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«Berlusconi punti su Toti, Forza Italia non c’è più»

Alla fine dell’intervista Paolo Del Debbio mi regala i suoi libri di etica economica e fiscale. «Scrive parecchio», commento. «È il mio hobby, i figli sono grandi…». Toscano, 61 anni, studi filosofici e teologici, tra i fondatori di Forza Italia, Del Debbio è un intellettuale prestato alla televisione. A Rete4, in particolare, dove conduce Dritto e rovescio, talk show di politica e attualità con l’interazione del pubblico. «Le mie scuole sono state il bar di un quartiere popolare di Lucca e l’università Cattolica di Roma». Gad Lerner lo ha citato insieme a Giuseppe Cruciani, Mario Giordano, Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri tra quelli da eliminare.

Lei è il primo della lista, una medaglia?

«Questa faccenda mi ha fatto una certa tristezza. Dopo la tristezza, però, mi ha fatto anche incazzare, perché oltre a giudicare bisognerebbe conoscere. Ha ragione Belpietro: ci sono persone che scherzano con le liste di proscrizione anche se hanno superato i 60 e negli anni Settanta finì male. Ma li capisco: per loro dev’essere un cruccio digerire il capitalismo e la borghesia essendone divenuti esponenti di spicco. Hanno dentro un vulcano che esplode contro gli altri più che contro loro stessi. Gli ci vorrebbe Sigmund Freud più che Carlo Marx: qualche seduta da un bravo psicanalista li aiuterebbe».

È in atto una guerra come in piena era berlusconiana?

«Forse questa è ancora più spietata, perché quella di allora riguardava sostanzialmente la giustizia. Oggi è rinato addirittura l’antifascismo che ricompatta tutti, a cominciare da Repubblica. Essendo in difficoltà nella ricerca di alleanze certi ambienti si dedicano alla costruzione del nemico. “Ombre nere” dopo il voto europeo è un titolo che avrebbe potuto fare un ragazzo delle scuole medie».

Il fascismo è il collante di una sinistra a corto di argomenti?

«È il collante dei nipoti dei partigiani, un fiume carsico che rispunta ogni volta che la sinistra è all’angolo. Solo per pudore non diedero del fascista a Matteo Renzi, ma sono sicuro che nei loro cenacoli lo dicevano perché faceva leggi più liberali che di sinistra».

Replicando a un sacerdote ospite di Dritto e rovescio ha detto che ha studiato teologia. Quando?

«Da ragazzo. Per la verità non ho mai smesso perché è una materia che mi piace. Sto anche lavorando a un libro che uscirà più avanti».

Argomento?

«Cosa può dire Dio a proposito del senso della vita».

La teologia?

«Tra i 16 e i 18 anni sono stato in seminario e ho avuto la fortuna di conoscere persone di grande statura intellettuale. Tutto partì da Dante Alighieri. Quando m’imbattei in una citazione cercai l’indirizzo di casa di Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi del Novecento. Gli scrissi un biglietto e lui m’invitò ad andare a trovarlo. Pochi giorni dopo presi il treno per Basilea. Parlammo della teologia del sabato santo. Avevo 19 anni, può immaginare l’emozione. Dopo Von Balthasar ho conosciuto Yves Congar, Jean Marie Roger Tillard, Marie-Dominique Chenu (teologi francesi del Novecento ndr), studiosi che credo oggi si conoscono poco, perché mi pare che nei seminari si studia tanta sociologia e psicologia».

E il suo seminario?

«Finì perché la sera mi prendeva la malinconia. E quindi capii che forse non faceva per me e tornai in famiglia».

Viveva a Lucca?

«Sì, ma m’iscrissi in Cattolica a Roma. Siccome la mia famiglia non poteva mantenermi partecipai al concorso del collegio dell’università, arrivando primo. Tenendo una media elevata pagavo pochissimo, in più facevo il cameriere».

Dopo l’università?

«Continuai a studiare all’Istituto internazionale Jacques Maritain, sempre a Roma. Fin quando, tramite Gina Nieri, che sarebbe diventata mia moglie (direttore degli Affari istituzionali, legali e analisi strategiche di Mediaset ndr), conobbi Fedele Confalonieri: “Ha studiato tanto lei… Non so cosa farle fare, però la prendo perché abbiamo bisogno di persone che abbiano letto i libri”. Facevo la rassegna stampa con dei riassuntini che piacquero a Confalonieri, che mi fece suo assistente».

Adesso insegna allo Iulm, che ci fa su Rete4?

«Insegno dal ’99 Etica ed economia, un corso seguito da 400 ragazzi, mi hanno dato anche l’aula magna».

E Rete4?

«Per me è naturale starci. Le mie fonti sono la famiglia, il bar del quartiere, e l’università».

Il bar e l’università, il dritto e il rovescio?

«Esatto. Il modo migliore per fare televisione è saperne di più di quelli che intervisti. Poi ho un pubblico popolare ed è importante essere semplici, ma non banali».

È tra i fondatori di Forza Italia.

«Ho scritto il primo programma. Ora vedo che anche Antonio Martino, Giuliano Urbani, Pio Marconi, dicono di averlo scritto. Certo, hanno collaborato».

Scriveva anche i discorsi a Berlusconi?

«A quelli ho collaborato. Li scrivevano Gianni Baget Bozzo e Giuliano Ferrara».

Che cosa pensa del regolamento dell’Agcom a tutela di donne, migranti, gay e trans?

«Hanno trovato il modo migliore per emarginarli, creando dei ghetti. Si proteggono coloro che si ritengono fuori dalla normalità. Io continuerò a esprimere come sempre le mie opinioni. Anche perché, sopra il regolamento dell’Agcom, c’è l’articolo 21 della Costituzione e quindi penso sia incostituzionale».

Matteo Salvini è un pericolo per la democrazia?

«No e mi annoia anche l’argomento. Però non possiamo esimerci perché le anime belle di questo Paese che hanno una certa influenza lo sostengono».

Ha sbagliato a baciare il rosario?

«Io non l’avrei fatto. Dietrich Bonhoeffer (teologo luterano tedesco ndr) diceva che non bisogna crearsi un Dio tappabuchi da usare quando ci serve. Però riconosco il diritto di Salvini di estrarre il rosario. Anche perché in Italia abbiamo avuto per 40 anni un partito che si chiamava Democrazia cristiana e il cui simbolo era la croce. Quel partito ci ha lasciato un debito pubblico che è il terzo al mondo e una legislazione sulla famiglia ridicola a confronto, per esempio, di quella della laicissima Francia dove, se si hanno quattro figli, non si pagano le tasse».

Stavolta Salvini ha vinto senza bisogno delle piazze di Rete4?

«Salvini ha sempre fatto un mix di tre elementi. È presente sui social e in tv, anche perché in tv rende più di ogni altro, vedi il mio risultato di giovedì scorso (oltre il 6% di share ndr). Ma rende fisici sia i social che la tv con la presenza sul territorio».

Berlusconi che cosa ha sbagliato?

«Il problema è che non c’è più il partito. E quel poco che c’è non conta. Forza Italia ha tanti amministratori locali in gamba, ma dominano i parlamentari. È presente nei social e in tv, ma gli manca il territorio che ha sempre snobbato. E poi Berlusconi, da grande innovatore del linguaggio politico ne è diventato il maggior conservatore».

In che senso?

«Mi riferisco al programma. È vero che l’Italia ha ancora bisogno della rivoluzione liberale, ma va presentata con linguaggio contemporaneo. Anche la Chiesa ha i dogmi, che sono più di un programma politico, però si sforza di annunciarli in modo aggiornato. La fontana resta la stessa, l’acqua è sempre nuova».

