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«L’Italia dovrebbe vincere con il potere dell’arte»

Artista, artigiano, musicista, musicologo, autore, compositore, interprete, showman: Marco Castoldi, in arte Morgan. Persona controversa. Altrimenti non si spiegherebbe come possa esser finito al centro di un inestricabile ingorgo amministrativo giudiziario sentimentale culturale, sfociato nel pignoramento della sua dimora-atelier. Ora, per sensibilizzare le autorità sulla vocazione dell’artista e sul legame tra la creazione e il posto dove questa si genera e prende forma, Marco Castoldi ha pubblicato per La nave di Teseo Essere Morgan – La casa gialla, primo libro di una trilogia, corredato di numerose illustrazioni, che si apre con una lettera al ministro dei Beni e delle attività culturali.

Sulla copertina si firma Marco Morgan Castoldi. Come devo chiamarla?

Come vuole. Morgan è il nome d’arte di un cantante autore performer pianista saltimbanco partorito da una persona che si chiama Marco e si occupa di spettacolo artistico, fatto di musica e parole.

Nella casa-atelier si realizza la sovrapposizione tra persona e artista: espropriarlo vuol dire impedirgli di creare?

Sicuramente nella casa avviene il concepimento e spesso la realizzazione dell’opera. Il posto dove abita l’artista è il posto dove abitano le sue idee. E le sue idee sono la sua arte. In questo periodo ripetevo che da trent’anni sto in quarantena, per cui non c’è nulla di nuovo. Ma siccome me l’hanno tolta, non ho più nemmeno la libertà di stare in casa mia.

Dove ha trascorso il lockdown?

In case a breve termine, piene di bagagli, senza i requisiti tecnici per la mia attività musicale. Case scomode. Case casuali.

Come si mantiene? Eravamo rimasti al pignoramento alla fonte dei suoi introiti, ci sono novità?

Nessuna. Sono rimasto completamente inascoltato sia come cittadino che come artista. Il ministero che dovrebbe occuparsi di beni e attività culturali e organizzare il rapporto tra l’artista, la società e il mercato non fa nulla. Neanche fa finta di farlo.

Il pignoramento e lo sfratto sono opera di Asia Argento per il mancato mantenimento della figlia o dell’Agenzia delle entrate per il mancato pagamento delle tasse?

Non ho quasi mai mancato di mantenere le mie figlie. In realtà le cifre corrisposte sono più alte di quelle richieste. Perché oltre l’assegno mensile, ho assolto alle spese per la scuola e per le attività sportive e ricreative. Ricordo che la bambina è cresciuta con me per quattro anni. Poi ho versato alla madre 3000 euro al mese. Direi tanti per mantenere una bambina. Perciò mi è venuto il dubbio di aver mantenuto anche il tenore di vita da star della madre.

Ma gli alimenti li ha sempre pagati?

Non sempre. Ho avuto problemi con i manager. Ci sono stati momenti in cui non venivo pagato. Ho chiesto di pazientare, assicurando che avrei risolto la situazione. Negli anni ho versato qualcosa come 350-400.000 euro. Va bene, era la risposta. Poi però arrivavano le lettere dell’avvocato. Comportamenti miseri. Non si dovrebbe arrivare a questo tra persone che si sono dette «ti amo». Invece, è successo. E poi ci si atteggia a paladina della battaglia contro la violenza sulle donne.

Era insolvente anche verso l’Agenzia delle entrate?

Tutto è partito da lì. Mi hanno imputato un debito e hanno subito iniziato a pignorare le mie entrate senza discutere di rateizzazione. Non potendo più pagare gli alimenti si è innescata la catena.

Ha presentato reclamo?

L’Agenzia delle entrate è un’entità kafkiana, irraggiungibile. Sono andato di persona per definire una contrattazione basata sui miei introiti. Impossibile. L’anima della burocrazia è questa: dammi la prova che esisti, un documento con marca da bollo. Non basta vederti qui davanti, serve il documento…

Il merito di questa situazione è del suo manager?

Sono passato per diverse gestioni, tutte similmente opache. I manager di artisti non esistono come categoria. Non ci sono regole. Sono autodidatti che pensano di farla in barba all’artista. Il quale è distratto perché pensa alla sua attività creativa.

Perciò non può lamentarsi…

Anch’io ho vissuto da ricco. Le canzoni producono ricchezza. Ho avuto 100, ma loro se ne sono presi 500. Mio compito non è frugare nelle carte dei commercialisti, ma creare una canzone dalla quale tutti traggano vantaggi. Se compongo un ritornello troppo lungo la canzone non incassa due milioni di euro. Se è giusto sì. La mia responsabilità è fare canzoni perfette. Poi, improvvisamente, arriva una notifica di 2 milioni di tasse da pagare.

Con questo libro, introdotto da una lettera all’allora ministro Alberto Bonisoli, contesta il comportamento dello Stato sostenendo che, anziché penalizzarla, dovrebbe sostenerla.

L’obiettivo è mettersi attorno a un tavolo per capire il ruolo dell’artista nella società moderna. E stabilire un sistema di norme affinché le sue creazioni siano vantaggiose per tutti: artista, Stato e mercato. Sono molto competente per ciò che concerne la dimora dell’artista. È una visione che si allarga allo stato dell’arte in Italia fino alla politica del nostro Paese.

In che senso?

Com’è possibile che l’Italia che possiede il più grande patrimonio artistico al mondo sia un Paese economicamente sottomesso e indebolito nella sua sovranità, come abbiamo visto anche durante questa crisi del coronavirus? Un Paese in possesso, temo ancora per poco, di tutta questa bellezza dovrebbe dominare il mondo. Abbiamo avuto Antonio Vivaldi, cioè il maestro di Bach, Mozart e Beethoven. Abbiamo avuto Piero della Francesca, cioè tutti gli Andy Warhol messi insieme. Potrei continuare. Dovremmo governare il mondo…

Invece?

Siamo indebitati perché chi governa è ignorante e non capisce il valore della bellezza. Questi politici vanno aiutati. Vanno condotti per mano perché possano comprendere quanto vale la ricchezza di cui disponiamo.

Nel suo libro parla dell’artista «al centro del reticolo sociale».

L’artista è al centro della comunità, non più fisica o geografica, ma mediatica e virtuale. L’artista aggrega. Che cosa ricordiamo della storia del nostro Paese? I grandi artisti come Leonardo da Vinci o Dante Alighieri. La storia la fanno i grandi creatori o i grandi distruttori. Leonardo e Ludovico il Moro, Picasso e Hitler: dipende da che parte stiamo.

La legge è uguale per tutti: se un musicista rimane senza lavoro è come se accadesse a un commesso?

Il commesso ha la mia stessa dignità. Né più né meno. Ma sul piano sociale è diverso. Sui social scrivono: chi ti credi di essere? Se mi togli la casa mi togli anche il lavoro. Al commesso resta il negozio. Se non lavoro io, si ferma tutto l’indotto delle mie canzoni. A un concerto ho 50.000 persone davanti, qualche decina lavora dietro e attorno al palco, altri guadagnano con i diritti d’autore, poi ci sono le case discografiche, gli uffici stampa… Io posso sostituire il commesso in negozio, lui non può sostituire me.

Intanto il ministro è cambiato. Ora è Dario Franceschini, concittadino di Vittorio Sgarbi, prefatore del libro.

Quindi, per campanilismo dovrebbe leggerlo. Poi mi auguro di incontrarlo.

In quasi tutte le sue ultime esibizioni sono successi casini.

Sono rappresentazioni artistiche.

Con Sky siete in causa per X Factor.

Per forza. Mi hanno promesso un cachet, la mia partecipazione ha portato ascolti, ma non mi pagano giustificando il fatto con le mie intemperanze.

Anche con Maria De Filippi non è finita benissimo.

Idem. Pensando a Maria De Filippi, faccio «Ah!».

Prego?

Ah! Un’esclamazione alla Al Pacino. Nel palazzetto dove si registrava Amici una sera mi è esplosa una paura pazzesca… Sono scappato. «Dove stai andando?», urlavano. «Basta, sono un comunista, sono un comunista». Sono scappato per i campi, nella nebbia, ancora con l’auricolare addosso.

Mi prende in giro? Sembra la scena di un film…

È successo davvero.

A Sanremo sappiamo com’è andata con Bugo.

È stata un’invenzione teatrale, un’iniezione di spettacolo. Sa quanto ha reso il video a YouTube? 23 milioni di euro, con oltre 15 milioni di visualizzazioni. Ma né io né la Rai abbiamo avuto niente.

Ha rotto con Sky, ha rotto con Mediaset e con la Rai ci siamo vicini?

Tutt’altro. La Rai la amo perché è super partes. Sogno di realizzare una trasmissione che valorizzi quello che so fare. Il programma di Enrico Ruggeri è stato un buon passo avanti. Spero venga il mio momento.

Tornerà al Festival nel 2021?

Amadeus è una persona seria, ironica e professionale. Forse l’idea migliore sarebbe che io e Bugo tornassimo come ospiti. Io ospite di Bugo e Bugo ospite mio… Ci pensa? Con l’utopia di fare pace sul palco. E con la strizza che, se non riesce, si ripeterà un altro fattaccio.

Per concludere, c’è qualcosa che la fa essere ottimista?

Penso che mi rivolgerò alla magia.

Chi è Morgan?

Un angelo che va sul palco. E può essere commovente o divertente.

