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Con Mughini al Gieffe va in onda la post-tv

Finalmente Giampiero Mughini ha varcato la porta rossa della casa di Cinecittà: durerà come un gatto in tangenziale? Sembra di no e lo sperano produttori e autori, al netto di qualche scapigliatura e di qualche fuori onda malandrino. È entrato a notte fonda, terzo di tre nuovi innesti, Bruno Montecchi e Jill Cooper gli altri due, e tutti si augurano che il suo ingresso riesca a rivitalizzare un’edizione del Grande fratello che vivacchia sul carisma di Beatrice Luzzi, l’avvenenza di Samira Lui e la storia di Alex Schwazer (Canale 5, lunedì, ore 21,25, share del 17,9%, 2,5 milioni di spettatori). Mughini si è portato un pugno di libri ed è una novità per un concorrente del Gieffe. Concorrente Mughini? Più corretto guest star, il partecipante che nobilita il contesto.

«È stato molto difficile averlo, ma non difficilissimo perché lui è uomo di mondo ed è curiosissimo di conoscere una realtà come il Grande fratello», lo ha annunciato con una certa enfasi Alfonso Signorini, subito gratificato di «orrido», per via del gusto horror che arreda parti della casa. «Ho la bellezza di 82 anni che credo di non aver sprecato. Sono uno che chiacchiera del più e del meno per iscritto e per orale», si è presentato lui, scarpe rosse e occhialino giallo futurista. Il più rock della compagnia. «Esser lontano dalla mia casa, dalla mia compagna, con la quale l’intesa è tale che non cambia nulla, soprattutto dalla lettura dei giornali al mattino… non so se ve lo perdonerò mai».

Mughini ha salutato carinamente uno a uno gli inquilini, subito fraternizzando con Alex Schwazer vedendolo commosso davanti al filmato del compleanno del figlioletto. La serata era già stata costellata dai pianti di Heidi Baci per i contrasti con Massimiliano Varrese, accusato dal padre di lei di essere troppo invadente e oppressivo. Un caso che ha fatto parlare di stalking e di patriarcato, e costretto Signorini nel delicato ruolo di confessore.

Riducendo le dosi di kitsch in favore dello storytelling era prevedibile che montasse l’onda psicologica e sentimentale. Ora con Mughini si prova a introdurre l’attualità, con qualche piccola provocazione politica. Come quella catturata dalla telecamera su Paola Egonu e Matteo Salvini. Vedremo se il nuovo spartito attecchirà. Mughini al Gieffe è un esperimento di post-televisione. Un intellettuale precipitato in un contesto ultra-pop. «Vedo che Mughini si è subito integrato, sembri un pascià», lo ha chiamato in causa l’orrido Signorini. E lui: «Io temevo il peggio, ma sono in compagnia di ragazze mirabili di simpatia e intelligenza».

 

La Verità, 18 ottobre 2023

«Pier Silvio vuole riuscire dove Silvio non ha potuto»

Saggista, massmediologo, direttore di reti tv del servizio pubblico in Italia e in Francia, Carlo Freccero è l’uomo che ha realizzato la televisione di Silvio Berlusconi, il patriarca che non c’è più.

Che cosa pensa della nuova Mediaset nella prima stagione senza il fondatore e con il governo di destra? Che cosa pensa delle mutazioni introdotte dal figlio Pier Silvio, amministratore delegato dell’azienda?

«Premetto che la mia analisi è esclusivamente tecnica, da autore televisivo. Ben, c’è una tv prima della scomparsa del re Silvio è una tv dell’erede, Pier Silvio, che persegue un obiettivo: fare un network europeo di tv generaliste. Nel mondo non esiste un corrispettivo, ma è l’unica strada per reggere alla concorrenza delle piattaforme».

È una sfida possibile? C’è questo spazio per le tv generaliste?

«Se questo spazio non ci fosse, la tv generalista si sarebbe già estinta con l’avvento del digitale. Non solo la generalista è sopravvissuta, ma periodicamente, conosce momenti di ripresa come durante il lockdown per il Covid. L’Italia è un Paese in corso di impoverimento e di invecchiamento. E per un anziano è quasi un incubo la gestione della vita quotidiana, sottoposta alla cosiddetta semplificazione. Il rapporto con la banca, le bollette, il fisco, i pagamenti si svolgono oramai solo tramite il digitale. I cittadini meno aggiornati in casa vogliono staccare la spina, vogliono accendere la tv schiacciando un bottone. In Europa c’è una grande riserva di anziani che ha la tv generalista come medium di riferimento».

Quindi, quale può essere la strategia editoriale?

«La questione è controversa. L’editore vuole cancellare il trash, ma si osserva che, in realtà, lo si sostituisce con altro trash. A questo punto sorge l’esigenza di dare una definizione esatta di trash e la cosa si fa complicata. Io vedo tutto in modo più semplice».

