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Bertolino antifuga cervelli Fazio e Crozza sbagliano

Fondazione Tim sull’innovazione È sbarcato ieri su La7 MeravigliosaMente, programma sull’innovazione di Enrico Bertolino e realizzato da Zerostudio’s per Fondazione Tim. A metà tra l’educational e la divulgazione scientifica, il comico visita in altrettante puntate cinque università dell’eccellenza italiana (Pisa, Genova, Padova, Milano, Torino). La prima notizia è che esistono nonostante le classifiche internazionali. La seconda è la comunicazione smart con cui Bertolino incontra ricercatori di robotica che progettano pancreas per diabetici gestibili con wi-fi, o ingegneri che studiano il trasporto con levitazione magnetica che ridurrà di 2/3 i viaggi sulle linee Tav. Il tutto in agenda «tra due anni».

Errori di programmazione/1 Il primo è Che fuori tempo che fa, il talk show di Fabio Fazio nella seconda serata del lunedì su Rai 1. Con l’eccezione della copertina di Maurizio Crozza, la tavolata con gli ospiti sembra una sorta di «avanzi» del Tavolo con Nino Frassica della domenica. In passato c’è chi ha proposto qualcosa di dignitoso con il marchio Avanzi, ma stavolta c’è da confrontarsi con lo schiacciasassi Grande Fratello Vip. E non basta il traino della Nazionale, tanto più se dopo la fine del match c’è mezz’ora di bar sport, per far superare la sensazione di già visto.

Errori di programmazione/2 L’altro svarione riguarda Fratelli di Crozza in onda su Nove al venerdì (3.5%) come nelle annate su La7, dove quest’anno c’è Propaganda Live di Zoro che gli rosicchia il pubblico militante. Più male gli fa su Tv8 la prima tv in chiaro di X Factor che lo supera regolarmente (4.5% circa). Se non si vogliono cambiare abitudini tocca rassegnarsi.

Correzione per Skroll Dopo un mese di preserale nell’illusione che facesse da traino a Mentana, Andrea Salerno ha deciso di spostare la striscia di Marco D’Ambrosio alias Makkox prima di un altro tg, quello della notte. Gli ascolti delle 19.30 erano scesi sotto l’1%, mentre la replica dopo mezzanotte resisteva attorno al 2% (e il doppio di telespettatori). I frequentatori dei social sono nottambuli.

I capolavori di Taodue L’altro giorno a proposito di Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale di Canale 5 Aldo Grasso ha scritto che «vengono in mente tante cose». A cominciare dal «cinema dell’impegno civile (i film dei fratelli Taviani, di Germi, di Petri, di Pontecorvo, di Rosi, di Scola…) così centrale negli anni ’70 del Novecento. Le non poche serie della Taodue da Distretto di polizia a R.I.S., da Squadra antimafia a Le mani dentro la città, solo per citare alcuni titoli, affondano le loro radici culturali proprio in quella stagione in cui il nostro cinema provava a raccontare misteri e storture del nostro Paese».

La Verità, 15 ottobre 2017

Zoro si accorge che tra Rai 3 e La7 c’è differenza

Con l’esordio di Propaganda Live su La7 si è completato il quadro dell’offerta tv del venerdì sera. Dopo il timido debutto, settimana scorsa, di Fratelli di Crozza su Nove, superato dalle audizioni in differita (ma in prima tv in chiaro) di X Factor su Tv8, era interessante capire la risposta di La7 e la gerarchia delle reti outsider. Il programma condotto da Diego Bianchi, in arte Zoro, è il primo consistente innesto firmato dal direttore Andrea Salerno nel palinsesto della rete di Urbano Cairo. Un breve antipasto dello stesso piatto era stato offerto da Skroll di Makkox, Marco D’Ambrosio, striscia quotidiana prima del tg. È molto presto per trarre conclusioni perché i linguaggi si devono amalgamare e si devono irrobustire le sinergie (è intervenuto anche Enrico Mentana), tuttavia si può già sottolineare la sensazione che su La7 esista un problema di diversificazione. Appena si esce dal canone del talk show, e di un talk show molto politichese, il pubblico si disperde. Il risultato del 3% di share non è pessimo, ma nemmeno entusiasmante. Probabilmente c’è da lavorare sullo stile e l’inflessione di Zoro, molto legati alla sinistra romana che forse non soddisfa a pieno il pubblico in uscita da Otto e mezzo di Lilli Gruber (5.9%): un pubblico più benpensante e stagionato per il quale, forse, la lingua di Twitter è poco attrattiva. Se poi ci si mette la lunga spiega di Marco Damilano del significato di «propaganda» («Marco la prende sempre da vicino», il commento in tempo reale di Makkox), si può capire un certo ricorso al telecomando. Il rodaggio potrebbe riguardare anche scelte di temi e tempi di trattamento. Il programma sfiora le tre ore, il che non giustifica la dilatazione di certi servizi, in particolare quello realizzato da Zoro, per nove giorni di luglio a bordo di una nave di una Ong in azione nel Mediterraneo. Anche perché il filmato dall’Aquarius, preceduto da un pistolotto di Roberto Saviano e seguito dall’inchiesta di Francesca Mannocchi sui campi di detenzione a Tripoli, arrivava dopo quella di Valentina Petrini in Nigeria di Nemo, nessuno escluso di mercoledì e il servizio nel deserto del Tenerée di Piazza pulita di giovedì, peraltro seguito da un interessante dibattito in cui Paolo Mieli è risultato più efficace e realista di un Gino Strada, puntualmente ideologico.

