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Fabula veneta: incontri con scrittori, editori, poeti

Questo libro è una creatura venuta su spontanea. Gratuita come certe piante che spuntano sul ciglio della strada. Piante laterali e strane, difficili da trovare negli erbari o negli album di botanica. Così è questa raccolta, cresciuta a margine della collaborazione con La Verità, la testata per la quale realizzo interviste settimanali e, fra queste, alcune a scrittori, editori e poeti veneti. Era pronta per la tipografia all’inizio dell’anno, ma d’accordo con l’editore abbiamo deciso di rinviarne la pubblicazione a causa dei fatti che tuttora condizionano la nostra quotidianità.

Sono trevigiano di origine e vivo alle porte di Padova, dove sono tornato dopo venticinque anni trascorsi a Milano. Incontrare questi autori è stato un modo di riallacciare i legami con la mia terra e approfondirli. Dopo le prime chiacchierate, qualcuno di loro mi ha sollecitato a farne altre e a raccoglierle. A un certo punto ho iniziato a dar credito a quel suggerimento, non senza un residuo scetticismo. Non sono uno specialista, non sono un critico letterario, non ho le cosiddette letture giuste. Sono solo un giornalista atipico. Curioso delle persone più che amante delle parole. Anzi, per le parole nutro una certa diffidenza.

In un primo tempo questo libro avrebbe dovuto intitolarsi Parole venete. Ma non mi girava bene in testa. In Tracks (Tracce), un film di John Curran del 2013 che narra la vicenda reale di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano per andare a vedere l’oceano, c’è una frase che mi ha colpito. Dopo giorni di cammino solitario quella ragazza si era imbattuta in alcuni indigeni che l’avevano ospitata e con i quali aveva dialogato. «Come?» le aveva chiesto un amico fotografo: «Ci sono tanti modi per comunicare… Le parole sono sopravvalutate».

«Le parole sono importanti», diceva qualcuno. Ed è vero. Ma sono anche sopravvalutate, tanto più oggi. Nella vita quotidiana, in televisione, nei talk show, spettacoli del parlare, e ancor più nei social media, la parola domina, spadroneggia. Senza che, peraltro, ne sia rispettato lo scopo: essere ascoltata. Gli esempi si sprecano. Viviamo in una società sempre più autistica, nella quale le relazioni e i dialoghi veri scarseggiano, chiusi come siamo dentro il nostro ragionamento, la nostra certezza di avere ragione. Così il titolo è cambiato in Fabula veneta, nel tentativo di sottolineare il valore dell’ascolto.

Mi piacciono le interviste perché m’incuriosisce l’altro. L’altra persona. Fare domande serve a soddisfare la curiosità. Perciò, sempre per stare al titolo, abbiamo deciso di inserire la parola «incontri». E di arricchire il contenuto della «fabula» con i ritratti di tutti i protagonisti firmati da Loris Boschieri, in arte Bosk. Non è un libro di discussioni letterarie, di critica, o sui destini della narrativa del Nordest. Ma un’antologia un po’ selvaggia di incontri con persone che scrivono in prosa o in versi e si occupano di libri.

Chi sono veramente questi scrittori? Che vita conducono? Sono solitari, socievoli o social, come si dice oggi? Che cosa sta loro a cuore, oltre il successo delle loro fatiche? L’editore-scrittore-affabulatore Ferruccio Mazzariol mi ha detto: «Io sono convinto che la narrativa sia lo strumento rivelatore più acuto della condizione umana, ancora più della teologia». E la scrittrice-teologa-insegnante Mariapia Veladiano: «I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Queste persone si dedicano alla letteratura in un territorio definito, con qualche sconfinamento fuori dal Veneto. Da qui è sorta un’altra domanda. Tra questi autori ci sono delle linee comuni, un tratto esistenziale o psicologico che li avvicina? Oppure è ancora attuale il ritratto un filo inquietante che dei Narratori del Veneto faceva Guido Piovene: «Al Veneto socievole potremmo sostituire l’immagine d’una famiglia (poco espressa in profondità) di caratteri saturnini, strani, intricati, fegatosi, misantropi e un po’ deliranti: funghi cresciuti sotterranei e pipistrelli cavernicoli». Esiste, insomma, una geoletteratura veneta e del Nordest? O esistono delle affinità esistenziali, delle nervature psicologiche e, di conseguenza, letterarie? La grande maggioranza degli interpellati rifugge la formula. Non c’è una comunità di scrittori veneti, meno che mai del Nordest. Sono categorie superate, mutuate da sintesi giornalistiche. Gli scrittori sono esseri solitari, piuttosto individualisti. Che, in questa periferia editoriale, stentano a fare gruppo. Qualcuno abbozza timidamente l’idea della «società letteraria», ma è una suggestione alla quale non si dà troppo credito. In generale, tutti scrivono isolandosi, qualcuno soggiacendo alle proprie ossessioni, tormento, alimento creativo, linfa vitale.

Semmai il Nordest rimane come riferimento socio-economico. Ferdinando Camon, che si definisce scrittore della crisi, cita Charles Pèguy, secondo il quale «la scomparsa della civiltà contadina è il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». È una buona chiave per comprendere lo smarrimento della seconda metà del secolo scorso, nel quale sorgono e si definiscono le vocazioni di quasi tutti gli intervistati. Il tramonto dell’universo contadino, con i suoi riferimenti religiosi e culturali, è lo scenario in cui si esprime anche Luciano Cecchinel e, in parte, Francesco Permunian. Dopo di loro prende corpo una generazione diversa (Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Francesco Maino, Vitaliano Trevisan…), più sociale e, a tratti, sociologica, alla ricerca di nuovi equilibri che possano fornire risposte adeguate alla crisi che ha aperto il nuovo millennio. Ma le risposte, il più delle volte, non si trovano. Motivo per cui, in alcuni dominano risacche di nichilismo, di pessimismo e non speranza. Insieme a quello con Vitaliano Trevisan, il dialogo più drammatico e commovente allo stesso tempo, mi sembra quello con Nico Naldini. L’intervista a lui, quella a Gianfranco Bettin e Luciano Cecchinel sono totalmente inedite. Le altre sono rielaborazioni e integrazioni, più o meno robuste, di conversazioni pubblicate nei quotidiani per i quali ho lavorato negli ultimi anni. Ma ognuna è frutto di un incontro preparato, partecipato e ripensato appositamente per questa nuova pubblicazione. Il risultato è un prodotto eterogeneo e privo di qualsiasi ambizione sistematica.

Toccherà ai lettori dire se questa piantina selvaggia è gradevole oppure no.

copertinalibro-cavevisioni.it

Nota introduttiva di Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre nelle migliori librerie del Veneto e su tutti i siti di e-commerce

Ferdinando Camon più radicale di McCarthy

Fuggendo da Troia in fiamme, senza Anchise sulle spalle Enea avrebbe corso di sicuro più veloce», mi dice Ferdinando Camon commentando l’uscita del nuovo libro. «Eppure si caricò il vecchio padre sulla schiena, mettendo a rischio anche la sua stessa salvezza». È l’immagine che lo scrittore veneto, una delle ultime coscienze anticonformiste del nostro panorama culturale, rimugina da quando è scoppiata la pandemia e ha scoperto che i medici selezionano chi tentare di salvare e chi abbandonare al proprio destino. Ne scrisse per primo sulla Stampa già a fine febbraio, esordi del Covid-19, e da allora quel rovello non l’ha più lasciato. Perché in questa selezione tra esistenze di vecchi ed esistenze di giovani Camon vede una sconfitta grande e tragica. Uno smottamento etico e simbolico. La resa non solo della medicina, ma di una cultura, della civiltà tutta.

Sei mesi dopo quel primo allarme, l’autore di Un altare per la madre manda in libreria il pamphlet di denuncia A ottant’anni se non muori t’ammazzano (Apogeo editore, collana èstra narrativa diretta da Daniela Rossi). E il titolo può esser letto anche come una radicalizzazione di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, l’autore al quale Camon è stato a volte accostato, non solo perché nel romanzo dello scrittore americano il padre costruisce un innaffiatoio da lasciare in eredità al paese come fa il papà di Camon con il memorabile Altare per la madre. Ma in questo pamphlet di una novantina di pagine, l’amarezza è ben più densa perché legata al senso d’impotenza e rassegnazione per la fine di un intero mondo, di un’epoca nella quale i vecchi erano ancora coessenziali alla vita di tutti. «Virgilio», prosegue lo scrittore padovano, «chiama continuamente Enea pius, cioè pio. Per la stessa ragione, la nostra medicina che abbandona le vite fragili degli anziani, è empia. E lo sono non solo i medici, ma la nostra civiltà che li giustifica in base a criteri economici. Perché prodigarsi per mantenere in vita un vecchio che non produce, costa di più che tentare di salvare un giovane che promette».

La letteratura di Camon nasce da sempre dalla capacità di guardare oltre l’apparenza della quotidianità, cogliendo dalle cronache le ombre e i peccati del nostro essere uomini fragili e ambigui. Qui, lungi dal cedere al relativismo della società liquida, egli pronuncia il suo «non ci sto» nella prosa terragna, fatta di parole solide e a volte ruvide che gli conosciamo, scolpite nella formazione giovanile contadina durante i decenni scabri del dopoguerra. «Mi aspettavo che altri esprimessero questo dissenso, ma forse mi ero illuso», ammette al telefono lo scrittore. Ma non è certo un caso che l’abbia fatto lui.

Un uomo di 48 anni è ricoverato con i sintomi del coronavirus insieme al padre di 72. Appena entrati in ospedale li separano, lui in un reparto il padre in un altro. Ma due giorni dopo il medico entra per porgere al più giovane le condoglianze, «suo padre non ce l’ha fatta». L’epidemia si espande e dalle cronache trapela un’altra verità. Quando arrivano le chiamate nei pronti soccorsi il personale chiede l’età del paziente: se è avanzata, l’ambulanza nemmeno parte. La scelta tra salvare o abbandonare una vita non avviene in ospedale, ma al centralino, non la fa il medico, ma un infermiere o un volontario. Mancano i mezzi, mancano i respiratori, la responsabilità è dello Stato e del sistema sanitario, non dei singoli. Ma Camon non si rassegna, non si acquieta. I questionari ai quali il personale ospedaliero sottopone i familiari dei pazienti sono volti a selezionare, a escludere quelli che hanno meno probabilità di resistenza, a conoscere se hanno patologie pregresse che li rendono più vulnerabili, per non gravare su un sistema carente. È una selezione cinica. «Un sopravvissuto ricorda quando fu il momento in cui doveva morire e non è morto, perché un altro è morto per lui…», scrive l’autore. Era ricoverato insieme ad altri trenta pazienti in un ospedale civile, una lavanderia trasformata in reparto anti-Covid. Respiravano a fatica, con sole tre bombole a ossigeno a disposizione. Accanto a lui un ottantenne che dormiva sul fianco respirava bene perché collegato a una bombola tutta sua. Arriva un’infermiera, stacca il collegamento al paziente ottantenne e la collega a lui che si sente immediatamente rinascere. Da allora, annota Camon, «gli capita spesso di pensare a quell’anziano, piange e prega per lui».

Il diario della pandemia si conclude con la fine del lockdown e il salvifico ritorno alle relazioni con gli amici sopravvissuti. E soprattutto i nipoti, «vera reincarnazione dei nonni», più ancora dei figli. Al contrario di ciò che sosteneva Jean Paul Sartre, «tu da solo sei la malattia, gli altri sono la medicina», la possibilità di vincere la solitudine e di metabolizzare la morte. E, forse, anche la possibilità di lenire quell’amarezza provocata da una civiltà che – con l’eccezione della Chiesa, unica a combattere «la cultura dello scarto» – si dimostra sempre più incapace di caricarsi sulle spalle i vecchi, custodi della storia, depositari della memoria, ricchezza di tutti.

 

Panorama, 2 settembre 2020

«Ho bisogno di solitudine, ma voglio essere amato»

Una casa piena di libri e solitudine. Piena di amici che non ci sono più. Goffredo Parise, Giovanni Comisso, il cugino Pier Paolo Pasolini. Nico Naldini abita nella prima periferia di Treviso, dove si ritirò una quarantina d’anni fa per lavorare alla biografia di Comisso, abbandonando le luci di Cinecittà dopo la tragica morte di PPP e scegliendo di proposito le ombre della provincia letteraria.