Cioè?

«Se vuole affermare il suo modello di televisione, Pier Silvio deve renderlo esportabile. Vuole avere il passaporto in regola, soprattutto in Francia, ancora oggi il Paese più schierato in difesa della propria identità culturale».

L’esempio della Francia e del passaporto fa capire che la svolta di Mediaset non è solo in vista di un lasciapassare geografico, europeista, ma anche di una legittimazione culturale. Eliminare il trash vuol dire allinearsi al verbo politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è l’esperanto ideologico di questa Europa».

Torniamo alla definizione dell’oggetto: cos’è il trash, la tv spazzatura?

«La parola trash non designa qualcosa di deleterio. Il trash viene spesso scambiato con il kitsch, che è la degenerazione di modelli culturali alti tradotti in una versione volgare. Il trash è volgare tout court, anche senza bisogno di presupporre modelli alti. Ma volgare vuol dire popolare e il trash rappresenta anche la materia del pop».

E oggi cos’è trash?

«All’epoca della prima tv commerciale veniva identificato con l’arcitaliano, ma derivava comunque da modelli culturali popolari consolidati come il varietà e la commedia stracult degli anni Ottanta e Novanta. La morte delle grandi star tv ha chiuso un’epoca. Oggi il trash ha cambiato segno perché sono cambiati i programmi, sostituiti da format come reality e talent. In questi format il trash è il gossip: la tv si è corrotta nell’incrocio con i social media. Il trash è il selfie della casalinga di Voghera che diventa visibile. Non è un caso che Pier Silvio abbia iniziato l’epurazione degli influencer. I quali se ne sono lamentati. Ricordiamo che il gossip è autoreferenziale e, come tale, necessariamente provincialesco, di cattivo gusto».

Questa metamorfosi sta funzionando?

«I personaggi del Grande fratello non riescono a superare la dimensione del gossip per passare a uno storytelling che darebbe senso e seguito al programma».

Non è un passaggio semplice: il trash è più di impatto dello storytelling. È possibile che chi guarda il Grande fratello ne disprezzi gli eccessi, ma alla fine è ciò che vuole vedere, magari per sentirsi migliore.

«Non sono d’accordo che il trash sia più impattante: lo storytelling fidelizza, il trash no. Il trash si fa storytelling nel gossip, nelle storie dei vip, Belen e Stefano De Martino, Ilary Blasi, Francesco Totti e Noemi, Fabrizio Corona e Nina Moric. Invece, il pubblico del reality è attualmente quello che, sentendosi socialmente inferiore, gioisce a vedere qualcuno più maleducato, incapace e sfigato di lui. Lo sfigato vuole vedere altri prototipi di sfigati. Ma proprio questo conferma che l’intento dell’editore è selezionare un pubblico migliore».

Quindi come dovrebbe essere declinato il reality?

«Mi sembra che Pier Silvio abbia in testa un prototipo vincente, cioè Maria De Filippi. E voglia tradurre la sua tv in questa chiave. Prendiamo C’è posta per te, la parte che si svolge in studio è un reality nel senso letterale del termine perché è una realtà che si forma di fronte alla telecamera. Ma a differenza di altri reality come il Gieffe, che oggi è inconsistente perché i personaggi hanno poco da raccontare e quindi non fidelizzano il pubblico, De Filippi crea un impatto narrativo con una drammaturgia da feuilleton, che garantisce la partecipazione emotiva del pubblico. Lei lavora su dei topos (formule ndr) antichissimi. In particolare il tradimento del legame familiare. La miseria e la sopravvivenza, l’abbandono e il tradimento, la passione in conflitto con l’amore materno. È tutta una “matarazzata”, dai film di Raffaello Matarazzo».

Perché questo tipo di racconto è efficace?

«Perché desta stupore che esista ancora nel presente una società così arcaica, dove si soffre, si tradisce, si ama e non si fanno i selfie. Il Gieffe è un selfie collettivo, che scivola sulla superficie dell’immagine, ma non riesce a costruire storie. Gli ospiti della De Filippi sono del secolo scorso e ispirano anche la fiction di Mediaset».

Non sarà che il Grande fratello è un format datato?

«Purtroppo il Gieffe nasce come format psicologico. A questo proposito se dovessi scegliere un commentatore, chiamerei uno psicologo televisivo, un Paolo Crepet con i suoi maglioni colorati. Il Gieffe è nato come format psicologico in una fase in cui la psicologia era solamente individuale. Oggi la psicologia è soprattutto sociale e il controllo è ben superiore a quello immaginato da George Orwell».