 

Panorama, 20 maggio 2020

Bello il calcio nostalgia, senza attori e sapientoni

Scherzi della nostalgia, certo. E dell’astinenza da calcio. Rivedere Italia Germania Ovest 1970, oppure Italia Argentina 1978, oppure ancora Italia Germania Ovest ma 1982, quella del Mundial, fa uno strano effetto. Fa scattare l’automatico era meglio quando si stava peggio. Oddio, peggio. Sicuramente meglio di questi giorni da reclusi. Provocazione: era meglio quel calcio lì. Asciutto, essenziale, schietto. Privo di tutte quelle insopportabili malizie che stanno intossicando lo sport più bello del mondo, oggi. Parlare di assenza di malizie quando i campi erano calcati da gente come Claudio Gentile o Marco Tardelli, come Daniel Passarella o Mario Kempes, come Gerd Müller o Paul Breitner, è tutto dire. Non che non succedessero cose strane, come per esempio nella finale del 1978 tra Argentina e Paesi Bassi (si chiamavano così, per la cronaca, 3 – 1 per la formazione di Cesar Luis Menotti) mal arbitrata dall’italiano Sergio Gonella, davanti al generale della giunta militare Jorge Videla. C’era gioco duro, c’erano i falli e si espelleva e ammoniva molto meno di ora. Ma c’erano anche meno sceneggiate, astuzie e proteste. L’arbitro fischiava, il giocatore si rialzava, si batteva la punizione. Meno ambiguità e protagonismi anche nelle telecronache a una sola voce che si limitavano al racconto, senza compiaciute lezioni di tattica. Un calcio più elementare e più selvaggio. Che Mediaset Extra ci sta permettendo di riassaporare nella maratona di Emozioni mondiali, tre giorni da giovedì a oggi, con il meglio dei match della Nazionale nella Coppa del Mondo dal 1970 al 2006. Quest’ultimo, altro torneo vittorioso ai rigori contro la Francia, dopo che in semifinale avevamo nuovamente battuto ed eliminato i tedeschi padroni di casa. Insomma, un concentrato di orgoglio azzurro in giorni di «stadi chiusi». Scherzi dell’astinenza oltre che della nostalgia. Alimentata dalle immagini in 4/3 dell’epoca. Dall’urlo di Tardelli dopo il gol del due a zero. O dalla voce di Nando Martellini e dallo storico triplice «campioni del mondo!» al Bernabeu di Madrid (11 luglio 1982). Oppure dal gol del 4-3 di Gianni Rivera alla fine dei tempi supplementari della «partita del secolo» (Città del Messico, 18 giugno 1970). Momenti nei quali tutti ricordiamo dov’eravamo e che, complice la clausura, si possono rievocare con chi allora non c’era. E chissà, considerata la probabilità che la quarantena si trasformi in ottantena, perché non riproporre anche altri storici match, senza l’assillo dell’audience? Tipo quelli della vertiginosa, rivoluzionaria e prediletta Olanda di Johan Cruijff e Ruud Krol, la nazionale più bella e sfortunata di sempre.

 

La Verità, 11 aprile 2020

Arriva in tv una «casetta» per il cinema italiano

Non c’era. Difficile da credere, ma è così. Un canale tv dedicato al cinema italiano non esisteva. Colmerà la lacuna Cine34 di Mediaset, la nuova rete tematica (al tasto 34 del digitale e al 327 della piattaforma satellitare), che esordirà il 20 gennaio, nel centenario della nascita di Federico Fellini, al quale sarà dedicata la programmazione dell’intera giornata: otto film del maestro riminese, da Lo sceicco bianco a 8 e ½ passando per Amarcord e La dolce vita.

Disponiamo di televisioni sempre più complesse ma anche smart, di connessioni multiple, di telecomandi che sembrano consolle di portaerei, di decine e centinaia di canali ma, lasciando stare le reti generaliste, presi dalla smania di accontentare i vari target, i fan dei reality, quelli del crime, gli amanti del lifestyle e quelli della comicità, ci eravamo dimenticati del nostro cinema, quello che racchiude tutti i generi. Incoraggiati dalla crescita di ascolti delle altre 11 reti tematiche (il 7.4% di share in prima serata supera Rai, Discovery, Sky e Viacom) i dirigenti Mediaset hanno deciso di aprire questa nuova «casa del cinema», nella quale i diversi generi saranno proposti con una programmazione giornaliera: la domenica i poliziotteschi, il lunedì le monografie, il martedì i maestri del cinema, il mercoledì i thriller e così via. L’offerta attinge a una library di 2672 titoli, 446 dei quali mai trasmessi in tv, ottenuta sommando al magazzino Mediaset acquisizioni di nuovi listini per completare collane di autori, come nel caso di Fellini, o per integrare filmografie di sicura presa sul grande pubblico, come la commedia sexy (in palinsesto il venerdì) e gli spaghetti western (il sabato). Precisato che il nuovo canale prevede la giornata dedicata alle pellicole d’autore e d’essai, la parte del leone la faranno i cosiddetti B movie. L’ingenerosa etichetta proviene dalla critica colta, ma se un regista come Quentin Tarantino si è felicemente formato alla scuola del cinema popolare italiano, non dovremo essere noi a snobbarlo.

Rivolto a un pubblico centrale, con leggera predominanza maschile, l’obiettivo di share del nuovo canale è l’1% da raggiungere in sei mesi. Non potendo contare sulla visibilità nelle pagine dei programmi tv dei giornali, ci vorrà pazienza perché il passaggio da Cine34 diventi un’abitudine dello zapping serale. Ma contando su alcune chicche inedite in tv (tra le altre, Black killer con Klaus Kinski, La minorenne con Gloria Guida) o su alcuni classici dimenticati nei vari generi (La polizia incrimina, la legge assolve, con Franco Nero, La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati), forse si può azzardare che quell’1% è una previsione al ribasso.

 

La Verità, 18 gennaio 2020

«Ora la vera provocazione è essere normale»

Piero Chiambretti, fa sempre lo stesso programma?

«Sì, non cambio niente per cambiare tutto».

L’opposto del Gattopardo: lei che animale è?

«Qualcuno mi vede come un panda, qualcun altro come un carlino. Siccome la mia carriera è nata con l’acquisto di un cocker, potrei essere un cocker. Purtroppo, non Joe Cocker».

Con un cast così eccentrico potrebbe essere anche un domatore di animali?

«Più che domatore sono domato dal cast. Animali di razza».

Oppure è un burattinaio che muove i suoi pupazzi pronunciando quel «là» come se tirasse un filo invisibile?

«È così. Cerco di usare due linguaggi, quello verbale e quello visivo, che ne formano un terzo, che è poi quello che arriva al pubblico. Nella speranza che ne capisca almeno uno».

Con rinnovato entusiasmo, da un paio di settimane Piero Chiambretti è tornato al centro di CR4La Repubblica delle donne su Rete4. Di rinnovato c’è anche il contratto con Mediaset, altri due anni: «Due alla volta posso arrivare a 100; i contratti si rinnovano, la vita finisce», chiosa, dolceamaro. Così, però, si è spento il suono delle sirene che saliva dai palazzi Rai, ma soprattutto dai lidi di La7 che l’ha corteggiato a fari spenti. Nella tv berlusconiana è contento, tanto più ora che, dopo tre anni di trasferta romana, è tornato a registrare a Milano con un budget più rotondo e carta bianca su tutto.

Lei è nella manica di Piersilvio Berlusconi?

«Tutti lo siamo se lavoriamo qui».

Il programma si chiama La Repubblica delle donne, vi occhieggia Greta Thunberg e la bellezza è rappresentata da una ballerina nera: insegue le mode?

«La ballerina nera era solo nella prima puntata. Nella seconda parleremo di amore, poi cambieremo ancora. Se qualcuno intravede un orientamento è sempre traslato, oltre i luoghi comuni. Parlando di donne, Greta non si può non citare per il suo impegno. La sua immagine prevalente è con l’ombrello, io la rappresento solare».

Iva Zanicchi che dà 4 a Eugenio Scalfari per aver travisato Bergoglio, le rivelazioni intime delle gemelle Kessler, Malgioglio in gabbia come un uccello, lei che chiede alle ministre se hanno paura della morte: ospiti o membri del cast sono capitoli di un racconto?

«Provo a fare tv d’autore dentro una tv commerciale, sempre stando attento al gusto pop. È il mio stile. Avere libertà è una bella garanzia, altrimenti non saprei difendermi in caso di errori. Sarebbe più frustrante sbagliare su input di un altro. Sfido a trovare in Italia una rappresentazione televisiva come la mia. Ci sono tante imitazioni, ma prevedono l’originale».

Le sue donne sono compatte dalla parte del Me too?

«Non credo. Nella scorsa stagione Alessandra Cantini si tolse le mutande a mia insaputa e sostenne che le donne non sono vittime, ma artefici di certe situazioni. Scoppiò un putiferio e ho avuto conferma che non bisogna mai finire in mezzo a donne che litigano. Io mi addestro con l’osservazione di mia figlia Margherita di 8 anni, una ragazzina informata, ironica e intelligente più dei maschi».

E lei cosa pensa del Me too?

«Sono tranquillo, nella mia vita non ho mai fatto un’avance che non fosse una battuta ironica. Né ho mai sfruttato il ruolo di capocomico per secondi fini».

Nella prima puntata c’erano Drusilla Foer, Cristiano Malgioglio e Alfonso Signorini: che cos’è per lei la normalità?

«Come dice Amanda Lear, oggi il vero provocatore è l’impiegato di banca, talmente ordinario da risultare provocatorio».

La diversità è sovrarappresentata?

«La tv è lo specchio della realtà, il nostro programma è uno specchio rotto».

Essendo rotto consente un bel margine.

