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«Da Giuda a Curon, la vita e il cinema sono horror»

Ho appena finito di vedere Curon: bella cupa.

«Anch’io vi leggo, La Verità è un giornale diverso e molto vivo. Un po’ come una biscia».

Ecco Luca Lionello: visione, originalità, inclinazione pulp. Faccia e temperamento perfetti per una serie gotica come quella di Netflix, ambientata sul lago di Resia (Val Venosta, Alto Adige), dove il campanile che sbuca dall’acqua crea un set naturale: inquietante come l’immagine scelta da lui per descrivere La Verità, e che considera un complimento: «Aldilà del simbolo del serpente, la biscia ha colori fluorescenti e sorprendenti, che in natura non si trovano. E poi è imprevedibile… Insomma, oggi è il mio pomeriggio fortunato».

Cos’altro lo fa essere tale?

«È una bella giornata e di sicuro ci sarà un bel tramonto romano. Colleziono tramonti, con delle fotine…».

Per Instagram, come tanti?

«No. Sono un modesto studioso di quello che accade nel cielo. Potrei parlarle della qualità della luce, anche il cinema è fatto di luce e cambia da film a film. Ma non vorrei tediarla. Diciamo che sono un contadino delle nuvole… Potrei definirmi così».

Parlare con Luca Lionello, figlio di Oreste, icona del Bagaglino e sublime doppiatore di Charlie Chaplin, Marty Feldman e Woody Allen, è come avventurarsi su un sentiero di montagna, con quel fremito d’incognito che si mescola all’euforia della scoperta. Sposato, padre di Maja e Ori, nomi con una storia lunga così, Lionello è un attore estraneo ai circuiti della cinematografia mainstream: il Giuda Iscariota interpretato in The Passion di Mel Gibson è un eloquente biglietto da visita.

Chi è Thomas, il padre pieno di ombre che interpreta in Curon?

«Dovrei avere una risposta pronta, invece mi sento di dire che non lo so chi è. Ha una personalità forte e una psicologia definita e, aldilà dell’horror o del fantasy, compie azioni terribili».

Addirittura.

«Diciamo sconvolgenti. Sembra un mascalzone solitario, ma fa tutto per un bene supremo, come dicono all’Onu. Però gli voglio molto bene».

Curon è una meditazione sul doppio, con due gemelli rovesci della stessa medaglia. È anche una riflessione sulla scelta tra bene e male?

«La metafora la tratteggia la professoressa quando racconta la leggenda per la quale in ognuno di noi c’è un lupo buono e un lupo malvagio. Noi diamo da mangiare a quello buono, ma a volte ci sbagliamo perché le cose non sono come ci appaiono. Ovvero, la vita è una tragedia e non sempre sappiamo come prenderla. A Curon le ombre si inseguono perché questo lago è misterioso».

Aldilà delle citazioni di Stephen King, l’hotel con un solo inquilino, il ruolo dei ragazzi e la loro passeggiata nel bosco che ricorda Stand by me, è una storia lugubre e sinistra.

«Il campanile fa pensare a qualcosa che non quadra perché il suo posto sembra sbagliato. In realtà, è l’acqua che non dovrebbe stare lì (una diga costruita 70 anni fa creò il lago artificiale che sommerse il paese di Curon ndr). Ai ragazzi è affidato un ruolo salvifico, ma poco dopo la scena del bosco si profila la tragedia. Le storie che s’intrecciano hanno regole precise».

Una di queste è che la religiosità sconfina nella superstizione? Anche i componenti della famiglia con le pareti di casa tappezzate di crocifissi hanno tutti un lato oscuro.

«È una sensazione reale che mi ha ricordato quei film western nei quali c’è sempre il cappellano con la Bibbia in mano che dice messa nella casetta di legno. È la coperta suprema che serve a velare tutto. Il crocifisso non è un simbolo di allegria. Nella serie è un alfabeto che fa da sfondo, come nei boschi di quelle valli punteggiate da edicole votive e crocifissi che rappresentano una cultura molto presente».

Il sacro è un mistero che a Curon inclina al gotico?

«Sì, anche se non mancano le sorprese. Alfred Hitchcock dice che se mostri un fucile poi quello deve sparare. Invece il fucile che ho sempre in mano io non spara un colpo perché il mio personaggio è strano e ci sarebbe molto da raccontare».

Materia per la seconda stagione?

«Queste cose le decide il pubblico. Da quello che so è stato un bel successo e sarebbe un peccato lasciare tanta gente delusa».

Com’è stato interpretare Giuda in The Passion di Mel Gibson?