Quindi per rifondare la linea editoriale basta eliminare gli influencer e assumere giornalisti prestigiosi? «Non basta sostituire gli influencer con i giornalisti affermati per rendere il programma più autorevole. Le prestigiose Cesara Buonamici e Myrta Merlino sono fuori contesto. In più, mi spiace dirlo, mancano di quella vocazione nazional popolare che fa scattare nei programmi generalisti l’identificazione del pubblico. Abbiamo detto all’inizio che la tv generalista commerciale ha un target medio/basso, la donna tatuata. Qualcosa di simile avviene con Nicola Porro che è sicuramente un eccellente conduttore turboliberista, ma stenta a imporsi perché differisce antropologicamente dal suo target».

Parlando di storytelling e giornalisti, cosa pensa di Giampiero Mughini concorrente del Grande fratello?

«È un aggiornamento al format, non più una bolla spazio temporale, ma un microcosmo connesso con il mondo che gli altri concorrenti non sono abituati a frequentare. È come portare i libri nell’isola dei naufraghi. Dopo il marciatore che si allena, lo scrittore senza pc. Manca solo il politico trombato».

Perché Bianca Berlinguer è sempre attaccata dalla critica e dal giornalismo benpensante?

«Bianca ha declinato il talk in una chiave che a Mediaset funziona meglio che a Rai 3. Berlinguer ha sempre utilizzato in alternativa alla predica una chiave leggera che le permette di trasformare la politica da informazione a infotainment. Però il suo infotainment non è mai Vanity Fair, ma attraverso il dialogo confidenziale con l’ospite ne esalta il tratto umano inedito. In un certo senso, è come se fosse un po’ stanca del carico ideologico portato dal suo cognome e preferisca far emergere piccole verità più che verità assolute. Come dimostrano i dialoghi con i due opposti. Mauro Corona è il vergine che rappresenta lo straniamento. Alessandro Orsini il professorone che rappresenta l’eretico, odiato dal mainstream. Proprio per questo le parti che funzionano meno sono quelle più tradizionali».

Facciamo una previsione: l’erede vincerà la scommessa? Ce la farà, mentre la Rai si sposta a destra, a riequilibrare Mediaset a sinistra arruolando Berlinguer, Merlino e Littizzetto?

«I due figli del primo matrimonio Marina e Pier Silvio hanno sempre anteposto l’azienda alla politica. Credo che a loro non interessi altro che il futuro di Mediaset. Che, per espandersi, deve esprimersi politicamente con la maggioranza europea. Vedremo se l’erede Pier Silvio riuscirà là dove il patriarca non è riuscito, cioè creare una tv europea, perché è entrato in politica».

Infine, non posso non chiederle il suo pensiero sullo spot di Esselunga.

«Le storie che racconta la pubblicità sono finalizzate al consumo. Infatti gli interpreti sono sempre sovratono e la finzione è manifesta. I dialoghi sono sempre perentori e impositivi rispetto al prodotto. Invece lo spot Esselunga è girato come un film e ha un linguaggio cinematografico anziché pubblicitario. Qui il prodotto è una pesca, che dà nome al film e compare al centro della scena sul binario che la trasporta alla cassa. È la protagonista del film. È un oggetto intriso di emotività. In quanto al fatto che, secondo i critici, un Presidente del Consiglio non debba cedere alla ricerca dell’empatia, mi risulta che i coach allenino i politici a mostrarsi umani. Basta ricordare l’algido Mario Monti che si presentava in televisione con un cagnolino in braccio. La verità è un’altra. In un’epoca in cui si procede col pilota automatico delle varie agende internazionali, la politica non esiste più. Una volta c’erano i programmi dei partiti, oggi si deve seguire un copione scritto altrove e le critiche al potere si spostano dal politico al privato che, invece, non c’entra per nulla. Non a caso, il mainstream non critica Giorgia Meloni perché porta avanti l’agenda Draghi, ma perché preferisce la famiglia alla liquidità woke».

 

La Verità, 30 settembre 2023

Ce la farà lo storytelling a rimpiazzare il trash?