«Ogni puntata fa storia a sé. Nelle prossime, per esempio, si alzerà la quota rosa e si abbasserà la quota cipria».

Nel borsino dei social abbiamo visto Jennifer Aniston, Diletta Leotta, Chiara Ferragni e, unico maschio, Matteo Salvini, come mai?

«Salvini non è una donna, ma dal punto di vista dei social tra lui e Diletta Leotta non c’è nessuna differenza perché entrambi postano, hanno followers e vogliono piacere. Il discorso si fa più interessante se si circoscrive alla politica e si confrontano Salvini, Zingaretti e Renzi. Qui le differenze sono più evidenti».

Gli altri programmi della rete lo hanno spesso ospite.

«Rete 4 è il quartier generale del salvinismo. In mensa e nei camerini girano gatti e gente che beve mojito. Io non l’ho mai incontrato, l’ho invitato l’anno scorso, ma poi gli impegni, più suoi che nostri, hanno complicato l’ospitata».

Teme La Repubblica delle donne?

«Non credo, anzi…».

Le piace la nuova versione di Mario Giordano?

«L’ho visto poco però sono contento per lui. Pochi mesi fa era nella lista nera, aveva perso la direzione di un tg e si sussurrava potesse andare in Rai. Trovarlo ora allungato e vincente mi fa piacere. Chi lavora in tv non può mai dare nulla per scontato perché non ci sono garanzie né sindacati che ti difendono. Da ragazzo temevo le interrogazioni, oggi ogni volta che vado in video mi sembra di fare un esame di laurea».

Il tentativo di rivitalizzare Adrian e lo show di Celentano è stato accanimento terapeutico televisivo?

«Ognuno fa il proprio gioco, i critici criticano e Celentano fa sé stesso, con la sua voglia dire delle cose. Al di là degli errori commessi, con una storia come la sua, tanti a 83 anni avrebbero cominciato ad amministrarsi per proteggere nome e reputazione. Dobbiamo ammirare il suo coraggio di mettersi in gioco, preferisco un disastro di successo che un timido tran tran che non crea mai sorpresa».

A Celentano ha detto che è l’antenato di Greta. Che, a sua volta, è seguace di chi?

«Forse del colonnello Bernacca e del meteo».

Viva RaiPlay! è il programma più innovativo dell’anno?

«Non lo so. Quando sento la parola innovazione mi viene la pelle d’oca».

Non le piace la tv multipiattaforma?

«L’innovazione vorrei vederla nello stile e nel linguaggio più che nel cambio di piattaforma. Poi certo, insistendo su certi tasti, diventano familiari a tutti».

Ha visto Carola Rackete da Fabio Fazio?

«Non seguo la tv».

Prego?

«Cito Gianfranco Funari: facciamo tv per non guardarla. Non è snobismo, non la guardo per non essere influenzato da quello che fanno gli altri. Così posso illudermi di avere avuto una grande idea, ignorando che magari è in onda su tutti i canali».

Come vede le sardine?

«Mi sembrano un movimento che può far bene alla democrazia. Un movimento di opinione com’erano all’inizio i 5 stelle che, con tutto il rispetto, sono andati fin troppo lontano».

Sono fiancheggiatrici dell’establishment?

«Non saprei, stiamo attenti alle etichette. Sono nate in rete, l’importante è che non finiscano irretite».

Sua mamma scrive ancora poesie?

«Altro che, a Natale uscirà il quinto libro. S’intitolerà Farfalle di verso, il ricavato andrà in beneficenza».

L’editore?

«Finora ero io, per questo non ha sfondato. Adesso ci siamo affidati a Franco Cesati, un editore di Firenze, molto raffinato e presente online».

Quanto frequenta i social?

«Mediamente Instagram, poco Facebook. Più che altro ci sto per mostrare i backstage, postare delle frasi. Preferisco l’osservazione esterna».

È sessista la campagna per il Salone Margherita di proprietà della Banca d’Italia che vuole venderlo e che si conclude con la promessa di avere in omaggio Valeria Marini?

«Ma no, è un gioco… Valeria ce la teniamo ben stretta perché è un valore aggiunto anche nella versione taroccata o ritoccata. È la testimonial del nostro appello al ministro Dario Franceschini perché salvi il teatro».

Piacerà ad Aldo Grasso?

«Non lo leggo da una quindicina d’anni».

È torinista come lei, Giordano, Massimo Gramellini e Mattia Feltri.

«Spero che rimanga tale. Pochi ma buoni, ci vogliamo tutti bene…».

Sarà nella giuria di Sanremo Giovani con Pippo Baudo, Paolo Bonolis e Carlo Conti.

«Non basta invitare i giovani per fare una tv giovane. Per questo hanno scelto noi».

Dopo i sessant’anni si diventa più rigidi o più fluidi?

«Per quanto mi riguarda, più rigidi, più critici e autocritici. In una parola, più severi».

Tranne che in tv?

«Già, ma è solo televisione».

 

Panorama, 4 dicembre 2019

 

«Non ho fretta di tornare, aspetto Apple e Amazon»

Sandro Piccinini è appena tornato da Londra: una delle mete del suo anno sabbatico? «Per la verità, da qualche tempo Londra è la mia seconda città», racconta il telecronista sportivo ex Mediaset. «Ho cominciato a conoscerla per lavoro, poi ci ho preso casa e mi sono fatto degli amici. È una città immensa, caotica, piacevole. La Brexit? Non so se ne risentirà, è abbastanza forte per conservare tutta la sua attrattiva. C’è sempre sullo sfondo una possibile retromarcia, un nuovo referendum e la possibilità che Boris Johnson cada. Londra è sempre Londra». Miami, Cuba, Shangai, Hong Kong sono state le altre mete di quest’anno di pausa, iniziato dopo i Mondiali di Russia 2018 e trasmessi in esclusiva da Mediaset. Di cui Piccinini, sessantunenne romano, ha commentato la finale tra Francia e Croazia.

Parlando di retromarce, alcune partite di Champions League torneranno su Canale 5: e tu?

«Io e Mediaset ci siamo lasciati dopo 30 anni di matrimonio felice. Nell’ultimo giorno di lavoro ho commentato la finale mondiale. Difficile tornare insieme dopo una separazione consensuale. L’anno sabbatico è finito, ma è molto probabile che si prolunghi. Sia perché, avendo guadagnato abbastanza posso aspettare senza frenesie una proposta stimolante, sia perché il mercato televisivo è piuttosto ingessato».

Qual è stato il vero motivo della separazione?

«Continuando la metafora sentimentale, quando ci si separa dopo 30 anni non è elegante svelare il motivo. Anche le coppie migliori hanno voglia di cambiare».

Possibili ripensamenti?

«Tutto è possibile, ma li ritengo improbabili. Mi avrebbe sorpreso se mi avessero chiamato per la Champions».

Altre strade?

«La Rai non può assumere esterni da un giorno all’altro. Sky ha quasi più telecronisti che partite e Dazn è una realtà appena nata. Inoltre, io sono una figura ingombrante il cui innesto può provocare malumori che non sempre i direttori subiscono volentieri. Credo bisognerà attendere il nuovo contratto dei diritti, quando qualche nuovo marchio di streaming potrebbe ricorrere alle prestazioni di un telecronista sufficientemente popolare».

C’è qualcosa che accomuna gli addii a Mediaset di Ettore Rognoni, storico direttore dello sport, di Piccinini, voce principale del calcio, di Carlo Pellegatti e di quello, prossimo, di Maurizio Pistocchi?

«Direi di no. Isolerei la situazione di Rognoni, un dirigente che appartiene alla stagione di Carlo Freccero direttore di Italia 1, Giorgio Gori di Canale 5 ed Enrico Mentana capo del Tg5. Persone difficilmente sostituibili. Gli altri casi sono diversi tra loro. Pellegatti è andato in pensione. Pistocchi vive un dissidio con l’azienda e mi dispiace, ma è ancora lì. Dal 1996 io ero free lance e rinnovavo annualmente il contratto, fino alla separazione».

Come hai trascorso l’anno sabbatico?

«Sono stato benissimo. Molti avevano pronosticato: dopo due o tre mesi le partite ti mancheranno. Magari succederà, ma finora non è accaduto. Ho viaggiato anche in Italia, visitato bei posti, alcune mostre, ho condotto una vita più rilassata, come in una lunga vacanza. Sì, qualche sera mi è mancata la partitona di Champions, ma ti assicuro: nessun attacco di panico. Prolungare questa vacanza per adesso non mi dispiace».

È comprensibile che dopo 1800 telecronache se ne avverta la mancanza.

«In realtà sono di più. Le ho contate fino a duemila poi basta, non so se siano 2100 o 2200».

La più avventurosa?

«Bisogna tornare ai tempi delle tv locali, quando feci una cronaca senza vedere la partita».

Cioè?

«Lavoravo a Teleregione, un’emittente romana. A Firenze c’era Fiorentina-Lazio e a quell’epoca radio e tv locali non erano ammesse nella tribuna stampa con i telefoni fissi. I cellulari non esistevano. In settimana io e Raffaele Pellegrino, ora produttore al Tg5, facemmo un sopralluogo accorgendoci che nel bar della tribuna centrale c’era un telefono a gettoni. Purtroppo sugli spalti gli spettatori seguivano la partita in piedi e da quel telefono si vedevano solo le loro nuche».

Quindi?

«Inventammo il nostro sistema: ci munimmo di un sacchetto con 400 gettoni e di tanti foglietti da compilare con scritto “tiro di…”, “fallo di…”, “dribbling di…”. Pellegrino guardava la partita, aggiungeva i nomi dei calciatori e mi portava dieci foglietti alla volta. Intanto io facevo la mia radiocronaca di fantasia alla quale aggiungevo le note dei foglietti. In pratica, dicevo i fatti con uno o due minuti di ritardo».