Vive qui, in compagnia dei suoi 91 anni spericolati e della personalissima ricerca del tempo perduto, in bilico tra autoironia e amarezza. Questa solitudine incolmabile fa venire alla mente «il desiderio di essere amato» di Michel Houellebecq «e la riflessione» che non può «farci niente».

È pronto?

«Non voglio essere pronto».

Come sta Nico Naldini?

«È un argomento che non voglio affrontare. I miei amici sono tutti morti».

Novant’anni in questa casa, tre stanze e un piccolo giardino.

«In questa casa… uguale a tutte le altre case. A ogni anfratto, a ogni cloaca, a ogni caverna del mondo».

Chi è Nico Naldini?

«Non so chi è. Non facciamo diatribe, mi ripugna sapere chi è».

Un poeta, un artista, uno sceneggiatore, uno scrittore, un grande biografo?

«Posso essere classificato in tutti questi modi. Però l’unica mia vera ambizione è scrivere tre versi che siano tre. Come faceva il mio amico Sandro Penna».

La sua vera ambizione è la poesia?

«Non è un’ambizione, è uno stato esistenziale, il fondo di ogni atto e di ogni pensiero. Qualcosa che dovrebbe reagire e sentire che ce l’ha fatta».

Uno stato esistenziale profondo che ce l’ha fatta ad affiorare in versi?

«Non ogni stato esistenziale può essere rappresentato da tre versi».

È soddisfatto della sua produzione poetica?

«Neanche per idea, neanche per sogno. Ogni tanto mi sveglio di notte e dico a me stesso: che cazzate».

Turbe degli artisti sempre insoddisfatti?

«Sono categorie alle quali non appartengo».

 A pagina 125 di Il treno del buon appetito (Ronzani Editore, 2017) cita un’espressione di Pasolini a proposito delle sue poesie: «Quel Naldini che pare non osi nemmeno esistere». Che cosa intendeva dire?

«Era un’esagerazione, una cosa provocatoria. Pasolini l’ha detto dopo cinquant’anni che abbiamo vissuto insieme… Improvvisamente si era accorto che ero troppo timido? Lo diceva per polemizzare con altri poeti».

Era una provocazione affettuosa verso di lei?

«Più affettuosa di così. Pensando in quali bolge infernali mi ha fatto entrare era il minimo che doveva dire».

Bolge infernali?

«Le bolge infernali sono bolge infernali. C’è un grande poema che si occupa di loro».

È un po’ reticente, me ne descriva una o teme le vendette di qualche attore o regista?

«Si figuri se mi faccio intimidire dal mondo del cinema. La realtà è il contrario di ciò che diceva Pasolini con quella battuta. Ero io a seguire lui per proteggerlo piuttosto che lui proteggere me».

La sua è una vecchiaia proustiana come fanno intendere L’alfabeto degli amici (L’Ancora del Mediterraneo, 2004) e Il treno del buon appetito?

«Dati i miei novant’anni, la mia generazione non può non essere proustiana se vuol essere qualcosa di diverso dalla volgarità, dall’abitudine a credere che si possa cavarsela facilmente. Aggiungendo una parolina dopo l’altra, ecco, ho fatto tutto. Invece, poi, dalla lettura di Marcel Proust, che è un castigamatti della letteratura, si viene fuori tutti frustati a sangue».

Frustati a sangue?

«Sotto ogni cosa, qualsiasi essa sia, un etto di caramelle o un chilo di patate, uno può sprofondare e ricavare impressioni o dati di fatto. Questo è l’insegnamento di Proust».

È la sua capacità analitica?

«Più che questo, ogni sua frase ti assesta un pugno».

Perché è in gioco quello stato esistenziale, il mistero che abbiamo dentro?

«Perché questo mistero Proust lo sbatte fuori; motivo per cui bisogna leggerlo recitandolo».

Perché un libro come Il treno del buon appetito è rimasto di nicchia?

«A dire il vero è stato recentemente ripubblicato con mia soddisfazione. Comunque sì, non è certo un libro di grande diffusione… perché si scansa dalle soluzioni facili. Ma paradossalmente ne sceglie una ancora più facile, che ha dentro il mistero della sua nascita. Bisogna pensarci molto, perché ogni cosa che dici, anche “buonasera signore”, ha un suo contenuto. A volte ci si adagia su frasi fatte. Ma se io dico “buonasera signore”, può darsi che questa espressione contenga anche la sua contraddizione».

Scrive che non ha «mai appartenuto né al vittimismo né all’orgoglio omosessuale»: che cosa ne pensa?

«Per me l’omosessualità è stata forse soprattutto una facile uscita dalla guerra. Il vittimismo l’ho citato così. Anche la vanità omosessuale per me è incredibile. È qualcosa di spregevole, perché trasforma un problema serio e antico come il mondo in una modernità imbecille».

La messinscena un po’ carnevalesca dei gay pride?

«Massì, anche quel bresciano, Aldo Busi. Tanti hanno un gran successo, ma poi spariscono».

Ce ne fossero come Busi, con il suo travaglio…

«Forse dico cose inesatte a causa della mia ignoranza. Se vogliamo chiudere il discorso sull’omosessualità dobbiamo prendere in esame la produzione di Aldo Palazzeschi e naturalmente Sandro Penna. E anche se vogliamo chiudere il discorso su Proust: è nelle biografie di Giovanni Comisso, Filippo De Pisis, Penna e Pasolini che mi avvicino di più al mondo proustiano».

Che cos’è per lei scrivere?

«Che domanda… Scrivere qualcosa che non sia una lettera alla mia cameriera è il bisogno di raccontare qualcosa di sé stessi che non era noto, non era alla portata di chiunque. Rivelarlo, rivelandosi».

E riguardo a sé?

«È esattamente questo. Degli altri non m’importa niente, son felice se dicono: “Che bello…”. Ma in realtà non m’interessa».

La sua è una solitudine amara?

«È una solitudine nella quale precisare i termini della propria esistenza. Precisare i termini e le possibili fughe dall’esistenza».

È un’espressione un po’ inquietante.

«Siamo qua, mi prenda a schiaffi se vuole. La solitudine è uno stato assolutamente necessario a me stesso. Non potrei convivere con qualcuno, un Adone o un Antinoo… Tornerei a vivere da solo».

Secondo l’insegnamento di Montaigne: «Abbiamo vissuto abbastanza per gli altri, viviamo per noi almeno quest’ultimo resto di vita»?

«Montaigne aveva una biblioteca meravigliosa e ha fatto rinascere molta parte della cultura classica».

Quella citazione significa che anche lei è geloso della sua solitudine?

«Ça va sans dire. La custodisco come qualcosa d’indispensabile».

Una solitudine orgogliosa?

«Una solitudine che qualcuno spero capisca e la concili con me, cioè le dia il senso che voglio io».

Può esistere un nostro simile che la capisca così?

«La solitudine si trova in tantissimi poeti, artisti, scrittori. Pensi a Caravaggio, per me grande come Proust. Anzi no, come Rimbaud. Caravaggio è il mio Rimbaud».

Però la pittura di Caravaggio esprimeva qualcosa di preciso.

«No, per carità. Non entriamo nel merito, lui era un gran teppista, io non sono un teppista come lui. Di fronte a Caravaggio mi metto in ginocchio e sto in silenzio».

Non vuole seguirmi?

«Non posso seguirla. Uno stronzo come me che parla di Caravaggio…».

Nella letteratura chi apprezza?

«Carlo Emilio Gadda riempie tutto. Poi, senza essere grande come lui, Alberto Moravia. E l’autore del Giardino dei Finzi Contini, come si chiama… Giorgio Bassani. Giovanni Comisso copre tutto».

I contemporanei?

«Non li leggo, sono un vecchio di 91 anni, penso di poterne fare a meno».

Chi è l’intellettuale cui è rimasto più affezionato?

«Sono morti tutti i miei amici, ho poco da scegliere».

Nel ricordo, quello che ritorna nelle sue madeleine?

«Più che un ricordo ammirato, il mio è un ricordo di malinconia e di disperazione. Il vuoto che mi hanno lasciato Goffredo Parise e gli altri mi imprigiona nella sua assolutezza. In questa assolutezza cerco di trovare degli elementi vivi canti».

In un’intervista, a una domanda simile, ha nominato Federico Fellini.

«Forse l’avrò detto come frase fatta. Fellini non lasciava impressioni su nessuno perché se le teneva per sé, quel vecchio porco. Non scriva vecchio porco…».

Detta da lei è un’espressione affettuosa.

«Gli ho fatto da ruffiano per tanto tempo. Giulietta Masina mi voleva bene perché sapeva che quando usciva con me poteva stare tranquilla. Divenne anche madrina del premio Comisso e ci veniva volentieri, con Fellini. No, non era un vecchio porco… Avrebbe desiderato esserlo, si metteva in situazioni in cui il porco si esprime con una pacca sul culo di qualcuna, ma poi le cose finivano così. Non aveva una reale sessualità. In tre o quattro volte che siamo usciti insieme l’ho visto una sola volta scopare… Scopare… Chissà».

Parlando di Parise, cita il suo suggerimento: «Niente eccessi di zelo». Negli ultimi suoi anni abitavate vicini, ma non vi siete frequentati.

«È una storia lunga, che non ho ancora capito. Non ho capito perché a un certo punto ha cominciato ad avercela con me. Saranno state le donne? In realtà, non credo potessero avere così tanta influenza. Parise era così, amava tanto qualcuno e qualcosa per poi improvvisamente rifiutarlo. Si annoiava. Ma non mi sarei aspettato di essere buttato nel cestino. Tanto che un giorno, venne a trovarmi qui a Treviso: “Basta, basta, torniamo amici, vieni a cena a casa mia a Ponte di Piave”. E io, un po’ da checca vendicativa, gli ho risposto di no, “Vengo un’altra volta”. Mi aveva molto turbato il suo cambio di comportamento, perché lui e Dacia Maraini avevano presentato al Premio Strega la mia Vita di Giovanni Comisso con la quale arrivai secondo. Pensavo che quel risultato fosse anche merito suo ed ero pieno di gratitudine. In quel momento scattò in lui il rifiuto».

Il sentimento dominante delle amicizie con Parise, Comisso e lo stesso Pasolini è l’incompiutezza?

«Sarei pronto a dire di sì se ci fosse stata. Sono stati rapporti profondi. Ho reso felice Comisso negli ultimi giorni della sua vita».

Il treno del buon appetito narra numerosi rapporti più o meno passeggeri, ma si legge poco o forse mai la parola amore: sbaglio?

«Non sbaglia. Si può pronunciare la parola amore dopo aver fatto ben altre esperienze che quelle che racconto lì. Soprattutto dopo aver sentito la sofferenza dell’amore. Comunque, per me questo libro è di secondaria importanza, quelli veri sono le biografie di Comisso e di De Pisis».

E di Pasolini.

«Quella non la cito per pudore. Grazia Cherchi mi considerava un grande biografo. Per scrivere una biografia vera bisogna perdere mezza vita. Ora non lo farei più. Farei una biografia di me».

Un’autobiografia, vuol dire?

«No, una biografia di me».

La differenza?

«L’autobiografia è un genere, peraltro di moda, che ha le sue formule e i suoi schemi. Una biografia di me significa che dovrei dire chi cazzo sono io».

Siamo tornati alla domanda di partenza: chi è Nico Naldini?

«Ce ne sono tanti. Ognuno di noi si moltiplica in tanti ego. È anche un fatto di vanità. Per cui è impossibile… Dire chi sono sarebbe un lavoro immane».

Niente autobiografia e biografia di sé a sua firma, ma qualcuno dovrà pur scriverla…

«Quando sono arrivato a Treviso, per documentarmi su Comisso, la prima persona che ho conosciuto è stato Nicola De Cilia. Abbiamo trascorso lunghe serate durante le quali gli ho raccontato quello che potevo».

La scriverà lui?

«No, perché è eterosessuale. L’omosessualità è una cosa che ha un suo intimo labirinto. È essa stessa un labirinto. E non vedo come lui possa essere il mio Teseo».

Non a caso è stato lei a scrivere le biografie di Comisso, Pasolini, De Pisis, Penna, tutti omosessuali. Chi scriverà la sua?

«Nessuno, mi auguro. Perché chiunque volesse provarci, rischierebbe di perdersi nel mio labirinto».