Per tornare alla gerarchia delle reti minori, il debutto di Propaganda Live non sembra aver penalizzato Fratelli di Crozza, salito al 3.8% di share (dal 3.5 di una settimana fa). Tra i due litiganti, però, continua a godere Tv8 con la differita in chiaro delle audizioni di X Factor, assestatosi al 4.2%.

La Verità, 1 ottobre 2017

Schegge di realtà nel webblob di Makkox

Per ora il traino sul tg di Enrico Mentana non si vede. Skroll, la nuova striscia di Makkox (Marco Dambrosio), vignettista della scuderia di Zoro (Diego Bianchi) arruolato da Andrea Salerno galleggia attorno all’1% (200.000 telespettatori circa, La7, tutti i giorni alle 19.30). L’idea potrebbe anche essere carina e modaiola: un blob dei social network, Instagram in particolare che forse è quello che si presta maggiormente per sintesi ed eclettismo. Lo scopo è convincere giovani e internauti vari a sintonizzarsi per vedersi, rivedersi, riconoscersi e specchiarsi, per abbassare l’età media e consegnare nuove fette di pubblico al tg. I post si concentrano su tre o quattro argomenti al dì: la Mostra del cinema di Venezia, l’uragano Irma e Trump, la legge per l’abolizione dei simboli fascisti, oppure Roma alluvionata, il lancio del nuovo iphone, i vip e lo sport preceduti da una meravigliosa anteprima con Lionel Messi al pianoforte il giorno dopo Barcellona-Juventus. Il tutto montato in sequenza logica, a conferma o smentita del post precedente, mescolando persone note (Bobo Vieri è già un tormentone) e perfetti sconosciuti.

Ne esce un mondo dinamico e pulp, forse parallelo ma comunque interessante perché in presa diretta. Schegge di realtà, rubata, sfiorata, carpita, rivisitata, scorrono (scrollano) nei frammenti a portata di mouse o di touch. Ma finora l’operazione non pare riuscita. È ancora presto per dire se è un flop. Ci vuol tempo perché la voce giri. Ma forse è proprio il mondo social che stenta ad attecchire e il pubblico di riferimento si tiene a debita distanza dalla tv. Ricordate l’esperimento con Lia Celi su Rai 3? A differenza di Gazebo social news, nel quale il web era contaminato con la politica e in cui Makkox era un sapido contorno, in Skroll video, selfie e foto sono tutto. Arricchiti dai contrappunti del vignettista. «Un programma webete», è il sottotitolo mentaneggiante. Un webblob, si potrebbe dire. Con vaghi rimandi etici.