Concorda con le critiche di Giovanni Toti?

«Le critiche di Toti sono condivise da molti in Forza Italia che non le esternano per questioni di convenienza personale. Fossi in Berlusconi su Toti ci punterei invece di fargli la guerra. Fino a poco tempo mi sembrava ci fosse un veto di Salvini e Giorgia Meloni su Berlusconi e Antonio Tajani. Dopo l’intervista a Dritto e rovescio di giovedì non ne sono più sicuro. Un centrodestra è possibile».

Un partito della nazione di centrodestra?

«Per quello ci vorrà un po’ di tempo».

Come valuta il fatto che, parlando di Europa, Salvini cita agricoltori, pescatori, artigiani?

«È la teoria del punto di vista. Una volta cita l’agricoltore, spesso l’uomo di periferia, altre volte l’artigiano o il cittadino che ha il campo rom sotto casa. Salvini fa sentire al potenziale elettore che legge le cose con i suoi occhi».

Come si affronterà lo scoglio del rapporto con l’Europa?

«Credo che la Commissione europea non potrà ignorare la consistenza del gruppo di parlamentari conservatori e sovranisti. È vero che non si è rovesciato il blocco di potere, ma è vero anche che popolari e socialisti sono stati ridimensionati. Conterà anche la maestria politica con cui i populisti faranno valere il consenso conquistato».

La Commissione vuole il rispetto dei parametri.

«Mi spiace essere d’accordo con Mario Monti, ma credo che togliere gli investimenti dal deficit ci aiuterebbe molto».

Se dovesse migliorare i palinsesti di Mediaset che cosa farebbe?

«Per carità, ho ricominciato da poco il mio programma… Non vedo in cosa Mediaset potrebbe migliorare… Quando decido di cambiare lavoro glielo dico».

Perché il suo programma era stato sospeso?

«Berlusconi mi ha detto personalmente che la politica non c’entrava nulla. Tutta Italia pensava il contrario».

L’aggressività di alcuni suoi colleghi nei confronti di Salvini ha ottenuto l’effetto contrario?

«Come insegna Maurizio Costanzo con Uno contro tutti se l’uno è forte allarga il consenso».

Chi sono i conduttori che predilige?

«Per scelta guardo poco la tv e non giudico i miei colleghi, salvo per legittima difesa. Come nel caso di Lerner, il primo ebreo al mondo che scrive una lista di proscrizione».

Letture preferite oltre ai saggi di filosofia?

«Diabolik, un’abitudine che ho da quand’ero ragazzo».

 

La Verità, 3 giugno 2019

 

«La mia vita scandita dalle telefonate non arrivate»

Quanta vita, Rita dalla Chiesa. L’infanzia e la gioventù in caserma. Il padre ucciso dalla mafia. Il primo matrimonio, troppo precoce. Il secondo, con Fabrizio Frizzi di dieci anni più giovane. Il giornalismo, la televisione, il successo. Una rivelazione, questo Mi salvo da sola (Mondadori), autobiografia dolceamara ma molto vera, rapidamente entrata nella top ten delle vendite. Occhi verdi e capello biondo, la incontro in una pasticceria di Ponte Milvio a Roma.

Che cosa l’ha fatta decidere di mettersi così a nudo rivelando sentimenti tanto personali?

«La testardaggine di una dirigente della Mondadori e una giornata di sole a Torre Canne, un paesino tutto bianco della Puglia dov’ero in vacanza con mia figlia e mio nipote. Ho guardato il mare e le loro teste vicine, ho aperto il computer e ho cominciato a scrivere».

Senza riserve?

«Quasi. Mi sono autocensurata su Fabrizio. È stata una forma di discrezione che non ha tolto nulla al racconto. Sono cose belle, che appartengono a me e lui».

È un libro di telefonate non arrivate. Quella dei carabinieri per la morte di suo padre, quella dei vertici di Mediaset dopo la chiusura di Forum

«C’è anche quella del mio compleanno del 31 agosto. Era sempre mio padre a farmi per primo gli auguri, ma quel giorno no. Era offeso perché avevo mandato mia figlia in vacanza dai nonni materni e non da lui. Le antenne di mamma mi dicevano che Capri era più sicura di Palermo. Poi c’è la non telefonata dei Carabinieri per avvisarmi che era stato ammazzato. L’Arma è la mia seconda famiglia, ma in quel momento comandava un generale che non amava mio padre. La terza telefonata non arrivata è quella dei dirigenti Mediaset quando hanno saputo che stavo andando a La7».

Il giorno dell’uccisione di suo padre nessuno l’avvertì?

«No. Telefonarono il mio ex marito, papà di Giulia, e il mio compagno di allora. Entrambi mi chiesero se ero sola a casa, e lo ero. Più tardi ebbi la conferma dei miei sospetti».

La sua reazione fu una doccia lunga una notte, accucciata a terra, e «l’urlo silenzioso» che porta ancora dentro.

«Non sono mai riuscita a piangere per la morte di mio padre, di mia madre prima, e di Fabrizio poi. Mentre ho pianto per la perdita del marito di mia figlia, guardando mio nipote Lorenzo che adorava suo padre».

Spesso le figlie femmine idealizzano il padre: il suo aveva qualche difetto?

«Tantissimi. Avevo idealizzato il suo rapporto con mia madre. Si erano incontrati quando lui aveva 18 anni e lei 15, avevano superato insieme anche la guerra. Ho fatto un gran casino nella mia vita sentimentale perché cercavo un uomo come mio padre. Ma forse ero io a non essere come mia madre. Troppo ribelle. Probabilmente ero la pedina mancante nel rapporto di coppia. Tranne che con Fabrizio».

Un padre che aveva sconfitto il terrorismo era facile idealizzarlo?

«Io soprattutto lo stimavo. Avevo profonda ammirazione di un uomo con il quale si poteva parlare di tutto e che ti spiegava tutto. Non l’ho idealizzato perché ne riconoscevo certi spigoli del carattere, simile al mio».

Perché di sua madre non riesce a parlare?

«La sua morte è stata uno choc ancora più forte. A 52 anni se n’è andata in mezz’ora. In quell’infarto c’era tutta la preoccupazione per la vita che conduceva mio padre. Era una donna di grande intelligenza e cultura, laureata in lettere e filosofia, ma ha rinunciato a tutto per papà e per noi. Anche la perdita di mio padre è stata un trauma enorme. Ma in qualche modo lui aveva scelto una vita che lo esponeva. Non mi perdono di aver vissuto più a lungo di loro. E di non aver fatto in tempo a regalar loro un grande viaggio».

Mi racconta qualcosa di inedito di Frizzi?

«Non ha mai frequentato i piani alti di Viale Mazzini. Non ha mai avuto santi protettori».

Aveva l’affetto della gente, come si è visto dalle lunghe code alla camera ardente dopo la sua scomparsa.

«La gente lo amava, io lo sapevo perché giravo con lui. Era pieno di generosità verso chiunque. Per condurre serate di beneficenza partiva anche di notte senza prendere mai un euro, a differenza di tanti suoi colleghi. Era buono e in tv si vedeva. Si vedeva che lottava come un leone per dedicare la vittoria sulla malattia alla figlia Stella, tanto desiderata. Ha accettato qualsiasi cura, è tornato a lavorare quasi subito. In tante famiglie c’è qualcuno che lotta…».

Come si è spiegata il divorzio da Mediaset?