Come trascorre le giornate?

«Guardo documentari della Rai, i testi sono molto belli».

Riesce ancora a leggere?

«Poco, mi stanco presto. Rileggo le Lettere dal Ponto, ma non solo. Ovidio è il mio autore».

In Lettere dal Ponto chiede di essere perdonato e riammesso alla corte di Augusto.

«Non si può dire per cosa chiede perdono perché non si capisce il motivo per cui è stato mandato in esilio. Si sa che cos’è il carmen, ma l’error no: perché ha avuto varie interpretazioni nel corso dei secoli».

Ma lei per che cosa vorrebbe essere perdonato e da chi?

«La mia ammirazione per Ovidio è estetica e basta. Personalmente, non ho niente da farmi perdonare. E da chi? Sì, qualche volta penso a mia mamma e vorrei che me lo chiedesse lei».

Vorrebbe essere perdonato da lei?

«Vorrei che me lo chiedesse lei, solo a lei avrei permesso una simile domanda. Le avrei risposto che non ho nulla di cui discolparmi. Non sto rispondendo a lei, è sempre un colloquio con mia madre».

Qualche giorno fa ho pensato a lei quando ho letto questa riflessione di Michel Houellebecq: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora».

«Condivido totalmente. È un discorso lungo e complicato, che però non voglio fare. Anch’io ho il desiderio di essere amato».

Nico Naldini è morto il 9 settembre scorso. Questa intervista inedita è contenuta in Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre in libreria

«Con app e droni saremo come formicai cinesi»

Ha previsto il dominio della finanza e la crisi dei subprime (L’elenco telefonico di Atlantide, Sironi, 2003). Ha anticipato la dipendenza dalla tecnologia e dal Web (Lo stato dell’unione, Sironi, 2005). Ha preconizzato l’ascesa della destra (La ragazza di Vajont, Einaudi, 2008). Tra gli autori apocalittici, Tullio Avoledo è quello che ci prende di più quando ci sono da tratteggiare mondi futuri, minacciati da rigurgiti nazisti o soggiogati da dittature cupe. L’ultimo suo romanzo, Nero come la notte (Marsilio), è la storia di un ex poliziotto rozzo e fascista che rinasce in una comunità di accoglienza nella periferia di una città immaginaria del Nordest. Friulano, 63 anni, nel 2018 ha aderito al Patto per l’Autonomia, formazione nelle cui liste si è candidato al Consiglio regionale non risultando eletto per una manciata di voti. Vive e lavora a Pordenone. La critica lo definisce «scrittore di genere» perché si muove fra noir, thriller, horror e distopie varie. Stavolta però, come ha confessato a una recente presentazione online, la pandemia lo ha colto a metà del romanzo. Bel paradosso per uno abituato a prevedere il domani.

Impossibile tirare dritto e far finta di niente?

«Impossibile. Come si fa a scrivere una storia ambientata nel 2021 in una stazione balneare dell’alto Adriatico senza tener conto del Covid-19?».

Ha dovuto ricominciare da capo?

«Un po’ sì. Ho immaginato la nuova logistica facendomi venire delle idee, non le barriere in plexiglass di cui si parla. In questa situazione depressa è difficile immaginare la gente in vacanza».

Cos’è più facile immaginare?

«Una presenza invasiva della Cina, non lo dico necessariamente in senso negativo. I cinesi sono gli unici che hanno una politica estera con gli attributi».

Il morbo ci ha preso in contropiede nonostante gli allarmi di scrittori, di miliardari dell’hi tech, di alcuni scienziati?

«Siamo dentro un’epidemia annunciata. Bastava leggere Spillover di David Quammen, uscito nel 2012. Se fossimo stati preparati non sarebbe andata così. Non dico che ci sarebbe già il vaccino, ma non avremmo avuto tutti questi morti. Il vero virus è l’impreparazione».

Che deriva da?

«Dalla cultura manageriale sconfinata in politica. Il manager fa carriera perché sa ruffianarsi i potenti giusti, le chiamano pubbliche relazioni. In politica si diventa sottosegretari con 20 preferenze sul web».

Lei ha sempre anticipato le crisi, stavolta deve rincorrerla?

«È più scomodo, ma più divertente. Quando si anticipa si ha più libertà, anche se poi ti chiedono conto di qualcosa che non hai azzeccato. Spero che la pandemia non renda obsoleto il nuovo romanzo».

Nel quale andrà tutto bene?

«Mica tanto. Finita l’epidemia temo si affaccerà un governo di destra».

Previsione o pericolo?

«Entrambi. Non è difficile immaginare che, dopo questo governo che ha limitato la libertà individuale, gli elettori preferiranno chi promette la fine della prigionia».

La destra al potere per reazione alla reclusione?

«Credo di sì. Potrebbero farsi strada anche soluzioni autonomistiche che rimettano in discussione l’unità d’Italia. Lo dico da esponente del Patto per l’Autonomia».

Ma l’autonomia non era una battaglia di destra?

«E chi l’ha detto? Catalogna e Scozia dimostrano che non è così. Si cerca identità in un mondo che non ne ha più».

E la radiosa globalizzazione?

«Se siamo a questo punto è per causa sua. Fortuna che in queste settimane le regioni hanno fatto il controcanto al governo centrale. L’Europa, invece, non credo possa essere rifondata. È una burocrazia che si autoalimenta, come ci ha dimostrato Christine Lagarde. Americani, russi e cinesi sono quello che sono, ma almeno hanno l’orgoglio della madre patria e il senso del futuro».

E noi europei?

«Il testo più distopico che mi è capitato di leggere è stato una direttiva europea del 1991. Fissava le misure di un bullone di un trattore e contemporaneamente definiva l’Europa come un’unione di 300 milioni di consumatori. Come si fa a sperare in un modello così? Paradossalmente ci sono più motivi per sognare qualcosa di positivo adesso che allora».

La realtà supera l’immaginazione?

«Finora ognuno la interpretava a modo suo. La pandemia è una vicenda drammatica e condivisa come le trincee della Grande guerra. Ci sta costringendo a pensare insieme. Resta da vedere se riusciremo anche a sviluppare una visione condivisa del futuro. Una delle tante cose su cui concordo con Michel Houellebecq è la convinzione che questa disgrazia, per qualcuno, sia un’occasione ghiotta».

Per i colossi dell’economia digitale?

«Quando le risorse si esauriscono si possono fare le prove di controllo della popolazione. Per esempio, portandoci a votare per via telematica. Questo è il paradiso dei 5 stelle. Che le anime candide della sinistra da apericena avallano. Mentre gli Stati sono impreparati i big della new technology si fregano le mani. Amazon non è stata certo penalizzata. Nel terziario la modalità di lavoro a distanza era già in atto».

La vita è sempre più digitalizzata.

«Nell’Ombra dello scorpione, Stephen King narrava un mondo nel quale il virus si trasmetteva attraverso le banconote. Io pago tutto con il bancomat o la carta di credito e provo fastidio se dal panettiere devo usare i contanti perché non gli funziona il pos. I rapporti a distanza prevalgono sul contatto umano. Ci stiamo abituando al fatto che se il governo ci controlla che male c’è».

Piattaforme, droni e app facilitano la quotidianità e garantiscono sicurezza.

«Mi son venuti i brividi quando ho sentito un ministro dire che lo Stato è benevolo. Siccome alla nostra privacy abbiamo già rinunciato andando su Facebook, allora…».

Il futuro sarà questo tanto più se i pericoli per la sopravvivenza aumenteranno?

«Nel novembre scorso sono stato una settimana a Pechino, megalopoli di 36 milioni di abitanti in cui tutto bene o male funziona. Il prezzo è un controllo totale. A me pare un passo indietro, mimetizzato con l’illusione di entrare nel futuro. Il modello è il formicaio? So che molti risponderebbero affermativamente a un questionario che prospettasse questo scenario. Per me è spaventoso».

Anche lei come Houellebecq dubita che da questa esperienza nasceranno libri interessanti?

«Sì, totale sintonia. Per quanto mi sforzi non riesco a vedere qualcuno che abbia colto la straordinarietà della situazione. Sulla Sars non ricordo un titolo significativo, solo instant book e affini».

Come giudica il fatto che Stephen King ha retrodatato il nuovo romanzo?

«Mi sembra una furbata per aggirare l’ostacolo. È difficile immaginare il futuro dopo la pandemia, il binario è ostruito da una montagna. Non basta scrivere di auto elettriche dovunque e di cellulari portentosi. Penso che ci si rifugerà nel passato. Vedremo film e leggeremo libri ambientati negli anni Ottanta o Novanta, perderemo contemporaneità».

Oppure la pandemia potrebbe essere una fonte ispirativa.

«Dopo la pandemia la gente avrà voglia di leggere storie sulla pandemia?».

Preferirà evadere?

«Penso di sì. Anche perché sento sempre di più parlare di privilegi. Si dice che per gli scrittori, che hanno la casa grande, è facile esercitarsi sul lockdown».

Non è vero?

«Qualcosa di vero c’è. Ma ognuno pensa di soffrire più degli altri. O di avere la trovata più geniale degli altri».

Tipo?

«La giunta regionale del Friuli Venezia Giulia sta pensando di trasformare una nave da crociera in ricovero per gli anziani malati di Covid-19, dismettendola finita l’emergenza. Il modello è la nave ospedale ormeggiata davanti a New York. Solo che quella è nata come ospedale, la nostra no. È la mentalità dei manager».

Ancora lei.

«Ha presente I viaggiatori della sera di Umberto Simonetta? I figli li accompagnavano sulla nave da crociera che poi tornava vuota. Una società che ammette il sacrificio dei più deboli perché non più idonei al lavoro è mostruosa. Come chi dice: riprendiamo a lavorare tanto muoiono solo i vecchi».

Più che essere narrata in modo esplicito, la convivenza con il virus diventerà una sensibilità, un contesto?

«Sono pessimista. Tra un anno nella top ten ci sarà un romanzo con la storia di una coppia durante la pandemia: lei bloccata a New York e lui a Bergamo fanno sesso in chat. E uno su come si sopravvive in montagna al tempo del coronavirus».

Alcuni suoi colleghi hanno scritto che stanno imparando l’attenzione agli altri. Lei?

«Io tendo ad avere più paura degli altri. Voglio dire: non sei sicuro se gli altri non hanno la tua stessa cautela. La sicurezza è una catena di responsabilità, bastano gli aperitivi sui Navigli a rovinare tutto. Imparare a essere responsabili è positivo. Come anche che possiamo essere più che semplici consumatori».

Come?

«Ho imparato a fare il pane in casa e ne vado fiero. Oppure si possono leggere o rileggere i libri che abbiamo già, senza comprarne compulsivamente di nuovi».

In molti romanzi distopici incombe il ritorno del nazismo. È una minaccia reale o un artificio narrativo?

«Credo sia un pericolo reale. Credo ci siano in giro soldi che non sappiamo dove sono finiti. Il nazismo conserva un fascino iconico, come per altro l’ideologia sovietica. Sono miti fondativi forti, che potrebbero tornare anche in forme sincretiche, come auspicava quel pazzo di Eduard Limonov».

Enfatizzarne la possibilità è un modo per sentirsi dalla parte giusta?

«Mai pensato di essere dalla parte giusta. Qualche giorno fa ho visto in Parlamento il leader della Lega con una mascherina nera e il tricolore. I richiami ci sono. Fascismo e nazismo propongono formule che in tempi di carestia possono essere vincenti. Nel mondo animale quando la pozza dell’acqua si restringe, scatta la solidarietà tra gli animali feroci contro quelli più deboli».

Grazie a Dio siamo esseri umani.

«Ma dopo questa pandemia dobbiamo ripensare il mondo. Per la prima volta, dopo tanto tempo, abbiamo vissuto qualcosa che ci accomuna a livello mondiale».

 

La Verità, 9 maggio 2020

«La letteratura di oggi è avvolta nel nichilismo»

Imprenditore tessile, politico o scrittore? Edoardo Nesi sceglie la busta numero tre: «Scrivere è il sogno che ho da quand’ero bambino. Sono stato fortunato». Pratese di 54 anni, sposato e padre di due figli, da suo padre, morto lo scorso anno, ereditò un’azienda manifatturiera che nel 2004 dovette cedere causa crisi. L’esperienza politica in Scelta civica e nel Gruppo misto, invece, è una parentesi chiusa nella scorsa legislatura.

