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Merlino testimonial della svolta smaltata di Canale 5

Con Myrta Merlino al timone di Pomeriggio cinque s’inaugura la stagione tv più innovativa degli ultimi anni. Per lei è una notevole rivoluzione copernicana. Cambiano la casa, l’orario di programmazione, il pubblico, i contenuti. Specificando: da La7 prima del pranzo, a Canale 5 all’ora del tè. La platea di riferimento sono sempre casalinghe e pensionati ma, verosimilmente, meno da terrazza romana e più da bancarelle. Infatti, ecco il collegamento di «benvenuta» con il «filosofo che va per mercati» Paolo Del Debbio.

Pier Silvio Berlusconi vuole una televisione meno trash e per marcare subito il territorio e magari rosicchiare anche qualche punto di share, parte con una settimana in anticipo sulla concorrenza, ieri sera ha debuttato su Rete 4 anche Bianca Berlinguer. Ma dopo una sola puntata, pur confortata dai buoni ascolti, come rivelato da DavideMaggio.it, il regista di Pomeriggio cinque Ermanno Corbella, fedelissimo della conduttrice arrivato da L’Aria che tira, è già stato avvicendato. Non sono piaciuti il gobbo di carta, aggiornato manualmente da un’assistente, i tempi del racconto e il ritmo dei collegamenti, l’uso del nuovo studio con il pubblico sempre inquadrato dietro gli ospiti.

Merlino si tuffa nei gorghi della cronaca nera, grigia e bianca senza titubanze, lei che finora aveva prediletto i casi della politica e i dibattiti del palazzo. Dagli stupri del branco agli scontrini folli, dai cinque operai morti a Brandizzo all’infermiera uccisa a Roma, fino alla scomparsa della piccola Kata, il palinsesto lo fanno gli argomenti della gente comune, affrontati con ospiti poco inclini agli intellettualismi e, dopo la correzione di rotta, portati al centro dello studio per alimentare il talk show. L’eredità di Barbara D’Urso, salutata e ringraziata in apertura, è pesante: ora la confezione è più patinata, ma alcuni marchi di fabbrica rimangono inalterati. Merlino dà del tu ai testimoni convocati dagli inviati. Congiunge le mani per fare breccia nei cuori dei telespettatori. Sconfina comprensibilmente nell’emotainment, soprattutto quando si parla di violenza contro le donne, chiosandolo con un brano di Ivano Fossati, poco famigliare a queste latitudini. Ricorre alle confessioni a telecamera coperta e ai messaggi audio con voce contraffatta. Promette impegno a fianco delle vittime. Il mainstream è prêt-à-porter, la nuova conduttrice di Pomeriggio cinque officia la svolta smaltata di Canale 5. Vedremo se saprà essere credibile una conduttrice da terrazza romana che parla al pubblico dei mercati o se, strada facendo, qualcos’altro cambierà.

 

La Verità, 6 settembre 2023

Rai, Mediaset, La7: nell’era Meloni la tv vira a sinistra

Presidente, non compra Mediaset, non entra in politica e non compra nemmeno La Verità: cos’è, la conferenza stampa dei no? Urbano Cairo è di buonumore, quest’anno è il decennale dell’acquisto di La7 da Telecom Italia «che perdeva 120 milioni» e, dunque, si fa presto a tirare le somme. «Con una rete stiamo in un sistema televisivo con Rai e Mediaset che hanno tre reti, poi c’è Sky che ha anche Tv8», premette l’editore del Corriere della sera. «Non produciamo chissà quali utili, ma neanche abbiamo perdite. Facciamo anche un po’ di servizio pubblico senza abbonamenti, canone, tax credit, proponendo una tv di qualità con i conti a posto. Una statuetta di polistirolo me la merito».

La presentazione dei palinsesti 2023-24 al Four Seasons di Milano chiude il trittico di upfront degli editori italiani ed è l’occasione per tirare le fila dei nuovi assetti della tv al tempo di Giorgia Meloni. Sarà anche per questo che le domande al patron di La7 spaziano dall’economia al calcio, dalla politica alla giustizia. Cairo guarda il bicchiere mezzo pieno e respinge l’impressione di giocare in difesa. Però alle ultime elezioni lo scenario è cambiato provocando ripercussioni sull’intero sistema, dagli addi di Fabio Fazio e Lucia Annunziata alla Rai che ora prova a essere più pluralista, fino alle acquisizioni di Mediaset di Bianca Berlinguer e Myrta Merlino. In questo scenario, avendo perso proprio Merlino e non avendo rinnovato Massimo Giletti, potrebbe sembrare che La7 giochi di rimessa. Ma Cairo non ci sta e sottolinea il ruolo di David Parenzo all’Aria che tira e l’arrivo di Massimo Gramellini che avrà sia la prima serata del sabato, con uno spazio fisso di Concita De Gregorio, sia un faccia a faccia con il personaggio della settimana la domenica, prima di cedere il testimone a In onda di Marianna Aprile e Luca Telese. Il resto del palinsesto poggia sulle pietre angolari: il Tg di Enrico Mentana, Otto e mezzo, DiMartedì, Piazzapulita e sui talk show del daytime, tutti confermati con l’eccezione dell’Aria che tira e del game preserale Lingo, alla ricerca del conduttore giusto per sostituire Caterina Balivo, tornata in Rai. Qualche novità si registra negli approfondimenti. Oltre alle conferme di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo e di Inchieste da fermo di Federico Rampini, è previsto uno speciale di Ezio Mauro all’interno di Atlantide e alcune prime e seconde serate affidate allo storico Alessandro Barbero che su TikTok «ha grande seguito anche trai giovani», sottolinea il direttore di rete Andrea Salerno. Infine, la novità forse più rilevante sarà Centominuti, 12 serate di inchieste sul territorio firmate da Corrado Formigli e Alberto Nerazzini in onda da gennaio 2024.