«Non me lo sono spiegata, ancora oggi mi fa stare male. Non tanto per Forum, avrei potuto fare altro, quanto per i rapporti con le persone. Quando hanno saputo che mi stavo accordando con Urbano Cairo avrebbero potuto chiamare. Ho lavorato con loro 32 anni. C’eravamo io, Corrado, Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Maurizio Costanzo. Eravamo una famiglia, si lavorava con, non per. Mi ero esposta anche quando si paventava la chiusura di Rete 4 e quando c’era stata la discesa in campo di Berlusconi».

Com’era il rapporto con lui?

«È sempre stato affettuoso, mi ha anche proposto di entrare in politica. L’anno scorso mi ha chiesto se volevo “tornare a casa?”. Gli sono riconoscente perché ha saputo creare una realtà che ha dato lavoro a tanta gente. Sono sicura che lui non ha condiviso questo distacco. Ma qualcuno lo ha deciso, non so chi. Non credo sia un problema di età. Vedo che tra le conduttrici è la stagione delle signore più che delle signorine».

Ora è meno presente in tv.

«Su Rai 1 partecipo a Italia sì di Marco Liorni con Elena Santarelli e Mauro Coruzzi, Marco ci chiama i tre saggi. E, una volta la settimana, a Storie italiane di Eleonora Daniele. Poi ho un programma a RadioNorba».

Lo si scopre solo quando si scende di essere vissuti dentro un Truman Show?

«Sì, finché ci sei immerso non te ne accorgi. Certo, sapevo di fare aria fritta, di non operare al cuore o di alzarmi alle tre del mattino per fare il pane. Se hai un minimo di lucidità hai presente che è un gioco, e che ti può fare male quando scendi. Oltre ai Carabinieri, le persone per cui ho stima fanno mestieri diversi. Mi sono vergognata di quello che guadagnavo quando ho visto quello che mio padre aveva in tasca quando è stato ucciso».

Vedendo la situazione di Roma si è pentita di aver rifiutato la proposta di Giorgia Meloni di candidarsi a sindaco?

«Anzi, sono contenta di aver declinato. Mio padre una volta mi disse di non fargli fare brutta figura: un conto è un errore in una trasmissione televisiva, un altro nella gestione del bene comune. La politica mi appassiona però, non appartenendo a nessuno schieramento, sarebbe stato difficile essere credibile».

Cosa non le è piaciuto del comportamento di Lilli Gruber con Matteo Salvini?

«L’ho trovata particolarmente aggressiva. A volte vedo aggressività nei confronti di alcune persone e condiscendenza verso altri. A casa mia tratto tutti allo stesso modo. Se ho un ospite non lo devo attaccare perché la pensa in modo diverso. Cerco di essere intellettualmente onesta e provo a capire quello che dice».

C’è un’ossessione generale anti Salvini nei media?

«È la stessa che c’era nei confronti di Berlusconi. C’è la paura che possa vincere, che possa essere più forte di loro. Io vorrei che certi programmi mi lasciassero qualche dubbio. Invece, quando vedo che attaccano qualcuno in modo gratuito, mi scatta immediatamente la difesa della persona aggredita anche se non la penso come lei».

Litiga mai con suo fratello Nando che ha sempre militato a sinistra ed è stato parlamentare del Pd?

«Nando mi riconosce il fatto di essere pura perché non faccio parte di nessun coro. Sui social scrivono che sono di destra, altri che sono di sinistra. Qualcuno dice che mio padre si rivolta nella tomba perché mi batto per le minoranze sessuali. Pazienza, è il prezzo del fatto di non essere allineata».

Domenica andrà a votare?

«Certamente, ma proprio a mio fratello l’altro giorno dicevo che non so per chi. Potrei votare Salvini, ma non mi convincono alcune posizioni. Sono d’accordo con lui sulle Ong e su tante altre cose. E il suo pensiero viene spesso riportato in modo estremo. Ma credo che ognuno abbia il diritto di sperare di vivere meglio. Certo, non a scapito nostro, ma non me la sento di tirare indietro la mano».

Quali sono le altre cose su cui concorda con Salvini?

«L’impegno per la sicurezza delle persone e contro le abitazioni violate. L’abbassamento delle tasse e il tentativo di favorire i piccoli imprenditori strozzati dal fisco».

Che pensiero le suscita l’Italia di oggi?

«Mi suscita un grande punto interrogativo. Vedo tanta stanchezza e preoccupazione nella gente che avrebbe voglia di tirare su la testa. Serve un confronto rispettoso».

Che cosa pensa quando guarda le facce delle persone la sera sull’autobus?

«Guardo spesso le facce dentro gli autobus, immagino le storie, le preoccupazioni. Anche negli aeroporti internazionali, guardo le persone che si abbracciano, magari dopo tanto tempo di lontananza. Abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, di un posto dove rifugiarci».

Mi salvo da sola è un titolo che contiene il riconoscimento del bisogno di salvezza. Farlo da sola è l’esito di troppe delusioni, una forma di presunzione o cos’altro?

«Né troppe delusioni, né presunzione. Noi donne abbiamo realmente una forza che ci porta a non soccombere, siamo più lottatrici. Sono tra quelle donne che non vogliono pesare sugli altri, che non hanno mai cercato l’uomo giusto per svoltare. Ho sempre fatto da sola, anche a costo di farmi del male».

Dopo tante perdite e tradimenti, cosa impedisce che l’amarezza sia l’ultima parola?

«Probabilmente la speranza: una nuova possibilità è sempre dietro l’angolo. Mio nipote mi vuole fidanzata, mi parla dei nonni dei suoi compagni di scuola… Pure a 90 anni crederò nell’amore. In tutte le sue forme».

 

La Verità, 19 maggio 2019

 

«Vivo in un Truman show, giusto avere un piano B»

Ha visto? Le cose più desiderate e attese sono quelle che riescono meglio», attacca Simona Ventura. «Se si concretizzano, sì», replico.

Lo sa che l’attendono 300 domande?

«Perciò devo rispondere in modo sintetico?».

Vedo che ha colto.

«Bene. Tanto, io sono una palla pazza che strumpallazza».

Prego?

«Era la pubblicità di una palla per giocare. In questo periodo mi sento un po’ così».

Allora cerchiamo di fermare lo strumpallazzamento… Come sta suo figlio Niccolò?

«Molto bene e non solo di salute. Gli sono più chiari i suoi obiettivi. Ma tutti tre i miei figli li vedo focalizzati sui loro sogni, e già il fatto di averli significa che sia io che Stefano (Bettarini ndr) abbiamo lavorato bene».

Che riflessione ha causato la nottata all’Old Fashion?

«È stata una prova che l’ha fatto crescere come, credo, succede a tutti quelli che vanno così vicini alla morte. Per me è un miracolo: quando vedo altre mamme che i figli non li hanno più, provo imbarazzo e affetto per loro anche se non le conosco, come nel caso della madre di Marco Vannini».

Rispetto a qualche decennio fa, ai ragazzi di oggi mancano punti di riferimento?

«Mi faccio spesso un bell’esame di coscienza. I figli sono la mia priorità e come madre ho cercato di dare il meglio, trasferendo loro quello che mi hanno insegnato i miei genitori. Però, forse, per compensare il senso di colpa di essere assorbiti dal lavoro, abbiamo dato ancor prima che loro desiderassero. Se si spiana la strada dai dossi, poi, il primo che si incontra, sembra una montagna».

Argomento frequentato: mi dice qualcosa di nuovo sul suo ritorno in Rai?

«Domenica scorsa sono stata alla Domenica sportiva e mi ha colpito l’affetto delle maestranze. Ritrovare dopo tanto tempo l’affetto delle sarte, dei cameraman, delle persone della vigilanza mi rende felice».

