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Seguendo i soldi con Fazio si indovina sempre

A seguire il flusso dei soldi non si sbaglia. Soprattutto se il beneficiario è Fabio Fazio, nativo di Savona. Nessun martirio, nessuna censura. Ci mancherebbe. L’addio alla Rai «dopo quarant’anni di onorata carriera», tra folle di vedove inconsolabili e sodali de sinistra in servizio permanente, è una faccenda di mercato editoriale. Una questione di danè. Altro che vittime della democrazia. Follow the money, recita il vecchio adagio. E nel caso del conduttore di Che tempo che fa è più che mai la pista giusta. Nella nuova casa della Warner Bros Discovery Italia, Fazio guadagnerà 2,5 milioni all’anno che, moltiplicati per quattro, fanno dieci milioni tondi tondi. Niente male. Rispetto al milione e 900mila percepito in Rai con l’ultimo contratto, si tratta di un incremento superiore al 30%. Il miglioramento è ancora più ragguardevole considerando la durata del nuovo accordo che la Rai di sicuro non avrebbe potuto garantirgli. Insomma, un contratto dorato solo stando a quello che lo riguarda personalmente. Cioè, senza contare quanto incasserà OFFicina, la società fondata nel 2017 e di cui ora è socio al 50% con Banijay. Nell’ultimo biennio, per la produzione delle trenta puntate del talk show di Rai 3 l’incasso è stato di 10,6 milioni. Se la percentuale d’incremento fosse la stessa, si sfiorerebbe la cifra di 14 milioni, sempre all’anno. Ma questa è solo un’ipotesi perché dipenderà dalle scelte di palinsesto di Nove, la rete sulla quale potranno continuare a vederlo i suoi affezionati telespettatori.

«Sono in Rai da quarant’anni, però non si può essere adatti a tutte le stagioni», ha detto lui domenica sera rispondendo al fervorino di Ferruccio De Bortoli («Oggi la notizia sei tu…»). «Io e Luciana (Littizzetto ndr) non abbiamo nessuna vocazione a sentirci vittime né martiri», ha assicurato, bontà sua, tentando poco convintamente di sedare i piagnistei della tifoseria desiderosa di buttarla in politica. «Siamo persone fortunatissime e avremo occasione di continuare altrove il nostro lavoro», ha ribadito. Invano. Lo stesso De Bortoli aveva chiosato: «Il fatto che te ne vai è una gravissima perdita per il servizio pubblico e un grande errore editoriale». Ieri, con il solito gioco di prestigio tra narrazione e fatti reali, i giornaloni fiancheggiatori hanno dato il meglio per pilotare sul conto del governo di Giorgia Meloni il clamoroso divorzio. «Rai a destra, Fazio lascia», ha titolato Repubblica. «Vergogna Rai. Fazio costretto all’addio», ha echeggiato La Stampa. In realtà, se di «grande errore editoriale» si tratta, è evidente che a commetterlo è stato l’ex amministratore delegato Carlo Fuortes che si è ben guardato dal presentargli una proposta di rinnovo del contratto. Come hanno sottolineato sia la presidente Marinella Soldi che i consiglieri Rai, nei mesi scorsi c’era tutto il tempo per farlo. Ma in quel modo non ci sarebbe stato nessun caso politico. E addio anche alle accuse di censura che stanno galvanizzando le milizie dem. Fazio non ha voluto aspettare che, giusto ieri, la nuova governance s’insediasse in Viale Mazzini e Roberto Sergio, amministratore delegato, e Giampaolo Rossi, direttore generale, prendessero possesso degli uffici, firmando il giorno prima con Discovery. Anche in questo caso la tempistica è rivelatrice. Aspettare avrebbe voluto dire valutare un’offerta verosimilmente al ribasso che lo avrebbe posto di fronte al bivio: i danè o la Rai? Meglio rompere prima gli indugi e non farsi scappare l’allettante offerta di Warner Bros. L’unica rimasta sul tavolo dopo che anche Urbano Cairo, patron di La7 con la quale il conduttore aveva già flirtato, si è defilato quando Fazio ha chiesto di contrattualizzare anche la squadra di autori e il gruppo di OFFicina. In fondo, con lui e «Lucianina», è un intero blocco di potere che si sposta. Che tempo che fa è una centrale di formazione del consenso, un crocevia di case editrici, produzioni cinematografiche, contenuti giornalistici, artisti, comici, ballerine e compagnia cantante. Ma per i bilanci controllatissimi del parsimonioso Cairo arruolare tutti avrebbe potuto essere un colpo mortale. Come quello che, nel 2001, portò alla fine precoce del tentativo di creare dall’ex Telemontecarlo di Vittorio Cecchi Gori ceduta a Roberto Colaninno l’agognato terzo polo tv. Anche allora c’erano Fabio Fazio e Luciana Littizzetto tra i volti della nuova emittente. Ma i debiti accumulati e il nuovo cambio di proprietà fecero abortire il progetto in poche settimane. Che, tuttavia, valsero a Fazio una liquidazione di 28 miliardi di vecchie lire, utili per prestigiosi investimenti immobiliari. Ci vollero due anni prima che il conduttore di Savona tornasse nella tv pubblica, nel 2003, ricominciando da Che tempo che fa.

Insomma, a seguire il flusso del denaro s’indovina. E si scopre che, ai quarant’anni di onorata carriera in Rai di EffeEffe, bisogna sottrarne due di esilio e sommare 28 miliardi di vecchie lire. Quanto fa?