Lo scenario politico cambiato stimola i retroscena. Che ne è dell’idea di scalare Mediaset? C’era l’idea di prenderla e fare, d’accordo con Marina Berlusconi, la tv di Giorgia Meloni? «Non ci ho mai pensato, non sta né in cielo né in terra. Tutto è partito da un retroscena di Dagospia che ipotizzava una cordata italiana, per la quale io stavo accettando consigli da Walter Veltroni. Un’idea traballante, improponibile sul piano umano e commercialmente impossibile perché Mediaset non è contendibile. Piuttosto», ha proseguito Cairo, «ho letto le parole di Pier Silvio Berlusconi… Lo conosco da quando aveva 12 anni e gli voglio bene. Ma ha detto che rispetto all’ipotesi di una nostra scalata di Mediaset, <semmai saremmo noi che ci mangeremmo Rcs>. Dal suo punto di vista, per carità… Però, ho fatto un piccolo controllo e mi sono accorto che per le leggi italiane esistenti non è possibile per Mediaset scalare Rcs mentre è possibile per Rcs scalare Mediaset. Lo dico come caso di scuola, niente più. Ne Rcs né Mediaset oggi sono scalabili». Fine della fantaeditoria. Infine, la politica: dopo la televisione, i giornali e il calcio, è l’unica attività che lo differenzia da Berlusconi. La discesa in campo sta su Marte o mai dire mai? «Sono al vertice di un gruppo di aziende con 4500 dipendenti. È un’ipotesi molto molto difficile. Poi certo, c’è anche un film che s’intitola Mai dire mai. Ma è una cosa molto remota». Però con un paio di giornalisti si lascia andare: «Semmai entrassi in politica, figuratevi se lo dico qui. Non succederà. Ma se succede…». Fantapolitica. Quanto a quella attuale, di Giorgia Meloni dice: «Mi è simpatica, è tosta, decisa. Piuttosto, attorno a lei mi pare che combinino un po’ di guai».

Ma tutto finisce qui, nella pura simpatia. Perché, a chi gli chiede se vuole approfittare del presunto «smantellamento di Telekabul», il patron di La7 replica: «Non abbiamo intenzione di fare un’Opa su Rai 3, le Opa si fanno in borsa. Il riposizionamento di Rete 4 è cominciato già da qualche anno, quando Barbara Palombelli iniziò a condurre la striscia serale nel 2018. Sulla Settimana enigmistica si legge che è il giornale più imitato d’Italia. Ma alla fine rimane sempre quello che vende di più». Insomma, squadra che vince non si cambia. Caso mai le posizioni si radicalizzano. Perché se l’apprezzamento verso Meloni sembra accomunare i vertici di Viale Mazzini, Pier Silvio Berlusconi e Cairo, in realtà anche TeleMeloni rimane fantatelevisione. Perché in Rai lo spostamento a destra sarebbe rappresentato dal vacillante innesto di Filippo Facci, in Mediaset sono arrivate Berlinguer e Merlino e a La7 le novità sono Parenzo, Gramellini, Marianna Aprile, Alessandro Barbero, Mauro… È la solita differenza tra narrazione e realtà.

 

La Verità, 12 luglio 2023

Pier Silvio non entra in politica, la ritocca nelle tv

No, non scenderà in campo Pier Silvio Berlusconi, sebbene sia figlio di suo padre e qualche retroscenista abbia provato a ipotizzarlo in varie forme. Ma non succederà, per tre razionalissimi motivi. «Il primo è che la politica è un mestiere serio. Parlo di mestiere perché è qualcosa che si apprende nel tempo, non dall’oggi al domani», ha scandito l’amministratore delegato di Mediaset. «A livello emotivo qualcosa si è mosso», ha ammesso. «Ho pensato che il suo rapporto con gli italiani e con l’Italia, fatto di amore e di libertà, è un lascito che deve vivere. Per altro io ho 54 anni, mio padre ne aveva 58 quando è sceso in politica… Ma nessuno potrà mai sostituirlo. Il secondo motivo», ha proseguito, «è che non si lasciano i lavori a metà. E in questo momento Mediaset è impegnata in un progetto di lungo respiro, il consolidamento di Media for Europe (Mfe) per contrastare la forza delle piattaforme Ott (Over the top). Il terzo motivo è che un cambio di rotta si giustifica a servizio degli italiani e ora non c’è nessuna emergenza. Abbiamo un governo solido, votato dagli elettori, che sta facendo del suo meglio e che può durare. E al quale Forza Italia può garantire stabilità. Detto tutto questo, non ho intenzione di scendere in politica». Fine dei retroscena. Anche se nulla impedisce al primogenito del fondatore di Mediaset e Forza Italia di coltivare una certa curiosità e di sottolineare il «buon rapporto» con Giorgia Meloni «che conosco da molti anni ed è una persona giovane e decisa. Nutro stima personale per il nostro premier».

A poche settimane dalla morte di Silvio Berlusconi, il gala di presentazione della stagione 2023-24 era atteso per quanto avrebbe potuto dire Pier Silvio sugli scenari futuri e le ipotesi di vendita: «In famiglia non ne abbiamo parlato. Mi ha dato fastidio che con la morte di mio padre ci siano state simili ipotesi, ma è normale». Dopo una lunga pagina omaggio al genitore («Più passano i giorni più la mancanza è enorme»), anche nella serata pilotata da Gerry Scotti a un certo punto si è fatto «click» e ci si è messi a lavorare. Partendo dagli ostacoli affrontati negli ultimi anni come la pandemia, la guerra e l’inflazione, per poi planare su quelli specifici dell’editoria, l’impatto dei «giganti globali della comunicazione» e la «concorrenza senza regole delle multinazionali del Web sul mercato pubblicitario». La risposta dell’azienda di Cologno monzese è lo sviluppo del gruppo «crossmediale» fatto di reti generaliste, tematiche, pay-per-view, radio e Web (+19% di serate autoprodotte rispetto alla stagione 2019-20). E, soprattutto, la creazione di Media for Europe, la media company con Mediaset España, controllata al 100%, e la tedesca ProSieben, partecipata al 30%. «Sono orgoglioso che aziende italiane studino un’espansione internazionale e non che pezzi di Italia siano conquistati da un gruppo straniero. Perché», ha rimarcato Pier Silvio, «la tv generalista non è vecchia. Piuttosto è piccola, e sarebbe sbagliato contrastare la potenza delle Big tech restando nei confini nazionali».