«Potremmo scrivere dei libri. Finora non ne ho quasi mai parlato… Una mattina, mentre ero fuori con il mio cane, mi chiama un’agente di una delle maggiori società di casting del mondo. Aveva visto L’italiano, un film del 2002 nel quale recitavo una piccola parte. Voleva delle informazioni. Qualche tempo dopo mi richiama per dirmi che presto avrei dovuto incontrare un regista importante per un film molto ambizioso».

E lei?

«Sono scappato da Roma e mi sono rifugiato a Frattura vecchia, il paesino terremotato dell’Abruzzo dove avevamo girato L’italiano».

Finalmente arrivò il provino…

«Avvenne in una chiesa romana del 1100, un luogo buio, ornato di affreschi medievali. Gibson vedeva attori da tre anni. A me chiese solo se avevo altri impegni in vista, perché voleva esser sicuro che fossi a sua disposizione. Più che un contratto, era una comunione d’intenti senza una data di fine lavorazione».

Recitare in The Passion è stata un’esperienza irripetibile?

«Per un attore Giuda è più stimolante di Amleto. Che Dio mi perdoni, è persino più interessante che interpretare Gesù. Per volere di Gibson spesso Jim Caviezel indossava il mio naso. Il regista aveva fatto un calco perché Gesù e Giuda avessero lo stesso profilo e nel buio del Getsemani potessero confondersi».

Conferma che Gibson volle che una delle mani che inchiodano il Nazareno alla croce fosse sua?

«Confermo. The Passion è stato qualcosa più di un film. Flagellare Gesù per un paio di mesi, il tempo per girare quella scena, ti rimane dentro. Ti trovi in una realtà che se non la vedi rimane letteraria. Nella vita la sofferenza non la reggiamo, poi se entri in un ospedale ti accorgi che la realtà è complicata. Alla fine, la vita è un horror».

Non sempre, dai. Cos’altro è successo sul set?

«In questi giorni che si è ricordato Alberto Sordi mi è venuto in mente che Gibson volle ricostruire il Getsemani nello Studio 5 di Cinecittà. Per dare la luce giusta si usava un lenzuolo bianco, ma un giorno al direttore della fotografia qualcosa non quadrava perché ci avevano scritto sopra: <Grazie Alberto>. Era morto Sordi e qualcuno lo salutava a quel modo. Appreso il fatto, Gibson interruppe le riprese e mandò tutti a casa: “Oggi state con Alberto”, disse».

Ha mantenuto i rapporti con lui?

«È l’unica persona che conosco alla quale non rompo le scatole. Ogni tanto si leggono indiscrezioni sul seguito di quel film. Dovrebbe riguardare la resurrezione».

Qual è stato il lascito più importante di suo padre?

«Innanzitutto il cognome, che non è poco. È stato il mio primo maestro, mi ha lasciato libero di scegliere perché era molto intelligente e si è fidato della mia responsabilità».

Il doppiaggio è scuola d’arte o di artigianato?

«Il doppiaggio è il cavallo di Troia e bisogna avere molta cura, perché t’insuffla un’altra cultura e tu ne sei conquistato».

Quale altra cultura?

«Quella italica. Una certa difficoltà dell’inglese in Italia è figlia del doppiaggio».

Che cosa s’impara, l’immedesimazione nell’altro, a non essere egocentrici?

«Il doppiaggio è una grande palestra. Si impara a ottenere un risultato, come ci arrivi non ha importanza. Però bisogna raggiungere la meta con qualsiasi mezzo».

Quale meta?

«Essere credibili. Quando recito parto sempre dal concetto di concerto e uso il mio strumento come un pianoforte: nel doppiaggio è la voce, nel cinema il corpo».

I doppiatori sono figli del cinema americano, del Piano Marshall e di una pensata di Giulio Andreotti, sottosegretario di Alcide De Gasperi?

«Sì. Il Piano Marshall per l’Italia contemplava anche 300 film americani all’anno doppiati in italiano. Siamo ancora qui da allora».

Quando suo padre impersonò proprio Andreotti al Bagaglino il cerchio si chiuse?

«Fu una nemesi, come si dice in questi casi».

Dopo Curon a quale progetto sta lavorando?

«Alla regia di una storia di animazione che ha a che fare con l’esperienza che abbiamo vissuto in questi mesi. È tratta da Il volo delle foglie, il primo romanzo di Fabio Teriaca, un chiropratico con la passione dell’arte e della letteratura. L’animazione è un mondo molto complesso e sofisticato, ma anche un luogo di grande libertà».

