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«Io, come Boccaccio, esploro l’animo di Dante»

C’è una scena in Dante di Pupi Avati in cui tutto si ferma. Il poeta è ancora ragazzo e sta seguendo Beatrice per le vie di Firenze, nove anni dopo averla vista la prima volta. Svoltato l’angolo di una chiesa, lei si arresta lasciando sfilare le due monache che l’accompagnano, e rimane sola. Dante la spia sbucando dal muro. Allora lei si volge, lentamente. E gli dice: «Vi saluto». È la scena che irradia tutto il film. È lo sguardo che rapisce per sempre il cuore del Sommo Poeta. Che lo cambia. E, di conseguenza, cambia la storia della letteratura mondiale. Uno sguardo. «In questo periodo, nei miei incontri pubblici», racconta Avati, «chiedo spesso alle donne se non abbiano un po’ di nostalgia per un mondo in cui occorrevano nove anni perché una ragazza si girasse per dare un cenno di assenso al suo corteggiatore». La gratitudine che il regista esprime nei confronti dell’autore della Divina Commedia con questo film può coinvolgere chi andrà a vederlo al cinema.

Chi è Dante Alighieri per Pupi Avati?

«È il livello più alto della poesia e della sacralità. Della poesia per la dismisura che ha dispiegato già quando realizzò il prosimetro nella Vita nova. Un componimento al quale si accinse all’indomani della morte di Beatrice, ripromettendosi di scrivere un’opera imperniata su una donna, dicendone “ciò che non fu mai detto di alcuna”. La Vita nova, alla quale nelle scuole nemmeno si accennava, è la password per accedere al mondo dantesco».

E rispetto alla sacralità?

«Ho sempre considerato la Commedia un libro sacro che racconta il cammino di un essere umano che cerca Dio malgrado tutto vi si opponga. Anche la Chiesa stessa, quella dei papi Bonifacio VIII e Giovanni XXII. Dante trova Dio alla fine di vent’anni di accattonaggio, di ospitalità, di un’infinità di debiti lasciati a Firenze, con una condanna a morte che pende su di sé e sui suoi figli».

Lo trova al termine della Commedia o del suo cammino personale?

«I due percorsi coincidono. Alla fine della Commedia nel canto XXXIII del Paradiso pronuncia quella frase “Ed io ch’alfine di tutt’i disii…”. Cioè, liberatomi da tutti i ricatti e le tentazioni del mondo, raggiungo “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Il fatto che questa chiusura della sua opera coincida con la sua morte fa sì che non si possa immaginare un oltre».

L’opera coincide con la vita anche in altre parti?

«Totalmente. Nell’Inferno si dedica a chiudere i conti con quel mondo che gli è stato ostile. Poi, via via, si libera di questo astio, riferito anche a rapporti personali».

Oggi si direbbe che si toglie dei sassolini dalle scarpe.

«Mette all’Inferno persone ancora vive. Per questo dico che l’opera letteraria e il cammino personale s’intrecciano in modo autobiografico, fino a elevarsi attraverso la mediazione di Beatrice per arrivare a Dio».

Perché ci sono voluti 18 anni per realizzare questo film?

«Perché ancora oggi, come dice Giovanni Boccaccio della Firenze dell’epoca, c’è chi vorrebbe veder bruciate le sue ossa. Credo che Dante non sia così amato; nei suoi riguardi si vive un senso d’inadeguatezza, trasmesso anche dalla scuola. Il mio romanzo (L’alta fantasia, Solferino, ndr) e ora il film servono a superare questa distanza, facendolo scendere dal piedistallo. Non sono convinto che tutte le manifestazioni del 2021 per i 700 anni dalla morte ce lo abbiano avvicinato».

Perché lo ha voluto così tanto?

«Per riconoscenza. Quando sento recitare “Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io fossimo presi per incantamento” rivedo il mio Bar Margherita, avverto il sentimento nei riguardi dell’amore e dell’amicizia che hanno reso magica la mia giovinezza. Ecco perché alla fine Boccaccio dice alla figlia, suor Beatrice: “Lo vedo sempre ragazzo”».

È più l’opera di un temerario, di un sognatore o di una persona caparbia?

«È una cartina di tornasole per vedere se c’è un pubblico per un film culturalmente ambizioso eppure accessibilissimo, distante dalle accademie e dalle sbrodolature della fiction. È un film il più sintetico e il più emozionante possibile sulla prima e più grande storia d’amore della letteratura. Non a caso Boccaccio dice che nello sguardo fra Dante e Beatrice c’è tutta l’emozione del mondo».

Il momento in cui si guardano per la prima volta sembra un tempo sospeso.

«Sul set non riuscivo a dire stop e la troupe si chiedeva perché non lo dicessi. Dante ha aspettato nove anni quello sguardo. La potenza della storia è proprio nello sguardo di lei, una Beatrice consapevole di essere Beatrice».

È lei che prende l’iniziativa.

«Lui riceve quello sguardo, lei si volta e gli dice: “Vi saluto”. Anche dopo il suo matrimonio è lei a suggerirgli il sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, i dantisti non si sono scandalizzati di questa ipotesi».

Perché la sua chiave d’accesso a Dante è Giovanni Boccaccio?