 

La Verità, 16 maggio 2023

Se Dio, patria e famiglia di Lilli sono orfani di Mazzini

Appuntisce lo sguardo e tende il labbro Lilli Gruber quando rivolge la domanda con la quale chiude la conversazione con alcuni dei suoi ospiti di questi giorni: «Lei si riconosce nello slogan Dio, patria e famiglia?». Chissà, forse ha in mente il manifesto esibito a una manifestazione da Monica Cirinnà in cui commentava la triade con un elegante «che vita di merda». Oppure pensa alla sentenza di Enrico Letta, secondo il quale la formula cela un inevitabile «ritorno al patriarcato». Il più delle volte, però, la conduttrice di Otto e mezzo su La7, non ottiene piena soddisfazione. Purtroppo, verrebbe da aggiungere. Qualche giorno fa, per esempio, Letizia Moratti è stata colta di sorpresa perché fino a quel momento si era discusso di Europa ed economia, ma tant’è. L’ex sindaco di Milano e attuale vicepresidente della Lombardia non è una habitué dei talk show per cui ha improvvisato una risposta insapore. Del tipo: credo nella famiglia e nel nostro Paese (Dio non pervenuto), ma la società evolve e si trasforma (che è un’espressione che si porta sempre, qualsiasi cosa voglia dire). Mercoledì sera, invece, è toccato a Romano Prodi rispondere al quesito. Collegato da Bologna, dopo aver confermato il suo voto a Pierferdinando Casini perché si fa più festa in cielo per una pecorella smarrita che torna all’ovile che per tante fedeli, l’ex premier e commissario europeo ha borbottato che lo slogan non lo infastidisce. Come cattolico crede in Dio, ha una famiglia tradizionale ed è solito difendere l’Italia. Il problema è un altro. Quale, presidente? «Il problema è se lo slogan ci riporta indietro a certe culture del passato». Ah, ecco! Prodi si era appena detto lusingato perché Lina Palmerini l’aveva chiamato professore, che non è una diminuzione… Tanto più ci si aspetterebbe che non si appiattisse sulla vulgata gauchiste. Quali sono le pericolose culture del passato alle quali rimanda la triade più gettonata del momento? Mica si parlerà per caso del Ventennio di cui «gli italiani dovrebbero vergognarsi»? Nel corso del programma il fantasma non è stato scoperto, ma è più di una vaga sensazione che sia sempre ben accovacciato e camuffato sotto il tavolo dove fa gli onori di casa la soave Dietlinde. Perciò corre l’obbligo di dare una notizia a lei e agli adoranti telespettatori. La triade Dio, patria e famiglia è stata coniata da Giuseppe Mazzini in un testo fondante del Risorgimento intitolato Doveri dell’uomo (1860), scritto in polemica con i rivoluzionari francesi che insistevano solo sui diritti. Da allora è passato un secolo e mezzo, ma certe situazioni sembrano immutabili.

 

La Verità, 23 settembre 2022

Zelensky, gioco di specchi tra fiction e realtà

Detto francamente, non credo che, senza tutto ciò che sta accadendo in Ucraina, avrei guardato Servitore del popolo, la serie che racconta l’involontaria elezione a presidente di un professore di storia imbranato, ma dotato di un istintivo spirito anticasta. Com’è noto è la storia di Volodymyr Zelensky, narrata in tre stagioni trasmesse dal 2015 a 1+1, la rete del magnate nonché suo sponsor elettorale, Ihor Kolomoisky. Quello che nella sit com si è raccontato quasi per gioco si è totalmente avverato. Rimasto a lungo in sonno su Netflix, dall’inizio dell’invasione russa Servitore del popolo è diventato un prodotto premium per i media vaccinati ai dubbi pacifisti così che, da lunedì, La7 ce lo propone in prima serata, confezionato con l’introduzione di Andrea Purgatori e il commento entusiasta di Paolo Mieli («film storico»). Per i telespettatori comuni, forse quelli in prevalenza contrari all’aumento delle spese militari nei sondaggi, la fiction-che-non-lo-è-più risulta invece meno seduttiva: lo share è del 3,4%, per 820.000 spettatori medi.

Il video di uno studente mentre sclera parlando di corruzione e di elettori rassegnati a votare il meno peggio divenuto virale su YouTube proietta l’anonimo professore di liceo Vasiliy Petrovic Goloborodko in un gioco più grande di lui nel quale ci pensa il primo ministro a teleguidarlo. Prima maltrattato e vessato da famigliari e colleghi ora la sua esistenza è una passeggiata soave tanto che la banca gli estingue il mutuo senza che batta ciglio. Mentre la storia sovrappone scolasticamente il professore e il presidente e il boom politico del comico ci rammenta Beppe Grillo, alcuni analisti azzardano il paragone con Ronald Reagan. In realtà, il fatto che Zelensky abbia interpretato in anticipo il suo futuro e tratto ispirazione dallo show per diventare ciò che è oggi è tutt’altro che secondario. Come non lo è il fatto che il partito con il quale si candidò nel 2019 si chiamava come la serie, e che chi l’ha scritta, con lui e sua moglie, Olena Zelenska, sia tuttora tra i suoi collaboratori e ghostwriter. Parlando di tv e politica, non è la tragedia causata dall’aggressione di Vladimir Putin a rendere significativa la visione della sit com. Quanto il gioco di specchi e l’identificazione tra fiction, realtà e politica che contiene. Come in un vecchio capitolo di Black mirror. Quanto alla tragedia dell’invasione, con le sue conseguenze di dolore e morte, sarebbe rimasta identica anche se il presidente ucraino fosse stato un politico di professione o un uomo della casta.

 

La Verità, 6 aprile 2022

A In Onda Parenzo fa da spalla a Concita

Qui dentro è tutto nuovo tranne…». Ha esordito così Concita De Gregorio alla conduzione della nuova stagione di In onda in condominio con David Parenzo, verso il quale ha rivolto il braccio indicando l’unico elemento di continuità con le annate precedenti. In effetti, attorno al tavolo a mezza luna del talk show di La7 tira un’aria nuova. Non più le pari opportunità tra i due conduttori (il partner di Parenzo era Luca Telese) che si dividevano spazi e interventi come due soci, due complici in missione per conto dell’informazione alla romana, de sinistra, ma pur sempre con un certo grado di scapigliatura. Ora no, con l’innesto dell’editorialista di Repubblica, già direttrice dell’Unità, sembra di essere nel salone di un parrucchiere d’alto bordo, tutto bon ton e seriosità. «Tradizione e innovazione», ha replicato Parenzo all’incipit della collega. La quale, nelle prime due serate, peraltro suffragate da ospiti di rilievo – Roberto Fico e Matteo Salvini – si è assunta onere e onore dell’introduzione.