Per uno che interpreta ruoli come i suoi che cos’è la paura vera?

«La paura è un allarme esterno come il dolore è un allarme interno. Perciò dobbiamo tenercela cara. Anche perché, essendo un sentimento ancestrale, se cerchi di gestirlo perdi solo tempo. Non è un interruttore che accendi e spegni».

Le piacevano i balconi canterini e gli slogan tipo «andrà tutto bene»?

«Assolutamente no. Però qualcosa si doveva fare, non dico un esorcismo collettivo… Nessuno ci aveva insegnato a gestire situazioni così. Anch’io mi sono affacciato a battere le mani, ma mi piaceva di più la città silente».

Un soggetto perfetto per una serie tv o un film?

«Una sorpresa nella tragedia. Perché alla fine ci siamo resi conto che non c’era da salvare il mondo, ma l’uomo. Se continuiamo a buttare plastica nel mare ci rimane un quarto d’ora di vita. Il pianeta resta, noi siamo di passaggio. Sordi diceva che a Roma si deve camminare in punta di piedi e chiedendo permesso per non violentarla».

In un momento così la politica ha mostrato la giusta attenzione verso il mondo dell’arte?

«La politica è stata la prima a rimanere spiazzata. Anche un bambino avrebbe capito che non bastava chiudere solo i voli diretti dalla Cina. Se non ci fossero stati gli attori, le cose sarebbero andate peggio. L’attore fa compagnia perché racconta delle storie. È un mestiere che tende al sacro perché consola e aiuta a condividere. Senza le storie che ci arrivano dall’arte, dal cinema, anche da internet la situazione sarebbe stata ancora più drammatica. Invece gli italiani si sono dimostrati meravigliosi».

Gli italiani come popolo, più dei politici?

«Certo che sì, palla avanti e pedalare. Chi lo sapeva che eravamo così pronti ad assorbire e accettare?».

 

 

La Verità, 27 giugno 2020

Il virus e il «suggeritore» della Preghiera del Papa

Quell’immagine resterà a lungo nella mente dei fedeli e degli uomini di tutto il mondo. Come un frame, un fotogramma del grido dell’umanità, a testimonianza di quest’epoca di tragedia. Per quanto contano, lo confermano anche i dati di ascolto da record di Rai 1, in proporzione un’antenna locale: 8,6 milioni di telespettatori e il 32,7% di share, (ai quali vanno aggiunti i 2,8 milioni con il 10,6% di Tv2000, e le platee minori di RaiNews24 e SkyTg24). C’era idealmente tutto il mondo nella piazza san Pietro deserta. Tutto il mondo «flagellato dalla tempesta». La piazza solitamente affollata, gremita. Meta abituale dell’assembramento devoto. Pioveva al tramonto, a Roma. E, nella luce bluastra, si è udito il silenzio. Si è udita la voce flebile di papa Francesco. Si è udito il suono delle campane. Si è udito l’urlo delle ambulanze. Tutto si è fuso nella preghiera elevata da Bergoglio, protetto da una tettoia approntata sul sagrato della basilica. «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città, si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti», ha detto Francesco. E poi ancora. «Con la tempesta è caduto il trucco degli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego». Dallo studio di Rai 1, commentavano il vaticanista Ignazio Ingrao e monsignor Filippo Di Giacomo.

Mentre si ascoltava colpiva l’immagine dell’uomo vestito di bianco, sotto una tettoia anch’essa bianca, solo in mezzo al colonnato del Bernini. Francesco ha riproposto il vangelo della barca nel mare in tempesta, con gli apostoli spaventati mentre Gesù dorme, in apparenza indifferente. Fino a quando lo svegliano perché si vedono in pericolo. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?», si sentono rispondere. «La fede non è tanto credere che Tu esista», ha chiosato Francesco, «ma venire a Te, fidarsi di Te… Con Dio a bordo non naufragheremo». L’immagine della barca è servita a Bergoglio per sollecitare tutti alla solidarietà, «fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». È giusto, tutti insieme. Ma il Papa ha fatto il Papa. E davanti alla pandemia sembra che la voce della massima autorità religiosa mondiale sia la più dotata di credibilità.