The Voice of Italy è partito bene, ce la farà a imporre un nuovo talento musicale?

«Ce la faremo. Penso che insieme alla rete e alla società di produzione abbiamo scelto le persone giuste. Gli inediti stanno già entrando in tendenza… Credo che The Voice sia un piccolo gioiello che fa musica in modo ironico e giocoso».

Ha scelto una giuria politicamente scorretta.

«Il fighettismo non fa per me. A volte ho avuto incomprensioni con i radical chic, io sono pop. La mia televisione vuole essere includente, per tutti e senza orpelli».

Differenze da X Factor?

«Molteplici. Quando X Factor cominciò in Rai il mercato era fermo. Io e Morgan dicevamo: ok, cantano le cover e poi? Così, abbiamo inventato l’inedito che poi tutti i talent hanno adottato. Giusi Ferreri diventò la regina dell’estate. Poi anche ad Amici sono arrivati i cantanti. A The Voice devi dire un sì o un no alla voce, il look non conta. In tutto il mondo ha grande successo, in Italia no perché non si è riusciti a dare un seguito. La qualità di un talent si vede da quello che accade dopo».

Quando lei starà già facendo Pechino Express e Quelli che il calcio?

«Glielo giuro, non lo so. Non riesco a pensare più cose contemporaneamente. Voglio portare bene a casa questo lavoro che è appena cominciato. Per me è stata una scommessa all in. Quando mi ha chiamato Carlo Freccero ho pensato che volevo venire in Rai. Raramente, seguendo il mio istinto sbaglio… Ovviamente a volte, è successo».

E quando Freccero non ci sarà più?

«Piangerò come Marco Materazzi quando Mourinho lasciò l’Inter dopo la Champions League. Da aziendalista ho un ottimo rapporto anche con l’ad Fabrizio Salini, mio direttore a Fox quando facevo Il contadino cerca moglie».

Ha lavorato in Rai, Sky e Mediaset: differenze?

«Anche su La7 per Miss Italia, da dove sono uscite Giulia Salemi, Clarissa Marchese, Sara Affi Fella, Soleil Sorge».

Chi sono?

«Come, chi sono? Non vede Uomini e donne?».

Torniamo agli editori.

«La Rai è culturalmente elevata e includente. In Mediaset, dal 1994 al 2001, c’era una forza creativa straordinaria. Mi sono trovata bene negli ultimi 3 anni. Mi sono sentita in famiglia nel gruppo di lavoro di Maria De Filippi (Fascino ndr). In Sky sono entrata pensando che fosse molto innovativa, e tecnicamente lo è Ma forse una multinazionale non può avere il sentimento che hanno Rai e Mediaset. È rimasta un’esperienza di cui ho fatto tesoro».

Quanto incide il politicamente corretto in televisione?

«Io sono un po’ bastian contraria: quelli di sinistra pensano che sia di destra e quelli di destra mi etichettano di sinistra. Mi sta bene così. Mi piace arrivare a tutti. A volte chi non è politicamente corretto è considerato pericoloso».

C’è un’overdose di reality show?

«Io non ne faccio in diretta da una vita. Temptation Island vip è stato registrato in 21 giorni ed è ancora il più visto della stagione di Mediaset. La Rai non ha reality e secondo me se n’è liberata un po’ presto. Se li declini verso il basso non li recuperi più, se verso l’alto possono dire ancora qualcosa. Se li fai in diretta, per l’audience o fai cose eclatanti e allunghi».

All’Isola dei famosi del 2004 Aida Yespica e Antonella Elia che si tiravano i capelli nel fango erano il record del trash: poi?

«Quel record è stato ampiamente battuto e… fortuna che il pubblico può scegliere. Comunque, L’Isola era anche altre cose, partiva dalla sopravvivenza, una situazione in cui ognuno tira fuori la sua vera natura. Il gossip era secondario».

Lory Del Santo va al Grande fratello vip per elaborare il lutto della morte del figlio, Fabrizio Corona annuncia a Riccardo Fogli il tradimento della moglie, la figlia di Cristiano De André: tutto ok?

«Non so come funzioni a Mediaset, in Rai impongono delle regole. Poi può sfuggire qualcosa. Ci sono tante variabili in queste cose…».

Anche la tenuta delle coronarie di Fogli…

«Esatto. Se gli viene un colpo? So che c’è un medico bravo però».

Ah be’, allora… Manderebbe i suoi figli in un reality condotto da Barbara D’Urso?

«Non credo vogliano andare, né di Barbara D’Urso né di altri. Non vogliono fare tv come figli di. Trovo che Barbara sia una stakanovista, io non ho la sua energia. Da quello che capisco i miei figli cercano una strada fuori dalla tv. Avranno tempo, Caterina ha 13 anni e, a parte The Voice, guarda solo Youtube».

Che cosa pensa dell’industria del gossip, il gioco di specchi di tv e rotocalchi che si alimentano a vicenda?

«Ho accettato di fare The Voice perché è fuori da questo meccanismo. No gossip e casi umani. Si parla di musica e i giovani si riavvicinano alla televisione. Il pubblico è molto più preparato di qualche anno fa».

Che cosa guarda la telespettatrice Simona Ventura?

«Sono onnivora, anche grazie a Raiplay e Mediaset on demand. Al mattino salto da Agorà a Storie italiane a Mattino 5 a Skytg24. La sera Quarto grado, Franca Leosini, Gomorra su Sky, le serie di Netflix».

Il suo programma di culto?

«Forum al pomeriggio e Uomini e donne di cui sono addicted, Maria lo sa».

Che idea si è fatta del momento difficile di persone come Sandra Milo, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo?

«Sandra è una persona fantastica e mi spiace moltissimo. Un tempo si guadagnava tanto e si pensava che quell’eldorado durasse per sempre. Si era generosi con i figli, sono sbagli da genitori. Oppure si facevano investimenti avventati. Oggi sta cambiando la mentalità e questo comporta morti e feriti. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro e a ricominciare, in questo Internet può aiutare».

Quanto è difficile preservare la vita da una professione che è molto più che una professione?

«Io potrei smettere anche domani. Mi piace molto questo momento, ma sono temprata a ogni situazione. So cosa succede se si spegne la luce, ho sempre avuto un piano B. Altre colleghe non lo so».

Vivete dentro un grande Truman show, come una volta disse Maria De Filippi?

«Un po’ mi sento così, ma me lo sono scelto. La famiglia è fondamentale. Certo, quando lavoro m’impegno a testuggine, i miei figli lo sanno. Quando non lavoro sono tutta per loro. Un po’ corre il cane, un po’ corre la lepre».

Segue la politica?

«La seguo, ma faccio finta di no».

C’è qualcuno che le piace di più?

«Mi piacciono le persone più dei partiti. Alle Europee voterò per una persona».

Ma non mi dice chi è.

«No. Vorrei che in questo Paese ognuno potesse esprimere la propria opinione essendo rispettato».

Anche se non è mainstream?

«Soprattutto. Vorrei che potesse dirla anche se non la condivido».

Alla Voltaire.

«Esattamente».

Se dovesse condurre un talent di politici chi chiamerebbe in giuria?

«Chiunque può fare la giuria, ma in realtà, penso che i politici ci siano già, dovrebbero solo essere aiutati a decidere. Con Internet dovrebbe essere tutto più rapido ed elastico, invece per fare una legge ci vogliono anni. Siamo il Paese del non cambiamento, ingessato dalla burocrazia e dagli apparati. Vorrei che ripartissero i cantieri e che le tasse fossero al 20%».