All’interno dei quali, però, nell’ultimo anno lo scenario è mutato in modo sostanziale. A Mediaset erano preparati se, mentre nasceva la Rai meloniana, hanno avvicinato Bianca Berlinguer ora annunciata come la principale novità della stagione: «Sono molto felice. L’ho conosciuta e si è instaurato tra noi un rapporto vero, di fiducia». Come anticipato, l’ex direttore del Tg3 condurrà il talk show del martedì di Rete 4, dove dividerà anche lo studio di Stasera Italia con Nicola Porro e Augusto Minzolini, quest’ultimo nel weekend. «È un’operazione importante, destinata a far crescere il peso della nostra rete dedicata all’informazione e che vuole rivolgersi al pubblico in maniera più trasversale», ha ribadito l’ad Mediaset.

Editorialmente impeccabile con una Rai più spostata a destra, né Pier Silvio né «Bianchina», scortata da Mauro Corona («Sono un suo fan anche se lui ama la montagna, io il mare»), sottovalutano il rischio dell’operazione. È vero che già Michele Santoro passò da Saxa Rubra a Cologno, ma erano gli anni Novanta e «Michele chi?», come lo chiamò il presidente Rai Enzo Siciliano incentivandone l’esodo, si affacciò su Italia 1. Diversa è la Rete 4 che fu casa di Emilio Fede. Nella quale ora, pur molto cambiata, i programmi di Mario Giordano e Paolo Del Debbio godono di un vivace zoccolo duro di pubblico. E dove, senza far paragoni, l’innesto di Gerardo Greco non funzionò. Sarà lavoro per gli autori. «Ma con lei parliamo lo stesso linguaggio televisivo», ha assicurato Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione.

Anche se con minori implicazioni ma sempre nella logica di «dare più peso ai nostri contenitori» va registrato l’insediamento a Pomeriggio 5 di Myrta Merlino al posto di Barbara D’Urso. La quale, dopo 15 anni di emotainment, non ha comprensibilmente gradito l’accantonamento.

Con l’eccezione di Amore + Iva, lo show di Checco Zalone in esclusiva su Canale 5 tra ottobre e novembre, le altre novità lo sono relativamente. Grande Fratello, per esempio, ritorna alla versione originale, né vip né nip, ma centrata sulle storie. Sempre a rimpolpare la quota reality, ecco un’edizione invernale di Temptation island. Poi Io canto generation e La ruota della fortuna per omaggiare il centenario della nascita di Mike Bongiorno, affidati a Gerry Scotti. Infine, Il più grande karaoke d’Italia. Tutti format che affondano le radici negli anni Novanta o «nella forza ancora attuale di quei prodotti», ha precisato Berlusconi jr. Per il resto, confermati i pilastri del palinsesto: Amici, C’è posta per te, Tu sì que vales con l’innesto di Luciana Littizzetto, Ciao Darwin, Michelle Impossible, Felicissima sera e, su Italia 1, Le Iene con Veronica Gentili al posto di Belen Rodriguez, al momento senza programmi.

In chiusura, un buffetto a Urbano Cairo che aveva ipotizzato una fusione fra i due gruppi: «Sono un fan di Urbano, è bravo, simpatico e vivace», ha premesso Pier Silvio. «Ma Mediaset con Rcs mi sembra un incastro spericolato perché in una fusione ci mangeremmo Rcs. È fantaeditoria».

 

La Verità, 6 luglio 2023

Bianchina, una Berlinguer alla corte di Berlusconi

La notte bianca di Bianca. Le… notti bianche. Per l’ex conduttrice di #Cartabianca, più che i sogni e le passioni di Dostoevskij a San Pietroburgo, c’entra un calcolo professionale, seppur venato dal dubbio. Restare fedeli all’azienda di una vita o assicurarsi un allungamento di carriera alla corte della concorrenza? Eccola, è Bianca Berlinguer al bivio (acronimo: BBab). Praticamente un format: la conduttrice chiede un supplemento di riflessione per sciogliere la riserva. Accendiamo la telecamera e spiamo le notti insonni e i petali consumati dal dilemma: resto o vado, vado o resto? Di qua lo status quo, di là la freccia che indica Mediaset. Alla fine, l’ex direttore della Telekabul ereditata da Sandro Curzi ha scelto la nuova avventura nelle reti del Biscione. «Bianca Berlinguer ha comunicato le dimissioni da ogni incarico in Rai e dalla conduzione del programma #Cartabianca. La giornalista», si legge nella nota di Viale Mazzini, «ha ringraziato l’azienda per 34 anni di lavoro, svolti sempre in piena autonomia sia in qualità di direttore che di conduttrice di programmi di approfondimento».

Stasera alla presentazione dei palinsesti se ne avrà conferma ufficiale. Berlinguer avrà l’abituale prima serata del martedì su Rete 4 al posto di Veronica Gentili destinata alle Iene, con lo spostamento di Fuori dal coro di Mario Giordano al mercoledì. Mentre si alternerà una settimana a testa con Nicola Porro alla conduzione della striscia quotidiana finora condotta da Barbara Palombelli. Ne sapremo di più al gala di Cologno monzese, dove si capirà anche quale ruolo potrà avere Mauro Corona, l’alpinista scrittore da anni sparring partner di «Bianchina». Restando in casa Mediaset, sempre stasera si avrà conferma se il posto di Barbara D’Urso a Pomeriggio cinque verrà preso da Myrta Merlino. Se così sarà assisteremo a uno spostamento a sinistra del Biscione a compensazione del riposizionamento a destra della Rai, con conseguente rimescolamento di parte dei pubblici rispetto agli editori di riferimento.

Intanto, ieri il Cda di Viale Mazzini ha rinnovato il contratto di servizio fino al 2028, mantenendo gli spazi di giornalismo d’inchiesta – quanti allarmismi del giornalone unico – e approvato i palinsesti del prossimo autunno (presentazione venerdì a Napoli). Al termine della riunione, l’amministratore delegato Roberto Sergio ha comunicato che «al momento la trasmissione #Cartabianca non è presente in palinsesto». Sabato Berlinguer aveva chiesto ancora una notte per pensarci. Poi il pensamento si era prolungato, mettendo alla prova la pazienza dei massimi dirigenti (Giampaolo Rossi, direttore generale) che avevano già fatto di tutto per trattenere la giornalista, assicurando grande promozione all’unico talk politico di prima serata, budget e libertà nella scelta degli ospiti che la precedente gestione aveva provato a mettere in discussione. Non è bastato. Al suo posto, alla conduzione di #Cartabianca, su Luisella Costamagna sembra averla spuntata Monica Giandotti, in uscita da Agorà e moglie di Stefano Cappellini, capo del politico di Repubblica. Loro testimone di nozze è quel Mario Orfeo, già direttore generale, attuale guida del Tg3 e tuttora, curiosamente, molto influente in Viale Mazzini.