Erano anni che non vedevo un’intera puntata del Grande fratello. Troppo vuoto riempito dal carnevale degli eccessi. La svolta impressa da Pier Silvio Berlusconi e un cast che, in base alle anticipazioni, mi era parso più equilibrato, hanno finito per incuriosirmi. «Le critiche dell’anno scorso erano fondate, purtroppo abbiamo sbagliato il cast, non siamo perfetti. Anche io mi ero innamorato di persone che nel corso del programma mi hanno deluso», ha ammesso Alfonso Signorini introducendo la nuova edizione. E dunque, ecco entrare nella casa sia nip che vip, «non personaggi, ma persone normali che incarnano delle storie». Così sfilano Giselda Torresan, operaia veneta amante della montagna che sfonda il tetto dei decibel, Paolo Masella, macellaio belloccio che si alza alle 5 e non guarda la tv (mai vista una puntata del Gieffe), il bidello calabrese Giuseppe Garibaldi che si proclama anche nipote dell’eroe dei due mondi (sarà vero?), una Anita (Olivieri) bionda e occhi azzurri che per non farsi ricattare dalla bellezza si è presa un paio di lauree… Con il gioco dei nomi anche i nip rischiano di essere figurine. Tra i vip e mezzi vip ci sono Rosy Chin, cuoca italo-cinese molto attiva su TikTok, le attrici di soap Grecia Colmenares e Beatrice Luzzi, Massimiliano Varresi, altro attore di fiction con trascorsi da ballerino, e Alex Schwazer, già oro alle Olimpiadi di Pechino e lui sì protagonista di una storia complicatissima di doping, complotti e riabilitazioni finora incompiute. L’altra grande novità è l’arruolamento di Cesara Buonamici, anchorwoman del Tg5 in veste di opinionista al momento con esiti sedativi. Oltre al ritorno del «tugurio», un’ulteriore novità è la camerata comune nella quale dovrebbero dormire insieme tutti i concorrenti (venerdì ci sarà la seconda puntata con nuovi ingressi). E chissà come farà Giampiero Mughini, se e quando entrerà (avrà un trattamento speciale?).

Lo scopo del Gieffe più «edificante» è farsi guardare da un pubblico più mainstream e meno amante degli eccessi rispetto a quello degli ultimi anni. Non tutto però è sotto controllo e un gestaccio a luci rosse di un collega della Torresan sfugge alla produzione. Gli ascolti della prima puntata (23% di share e quasi 3 milioni di telespettatori) sembrano dar ragione a chi scommette sulla sostituzione del trash con lo storytelling. Basteranno Schwazer e Mughini a riempire il vuoto lasciato dall’eliminazione delle performance più hard? E mentre sui social gli orfani degli eccessi già protestano, ci si chiede se la spazzatura sia sostanza o contorno del format. Sarà l’audience a decretarlo.

 

La Verità, 13 settembre 2023

«Sono complesso: sì al ddl Zan, no all’aborto»

Alfonso Signorini è uomo di chiaroscuri e contraddizioni. Sono la sua ricchezza, la sua poliedricità. Direttore del settimanale Chi, conduttore del Grande Fratello Vip, regista di opere di grandi compositori. Nel salone dell’attico a San Felice (Milano) a un passo dalla Mondadori, campeggia un pianoforte a coda. Per esercitarsi ogni giorno ne avrà uno, più piccolo, anche nel camerino di Cinecittà, dove lunedì debutterà il reality di Canale 5. Al piano inferiore, invece, c’è la palestra: «Faccio pesi e corsa, ho bisogno dei miei spazi… Finita la puntata del giovedì, riparto subito per arrivare qui all’alba e godermi il fine settimana». Quest’anno Signorini festeggia vent’anni di carriera televisiva.

Perché consiglia di guardare la settima edizione del Grande Fratello Vip?

«Per staccare la spina. Ci aspetta un autunno con tanti punti di domanda, i rincari delle bollette, la necessità di essere parsimoniosi. E le spade del Covid e della guerra che ancora pendono sulle nostre teste. Il Grande Fratello è tv di svago e intrattenimento, sebbene l’intrattenimento fine a sé stesso alla lunga mi annoi».

In che senso?

«Mi piace di più raccontare le persone. Il pubblico può affezionarsi e immedesimarsi nelle loro storie, nei loro sentimenti. Con Mediaset play i concorrenti entrano nella quotidianità dei telespettatori, la loro vita è la tua vita».

Che cos’ha di diverso questa stagione dalle precedenti?

«Quando Pier Silvio Berlusconi mi propose di condurlo accettai con entusiasmo a patto di poterlo fare a modo mio. Ho tolto i giochi e puntato sull’emotainment. Quest’anno nel cast ci saranno meno nomi da locandina come Katia Ricciarelli, Rita Rusic, Michele Cucuzza o Barbara Alberti. Ad arrivare in fondo sono quasi sempre concorrenti giovani come Tommaso Zorzi o le sorelle Selassié, persone che il grande pubblico non conosce, ma che poco alla volta diventano centrali».

Però non è riuscito a mantenere segreto il cast.

«I nomi ufficiali sono tre su 24. Giovanni Ciacci, Pamela Prati e Wilma Goich, persone molto diverse tra loro. Il resto sono chiacchiere del Web».

Secondo queste chiacchiere, quest’anno la categoria inedita sarebbe rappresentata dalla transgender Elenoire Ferruzzi: c’è qualcosa di più mainstream del gender?