Giovanni Terzi è l’uomo giusto?

«Lo spero con tutta me stessa. Posso dire che è una persona eccezionale».

Qualche anno fa la vedevo a messa la domenica sera dopo che aveva condotto Quelli che il calcio: ha cambiato abitudini?

«Quella della messa domenicale sì, è un po’ cambiata: più facile che entri in chiesa in momenti meno tradizionali. Ho imparato a pregare il Signore anche quando non sono in difficoltà. Negli anni mi sono appassionata a quello che fanno le case famiglia per il bene delle persone».

Se il Torino andasse in Champions League?

«Spererei che ci rimanesse, così come se andasse in Europa League. Grazie a un presidente che ha una strategia, il Toro è una bella favola. Tra le poche del calcio italiano».

 

Versione originale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019

«Gesù è il grande assente del Terzo millennio»

Al secondo piano di una palazzina della Maggiolina, il villaggio dei giornalisti alla periferia nord di Milano, vive Giacomo Celentano con la moglie Katia e il figlio Samuele. 52 anni ben portati, è il secondogenito di Adriano e Claudia Mori, in mezzo tra Rosita e Rosalinda. All’ingresso dà il benvenuto la statua in bronzo ad altezza quasi naturale di un Cristo benedicente. Qualche immagine religiosa punteggia le pareti, fotografie di famiglia scrutano dalle credenze. Giacomo Celentano ha appena pubblicato La conversione (Dottrinari), suo quarto libro, nel quale, attraverso una riflessione sulla ricerca di Dio racconta il rapporto tra Giacomo e Alberto, credente il primo ateo il secondo.

Lei è Giacomo, ma Alberto esiste davvero o è un pretesto narrativo?

«Sono due persone fittizie. Giacomo non sono io e un mio amico che si chiama Alberto, in realtà è credente. Più che proporre un manuale di conversione, la mia idea era raccontare un cammino di conversione».

La differenza?

«Un manuale ha ambizioni teoriche e io non mi sarei sentito di scriverlo perché credo di avere ancora molta strada da fare. Il cammino romanzato di conversione spero coinvolga maggiormente il lettore».

È una sua riflessione a voce alta, Alberto risulta marginale.

«Ma c’è all’inizio, in mezzo e alla fine».

Si sente più cantautore o scrittore?

«Da 5 o 6 anni i miei mestieri sono due. Questo è il quarto libro e anche il prossimo cd sarà il quarto».

Come matura questa voglia di comunicare la bellezza del cristianesimo?

«Da quando ho conosciuto mia moglie Katia, nel 1997, è iniziato questo cammino: spero di aver fatto qualche passo. Lei è sempre stata credente e anch’io lo sono, sebbene mi sia allontanato nel periodo del militare. Negli ultimi anni ho notato che l’Italia e l’Europa, diciamo tutto l’Occidente, stanno subendo una profonda scristianizzazione. È un’apostasia di massa. Negli anni Ottanta riguardava una élite di intellettuali. Ora investe la maggioranza della popolazione».

Che cosa le dà questa percezione?

«Prima di tutto i rapporti: se parli di Dio in generale passa, ma se parli di Gesù figlio di Dio e verbo incarnato vieni emarginato. Poi nei media, nei tg, nelle radio, sul web non c’è traccia di fede, di cristianesimo. Vuole un altro esempio?».

Prego.

«Io sono anche cantautore… Il fatto che il Festival di Sanremo l’abbia vinto un ragazzo che si chiama Mahmood che significa Maometto, la dice lunga. Anche se la canzone è carina, si parla pur sempre di ramadan…».

Altri esempi?

«Nelle scuole sono spariti i crocifissi per non offendere i bambini non cristiani. Nell’Occidente del terzo millennio Gesù è il vero grande assente».

Parlando di media e scristianizzazione, ascolta Radio Maria?

«Sì, mi capita. Ma da cantautore amo ascoltare tutte le radio che diffondono bella musica, il pop, la classica…».

Come mai avverte la secolarizzazione in modo così drammatico?

«Negli ultimi anni mi sono avvicinato al movimento di Medjugorje seguendo i messaggi della Regina della Pace. Ci sono dieci segreti, a Fatima erano tre…».

Non è contraddittorio che una rivelazione avvenga attraverso dei segreti?

«È una comunicazione che si rivolge a chi ha fede. I segreti sono mediati. Le apparizioni di Medjugorje che avvengono dal 1981 sono il fenomeno più longevo nella storia della Chiesa. Nei suoi messaggi la Regina della pace dice che questa è l’ora di Satana, ma allo stesso tempo che è la sua: lei viene per risvegliare la fede. Avvicino questo fenomeno a ciò che è narrato nell’Antico testamento, quando Dio mandò Mosè a salvare il popolo d’Israele facendogli attraversare il Mar Rosso».

È andato spesso a Medjugorje?

«Due volte».

Con sua moglie?

«Con amici. Conto di tornarci presto con Katia, nostro figlio Samuele e mia suocera. Voglio far conoscere anche a loro questa bellissima realtà».

 Diceva degli amici.

«La prima volta nel 2010 ci andai su invito di Gatto Panceri, cantautore come me. La seconda, nel 2015, facemmo tre macchine con i City Angels. Ho fatto il pellegrino per quattro giorni. Ho anche ricevuto delle grazie. La domenica della festa della Trinità alla messa all’aperto, mentre ero assorto nell’ascolto dell’omelia, ho avvertito chiaramente una mano appoggiarsi sulla spalla. Mi sono girato, ma la persona più vicina era ad alcuni metri. Così per tre volte: come se ognuna delle persone della Trinità volesse farmi sapere che mi è vicina».

Frequenta i gruppi che fanno riferimento a Medjugorje?

«In passato il Rinnovamento nello spirito e i City Angels. Ora mi sono un po’ staccato… Vogliamo che la prossima volta sia un fatto di famiglia. Anche papà quando gliene parlai disse che sarebbe venuto. Ci spero, ne sarei contento».

C’è un dialogo su questi temi con suo padre e sua madre?

«Certamente, il terreno è fertile…».

Anche loro avvertono quella che lei definisce apostasia?

«In modo meno drammatico. Lavorando così tanto non hanno tempo di leggere quanto me. Però vedo che nelle sue produzioni artistiche papà tocca spesso il discorso della fede…».

Perché secondo lei Adrian ha avuto così tanti problemi?

«Per me non è stato capito da gran parte del pubblico. Nel cartoon dice delle cose e molti non accettano il predicatore. Lo preferiscono come cantante e showman. Poi il cartoon è una bella scommessa perché è un linguaggio giovanile. Credo che si debba aspettare di vederlo tutto prima di dare un giudizio. A me le quattro puntate sono piaciute molto. C’era della poesia e lo stile inconfondibile di papà sui temi dell’ecologia, del contrasto al modernismo, dei migranti e del femminicidio».

Cosa pensa del fatto che Teo Teocoli e Michelle Hunziker hanno abbandonato lo show?

«Disapprovo la loro decisione. Mi è parsa una scorrettezza perché quando abbracci un progetto devi sposarlo fino alla fine, affidandoti al regista e agli autori».

Non sarà perché suo padre è un po’ anarchico?

«Più che anarchico ha le idee chiare su quello che vuole fare. Si occupa di tutto, regia, luci, scenografie, un lavoro a 360 gradi per il quale chiede e ottiene carta bianca dalle televisioni».

È difficile essere figli di Adriano Celentano?