Pur con l’aria furbetta da Topo Gigio, il simpatico Parenzo appare destinato a lunghe pause al cospetto di De Gregorio che, con la postura protesa e la frequente scossa alla chioma bionda ricorda vagamente Duchessa, la mamma degli Aristogatti. Anche la prolissità vagamente autoreferenziale delle domande e la scelta cromatica della conduttrice, l’altra sera uno sgargiante arancione nello studio bianco e grigio, assegnano a Parenzo il ruolo classico della spalla. Vedremo se, strada facendo, si adatterà al copione. Nel frattempo va riconosciuto che, a differenza di quanto avviene abitualmente a Otto e mezzo, De Gregorio e Parenzo hanno lasciato argomentare Salvini sul ddl Zan, sull’immigrazione, sul destino del governo Draghi dopo la rottura tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Essendo, però, spesso costretti a «girare pagina» per non essere travolti, come sulle manifestazioni blasfeme dei militanti Lgbt dell’ultimo Gay pride. Ma riservandosi di scuotere la testa a mo’ di dissenso. E di accreditare una mutazione politico-estetica del leader leghista, in giacca e cravatta e, curiosamente, collegato da una sala con una bella biblioteca. Tutt’altra empatia si era registrata la sera prima con Fico. Oltre a quella sulle sorti del M5s, De Gregorio aveva voluto sapere l’opinione del presidente della Camera sullo ius soli e sulla Nazionale in ginocchio… E avrebbe voluto interrogarlo anche sul ddl Zan e molti altri argomenti, come si trattasse di un’intervista one to one. Ma non ce n’era stato il tempo. Mentre c’era anche Parenzo…

 

La Verità, 1 luglio 2021

Rocco e i suoi fratelli, la ritirata degli ultra di Conte

Che fine ha fatto Rocco Casalino? E Gianrico Carofiglio? Non che ci sia da preoccuparsi, parliamo di emuli di Ercolino sempre in piedi, ricordate? Però, così, «le domande sorgono spontanee». Su Andrea Scanzi, invece, dopo il vaccino con salto della fila incorporato, le domande scarseggiano. Ora che è stato elegantemente bannato dalle signore di Rai 3 e La7, Bianca Berlinguer e Dietlinde Gruber detta Lilli, gli è rimasto Accordi & Disaccordi, sulla Nove, la tribuna dalla quale i virologi più rigoristi dispensano i niet rimasti ancora in canna. Da quando a palazzo Chigi c’è un nuovo inquilino, il «contismo senza limitismo» (copy Dagospia) batte in ritirata, non senza disseminare il campo di battaglia di mine insidiose e accuse di complotti ai danni dell’ex avvocato del popolo.

Completato il giro delle sette chiese della telepolitica, il portavoce dell’ex premier è sparito dai radar. Anche se la solita Gruber insisteva a indicargli la via del Parlamento, l’abbiamo lasciato destinatario di «numerose proposte di lavoro, nell’ambito della televisione e del giornalismo», Casalino dixit. Niente e nessuno gli può impedire, magari all’inizio della prossima stagione, di rispuntare in veste di titolare di qualche postazione di prima serata. Da un mese a questa parte, invece, lo scrittore ex magistrato, fra i più tetragoni ideologi giallorossi, ha diradato le apparizioni. Dopo essersi vaccinato da volontario a favor di telecamera, si è dedicato alla stesura di Della gentilezza e del coraggio – Breviario di politica e altre cose. «Il breviario laico di Gianrico Carofiglio, per un nuovo modello di società civile», annuncia l’editrice Solferino. Brividi.

«Comunicheremo solo le cose che abbiamo fatto»: con una sola frase, pronunciata dopo l’insediamento, Mario Draghi ha mandato in soffitta il caravanserraglio delle dirette Facebook, delle interviste fluviali, delle conferenze stampa nell’atrio del Palazzo. Scompaiono i testimonial del contismo, si disperdono gli esponenti del «Conte Illimani», come li ha ribattezzati su Twitter Guido Vitiello. Non proprio tutti, però. Marco Travaglio e Antonio Padellaro resistono, forti dei loro record di presenze a Otto e mezzo e Piazzapulita e non si vede chi li possa spodestare. Qualcuno invoca una «Norimberga giornalistica» per i fiancheggiatori dell’infodemia. Servirà invece la nemesi della storia. Che però richiede tempo. Intanto, si cominciano a notare i vuoti, ma saranno presto riempiti con nuovi testimonial. Tanto più se la triangolazione La7 – Fatto quotidianoCorriere della sera continuerà a funzionare.

 