«È vero, è un tema caldo. Ma essendo stato a lungo compresso ora vuole conquistare la ribalta. È uno schiaffo alla comunicazione come lo è stato l’anno scorso parlare di disabilità con Manuel Bortuzzo in un format d’intrattenimento».

Ciacci e la Ferruzzi o chi per lei al Gieffe, Cristiano Malgioglio su Rai 3, Alex di Giorgio che su Rai 1 danzerà con un partner gay, le drag queen su Rai 2: non c’è una sovraesposizione dei gay in tv?

«È un’osservazione giusta se guardiamo al numero. Ma è una lettura che diamo noi che siamo legati alle categorie e agli orientamenti sessuali. Non certo i ragazzi che hanno una mentalità più fluida e aperta. Dopo decenni, anzi, secoli di oscurantismo, ben venga la sovraesposizione. E poi bisogna vedere come si raccontano queste storie».

Non le piacciono i gay rappresentati come macchiette, ma difende i Gay pride che ne sono l’esasperazione carnevalesca.

«Anche se non salirei mai su un carro perché è una manifestazione lontanissima da me, tuttavia la difendo perché difendo la libertà di espressione di chi lo fa. Lo stesso Malgioglio è lontano da me per come si pone, però difendo la sua libertà di essere in tv».

Non ama il macchiettismo omosex, ma invita una drag queen.

«So di apparire contraddittorio, ma voglio mostrare cosa c’è sotto la maschera. Le racconto un aneddoto…».

Prego.

«Premetto che non faccio paragoni con i transgender, quando frequentavo il liceo, tornando a casa attraversavo un tratto di strada dove sostavano le prostitute. Mia madre mi metteva in guardia dal fermarmi. Invece io ne ero affascinato e diventai amico di un paio di loro. Mi raccontavano le loro storie, spesso tra le lacrime, con il trucco che colava sul viso. Ho ancora in mente quei volti imbrattati… Ora voglio raccontare la destrutturazione della maschera».

È favorevole al ddl Zan, giornata sulla teoria gender nelle scuole compresa?

«Sì, sempre per riscattare il silenzio che c’è stato finora. Ed essendo convinto che, in realtà, non ce ne sia bisogno perché i ragazzi sono già informati e quindi si sfonda una porta aperta».

Invece, è sempre contrario all’aborto?

«Escludendo le spinose questioni dell’aborto terapeutico e dei soprusi sessuali, difenderò sempre la vita e mi scaglierò sempre contro la superficialità con cui a volte si decide d’interrompere una gravidanza».

Gli omosessuali la adorano e le femministe la odiano?

«Quando si prendono delle posizioni non si può sempre essere amati da tutti».

Lei non fa vita mondana, ma i suoi programmi e il suo giornale alimentano la mitologia vippaiola: c’è una contraddizione o mi sfugge qualcosa?

«C’è una profonda contraddizione, alimento quel mondo dal quale prendo quotidianamente le distanze. Ma mi diverte e credo di avere una lucidità che può venire solo dalla non frequentazione».

La prende di più il debutto del Grande Fratello o della Cavalleria rusticana di cui ha curato la regia?

«Sono due esperienze diverse, entrambe molto emozionanti. L’opera richiede un lavoro di preparazione così certosino che ti sembra di costruire una cattedrale. Per il Grande Fratello l’impegno è doppio perché nella scelta del cast, se sbagli non dirò uno ma due elementi sbagli il programma, poi c’è il working progress. In entrambi i casi vorrei evitare la vigilia, saltando alla prima in teatro e alla diretta in tv. Comunque, non sento lo stress forse perché sono incosciente».

Come riesce a dirigere giornali, condurre programmi, fare regie di opere?

«Non sono cose diverse, la vita è fatta di tanti colori. Mi piace cantare Mille di Fedez con Orietta Berti e suonare al piano Canzone napoletana di Tchaikovsky. Sono goloso di tutto».

Il mondo della lirica è selettivo?

«Purtroppo trovo che lo sia sempre meno. I cantanti sono macchine costrette a correre sempre a tavoletta con le inevitabili conseguenze per la voce e il fisico. Se un interprete fa una bella Traviata in un teatro di provincia, l’anno dopo lo troviamo già alla Scala o al Metropolitan. È un mondo inquinato dagli agenti che fanno e disfano i cartelloni a loro piacimento. In confronto, Beppe Caschetto e Lucio Presta sono Alice nel paese delle meraviglie. Nella lirica ci sono lati oscuri su cui varrebbe la pena indagare: lo dico da giornalista, non da regista».

Come sono accolte dagli addetti ai lavori le sue regie?

«All’estero benissimo, in Italia meno. Qui siamo schiavi dei luoghi comuni: il direttore di Chi o il conduttore del Grande Fratello non può essere un buon regista. Nei teatri italiani si affidano opere a registi che non sanno leggere la musica, ma chissà perché sono considerati la quintessenza della cultura».