Ora, però, la telenovela della «zarina» è finita. Era stata lei a inaugurarla, impuntandosi contro la programmazione di Rai 2, ritenuta concorrenziale al suo programma. «Bianchina» non gradiva Belve di Francesca Fagnani e nemmeno Boomerissima con Alessia Marcuzzi, previste al martedì. E pazienza se quei programmi erano già andati in onda nello stesso giorno di #Cartabianca in passato e l’ufficio marketing di Viale Mazzini aveva documentato che i loro target erano diversi.

Non con Discovery come si era ipotizzato all’inizio, BB giocava di sponda col Biscione (acronimo: BBB), felice di puntellare il palinsesto all talk di Rete 4 con un volto storico, anche se non più così ortodosso, della Rai di sinistra. L’obiettivo di Berlinguer era allungare la carriera in prima linea. Così, anche lei ha rischiato di accodarsi alla lista dei conduttori presunti censurati dalla Rai meloniana. I quali, in realtà, seguono principalmente l’odore dei soldi. A Fabio Fazio, Luciana Littizzetto (contrattualizzata sia da Discovery che per Tu sì que vales di Canale 5), Lucia Annunziata e Massimo Gramellini, negli ultimi giorni si è aggiunta Serena Bortone che, salutando i telespettatori di Oggi è un altro giorno, li ha retoricamente esortati a essere «liberi e autentici, a qualsiasi prezzo», neanche fosse una paladina dei diritti a Weimar. Dove, per altro, difficilmente le affiderebbero una prima serata e un access primetime su Rai 3. Più o meno sulla stessa frequenza d’onda si è sintonizzato Alberto Matano che, pur confermato per il 2023/24, si è portato avanti con il lamento: «Non so cosa farò dopo la prossima Vita in diretta», ha detto in telecamera all’ultima puntata della stagione. Lesa maestà anche di Luca Bottura e Marianna Aprile per la sospensione di Forrest su Radio uno, non confermato dal nuovo direttore Francesco Pionati. I censurati immaginari rivendicano il diritto inalienabile al video e al microfono. Non si tratterà anche, e forse più prosaicamente, delle cospicue indennità relative? O magari dell’impagabile appagamento di essere un volto noto? No, sembra che chi va in onda sia esente dalle logiche di mercato. E che un nuovo direttore che arrivi in Rai non possa scegliersi i propri collaboratori come un qualsiasi nuovo direttore di giornale. Andava così anche con le maggioranze di centrosinistra?

 

La Verità, 4 luglio 2023

 

L’addio a Berlusconi di un alieno Mediaset

È stata una scelta indovinata affidare a Toni Capuozzo il ricordo di Silvio Berlusconi, quello che nel gergo giornalistico si chiama coccodrillo. Una lunga lettera trasmessa dalle reti unificate Mediaset (come tutta la programmazione di giornata) rivolta al fondatore dell’impero dal più periferico, meno milanese e globalizzato tra i giornalisti del gruppo. Richiamato dalla pensione (nel suo Friuli), come certi poliziotti indispensabili a risolvere l’imbarazzo dei momenti complicati. Una lunga lettera scritta a penna stilografica, in perfetto stile analogico novecentesco che il destinatario avrebbe gradito tanto quanto la scelta dell’autore di dargli del tu. Una lunga lettera di gratitudine e senza inutili infingimenti. Scritta su una panchina inondata dal sole di una giornata primaverile e recitata muovendosi nei luoghi della costruzione e dell’affermazione dell’impero. Il posto dove nacque, Via Volturno 34 a Milano, Cologno monzese, lo stadio San Siro (con il nome originale), su un ponte di Milano 2, la cittadina satellite costruita in una delle sue tante vite da imprenditore, allora immobiliarista… E basterebbe la semplicissima invenzione di abolire i semafori, la vita di suo è già così fitta di stop and go, che eliminare quelli della circolazione stradale basta a consegnarci il genio visionario dell’ideatore. Ci volevano la barba ispida e soprattutto le occhiaia segnate di uno che ha visto i posti più angoscianti e i conflitti più cruenti degli ultimi decenni in giro per il mondo, per raccontare la guerra combattuta in questi stessi decenni da Silvio Berlusconi contro i poteri forti, la magistratura, i giornali e gli editorialisti più acuminati. Ci voleva il giornalista meno allineato ai cliché estetici del berlusconismo perché la gratitudine risultasse più spessa. Capuozzo avrebbe potuto calcare i toni sull’accanimento delle toghe, sulle cadute delle cene eleganti o, al contrario, sui trionfi nella guerra dell’audience e della cavalcata rossonera. Invece, ha raccontato soprattutto l’avventura di un uomo, di un sognatore che ha lasciato a tutti, come ultimo regalo, la vista di un immenso prato punteggiato di tulipani multicolori.

P. s. Nel diluvio di servizi, speciali, approfondimenti, opinioni e dossier si è distinta la qualità del parterre convocato da Bruno Vespa nello Speciale Porta a Porta per riflettere sull’eredità dello scomparso. Al fianco del conduttore si sono rivisti il canuto Pierferdinando Casini, l’incenerito Massimo D’Alema e l’ormai brizzolato Matteo Renzi. Sfumature di grigio e di autorevolezza.

 

La Verità, 14 giugno 2023

«I grandi critici tv non spostano uno spettatore»

Piero Chiambretti, siamo sulla Verità quindi giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Dica: lo giuro.

«Lo giuro, sulla testa di Pier Silvio».

Come fece il padre: i giuramenti finiscono sempre sulla testa dei figli.