«Perché, per quanto l’abbia studiato per più di vent’anni, non avrei mai potuto affrontare di petto una figura della sua levatura. Anche nei confronti del mondo accademico avevo bisogno di una mediazione. Boccaccio è quello che lo ha più amato: ha copiato tre volte sia la Divina commedia che la Vita nova. Il suo Trattatello in laude di Dante è la prima biografia. Quando ho scoperto che, dopo la sua morte in esilio, incaricato dalla Compagnia di Orsanmichele, Boccaccio va a Ravenna per portare alla figlia dieci fiorini d’oro come risarcimento simbolico, ho capito di avere in mano uno straordinario pretesto narrativo per raccontare la sua vita. Così, in fin dei conti, Boccaccio sono io».

Ha trasferito a Sergio Castellitto tutta la sua passione.

«Quello che dice, “È il padre di tutte le mie gioie”, è la mia gratitudine».

Suor Beatrice ha lo stesso nome dell’amata.

«Si chiamava Antonia, ma quando sono scappati da Firenze e l’ha oblata in quel monastero, il padre le ha suggerito di prendere quel nome».

Boccaccio che compie un pellegrinaggio nei luoghi e nell’animo di Dante aveva già capito la grandezza letteraria del suo maestro?

«Boccaccio è, a sua volta, un grande letterato. È il primo esegeta dell’opera dantesca. Il padre l’aveva mandato a Napoli presso la Corte Angioina dove, attraverso Cino da Pistoia, aveva appreso i fondamenti del Dolce Stil Novo. Poi Boccaccio manda una copia della Commedia a Francesco Petrarca che l’apprezza con qualche riserva, essendo un po’ invidioso di Dante».

Cosa sta a indicare la frase riferita a Dante e ripetuta due volte: «Sapeva i nomi di tutte le stelle»?

«Che era onnisciente e aveva una conoscenza superiore. Visto da qui appare come un essere eccezionale. Se guardiamo all’albero genealogico degli Alighieri arrivando a Cacciaguida e ai Fontana di Valdipado, nessuno dei suoi avi aveva manifestato qualche talento nei riguardi dell’arte o della letteratura. Erano usurai, commercianti, soldati, persone legate alle concretezze. Quindi è anche un mistero come questo ragazzino abbia improvvisamente manifestato una sensibilità così straordinaria. In un certo senso, questo lo avvicina a Wolfgang Amadeus Mozart».

C’è grande ammirazione in lei per i poeti?

«Certo, anche per quelli del presente che si esprimono per un’urgenza personale. Il poeta non scrive confidando di trasformare la sua proposta in un bestseller o per andare ai talk show o sui red carpet».

Traspare anche un amore per i vicoli, le chiese, le torri medievali.

«Esiste un’Italia straordinaria e impervia, quasi irraggiungibile da una troupe corposa come la nostra. Ma è valsa la pena superare alcune difficoltà logistiche per valorizzare un Medioevo segreto e nascosto soprattutto in certe regioni come l’Umbria. In questo momento il cinema italiano è incentrato nella contemporaneità e riflette poco sulla nostra storia. Sia al cinema che nella serialità si esaltano personaggi irrisolti quando non compiaciutamente negativi e contesti nei quali domina il male».

Prevale un immaginario nichilista?

«Fortemente diseducativo perché si corre il rischio dell’emulazione. Qui ho proposto uno dei modelli più alti della nostra storia, l’italiano più celebre e tradotto nel mondo».

Anche in questo film coinvolge attori eterogenei e dimenticati dal cinema prevalente come Enrico Lo Verso, Leopoldo Mastelloni, Enrico Beruschi…

«È da sempre una prerogativa del nostro cinema. Qui si nota di più perché è un cast di 64 personaggi».

Che cosa può dire un film così al nostro presente?

«Per quanto ci inducano a comportamenti che aumentano le distanze tra le persone anche con i social, in questo film ripropongo la qualità dell’essere umano nella sua sensibilità più elevata. Mentre oggi tutto è bruciato in un attimo, questo film parla del “per sempre”, la locuzione verbale che più mi piace, invece totalmente uscita dal nostro linguaggio. Nessun autore ha più il coraggio di scrivere “per sempre”, nemmeno nelle canzoni d’amore».

Che risposta si aspetta dalle sale a un film ambientato nel Medioevo, intriso di letteratura, sacralità e amore?

«Purtroppo oggi le sale sono una realtà molto sullo sfondo e questo è un dolore enorme. È ovvio dire che un film così, come quasi tutti, in sala ha un impatto totalmente diverso. Credo, inoltre, che ci permetterà di verificare se quando parliamo di cultura lo facciamo perché la riteniamo davvero necessaria, o se lo facciamo solo per accusare i partiti di non averla a cuore. Confido nel fatto che dopo due anni di pandemia esista un pubblico più desideroso di contenuti. E che perciò possiamo tornare a essere più ambiziosi».

Sperava che fosse scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar?

«Al di là della sua qualità e del fatto che non racconta l’Italia di oggi, pensavo potesse avvantaggiarsi del fatto che è imperniato sull’italiano più noto nel mondo. Invece, nel rispetto delle scelte della commissione, prendo atto che il mio pensiero non è condiviso».

È soddisfatto dell’esito delle elezioni?

«Non me lo chieda, ho già dato».

Da grande cineasta che cosa si sente di chiedere al governo che s’insedierà nelle prossime settimane?

«Un grande ministro dei Beni culturali. Ci manca da molto tempo una persona appassionata, competente e colta. Ultimamente abbiamo concesso priorità alle strategie della politica, a causa delle quali le esigenze di chi opera nei diversi campi della cultura sono rimaste disattese».

 

La Verità, 1 ottobre 2022