«È scomodo perché ha una popolarità enorme e se, per esempio, lavora a Mediaset e per qualche motivo litiga con i vertici, è naturale che anche un figlio ne abbia qualche conseguenza».

Ci saranno anche vantaggi…

«Certo. Il cognome fa aprire porte che per uno sconosciuto rimangono chiuse. Ma se questa opportunità non è supportata dal talento, quelle porte si richiudono rapidamente».

Un altro libro s’intitolava La luce oltre il buio. Il buio era quello del periodo del servizio militare?

«Durante e dopo il militare ho vissuto da ateo. Il buio è stato una malattia che provocava insufficienza respiratoria. Avevo già pubblicato un disco prodotto da Mario Lavezzi per la Cgd di Caterina Caselli e temevo di non poter più cantare. Fino all’incontro con mia moglie nel 1997 ho attraversato un periodo difficile».

Come ha conosciuto sua moglie?

«Tutte le mattine sentivo una ragazza che passava sotto casa cantando a tutta voce. Una volta mi affacciai: “Chi ha questa bella voce?”. Lei si girò e già nello scambio di sguardi è successo qualcosa. Poi parlando abbiamo scoperto di avere molti interessi in comune, la musica, l’arte, la lettura».

Come vive il fatto che il Papa è dubbioso su Medjugorje?

«Amo molto Francesco, credo sia il Papa di cui c’è bisogno oggi, semplice e affabile. Su Medjugorje ha detto che “la Madonna non è una postina”. Per tradizione, la Chiesa si pronuncia quando il veggente è morto o le apparizioni cessano. Intanto lascia ai pellegrini la libertà di andarci. Penso che prima o poi la Chiesa esprimerà le sue parole di saggezza. Che credo non deluderanno».

Se lo facessero?

« La penso come Vittorio Messori che ha detto che se la Chiesa sconfesserà le apparizioni “rischia lo scisma”».

Il cristianesimo però non coincide con Medjugorje.

«Certo che no, ma chi ci è andato sa quanto importante sia il fenomeno. I pellegrini arrivano da tutto il mondo, un giudizio negativo sarebbe rischioso».

Che rapporto ha con il mondo della musica, le case discografiche, le radio?

«Sono stato emarginato, soprattutto da quando con mia moglie e un amico pugliese teniamo delle serate-testimonianza intitolate Uno sguardo dal cielo. I media ufficiali non hanno accettato questo mio percorso di fede».

Non sarebbe più stimolante una testimonianza in ambienti laici?

«Non sono io ad aver fatto questa scelta. Io e la mia musica siamo stati esclusi. Se incidessi un brano rap o trap che parla di droga, sesso e mode varie sono sicuro che mi riammetterebbero».

Nel tempo libero…

«Sono un accanito lettore, soprattutto di saggistica. Ultimamente mi sono piaciuti: il Catechismo della Chiesa cattolica, un volumone così. Poi Gesù mi ha detto di Aldo Maria Valli sulla mistica Madre Speranza, e l’enciclica Gaudete et exultate di papa Francesco».

La musica?

«È sia lavoro che hobby. Sono cresciuto con Michael Jackson, Prince, Stevie Wonder, Diana Ross, Lionel Ritchie e tuttora ascolto soprattutto pop americano e black music».

Segue la politica?

«Vedo bene l’accoppiata Di Maio Salvini, se dovessi votare oggi voterei per loro».

Anche se si registrano i primi dissidi?

«Quando si riuniscono in tre con il premier Giuseppe Conte trovano sempre un accordo. Sono fiducioso che accada anche sulla Tav. Apprezzo questa ventata giovanile che può portare a un cambiamento positivo».

Nel libro parla molto del diavolo, ma lei è sempre stato un bravo ragazzo, non una rockstar dalla vita dissoluta. Non crede che sia la felicità a generare la virtù?

«Per me è il contrario: è la virtù a generare contentezza. L’uomo d’oggi crede di essere padrone del mondo e di salvarsi da solo, dimenticando che Gesù Cristo è e rimarrà sempre il salvatore. Mi soffermo sul potere del diavolo e del peccato perché non ne parlano più neanche i sacerdoti. La furbata di Satana è proprio far credere di non esistere».

La Verità, 10 marzo 2019

Tutti i motivi per non guardare i reality show

Abiezione. Forse basta una sola parola per descrivere la deriva che hanno preso certi reality show. Una deriva di cui non era difficile immaginare l’inevitabilità. Quando decidi che i canali Mediaset debbano averne sempre uno in palinsesto l’escalation è nell’ordine delle cose. Bisogna sempre alzare l’asticella. All’in giù, però. Un gradino alla volta. Di reale c’è soprattutto l’abiezione. Il campionario della pornografia dei sentimenti viene continuamente aggiornato. Approssimativamente: gli eccessi trash del Grande Fratello 15 condotto da Barbara D’Urso che causano la fuga degli sponsor, il machiavellico canna gate della scorsa Isola dei Famosi capitanata da Alessia Marcuzzi, il molto discutibile ingresso di Lory Del Santo che scelse il Gieffe vip per elaborare il lutto per la morte del figlio e la successiva incursione di Fabrizio Corona (do you know?) per rimestare nel privato della coppia Totti-Blasi prima e dopo il matrimonio. Infine quello che hanno sotto gli occhi i telespettatori dell’attuale edizione dell’Isola, la numero 14, sempre condotta dalla Marcuzzi, con nuovo capolavoro di Corona, rivelazione di corna in diretta, licenziamento degli autori e nuovo ritiro degli sponsor. Non si sa cosa sia peggio: supporre di esser finiti dentro una situazione sfuggita all’apprendista stregone di turno o, al contrario, di assistere a una montatura lucidamente allestita da qualche architetto dell’estremo. Crescono i dibattiti, le dichiarazioni, le articolesse: tutto il circo dell’infotainment si pronuncia e si schiera con questi o con quelli. Riccardo Fogli o Fabrizio Corona? Aldo Grasso o Alba Parietti? Chissenefrega. Da tempo ho deciso che il tempo è prezioso. Credo esista una gerarchia, un ordine, nell’usarlo. È così poco e, soprattutto, non siamo noi a stabilire quanto ne abbiamo a disposizione. La logica del vedere «fin dove arrivano» non mi seduce.

Lo spettacolo dei cosiddetti morti di fama sembra una riedizione moderna non troppo lontana dei circenses di epoca romana: i combattimenti dei gladiatori, le lotte con gli animali… Una forma di anestesia collettiva, di evasione da qualcosa. Allora era dalle politiche dell’imperatore, oggi chissà, probabilmente da sé stessi, dall’io. È per questo che, assistendovi, si intristisce. Siamo drogati di notizie, stimoli, sollecitazioni, tecnologie: per bucare questa mole di nozioni e informazioni bisogna tirare di più la corda. C’è sempre qualcosa di nuovo che si può inventare. Questi spettacoli continueranno a non avermi: non li ho visti e non mi piacciono. Il fatto che gli ascolti scemino mi mette di buon umore.

La Verità, 11 marzo 2019

«La sinistra ha fatto la storia, ora fa la Leopolda»

Enrico Lucci risponde in una pausa di lavoro. Quest’anno ne ha più di prima. Dopo Realiti Sciò, striscia tutta sua su Rai 2 in cui ha raccontato il declino del berlusconismo, nella nuova stagione di Nemo – Nessuno escluso, sempre Rai 2, il più ganzo del bigoncio – uno di sinistra che crede nell’ordine democratico, 54 anni, di Velletri, gavetta nelle tv romane prima di bussare in Viale Mazzini e di approdare alle Iene di Davide Parenti – canta e porta la croce. Incursore, intervistatore, conduttore. Al suo fianco non c’è più Valentina Petrini: «Mi sono attenuto alle scelte editoriali della Rai».