«Esatto. Fatico a vedere Pier Silvio come un editore, lo vedo più come figlio, anche perché è più giovane di me. Ci siamo conosciuti molti anni fa al Vecchio porco, un ristorante vicino a Corso Sempione dove ci si incontrava per caso la sera tardi. Scattò una simpatia che poi si è trasformata in lavoro».

È il suo sponsor in Mediaset?

«Si dice che io sia il suo cocco e per questo lavori, ma mi sembrerebbe limitativo per lui. Credo non abbia interesse ad assoldare chi non lo merita. Io mi sforzo di dare il meglio e penso che lui sia sempre rimasto soddisfatto. Più semplicemente mi pare che stimi il mio lavoro e in questi 12 anni me l’ha dimostrato».

È soddisfatto di com’è andata La tv dei 100 e uno? Si ricordi che ha giurato…

«Molto soddisfatto, ho raggiunto i tre obiettivi che mi ero prefissato. Il primo, divertire; il secondo, emozionare; il terzo, sorprendere».

I momenti più memorabili?

«Ne dico due. Quello della sigla iniziale con i 100 bambini che entrano in studio sulle note di Another break in the wall con una sedia sulla testa. E quando abbiamo parlato della pandemia, dedicando la trasmissione a mia madre. Poche battute dei 100 si sono rivelate più profonde dei fiumi di parole ascoltate in due anni di televisione sul Covid 19».

Lei e sua madre siete stati ricoverati insieme.

«A distanza di 24 ore nello stesso ospedale, dove cinque giorni dopo lei morì».

Aveva qualche timore a tornare in prima serata su una rete ammiraglia?

«No, però prima di cominciare alcuni amici mi hanno consigliato di andare dallo psicologo».

Per focalizzare i rischi che stava correndo?

«Esatto. Il primo era che non sono una faccia da Canale 5, il secondo era il prodotto stesso, cioè il varietà con i bambini rivolto agli adulti, il terzo il linguaggio. Invece, dopo la prima puntata molto complicata, in pratica un numero zero, il programma ha trovato stabilità nei suoi appuntamenti e i bambini sono diventati riconoscibili, trasformandosi in un cast».

Gli ultimi suoi programmi sono stati un varietà con gossip in prima serata su Rete 4 e un talk notturno di calcio su Italia 1. Perché si è buttato sui bambini?

«È una metamorfosi. Prima mi sono occupato solo di donne per raccontarle a modo mio e farne un manifesto, poi del mondo maschile della repubblica del pallone. Oggi ho scelto i bambini che non sono i grandi di domani, ma i bambini di oggi. Tre universi lontani tra loro raccontati in orari e reti diverse, ma con il denominatore comune della mia curiosità e della mia identità».

Perché dava loro del lei?

«Perché volevo giocare una partita alla pari. Davo del tu agli ospiti e del lei ai bambini perché sono già grandi».

In questi casi il rischio del paternalismo, della scarsa spontaneità o della vocina infantile è sempre in agguato?

«Anche la retorica e il trombonismo lo sono. A me piace dividere, infatti hanno detto che sono un vecchio rincoglionito e un genio, uno sfruttatore di bambini e un visionario che sfida la tv. Mi vanno bene tutte le etichette: a un’azione corrispondono delle reazioni. Io sono sereno come una Pasqua, che per altro è vicina».

Come li avete trovati così talentosi?

«Con diversi mezzi, dalla chiamata alle armi dei serpentoni tv alla società di scouting di Sonia Bruganelli, fino al passaparola di amici e parenti. Sono stato fortunato perché, insieme ai talenti che cantavano, ballavano e parlavano con proprietà di linguaggio superiore alla loro età, molti dei 100 che non hanno mai aperto bocca hanno fatto gruppo con quelli che scendevano in campo. Li voglio ringraziare perché sono stati importanti come i talenti. Al termine della terza puntata ho visto scene di dispiacere come da fine delle vacanze».

Alcune domande e risposte erano farina degli autori?

«No. La redazione spiegava i temi di discussione e le domande se le preparavano da soli. Alcuni erano predisposti come si è visto dai provini, qualcun altro interpretava il ruolo dell’opinionista. Io non ho parlato con loro se non durante le registrazioni. Volevo essere sorpreso. Non ho imposto niente altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Il suo giornale è La Verità e questo era un programma sulla verità, che in tv esiste in modo approssimativo perché ognuno si fa i fatti propri. Una cosa che non succede con i bambini, i quali dicono sempre la verità: anche quando è una castroneria è sempre vera perché non è mai costruita».

Le hanno rimproverato di averli fatti parlare di Putin e Zelensky?

«E cosa c’è di male? Non vivono in una campana di vetro, sono bombardati dai tg, vedono i giornali e le foto che parlano solo di quello».

Perché ha scelto come sigla Another break in the wall dei Pink Floyd?

«Più che una sigla era un’ouverture ed è la prima cosa a cui ho pensato. Ho cercato la canzone più popolare al mondo contro il nichilismo della scuola, per dare il tono di un programma spettinato nel quale i bambini rivendicavano la libertà di pensare con la loro testa».

Soddisfatto dell’accoglienza del pubblico?

«Ho ricevuto molti messaggi di apprezzamento da colleghi e addetti ai lavori. E avuto un ottimo riscontro dal pubblico a cui il programma era rivolto, mamme, genitori, bambini. Un bagno di folla in un mondo che non mi conosceva. Nella sua biografia Woody Allen dice che un artista deve mettere in scena le proprie idee senza preoccuparsi dei riscontri, altrimenti se si insegue il consenso si finisce per abbassare il livello creativo».

Dell’accoglienza di Mediaset?

«All’inizio eravamo tutti in allarme, poi, man mano che il progetto prendeva corpo, cresceva la convinzione. Le maestranze e i cameraman sono stati i primi tifosi. Alla fine anche i più scettici si sono congratulati. Dopo la prima puntata, Pier Silvio, che è la persona alla quale si fa sempre riferimento, mi ha telefonato dicendosi contento di essere l’editore di questo progetto».

E dell’accoglienza della critica? Ricordi che deve dire la verità…

«La critica dev’essere critica, se fa i complimenti non serve. Il critico è un generale che spara sui suoi soldati. Leggendo più i titoli degli articoli ho visto che molti erano distruttivi, mancava solo il bazooka. Mi è venuta nostalgia della critica del passato, quella di autori come Ugo Buzzolan, Oreste Del Buono e Beniamino Placido».