La Verità, 16 aprile 2021

Il tour di Casalino alla ricerca di una second life

Prosegue il tour di Rocco Casalino alla ricerca di un roseo futuro dopo gli anni da secondo(?) uomo più potente d’Italia. Prima un’intervista a Diego Bianchi (La7), poi un’ospitata a Quarta Repubblica di Nicola Porro (Rete 4) e un passaggio a Otto e mezzo, la ridotta della resistenza contiana (martedì a DiMartedì, mercoledì ad Accordi & disaccordi sul Nove). L’argomento di vetrina era la comunicazione del nuovo governo. Draghi dovrebbe parlare di più, il suo silenzio potrebbe essere un problema, ha preconizzato Casalino. Anche perché, chi continua a parlare sono i leghisti, perdindirindina. Che ne pensi Beppe Severgnini? È un istinto indomabile, non riescono a tacere, ha detto con un fremito di stizza alla Maggie Smith l’opinionista della scuderia Cairo. E tu Andrea Scanzi, cosa pensi di questo fatto che la Lega parla? ha incalzato Dietlinde Gruber soffiando dalle narici. Cos’abbia risposto l’autore de Il cazzaro verde è facile immaginare. Quel che non meraviglia più è anche che – con il lockdown duro e puro auspicato da Walter Ricciardi, i vaccini introvabili, il super commissario Domenico Arcuri sotto inchiesta, le primule appassite prima di fiorire, la presentazione del GovernoSalvaItalia in Parlamento e le quote rosa sbiadite a sinistra – con tutto questo, il problema è sempre la Lega. Del resto, il mantra è decollato durante la trattativa per il Draghi uno e anche ora la mission è la medesima: piazzare il faccione di Salvini al centro del muro e distribuire le freccette ai complici. Nel frattempo, per dare una nuova identità da spendere nel reality, Il Portavoce (Piemme) era già stato rinominato ingegnere («mi piace ingegnere», il plaudente Severgnini). Con la minuscola, essendo la maiuscola già assegnata. Ora, però, abbiamo un problema: che farà Rocco da grande? Si candiderà, vero? gli ha chiesto la padrona di casa. Chissà, forse, le proposte sono tante, anche dalla televisione… «Oddio, l’ho detto male», si è corretto l’ex portavoce, precisando che trattasi di «giornalismo». Però Lilli voleva mandarlo a tutti i costi in Parlamento e, ottenuto un mezzo sì, è passata ad altro. Sia mai che a qualcuno venga in mente di dargli un talk show su La7.

P.s. Forte dell’ospitata di Casalino, Gruber aveva registrato la puntata perdendosi le scuse del Corriere della sera per la ripubblicazione online di un’intervista di Renato Brunetta del 22 giugno scorso. Così, Scanzi ha potuto dire, senza essere corretto, che «Brunetta ha fatto arrabbiare tutta la pubblica amministrazione perché ha detto che non bisogna più fare smart working». Si sa, quando c’è da colpire l’avversario, anche le verifiche diventano più blande.

 

La Verità, 17 febbraio 2021

Un idolo planetario è protetto dalla vita privata?

Non se ne può più dello tsunami di retorica che ci ha travolto da quando è morto Diego Armando Maradona, ritenuto dalla maggioranza degli addetti ai lavori il più grande calciatore di sempre. Non se ne può più dell’alluvione di iperboli, pianti, esaltazioni, devozioni, inginocchiamenti a favor di telecamera, tipo quello del campione del mondo Bruno Conti ai Quartieri spagnoli di domenica. Di quanto letto sui giornali ha già scritto con la sagacia che conosciamo Mario Giordano, ma ciò a cui si continua ad assistere nei vari talk show non solo calcistici è, se possibile, persino peggio. Non parliamo poi di ciò che avviene sui campi di gioco. Al minuto di silenzio prima delle partite e il lutto al braccio indossato da tutti, giocatori e allenatori, è stata aggiunta la stucchevole interruzione del gioco con applauso, al decimo minuto del primo tempo di ogni match. Sia chiaro, Maradona è stato un fuoriclasse assoluto, probabilmente, come detto, il più grande sul terreno di gioco. Ma, ahinoi, assai meno grande fuori dal campo. Messo insieme, questo show planetario si chiama idolatria e sa un po’ di disperazione: c’entrerà la tragedia della pandemia?

Ho perciò sperato che qualche distinguo ce lo regalasse Marco Tardelli, ruvido campione del mondo nel 1982 (siamo figli del suo urlo di rabbia felice dopo il gol alla Germania), coraggiosamente intervistato dalla compagna Myrta Merlino, napoletana, all’Aria della domenica su La7. Le premesse sembravano buone: «Si può giudicare Diego in tanti modi. Si può giudicare Maradona e poi Diego Armando Maradona perché credo che Maradona sia stato un capolavoro del calcio». Ma poi anche Tardelli è planato su Maradona antisistema, figlio della rivoluzione, figlio del popolo che cercava riscatto come Napoli, e l’hanno trovato insieme… Alla fine, Merlino ha mostrato l’intervista concessa al regista Emir Kusturica («Che giocatore sarei stato se non avessi sniffato cocaina»), rimproverando bonariamente Tardelli, solitamente ligio alle regole, di essere tollerante con il Pibe de oro: «Non sono tollerante, non entro nella sua vita privata. Della sua vita privata fa quello che vuole. Mi ha dato delle emozioni in campo, non per quello che ha fatto nella vita privata». E meno male. Ma quando si è idoli globali, com’è stato Maradona, la distinzione tra vita pubblica e privata sparisce. Ammiriamo le opere del pittore Caravaggio, condanniamo le sue azioni criminali. Sono sicuro che, a proposito di vita privata, lo sappia bene anche Tardelli, in quel momento intervistato dalla sua donna.

 

La Verità, 1 dicembre 2020

«Giuramento d’Ippocrate anche per i giornalisti»

È pronta a salire sulle montagne russe? Ho un certo numero di domande, mi appello alle sue doti di sintesi… «I tempi televisivi dovrei conoscerli. Cominciamo?».

Volto gradevole di La7, ex moglie di Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza Covid, compagna di Marco Tardelli, mamma di tre figli, autrice del saggio Madri. Perché saranno loro a cambiare il nostro Paese (Rizzoli). È ciò che si sa di Myrta Merlino, conduttrice dell’Aria che tira, in onda tutte le mattine dalle 11 all’una e mezza.

Chi era la bambina Myrta Merlino?

«Era una bambina diventata adulta troppo presto. Avevo genitori speciali a cui devo molto, ma erano due sessantottini poco genitori. Mia madre venne arrestata a Parigi quando mi aveva in pancia».

Studi e frequentazioni giovanili?

«All’università ho scelto economia, ma poi, con la mia fretta di arrivare, sono passata a Scienze politiche. Sono stata tra i primi studenti a sperimentare l’Erasmus con uno stage a Bruxelles. Entravo nel palazzo della Commissione europea con il buio e ne uscivo quand’era di nuovo buio».