Nessuno se ne accorse?

«Non c’erano le pay tv e le partite in diretta a smascherarci. Solo Tutto il calcio minuto per minuto, che però si collegava sporadicamente. Il problema era il gol, infatti speravamo finisse zero a zero. Invece vinse la Fiorentina 3 a 0. Alla fine della partita mi ritrovai con una decina di gettoni e un mal di testa feroce».

La telecronaca più difficile?

«Juventus Milan, finale Champions League del 2003, 20 milioni di telespettatori su Canale 5. I calci di rigori fecero l’80% di share, chissà che cosa guardava il residuo 20%. Fu una telecronaca stressante di una partita equilibrata, noi eravamo la tv del presidente del Milan. Ma non arrivò mezza telefonata di protesta».

Quella più emozionante?

«Francia Croazia del Mondiale 2018, che arrivò al termine di un mese di telecronache, esperienza entusiasmante anche se non c’era l’Italia di mezzo».

Il più grande telecronista di sempre?

«All’inizio mi piaceva Giuseppe Albertini della tv della Svizzera italiana, poi telecronista del Mundialito Fininvest. In assoluto però prediligevo Enrico Ameri, l’unico sempre in sincronia con l’azione, capace di trasmettere il pathos del pubblico».

Nelle telecronache di oggi l’eccesso di protagonismo dei commentatori si sovrappone all’evento?

«Si parla troppo. I telecronisti stanno ridiventando radiocronisti. In tv non si deve dire tutto quello che già si vede, basta accompagnare l’azione, magari dicendo il nome del giocatore. Troppe parole soffocano il telespettatore. Telecronista, seconda voce, bordocampista: un diluvio. Per distinguersi, si eccede».

Un nome in positivo?

«Massimo Callegari, che lavora in Mediaset e a Dazn. Mi sembra quello più misurato e vicino al mio stile. Conosce i tempi del calcio, avendolo giocato».

Ti mancano i programmi, tipo Controcampo?

«Non particolarmente. La mia passione è per la telecronaca, i programmi sono stressanti. Ora, non facendone da tempo, potrei sperimentare nuove idee. Ma ci vorrebbero le persone giuste».

Il programma preferito?

«Il più delle volte dopo il novantesimo cambio canale. Il Club di Fabio Caressa è tranquillo, forse troppo. Non mi dispiacciono quelli di Federico Buffa e Giorgio Porrà, ma non è che corro a casa per non perderli. Sono programmi perfetti per arricchire l’offerta delle pay tv».

Chi sono stati i tuoi maestri?

«Ameri, di cui conservavo le cassette audio. Poi ho rubacchiato qua e là. Da Rognoni a Fabio Galimberti, direttore di TeleRoma56, dove approdai dopo quel Fiorentina Lazio. E poi Michele Plastino, che mi ha insegnato a stare in studio».

È stata l’estate delle rivoluzioni: come vedi Maurizio Sarri alla Juventus?

«Bene, se la società è convinta della scelta. Se fai la rivoluzione devi crederci, come dimostrò Berlusconi quando prese Arrigo Sacchi. Sarri è un grande allenatore e i giocatori sono fortissimi. Quando un allenatore propone metodi nuovi i campioni possono avere un attimo di smarrimento. Ma siccome alla Juventus c’è la cultura del lavoro non vedo pericoli».

Antonio Conte all’Inter?

«Stesso discorso. Conte ha lavorato bene in situazioni diverse e ha le carte in regola per continuare a farlo. Io penso che le partite le vincano i giocatori, ma lui è maniacale e pretende dedizione totale. Molti dicono che l’Inter si è mossa benissimo sul mercato, per me si è mossa bene».

La Roma che lascia andare Francesco Totti e Daniele De Rossi?

«James Pallotta ha dimostrato di saper essere brutale e di non farsi condizionare dalla mozione degli affetti. È accaduto quando Totti ha smesso di giocare. E con De Rossi che avrebbe potuto essere utile alla causa un altro anno o due».

Ieri è partito il campionato: preferisci sbilanciarti sul podio finale o dare i voti al calciomercato?

«Il calciomercato non è ancora finito, quindi… La Juve mi sembra un gradino sopra Napoli e Inter che vedo sullo stesso livello».

Mauro Icardi a chi farebbe più comodo?

«Al Napoli. Ma anche alla Juventus, perché l’Higuain di adesso… Ma servirebbe più al Napoli, anche per l’entusiasmo che porterebbe».

La Juventus vincerà la Champions?

«È una competizione in cui la fortuna ha un ruolo fondamentale. Sorteggi, infortuni, arbitraggi. Tutte le ultime 20 vincitrici hanno goduto di un momento favorevole. Pensiamo al Chelsea di Di Matteo, massacrato dal Napoli nei gironi eliminatori. La Juventus può arrivare in fondo, ma tante squadre si stanno rinforzando. Per esempio, se il Barcellona prende Neymar…».

Concordi con Mourinho che a proposito del Var ha detto che «solo i ladri possono essere contrari alle telecamere di sicurezza»?

«Concordo, anche se capisco chi non ama il Var al 100%. In Manchester City Tottenham al 94° un gol è stato annullato perché il pallone ha sfiorato una mano. A volte l’eccesso di zelo mortifica lo spettacolo. Ma nessuno tocchi il Var, sempre meglio del far west di prima».

Quanta strada farà l’Atalanta in Champions?

«Dipende molto dal sorteggio. È una squadra solida, entusiasta, che ha fatto una buona campagna acquisti. Ma in Champions tutti giocano con questo spirito».

Il Milan arriverà quarto?

«Vediamo le ultime mosse di mercato, Leao è un ottimo acquisto. Dipende da quanto la società sosterrà Marco Giampaolo. È un grande test anche per Paolo Maldini».

Dove farà il telecronista Sandro Piccinini?

«Fra due anni, spero in un nuovo grande gruppo dello streaming, tipo Amazon o Apple, ai quali potrebbe servire un telecronista popolare. Prima la vedo dura. Aspetto, tranquillo».

 

 

La Verità, 25 agosto 2019

 

«Berlusconi punti su Toti, Forza Italia non c’è più»

Alla fine dell’intervista Paolo Del Debbio mi regala i suoi libri di etica economica e fiscale. «Scrive parecchio», commento. «È il mio hobby, i figli sono grandi…». Toscano, 61 anni, studi filosofici e teologici, tra i fondatori di Forza Italia, Del Debbio è un intellettuale prestato alla televisione. A Rete4, in particolare, dove conduce Dritto e rovescio, talk show di politica e attualità con l’interazione del pubblico. «Le mie scuole sono state il bar di un quartiere popolare di Lucca e l’università Cattolica di Roma». Gad Lerner lo ha citato insieme a Giuseppe Cruciani, Mario Giordano, Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri tra quelli da eliminare.

Lei è il primo della lista, una medaglia?

«Questa faccenda mi ha fatto una certa tristezza. Dopo la tristezza, però, mi ha fatto anche incazzare, perché oltre a giudicare bisognerebbe conoscere. Ha ragione Belpietro: ci sono persone che scherzano con le liste di proscrizione anche se hanno superato i 60 e negli anni Settanta finì male. Ma li capisco: per loro dev’essere un cruccio digerire il capitalismo e la borghesia essendone divenuti esponenti di spicco. Hanno dentro un vulcano che esplode contro gli altri più che contro loro stessi. Gli ci vorrebbe Sigmund Freud più che Carlo Marx: qualche seduta da un bravo psicanalista li aiuterebbe».

È in atto una guerra come in piena era berlusconiana?

«Forse questa è ancora più spietata, perché quella di allora riguardava sostanzialmente la giustizia. Oggi è rinato addirittura l’antifascismo che ricompatta tutti, a cominciare da Repubblica. Essendo in difficoltà nella ricerca di alleanze certi ambienti si dedicano alla costruzione del nemico. “Ombre nere” dopo il voto europeo è un titolo che avrebbe potuto fare un ragazzo delle scuole medie».

Il fascismo è il collante di una sinistra a corto di argomenti?

«È il collante dei nipoti dei partigiani, un fiume carsico che rispunta ogni volta che la sinistra è all’angolo. Solo per pudore non diedero del fascista a Matteo Renzi, ma sono sicuro che nei loro cenacoli lo dicevano perché faceva leggi più liberali che di sinistra».

Replicando a un sacerdote ospite di Dritto e rovescio ha detto che ha studiato teologia. Quando?

«Da ragazzo. Per la verità non ho mai smesso perché è una materia che mi piace. Sto anche lavorando a un libro che uscirà più avanti».

Argomento?

«Cosa può dire Dio a proposito del senso della vita».

La teologia?

«Tra i 16 e i 18 anni sono stato in seminario e ho avuto la fortuna di conoscere persone di grande statura intellettuale. Tutto partì da Dante Alighieri. Quando m’imbattei in una citazione cercai l’indirizzo di casa di Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi del Novecento. Gli scrissi un biglietto e lui m’invitò ad andare a trovarlo. Pochi giorni dopo presi il treno per Basilea. Parlammo della teologia del sabato santo. Avevo 19 anni, può immaginare l’emozione. Dopo Von Balthasar ho conosciuto Yves Congar, Jean Marie Roger Tillard, Marie-Dominique Chenu (teologi francesi del Novecento ndr), studiosi che credo oggi si conoscono poco, perché mi pare che nei seminari si studia tanta sociologia e psicologia».