Era stato don Marco Pozza, durante una puntata domenicale di A sua immagine, collegato dal carcere di Padova di cui è cappellano, a invitare il Pontefice a un gesto di preghiera da piazza san Pietro. Un gesto con tutte le televisioni collegate, che avesse il sapore dell’evento. Bergoglio gli ha dato ascolto, come sta facendo da qualche tempo. Don Marco lo intervista da tre anni nei cicli sulla preghiera trasmessi da Tv2000. Insieme con alcuni detenuti del carcere padovano, ha partecipato alla stesura delle riflessioni della prossima Via crucis. Ha collaborato anche al testo della preghiera di venerdì sera. Al termine della quale, dopo l’adorazione al Santissimo in una ritualità che ha mostrato tutto il peso di duemila anni di storia, Francesco ha impartito la benedizione Urbi et Orbi con la concessione dell’indulgenza plenaria. Che, nell’impossibilità di accedere ai sacramenti in tempo di quaresima, accorda il perdono a tutti coloro che lo chiedono. Mentre la impartiva dall’ingresso della basilica, le sirene delle ambulanze si confondevano con il suono delle campane.

 

La Verità, 29 marzo 2020

«Gesù è il grande assente del Terzo millennio»

Al secondo piano di una palazzina della Maggiolina, il villaggio dei giornalisti alla periferia nord di Milano, vive Giacomo Celentano con la moglie Katia e il figlio Samuele. 52 anni ben portati, è il secondogenito di Adriano e Claudia Mori, in mezzo tra Rosita e Rosalinda. All’ingresso dà il benvenuto la statua in bronzo ad altezza quasi naturale di un Cristo benedicente. Qualche immagine religiosa punteggia le pareti, fotografie di famiglia scrutano dalle credenze. Giacomo Celentano ha appena pubblicato La conversione (Dottrinari), suo quarto libro, nel quale, attraverso una riflessione sulla ricerca di Dio racconta il rapporto tra Giacomo e Alberto, credente il primo ateo il secondo.

Lei è Giacomo, ma Alberto esiste davvero o è un pretesto narrativo?

«Sono due persone fittizie. Giacomo non sono io e un mio amico che si chiama Alberto, in realtà è credente. Più che proporre un manuale di conversione, la mia idea era raccontare un cammino di conversione».

La differenza?

«Un manuale ha ambizioni teoriche e io non mi sarei sentito di scriverlo perché credo di avere ancora molta strada da fare. Il cammino romanzato di conversione spero coinvolga maggiormente il lettore».

È una sua riflessione a voce alta, Alberto risulta marginale.

«Ma c’è all’inizio, in mezzo e alla fine».

Si sente più cantautore o scrittore?

«Da 5 o 6 anni i miei mestieri sono due. Questo è il quarto libro e anche il prossimo cd sarà il quarto».

Come matura questa voglia di comunicare la bellezza del cristianesimo?

«Da quando ho conosciuto mia moglie Katia, nel 1997, è iniziato questo cammino: spero di aver fatto qualche passo. Lei è sempre stata credente e anch’io lo sono, sebbene mi sia allontanato nel periodo del militare. Negli ultimi anni ho notato che l’Italia e l’Europa, diciamo tutto l’Occidente, stanno subendo una profonda scristianizzazione. È un’apostasia di massa. Negli anni Ottanta riguardava una élite di intellettuali. Ora investe la maggioranza della popolazione».

Che cosa le dà questa percezione?

«Prima di tutto i rapporti: se parli di Dio in generale passa, ma se parli di Gesù figlio di Dio e verbo incarnato vieni emarginato. Poi nei media, nei tg, nelle radio, sul web non c’è traccia di fede, di cristianesimo. Vuole un altro esempio?».

Prego.

«Io sono anche cantautore… Il fatto che il Festival di Sanremo l’abbia vinto un ragazzo che si chiama Mahmood che significa Maometto, la dice lunga. Anche se la canzone è carina, si parla pur sempre di ramadan…».

Altri esempi?

«Nelle scuole sono spariti i crocifissi per non offendere i bambini non cristiani. Nell’Occidente del terzo millennio Gesù è il vero grande assente».

Parlando di media e scristianizzazione, ascolta Radio Maria?

«Sì, mi capita. Ma da cantautore amo ascoltare tutte le radio che diffondono bella musica, il pop, la classica…».

Come mai avverte la secolarizzazione in modo così drammatico?

«Negli ultimi anni mi sono avvicinato al movimento di Medjugorje seguendo i messaggi della Regina della Pace. Ci sono dieci segreti, a Fatima erano tre…».

Non è contraddittorio che una rivelazione avvenga attraverso dei segreti?