Sta di fatto che è un nuovo Nemo, con l’intervista politica rivisitata.

«Sono venuti Luigi Di Maio e Antonio Tajani, ma non è detto che debba essere sempre politica».

Però si vede che ti diverti, soprattutto se il soggetto si presta.

«Provo sempre a divertirmi, perciò tutti i soggetti si prestano».

Fai i servizi e conduci.

«Nel tempo spero di ridurre i servizi. Con ’sto mal di schiena…».

E il giornalismo di strada?

«È il mio. Se vai dove ci sono le persone sei più libero. In studio devi fare gli onori di casa, non puoi invitare uno e prenderlo a schiaffi. Sono due prospettive diverse».

E tu preferisci?

«Teoricamente, la strada. Solo che ho 54 anni…».

Un ragazzo.

«Anche in studio si può trovare una forma educata pur facendo tutte le domande».

Lilli Gruber o Corrado Formigli a Di Maio e Tajani ne avrebbero fatte altre.

«Ognuno è figlio della propria vita. La Gruber è una cosa, Formigli un’altra, Diego Bianchi un’altra ancora».

Tu sei più popolare?

«Non mi auto-intesterò mai la volontà del popolo. È tutto popolo, anche la Gruber e gli altri. Io provo a sintonizzarmi sul linguaggio corrente».

Appunto.

«Cerco di connettermi, arraffo quello che mi sembra di sentire. Altrimenti, per essere veramente l’uomo della base, dovrei vivere sette anni in Veneto, sette in Calabria…».

Ti sei messo il programma sulle spalle: inviato, intervistatore, conduttore.

«Macché spalle… I pilastri sono altri. Alessandro Sortino, capo progetto. E gli inviati veri, giganti come Daniele Piervincenzi, Laura Bonasera, Selenia Orsella, Marco Maisano e tutti gli altri».

Hai cominciato una nuova carriera da anchorman, da giornalista che porta la realtà in tv e la interpreta?

«È la ragione sociale di Nemo: mostrare quello che si muove nel Paese e raccontarlo in tutti i suoi aspetti».

Puoi cominciare a dire «la mia televisione», come i conduttori importanti.

«Io penso sempre la stessa cosa. Che tutti impariamo da tutti e ognuno sviluppa un proprio modo di vedere le cose. Non c’è nessun Leonardo da Vinci in giro, me compreso».

Siete diversi dalle Iene perché meno giustizialisti?

«Raccontiamo le cose con un linguaggio più disteso. Il nostro montaggio è attento ai particolari, come la fotografia. Ma Le Iene fanno bene il loro mestiere».

Hanno il gusto di stanare il furbetto e la doppia morale.

«Noi proviamo a essere più letteratura. Senza tirarcela».

Ti trovi bene in Rai o qualche volta hai la tentazione di tornare a Mediaset?

«Tutto dipende dalle persone. In Mediaset ho lavorato con grandi professionisti come Davide Parenti o Giorgio Gori. Sono venuto in Rai perché c’era Ilaria Dallatana. Anche con Andrea Fabiano mi sono trovato bene. Io ho iniziato in Rai con Claudio Ferretti, un fratello maggiore».

Siete diversi anche da Propaganda Live, perché meno autoreferenziali de sinistra?

«Un po’ sì. Diego Bianchi si è inventato un programma che non esisteva. All’inizio era molto elitario, adesso è più universale. Pensavo che avrebbe faticato fuori dalla Rai, invece su La7 ha ritrovato il suo pubblico. Se non c’è Nemo, Propaganda me lo vedo».

Anche tu de sinistra

«Ci sono mille modi di esserlo. A me tutti i stereotipi de sinistra me fanno orore».

Per esempio?

«Er cannarolo depresso, l’intellettuale fasullo che chiamate radical chic… Potrebbero stare tutti in Siberia a tagliare le betulle».

Sinistra sovietica?

«Ma no. Detesto pure certe macchiette nostalgiche che identificano il passato col paradiso. Essere di sinistra significa esprimere la critica continua allo stato presente delle cose. Non incasellarsi su figurette da quattro soldi su cui gli altri speculano».

Nella prima puntata hai detto che il socialismo ha lottato per le classi deboli, contro l’imperialismo, per gli operai… e ora è finito «alla Leopolda», pronunciata in falsetto.

«La sinistra ha scolpito la storia del Novecento, i laburisti hanno inventato il welfare… Tutto questo movimento ciclopico si è ridotto alla Leopolda. Mentre il resto del Pd litiga nel miglior modo possibile».

Tu cosa ci hai capito?

«Son passati otto mesi da quella scoppola elettorale e fino all’altro giorno non c’era traccia del congresso. Invece, dopo un mese avrebbe dovuto esserci un nuovo segretario e un nuovo programma. Devono reinventarsi e organizzare una proposta interessante per gli italiani. Cosa che non si sa quando accadrà, perché serve uno che comanda e decide cosa fare».

Uno come Marco Minniti?

«Come si fa a dire, c’è anche Nicola Zingaretti. Vediamo chi si presenterà e con quali contenuti».

Sicurezza e ordine sono valori di sinistra?

«Certo».

Che cos’ha Nemo in più degli altri programmi?

«Dovrebbero dirlo Sortino e gli autori. Comunque, la novità sono quelli che vengono in studio e in tre minuti dicono quello che devono dire. Poi c’è il tentativo di fare servizio pubblico, raccontando il mondo che c’è adesso nel modo più neutro possibile perché la neutralità assoluta non esiste. Cioè, con lo stile nostro, riflessivo e rispettoso di vari punti di vista».

Il mondo che c’è adesso sono le app del sesso delle ragazzine: degrado morale o evoluzione di costume?

«Qualsiasi cosa dipende da come la fai. L’importante è escludere violenza fisica e morale. Ognuno si può scegliere la vita che vuole, basta che non rompa i coglioni agli altri».

Il bene e il male però esistono e ogni azione ha conseguenze in te e negli altri, o no?

«Certo. Se stai sempre sulle app del sesso ti rovini. Anche l’uso compulsivo del cellulare è deleterio. Il vino è buono, ma se cominci a berlo di prima mattina finisci sotto i ponti».

Che Italia è quella di Nemo?

«È l’Italia contemporanea, dove tutto è mobile, suscettibile di cambiamenti secondo la tendenza sostenuta dai social. Tutto può diventare il contrario di ciò che era il giorno prima».

Società liquida?

«Gassosa. Che si sposta a seconda di come tira il vento».

Vista da qui quanto è distante la politica?

«Si è ricalibrata sulle nuove usanze. Matteo Salvini fa un tweet o un video ogni mezz’ora, Di Maio anche. Mentre gli altri non sanno come prendere il toro per le corna».

Anche Renzi governava con i tweet.

«Con risultati inferiori. Salvini è il più bravo di tutti. Peccato che poi alla fine tutto cozza con la realtà. Tipo: in due settimane bloccheremo la Tap, poi vai al governo, ti accorgi che devi farla e quelli che ti avevano votato t’inseguono coi forconi».

La politica quanto è distante dalle situazioni tipo Gela?

«Gela sta laggiù. Se quei livelli d’inquinamento si trovavano a Milano vedi come correvano i politici. Dovrebbero avere in mano la situazione e trascinare tutto il Paese verso una vita migliore. Invece inseguono il consenso e stanno sempre a guarda’ i sondaggi».

L’informazione quanto è lontana dalla gente reale?