E il suo seminario?

«Finì perché la sera mi prendeva la malinconia. E quindi capii che forse non faceva per me e tornai in famiglia».

Viveva a Lucca?

«Sì, ma m’iscrissi in Cattolica a Roma. Siccome la mia famiglia non poteva mantenermi partecipai al concorso del collegio dell’università, arrivando primo. Tenendo una media elevata pagavo pochissimo, in più facevo il cameriere».

Dopo l’università?

«Continuai a studiare all’Istituto internazionale Jacques Maritain, sempre a Roma. Fin quando, tramite Gina Nieri, che sarebbe diventata mia moglie (direttore degli Affari istituzionali, legali e analisi strategiche di Mediaset ndr), conobbi Fedele Confalonieri: “Ha studiato tanto lei… Non so cosa farle fare, però la prendo perché abbiamo bisogno di persone che abbiano letto i libri”. Facevo la rassegna stampa con dei riassuntini che piacquero a Confalonieri, che mi fece suo assistente».

Adesso insegna allo Iulm, che ci fa su Rete4?

«Insegno dal ’99 Etica ed economia, un corso seguito da 400 ragazzi, mi hanno dato anche l’aula magna».

E Rete4?

«Per me è naturale starci. Le mie fonti sono la famiglia, il bar del quartiere, e l’università».

Il bar e l’università, il dritto e il rovescio?

«Esatto. Il modo migliore per fare televisione è saperne di più di quelli che intervisti. Poi ho un pubblico popolare ed è importante essere semplici, ma non banali».

È tra i fondatori di Forza Italia.

«Ho scritto il primo programma. Ora vedo che anche Antonio Martino, Giuliano Urbani, Pio Marconi, dicono di averlo scritto. Certo, hanno collaborato».

Scriveva anche i discorsi a Berlusconi?

«A quelli ho collaborato. Li scrivevano Gianni Baget Bozzo e Giuliano Ferrara».

Che cosa pensa del regolamento dell’Agcom a tutela di donne, migranti, gay e trans?

«Hanno trovato il modo migliore per emarginarli, creando dei ghetti. Si proteggono coloro che si ritengono fuori dalla normalità. Io continuerò a esprimere come sempre le mie opinioni. Anche perché, sopra il regolamento dell’Agcom, c’è l’articolo 21 della Costituzione e quindi penso sia incostituzionale».

Matteo Salvini è un pericolo per la democrazia?

«No e mi annoia anche l’argomento. Però non possiamo esimerci perché le anime belle di questo Paese che hanno una certa influenza lo sostengono».

Ha sbagliato a baciare il rosario?

«Io non l’avrei fatto. Dietrich Bonhoeffer (teologo luterano tedesco ndr) diceva che non bisogna crearsi un Dio tappabuchi da usare quando ci serve. Però riconosco il diritto di Salvini di estrarre il rosario. Anche perché in Italia abbiamo avuto per 40 anni un partito che si chiamava Democrazia cristiana e il cui simbolo era la croce. Quel partito ci ha lasciato un debito pubblico che è il terzo al mondo e una legislazione sulla famiglia ridicola a confronto, per esempio, di quella della laicissima Francia dove, se si hanno quattro figli, non si pagano le tasse».

Stavolta Salvini ha vinto senza bisogno delle piazze di Rete4?

«Salvini ha sempre fatto un mix di tre elementi. È presente sui social e in tv, anche perché in tv rende più di ogni altro, vedi il mio risultato di giovedì scorso (oltre il 6% di share ndr). Ma rende fisici sia i social che la tv con la presenza sul territorio».

Berlusconi che cosa ha sbagliato?

«Il problema è che non c’è più il partito. E quel poco che c’è non conta. Forza Italia ha tanti amministratori locali in gamba, ma dominano i parlamentari. È presente nei social e in tv, ma gli manca il territorio che ha sempre snobbato. E poi Berlusconi, da grande innovatore del linguaggio politico ne è diventato il maggior conservatore».

In che senso?

«Mi riferisco al programma. È vero che l’Italia ha ancora bisogno della rivoluzione liberale, ma va presentata con linguaggio contemporaneo. Anche la Chiesa ha i dogmi, che sono più di un programma politico, però si sforza di annunciarli in modo aggiornato. La fontana resta la stessa, l’acqua è sempre nuova».

Concorda con le critiche di Giovanni Toti?

«Le critiche di Toti sono condivise da molti in Forza Italia che non le esternano per questioni di convenienza personale. Fossi in Berlusconi su Toti ci punterei invece di fargli la guerra. Fino a poco tempo mi sembrava ci fosse un veto di Salvini e Giorgia Meloni su Berlusconi e Antonio Tajani. Dopo l’intervista a Dritto e rovescio di giovedì non ne sono più sicuro. Un centrodestra è possibile».

Un partito della nazione di centrodestra?

«Per quello ci vorrà un po’ di tempo».

Come valuta il fatto che, parlando di Europa, Salvini cita agricoltori, pescatori, artigiani?

«È la teoria del punto di vista. Una volta cita l’agricoltore, spesso l’uomo di periferia, altre volte l’artigiano o il cittadino che ha il campo rom sotto casa. Salvini fa sentire al potenziale elettore che legge le cose con i suoi occhi».

Come si affronterà lo scoglio del rapporto con l’Europa?

«Credo che la Commissione europea non potrà ignorare la consistenza del gruppo di parlamentari conservatori e sovranisti. È vero che non si è rovesciato il blocco di potere, ma è vero anche che popolari e socialisti sono stati ridimensionati. Conterà anche la maestria politica con cui i populisti faranno valere il consenso conquistato».

La Commissione vuole il rispetto dei parametri.

«Mi spiace essere d’accordo con Mario Monti, ma credo che togliere gli investimenti dal deficit ci aiuterebbe molto».

Se dovesse migliorare i palinsesti di Mediaset che cosa farebbe?

«Per carità, ho ricominciato da poco il mio programma… Non vedo in cosa Mediaset potrebbe migliorare… Quando decido di cambiare lavoro glielo dico».

Perché il suo programma era stato sospeso?

«Berlusconi mi ha detto personalmente che la politica non c’entrava nulla. Tutta Italia pensava il contrario».

L’aggressività di alcuni suoi colleghi nei confronti di Salvini ha ottenuto l’effetto contrario?

«Come insegna Maurizio Costanzo con Uno contro tutti se l’uno è forte allarga il consenso».

Chi sono i conduttori che predilige?

«Per scelta guardo poco la tv e non giudico i miei colleghi, salvo per legittima difesa. Come nel caso di Lerner, il primo ebreo al mondo che scrive una lista di proscrizione».

Letture preferite oltre ai saggi di filosofia?

«Diabolik, un’abitudine che ho da quand’ero ragazzo».

 

La Verità, 3 giugno 2019

 

«La mia vita scandita dalle telefonate non arrivate»

Quanta vita, Rita dalla Chiesa. L’infanzia e la gioventù in caserma. Il padre ucciso dalla mafia. Il primo matrimonio, troppo precoce. Il secondo, con Fabrizio Frizzi di dieci anni più giovane. Il giornalismo, la televisione, il successo. Una rivelazione, questo Mi salvo da sola (Mondadori), autobiografia dolceamara ma molto vera, rapidamente entrata nella top ten delle vendite. Occhi verdi e capello biondo, la incontro in una pasticceria di Ponte Milvio a Roma.

Che cosa l’ha fatta decidere di mettersi così a nudo rivelando sentimenti tanto personali?

«La testardaggine di una dirigente della Mondadori e una giornata di sole a Torre Canne, un paesino tutto bianco della Puglia dov’ero in vacanza con mia figlia e mio nipote. Ho guardato il mare e le loro teste vicine, ho aperto il computer e ho cominciato a scrivere».

Senza riserve?

«Quasi. Mi sono autocensurata su Fabrizio. È stata una forma di discrezione che non ha tolto nulla al racconto. Sono cose belle, che appartengono a me e lui».

È un libro di telefonate non arrivate. Quella dei carabinieri per la morte di suo padre, quella dei vertici di Mediaset dopo la chiusura di Forum

«C’è anche quella del mio compleanno del 31 agosto. Era sempre mio padre a farmi per primo gli auguri, ma quel giorno no. Era offeso perché avevo mandato mia figlia in vacanza dai nonni materni e non da lui. Le antenne di mamma mi dicevano che Capri era più sicura di Palermo. Poi c’è la non telefonata dei Carabinieri per avvisarmi che era stato ammazzato. L’Arma è la mia seconda famiglia, ma in quel momento comandava un generale che non amava mio padre. La terza telefonata non arrivata è quella dei dirigenti Mediaset quando hanno saputo che stavo andando a La7».

Il giorno dell’uccisione di suo padre nessuno l’avvertì?

«No. Telefonarono il mio ex marito, papà di Giulia, e il mio compagno di allora. Entrambi mi chiesero se ero sola a casa, e lo ero. Più tardi ebbi la conferma dei miei sospetti».

La sua reazione fu una doccia lunga una notte, accucciata a terra, e «l’urlo silenzioso» che porta ancora dentro.

«Non sono mai riuscita a piangere per la morte di mio padre, di mia madre prima, e di Fabrizio poi. Mentre ho pianto per la perdita del marito di mia figlia, guardando mio nipote Lorenzo che adorava suo padre».

Spesso le figlie femmine idealizzano il padre: il suo aveva qualche difetto?