«È una comunicazione che si rivolge a chi ha fede. I segreti sono mediati. Le apparizioni di Medjugorje che avvengono dal 1981 sono il fenomeno più longevo nella storia della Chiesa. Nei suoi messaggi la Regina della pace dice che questa è l’ora di Satana, ma allo stesso tempo che è la sua: lei viene per risvegliare la fede. Avvicino questo fenomeno a ciò che è narrato nell’Antico testamento, quando Dio mandò Mosè a salvare il popolo d’Israele facendogli attraversare il Mar Rosso».

È andato spesso a Medjugorje?

«Due volte».

Con sua moglie?

«Con amici. Conto di tornarci presto con Katia, nostro figlio Samuele e mia suocera. Voglio far conoscere anche a loro questa bellissima realtà».

 Diceva degli amici.

«La prima volta nel 2010 ci andai su invito di Gatto Panceri, cantautore come me. La seconda, nel 2015, facemmo tre macchine con i City Angels. Ho fatto il pellegrino per quattro giorni. Ho anche ricevuto delle grazie. La domenica della festa della Trinità alla messa all’aperto, mentre ero assorto nell’ascolto dell’omelia, ho avvertito chiaramente una mano appoggiarsi sulla spalla. Mi sono girato, ma la persona più vicina era ad alcuni metri. Così per tre volte: come se ognuna delle persone della Trinità volesse farmi sapere che mi è vicina».

Frequenta i gruppi che fanno riferimento a Medjugorje?

«In passato il Rinnovamento nello spirito e i City Angels. Ora mi sono un po’ staccato… Vogliamo che la prossima volta sia un fatto di famiglia. Anche papà quando gliene parlai disse che sarebbe venuto. Ci spero, ne sarei contento».

C’è un dialogo su questi temi con suo padre e sua madre?

«Certamente, il terreno è fertile…».

Anche loro avvertono quella che lei definisce apostasia?

«In modo meno drammatico. Lavorando così tanto non hanno tempo di leggere quanto me. Però vedo che nelle sue produzioni artistiche papà tocca spesso il discorso della fede…».

Perché secondo lei Adrian ha avuto così tanti problemi?

«Per me non è stato capito da gran parte del pubblico. Nel cartoon dice delle cose e molti non accettano il predicatore. Lo preferiscono come cantante e showman. Poi il cartoon è una bella scommessa perché è un linguaggio giovanile. Credo che si debba aspettare di vederlo tutto prima di dare un giudizio. A me le quattro puntate sono piaciute molto. C’era della poesia e lo stile inconfondibile di papà sui temi dell’ecologia, del contrasto al modernismo, dei migranti e del femminicidio».

Cosa pensa del fatto che Teo Teocoli e Michelle Hunziker hanno abbandonato lo show?

«Disapprovo la loro decisione. Mi è parsa una scorrettezza perché quando abbracci un progetto devi sposarlo fino alla fine, affidandoti al regista e agli autori».

Non sarà perché suo padre è un po’ anarchico?

«Più che anarchico ha le idee chiare su quello che vuole fare. Si occupa di tutto, regia, luci, scenografie, un lavoro a 360 gradi per il quale chiede e ottiene carta bianca dalle televisioni».

È difficile essere figli di Adriano Celentano?

«È scomodo perché ha una popolarità enorme e se, per esempio, lavora a Mediaset e per qualche motivo litiga con i vertici, è naturale che anche un figlio ne abbia qualche conseguenza».

Ci saranno anche vantaggi…

«Certo. Il cognome fa aprire porte che per uno sconosciuto rimangono chiuse. Ma se questa opportunità non è supportata dal talento, quelle porte si richiudono rapidamente».

Un altro libro s’intitolava La luce oltre il buio. Il buio era quello del periodo del servizio militare?

«Durante e dopo il militare ho vissuto da ateo. Il buio è stato una malattia che provocava insufficienza respiratoria. Avevo già pubblicato un disco prodotto da Mario Lavezzi per la Cgd di Caterina Caselli e temevo di non poter più cantare. Fino all’incontro con mia moglie nel 1997 ho attraversato un periodo difficile».

Come ha conosciuto sua moglie?

«Tutte le mattine sentivo una ragazza che passava sotto casa cantando a tutta voce. Una volta mi affacciai: “Chi ha questa bella voce?”. Lei si girò e già nello scambio di sguardi è successo qualcosa. Poi parlando abbiamo scoperto di avere molti interessi in comune, la musica, l’arte, la lettura».

Come vive il fatto che il Papa è dubbioso su Medjugorje?

«Amo molto Francesco, credo sia il Papa di cui c’è bisogno oggi, semplice e affabile. Su Medjugorje ha detto che “la Madonna non è una postina”. Per tradizione, la Chiesa si pronuncia quando il veggente è morto o le apparizioni cessano. Intanto lascia ai pellegrini la libertà di andarci. Penso che prima o poi la Chiesa esprimerà le sue parole di saggezza. Che credo non deluderanno».