E magari cambiano i libretti.

«Quando alla prima della Scala vedo Lady Macbeth su un ascensore mi viene mal di stomaco. Pensando di lasciare il segno si stravolgono le opere. Io mi riconosco nella scuola di Franco Zeffirelli e di Giorgio Strehler che furono rivoluzionari nel rispetto della tradizione. La Cavalleria rusticana è di Mascagni, la Turandot è di Puccini, non di Signorini o del regista di turno».

Nel mondo della televisione ha amici?

«Pochissimi. Con Maria De Filippi ci confrontiamo costantemente. Io la ascolto e lei mi ascolta».

Ilary Blasi lo è?

«Non a questi livelli. È una collega che ho imparato a stimare nel tempo. Non ci frequentiamo oltre il lavoro, per andare in vacanza o a cena. In generale, non frequento gli ambienti della televisione».

Perché non le piace o perché è solitario?

«Sostanzialmente sono un solitario. Frequento pochi amici che non appartengono al giornalismo o al mondo dello spettacolo. Sono molto corporativo nell’amicizia, credo che sia l’espressione più nobile dell’amore. Siamo una specie di comune tipo Le fate ignoranti, poi ognuno ha la sua vita. Tengo molto a questi rapporti, sono geloso, non voglio interferenze».

Quando ha saputo della crisi tra Ilary e Francesco Totti?

«L’ho saputo da Dagospia. Roberto D’Agostino è un maestro in queste cose. Avendo lavorato con Ilary, mi è capitato di andare a cena con entrambi a fine serata. Avevo visto sempre grande complicità tra loro anche nell’accettare eventuali sbandate di entrambi. Quando è uscita la notizia, nella fase più delicata non ho mai preso in mano il telefono per sentire lui o lei perché la cosa m’imbarazzava. Mi spiace che due persone che si sono volute molto bene si lascino malissimo».

È combattuto quando deve pubblicare una notizia delicata riguardante una persona cara?

«Chi non lo sarebbe? Poi bisogna vedere perché la notizia è delicata. Se si tratta di un tradimento, pubblico anche se riguarda una persona cara. Dirigo Chi, non Famiglia cristiana. Ognuno è responsabile di ciò che fa. Quando ho pubblicato la foto di Totti che usciva dalla casa di Noemi Bocchi, lui mi ha detto, tramite un intermediario, “però ho dei figli”; io gli ho risposto: «ci dovevi pensare prima tu ai tuoi figli»».

Andrà a votare?

«No, non lo faccio da anni».

La politica le è mai interessata?

«Mai, sono i politici che s’interessano a me».

In che senso?

«I leader di partito vogliono apparire su Chi che qualche voto lo sposta e per questo accettano anche di posare. Giorgia Meloni ha fatto il servizio fotografico sopra i tetti di Roma, Giuseppe Conte si è fatto fotografare con un toro maremmano, poi Berlusconi, Salvini, Letta, a tutti lo stesso spazio».

Sono vent’anni che fa televisione: se dirigesse Canale 5 che programma affiderebbe ad Alfonso Signorini?

«A pensarci bene, preferirei dirigere Rete 4 perché lì sarebbe più possibile ritagliarmi lo spazio per un talk in seconda serata. Un programma con tutti i sapori dell’attualità, dallo spettacolo alla musica alla politica».

Un po’ come Kalispera!, il programma nel quale si riconosce di più?

«Più attaccato all’attualità, dalle corna tra Totti e Blasi alla campagna dei leader nella comunicazione fino alle mode lanciate dalle influencer. Sì, a Kalispera! sono molto affezionato perché ha precorso tanti generi, dai cooking show a certe cose viste in Casa Mika. Poi è il programma che con l’intervista a Ruby Rubacuori ha tuttora il record di ascolti della seconda serata di Canale 5, con picchi al 40% e 3,5 milioni di telespettatori».

A quello scoop concorsero tante componenti.

«Ovvio che sì. Fin troppe».