Giletti, Gabanelli e… tutti gli incendi dell’estate Rai

Abbandoni, dimissioni, defezioni e, per non farsi mancare nulla, previsioni di bilanci in rosso di 100 milioni. La Rai diretta da Mario Orfeo e presieduta da Monica Maggioni è come la costa sud della Sardegna in questa torrida estate d’incendi seriali: ne spegni a fatica uno e ne divampano altri tre o quattro, ancor più letali. Per un Fabio Fazio che si è voluto trattenere a costo di un contratto multimilionario ora al vaglio della Corte dei conti, in pochi giorni hanno detto addio a Viale Mazzini Daria Bignardi, direttore di Rai 3, e Massimo Giletti, che ha traslocato a La7. Qualche settimana fa si erano registrati gli abbandoni di Nicola Savino e della Gialappa’s band, rientrata a Mediaset. Ora sul futuro di Milena Gabanelli, uno dei volti più rappresentativi dell’informazione del servizio pubblico, si addensano nubi sempre più minacciose. Il preoccupante bollettino sullo stato di salute aziendale aveva fatto crescere l’attesa per la prima audizione alla Commissione di Vigilanza del direttore generale. La quale, realizzata astutamente in notturna, si è rivelata ugualmente un supplizio sia sul terreno finanziario che su quello editoriale.

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali della Rai

Nel 2017 le entrate dal canone dovrebbero scendere di 140 milioni rispetto al 2016, mentre nel 2018 il calo dovrebbe essere di 170 milioni, motivo per cui il rosso previsto tra due anni «è di 80-100 milioni», ha messo le mani avanti Orfeo. La faccenda è tanto più fastidiosa a fronte dell’inserimento del canone nella bolletta elettrica allo scopo di azzerare l’evasione fiscale. L’argomento principale dell’audizione avrebbe dovuto essere il contratto di Fazio. Ma dopo aver garantito che la nuova collocazione su Rai 1 porterà un risparmio del 16%, Orfeo ha lamentato scarsità di risorse bussando a quattrini: «Il mercato pubblicitario attraversa ancora una fase d’incertezza», i costi degli eventi sportivi lievitano, mentre il canone di abbonamento «è sceso da 100 a 90 euro». In più ci sono «i prelievi straordinari che si sono succeduti» (i 150 milioni chiesti da Renzi a Luigi Gubitosi ndr). Chissà come la prenderanno dalle parti di Largo del Nazareno: anziché risolvere i problemi come Wolf di Pulp fiction, Orfeo li pone.

Anche il caso Gabanelli sembra lontano dalla quadratura. La realizzazione del Piano dell’informazione è una salita lastricata dalle dimissioni prima di Francesco Merlo, poi di Carlo Verdelli, infine di Antonio Campo Dall’Orto. Quanto a Gabanelli, a fine maggio aveva annunciato che se fosse stato bloccato il nuovo progetto di Rai 24 avrebbe potuto lasciare la Rai. Proposito ribadito pochi giorni fa. Ai vigilanti Orfeo ha detto che, «superata la prima fase di emergenza, abbiamo iniziato a esaminare con il Cda il tema» che sarà affrontato «in un tempo ragionevole». Verosimilmente, e senza essere troppo maliziosi, si andrà a dopo le elezioni.

Per il resto si naviga a vista. Il progetto di media company avviato da Campo dall’Orto è già evaporato. Il potenziamento della digitalizzazione è finito in qualche sottoscala. Dopo il passaggio di Fazio a Rai 1 e l’addio del gruppo di Diego Bianchi alias Zoro che gestiva la striscia serale di Gazebo social news, il palinsesto di Rai 3 è in altissimo mare. Ancor più con l’abbandono di Daria Bignardi, sostituita da Stefano Coletta e non, come molti si aspettavano, da Maria Pia Ammirati. Nel frattempo anche Andrea Salerno, altro possibile candidato, è già da un paio di mesi incardinato al vertice di La7.

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

La Rai, che la vulgata rimasta ferma al Novecento continua a dipingere come «la prima azienda culturale italiana», è in realtà l’editore televisivo più attardato e demodé del sistema. Basta ascoltare certe telecronache sportive o compulsare la proposta dei palinsesti estivi per averne conferma. Ai piani alti di Viale Mazzini, però, hanno altro a cui pensare. C’è da gestire la lunga volata di una campagna elettorale che si annuncia senza esclusioni di colpi. Non c’è tempo per ambizioni editoriali, velleità riformistiche, progetti innovativi. E non c’è spazio per voci dissonanti com’era quella dell’Arena di Massimo Giletti, 4 milioni di telespettatori medi e 7 milioni di utili all’anno. Ieri Orfeo ha replicato al conduttore su Twitter di non ver mai detto che «la domenica la gente deve stare tranquilla». Ma che non gli piace «l’informazione urlata e spettacolarizzata». Dopo Giovanni Floris, Massimo Giannini e Nicola Porro, un altro giornalista non renziano è stato accompagnato alla porta. Chissà perché «l’informazione urlata e spettacolarizzata» vale come discriminante in negativo per chi non si schiera con il padrone del vapore e non, per esempio, per Michele Santoro figliol prodigo di Mamma Rai previa professione di renzismo e rottura con gli ex amici filogrillini. La domanda sarà pure capziosa, ma la realtà dei fatti è che, poco alla volta, il primato dell’informazione e degli approfondimenti politici, core business del servizio pubblico, sta progressivamente passando in mano a La7.