Se lo facessero?

« La penso come Vittorio Messori che ha detto che se la Chiesa sconfesserà le apparizioni “rischia lo scisma”».

Il cristianesimo però non coincide con Medjugorje.

«Certo che no, ma chi ci è andato sa quanto importante sia il fenomeno. I pellegrini arrivano da tutto il mondo, un giudizio negativo sarebbe rischioso».

Che rapporto ha con il mondo della musica, le case discografiche, le radio?

«Sono stato emarginato, soprattutto da quando con mia moglie e un amico pugliese teniamo delle serate-testimonianza intitolate Uno sguardo dal cielo. I media ufficiali non hanno accettato questo mio percorso di fede».

Non sarebbe più stimolante una testimonianza in ambienti laici?

«Non sono io ad aver fatto questa scelta. Io e la mia musica siamo stati esclusi. Se incidessi un brano rap o trap che parla di droga, sesso e mode varie sono sicuro che mi riammetterebbero».

Nel tempo libero…

«Sono un accanito lettore, soprattutto di saggistica. Ultimamente mi sono piaciuti: il Catechismo della Chiesa cattolica, un volumone così. Poi Gesù mi ha detto di Aldo Maria Valli sulla mistica Madre Speranza, e l’enciclica Gaudete et exultate di papa Francesco».

La musica?

«È sia lavoro che hobby. Sono cresciuto con Michael Jackson, Prince, Stevie Wonder, Diana Ross, Lionel Ritchie e tuttora ascolto soprattutto pop americano e black music».

Segue la politica?

«Vedo bene l’accoppiata Di Maio Salvini, se dovessi votare oggi voterei per loro».

Anche se si registrano i primi dissidi?

«Quando si riuniscono in tre con il premier Giuseppe Conte trovano sempre un accordo. Sono fiducioso che accada anche sulla Tav. Apprezzo questa ventata giovanile che può portare a un cambiamento positivo».

Nel libro parla molto del diavolo, ma lei è sempre stato un bravo ragazzo, non una rockstar dalla vita dissoluta. Non crede che sia la felicità a generare la virtù?

«Per me è il contrario: è la virtù a generare contentezza. L’uomo d’oggi crede di essere padrone del mondo e di salvarsi da solo, dimenticando che Gesù Cristo è e rimarrà sempre il salvatore. Mi soffermo sul potere del diavolo e del peccato perché non ne parlano più neanche i sacerdoti. La furbata di Satana è proprio far credere di non esistere».

La Verità, 10 marzo 2019

«Oggi pregare è diventato un gesto eversivo»

Una doppia provocazione. Una provocazione al quadrato. La prima è la trama del romanzo. Una storia quasi eversiva. Che cosa c’è di più scorretto, di più alieno, di un bambino che prega? Oggi, nell’era digitale. Oggi, ai tempi di Instagram. Leone di Paola Mastrocola, appena uscito da Einaudi, è la storia di un bambino di sei anni che di punto in bianco inizia a recitare Padre nostro, Ave Maria, Angelo di Dio per strada, a scuola, in salotto. Pregando, turba. La madre soprattutto, che non si capacita. E l’ambiente, la maestra, i compagni di classe, i vicini di casa. La seconda provocazione è la pubblicazione stessa del romanzo. Come sarà accolta una storia così dai lettori, dai media, dai circoli letterari? A me ha richiamato alla mente La strada di Cormac McCarthy, protagonisti un padre e un figlio in cerca di futuro dopo una catastrofe nucleare. Qui ci sono un figlio e una madre divisi da quella preghiera, prima di un evento meteorologico che cambierà la vita di tutti. Poi mi ha fatto ricordare L’ultima luna di Lucio Dalla.

Con Paola Mastrocola, torinese, autrice di fortunati romanzi e saggi sulla scuola, firma del Sole 24 ore, ci incontriamo negli uffici della Fondazione Hume diretta da Luca Ricolfi, suo marito. Alle pareti disegni, schizzi, studi a carboncino.

Di chi sono?

«Miei. Risalgono a quando avevo vent’anni e volevo fare la pittrice».

La pittrice?

«Certo, è tutto un fallimento la mia vita. Mai avrei pensato di scrivere romanzi».

Altri fallimenti?

«La poesia, il teatro, la critica letteraria, l’università. Strade bloccate e porte chiuse fino a 44 anni».