Perché?

«Perché, sebbene attaccassero anche me, usavano la penna e l’ironia dando consigli per migliorare prodotti a volte balbettanti. I critici di oggi, anche i più rinomati, invece usano la roncola e il livore».

A proposito di verità, le sottopongo una frase di Alexis Carrel, premio Nobel della medicina: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Vale anche per la critica televisiva?

«Le verità sono difficili da trovare. Un critico è un essere umano che scrive e pensa secondo le proprie simpatie e perciò rappresenta solo sé stesso. La critica tv italiana non sposta un telespettatore, quella americana ti fa chiudere un cinema».

Quella che l’ha più irritata è che lei è sempre uguale e non cresce?

«Sulla crescita lo sapevo, me l’aveva già detto il mio endocrinologo. Più che una critica è un’inesattezza. Io sono sempre diverso in uno stile che rimane invariato. Armani è sempre Armani pur facendo vestiti sempre diversi, Valentino lo riconosci dal colore rosso e l’amatriciana in tutta Italia è sempre la stessa pur cambiando regioni e ingredienti».

Adesso che cosa farà?

«Mi metto sulla riva del fiume e aspetto».

Chi o che cosa?

«Di capire cosa fare con Mediaset. Il contratto è scaduto, sono in stand by, ma capirò presto cosa fare perché abbiamo già deciso di incontrarci. Nel frattempo guarderò la tv degli altri, quella che piace alla critica e che io non so fare, come i talent e i reality show. Sono propenso a tornare con La tv dei 100 e uno. Se non arriverà l’idea del secolo che mi farà cambiare programma, lavorerò alla vendita all’estero di questo format. Sarebbe una gratificazione d’autore, prima ancora che economica».

Questo programma è una piccola svolta perché ha a che fare con la sua vita privata?

«Diciamo che inaugura una seconda giovinezza, come se fossi entrato nella piscina di Cocoon. Tutto è nato dall’osservazione di mia figlia che mi spiazza tutti i giorni. Dice cose dritte e sintetiche che mi sorprendono sempre».

Ogni quanto la vede?

«La vedo con qualità più che con quantità. Vive con la mamma, ma trascorre due lunghi weekend al mese e un giorno la settimana con me».

È solo la televisione italiana a starle un po’ stretta o anche qualcos’altro?

«La  mia vita è stata la tv. Anche il libro autobiografico molto voluto dalla Mondadori è stato importante. Le altre esperienze sono servite per non farle più. Attraverso la tv ho raccontato il Paese con il mio linguaggio, la mia musica, me stesso».

La nostra politica le sta stretta?

«No. Tutta la società nel suo complesso è diventata una marmellata. Oggi si va a votare una persona e tra due anni la mandiamo in nomination come al Grande Fratello. Non ci sono più punti di riferimento certi».

E il politicamente corretto?

«È un vecchio adagio, tutti ne parlano come di un limite alle idee, ma se uno le ha le può spendere. A volte non si ha il coraggio di farlo perché il politicamente corretto ci spinge tutti nella stessa direzione. Se in Italia ci fosse la rivoluzione ci si andrebbe in macchina».

Che preda farebbe divorare a Ignazio, il dinosauro del programma?

«Gli direi di mangiarsi la maleducazione. Siamo il Paese dei furbi e dei maleducati. Lo si vede da come stiamo a tavola, da come ci vestiamo, dallo sperpero, da come ci meniamo allo stadio. La maleducazione è al potere».

Invece una cosa che salverebbe?

«L’Italia come paese geografico: storia, radici, passioni. Ciò che mi piace di Google maps è lo stivale stesso. Non restringo la mappa, la allargo al mare, alla montagna, alla provincia. Lì mi ritrovo… Specialmente quando trovo parcheggio».

E noi quanto dovremo aspettare per ritrovarla?

«Non lo so. Se non succede nulla, apro un asilo».

 

La Verità, 1 aprile 2023

«Io di nuovo in Rai? Nulla di vero, solite chiacchiere»

La più guardata dagli italiani e la più invidiata dalle italiane. Per la dolcezza, l’energia e la carica di sensualità che sprigiona. Il grande pubblico se n’è accorto all’ultimo Festival di Sanremo, quando è scesa dalla scalinata dell’Ariston cantando e ballando La notte vola. Poi l’abbiamo intravista ai funerali di Maurizio Costanzo e ora la seguiamo come una dei prof di Amici di Maria De Filippi. Lorella Cuccarini ha 57 anni, quattro figli e una serenità non comune.

Questo è il suo terzo anno come insegnate, ora di canto oltre che di ballo, del talent show di Canale 5: che aspettative ha?

«Non ho aspettative personali, la nostra missione è accompagnare i ragazzi a fare le scelte giuste e difenderli quando serve. Anche se lanciamo i guanti di sfida agli altri prof, noi insegnanti restiamo dietro le quinte».

Che cosa la guida nel rapporto con i ragazzi?

«Metto a loro disposizione il bagaglio di esperienza maturato in 37 anni di professione. E anche il buon senso acquisito come madre di giovani che hanno più o meno l’età dei concorrenti».

Che cosa serve per coltivare il talento?

«Impegno, lavoro, sudore. Essere spavaldi sul palco e umili fuori».

Si dice che i talent show siano una scorciatoia che evita la gavetta: cosa ne pensa confrontandoli con la sua formazione?

«Il momento storico in cui sono uscita io era molto diverso, i talent show non esistevano. C’erano i talent scout che andavano a caccia di giovani. Io ho avuto un percorso ancora diverso perché, grazie a Pippo Baudo, ho potuto approdare a Fantastico, facendo un salto nel buio. Da un giorno all’altro sono stata catapultata nel varietà più importante con l’esperienza di una ballerina di fila. Se guardiamo ai talent, i ragazzi possiedono già un loro bagaglio e poi hanno parecchi mesi per crescere ed emergere».

Quindi, non concorda con quella critica?

«No. I talent sono una strada che offre delle opportunità ai giovani che altrimenti farebbero molta fatica. La Rete è un’altra possibilità».

Nel mondo dello spettacolo il merito è rispettato?