 

La Verità, 3 agosto 2017

P.s. Ultima grana in ordine di tempo: la causa intentata da Paola Perego e dal marito Lucio Presta per i danni biologici ed economici subiti in occasione della chiusura di Parliamone…. sabato. E non sanati dal mancato accordo per il suo impiego nel prossimo palinsesto autunnale.

Guzzanti, Zoro, Moretti: La7 guarda a sinistra

Il colpaccio è il ritorno in tv di Corrado Guzzanti. Siamo al Four Season di Milano, location abituale per la presentazione dei palinsesti di La7 e, come da regola del buon comunicatore, Urbano Cairo tiene l’annuncio più forte alla fine. Guzzanti andrà in onda dopo Otto e mezzo di Lilli Gruber, cinque giorni a settimana, con una «cartolina satirica» di cinque minuti in cui rivisiterà alla sua maniera un fatto di giornata facendo da trampolino alla prima serata. Già da qui è forse intuibile «una certa idea di tv» che ispira La7. Se il ritorno di Guzzanti, da novembre a giugno, è la novità di maggior rilievo, il caso che continua a tenere banco riguarda le sorti di Gianluigi Paragone, conduttore anti casta che è verosimilmente stato sacrificato sull’altare dell’omologazione renziana in vista delle elezioni. «Paragone è uno dei conduttori che è stato più a lungo in video negli ultimi anni, prima a In onda, poi con La gabbia e La gabbia open», premette Cairo. «Semmai abbiamo deciso un ripensamento ora che ha scelto una conduzione meno scapigliata e ha, per così dire, indossato la giacca. Resterà a far parte della squadra. Per lui, che è un giornalista di valore, con il direttore Andrea Salerno stiamo immaginando un nuovo impegno. Che potrebbe consistere in una serie di inchieste».

Corrado Guzzanti sarà su La7 con una cartolina quotidiana

Corrado Guzzanti sarà su La7 con una cartolina quotidiana

Cairo descrive La 7 come una rete «autorevole, credibile, qualificata e polifonica». Ma l’arrivo di Salerno, aggiungerà «il linguaggio della satira e della rivisitazione ironica della politica che bene si sposa con un palinsesto centrato sull’informazione e l’attualità», sottolinea l’editore. Che snocciola i risultati della «tv generalista che cresce di più in termini di ascolti (+ 3,91% in prime time) pur in presenza di nuovi canali come Tv8 e Nove». Elogia Otto e mezzo di Lilli Gruber (6,11% medio), alla quale è stato rinnovato il contratto fino al 2022. Rimarca gli ascolti del tg che sfiora il 6%, mentre Enrico Mentana, «ottimo centometrista e altrettanto efficace maratoneta», è sempre più protagonista con Bersaglio mobile e la Maratona. Annuncia la striscia quotidiana affidata a Marco Dambrosio, in arte Makkox, che, dalle 19.30 alle 20, racconterà in modo alternativo i fatti della giornata attraverso le immagini e i video ripresi da Instagram, nella speranza di fare da traino al tg. Per Diego Bianchi, alias Zoro, è invece prevista una prima serata da definire, lunedì o giovedì, in alternativa con Piazza pulita di Corrado Formigli, che ha prolungato il contratto per tre anni. Altra novità griffata, la proiezione di otto film di e con Nanni Moretti (da Palombella Rossa a Caro diario, da La stanza del figlio al Caimano) presentati da Moretti stesso. Seduto in prima fila, Salerno segue gli annunci e le gag dell’editore che lo chiama ripetutamente in causa, anche per il look informale, «niente camicia e cravatta. “Ma io sono così”, mi ha risposto. Lui è un creativo… Anzi, il claim “Una certa idea di tv” è una sua creazione. Quasi me ne dimenticavo, invece è importante», recupera l’editore.