 

La Verità, 17 settembre 2022

Come la Rai ha sprecato il gioiello di Pupi Avati

Non si sa se sia la sciatteria, la mentalità da routinier o l’incomprensione bella e buona la causa che ha prodotto lo spreco di un piccolo gioiello come rarissimi se ne trovano nel bailamme delle nostre televisioni intrise di reality, barzellette e indovinelli, soprattutto d’estate. Qualche giorno fa Rai 1 ha trasmesso senza preavviso Il fulgore di Dony, film per la tv sceneggiato e diretto da Pupi Avati, e interpretato da Greta Zuccheri Montanari, Alessandro Haber, Lunetta Savino, Giulio Scarpati e Ambra Angiolini. È la storia di due ragazzi tra i quali si accende la scintilla di qualcosa che nemmeno loro sanno definire e che però li distingue l’uno all’altra. A separarli, sembra irreversibilmente, provvede un incidente sugli sci che relega lui in un mondo a parte, infantile, bisognoso di tutto. Soprattutto di lei, Dony, la ragazzina incrociata casualmente qualche tempo prima e che ora è l’unica in grado di mantenere e vivificare un rapporto misterioso perché lo ama contro tutto e tutti. Contro i genitori, che non si capacitano e la esortano a troncare. Contro il buonsenso, perché da un sentimento così non potrà mai trarre soddisfazione e gratificazione. Contro le esigenze dell’età, perché i tempi della scuola e della formazione sono lì a dettare le priorità. Non resta che ricorrere allo psicologo per trarla dalla stranezza. Tentativo vano: l’amore, la gratuità, l’innocenza non arretrano nella loro apparente follia. Anzi…

Insomma, una storia singolare, tanto introvabile da sembrare una favola; una storia, ha notato sul Sole 24 ore Pietrangelo Buttafuoco, di cui «solo in un punto di vista inaudito si può cogliere il senso». Una storia collocata «tra i residui del palinsesto», nella serata del Grande Fratello per capirci, e trasmessa evidentemente solo per deferenza verso il maestro del cinema. Per la Rai nulla di nuovo: è l’ennesimo esempio di un’occasione mancata, la possibilità di aprire uno squarcio sui nostri ragazzi, ostaggi di social e visualizzazioni, in un momento in cui l’educazione degli adolescenti è tra le prime emergenze nazionali. Non a caso persone come Alessandro D’Avenia, Susanna Tamaro, Antonio Polito, Franco Nembrini e Claudio Risé si dedicano principalmente a questo. Nel servizio pubblico della televisione non se ne sono accorti. Il fulgore di Dony doveva essere il primo di una serie di episodi dedicati alle beatitudini

Non era né sciatteria, né incomprensione, ma astuzia omologata. Avete visto? Noi siamo pluralisti, diamo spazio anche a un regista moderato come Avati, ma gli ascolti non l’hanno premiato.

La Verità, 7 giugno 2018

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

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L’ultrash di Barbarella fa scappare gli sponsor

Ultrash. Volevamo stupirvi con effetti speciali e ci siamo riusciti. Ecco a voi l’ultrash. Il trash a oltranza. Senza remore, senza controlli. Oltre i limiti e i record. Ma anche oltre la sopportabilità. L’edizione numero 15 del Grande Fratello ha battuto tutti i primati. La ricerca dell’eccesso si è tramutata in un boomerang. Perché, quando lo stupore è troppo, l’eterogenesi dei fini è in agguato. La fuga degli sponsor dal reality di Canale 5 è un caso senza precedenti. Si vedrà se Barbara D’Urso e gli altri responsabili del format riusciranno a riprenderne in mano le redini. Ma appare difficile che i vari Nintendo, Bellaoggi, Acqua Santa Croce, Screen e gli altri brand che hanno comunicato «l’interruzione con effetto immediato della sponsorizzazione» a causa dei comportamenti nella casa (oltre a quelli che si sono formalmente dissociati), possano ripensarci. I buoni ascolti non compensano la diaspora degli sponsor. Lo scopo della tv commerciale è fornire platee di pubblico agli investitori pubblicitari, attraverso i quali si finanzia. Ma se gli investitori se ne vanno, i telespettatori restano desolatamente soli e le casse vuote. Non a caso ieri qualcuno ventilava il rischio di chiusura anticipata.

La richiesta della D’Urso, con tanto di minacce, di maggior autocontrollo ai concorrenti dopo la rissa sfiorata tra Baye Dame e Aida Nazir è parsa un rimedio tardivo e ipocrita. Fino a qualche giorno fa la conduttrice gioiva per lo share e a Pomeriggio cinque e Domenica live cavalcava l’onda trash tracimante dal reality. Il rientro di Baye Dame appena escluso ne è una piccola riprova. Da autrice, la D’Urso ha curato in prima persona il cast. Una volta scelti un nero gay con problemi di aggressività, un esponente di CasaPound che sostiene il bullismo sul Web, una persona evidentemente affetta da dismorfofobia (la mancata accettazione patologica del proprio aspetto) e altre figure borderline, è difficile non prevedere il peggio. Ora non è detto che basti tagliare qualche concorrente più eccessivo degli altri per normalizzare la situazione.

Anche l’ultima Isola dei famosi, con il famigerato cannagate, aveva creato parecchi grattacapi ai vertici Mediaset. Viene da pensare che il difetto sia all’origine. Se il palinsesto consiste nel reality permanente (Isola, Grande Fratello, Temptation island, Grande Fratello vip), la deriva ultrash è inevitabile. Creando un’abitudine, il pubblico ne chiederà dosi sempre maggiori e disturbanti.