«Domanda da un miliardo di dollari».

Rispondiamo con 100 euro.

«Nel nostro caso sì. Il percorso a imbuto di Amici impone i concorrenti che valgono. A volte alcuni ragazzi capiscono che non è ancora arrivato il momento giusto. Perciò, devono aspettare per emergere dopo».

In generale nel mondo dello spettacolo la meritocrazia vale o no?

«Bisogna capire i contesti. A volte vediamo delle meteore che conquistano velocemente la popolarità in tanti modi. Io sono una boomer e mi sfuggono alcuni meccanismi della contemporaneità. Tra popolarità e successo vero c’è una bella differenza».

Ripartiamo dalla sua apparizione sanremese: è la disciplina che la fa essere ancora sensuale?

«La disciplina e anche la serenità. Cioè, essere arrivata a un punto della vita in cui prendo con leggerezza quello che succede».

Ha superato anche momenti in cui questa leggerezza è stata messa in discussione?

«Soprattutto quando ero più giovane e avevo una certa ansia da prestazione. Pensi di non fare mai abbastanza… Poi, finalmente, arriva il momento in cui non devi dimostrare niente e puoi vivere la tua stagione con leggerezza».

Qualche anno fa ha subito anche un intervento alla tiroide.

«Quello è stato un periodo impegnativo. A quel problema fisico si era aggiunta la perdita di mia madre, la persona più importante nella mia vita. È stata anche una fase d’impasse professionale. Quando si mette tutto in discussione, di leggerezza ce n’è poca».

L’altro grande segreto è l’unità della sua famiglia?

«Credo sia l’elemento fondamentale».

È raro nel vostro ambiente un rapporto duraturo come quello che ha con suo marito, il produttore Silvio Testi.

«Il giorno del matrimonio eravamo in tre. Siamo entrambi cattolici e praticanti e quando abbiamo scelto di sposarci non eravamo soli. Credo che questo faccia un po’ la differenza nel momento in cui abbiamo scelto di camminare insieme. Le promesse che reciti davanti al sacerdote hanno un loro peso specifico».

Ora non siete più in tre.

«In sette, con i nostri figli».

Come riesce a gestire il ruolo di madre di quattro figli e una professione tanto impegnativa?

«Come tutte le donne del mondo, non mi pare di essere dotata di superpoteri. Oppure li hanno tutte le madri che lavorano».

Nel vostro ambiente, la durata del rapporto coniugale non è così scontato.

«Non solo nel nostro, purtroppo. Gestire la famiglia e lavorare, anche questo costa disciplina. È faticoso, ma è bellissimo».

Il fatto che non vi siate vaccinati è stata una scelta?

«Ci siamo ammalati tutti con la prima ondata e perciò siamo sufficientemente immunizzati. Mio marito non si è ammalato e si è vaccinato».

L’abbiamo vista molto partecipe ai funerali di Maurizio Costanzo: l’ha colpita qualcosa di quel momento?

«Ho pensato al dolore di Maria. Ero abituata ad apprezzare la sua vitalità nel lavoro e la sua capacità di esserci per tutti. Vederla così è stato un dolore. Mi ha fatto piacere constatare la vicinanza a lei di tantissime persone, non solo dello spettacolo, anche meno note, ma sempre partecipi».

Che cosa pensa dei selfie alla camera ardente ai quali si è sottoposta? Lei come avrebbe reagito?

«Solitamente faccio le foto con chiunque, in qualsiasi situazione personale. Ma in chiesa non mi è mai capitato e mi è sembrato di cattivo gusto. Non so come avrei reagito, spero di non trovarmici mai».

Quell’episodio indica la superficialità cui ci sta portando la società dello spettacolo?

«Secondo me la causa non è il mondo dello spettacolo, ma l’avvento dei social. Con un telefonino si può immortalare qualsiasi momento e questo ci porta a fare cose insensate».

I social sono parte dello società dello spettacolo.

«Si entra in un circuito, si cercano like facili e si fanno anche azioni inaccettabili sul piano umano. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità ed educazione».

Ha notato qualche cambiamento in Maria De Filippi in queste settimane?

«L’ho ritrovata con la sua capacità di esserci. Ha detto subito: “Cominciamo a lavorare, perché è così che mi hanno insegnato”. Una frase che esprime il suo modo di elaborare il momento. Ho condiviso la volontà di ricominciare dalla nostra passione, dando il meglio di noi».

Qualche settimana fa si era parlato di un suo possibile ritorno in Rai: c’era o c’è qualcosa di vero?

«Non c’è nulla, tutti gli anni vengo citata con questo tira e molla».

Che differenza c’è tra lavorare a Mediaset e alla Rai?

«Bisogna tener conto dei momenti storici. La Rai di Fantastico è stata la mia prima casa, furono anni esaltanti e bellissimi. L’ultimissima esperienza è stata più pesante».

Perché la partecipazione a La vita in diretta su Rai 1 si è conclusa in modo un po’ brusco?

«Quello che dovevo dire l’ho detto. È stato un anno difficile, anche per la situazione che ci siamo trovati a raccontare (il periodo dei lockdown ndr). Non ho nulla da aggiungere».

Invece a Mediaset tutto liscio?

«Per me è stata una rinascita perché sono tornata a fare ciò che mi piace di più e che avevo scelto all’inizio della carriera».

Anche con Heather Parisi il rapporto è stato burrascoso?

«Ma no… Vorrei evitare di fare quello che fa lei con me, non ho bisogno di parlare di Heather per esserci. La apprezzo artisticamente, ma dopo Nemicamatissima non ci siamo più sentite. Abbiamo visioni diverse della professione».

L’ha detto anche lei intervistata a Belve: «Lorella è un po’ la prima della classe, mentre io preferisco improvvisare».

«Prima della classe non lo sono mai stata, ma m’impegno e lavoro molto. Così mi è stato insegnato e così sono riuscita a crescere».

Perché due anni fa ha lasciato l’agenzia di Lucio Presta?

«Lucio è una persona che stimo da prima che iniziassi a lavorare con lui. È stato mio agente per 12 o 13 anni, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di camminare da sola».

Gli agenti hanno troppo potere in tv?