Non entusiasmante.

«Ero disperata. Fortunatamente da lì avevo iniziato a mandare brevi note al Mattino di Napoli. Cominciai a muovere i primi passi nel giornalismo, una volta il mitico Pasquale Nonno mi disse: “Piccerè, tu si brava… sei sicura di voler fare l’economia che sta a pagina 30 del giornale?”. All’epoca aveva ragione lui, alla lunga ho avuto ragione io».

Prima di arrivare a La7?

«Ho lavorato 12 anni in Rai con Giovanni Minoli, straordinario maestro e mangiatore dei suoi allievi».

Maestro prolifico.

«Mi ha insegnato tutto, dal montaggio alla musica. I miei autori mi odiano perché non mi sfugge niente».

Come passò a La7?

«Mi chiamò Gianni Stella, soprannominato Er canaro. Era amministratore delegato della rete allora di proprietà di Telecom e io avevo intervistato Franco Bernabè, il presidente: “Vuoi fare un programma di economia su La7?”. Era l’occasione per iniziare a camminare con le mie gambe».

Quindi accettò.

«La cosa strana è che mi proposero la seconda serata e ora conduco un programma pop del mattino. La vita ha più fantasia di noi».

All’Aria che tira ha scelto una conduzione morbida, materna…

«Mi fa piacere che la definisca materna perché siamo davvero una famiglia. Quando ho iniziato, dieci anni fa, lo share era dell’1,7%, il programma durava mezz’ora e io ero una giornalista tutta impostata. Adesso dura due ore e mezza e l’anno scorso abbiamo chiuso al 7%».

Dieci anni, duemila puntate: ora è meno impostata?

«Sono più in tv che a casa, ma sono la stessa persona in onda e fuori, nel bene e nel male, comprese le battute di cui a volte mi pento».

Con l’eccezione di Massimo Giletti, La7 è piuttosto filogovernativa, lei anche?

«Credo di essere una persona equidistante e post ideologica. Matteo Salvini lo conosco da quando era un ragazzotto che andava in giro per i mercati con le felpe e mi chiamava lui: “Myrta, facciamo un collegamento?”. Ho ottimi rapporti con politici di sinistra e di destra. Credo che il mio tratto umano si veda. Mi appassiono a certe battaglie, come avvenne per quella degli esodati, sui quali avrò fatto cento puntate attaccando il governo Monti. Poi mi capitò di difendere Elsa Fornero perché ritenevo sbagliato scaricare su di lei tutte le colpe».

Si può dire che la sua conduzione è meno militante di altre della rete?

«A La7 non ci sono parole d’ordine. Siamo piccoli, si fa tanto da soli, a volte con pochi mezzi. Non ho mai avuto pressioni dall’editore o dal direttore, che è un uomo di sinistra. Da Corrado Formigli a Giovanni Floris, tutti andiamo in onda con la nostra personalità».

I talk show settimanali sono maschili, mentre le strisce quotidiane sono condotte da lei al mattino, Tiziana Panella al pomeriggio, Lilli Gruber la sera.

«Questo mi piace molto. Spesso ci incaponiamo su cose inutili… ministra anziché ministro… uff, tutte polemiche pretestuose. L’altro giorno mi hanno chiamato per commentare l’enciclica Fratelli tutti dicendo che papa Francesco si è dimenticato le sorelle. Ma che m’importa! Io ho avuto una mamma femminista al momento giusto, non ho stress femministi ritardati».

Quel commento l’ha fatto?

«No. Invece padre Enzo Fortunato da Assisi mi ha chiesto di scrivere su SanFrancescopatronod’Italia.it un piccolo articolo sull’enciclica e quello sì, l’ho scritto volentieri. Sono anche onorata di partecipare alla consulta femminile del Consiglio per la cultura diretto dal cardinal Gianfranco Ravasi che mi ha chiamato sapendo che sono battezzata, ma non praticante».

Quando partirà il programma della domenica pomeriggio?

«Ne parliamo da un po’, è un progetto che mi appassiona. La domenica è sinonimo di famiglia, perciò l’idea è far leva sulla familiarità che si è instaurata con il pubblico per raccontare la politica, l’economia e la cronaca. Spero che questo progetto veda presto la luce».

Cosa vuol dire come ha scritto su Avvenire che «nell’Italia del coronavirus non c’è più spazio per il talk fine a sé stesso»?

«Che sono sempre più allergica alle chiacchiere inutili. Si parla delle cure contro il Covid e si scatenano guerre tra le regioni e il governo, tra Lazio e Lombardia… I problemi della pandemia si sono sovrapposti a quelli strutturali. Chi fa informazione, credo debba aiutare la comunità facendo servizio pubblico».

Per esempio spiegando con il portavoce dell’Associazione funzionari di polizia Girolamo Lacquaniti le sanzioni relative all’uso delle mascherine?

«Penso serva a mostrare che le forze dell’ordine sono dalla parte dei cittadini. Si ricorda la contestazione a quelle persone che prendevano il sole nella spiaggia deserta? Oltre a spiegare le regole, c’è un’esigenza di pacificazione perché siamo tutti nella stessa barca».

L’ho vista sollevata dopo un’ospitata a Vittorio Sgarbi.

«Sono amica della sua compagna, Sabrina Colle: “Tu lo rendi buono”, mi dice».

Si parla troppo dell’emergenza sanitaria?

«I dati di questi giorni m’indurrebbero a dire di no. Anche medici bravi come Roberto Burioni in passato hanno detto che la mascherina non serviva. Ora l’infettivologo Matteo Bassetti sostiene che se si è da soli all’aperto non serve. Ma se incontri qualcuno e non ce l’hai? Non me la sento di minimizzare».

Non crede, come ha detto Sgarbi, che ci sia troppa enfasi sul male e poca valorizzazione del bene? Troppo allarmismo?