Il suo primo libro, Fughe da fermo, è diventato film diretto da lui stesso. In Storia della mia gente (Bompiani) ha raccontato la rabbia e l’amore «di un industriale di provincia» vincendo il Premio Strega 2011. Il nuovo romanzo, La mia ombra è tua (La nave di Teseo) – citazione da Sotto il vulcano di Malcom Lowry: «Io non ho una casa, solamente un’ombra, ma tutte le volte che avrai bisogno, la mia ombra è tua» – narra il rapporto simbiotico tra lo scrittore di un solo libro, baciato dal successo mondiale, che vive in una casa sopra Firenze in compagnia della propria misantropia e dissoluzione, e un giovane laureato in lettere classiche, incaricato dalla casa editrice di sorvegliare la stesura del secondo, atteso romanzo, e di gestire la nuova epifania pubblica del genio. In mezzo, c’è una grande storia d’amore, anch’essa in stand by, e la riflessione sul tempo che passa, la nostalgia, l’incontro-scontro tra generazioni. Per decifrare il tutto si sono scomodati J. D. Salinger e Don Chisciotte e Sancho Panza. Anche La mia ombra è tua diventerà un film di Fandango.

Cominciamo dal sogno di diventare scrittore.

«Ho iniziato a scrivere racconti a 15 anni, ho smesso per un po’ e ricominciato dopo i venti. Leggevo soprattutto autori americani».

La svolta?

«Un giorno stampai quei racconti e li stesi a terra. E mi accorsi che c’era unità di tempo, di luogo e d’ispirazione. Ritornavano situazioni e personaggi che gravitavano attorno a Prato, come capitoli di un romanzo».

Lo è diventato?

«Fughe da fermo viene da quei fogli a terra. Un’altra cosa che mi ha aiutato molto sono state le traduzioni dall’inglese. Se hai la fortuna di tradurre grandi scrittori puoi vedere dall’interno le strutture narrative. Le traduzioni sono vere e proprie lezioni».

Fughe da fermo è diventato un film, La mia ombra è tua è già una sceneggiatura.

«Diciamo che succedono tante cose e che quando scrivo cerco sempre di vedere i miei personaggi. È un romanzo visivo e anche cinematografico».

Il protagonista, Vittorio Vezzosi, è un Salinger italiano?

«È un uomo che si mette in pausa. La sua grande aspirazione è ritrovare la donna perduta, ma se non la può riavere tanto vale che se ne stia in casa».

Ma quella donna compare dopo la metà del libro.

«È un colpo di scena. Volevo che la letteratura, l’altro grande amore del protagonista, fosse l’unica cosa che gli rimane dentro. Vive di letteratura, di cinema, di musica e di vini».

E di coca.

«Tutti surrogati per compensare quel vuoto».

È un romanzo di passioni molto accese.

«Volevo che i protagonisti rappresentassero solo loro stessi, non fossero echi di altri grandi scrittori. Vezzosi è un personaggio larger than life, espanso, che mi serviva per staccarmi dal racconto della realtà dei libri precedenti».

Come ha fatto a scrivere un romanzo forsennato e allegro come questo dopo che era morto suo padre?

«Me lo chiedo anch’io, forse è stata una reazione. Sentivo di scriverlo così e credo piacerebbe molto anche a lui».

È anche una storia di complicità tra due generazioni?

«Mmmh… non è che Emiliano e il Vezzosi diventino proprio amici. C’è troppa diversità. E, in fondo, non ci credo molto che la mia generazione possa essere complice dei venti-trentenni».

Come definirebbe Emiliano, l’assistente-spia pagato dall’editore, che ha la fortuna di vivere all’ombra del genio e nemmeno si prende la briga di leggerne il libro?

«Diciamo che esprime la difficoltà della sua generazione di accettare come fondativa l’esperienza dei padri».

È così dal Sessantotto, ora abbiamo una ragazzina di 16 anni che ci spiega come sistemare il pianeta: è difendibile Emiliano che non legge il romanzo del guru che gli dà da vivere e che tutto il mondo esalta?

«Non molto. Però ricordo che, quando da ragazzo tutti mi esortavano a leggere un libro, per non uniformarmi lo evitavo. E poi, forse, non leggerlo è l’ultimo meccanismo di difesa contro lo strapotere intellettuale del genio che, pian piano, comincia a piacergli».

I due protagonisti sono convinti che i libri salveranno il mondo?

«Io di sicuro, hanno salvato me. Da sempre, nei miei momenti peggiori, e ne ho avuti, ho trovato salvezza nei libri, nella musica, nel cinema».

Mi dica una lettura che le ha fatto compagnia in uno di quei momenti.

«La lettera che il console scrive a Ivonne in Sotto il vulcano di Malcom Lowry dopo 40 pagine di descrizioni del Messico racconta, con una lingua superba, l’amore che provava per quella donna. Potrebbe sembrare qualcosa di sentimentale ma, quando non riuscivo a trovare la mia strada, quella mi sembrava un’eccellenza cui aspirare. Ho sempre pensato che leggendo i grandissimi qualcosa mi sarebbe arrivato».

Il Vezzosi ha discoteche e videoteche sterminate: mondi consolatori?

«Forse. Ho da poco risistemato un vecchio stereo e ricominciato a sentire i vinili. È un altro mondo, un’altra qualità. Quando ascolti musica non puoi fare altro, mi metto in poltrona, nella penombra».

Invece il mondo dei social network lo sbertuccia…

«Non ho grande simpatia per un ambiente nel quale tutte le opinioni contano allo stesso modo. Non l’ho mai pensato e non lo penserò mai».

Prende in giro anche l’individualismo narcisista degli scrittori?

«L’unica cosa che ci assolve un po’ è che contiamo sempre meno».

In che senso?

«Hanno perso fascino. Oggi scrivono tutti e quindi, nell’idea generale, le differenze si elidono. Le persone invidiate sono altre. Quella dello scrittore è una vita poco glamour: si sta in casa, si lavora, si fanno le presentazioni con venti persone».

Un altro tema saliente è la nostalgia con la quale sembra avere un rapporto ambiguo. 

«Per me c’è una nostalgia sana e una malata. Alla Milanesiana di qualche anno fa ho avuto la fortuna di essere allo stesso tavolo di Zygmunt Bauman quando presentò Retrotopia e diceva che la nostalgia è un sentimento negativo che, di per sé, ti fa guardare indietro e ti paralizza. Però se viene a Prato non c’è un solo pratese convinto che oggi si viva meglio di ieri».

E quindi?

«Bisogna distinguere, è come se l’Italia fosse divisa in due. Nelle grandi città, con la globalizzazione, non si è perso granché, nella provincia e al Sud si è perso molto. Il sistema delle piccole industrie che accompagnavano dalla culla alla pensione, si è definitivamente inceppato. Se uno prima lavorava e ora non lavora è comprensibile che sia nostalgico. Così come è comprensibile la nostalgia privata, se uno ha perso il proprio padre o una persona cara… Invece, non approvo la nostalgia come tentativo di restaurazione politica».

Nel passato non c’è nulla da salvare?

«Mi piaceva una certa idea di progresso che davano le macchine di casa, la lavatrice, la lavastoviglie, la tecnologia, il computer e il cellulare. Il futuro era sinonimo di miglioramento. A un certo punto si è fermato tutto. Oggi i nuovi dispositivi sono sempre più esigenti e gli aggiornamenti chiedono dedizione totale».

Tornando agli scrittori, con tutta la loro fama e la devozione dei lettori restano persone infelici?

«Succede spesso. Mentre salvano la vita a noi non riescono a salvare la propria».

Per questo ha composto quella lista di scrittori suicidi con le circostanze in cui si sono tolti la vita?

«Ho voluto andarci dentro e capire com’era davvero successo, che età avevano, il come e il dove. Ho pensato che le modalità fossero una sorta di dichiarazione letteraria. Come scrivere l’ultimo, tragico, libro, con il quale spiegarsi definitivamente».

Il mondo letterario contemporaneo è avvolto nel nichilismo?

«È una condizione che attanaglia molti e che vedo in tanti miei colleghi, ma che personalmente cerco di sconfiggere».

In una lettera a Bernard-Henri Lévy, Michel Houellebecq scrive: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora». Che cosa ne pensa?

«È una rivelazione molto interessante. Una cosa simile la dice anche il protagonista di Zelig di Woody Allen quando lo ipnotizzano e ripete: “Io voglio essere amato”. Credo sia dolorosamente vero ciò che dice Houellebecq».

Il bicchiere di latte che Marcello Mastroianni procura ad Anita Ekberg per il gattino nella notte romana della Dolce vita che lei mette sul finale simboleggia la tenacia dell’uomo, il dono della grazia o una sfida vinta?

«Forse simboleggia la condizione maschile: dobbiamo riuscire a trovare questo bicchiere di latte in una città deserta. Provare a spremerci un po’ di più. Si vive in una mediocrità che rischia di attaccarsi anche a noi… È una bella domanda, tutte e tre le risposte sono giuste. Il dono della grazia mi piace: il latte è un liquido, sacro come il sangue per tenere in vita quel gatto. Il premio è vedere quella donna meravigliosa nella fontana».

Lei ha partecipato alla Leopolda del 2017, ci tornerà anche quest’anno?

«Con la politica attiva ho chiuso. Mi ero candidato perché tante persone avevano letto Storia della mia gente e mi avevano esortato a portare quei contenuti in Parlamento. Però non funziona così. Se posso dare un contributo lo farò attraverso la scrittura».

Che cosa le dà speranza?

«I miei figli, un maschio e una femmina, che studiano a Londra e stanno facendo una bellissima carriera studentesca».

Come la figlia del Vezzosi.

«Già».

 

La Verità, 13 ottobre 2019

«C’è più teologia nei romanzi che nei trattati»

Una scrittrice teologa. Una preside delle superiori che ha vinto il premio Calvino, per autori inediti. E che, sempre con La vita accanto (Einaudi), è giunta seconda al Premio Strega, prima di collezionare numerosi altri premi.  Vicentina, collaboratrice di Repubblica e della rivista Il Regno, Mariapia Veladiano è seguita da un folto gruppo di lettori ed è sempre ben recensita dai media mainstream. Purtroppo, come rivela in questa intervista, è timida. E la timidezza, unita alla consapevolezza del talento, può creare distanza. La stessa che s’instaura, a volte, tra la cattedra e i banchi degli studenti.

Perché si chiama Mariapia? Due nomi in uno, attaccati. Il secondo indica anche una direzione, una dirittura, se così si può dire…

«Piaceva ai miei genitori. È un nome impegnativo, è vero, soprattutto se si crede che il nome orienti la vita, anche solo per il fatto di essere chiamati infinite volte con il proprio nome».

È laureata in teologia, oltre che in filosofia: direzione confermata?

«C’è una storia e forse il nome ne fa parte. Ma così senza troppo cercare, mi vien da dire che altri nomi hanno un maggiore destino teologico. Elizabeth, ad esempio: Elizabeth Green, Elizabeth Schlüssler. Anche se Maria, nelle sue varianti linguistiche, sembra essere davvero un poco un destino nel mondo della teologia al femminile: Mary Collins, Rosemary Radford Reuther, Mary Daly. Comunque io non sono una teologa. Ho studiato teologia e poi ho scritto romanzi. Felice di avere studiato teologia ma inadatta a occuparmene. C’è una pretesa nella teologia, quella di affrontare un tema chiudendo il cerchio del ragionare. La vita non chiude mai i cerchi. I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Perché ha scelto d’intraprendere questi studi?

«La spavalda esigenza di trovare una risposta al problema del male. Il male è il problema».

Ho letto il primo e l’ultimo dei suoi libri, La vita accanto e Lei: sbaglio se dico che è una scrittrice che attinge altrove?

«Spero proprio che non sia così! La scrittura chiede un tale lavoro di concentrazione, un abitare in un punto interiore lontano da tutto. Quando scrivo non leggo nemmeno il giornale, per non essere, come dire, distratta, a livello di stile, parole, immagini».

Intendevo che non attinge alla solita sociologia, agli equilibri e ai disequilibri economici e di classe, ma alla psiche, alla riflessione introspettiva, al senso religioso e ai suoi misteri?