Alle conferme di DiMartedì di Giovanni Floris, «vincente 32 volte su 35 sulla concorrenza», e del Faccia a faccia domenicale di Giovanni Minoli, si aggiunge la novità di Atlantide il mercoledì, documentari scelti e presentati da Andrea Purgatori. Al venerdì, invece, niente Maurizio Crozza. Ma Cairo dice di non sentirne la mancanza: «Ha fatto la sua scelta, gli rinnovo l’in bocca al lupo». Come per Paragone, anche per Luca Telese e David Parenzo, ora impegnati a In onda, si stanno studiando nuovi progetti. A Parenzo è stato rinnovato il contratto fino al 2020, mentre gli esiti de Il bianco e il nero, «per il quale di sicuro abbiamo sbagliato il titolo, ci hanno confermato che la cronaca nera incontra qualche resistenza». Così come qualche difficoltà frena il talent comico Eccezziunale veramente, che non tornerà. A differenza di Miss Italia che sarà riproposta con la conduzione di Francesco Facchinetti e la probabile presidenza della giuria affidata a Christian De Sica: intermezzo leggero, eccezionale veramente in un palinsesto sempre più compatto sulle news e gli approfondimenti. Non sarà che, considerando i nuovi innesti, da Zoro a Guzzanti al cineforum di Moretti, a proposito di quella certa idea di tv assistiamo a una chiara apertura a sinistra? «No, La7 non è mai stata da nessuna parte», nega Cairo. «In passato qualcuno sosteneva fosse una rete grillina. Non era vero e non è vero che adesso si sposta a sinistra. La7 cerca d’intercettare nel modo migliore l’evoluzione dei media. Abbiamo già trasmesso in passato Il Caimano di Moretti. Siamo una rete polifonica, nella quale i conduttori hanno totale libertà di espressione allo scopo di fornire ai telespettatori le chiavi per farsi ognuno la propria idea». Aspetteremo l’autunno per averne conferma. Dal canto suo, Salerno dribbla con sagacia romanesca l’interrogativo: «Una rete che guarda a sinistra? Ma… E dov’è la sinistra?».

La Verità, 13 luglio 2017

 

Con Salerno direttore, Fazio si avvicina a La7

Insomma, l’altra sera il trivio che si staglia davanti a Fabio Fazio, ormai ribattezzato FF, insieme con Luciana Littizzetto, ovviamente LL, ha avuto una plastica e autoreferenziale rappresentazione nel corso di Che tempo che fa. Il primo ospite era Walter Veltroni, nella nuova vita scrittore e regista, ma sempre punto di riferimento della sinistra romana di cui è espressione anche Andrea Salerno, neo direttore di La7. In chiusura di programma, invece, Littizzetto ha sottolineato gli inusitati elogi al partner espressi da Silvio Berlusconi nella famosa intervista a Panorama. Insomma, l’asta sul futuro della coppia è andata in onda in diretta. FF e LL sono in Rai, nella quale difficilmente rimarranno, ma dalla quale attendono una proposta. Ascoltano il canto delle sirene di Mediaset, nei confronti della quale sono state fatte aperture esplicite, prontamente e autorevolmente ricambiate. Infine, sondano il percorso che potrebbe condurli nella televisione di Urbano Cairo. Il quale sta muovendo le sue pedine, con tutta la circospezione di cui è dotato. Prima l’acquisto di Massimo Gramellini dalla Stampa, grande firma dall’identica fede calcistica e conduttore su Rai 3 di Le parole della settimana, spin off di Che fuori tempo che fa. Poi la nomina di Beppe Severgnini alla direzione di 7, il magazine del Corriere della Sera, con il non sempre elegante avvicendamento degli storici collaboratori. Infine, ora, l’inattesa scelta del veltroniano Salerno al vertice della rete, annunciata in contemporanea con un post su Facebook da Enrico Mentana, la sintonia con il quale è stata ribadita su Twitter dal neo direttore con un selfie che li ritrae insieme. Se era difficile immaginare FF e LL in dialogo sui contenuti con Fabrizio Salini, il direttore uscente di La7, non lo è affatto con Salerno.