«Sto molto attenta a non innescare l’allarmismo, ma mi arrabbio parecchio se vedo che bisogna fare otto ore di coda per sottoporsi ai tamponi. O se, nonostante si sappia da quattro mesi che il vaccino antinfluenzale è importante, ora in farmacia non si trova».

Massimo Cacciari ha detto che non serve lo stato di emergenza per far indossare le mascherine in assenza di distanziamento.

«Credo che dobbiamo trattare gli italiani da persone adulte, non come bambini da tener buoni agitando l’uomo nero. Penso che lo stato di emergenza serva a favorire una maggiore velocità di reazione, ma su questa polemica politica non voglio infilarmi».

Nei Paesi europei che stanno peggio dell’Italia non c’è.

«Sono diversi da noi, nel bene e nel male. Quando Emmanuel Macron ha anticipato l’apertura della scuola ero contenta, ma ora vedo che ha un problema enorme. Donald Trump è uscito dall’ospedale perché è guarito, ma Anthony Fauci ha detto che è stato imprudente perché il coronavirus comporta ricadute. Siamo in mezzo al guado, è difficile dire cos’è bene e cos’è male. Personalmente, cerco di essere umile e intellettualmente onesta».

Crede che anche i giornalisti televisivi debbano ripensare il loro modo di lavorare?

«Sul Corriere della sera ho scritto che ci vorrebbe un giuramento di Ippocrate per i giornalisti. Per questo abbiamo creato dilloamyrta@la7.it, l’indirizzo al quale abbiamo ricevuto 70.000 mail. Il tanto dolore visto aumenta la voglia di dare una mano. Quando tutte le mattine vedo i numeri dell’Auditel il senso di responsabilità cresce ulteriormente».

Da quando è esplosa l’epidemia c’è qualcosa che non rifarebbe?

«Non conoscevamo questo virus. Nessuno che sia onesto può dire di non aver mai detto una cazzata. Appena si diffuse chiesi a Burioni se ci si poteva suicidare con il coronavirus e lui rispose di no».

Gli chiese anche se poteva mangiare in diretta gli involtini primavera.

«La Cina all’inizio non sembrava così opaca. Ripensandoci, mia madre, che era una sinologa, mi diceva che il mix tra capitalismo sfrenato e partito unico poteva essere economicamente formidabile, ma civilmente molto pericoloso. Purtroppo questa storia ce l’ha dimostrato».

Il vostro compito è informare o influenzare, per esempio inginocchiandosi per Black Lives Matter?

«Mia figlia mi aveva mostrato il filmato integrale dell’uccisione di George Floyd, sette minuti terribili. Non volevo influenzare nessuno, ma manifestare quello che sentivo. Penso che a volte bisogna prendere posizione anche su vicende che sembrano lontane. Se molti anni fa Rosa Parks non fosse rimasta seduta su quell’autobus probabilmente le cose non sarebbero migliorate, seppure ancora troppo lentamente».

È difficile fare informazione sull’epidemia mentre il suo ex marito è commissario straordinario per il Covid-19?

«Domanda retorica. Credo di aver mantenuto equilibrio senza mancare di rispetto al padre miei figli».

Ex moglie di Arcuri, ora compagna di Marco Tardelli: l’attraggono gli uomini ombrosi?

«È stato così a lungo, m’ingarellavo con me stessa davanti alle persone complesse. Marco si autodefinisce chiuso e timido, ma per me è il sole, un uomo positivo e generoso. Mi sono conquistata tutto con le unghie e i denti, invece lui è la mia botta di culo».

Rischiate di diventare soggetti da gossip?

«Abbiamo cercato a lungo di tener bassa la nostra storia per rispetto dei figli. Poi una foto su Chi ha ritratto una sua mano sotto la mia giacca e Vittorio Feltri scrisse un pezzo intitolato “Tardelli e la mano Myrta”. Dopo quattro anni di grande amore se un giornale ci fa delle domande e delle foto, perché no? L’altro giorno un paparazzo ci seguiva, l’abbiamo salutato tranquillamente. Viviamo con molta serenità».

 

La Verità, 10 ottobre 2020

«Racconto la neweconomy come una storia rock»

È da poco finito il pranzo della domenica che su La7 spunta Carlo Massarini. Non era il mitico Mister Fantasy, dal nome di un album dei Traffic che diede il titolo alla sua trasmissione? E non era un volto Rai? Un critico musicale, rock pop e jazz, che per primo aveva sconfinato nel mondo digitale? La guida di Cool tour e di Ghiaccio bollente, rubrica culturale e contenitore di concerti e storie su Rai 5? Lui: il programma che conduce adesso sulla tv di Urbano Cairo s’intitola Startup economy, c’entra sempre con l’avanguardia digitale, ma è tutt’altra faccenda. Non resta che chiamarlo per capirne di più… la voce va e viene. «Meglio se ci sentiamo sul telefono fisso», invita Massarini. «Lo uso poco, ma ho dovuto farlo installare perché, a sei chilometri dal Raccordo anulare di Roma, vivo in una di quelle zone grigie dove il segnale balla. La connessione è migliorata dopo peripezie e cambi di operatori… Ora vedo i filmati che per anni mi erano inibiti».

Non male come paradosso.

(Ride) «È una buona metafora della nostra Italia: una persona che ha sempre lavorato sull’avanzamento tecnologico ha una connessione balorda a casa».

Com’è nata l’idea di Startup economy?

«Diciamo che viene da lontano. Dal 1995 al 2002 ho condotto MediaMente su Rai educational, un programma sull’innovazione digitale ideato dal direttore Renato Parascandolo».

Pionierismo.

«Facevamo alfabetizzazione ad orari impossibili. Però funzionava. Avevamo coinvolto i migliori studiosi, gente come Derrik De Kerckhove. Internet era agli albori. Creammo anche il primo sito Rai. Il programma vinse dei premi, all’estero però».