«Questo sì, ma è un altrove in cui tutti abitiamo. Il luogo delle domande che ci portano verso la nostra comune umanità. Un luogo in cui ci si ritrova così simili».

Come le è venuto di scrivere la storia di Rebecca, una bambina molto brutta dal nome elegante e raffinato?

«Rebecca è un nome biblico, è la moglie di Isacco. Il nome significa “colei che avvince”, un nome antifrastico perché la Rebecca del romanzo si percepisce brutta. Porta il dolore nel nome, il dolore di non essere stata amata. I genitori bellissimi si aspettavano una bambina bellissima. Non so come sia arrivata questa storia. Le storie arrivano, e non è una frase retorica. Si presentano. Da insegnante ho sempre sentito la paura di non essere accettati che i ragazzi e le ragazze portano nelle aule. Paura diventata sempre più forte in questi nostri tempi tremendi, così giudicanti».

Ha fatto esperienza di essere respinta, rifiutata?

«E chi non l’ha fatta?».

Il sentimento di esclusione è il dolore più grande?

«Sì, credo di sì. Non essere amati. Come si può vivere? Questa è la felicità promessa dal Vangelo: ciascuno è amato quali che siano le sue azioni, i suoi pensieri, le sue capacità».

L’esperienza della sofferenza rende più attenti e sensibili al mistero delle altre persone?

«Purtroppo non è sempre vero. A volte ci si inasprisce, irrigidisce. Credo che la differenza la faccia l’esser soli oppure no. Quando non si è soli, sia il dolore che la paura hanno meno potere sul nostro diventare».

La madre di Rebecca si suicida perché non supera il dolore di quella figlia, ma la scena del rifiuto del funerale che non viene celebrato «semplicemente perché nessuno sapeva occuparsene» è raggelante. L’assenza della fede coincide con la mancanza di un conforto anche umano, con un’aridità desolante?

«No no. In quel caso manca umanità, non fede. Quella di Rebecca è una famiglia in cui nessun affetto riesce ad esprimersi liberamente. È questo il dramma. Il rispetto del padre per il mutismo della moglie è un mutismo a sua volta, un modo per non affrontare il dolore».

Recensendo La vita accanto Ferdinando Camon ha parlato di «catastrofe», «tragedia», «miracolo». Il miracolo è accettare il proprio destino, amarlo, restare nel proprio segmento? La grandezza dell’umiltà e nell’umiltà è nell’accettazione, dalla quale trasfigurare il quotidiano?

«Non è una regola. Quando le cose hanno un margine di cambiamento, si deve lavorare per cambiarle. Rebecca disobbedisce, guadagna un proprio spazio, vede, osserva, agisce come può, per cambiare le cose che però, come dire, accelerano senza che lei possa fermarle. Ma lei non rinuncia a capire e quando finalmente ha gli strumenti per farlo, sceglie quello che le permette una vita per quanto possibile serena. A volte i ragazzi mi hanno chiesto perché non avessi giocato la carta del successo per celebrare il riscatto di Rebecca. Il successo è il grande feticcio dei nostri giorni, il toro d’oro a cui sacrificare le vite. Il successo è sempre un’eccezione. La stragrande parte delle nostre vite è normale ed è nella normalità dei rapporti, nella quotidianità di un lavoro che deve essere parte della vita e non altro dalla vita, è in questa normalità che va cercata la nostra parte di felicità».

Come ha preso corpo l’intuizione di una biografia di Maria, madre di Gesù?

«Senza un progetto. In tanti anni di riflessioni, scene, conversazioni messe da parte. Un giorno ho trovato che il libro si stava costruendo per piccoli accumuli. Una lunga frequentazione».

Nel mondo di oggi le figure femminili per le quali ci si batte sono di tutt’altra indole: aggressive, rivendicative, competitive.

«Guardi, io trovo che sia gli uomini che le donne siano, come dire, dipinti, rappresentati dai media molto peggiori di quanto in realtà sono. Le notizie e le copertine inseguono un’attenzione che è sempre più fragile per cui si punta sull’eccesso per colpire. Le donne non sono così come lei dice. Sono rappresentate così con effetti che sarà interessante valutare, soprattutto sulle ragazze più giovani. Ma c’è una quantità di belle persone intorno a noi».

Calarsi nell’intimità di Maria può risultare un po’ ambizioso o presuntuoso? Come ha superato questo rischio?

«Non ho avuto presente questo rischio. È stato un piccolo viaggio dentro il cuore di una madre, sorella di tutte le madri».

Vengono in mente altre scrittrici e scrittori che hanno riempito i vuoti di figure evangeliche oltre i testi sacri come Elena Bono e Charles Péguy. Questi autori sono stati tra le sue letture?

«No».

Com’è nata l’idea che alcuni miracoli di Gesù abbiano avuto un’incubazione nei giochi e nei dialoghi infantili con sua madre?

«Ciascuno di noi porta dentro di sé un immaginario di famiglia. Le parole hanno significati carichi di fatti accaduti a noi, dentro la nostra storia di famiglia. Deve essere stato così anche per Gesù. Quante volte un bambino del tempo vedeva fare il pane in casa e lo vedeva spezzare per i forestieri e per i pasti in famiglia. Lo spezzare il pane è diventato per Gesù il gesto dei gesti. Gesto d’amore assoluto».

Perché sottolinea l’innocenza e la felicità di Maria «una madre che ha amato senza sapere»?

«Perché la vita non si lascia conoscere nel suo senso. Perché il male? Perché un figlio buono che viene ucciso come un delinquente? La domanda è di Maria e di qualsiasi genitore che viva questa esperienza o altre simili. Il teologo Dietrich Bonhoeffer scriveva che il concetto non biblico di senso va sostituito con il concetto biblico di promessa. È la promessa – dell’amore che non finisce – a rendere possibile la vita».

Non è un controsenso per una persona che ha due lauree?

«Studiare è un privilegio. Sono stata fortunata. Studiare è sguardo di comprensione sulla realtà. Gli occhi aperti servono a leggere le ingiustizie del mondo e a trovare strade per ripararle. Per quanto possibile».

Trova che nel mondo contemporaneo si dia troppa importanza al sapere, alla conoscenza, intesi come pretesa di controllare, di possedere il mistero dell’essere?

«Temo che il problema sia il contrario. Oggi si celebra l’ignoranza come un merito. Tremendo».

Sono i «puri di cuore», cioè i poveri in spirito, che «vedranno Dio»?

«Che lo vedono. Sì. Le beatitudini sono al presente. Loro, i puri di cuore e i poveri fin dentro lo spirito, i non arroganti, i non prevaricatori, oggi stanno vedendo Dio, nei poveri della terra, negli offesi dalla violenza».

È per questo che non frequenta i circoli letterari, i salotti, gli ambienti editoriali?

«In realtà sono timida».

Non frequenta nemmeno associazioni e movimenti religiosi, se ho capito bene…

«No, ma sono molto legata alla spiritualità ignaziana».

Ha scritto il suo primo romanzo a 50 anni. E prima?

«Ho letto molto e ho anche sempre scritto, in verità. A 50 ho mandato uno dei manoscritti al Premio Calvino e poi ho pubblicato. Ci vuol coraggio ad esporre la propria scrittura, fino a 50 non sentivo di averlo».

Chi sono i suoi autori di riferimento?

«Che leggo e rileggo: Marguerite Yourcenar e Maria Bellonci. E soprattutto Bonhoeffer».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«I ragazzi che si impegnano malgrado il mondo terribile che noi abbiamo costruito. Anche loro sono migliori di come vengono dipinti, sa?».

 

La Verità, 11 agosto 2019

 

«Dopo Renzi pubblicherei il libro di Salvini»

«Io e mio padre eravamo molto diversi. Lui un’intellettuale con tratti geniali, io un manager con interessi di economia. Lui sempre vissuto in Italia, io molto all’estero. Lui sedentario, io sportivo. Concordavamo su cosa fare, non su come farlo. Ci confrontavamo animatamente». 52 anni, un passato da dirigente in Lehman Brothers, figlio del primo matrimonio di Cesare De Michelis, gran giocatore di bridge e praticante di triathlon, fatica pura, da un decennio Luca De Michelis è amministratore delegato di Marsilio editori. Dal padre ha preso la lungimiranza operativa, la facilità nei rapporti e la predisposizione a lavorare in squadra. Marsilio ha chiuso il 2018 registrando 8 milioni di fatturato, ma grazie all’accordo con Feltrinelli voluto da Luca, il bilancio 2019 migliorerà notevolmente. Da un anno l’editrice è nella nuova sede, più moderna e ariosa, all’imbocco del Canale della Giudecca, dove sfilano yacht e vaporetti. Cesare De Michelis è morto il 10 agosto scorso a Cortina d’Ampezzo.

Che cosa le manca di più di suo padre?

«Forse la generosità, la più sottaciuta tra le sue tante doti. Quando discutevamo su come fare una cosa, spesso io concludevo: “Se vuoi farlo così, fallo tu”. Allora lui concludeva: “No, fallo tu”. Si tirava da parte, mostrando generosità verso Marsilio e la sua storia, oltre che verso di me. Mi mancano questo confronto, le sue intuizioni geniali, certi guizzi irreplicabili. Dopo aver a lungo ascoltato, quando ho capito che volevo fare l’editore, ho anche capito che non potevo farlo come lui, intellettuale e fondatore che incarna il marchio. Insieme a Cesare abbiamo immaginato come sarebbe stata Marsilio senza di lui».

Con più gioco di squadra?

«In un certo senso sì, anche se qualche volta decido da solo. Il rapporto con Emanuela (Bassetti, seconda moglie di Cesare De Michelis ndr) e il suo aiuto quotidiano sono fondamentali. Eravamo preparati a questa perdita e oggi seguiamo un percorso tracciato e condiviso».

Nel quale l’insegnamento di suo padre – «un editore non fa i libri che si vendono, ma vende i libri che si fanno» – è la stella polare?

«È un mantra che continua a guidare il nostro lavoro».

Vuol dire che non si parte dal mercato, ma lo si determina?

«Noi crediamo che la domanda di cultura sia sostanzialmente una domanda di identità. Un’identità che si crea sia per somma che per differenza. Chi siamo e a cosa apparteniamo ci diversifica da altre persone e da altre comunità».

Concretamente, parlando di libri?

«In Italia si legge poco, ma i festival sono pieni. Le mostre sono affollate, ma le stesse opere sparse non destano analoga curiosità. Questo significa che sono gli eventi a creare appartenenza. Credo che un editore moderno debba saper trasmettere questo senso di comunità. Per farlo, prima di tutto un’identità deve averla».

E Marsilio…

«Prova a essere uno specchio intelligente del tempo presente. Prova a costruire la casa un mattone alla volta, attraverso il dialogo tra gli autori, aprendo spazi di discussione. Più che inseguire i bestsellers c’interessa che ogni autore si esprima al massimo delle sue potenzialità».

In che cosa il mercato del libro deve cambiare?

«Migliaia di case editrici producono decine di migliaia di libri. Questa ricchezza è sintomo di vitalità, ma genera un intasamento in cui è difficile distinguere le cose buone da quelle meno buone. Da economista penso che l’eccessiva frammentazione non faccia bene. Qualche anno fa c’erano 8000 case editrici, oggi sono meno, ma temo sempre troppe».

Suo padre diceva che «se i piccoli restano piccoli è perché sono malati».

«L’orgoglio del “piccolo è bello” non gli piaceva. Premesso che l’identità è fondamentale, non sempre la microidentità è un valore. Anche le imprese culturali non sfuggono alla regola per la quale, per guidare il cambiamento, serve una dimensione minima. Credo che una selezione darwiniana sarà inevitabile. Si perderà una certa pluralità ma, da liberale, sono convinto che il mercato sia il sistema più affidabile e democratico».

Bisogna crescere per non morire?

«Nel Novecento il mercato era determinato dalle aree geografiche. Editoria e media erano un sistema integrato, chi pubblicava libri stampava anche giornali e viceversa. Oggi l’accesso al pubblico è definito dal canale prescelto. Con l’avvento di Internet, l’editore è diventato un’infrastruttura, come la telefonia e le autostrade. Basta guardare a ciò che sta avvenendo nel sistema audiovisivo con Netflix o al declino della carta stampata. Nell’editoria il processo è più lento perché il libro è una tecnologia con applicazioni diversificate. Ma anche qui il processo è avviato».