Le è andata meglio…

«Sì, adesso posso fare quel che mi piace davvero: scrivere. Ma fino a 44 anni è stata dura».

Il fallimento più doloroso?

«Forse, la carriera universitaria. Ho fatto un concorso a 42 anni e non l’ho superato. C’erano i baroni».

Ci sono ancora. E la poesia?

«Fino all’esordio come romanziera non ho mai trovato un editore se non a pagamento. Un libro pubblicato a pagamento nasce morto».

L’editore lo trovò per La gallina volante.

«E cambiò tutto. Le porte si aprirono. Avevo vinto il Premio Calvino per opere prime con lo pseudonimo Enrica Tolmer».

Con lo pseudonimo?

«Gliel’ho detto, il mio nome era segnato dai fallimenti. Volevo cambiare identità e vita. Mandai il manoscritto così, non pensavo di vincere. Quando Luigi Brioschi di Guanda mi chiese se volevo mantenerlo dissi di no. Sbagliando».

Perché?

«Perché mi avrebbe reso invisibile, una cosa che mi piace da pazzi. Oggi gli scrittori peccano di divismo. Pontificano in tv, alle presentazioni, nei salotti, mentre dovrebbero essere invisibili. Solo i libri devono esistere. La scrittura è segreta, riservata».

Invidia Elena Ferrante?

«Molto. Ha avuto il coraggio di fare quello che a me non è riuscito. E poi è bravissima, una tra le migliori».

Perciò, se Fabio Fazio la invitasse su Rai 1 lei non ci andrebbe?

«Ci sono andata, per altri libri, con gioia. Come vede, sono una peccatrice anch’io. Però mi piacerebbe lo stesso far sparire Paola Mastrocola e trovarmi un’altra identità per togliermi di dosso un bel po’ d’incrostazioni che mi hanno appiccicato».

Per esempio?

«Sono la vecchia nostalgica e reazionaria perché ho osato dire che mi piacciono lo studio, la serietà, il latino e il greco, la grammatica e la letteratura. In più ho qualche perplessità sul mondo digitale. Infine, ho combattuto la scuola voluta da Luigi Berlinguer che è stata ed è un disastro».

Altre etichette da cui fuggire?

«Quella dello scrittore-insegnante. Che abbia insegnato cosa significa? Esiste lo scrittore che fa il tranviere, il cacciatore di balene, l’impiegato di banca? No, esiste solo lo scrittore. Invece, appena esce un mio libro si crede già di sapere com’è. Ma se non lo so nemmeno io… C’è una certa inerzia mediatica… Siccome nel 2004 ho scritto dei libri sulla scuola sono sempre quella lì. Invece, vorrei potermi ancora stupire di me. Questo romanzo, per esempio, mi ha stupito moltissimo».

Spieghi.

«Ho voluto fare un esperimento scientifico, inventando un bambino che prega quando gli viene. Ovunque, in bagno, a scuola, fuori dal cinema. Mi sono detta: proviamo a metterlo nel nostro mondo di oggi e vediamo cosa succede».

È una favola, una parabola, una storia di fantascienza?

«Nei miei libri non descrivo la realtà, ma la esaspero senza però cadere nell’irrealistico. Negli ultimi capitoli piove a lungo, ma non è una situazione impossibile. In Non so niente di te un gregge di pecore irrompeva in una conferenza di economia a Oxford. Improbabile. Ma lì, poco distante, ci sono prati e pascoli e non si sa mai».

Come le è venuto questo bambino che manda tutti nel panico?

«Lo spunto me l’ha dato un’amica libraia. L’ho raccolto dopo aver maturato pensieri, sentimenti e la voglia di raccontare la bambina che sono stata. Quando i bambini normalmente pregavano, normalmente credevano in Gesù Bambino e non in Babbo Natale. La mia famiglia non era assiduamente praticante. Eravamo cattolici in quanto italiani, come tanti. Poco alla volta ho abbandonato tutto. Ma mi è rimasta una visione religiosa della vita».

Se oggi un figlio si mettesse a pregare cosa accadrebbe?

«Credo ciò che accade nel libro. Tutti sono imbarazzati, molti lo escludono, altri gli chiedono di pregare per loro. Questo bambino sconvolge. Noi non siamo pronti, prega chi va in chiesa. Chi non è cattolico o non appartiene a una religione specifica cosa se ne fa di quel sentimento naturale che è pregare? Per Leone è un gesto ingenuo. Si rivolge a qualcuno che è suo amico e che si chiama Gesù. Crede che lo possa aiutare. Tanto per cominciare lo ascolta, mentre i genitori hanno sempre da fare…».