Anche se con queste scelte si copre a sinistra, Cairo un po’ berlusconiano lo è davvero. Sebbene alcuni suoi suggerimenti non abbiano sortito i risultati sperati, l’impostazione alla rete vuol darla lui. L’editore di Rcs non è uomo che si muove in base a strategie di lungo periodo o per «degrillinizzare» il canale, ma un pragmatico che bada al sodo e al budget. Tuttavia, risulta difficile immaginare che l’ex assistente di Enzo Siciliano in Rai, il suggeritore di Serena Dandini e Sabina Guzzanti, l’ex direttore editoriale di Fandango e l’autore di Gazebo si limiti al ruolo di coordinatore del palinsesto. Ed è altresì difficile immaginare che, con tutte le sue frequentazioni, Salerno non imbarchi qualcun altro nella nuova avventura. Se si voleva facilitare l’approdo di Fazio e Littizzetto a La7, ecco fatto. Prendendoli da Rai 3, Cairo assesterebbe un colpo tremendo alla rete concorrente e sistemerebbe il week end della sua. Budget e sirene Mediaset permettendo. L’asta continua.

La Verità, 16 maggio 2017

La copertina di Floris era a casa di Caschetto

Casa Caschetto. La soluzione era lì, sotto il naso, a portata di agente. La lunga ricerca tra i comici per trovare il sostituto di Maurizio Crozza che, mollando La7 per Discovery, ha lasciato orfano Giovanni Floris della copertina di DiMartedì, si è conclusa nella scuderia di Beppe Caschetto, manager del conduttore. Niente di più ovvio. Dall’altra sera e fino a fine stagione saranno Luca e Paolo gli autori della copertina del programma di approfondimento di La7 (martedì, ore 21.25, share del 4.56%). In studio se n’era appena andato il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Graziano Delrio (un habitué dei talk show, che abbia qualche ambizione?), era comparso Alessandro Di Battista (pure lui molto assiduo) e Floris aveva approfittato del cambio d’ospite per lanciare la nuova copertina dei comici genovesi (come il loro predecessore, anche lui by Caschetto). I quali, però, semplici comici non sono: il curriculum parla di cinema, di partecipazioni al Festival di Sanremo, di Striscia la notizia e via snocciolando a un livello medio alto, sempre sul filo della satira intelligente, con qualche scivolata sul crinale tra irriverenza e volgarità. Anche l’altra sera un paio di passaggi sono apparsi un tantino oltre, ma nel complesso l’esordio ha funzionato. Luca e Paolo hanno evidenziato un buon controllo della politica e della risata. Perché, in fondo, lo scenario è chiaro. Prendiamo la questione immigrati: «Renzi vuole più immigrati, Berlusconi vuole meno immigrati, Salvini zero immigrati. E Grillo?». Più, meno, non si sa: «Vabbé, deciderà il web». Idem sull’Europa: Renzi, Berlusconi, Salvini. E Grillo? Idem sui matrimoni gay. Lo sberleffo era buono per smontare l’enfasi della democrazia della rete, mettere in mezzo l’ospite e fornire materia al conduttore. Dopo la prima uscita c’è ancora qualcosina da registrare in regia. Il volume degli applausi fin troppo ribaditi, per esempio, che finiscono per coprire le voci facendo perdere la scia delle gag e l’inquadratura a tutto schermo, per lasciare agio ai due comici che si alternano sul primo piano. Dettagli. Perché in questi casi ciò che conta sono una certa sicurezza e la faccia giusta dell’insolenza. E Luca e Paolo possiedono entrambi. Così, alla fine la soluzione del rebus è arrivata alla maniera della Lettera rubata di Edgar Allan Poe. L’oggetto desiderato era lì, in bella vista e nel posto più prevedibile. Forse per questo non si riusciva a vederlo. Caschetto ha lasciato fare, concedendo un tempo congruo alla ricerca per parare l’accusa di piazzare ovunque i suoi protetti. E uscirne invece come salvatore della baracca. Evidentemente, dopo l’addio di Crozza, i rapporti con Cairo rimangono solidi.