«Tantissimi. Avevo idealizzato il suo rapporto con mia madre. Si erano incontrati quando lui aveva 18 anni e lei 15, avevano superato insieme anche la guerra. Ho fatto un gran casino nella mia vita sentimentale perché cercavo un uomo come mio padre. Ma forse ero io a non essere come mia madre. Troppo ribelle. Probabilmente ero la pedina mancante nel rapporto di coppia. Tranne che con Fabrizio».

Un padre che aveva sconfitto il terrorismo era facile idealizzarlo?

«Io soprattutto lo stimavo. Avevo profonda ammirazione di un uomo con il quale si poteva parlare di tutto e che ti spiegava tutto. Non l’ho idealizzato perché ne riconoscevo certi spigoli del carattere, simile al mio».

Perché di sua madre non riesce a parlare?

«La sua morte è stata uno choc ancora più forte. A 52 anni se n’è andata in mezz’ora. In quell’infarto c’era tutta la preoccupazione per la vita che conduceva mio padre. Era una donna di grande intelligenza e cultura, laureata in lettere e filosofia, ma ha rinunciato a tutto per papà e per noi. Anche la perdita di mio padre è stata un trauma enorme. Ma in qualche modo lui aveva scelto una vita che lo esponeva. Non mi perdono di aver vissuto più a lungo di loro. E di non aver fatto in tempo a regalar loro un grande viaggio».

Mi racconta qualcosa di inedito di Frizzi?

«Non ha mai frequentato i piani alti di Viale Mazzini. Non ha mai avuto santi protettori».

Aveva l’affetto della gente, come si è visto dalle lunghe code alla camera ardente dopo la sua scomparsa.

«La gente lo amava, io lo sapevo perché giravo con lui. Era pieno di generosità verso chiunque. Per condurre serate di beneficenza partiva anche di notte senza prendere mai un euro, a differenza di tanti suoi colleghi. Era buono e in tv si vedeva. Si vedeva che lottava come un leone per dedicare la vittoria sulla malattia alla figlia Stella, tanto desiderata. Ha accettato qualsiasi cura, è tornato a lavorare quasi subito. In tante famiglie c’è qualcuno che lotta…».

Come si è spiegata il divorzio da Mediaset?

«Non me lo sono spiegata, ancora oggi mi fa stare male. Non tanto per Forum, avrei potuto fare altro, quanto per i rapporti con le persone. Quando hanno saputo che mi stavo accordando con Urbano Cairo avrebbero potuto chiamare. Ho lavorato con loro 32 anni. C’eravamo io, Corrado, Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Maurizio Costanzo. Eravamo una famiglia, si lavorava con, non per. Mi ero esposta anche quando si paventava la chiusura di Rete 4 e quando c’era stata la discesa in campo di Berlusconi».

Com’era il rapporto con lui?

«È sempre stato affettuoso, mi ha anche proposto di entrare in politica. L’anno scorso mi ha chiesto se volevo “tornare a casa?”. Gli sono riconoscente perché ha saputo creare una realtà che ha dato lavoro a tanta gente. Sono sicura che lui non ha condiviso questo distacco. Ma qualcuno lo ha deciso, non so chi. Non credo sia un problema di età. Vedo che tra le conduttrici è la stagione delle signore più che delle signorine».

Ora è meno presente in tv.

«Su Rai 1 partecipo a Italia sì di Marco Liorni con Elena Santarelli e Mauro Coruzzi, Marco ci chiama i tre saggi. E, una volta la settimana, a Storie italiane di Eleonora Daniele. Poi ho un programma a RadioNorba».

Lo si scopre solo quando si scende di essere vissuti dentro un Truman Show?

«Sì, finché ci sei immerso non te ne accorgi. Certo, sapevo di fare aria fritta, di non operare al cuore o di alzarmi alle tre del mattino per fare il pane. Se hai un minimo di lucidità hai presente che è un gioco, e che ti può fare male quando scendi. Oltre ai Carabinieri, le persone per cui ho stima fanno mestieri diversi. Mi sono vergognata di quello che guadagnavo quando ho visto quello che mio padre aveva in tasca quando è stato ucciso».

Vedendo la situazione di Roma si è pentita di aver rifiutato la proposta di Giorgia Meloni di candidarsi a sindaco?

«Anzi, sono contenta di aver declinato. Mio padre una volta mi disse di non fargli fare brutta figura: un conto è un errore in una trasmissione televisiva, un altro nella gestione del bene comune. La politica mi appassiona però, non appartenendo a nessuno schieramento, sarebbe stato difficile essere credibile».

Cosa non le è piaciuto del comportamento di Lilli Gruber con Matteo Salvini?

«L’ho trovata particolarmente aggressiva. A volte vedo aggressività nei confronti di alcune persone e condiscendenza verso altri. A casa mia tratto tutti allo stesso modo. Se ho un ospite non lo devo attaccare perché la pensa in modo diverso. Cerco di essere intellettualmente onesta e provo a capire quello che dice».

C’è un’ossessione generale anti Salvini nei media?

«È la stessa che c’era nei confronti di Berlusconi. C’è la paura che possa vincere, che possa essere più forte di loro. Io vorrei che certi programmi mi lasciassero qualche dubbio. Invece, quando vedo che attaccano qualcuno in modo gratuito, mi scatta immediatamente la difesa della persona aggredita anche se non la penso come lei».

Litiga mai con suo fratello Nando che ha sempre militato a sinistra ed è stato parlamentare del Pd?

«Nando mi riconosce il fatto di essere pura perché non faccio parte di nessun coro. Sui social scrivono che sono di destra, altri che sono di sinistra. Qualcuno dice che mio padre si rivolta nella tomba perché mi batto per le minoranze sessuali. Pazienza, è il prezzo del fatto di non essere allineata».

Domenica andrà a votare?

«Certamente, ma proprio a mio fratello l’altro giorno dicevo che non so per chi. Potrei votare Salvini, ma non mi convincono alcune posizioni. Sono d’accordo con lui sulle Ong e su tante altre cose. E il suo pensiero viene spesso riportato in modo estremo. Ma credo che ognuno abbia il diritto di sperare di vivere meglio. Certo, non a scapito nostro, ma non me la sento di tirare indietro la mano».

Quali sono le altre cose su cui concorda con Salvini?

«L’impegno per la sicurezza delle persone e contro le abitazioni violate. L’abbassamento delle tasse e il tentativo di favorire i piccoli imprenditori strozzati dal fisco».

Che pensiero le suscita l’Italia di oggi?

«Mi suscita un grande punto interrogativo. Vedo tanta stanchezza e preoccupazione nella gente che avrebbe voglia di tirare su la testa. Serve un confronto rispettoso».

Che cosa pensa quando guarda le facce delle persone la sera sull’autobus?

«Guardo spesso le facce dentro gli autobus, immagino le storie, le preoccupazioni. Anche negli aeroporti internazionali, guardo le persone che si abbracciano, magari dopo tanto tempo di lontananza. Abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, di un posto dove rifugiarci».

Mi salvo da sola è un titolo che contiene il riconoscimento del bisogno di salvezza. Farlo da sola è l’esito di troppe delusioni, una forma di presunzione o cos’altro?

«Né troppe delusioni, né presunzione. Noi donne abbiamo realmente una forza che ci porta a non soccombere, siamo più lottatrici. Sono tra quelle donne che non vogliono pesare sugli altri, che non hanno mai cercato l’uomo giusto per svoltare. Ho sempre fatto da sola, anche a costo di farmi del male».

Dopo tante perdite e tradimenti, cosa impedisce che l’amarezza sia l’ultima parola?

«Probabilmente la speranza: una nuova possibilità è sempre dietro l’angolo. Mio nipote mi vuole fidanzata, mi parla dei nonni dei suoi compagni di scuola… Pure a 90 anni crederò nell’amore. In tutte le sue forme».

 

La Verità, 19 maggio 2019

 

«Vivo in un Truman show, giusto avere un piano B»

Ha visto? Le cose più desiderate e attese sono quelle che riescono meglio», attacca Simona Ventura. «Se si concretizzano, sì», replico.

Lo sa che l’attendono 300 domande?

«Perciò devo rispondere in modo sintetico?».

Vedo che ha colto.

«Bene. Tanto, io sono una palla pazza che strumpallazza».

Prego?

«Era la pubblicità di una palla per giocare. In questo periodo mi sento un po’ così».

Allora cerchiamo di fermare lo strumpallazzamento… Come sta suo figlio Niccolò?

«Molto bene e non solo di salute. Gli sono più chiari i suoi obiettivi. Ma tutti tre i miei figli li vedo focalizzati sui loro sogni, e già il fatto di averli significa che sia io che Stefano (Bettarini ndr) abbiamo lavorato bene».

Che riflessione ha causato la nottata all’Old Fashion?

«È stata una prova che l’ha fatto crescere come, credo, succede a tutti quelli che vanno così vicini alla morte. Per me è un miracolo: quando vedo altre mamme che i figli non li hanno più, provo imbarazzo e affetto per loro anche se non le conosco, come nel caso della madre di Marco Vannini».

Rispetto a qualche decennio fa, ai ragazzi di oggi mancano punti di riferimento?

«Mi faccio spesso un bell’esame di coscienza. I figli sono la mia priorità e come madre ho cercato di dare il meglio, trasferendo loro quello che mi hanno insegnato i miei genitori. Però, forse, per compensare il senso di colpa di essere assorbiti dal lavoro, abbiamo dato ancor prima che loro desiderassero. Se si spiana la strada dai dossi, poi, il primo che si incontra, sembra una montagna».

Argomento frequentato: mi dice qualcosa di nuovo sul suo ritorno in Rai?

