chiederò il cambio di destinazione d’uso e ne farò un centro congressi o dei ristoranti».

Un delitto.

«Penso alla storia di questo teatro, alle persone che ci sono passate, da Igor Stravinski a Giorgio De Chirico, da Vittorio Gassman a Luchino Visconti a Eduardo de Filippo, alla nascita de Il mondo di Mario Pannunzio e alle lettere di Silvio D’Amico a Giulio Andreotti. È un patrimonio culturale e artistico come dice quel francobollo. Anche il Valle, un altro teatro romano, ha chiuso definitivamente dopo essere stato occupato per anni dagli attori impegnati contro i governi Berlusconi con il plauso dei giornali militanti da Repubblica in giù. Ma ha chiuso dopo semplici proteste improduttive. Io ho continuato a lavorare e proporre, senza accusare nessuno. Adesso però sono indagato e accuso le istituzioni. Perché far chiudere i teatri è un crimine culturale. Il punto d’arrivo finale di questi metodi sono le dittature comandate dalle magistrature che bruciano i libri».

 

La Verità, 24 dicembre 2019