La Verità, 6 aprile 2017

Crozza e il dubbio d’esser finito nel cono d’ombra

Tutto buio intorno, Maurizio Crozza appare cantando «Ti chiami Nove, ti amo Nove». È la sera del debutto sulla nuova rete di Discovery Channel e un brivido di trepidazione corre nelle gag del comico genovese. Il timore del salto nel buio serpeggia nei testi del nuovo Fratelli di Crozza, copione identico allo show di La7, ma personaggi completamente nuovi (venerdì, ore 21,15, share del 5,4%, 1,4 milioni di telespettatori: tanti per il nuovo canale, pochi per il comico). Crozza ricorda quand’era bambino, non c’era il telecomando e i fratelli più piccoli servivano per cambiare canale: è stato questo il motivo del boom demografico. Da quando c’è il telecomando nessuno fa più figli. Adesso ci sono tante reti, il Nove è «lo sgabuzzino della tv» e attorno non ci sono più gli amici e bersagli prediletti, il maratoneta Enrico Mentana e «Giova» Floris, sbertucciati con parodie e sit com dalla presa sicura. Nel palinsesto del Nove i programmi di punta sono Alta infedeltàUndressed e Adamo ed Eva e «io sono l’unico che va in onda vestito, in diretta e che non fa sesso». Perciò, giusto chiedersi «perché l’ho fatto? Per Soldi», contrattacca. Ma Soldi ha l’iniziale maiuscola e di nome fa Marinella, amministratore delegato di Discovery Italia, «una che ha detto no a Renzi» quando l’aveva chiamata per fare il direttore generale della Rai. La trovata funziona e serve a fugare le dicerie sulla reale motivazione dell’addio a La7: basta chiedere a Urbano Cairo se i soldi con la esse minuscola c’entrano nulla.

Maurizio Crozza nella caricatura di Maurizio Mannoni

Maurizio Crozza nella caricatura di Maurizio Mannoni

Qualche volto noto però c’è anche sul Nove e allora, per familiarizzare con il pubblico, si può cominciare con Giunte da incubo, parodia di Cucine da incubo, in cui Crozza-Cannavacciuolo va in missione per risollevare le sorti dell’amministrazione Raggi. Il pubblico sottolinea certe risate fragorose ma, con l’eccezione di Michele Emiliano, l’imitazione più riuscita, Crozza non sembra perfettamente a suo agio. Non ancora a fuoco le caricature di Maurizio Belpietro, conduttore di Dalla vostra parte esageratamente razzista, e di Maurizio Mannoni, gestore di Linea Notte che dialoga tra gli sbadigli con Giovanna Botteri a New York e Federico Rampini a San Francisco. «Criticare l’informazione di destra è facile, si sa come sono Feltri, Belpietro e Sallusti, la schiuma esce dalla bocca. A sinistra invece… la schiuma esce dal flûte…». E così ce n’è anche per Paolo Mieli, Eugenio Scalfari e Andrea Scanzi. Il capitolo dedicato ai giornalisti è il più corposo della serata. Quasi che Crozza voglia sollecitare l’attenzione, anche polemica, del mondo della comunicazione per giocare di sponda, trarne visibilità e non finire nel cono d’ombra. Si vedrà.

La Verità, 5 marzo 2017

Il Paese crolla e il Pd si spacca. Non ci resta che ridere

Intervistato da Giovanni Minoli domenica sera nel consueto Faccia a Faccia di La7 Andrea Orlando, candidato segretario della terza via che dovrebbe salvare capra e cavoli di renziani e minoranza Pd, si è arrampicato sugli specchi. Come spesso capita con Minoli, la domanda era quella che tutti, in modo più confuso, ci poniamo: «Che cosa porta la politica a chiudersi in problemi così interni a se stessa, difficilissimi da capire per le persone normali, mentre tutto il mondo cambia all’intorno?». «Lo spiegava Gramsci, la chiamava irrequietezza… le categorie non sono più sufficienti, non sei più in grado d’interpretare le cose e ti chiudi nell’immobilismo», ha replicato Orlando mentre si sentiva lo stridore delle unghie sul vetro. La sinistra, anche quella illuminata, è così: autoreferenziale, tutta protesa a spaccare il capello su questioni di principio, a palleggiarsi torti, veti, ricatti e responsabilità. Ancora Minoli: «Com’è possibile pensare che il futuro del Pd, il partito centrale della politica italiana, dipenda dalla data del congresso, un mese prima o un mese dopo?». Orlando: «Infatti, non l’ho capito nemmeno io».