Dov’è più visibile?

«Pensi alle enciclopedie e ai dizionari, il cosiddetto reference. Da quando c’è Wikipedia nessuno è più disposto a pagare per conoscere il significato di un vocabolo. L’Enciclopedia britannica ha chiuso».

Perché gli italiani leggono meno di altri popoli?

«Abbiamo una diversa cultura del commuting (pendolarismo ndr) rispetto, per esempio, al mondo anglosassone. Preferiamo raggiungere il posto di lavoro in auto, in Gran Bretagna si usano più treni e metropolitane. Non so quanto, ma credo che questo incida. La seconda motivazione è storico-culturale. Fino a 60 anni fa in Italia il tasso di analfabetismo era elevato; quando è arrivata l’alfabetizzazione è arrivata anche la televisione. Infine, il sistema scolastico ha le sue responsabilità».

A che cosa si deve il vostro incremento di vendite del 65% nei primi mesi del 2019?

«In gran parte all’ottima resa dell’accordo stipulato un anno e mezzo fa con Feltrinelli. Dopo la perdita di Cesare, con l’aiuto di Emanuela Bassetti abbiamo definito le linee dei singoli settori grazie agli innesti di Ottavio Di Brizzi per la saggistica e di Chiara Valerio per la narrativa italiana, e al lavoro di Francesca Varotto per la letteratura straniera, di Rossella Martignoni per l’editoria d’arte e di Jacopo De Michelis per i gialli. La piattaforma di Feltrinelli ha permesso che questa squadra rendesse al meglio».

È sbagliato dire che avete respinto Mondadori per finire in braccio a Feltrinelli?

«Mondadori ha scelto di cedere Marsilio e Bompiani dopo un provvedimento dell’Antitrust. A quel punto abbiamo riacquisito Marsilio e abbiamo trovato un altro partner che ci consente di perseguire il nostro progetto; progetto sul quale, questo partner, ha ritenuto a sua volta d’investire».

Nel 2020 scenderete al 40% delle azioni e Feltrinelli salirà al 55: timori?

«No, perché c’è grande complementarità. L’identità di Marsilio è un valore per noi e per loro. Non vedo pericoli di omologazione, siamo stati 16 anni in Rcs rafforzando la nostra identità».

Quanto incide il fatto di essere una casa editrice con sede a Venezia?

«Venezia offre opportunità che altri luoghi non consentono. Basta pensare a quello che succede qui nel mondo dell’arte. O alla presenza della Biennale e di tutti gli enti pubblici e privati, dall’università al museo Peggy Guggenheim, promotori di eventi di risonanza mondiale. Tutto questo fermento crea le condizioni per lo sviluppo di un polo editoriale eccentrico rispetto a quello milanese. Venezia, capitale di cultura internazionale è un patrimonio da coltivare con sempre maggior convinzione».

Un grande editore è più un manager attento al marketing, un uomo di rapporti, un talent scout o un organizzatore visionario?

«Io m’impegno come caposquadra per dare coerenza al gruppo di intelligenze e di talenti che lavora con me. Costruendo e consolidando il patrimonio di relazioni e il rapporto con il territorio. La funzione del manager è principalmente risolvere i problemi quando si presentano. Anche se ai miei collaboratori non piace tantissimo quando dico che non esistono problemi, ma solo opportunità».

Che idea si è fatto del caso Altaforte-Salone del libro?

«Penso che sia stata una polemica sciocca. E che una volta di più avrebbe dovuto valere la famosa massima di Voltaire. Credo che la libertà di espressione sia irrinunciabile soprattutto per un Salone del libro. Detto questo, la polemica è stata uno spot pubblicitario, senza con questo intendere che sia stata cercata».

Oggi ripubblicherebbe Il sesso in confessionale, il primo saggio che nel 1973 superò le 100.000 copie e vi diede notorietà internazionale?

«Oggi sarebbe datato. Tendenzialmente sono favorevole alle pubblicazioni che rompano la cultura del politically correct invisa al grande pubblico. Ma mi sembra che quel tipo di editoria provocatoria che allora era un valore, abbia perso un po’ di mordente».

C’è un libro che avrebbe voluto pubblicare e non ci è riuscito?

«Non stravedo per la figura dell’editore predatorio. Al contrario sono molto felice quando pubblico un libro di cui non condivido nulla. Credo che il lavoro di editore sia anche dare voce a posizioni che meritano di essere rappresentate anche se non ti appartengono».

Quindi, dopo il libro di Matteo Renzi, pubblicherebbe anche un libro di o con Matteo Salvini?

«Certo, lo pubblicherei a patto che non fosse un testo di propaganda e di slogan, come sono spesso quelli firmati da esponenti politici. Un libro nel quale Salvini illustrasse in modo compiuto la sua visione politica lo pubblicherei senza puzza sotto il naso. Aiuterebbe a capire di più il nostro tempo».

Altri libri che vorrebbe avere in catalogo?

«Mi sarebbe piaciuto essere l’editore della saga di Harry Potter, più per divertimento che per altro. Mentre non sarei stato interessato a quella delle varie sfumature colorate. Trovare il bestseller è anche fortuna, ma la si può aiutare, com’è accaduto con i gialli di Stieg Larsson».

A differenza di suo padre che ha giurato a Stefano Lorenzetto di non averla, lei ce l’ha la psiche?

«Probabilmente sì, quello di mio padre era un paradosso. Ce l’aveva anche lui, la psiche. Come dimostra la sua predilezione per certi autori, che non rivelerò».

 

La Verità, 16 giugno 2019

«Insegno a scrivere con l’aiuto di Brian Eno»

Giulio Mozzi è nato a Camisano Vicentino nel 1960 e vive a Padova. Dopo il liceo, grazie a un corso per dattilografi, è entrato in Confartigianato. Nel 1989 si è fatto assumere come magazziniere alla Libreria internazionale Cortina. Dal 1993 ha iniziato a tenere corsi di scrittura creativa. In quello stesso anno ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti. Nel 1996 La felicità terrena è finalista al premio Strega. Dal 1997 la scrittura e «attività collegate» diventano la sua professione. È stato consulente di importanti case editrici, da Theoria a Einaudi, attualmente lo è di Marsilio. Ha fondato Vibrisselibri, bollettino di letture e scritture online, creato la Bottega di narrazione e scoperto o consacrato alcuni tra i maggiori talenti narrativi degli ultimi anni (tra loro Tullio Avoledo, Leonardo Colombati, Vitaliano Trevisan). Su YouTube si trovano sue lezioni e bizzarri video come Tutta la verità su Giulio Mozzi, 90 secondi in cui scorrono avvertenze e titoli di coda senza che si veda un’immagine o si legga una nota biografica.

Siccome a volte risponde con un’altra domanda, intervistarlo è un gioco enigmistico, una caccia al tesoro con tante retromarce. Come lo è la lettura di Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, sagace saggio, appena pubblicato da Sonzogno, sull’arte della narrazione, e composto da 200 massime stampate in grassetto sulla pagina di destra e brevemente spiegate su quella di sinistra.

Perché il suo libro non ha le pagine numerate?

«Perché sarebbe stato brutto da vedere. Il suo modello non sono altri libri, ma un mazzo di carte».

Com’è nata l’idea?

«Un giorno, sul treno diretto a Venezia per andare in Marsilio, riflettevo sul fatto che per le mie lezioni uso le Strategie oblique di Brian Eno e Il piccolo libro delle risposte di Carol Bolt. Sono curiosi manuali i cui suggerimenti, anche se non immediatamente utili, fanno pensare. Perché non fare qualcosa del genere per la letteratura di narrazione? mi son detto. In casa editrice Patricia Chendi mi ha subito incoraggiato. La sera a casa, in un’unica sessione di lavoro, ho buttato giù 170 pagine di massime».

Senza sbirciare le Strategie oblique?

«Tutt’altro. Per coerenza, ho pescato dal mazzo e mi è uscita questa carta: “Preparazione lenta… esecuzione veloce”. La mia preparazione sono 25 anni di scuola di scrittura e le massime sono uscite in poche ore. Quanto più sono “vuote”, tanto più sono versatili. Il segreto è nel fatto che il lettore si accosta con atteggiamento confidente a un gioco che mette in moto l’immaginazione».

L’Oracolo manuale serve per incoraggiare o per dissuadere alla scrittura?

«Serve per mettere alla prova. Poi è il lettore, potenziale scrittore, a decidere».

Non sono troppi gli scrittori o aspiranti tali in circolazione?

«Qual è il criterio per determinarlo? L’incremento nel numero dei lettori e degli scriventi è una conseguenza dell’alfabetizzazione universale. Se qualcuno pensa che sia un male sono problemi suoi».

Ci sono quasi più scrittori che lettori in Italia.

«Li ha contati? Se no, è una supposizione priva di sostanza».

Ha sostanza il fatto che pile di libri restino intonsi negli scaffali e che l’Italia abbia un indice di lettura tra i più bassi d’Europa?

«Sono problemi dell’industria editoriale non degli scrittori».

Quanti vivono davvero di scrittura?

«Non conosco le dichiarazioni dei redditi dei miei colleghi. Tanti vivono di attività connesse, io per primo. Non è scritto da nessuna parte che la scrittura debba essere una professione di cui campare. Ha senso che lo sia per i giallisti, gli autori di noir o di fantascienza, per altri generi ce l’ha di meno».

Le scuole creano scrittori d’allevamento?

«Bisognerebbe prendere un po’ di libri scritti da persone passate per le scuole e vedere se è davvero così».

Secondo lei?

«Non lo so perché è un lavoro che non ho fatto. Si dovrebbero considerare i libri scritti, non solo quelli pubblicati, perché su questi interviene il lavoro degli editori».

Ho condiviso un tweet che diceva: «Sono l’unica persona che conosco che non ha scritto un libro e non si è fatta un tatuaggio»: meglio un brutto libro scritto in meno e un bel libro letto in più?

«Il fatto che ci siano i divorziati non significa che sia insensato innamorarsi. Quanta gente ogni giorno cucina per sé, per la famiglia, per gli ospiti senza essere uno chef? Togliamo alla scrittura l’aurea che l’avvolge, è una cosa normale come cucinare o fare due chiacchiere al bar. Dopo di che ogni scritto avrà la circolazione che si merita. L’industria deve selezionare e pubblicare opere belle o di successo per pagare gli stipendi. Meglio ancora se sono sia belle che di successo».

Come le venne l’idea di creare una scuola di scrittura nel 1993?

«Me lo chiesero quelli del circolo Arci Lanterna magica, non ci avevo pensato io. Sono il rampollo di una famiglia colta, ho sempre parlato italiano e scritto bene. A scuola la principale differenza tra chi scriveva bene e chi male era il reddito, ma gli insegnanti dicevano che la scrittura è un dono, c’è chi ce l’ha e chi no».

Invece, non è un dono?

«Sì, della cultura di famiglia e del reddito. Sono figlio di biologi, non di letterati. Siccome la scuola ha abdicato a questo compito, bisognava che qualcuno se lo assumesse. Da quando ho iniziato a insegnare le cose sono cambiate e anche la scuola è tornata a preoccuparsi della scrittura».

Quanto sono determinanti le radici e il posto in cui si nasce?

«Mi ricordo bambino, seduto sul tappeto del salotto di casa a Sottomarina di Chioggia. I miei genitori leggevano il Corriere della Sera, Epoca e Grazia, mio fratello maggiore il Corriere dei piccoli, mia sorella Michelino e io Miao. La televisione arrivò tardi, ascoltavamo molta musica e la mia aspirazione era crescere per cominciare a leggere Michelino, poi il Corriere dei piccoli…».

Come scopre talenti letterari?

«Le racconto un aneddoto. Il 30 aprile 1988 lavoravo ancora in Confartigianato ed ero a Roma per un convegno. Un pomeriggio libero entro in una libreria e m’incuriosisce un libriccino di poesia: l’autrice è romana ed è nata nel 1970, perciò ha pubblicato quei versi a 17 anni. Vado alla Sip per consultare la guida telefonica trovando che in città solo otto persone hanno il suo cognome. Dopo un’ora sto bevendo il caffè offerto dalla madre. Lei rincasa poco dopo, è stata dalla parrucchiera per prepararsi al diciottesimo compleanno per il quale la zia le ha regalato quella pubblicazione da un editore a pagamento. All’inizio è diffidente davanti a un estraneo piombato in casa… Ma da lì comincia un rapporto epistolare che dura tuttora, migliaia di lettere. Lei è Laura Pugno, poetessa e scrittrice entrata nella cinquina del Campiello e direttrice dell’Istituto di cultura italiana di Madrid. Queste vicende mi appagano».