«Domenica scorsa sono stata alla Domenica sportiva e mi ha colpito l’affetto delle maestranze. Ritrovare dopo tanto tempo l’affetto delle sarte, dei cameraman, delle persone della vigilanza mi rende felice».

The Voice of Italy è partito bene, ce la farà a imporre un nuovo talento musicale?

«Ce la faremo. Penso che insieme alla rete e alla società di produzione abbiamo scelto le persone giuste. Gli inediti stanno già entrando in tendenza… Credo che The Voice sia un piccolo gioiello che fa musica in modo ironico e giocoso».

Ha scelto una giuria politicamente scorretta.

«Il fighettismo non fa per me. A volte ho avuto incomprensioni con i radical chic, io sono pop. La mia televisione vuole essere includente, per tutti e senza orpelli».

Differenze da X Factor?

«Molteplici. Quando X Factor cominciò in Rai il mercato era fermo. Io e Morgan dicevamo: ok, cantano le cover e poi? Così, abbiamo inventato l’inedito che poi tutti i talent hanno adottato. Giusi Ferreri diventò la regina dell’estate. Poi anche ad Amici sono arrivati i cantanti. A The Voice devi dire un sì o un no alla voce, il look non conta. In tutto il mondo ha grande successo, in Italia no perché non si è riusciti a dare un seguito. La qualità di un talent si vede da quello che accade dopo».

Quando lei starà già facendo Pechino Express e Quelli che il calcio?

«Glielo giuro, non lo so. Non riesco a pensare più cose contemporaneamente. Voglio portare bene a casa questo lavoro che è appena cominciato. Per me è stata una scommessa all in. Quando mi ha chiamato Carlo Freccero ho pensato che volevo venire in Rai. Raramente, seguendo il mio istinto sbaglio… Ovviamente a volte, è successo».

E quando Freccero non ci sarà più?

«Piangerò come Marco Materazzi quando Mourinho lasciò l’Inter dopo la Champions League. Da aziendalista ho un ottimo rapporto anche con l’ad Fabrizio Salini, mio direttore a Fox quando facevo Il contadino cerca moglie».

Ha lavorato in Rai, Sky e Mediaset: differenze?

«Anche su La7 per Miss Italia, da dove sono uscite Giulia Salemi, Clarissa Marchese, Sara Affi Fella, Soleil Sorge».

Chi sono?

«Come, chi sono? Non vede Uomini e donne?».

Torniamo agli editori.

«La Rai è culturalmente elevata e includente. In Mediaset, dal 1994 al 2001, c’era una forza creativa straordinaria. Mi sono trovata bene negli ultimi 3 anni. Mi sono sentita in famiglia nel gruppo di lavoro di Maria De Filippi (Fascino ndr). In Sky sono entrata pensando che fosse molto innovativa, e tecnicamente lo è Ma forse una multinazionale non può avere il sentimento che hanno Rai e Mediaset. È rimasta un’esperienza di cui ho fatto tesoro».

Quanto incide il politicamente corretto in televisione?

«Io sono un po’ bastian contraria: quelli di sinistra pensano che sia di destra e quelli di destra mi etichettano di sinistra. Mi sta bene così. Mi piace arrivare a tutti. A volte chi non è politicamente corretto è considerato pericoloso».

C’è un’overdose di reality show?

«Io non ne faccio in diretta da una vita. Temptation Island vip è stato registrato in 21 giorni ed è ancora il più visto della stagione di Mediaset. La Rai non ha reality e secondo me se n’è liberata un po’ presto. Se li declini verso il basso non li recuperi più, se verso l’alto possono dire ancora qualcosa. Se li fai in diretta, per l’audience o fai cose eclatanti e allunghi».

All’Isola dei famosi del 2004 Aida Yespica e Antonella Elia che si tiravano i capelli nel fango erano il record del trash: poi?

«Quel record è stato ampiamente battuto e… fortuna che il pubblico può scegliere. Comunque, L’Isola era anche altre cose, partiva dalla sopravvivenza, una situazione in cui ognuno tira fuori la sua vera natura. Il gossip era secondario».

Lory Del Santo va al Grande fratello vip per elaborare il lutto della morte del figlio, Fabrizio Corona annuncia a Riccardo Fogli il tradimento della moglie, la figlia di Cristiano De André: tutto ok?

«Non so come funzioni a Mediaset, in Rai impongono delle regole. Poi può sfuggire qualcosa. Ci sono tante variabili in queste cose…».

Anche la tenuta delle coronarie di Fogli…

«Esatto. Se gli viene un colpo? So che c’è un medico bravo però».

Ah be’, allora… Manderebbe i suoi figli in un reality condotto da Barbara D’Urso?

«Non credo vogliano andare, né di Barbara D’Urso né di altri. Non vogliono fare tv come figli di. Trovo che Barbara sia una stakanovista, io non ho la sua energia. Da quello che capisco i miei figli cercano una strada fuori dalla tv. Avranno tempo, Caterina ha 13 anni e, a parte The Voice, guarda solo Youtube».

Che cosa pensa dell’industria del gossip, il gioco di specchi di tv e rotocalchi che si alimentano a vicenda?

«Ho accettato di fare The Voice perché è fuori da questo meccanismo. No gossip e casi umani. Si parla di musica e i giovani si riavvicinano alla televisione. Il pubblico è molto più preparato di qualche anno fa».

Che cosa guarda la telespettatrice Simona Ventura?

«Sono onnivora, anche grazie a Raiplay e Mediaset on demand. Al mattino salto da Agorà a Storie italiane a Mattino 5 a Skytg24. La sera Quarto grado, Franca Leosini, Gomorra su Sky, le serie di Netflix».

Il suo programma di culto?

«Forum al pomeriggio e Uomini e donne di cui sono addicted, Maria lo sa».

Che idea si è fatta del momento difficile di persone come Sandra Milo, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo?

«Sandra è una persona fantastica e mi spiace moltissimo. Un tempo si guadagnava tanto e si pensava che quell’eldorado durasse per sempre. Si era generosi con i figli, sono sbagli da genitori. Oppure si facevano investimenti avventati. Oggi sta cambiando la mentalità e questo comporta morti e feriti. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro e a ricominciare, in questo Internet può aiutare».

Quanto è difficile preservare la vita da una professione che è molto più che una professione?

«Io potrei smettere anche domani. Mi piace molto questo momento, ma sono temprata a ogni situazione. So cosa succede se si spegne la luce, ho sempre avuto un piano B. Altre colleghe non lo so».

Vivete dentro un grande Truman show, come una volta disse Maria De Filippi?

«Un po’ mi sento così, ma me lo sono scelto. La famiglia è fondamentale. Certo, quando lavoro m’impegno a testuggine, i miei figli lo sanno. Quando non lavoro sono tutta per loro. Un po’ corre il cane, un po’ corre la lepre».

Segue la politica?

«La seguo, ma faccio finta di no».

C’è qualcuno che le piace di più?

«Mi piacciono le persone più dei partiti. Alle Europee voterò per una persona».

Ma non mi dice chi è.

«No. Vorrei che in questo Paese ognuno potesse esprimere la propria opinione essendo rispettato».

Anche se non è mainstream?

«Soprattutto. Vorrei che potesse dirla anche se non la condivido».

Alla Voltaire.

«Esattamente».

Se dovesse condurre un talent di politici chi chiamerebbe in giuria?

«Chiunque può fare la giuria, ma in realtà, penso che i politici ci siano già, dovrebbero solo essere aiutati a decidere. Con Internet dovrebbe essere tutto più rapido ed elastico, invece per fare una legge ci vogliono anni. Siamo il Paese del non cambiamento, ingessato dalla burocrazia e dagli apparati. Vorrei che ripartissero i cantieri e che le tasse fossero al 20%».

Giovanni Terzi è l’uomo giusto?

«Lo spero con tutta me stessa. Posso dire che è una persona eccezionale».

Qualche anno fa la vedevo a messa la domenica sera dopo che aveva condotto Quelli che il calcio: ha cambiato abitudini?

«Quella della messa domenicale sì, è un po’ cambiata: più facile che entri in chiesa in momenti meno tradizionali. Ho imparato a pregare il Signore anche quando non sono in difficoltà. Negli anni mi sono appassionata a quello che fanno le case famiglia per il bene delle persone».

Se il Torino andasse in Champions League?

«Spererei che ci rimanesse, così come se andasse in Europa League. Grazie a un presidente che ha una strategia, il Toro è una bella favola. Tra le poche del calcio italiano».

 

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«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019

«Gesù è il grande assente del Terzo millennio»

Al secondo piano di una palazzina della Maggiolina, il villaggio dei giornalisti alla periferia nord di Milano, vive Giacomo Celentano con la moglie Katia e il figlio Samuele. 52 anni ben portati, è il secondogenito di Adriano e Claudia Mori, in mezzo tra Rosita e Rosalinda. All’ingresso dà il benvenuto la statua in bronzo ad altezza quasi naturale di un Cristo benedicente. Qualche immagine religiosa punteggia le pareti, fotografie di famiglia scrutano dalle credenze. Giacomo Celentano ha appena pubblicato La conversione (Dottrinari), suo quarto libro, nel quale, attraverso una riflessione sulla ricerca di Dio racconta il rapporto tra Giacomo e Alberto, credente il primo ateo il secondo.

Lei è Giacomo, ma Alberto esiste davvero o è un pretesto narrativo?

«Sono due persone fittizie. Giacomo non sono io e un mio amico che si chiama Alberto, in realtà è credente. Più che proporre un manuale di conversione, la mia idea era raccontare un cammino di conversione».

La differenza?