Del Paese alla deriva, dei ragazzi che non trovano lavoro, di quelli che si suicidano, delle città divenute piazze di spaccio, della scuola senza insegnanti, dell’immigrazione ingestibile e tutto il resto: chissenefrega. Tutta questa situazione ha dell’incredibile. È uno spettacolo deprimente, che istiga la rabbia dei ceti più colpiti dalla crisi che, in giro per il mondo, si allontanano dalla sinistra dell’establishment. Verosimilmente, anche in Italia i conti saranno aggiornati alle prossime elezioni, quando si faranno. Nel frattempo, tutta la vicenda del maggior partito nostrano sta finendo in burla. Col Tapiro consegnato a Renzi da Valerio Staffelli di Striscia la notizia. E con Enrico Lucci che si presenta all’assemblea del Pd travestito da Stalin con baffoni e colbacco. Respinto da Bersani e invece accolto da Enrico Mentana nel suo Tg speciale. Tutt’altra reazione rispetto a quella di Michele Serra, già direttore di Cuore, che sulla sua «Amaca» ha invitato a distinguere «tra gentiluomini e no». Sulla scissione del Pd, insomma, bisogna fare giornalismo serio, compunto. È un dramma vero, da maneggiare con cura. Invece no, caro Serra, niente moralismi, niente guanti bianchi e trattamenti di favore. Perché, guardando a tutto quello che succede là fuori, mentre il Pd s’incarta nelle sue beghe e nei suoi distinguo e nei suoi congressi perenni, verrebbe solo da piangere. E allora, proprio per non abbandonarsi alla depressione o alla rabbia (che sarebbe pure peggio), non ci resta che ridere…

«Bianco e nero» nobilita i casi di cronaca

Si sono viste alcune novità a Bianco e nero, il programma di «cronache italiane» condotto su La7 da Luca Telese e Francesca Lancini (lunedì, ore 21.10, share dell’1,90 per cento). Innanzitutto la doppia conduzione con ruoli definiti: Telese a intervistare gli ospiti, tirare le fila della riflessione sui servizi e dare i tempi della conversazione; Francini a sollecitare i consulenti fissi, l’avvocato Giulia Bongiorno, la giornalista Luisella Costamagna e l’investigatore privato Piero Provenzano. Anche per loro, ruoli precisi: la divulgazione giudiziaria Codice penale alla mano, le tecniche e i segreti delle indagini, la contestualizzazione critica dei casi affrontati. Un’altra novità, tutt’altro che secondaria, è lo studio hi tech e ben illuminato per togliere quell’aria plumbea che trasmettono alcuni altri programmi di approfondimento sulla cronaca. Qui c’è un’aria tendenzialmente più fredda, portata all’analisi più che al gossip e al pruriginoso, smentita solo in parte dall’ampia pagina dedicata a Lapo Elkann. Nella cui parte finale il confronto tra il volto della transessuale Efe Bal e quello della Lancini che la intervistava aveva un suo valore ermeneutico.

Obiettivo del nuovo programma di Telese è anticipare la concorrenza (Chi l’ha visto? e Quarto grado) impostando l’agenda settimanale della cronaca. In quasi tre ore di programma si possono affrontare tutti i casi suggeriti dall’attualità: la vicenda di Vasto e l’omicidio di Italo D’Elisa ad opera di Fabio Di Lello, prendendo di petto il tema dell’odio e della vendetta introdotto dalla storia di Gabriele Cristaldi, ex campione di vela finito in sedia a rotelle a causa di un incidente; l’attesa della decisione sulla richiesta di revisione del processo di Garlasco in seguito all’emergere di nuove prove; infine, la controversa vicenda di Lapo Elkann. In tutti i casi, rilevante la qualità dei servizi e degli ospiti coinvolti (l’antropologa Amalia Signorelli, gli avvocati di difesa della famiglia Poggi e della famiglia Stasi, Gelasio Gaetano d’Aragona Lovatelli, amico di Edoardo Agnelli). L’ultima principale novità di Bianco e nero è la sua stessa esistenza e collocazione. Avendo riportato Piazza pulita al giovedì dopo la fine della collaborazione con Michele Santoro, la serata del lunedì di La7 era riempita da repliche di vecchie serie. Servirà tempo per metabolizzare tutte queste novità, considerando la mancanza di abitudine alla cronaca nera del pubblico di La7 (il precedente di Linea gialla non è confortante). E servirà tempo affinché Telese e Francini (una quasi esordiente) possano farsi largo in una serata particolarmente difficile come quella del lunedì.

La Verità, 7 febbraio 2017