Perché?

«Perché quando leggo qualcosa di bello mi appassiono e cerco di stabilire un rapporto. Non mi sono mai particolarmente emozionato per la pubblicazione dei miei libri, ma la prima volta che ne ho preso in mano uno che avevo patrocinato mi sono fatto un pianto».

Cosa intendeva dire quando, intervistato da Pangea, ha confessato che la sua migliore qualità «è aver smesso di scrivere»?

«I giocatori d’azzardo più abili sono quelli che sanno fermarsi al momento giusto. Negli anni precedenti avevo pubblicato molti racconti e mi sembrava di aver finito. Così mi sono cimentato con altri generi».

Come in 10 buoni motivi per essere cattolici?

«Sì. Dopo una conversazione con una persona che, pur professandosi cattolica praticante, sosteneva che la Chiesa non annunciava la resurrezione della carne, con Valter Binaghi – già autore di Re nudo, convertito e grande amico – abbiamo deciso di scrivere questo libello. Avevamo realizzato che il cristianesimo è la religione più sconosciuta d’Italia».

Coraggiosi, chissà che reazioni.

«Un po’ di rumore e qualche discussione con Michela Murgia».

I romanzi che restano nascono da una tecnica o da esperienze forti, conflitti, solitudini, ossessioni?

«Rispondo a una domanda che non mi ha fatto: la tecnica è insegnabile e può essere oggetto di un’attività didattica, tutto il resto è educabile e può essere oggetto di una pedagogia».

La pedagogia c’entra con l’essere, la didattica con l’esercizio.

«Il lettore di romanzi dà credito a una storia che sa essere inventata. L’autore di romanzi dà credito a una storia che inventa o almeno trasfigura».

Qual è la sua diagnosi sullo stato di salute dell’italiano?

«Ogni lingua evolve. La natura sintetica della lingua italiana è stata stabilita attraverso atti di governo. Mentre constatiamo che c’è un’osmosi interessante tra italiano e dialetto, la capacità di assorbire le lingue di chi viene in Italia – romeni, albanesi, asiatici – è piuttosto ridotta».

In compenso, grazie alla tecnologia e alla pubblicità, ormai parliamo tutti l’italenglish.

«Che nell’italiano entrino parole di altre lingue non è né un bene né un male, ma un dato di fatto. Poi c’è il gusto personale, per il quale io stesso tendo a sfrondare – francesismo – certi neologismi di uso comune e di scarsa efficacia. Ma non si possono fare leggi per impedire l’uso di parole straniere. Alessandro Manzoni parlava in milanese e in francese, ma la lingua in cui scriveva era un’altra. Possiamo accusarlo di aver contribuito alla distruzione del lombardo perché scriveva in una lingua inventata da lui con influssi di fiorentino?».

Quali sono gli ultimi grandi romanzi italiani?

«Direi Il quinto evangelio di Mario Pomilio, da poco ripubblicato, Tanto gentile e tanto onesta di Gaia Servadio, primo romanzo postmoderno scritto in Italia, e La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi, romanzo resistenziale teologico di 800 pagine. Li prediligo per l’innovazione formale e per la potenza della storia. Sono estranei al canone novecentesco, ma questo non è un problema mio».

 

La Verità, 28 aprile 2019

«Io, cavaliere errante dei libri, cerco uno scudiero»

Per Ferruccio Mazzariol le definizioni si rincorrono. Il cavaliere errante dei libri. L’editore sognatore. Il romantico della letteratura. Il libraio gentiluomo. Ognuna fotografa un tratto di questo fresco ottantenne, solito al baciamano alle signore, umile, elegante e sommesso affabulatore, in possesso di una scrittura densa di consapevolezza ma giocosa di forma, dotata di funambolica aggettivazione. Una prosa riposante e terapeutica come le acque dei fiumi di quassù, il Sile soprattutto, e la prediletta Piave: sì, al femminile, materna e feconda, come da coniugazione locale.

Anche la sua creatura, la Santi Quaranta di Treviso, l’Adelphi del Nordest – altra definizione coniata per l’editrice frutto di un miscuglio di autori triveneti e mitteleuropei, di una cura artigianale, dell’opera dello stampatore scovato a Vago di Lavagno (Verona) – sta per scollinare un anniversario importante, il trentesimo, forte di 200 titoli e circa 700.000 copie vendute quasi porta a porta. È la piccola epopea che ha tenuto a galla una scialuppa tra le onde dei grandi marchi editoriali, ma che ora è giunta a un punto di svolta decisivo.

Ho letto da qualche parte che sta cercando un erede cui cedere le redini: sono venuto per dissuaderla.

«Ma sono così bravo io?».

E me lo chiede?

«Sì, perché non sono stato capace di creare un’équipe che poteva sostituirmi. Ho dei limiti, più che un intellettuale sono solo un gran lettore che voleva unire la tradizione orale veneta alla letteratura ispirata dall’umanesimo cristiano. Non mi sono aggiornato dal punto di vista tecnologico. La tenuta di Santi Quaranta è legata al cavaliere errante dei libri: sono andato di paese in paese a portare i frutti del mio lavoro. Non c’è nessun editore, né grande né piccolo, che abbia tanti punti vendita nel Triveneto come noi. Ma così ho finito per privilegiare i libri del territorio, non i più importanti. Le faccio un esempio…».

Prego.

«Sabato scorso mi ha telefonato il direttore del Centro culturale San Carlo di Milano per informarsi su Lettere a Olga di Vaclav Havel, un testo fondamentale dell’ex presidente ceco. Quest’estate vorrebbe farne leggere dei brani in piazza Duomo e mi ha chiesto se ho in mente di ripubblicare il libro. Capisce? Credeva fosse esaurito. Invece ne abbiamo ancora diverse copie. Il nostro catalogo è ricco di perle, ma non riusciamo a promuoverle».

Urge entrare nell’era digitale e nel marketing moderno.

«La vendita online è tutta da sviluppare, il mio sistema ha fatto il suo tempo. Anche perché sono tra i pochi che pagano i diritti d’autore e non pubblicano a pagamento. Le entrate vengono solo dalle vendite e i distributori vogliono anche il 60% dell’incasso».

Ci vuole il collaboratore giusto?

«Il sito c’è, ma serve chi sappia manovrarlo».

Come nacque Santi Quaranta?

«Avevo tentato di evitare la chiusura di Città armoniosa, la casa editrice di Reggio Emilia per la quale traducevo i grandi francesi. Aveva un catalogo pregiato, ma i soci litigavano. Una volta venduto il magazzino, ci dividemmo gli incassi. Città armoniosa si rimise in sesto per un po’, ma poi chiuse, mentre io cominciai a chiedermi perché dovevo vendere i libri degli altri».

Da qui all’idea della sua etichetta il passo fu breve?

«Mica tanto. Non volevo creare un’editrice clericale e musona, ma una casa che avesse la genuinità delle focacce e dei vini veneti. Perciò era importante la narrativa: credo sia lo strumento più rivelatore della condizione umana, più ancora della teologia. A quel punto c’era il problema del nome».

Risolto come?

«Con il sociologo Ulderico Bernardi e l’editore e amico Giampaolo Picari scegliemmo Santi Quaranta, dal nome di una delle porte delle mura trevigiane. Mi convinse la storia dei martiri di Sebaste che nel 320 morirono perché non si piegarono all’imperatore romano: c’era l’indipendenza dal potere. Nel XVI° secolo la porta fu aggiornata dai dogi veneziani e vi comparve il leone di san Marco: c’era l’identità; che io interpreto come veicolo di cultura e di lingua».

Un’editrice periferica?

«Una casa testimone delle piccole patrie dell’Alpe Adria, animate dal brio e dall’operosità dell’umanesimo cristiano».

Nel Paese dei gelsi si autodefinisce «ambulante libraio».

«Siamo nati in aprile, ma il primo libro, Il prete selvatico di Pasquale Maffeo, esce nel novembre 1989, mentre cade il muro di Berlino. Quando pubblico Il paese dei gelsi, il mio amico panettiere Floreno Paro, mi compra 100 copie, due milioni di vecchie lire. Poi comincio a battere le librerie e le edicole della Marca, cavaliere errante locale. Il primo successo arriva con La poltrona di midollina di Giuliana Gramigna, nipote di Mario Borsa già direttore del Corriere della Sera. Gaetano Afeltra ne scrive sul quotidiano di via Solferino e nel 1993 il libro della Gramigna è il più venduto a Milano».

L’ambulante libraio?

«Nell’estate del 1994 batto i posti citati dalla Gramigna, mete di vacanza dei milanesi. Partivo alle tre del mattino del lunedì: passo del Tonale, passo dell’Aprica, Valsassina, Barzio, Tirano, Bormio; tornavo passando da Bergamo, Brescia, Edolo. Lasciavo i libri in deposito. Conoscevo tutti, ma la sera mangiavo due gelati. Sono andato a Viareggio, nelle valli dell’Alto Adige, al Lido di Venezia».

Quando arriva la svolta?

«Nel 1994 a una presentazione di Il pane negato di Minnie Alzona si fa avanti Elio Gioanola, un professore di lingua e letteratura italiana all’università di Genova: “Avrei un libro con due racconti”. Lo intitolo La grande e la piccola guerra. L’anno dopo Sebastiano Vassalli lo seleziona nel terzetto dei finalisti del premio Chiara. Gli altri due sono Ritratti di signora di Elisabetta Rasy, pubblicato da Rizzoli, e La paura del cielo di Fleur Jaeggy, moglie di Roberto Calasso, edito da Adelphi. In confronto siamo una caravella. Il vincitore viene decretato da una giuria popolare di 200 lettori, 100 della Prealpina di Varese e 100 del Corriere del Ticino di Lugano. Quando arriviamo a Varese, Alessandra Casella pronostica: “Vincerà Gioanola”. E così va, con gran sorpresa generale. Ne parlano tutti i giornali: chi è questo editore sconosciuto che ha battuto Rizzoli e Adelphi?».

È l’Adelphi del Nordest, giusto?

«Un po’ sì, un po’ no. In certe nostre opere si affaccia la densità di Adelphi, e anche la raffinatezza estetica compete con la casa milanese. Però Santi Quaranta non ha influenze esoteriche, ma una linea popolare, guareschiana, radiosa, come attestano i libri di Amedeo Giacomini, di Bernardi, il mio Paese dei gelsi, la collana dei Ciclamini nella quale si mischiano poesia e antropologia. Poi ci sono le opere di Elio Bartolini, già sceneggiatore di Michelangelo Antonioni e autore Mondadori e Rusconi».

Come pesca gli autori?

«Mi arrivano molti dattiloscritti, ma alla seconda riga tanti saltano. Insieme alla fabula dev’esserci la profondità, ma senza intellettualismi. Ultimamente pubblico più stranieri che scrittori del Nordest».

Come arriva a Theodor Fontane, Antoine de Saint-Exupéry, René Girard, Havel?

«Conosco Alessandro Spina, un imprenditore cattolico amico di Cristina Campo e autore Rusconi. Recensisco Il giovane maronita per L’Osservatore romano, lui mi invita a cena a Venezia e diventa mio suggeritore. Per l’uscita di Infanzia sul Baltico di Fontane, Franco Cordelli fa un paginone sul Corriere».

Havel?

«Su Russia cristiana (poi L’altra Europa ndr) leggo un saggio sulla sua autobiografia, L’uomo al castello. Angelo Bonaguro, il suo traduttore, mi dice che quel volume è tradotto ovunque, ma non in Italia. La mia redattrice, Alessandra Poletto, riesce a contattare la segreteria di Havel e pubblico L’uomo al castello. Antonio Troiano, capo della cultura del Corriere, vuole conoscermi. Vado a Milano e lui mi accoglie festante; pensavo per Havel, invece mi fa: “Grande Antonio Russello…”».

Una delle vostre scoperte?