Per la cronaca, ieri il Grande Fratello ha dovuto scusarsi per una telecamera installata erroneamente nel bagno femminile che ha mandato in onda una concorrente seduta sulla tazza del water.

La Verità, 13 aprile 2018

Rivoluzione in vista, ecco come sarà XF10

Era finita da una manciata di minuti la finale di XF9 con l’inattesa vittoria di Giosada sui superfavoriti Urban Stranger che già TvZoom, il sito diretto da Andrea Amato, lanciava un sondaggio sui giudici: “chi verrà eliminato dopo questa edizione di XFactor? Fedez, Mika, Elio, Skin?”. Quesito tutt’altro che peregrino, perché, al culmine di un ottimo risultato della finale (9,7 per cento di share sommando gli ascolti di Sky Uno e Cielo in chiaro per circa 2,3 milioni di telespettatori, più 17 per cento rispetto alla finale dello scorso anno che totalizzò l’8 per cento e due milioni di persone), non altrettanto positivo durante il percorso di avvicinamento, è giusto prevedere una svolta per la decima edizione. Un cambiamento consistente, se non proprio una rivoluzione, ancor più giustificato se proseguirà la sfida a distanza con il Grande Fratello, l’ex Ferrari dei reality, che ha fatto registrare un trend positivo rispetto all’edizione della primavera 2014, ma ha segnato un netto calo nella puntata finale (22 per cento di share con 4,3 milioni di spettatori contro 24,2 e 4,7 milioni dell’edizione numero 13 quando andava in onda il lunedì).

A questo punto conviene mettere un po’ di ordine nei numeri e chiedersi se lo scontro diretto, il derby tra reality e talent show, non riproduca in un certo senso, gli effetti già visti per il raddoppio dei talk show al martedì sera (diMartedì su La7 e Ballarò su Raitre) con conseguente divisione del target. Quella di Mediaset è stata una chiara scelta di controprogrammazione: con il Grande Fratello al giovedì si voleva coprire XFactor. Obiettivo raggiunto solo parzialmente perché la controprogrammazione si è rivelata un’arma a doppio taglio, per due motivi. Il primo è che ormai il brand del talent è molto radicato soprattutto nel pubblico giovanile e femminile, lo stesso del Gieffe. XFactor è un fenomeno di costume, un argomento di discussione tra amici, un marchio che fa tendenza: quello che Grande Fratello è stato un decennio fa. Il secondo motivo, più tecnico, è che, contestualmente, le reti Mediaset sono uscite dalla piattaforma Sky e il pubblico sintonizzato sul talent, difficilmente, durante le lunghe pause pubblicitarie, cambia telecomando per sintonizzarsi su Canale 5 in digitale. Ma siccome vale anche il processo contrario, il non-zapping dal digitale al satellite, ecco che, salvo che per la finale dove XFactor è risultatoo chiaramente in crescita, hanno perso qualcosa sia il reality che il talent.

Chiusa la lunga parentesi sugli ascolti, torniamo agli scenari futuri e al sondaggio sui giudici di XF9. Ieri in un’intervista al Corriere della Sera, con molta astuzia Skin ha auspicato la continuazione della sua carriera nel talent (“l’anno prossimo vorrei vivere qui”; facendo il giudice a XF10? “Non ne abbiamo ancora parlato… Se tornerò l’anno prossimo saprò come mettere a frutto quello che ho imparato in questa edizione”).  Ma è sotto le orecchie di tutti che, con tutta la carica e l’empatia dimostrata verso i ragazzi e nonostante l’apprezzabile impegno, il problema della lingua persiste. Si vedrà. Un po’ più solidi appaiono gli altri componenti della giuria. Mika e Fedez, però, hanno tenuto a puntellare la loro posizione esplicitando in diretta l’orgoglio di lavorare nel miglior show musicale in circolazione, come conferma anche il livello degli ospiti nazionali e internazionali (dai Coldplay a Moroder). Quanto a Elio, lasciare da vincente non sarebbe un errore. Chi ha il posto assicurato anche per il prossimo anno è invece Alessandro Cattelan, la cui conduzione, al netto di qualche euforia di troppo (per esempio, dopo l’infelice esibizione di Battiato), è brillante e agile allo stesso tempo. Infine, a proposito di diretta, è apparso un po’ stucchevole quel “Ciao Milanooo” ribadito a squarciagola come un mantra da tutti. Non sarebbe da stupirsi se, nella prospettiva del cambiamento, quel “ciao” dovesse essere sinonimo di addio, in vista di un trasferimento dello show a Roma o altrove…