Pregare è un atto eversivo?

«Oggi sì. Abbiamo abbracciato la scienza e la tecnologia come nume tutelare. Preferiamo essere positivisti e materialisti. Trionfano parole come utilità, tecnologia, carriera. Sono sparite le parole dell’interiorità: credere, dubitare, riflettere, coscienza».

Leone resuscita anche l’esame di coscienza.

«Quand’ero bambina lo facevamo. Niente di che, a fine giornata ognuno si prendeva un piccolo tempo per riflettere su ciò che aveva fatto o non fatto. Oggi ci corichiamo con il tablet. Non voglio dire che bisogna snocciolare il rosario, non siamo beghine. Ma stare un momento con sé stessi e pensare che non finisce tutto con noi può aiutare».

La madre turbata rappresenta il politicamente corretto? Uno che prega è «come un’auto che esce dalla coda e ti verrebbe da rimetterla in fila con le altre».

«Una madre è turbata dalla diversità di un figlio. Vorrebbe che fosse uguale agli altri, conforme. È tendenzialmente conformista. Perché la differenza la mette in crisi. Anche se quella di Leone è una diversità minima, non fa niente di male».

Illuminante l’ammonimento della maestra e della preside: «Suo figlio che prega esula».

«Esula deriva da esilio, essere fuori. A noi che piacciono tanto gli esuli, uno che prega non ci piace. Ci piacciono gli esuli esotici, non quelli nostrani».

Comunque, Leone un po’ strano lo è: mai una partita a pallone, un litigio…

«Gioca a minibasket. È un bambino timido, con un suo mondo immaginario in cui Gesù lo aspetta su una panchina invisibile. Non è un bambino di moda, estroverso e vincente».

È un libro di donne sole, la mamma, la nonna…

«Non ci avevo pensato».

Libro cripto femminista?

«Non pronuncerei quella parola».

In tutto ci sono due uomini.

«Avevo bisogno che la madre fosse da sola con suo figlio, altrimenti le dinamiche familiari mi avrebbero deviato dal cuore della storia. La nonna è sola perché il rapporto tra lei e Leone è il vero centro di tutto».

Un rapporto molto vissuto.

«Perché qui si è intrufolata la mia vita. Ho perso mia madre quando mio figlio aveva tre anni e non può ricordarsela. Io invece ricordo il rapporto d’amore tra loro: mai visto un amore così. Il motore affettivo del libro è il dolore di mio figlio che non ha potuto davvero conoscerlo, quell’amore. Tutto il resto è inventato, compresa la preghiera».

Che non è poco.

«Mi sono chiesta: c’è la preghiera nel nostro mondo? Ci rivolgiamo al cielo soprattutto nelle situazioni di pericolo, di precarietà. Ma a me quando c’è una bella giornata, come oggi, viene da dire: “Grazie Gesù”. Oppure, sotto le stelle… Altre volte mi vien da dire: “Gesù, fa che…”. Sono stupita: da dove mi arriva questa cosa? Ma se mi chiede se credo in Cristo rispondo di no».

Un libro così, calato nell’oggi, è un esperimento?

«Sono curiosa di vedere come verrà accolto. Piacerà al mondo cattolico, al mondo laico, a nessuno? Facendo due presentazioni ho avvertito un certo disagio quando pronuncio la parola Gesù, una perplessità strisciante. Ho voluto chiedere a me stessa e alla mia generazione cosa ne abbiamo fatto del cristianesimo. È una domanda che rivolgo ai miei contemporanei perché la risposta io non ce l’ho».

Nell’emergenza, quando salta l’elettricità e si spengono i cellulari, la comunità si ritrova attorno a quel bambino: dobbiamo tornare al poco ma fondamentale?

«È una forzatura narrativa. Ma penso che per andare al fondo dobbiamo sfrondare, tornare all’essenziale. È la spoliazione di San Francesco. Accantonato il superfluo emergono i rapporti e nasce la comunità».

Perché ha scelto come epigrafe una frase di Louis Aragon che parla di qualcuno che ha sollevato una tenda, rendendo nuovamente possibile ciò che fu?

«Leone pensa di vedere Gesù la notte di Natale dietro una tenda che si scosta. È un episodio della mia infanzia. Spesso nella nostra vita il miracolo ci passa accanto, si scorge qualcosa, s’intravede la divinità. Come dice Eugenio Montale nella poesia I limoni, intravisti nel loro giallo solare da “un malchiuso portone”».

La Verità, 28 ottobre 2018