E in Italia?

«Quando arrivò Giovanni Minoli a Rai educational decise di chiuderci, non era interessato».

Eravate troppo in anticipo?

«Forse. Ma credo che un servizio pubblico avrebbe potuto mantenere la postazione».

Ora Startup economy.

«Con il professor Francesco Sacco, conosciuto allora, abbiamo studiato questo format. Ci siamo prefissati di colmare un vuoto, di imprenditoria futura non parla nessuno. Trent’anni fa Apple, Amazon, Google, Facebook eccetera erano startup. Pensiamo a quello che sta facendo Elon Musk a proposito di ricerca sullo spazio. Tutti i grandi marchi sono sostenuti da piccole aziende ad alta specializzazione. Nei paesi più avanzati sono filiere che incidono sul Pil. In Italia ancora no, ma comincia a muoversi qualcosa in gruppi come Enel ed Eni che finanziano le startup utili ai loro processi. O nell’economia bancaria, che è un’incubatrice. Mettendo tutto insieme è nato questa specie di periscopio sul futuro».

Come si parla di economia digitale in tv?

«Non ci rivolgiamo solo agli smanettoni, agli iniziati, per i quali dobbiamo essere credibili, ma a tutti. Perciò dobbiamo essere comprensibili, accessibili. Quando ci imbattiamo in qualche termine specifico lo traduciamo con il nostro “wiki”, un decodificatore che fa la spiega in tempo reale e aiuta a familiarizzare con espressioni che a volte sento anch’io per la prima volta».

Buona divulgazione.

«Divulgazione dell’innovazione. Una buona formula sono le storie. Anche quando parlavo di rock usavo le storie. Tutti conosciamo quella di Steve Jobs, un’epopea partita da un garage e culminata con il famoso “Stay hungry, stay folish”. Tra le tante, racconteremo la storia di un ragazzino del Togo, adottato da una famiglia parigina, che ha frequentato un college in Svizzera e creato una startup che abbatte del 90% le emissioni di Co2 di alcuni prodotti. Io non sono un chimico, ma lo vedremo alla prova».

Perché un programma così va in onda su La7 se lei è un volto Rai?

«La7 è stata disponibile e contiamo di tornare in autunno con un altro ciclo. La Rai mi rimbalza, come se non fossi mai passato da quelle parti. Hanno chiuso anche Ghiaccio bollente su Rai 5».

Prima era stato chiuso anche Cool tour.

«Non ho capito bene perché, forse costava più della media di rete, forse per altri motivi che ignoro. Era un programma itinerante…».

Era in anticipo anche con i videoclip, forse troppo?

«Mister Fantasy è stato il primo programma al mondo che ha trasmesso i videoclip. Merito di Paolo Giaccio. Anche MediaMente è stato il primo sulle tecnologie digitali. Due programmi di svolta. Mi costruivo dentro quello che incontravo fuori. O meglio, trovavo fuori il corrispettivo delle mie tensioni. In mezzo, nel 1986, c’era stato anche Non necessariamente; quello sì troppo precoce, come il figlio geniale che non ha avuto successo, ma era il più intelligente».

Perché la Rai non ha sviluppato quelle intuizioni?

«Bisognerebbe chiederlo ai direttori che si sono succeduti. A nessuno è venuto in mente di riprenderle. Io non credo ai complottismi, fatto sta che non si è fatto niente e dopo quasi vent’anni, durante il lockdown per il Covid, scopriamo che non c’è la banda larga e che la scuola è impreparata per la teledidattica».

Pigrizia, scarsa lungimiranza?

«C’è chi si giustifica dicendo che “il pubblico non ce lo chiede”. A me non basta: se fai servizio pubblico puoi creare attenzione e affezione per certi contenuti. Nella nostra tv si parla quasi solo di politica, dei temi legati all’innovazione e al futuro non c’è traccia. Nel mondo non è così. C’è chi studia e avanza, senza che lo si sappia. Ci accorgeremo del ritardo quando ci sarà la ricaduta concreta».

Tornando alla Rai?

«Ho smesso di farmi domande. Uno se le fa un anno, due, tre, poi dice come i ragazzi americani: “Grazie, è ora di andare via da casa”».

Com’è la new economy vista dall’angolo d’Africa del suo salotto?

(Ride) «È vero… ma c’è anche il Budda thailandese. Noi andiamo davvero in onda da casa. Mi piace l’arte di luoghi lontani. Ho coltivato una passione per la cultura africana, musica, letteratura, arredamento, simbologia. Mi piace mescolare il primitivo e il tecnologico come hanno fatto Brian Eno, Peter Gabriel, i Talking heads. Ho anche oggetti degli eschimesi canadesi che erano di mio padre…».

Ufficiale della Marina.

«Il più grande regalo che potesse farmi fu portarci a vivere in Canada per tre anni, dal 1959 al 1962. Un Paese che amo tuttora, il lato soft degli Stati uniti. Vivere lì è stato un grande privilegio, la possibilità di allargare l’orizzonte e imparare bene l’inglese. Così, quando sono arrivato alla radio, prima ancora di parlare al microfono, ho iniziato a tradurre i testi per Giaccio e Mario Luzzatto Fegiz».

Domenica sulla t-shirt sotto la giacca spuntava David Bowie.

«Un po’ di musica trasmetterebbe l’elemento emotivo della new economy. Per ora mi limito alle citazioni».

Che musica ascolta oggi?

«Di tutto, senza distinzione. L’altro giorno ho comprato un disco di Selda Bağcan, una cantante turca. Blues, jazz, musica popolare, poco rock perché mi pare non abbia più molto senso. Preferisco le contaminazioni, le musiche che non conosco. È un fatto di curiosità, se restassi nella mia confort zone non mi sentirei cittadino del mondo».

Perché ha ripubblicato Dear Mr. Fantasy (Rizzoli Lizard) «foto-racconto di un’epoca musicale in cui tutto era possibile», dieci anni dopo la prima edizione?