«Un manuale ha ambizioni teoriche e io non mi sarei sentito di scriverlo perché credo di avere ancora molta strada da fare. Il cammino romanzato di conversione spero coinvolga maggiormente il lettore».

È una sua riflessione a voce alta, Alberto risulta marginale.

«Ma c’è all’inizio, in mezzo e alla fine».

Si sente più cantautore o scrittore?

«Da 5 o 6 anni i miei mestieri sono due. Questo è il quarto libro e anche il prossimo cd sarà il quarto».

Come matura questa voglia di comunicare la bellezza del cristianesimo?

«Da quando ho conosciuto mia moglie Katia, nel 1997, è iniziato questo cammino: spero di aver fatto qualche passo. Lei è sempre stata credente e anch’io lo sono, sebbene mi sia allontanato nel periodo del militare. Negli ultimi anni ho notato che l’Italia e l’Europa, diciamo tutto l’Occidente, stanno subendo una profonda scristianizzazione. È un’apostasia di massa. Negli anni Ottanta riguardava una élite di intellettuali. Ora investe la maggioranza della popolazione».

Che cosa le dà questa percezione?

«Prima di tutto i rapporti: se parli di Dio in generale passa, ma se parli di Gesù figlio di Dio e verbo incarnato vieni emarginato. Poi nei media, nei tg, nelle radio, sul web non c’è traccia di fede, di cristianesimo. Vuole un altro esempio?».

Prego.

«Io sono anche cantautore… Il fatto che il Festival di Sanremo l’abbia vinto un ragazzo che si chiama Mahmood che significa Maometto, la dice lunga. Anche se la canzone è carina, si parla pur sempre di ramadan…».

Altri esempi?

«Nelle scuole sono spariti i crocifissi per non offendere i bambini non cristiani. Nell’Occidente del terzo millennio Gesù è il vero grande assente».

Parlando di media e scristianizzazione, ascolta Radio Maria?

«Sì, mi capita. Ma da cantautore amo ascoltare tutte le radio che diffondono bella musica, il pop, la classica…».

Come mai avverte la secolarizzazione in modo così drammatico?

«Negli ultimi anni mi sono avvicinato al movimento di Medjugorje seguendo i messaggi della Regina della Pace. Ci sono dieci segreti, a Fatima erano tre…».

Non è contraddittorio che una rivelazione avvenga attraverso dei segreti?

«È una comunicazione che si rivolge a chi ha fede. I segreti sono mediati. Le apparizioni di Medjugorje che avvengono dal 1981 sono il fenomeno più longevo nella storia della Chiesa. Nei suoi messaggi la Regina della pace dice che questa è l’ora di Satana, ma allo stesso tempo che è la sua: lei viene per risvegliare la fede. Avvicino questo fenomeno a ciò che è narrato nell’Antico testamento, quando Dio mandò Mosè a salvare il popolo d’Israele facendogli attraversare il Mar Rosso».

È andato spesso a Medjugorje?

«Due volte».

Con sua moglie?

«Con amici. Conto di tornarci presto con Katia, nostro figlio Samuele e mia suocera. Voglio far conoscere anche a loro questa bellissima realtà».

 Diceva degli amici.

«La prima volta nel 2010 ci andai su invito di Gatto Panceri, cantautore come me. La seconda, nel 2015, facemmo tre macchine con i City Angels. Ho fatto il pellegrino per quattro giorni. Ho anche ricevuto delle grazie. La domenica della festa della Trinità alla messa all’aperto, mentre ero assorto nell’ascolto dell’omelia, ho avvertito chiaramente una mano appoggiarsi sulla spalla. Mi sono girato, ma la persona più vicina era ad alcuni metri. Così per tre volte: come se ognuna delle persone della Trinità volesse farmi sapere che mi è vicina».

Frequenta i gruppi che fanno riferimento a Medjugorje?

«In passato il Rinnovamento nello spirito e i City Angels. Ora mi sono un po’ staccato… Vogliamo che la prossima volta sia un fatto di famiglia. Anche papà quando gliene parlai disse che sarebbe venuto. Ci spero, ne sarei contento».

C’è un dialogo su questi temi con suo padre e sua madre?

«Certamente, il terreno è fertile…».

Anche loro avvertono quella che lei definisce apostasia?

«In modo meno drammatico. Lavorando così tanto non hanno tempo di leggere quanto me. Però vedo che nelle sue produzioni artistiche papà tocca spesso il discorso della fede…».

Perché secondo lei Adrian ha avuto così tanti problemi?

«Per me non è stato capito da gran parte del pubblico. Nel cartoon dice delle cose e molti non accettano il predicatore. Lo preferiscono come cantante e showman. Poi il cartoon è una bella scommessa perché è un linguaggio giovanile. Credo che si debba aspettare di vederlo tutto prima di dare un giudizio. A me le quattro puntate sono piaciute molto. C’era della poesia e lo stile inconfondibile di papà sui temi dell’ecologia, del contrasto al modernismo, dei migranti e del femminicidio».

Cosa pensa del fatto che Teo Teocoli e Michelle Hunziker hanno abbandonato lo show?

«Disapprovo la loro decisione. Mi è parsa una scorrettezza perché quando abbracci un progetto devi sposarlo fino alla fine, affidandoti al regista e agli autori».

Non sarà perché suo padre è un po’ anarchico?

«Più che anarchico ha le idee chiare su quello che vuole fare. Si occupa di tutto, regia, luci, scenografie, un lavoro a 360 gradi per il quale chiede e ottiene carta bianca dalle televisioni».

È difficile essere figli di Adriano Celentano?

«È scomodo perché ha una popolarità enorme e se, per esempio, lavora a Mediaset e per qualche motivo litiga con i vertici, è naturale che anche un figlio ne abbia qualche conseguenza».

Ci saranno anche vantaggi…

«Certo. Il cognome fa aprire porte che per uno sconosciuto rimangono chiuse. Ma se questa opportunità non è supportata dal talento, quelle porte si richiudono rapidamente».

Un altro libro s’intitolava La luce oltre il buio. Il buio era quello del periodo del servizio militare?

«Durante e dopo il militare ho vissuto da ateo. Il buio è stato una malattia che provocava insufficienza respiratoria. Avevo già pubblicato un disco prodotto da Mario Lavezzi per la Cgd di Caterina Caselli e temevo di non poter più cantare. Fino all’incontro con mia moglie nel 1997 ho attraversato un periodo difficile».

Come ha conosciuto sua moglie?

«Tutte le mattine sentivo una ragazza che passava sotto casa cantando a tutta voce. Una volta mi affacciai: “Chi ha questa bella voce?”. Lei si girò e già nello scambio di sguardi è successo qualcosa. Poi parlando abbiamo scoperto di avere molti interessi in comune, la musica, l’arte, la lettura».

Come vive il fatto che il Papa è dubbioso su Medjugorje?

«Amo molto Francesco, credo sia il Papa di cui c’è bisogno oggi, semplice e affabile. Su Medjugorje ha detto che “la Madonna non è una postina”. Per tradizione, la Chiesa si pronuncia quando il veggente è morto o le apparizioni cessano. Intanto lascia ai pellegrini la libertà di andarci. Penso che prima o poi la Chiesa esprimerà le sue parole di saggezza. Che credo non deluderanno».

Se lo facessero?

« La penso come Vittorio Messori che ha detto che se la Chiesa sconfesserà le apparizioni “rischia lo scisma”».

Il cristianesimo però non coincide con Medjugorje.

«Certo che no, ma chi ci è andato sa quanto importante sia il fenomeno. I pellegrini arrivano da tutto il mondo, un giudizio negativo sarebbe rischioso».

Che rapporto ha con il mondo della musica, le case discografiche, le radio?

«Sono stato emarginato, soprattutto da quando con mia moglie e un amico pugliese teniamo delle serate-testimonianza intitolate Uno sguardo dal cielo. I media ufficiali non hanno accettato questo mio percorso di fede».

Non sarebbe più stimolante una testimonianza in ambienti laici?

«Non sono io ad aver fatto questa scelta. Io e la mia musica siamo stati esclusi. Se incidessi un brano rap o trap che parla di droga, sesso e mode varie sono sicuro che mi riammetterebbero».

Nel tempo libero…

«Sono un accanito lettore, soprattutto di saggistica. Ultimamente mi sono piaciuti: il Catechismo della Chiesa cattolica, un volumone così. Poi Gesù mi ha detto di Aldo Maria Valli sulla mistica Madre Speranza, e l’enciclica Gaudete et exultate di papa Francesco».

La musica?

«È sia lavoro che hobby. Sono cresciuto con Michael Jackson, Prince, Stevie Wonder, Diana Ross, Lionel Ritchie e tuttora ascolto soprattutto pop americano e black music».

Segue la politica?

«Vedo bene l’accoppiata Di Maio Salvini, se dovessi votare oggi voterei per loro».

Anche se si registrano i primi dissidi?

«Quando si riuniscono in tre con il premier Giuseppe Conte trovano sempre un accordo. Sono fiducioso che accada anche sulla Tav. Apprezzo questa ventata giovanile che può portare a un cambiamento positivo».

Nel libro parla molto del diavolo, ma lei è sempre stato un bravo ragazzo, non una rockstar dalla vita dissoluta. Non crede che sia la felicità a generare la virtù?

«Per me è il contrario: è la virtù a generare contentezza. L’uomo d’oggi crede di essere padrone del mondo e di salvarsi da solo, dimenticando che Gesù Cristo è e rimarrà sempre il salvatore. Mi soffermo sul potere del diavolo e del peccato perché non ne parlano più neanche i sacerdoti. La furbata di Satana è proprio far credere di non esistere».

La Verità, 10 marzo 2019