«Più una riscoperta, a scoprirlo era stato Elio Vittorini, ma poi avevano litigato. Russello era un anarco-cristiano siciliano trasferitosi in provincia di Treviso. Abbiamo ripubblicato tutta la sua opera che in certe cose anticipava quella di Leonardo Sciascia».

Perché molti suoi autori sono sconosciuti?

«Nei giornali e nelle tv domina la cultura radicale. Di rado qualche nostro scrittore riesce a bucare la nebbia, ma in generale comandano certi sacerdoti laici».

Per esempio?

«Nel Novecento il gran cerimoniere è stato Elio Vittorini, divenuto antifascista dopo esser stato fascista e filonazista. Nell’ottobre del 1942, quando Hitler convocò a Weimar gli scrittori europei, fu lui a guidare la delegazione italiana. Dopo l’ingresso nel Pci scrisse Uomini e no: gli uomini erano gli antifascisti di sinistra tutti gli altri no. Respinse Il gattopardo perché considerato reazionario, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, Guido Morselli, Russello e lo stesso Bartolini. Quella discriminante vale ancora».

Come giudica il sistema dei premi?

«Coinvolgono grandi interessi… Allo Strega non sempre esce la pallina migliore dell’urna. Nell’ultimo decennio ha vinto sempre Mondadori con le sue affiliate. Spesso sono libri che illudono. Salverei il Campiello, nato in opposizione al Viareggio, oggi declinante».

Tre grandi romanzi italiani del Novecento.

«La casa d’altri di Silvio D’Arzo, Il partigiano Johnny di Fenoglio e L’isola di Arturo di Elsa Morante».

I grandi romanzi veneti?

«La gloria di Giuseppe Berto, Il viaggio in Italia di Guido Piovene, anche se non è un romanzo, Pontificale in San Marco di Bartolini».

E Un altare per la madre di Ferdinando Camon?

«Giusto, grandissimo: lo metterei tra i migliori italiani».

Libri ora in lettura?

«La rivoluzione culturale nazista di Johann Chapoutot e Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf».

Concludiamo con un pensiero?

«Salviamo Santi Quaranta e portiamola nel Terzo millennio».

 

La Verità, 31 marzo 2019

«La globalizzazione è l’era della solitudine»

«Ho preso casa qui, nel quartiere di mia madre e dei miei nonni. È quasi un paese, un villaggio. Vede quel negozio? Può esistere solo a Fiera». A Treviso, Fiera è il posto dei bambini perché tutti gli anni, in ottobre, arrivano le giostre, si chiamano ancora così. Il «negozio» che indica Francesco Targhetta è una stanza spoglia davanti a una parete con qualche pacchetto di sigarette, nient’altro. Accendini, sigari, tabacco, caramelle, fazzoletti di carta, giornali, bibite, quaderni, penne neanche l’ombra. Un angolo di dopoguerra sopravvissuto finora. Trentanove anni, insegnante di liceo, esordio come poeta, Targhetta ha una predilezione per i contrasti, le sacche di desolazione del turbocapitalismo, la solitudine in piena globalizzazione. Nel romanzo Le vite potenziali (Mondadori), premio Giuseppe Berto e secondo classificato al Campiello, narra di tre amici, protagonisti di una piccola epopea nel mondo dell’informatica. Ma ciò che spicca sono gli stati d’animo, certe atmosfere umbratili rese con intuizioni fulminanti. Come quella usata per descrivere un senso di smarrimento dopo una domanda rimasta in sospeso: provocò «la stessa sensazione che si prova dopo aver lanciato un boomerang e averlo perso di vista».

A fine marzo Mondadori ripubblicherà Perciò veniamo bene nelle fotografie, insolito romanzo in versi di qualche anno fa.

Come si diventa poeti nella periferia di Treviso?

«Credo sia più facile scrivere versi da posti magari non belli, ma vivi. È più difficile scrivere in contesti da cartolina o di armonia sociale. La poesia nasce da una forma di ribellione e indignazione, un po’ come tutta l’arte».

Perché è passato al romanzo?

«Avevo scritto un romanzo in versi, forma abbastanza insolita, su un gruppo di studenti fuori sede a Padova. Il romanzo è più adatto a raccontare una storia complessa e articolata».

Come mai un insegnante ambienta un romanzo nel mondo dell’informatica?

«Ritengo interessante che gli scrittori raccontino mondi altri, che non scrivano sempre di sé».

Gli scrittori non scrivono sempre di sé anche sotto mentite spoglie?

«Un po’ è inevitabile. Anzi, quando ci si maschera è più facile lasciarsi intravedere».

È la cosiddetta autofiction?

«Un tempo non era così, ma oggi le vite degli scrittori sono particolarmente noiose, la mia di sicuro. Perciò devo andare per forza alla ricerca di qualcos’altro. Ho voluto conoscere un mondo diversissimo dal mio».

Esiste la Silicon Valley del Nordest?

«È una sintesi giornalistica. Non mi sembra che il polo scientifico e tecnologico di Marghera, possa definirsi tale. Ci sono alcune aziende disseminate che però non formano un distretto compatto».

È un Nordest compiuto, ma sempre dipendente da altri centri?

«I clienti dell’azienda, i grandi marchi sono altrove. I personaggi sono costretti a spostarsi, com’è naturale per qualsiasi consulente».

La periferia consente di godere di una migliore qualità della vita attingendo al centro quando è necessario, senza subirne i condizionamenti?

«Io non riuscirei a vivere altrove. La provincia dà il tempo e lo spazio che mancano nelle grandi città. Ne ho bisogno per vivere e anche per scrivere. Poi, certo, ha i suoi abissi, l’inquietudine di un luogo dove succedono meno cose. Però questo stimola la creatività; se succedono meno cose forse puoi farle succedere tu».

Cita le vie, le piazze: perché tanta attenzione alla toponomastica?

«Ho la passione per i nomi dei luoghi. Ce ne sono di poetici, a Marghera Via dell’Elettrotecnica o Via dell’Azoto, che costeggia il canale industriale ovest, sono già poesia, non serve metterla in versi. Oppure la tautologia del paese che si chiama Paese fuori Treviso, o del lago che si chiama Lago».

Quella che racconta è una storia di tradimento di un’amicizia?

«È il motore narrativo del libro».

Il tradimento dell’amicizia è più grave di quello dell’amore? L’amore ha a che fare con un sentimento primordiale che si confronta con la tentazione, nell’amicizia la tentazione non c’è.

«Non ci avevo pensato. Nel contesto di competizione esasperata attuale le tentazioni sono altre. La fedeltà dell’amicizia non è più scontata. Viviamo vite schizofreniche, continuamente rivoluzionate: mantenere qualcosa che duri è complicato».

Parlando di Luciano, la persona in cui più si riconosce, scrive: «Ci sono persone a cui neanche una volta capita nella vita di essere amate».

«L’esclusione dall’amore è un tema che mi sta molto a cuore. È una condizione che riguarda un numero crescente di persone. Di cui però non si parla mai, perché sono vite che hanno poco di romanzesco, in cui non succede niente. È un’esclusione subita, non scelta. Una manifestazione del processo di atomizzazione in atto».

Le vite potenziali sono quelle permesse dalla rivoluzione digitale e dalla realtà virtuale?

«Sono le vite che si sovrappongono a quella presente. Internet ci fa essere qui e ora, ma al contempo altrove in un altro momento. Non sono le vite alternative delle sliding doors, ma le vite che si sommano a quella che stai conducendo. Ora sono qui, ma prima ho inviato una mail alla quale intanto mi hanno risposto, quindi sono anche lì».

Sono potenziali anche le vite di una generazione che stenta a rischiare fino in fondo?

«Direi di no. Le vite potenziali sono transgenerazionali. Un mio amico che lavora in Confindustria mi diceva che oggi vengono considerati più positivamente i curriculum con tante esperienze lavorative brevi piuttosto che quelli con poche e di lunga durata. Uno che ha cambiato più lavori ha visto più cose, fatto più esperienze, è più elastico».

Anche se a volte, come scrivi, avendo marce in più le ingranano a caso?

«Esatto».

Anche quella dei figli nella pancia delle due ragazze sono vite potenziali?

«Rappresentano l’unico spiraglio di speranza del libro».

Fuori dalla casa di famiglia di Alberto un cartello recita: «La vita è di Dio, l’aborto è contro Dio». Anche gli aborti sono vite potenziali?

«Da ricercatore universitario ho curato un libro del poeta Corrado Govoni intitolato Gli aborti. È una parola che m’insegue… Da ipotetico padre non saprei quali reazioni avrei. Ho una posizione libertaria, che difende la libertà di scelta».

Se non sono vite potenziali quelle dei feti abortiti…

«Sicuramente lo sono, non c’è dubbio. Abbiamo scelto questo titolo perché in sociologia l’aggettivo potenziali descrive l’evoluzione della contemporaneità, il cambiamento».

Vede solo lati positivi nella globalizzazione?

«No. Gli aspetti negativi sono l’aziendalizzazione delle nostre vite e il consumismo dilagante. Certe formule applicate alla sfera privata. Basta pensare alle app di appuntamenti in cui esaltiamo le nostre caratteristiche e qualità come fossimo merce in vendita».

Scrivendo un romanzo su un’azienda informatica ha dovuto misurarsi con l’anglo-italiano.

«Alla fine è un gergo, come ce l’ha ogni mestiere. L’informatica è zeppa di anglismi, ho cercato di limitarli. Mi sembrava una bella forma di attrito quello fra la lingua della letteratura e questo gergo».

Oggi i trentenni dicono «un giorno spot» anziché «qualsiasi», e «scegliamo random» anziché «a caso». Stiamo perdendo l’italiano?

«Anche “spoilerare” anziché “rovinare il finale”. Le peggiori sono le espressioni adattate in italiano. Negli ultimi anni la nostra struttura lessicale si sta restringendo, mentre la nostra lingua è molto più ricca di vocaboli. Ma per esempio gli studenti ne usano sempre meno. Per una sorta di compensazione ho voluto inserire parole desuete e da cercare nel vocabolario, per mostrare le potenzialità dell’italiano».

Appunto. Un’altra particolarità sono i periodi fluviali, un rischio se non sono ad altissima definizione.

«Questo è un aspetto a cui tengo molto. È un’altra compensazione rispetto alla frammentazione del mondo che racconto. La mia risposta è questo periodare lungo ed esteso: voi avete i codici e i numeri, io ho le subordinate. Nelle scelte linguistiche e sintattiche c’è il mio stile, la mia risposta polemica alla tecnica».

Ha avuto dei maestri locali?

«Maestri è una parola che non mi piace. Modelli invece sì. Per la poesia Guido Gozzano e Elio Pagliarani. Per la prosa Luciano Bianciardi».

L’ultimo libro letto?

«Turbulence, un libro di racconti a partire da voli aerei, di David Szalay, uno degli scrittori più talentuosi delle nuove generazioni. Uscirà in ottobre da Adelphi».

L’ultimo film?

«Suntan, un film greco con un personaggio houellebecqiano».

Houellebecqiano.

«Michel Houellebecq è uno dei miei autori preferiti. Per me il suo libro migliore è il primo, Estensione del dominio della lotta, protagonista un informatico».

Se Houellbecq fosse italiano come lo tratteremmo?

«Continuerebbe a vendere bene, come già accade. Forse s’imbatterebbe in forme di ostracismo e di pregiudizio ideologico nella stampa e tra i colleghi. È un tipo di intellettuale dissidente, anarchico e conservatore, cui la Francia è più abituata. Da noi questi autori hanno sempre faticato a emergere. Basta pensare a Curzio Malaparte».

Il politicamente corretto influenza la nostra letteratura e la nostra editoria?

«Influenza le vendite e le classifiche più che la letteratura. I veri scrittori continuano a scrivere quello che vogliono, anche se hanno poca visibilità e facilità di vendita».

Il prossimo libro?

«Ci vorranno quattro o cinque anni, sono lento. Con la scuola, scrivo solo d’estate. L’idea è chiara in testa, sto iniziando a documentarmi. Come dice Ian McEwan, tra un libro e l’altro si deve diventare persone leggermente diverse. Quindi val la pena aspettare».

Che cosa le preme maggiormente trasmettere ai suoi studenti?

«Credo che dobbiamo imparare a non reagire al dominio della tecnologia solo con le emozioni. Ma dobbiamo cercare di recuperare il pensiero critico e la capacità di riflessione e di analisi».

 

La Verità, 26 febbraio 2019