«Tutti parlano della gente, presumono di rappresentarla. Ma lo fanno per mettersi al centro della fotografia».

Con l’occhio ai sondaggi.

«Per me un vero politico non si dovrebbe far vedere né sentire. E dopo due anni ci dovrebbe mostrare quello che ha fatto».

L’informazione televisiva è pregiudizialmente contraria al governo attuale?

«Pregiudizialmente lo si poteva dire dopo un mese. Adesso che ne sono passati cinque si possono dare dei giudizi. E poi vedo spesso Mario Giordano e Marco Travaglio che un po’ bacchetta e un po’ no. Le posizioni sono variegate».

Meno tra i conduttori.

«Se conosci la loro opinione ti regoli. Si sapeva che Michele Santoro era di sinistra, però lo vedevano anche quelli di destra. I conduttori non possono essere neutri».

Ma nemmeno tutti d’opposizione. Non sarà perché i legastellati contestano l’establishment?

«Quanto influisce sull’opinione pubblica l’orientamento dei conduttori? Quando parlavano Enzo Biagi o Indro Montanelli si stava a sentire. Oggi è tutto cambiato. I giovani stanno sui social e i nuovi media sono talmente diversificati… Se vedi Giovanni Floris sai che la sua non è la verità… Scusa, ho citato la vostra testata».

Molto controcorrente. Anche Nemo escluderebbe qualcuno, tipo Roberto Spada o gli aguzzini di Desirée Mariottini?

«Agli aguzzini di Desirée che vuoi chiedergli: cosa pensano dell’amore? La militante di Forza nuova con la maglietta di Auschwitzland, per esempio, non la vorrei. Certe persone vanno ignorate per non legittimarle».

Fabrizio Corona?

«Anche quella è televisione. Puoi pure chiamarlo, per capire perché uno così rappresenta un modello per tante persone».

Ultimo libro letto?

«Ho sempre amato la poesia. Da poco ho scoperto Wisława Szymborska: scrive poesie che si capiscono al volo. La gioia di scrivere è un libro bellissimo».

Ultimo film visto?

«Non vado al cinema da due anni. Uscivo quasi sempre deluso. Stare seduto al bar a guardare la gente è il film più bello».

Serie tv?

«A ’sto punto tutti dicono Netflix (con la vocina): io non so manco cos’è. Si va a mode: due anni fa la città più bella era Barcellona, ora è Berlino. La sera accendo la tv e mi fermo dove mi va. Guardo i ciccioni che devono dimagrire, i camionisti…».

Se avessi un figlio adolescente che cosa gli diresti?

«Che la vita non ha alcun senso tranne quello che riesci a dargli tu. E spero sia un senso di felicità. Già sono tante le rogne quando uno viene al mondo… Passalo pure male, sto periodo».

 

La Verità, 4 novembre 2018

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.

«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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Renzi verso Mediaset. Prove di Telenazareno

«Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano», cantava Antonello Venditti nel 1991. All’epoca Matteo Renzi era appena sedicenne, ma solo tre anni dopo avrebbe esordito davanti alle telecamere di Rete 4 come concorrente della Ruota della fortuna di Mike Bongiorno. Un’altra èra, sia televisiva che politica. La notizia di oggi, però, è che l’ex premier potrebbe tornare là dove mosse i primi passi della sua fulgida vita pubblica. Il tam tam cresce da qualche giorno. Con il manager Lucio Presta, il senatore di Rignano sta preparando un programma sulla storia e le bellezze di Firenze. La Verità ne aveva anticipato i contorni il 26 giugno scorso, qualche giorno prima di svelare i dettagli dell’acquisto di una nuova villa di 11 vani del costo di 1,3 milioni nel centro di Firenze, per il quale è stato necessario accendere un mutuo, il terzo, gravante sul reddito familiare. Da qui, con molta probabilità, la necessità di rimpolparlo con un rinnovato attivismo che, oltre alle conferenze all’estero e al seguito di Avanti, diario personale sul «perché l’Italia non si ferma», prevede l’esordio dell’ex segretario Pd alla conduzione televisiva. Avvolto nel mistero, era invece rimasto il marchio della televisione sulla quale sarebbe avvenuto. Esclusa la Rai per ragioni di opportunità politica, Giacomo Amadori aveva ipotizzato Mediaset o Discovery Channel tra i probabili, fortunati, approdi.

Ora, dopo la nottata trascorsa a Montecarlo con Pier Silvio Berlusconi, se non del tutto caduto, il sipario è almeno strappato. «Il progetto di Renzi potrebbe essere interessante», ha svelato il vicepresidente Mediaset, considerando le tante novità che riguardano le reti del gruppo. «Abbiamo contattato il suo manager per capire di che tipo di programma si tratta. Potrebbe andare in onda su Rete 4 o su Focus. Certo», ha continuato con un pizzico d’ironia «se andasse in onda su Focus farebbe le stesse percentuali che fa alle elezioni». Scherzi a parte, la sensazione è che la trattativa sia a uno stadio più che embrionale. Se così non fosse, difficilmente l’ad della tv commerciale avrebbe ammesso l’esistenza dei colloqui.

Qualche ora prima, parlando del rinnovamento che investirà Rete 4, Piero Chiambretti, cerimoniere della presentazione dell’«offerta televisiva 2018-2019», aveva sagacemente scherzato sul ruolo del canale nella «formazione della classe dirigente italiana. Avete tenuto a battesimo Renzi alla Ruota della fortuna e Salvini a Ok, il prezzo è giusto: pensate di lanciare altri cavalli di razza?». No, ma di riciclarne qualcuno, magari sì. Rispondendo a precisa domanda sull’eventuale interesse per Renzi in versione Alberto Angela, Berlusconi jr. si era mostrato più che possibilista. «Abbiamo contattato il suo entourage aspettando di vedere… Se fosse, perché no?». A facilitare la venuta alla luce del progetto c’è anche il fatto che Presta è manager molto ascoltato a Cologno Monzese. Paolo Bonolis, il suo artista televisivo di punta, ci lavora con soddisfazione sua e dell’editore da diversi stagioni e nella prossima condurrà due programmi in prima serata (Scherzi a parte e Ciao Darwin) e un preserale (Avanti un altro), tutti su Canale 5.

Insomma, gli astri sembrano favorevoli. Corsi e ricorsi del circo politico-mediatico: ridimensionato nelle stanze dei palazzi romani, il patto del Nazareno potrebbe trovare nuova linfa negli studi televisivi di Mediaset. Anche Silvio Berlusconi, parzialmente decentrato dall’alleanza tra la Lega e il M5s, presumibilmente, vedrebbe di buon grado l’innesto del programma renziano in una rete di Cologno. «Certi amori non finiscono…», da una parte e dall’altra. Per Berlusconi jr., però, tra i «giri immensi» che precedono il ritorno alle origini non c’è quello trionfale dell’ex golden boy della politica italiana. «Credevo in Renzi, mi ero fatto affascinare, convinto che avesse una marcia nuova», ha confidato sempre a notte fonda. «Ma non ha rispettato le competenze degli altri. Si è messo al centro e si è isolato. A parole bene, bene, bene. Ma nella realtà dei fatti le cose sono andate diversamente». Il suo interesse per l’ex premier sembra essere esclusivamente televisivo. Però, come spesso accade, il confine tra televisione e politica è sempre difficile da tracciare. Accusata di aver tirato la volata alle formazioni populiste, con la new entry in palinsesto del programma di Renzi, la rivoluzione di Rete 4 sarebbe copernicana.

La Verità, 6 luglio 2018