«Era nato come un libro personale, realizzato con foto solo mie in una stagione in cui le star non erano blindate da manager, agenti, addetti stampa. Noi reporter stavamo a bordo palco, andavamo nel backstage. Oggi è un libro generazionale che include artisti fondamentali fotografati da altri come Frank Zappa, Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Fabrizio De André, e altri che magari hanno avuto notorietà più breve, ma sono stati importanti per me».

Se dovesse indicare la principale differenza tra la musica di quel decennio e il presente quale sarebbe?

«Sono tante. La prima è questa: per acquistare Mr. Fantasy, il disco della mia vita, dovetti aspettare tre mesi, dal novembre 1967 al marzo successivo. Era un disco d’importazione. Oggi un artista mette le tracce sul sito e istantaneamente sono su Spotify. Le case discografiche non ci sono più. L’idea stessa del disco è cambiata, si anticipano i brani in Rete, poi nel Cd ce ne sono altri… È tutto più liquido. Un’altra differenza è che allora c’era più creatività. Oggi, a causa del mercato intasato, si tende a ripetere la formula che si presume di successo. Nel rock di quegli anni rifluivano la politica e le domande esistenziali, oggi si ascolta la musica sul cellulare e con tre emoticon te la cavi. Detta in modo un po’ brutale: noi avevamo meno e andavamo in profondità, oggi si ha di più e si resta in superficie».

Com’è raccontata oggi la musica in tv?

«Non è raccontata. Ci sono X Factor, Sanremo, anche le monografie di Unici. Va tutto bene, ma manca un programma che racconti il passato e il presente, e sia una guida per l’ascolto».

C’è SkyArte.

«La guardo molto. Con una cifra più elegante e maggior credibilità è quello che era Rai 5. Ma anche SkyArte non ha un vero programma musicale».

Che cosa pensa dei talent show?

«Sono startup di interpreti. Marco Mengoni è figo, Emma Marrone è in gamba, anche se lontana dai miei gusti. I ragazzi sono soprattutto esecutori, prevalgono le cover. Se vincono un talent conquistano milioni di like e visualizzazioni, ma poi spesso si perdono perché non possono avere la scorza che si fa in anni di gavetta, sui palchi, nelle piazze minori. La tv non sempre dà il tempo di maturare».

La massima aspirazione di un cantante o musicista italiano è vincere un talent o il Festival di Sanremo?

«Sono le principali catene di successo. Se ti va bene sfondi. Ma sono due sprint. Credo che, se parliamo di arte, il successo vero sia una maratona, un traguardo che si raggiunge con il tempo. Un altro discorso riguarda i cantanti già affermati o con un buon retroterra. Può piacere o far inorridire, ma per esempio Achille Lauro si è presentato all’Ariston come tableau vivant. Non dobbiamo scandalizzarci. Le generazioni passano: i nostri eroi non sono gli stessi dei nostri figli, come quelli dei nostri padri non erano i nostri».

 

La Verità, 13 giugno 2020

 

L’all in su Conte di Travaglio&Co. su La7 e La9

Molti più accordi che disaccordi. Anzi, di disaccordi veri non c’è traccia. Del resto, siamo tra noi, siamo in famiglia, non c’è motivo di litigare e nemmeno di dissentire. Era molto rilassata l’atmosfera l’altra sera sul Nove, il canale dove il Fatto quotidiano, la testata televisivamente più sovrarappresentata, ha piantato le tende con i suoi presidi informativi, a cominciare da Accordi & disaccordi (venerdì, ore 22,55, share del 3%, 571.000 telespettatori). In fondo la Nove è solo La7 più due e, con la striscia di Sono le venti di Peter Gomez all’ora dei tg e la serata del venerdì aperta da Fratelli di Crozza, la linea filogovernativa che le firme del Fatto assicurano con la loro assiduità alla rete di Urbano Cairo, fa svelta a rimbalzare di un paio di tasti sul telecomando. Prodotto per Discovery da Loft, il canale tv del Fatto, Accordi & disaccordi, con la & commerciale, lo conducono Luca Sommi e Andrea Scanzi che solitamente intervistano un ospite politico. Alla fine della serata, però, escusso come un oracolo, la guest star è sempre Marco Travaglio. L’altra sera, con un Gad Lerner fresco di trasloco nel quotidiano più filogovernativo del bigoncio, la sensazione di familiarità avvolgeva come un profumo d’intesa. L’atmosfera informalissima come le mise dei giornalisti, era incrinata solo da Sommi, l’unico in studio e in giacca e cravatta, che tentava di salvare le apparenze porgendo domande, pur sempre con una robustissima spalmata di garbo: Gad, tu che hai avuto una grande carriera di giornalista e hai fatto la storia della televisione, come mai sei andato a Pontida a gettare benzina sul fuoco? Non l’avesse detto. Forse sei vagamente poco informato, ha risposto, piccato, Gad. Che, si sa, è più abituato a farle che a subirle le domande e, forse, i disaccordi non li ama nemmeno in epoca di distanziamento sociale. Per recuperare, Scanzi gli ha subito chiesto di spiegare perché, lasciando Repubblica, si è accasato proprio a casa loro. Ma il giorno stesso delle dimissioni, Marco lo ha chiamato e dunque… Dopo la puntuale citazione di Gomez per completare la sfilata delle firme, a suggello si è collegato in sahariana verde dallo studio di casa un Travaglio sguarnito del cipiglio da talk con contraddittorio che inalbera quand’è ospite a giorni alterni di La7, chez Lilli Gruber o Giovanni Floris. Negli altri giorni, infatti, tocca allo stesso Scanzi e ad Antonio Padellaro, quest’ultimo habitué pure di Piazza pulita. Non prendiamoli sottogamba, quella dei colleghi del Fatto è una strategia seria. Sia mai che il sostegno al governo Conte patisca dei vuoti d’aria.

 

La Verità, 7 giugno 2020