«Ne hanno molto, non so se sia giusto dire troppo. In certi programmi si nota un accentramento di personaggi della stessa scuderia. E quindi vien da chiedersi se vengano scelti per merito o per appartenenza. È difficile che tutte le idee confluiscano sempre nella stessa direzione. Se c’è una concentrazione dei soliti vuol dire che anche gli autori e i produttori sono d’accordo. Non credo che, pur con il loro strapotere, un agente possa decidere al posto di un’azienda».

Abbiamo citato La vita in diretta e Heather Parisi: non è che lei sia un po’ fumantina?

(Ride) «Penso di essere una persona serena e accomodante, lo dico sinceramente. Però sono anche un leoncino… Se vedo cose che non mi piacciono, parlo; difficilmente taccio e subisco. Di solito succede con le persone più potenti».

Ha perso qualche opportunità perché non si è morsa la lingua davanti a una persona potente?

«Non ricordo di aver perso delle opportunità. Però non mi piace che mi mettano i piedi in testa. Se capita, reagisco e in questo mondo finisce tutto in pasto alla stampa. Per questo passo per essere una fumantina, ma non lo sono».

È contenta dello spazio che hanno conquistato le donne ai vertici della politica?

«Non sono per le quote rosa, ma sono felice che ci siano sempre più figure femminili emergenti, come la premier. Mi piace che le donne guadagnino credibilità e conquistino ruoli apicali per capacità e merito, non per concessione. In politica, nelle aziende e nello spettacolo».

Tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein con chi andrebbe a cena?

«Con Giorgia Meloni, anche perché tifiamo per la stessa squadra».

Per quest’unico motivo?

«A pelle, mi sta molto simpatica. Mi piacerebbe conoscerla di più».

Ci può anticipare qualcosa del suo prossimo musical nei teatri?

«Se tutto va bene, in autunno proseguirò la tournée con lo show di quest’anno. Mentre per i miei 60 anni ho in mente un musical, non solo autobiografico. Ma sarà fra tre anni, il tempo per farlo bene non manca».

 

 

La Verità, 25 marzo 2023

«Ho vissuto in caserma, mi batterò per le divise»

Quando risponde al telefono, reduce da una giornata di campagna elettorale a Bari, Rita Dalla Chiesa t’inonda con la sua energia: «Sono travolta, i giornali stanno scrivendo di tutto». Ma dopo un attimo spunta l’amarezza: «Internet è una cloaca, mia figlia mi ha impedito di andare sui social. Quando le disobbedisco ci trovo certe cattiverie, ingestibili per la mia testa».

Quali cattiverie?

«Ci sono quelli che dicono che sfrutto il cognome di mio padre. Dopo 40 anni di lavoro senza raccomandazioni, certe parole feriscono. Hanno scritto che sono entrata nel partito che ha fatto uccidere mio padre. Non so come spiegarmelo, penso siano persone malate, magari provate dai due anni di pandemia. Nella mia vita ho sempre fronteggiato gli attacchi, ma queste malvagità mi fanno vacillare».

È sorpresa da tanto livore?

«Un po’ lo conoscevo perché sono sempre stata sui social. Mi sono tolta da pochi giorni, per evitare quest’odio… C’è anche qualcuno che non condivide la mia idea, ma mi dice lo stesso in bocca al lupo. Amo il confronto, ma l’odio scaricato su Silvio Berlusconi ora si riversa anche su di me perché ho lavorato a Mediaset e l’ho difeso».

Era accusato di contiguità con la mafia.

«È stato assolto da tutti i processi, sono stanca di ripeterlo. Fino a prima di entrare in politica nessuno lo accusava. Poi, siccome lo temevano per il suo carisma e le sue capacità, improvvisamente lo hanno ritratto come un sostenitore della mafia. A volte penso che se mi avesse candidata la sinistra e frequentassi l’Ultima spiaggia di Capalbio nessuno avrebbe detto niente».

Perché?

«Perché la sinistra controlla i media e può contare sugli intellettuali e i salotti. Conosco quegli ambienti, li ho frequentati. Ho visto le case, le barche, i patrimoni. Per loro la destra è una realtà da cancellare. Invece io credo che si possa confrontarsi civilmente».

Candidata alla Camera nell’uninominale di Molfetta e come capolista nel proporzionale a 74 anni: signora Dalla Chiesa, lei è una donna avventurosa?

«Mi hanno dato una vita e provo a viverla fino in fondo. Anche alla mia età, adagiarmi non è nel mio carattere. Ero nel mondo dei carabinieri pieno di regole, ma mi sono separata in anni in cui era rarissimo. Oggi, più vedo ingiustizia nel tentativo di fermarmi, più trovo motivazione per andare avanti».

La sua candidatura ha sorpreso qualcuno?

«Quelli che, non conoscendo la mia famigliarità con la Puglia, pensano che sia una paracadutata. Invece ho molti legami, papà e mamma si sono conosciuti a Bari, ho vissuto in una caserma sul lungomare. Ho lavorato a RadioNorba e TeleNorba e ho un ottimo rapporto con il pubblico. Al Bano mi ha fatto conoscere il Salento, in Puglia vengo spesso in vacanza».

L’ha convinta Berlusconi?

«Avevo parlato con Licia Ronzulli e Antonio Tajani, ma quando hanno capito che stavo resistendo, mi ha chiamato Berlusconi».

Resistendo?

«Ognuno ha i propri limiti e sa fin dove si può spingere. Non sono una tuttologa».

In passato aveva già declinato la proposta di Berlusconi, invece stavolta?

«Ho accettato proprio perché amo la Puglia e qualcosa di piccolissimo spero di riuscire a farlo. Poi quando sei avanti negli anni ti vien voglia di metterti in gioco, di non delegare. La politica mi piace, o lo faccio adesso o mai più».

Aveva declinato anche l’invito di Giorgia Meloni a candidarsi sindaco di Roma?

«Non mi sentivo all’altezza, è giusto riconoscere i propri limiti».

Le dispiace che la miniserie Il nostro generale dedicata a suo padre interpretato da Sergio Castellitto sia stata posticipata?

«Molto. Purtroppo le regole sono queste… Da veri professionisti Castellitto e Teresa Saponangelo hanno voluto incontrarmi per parlare di mio padre e mia madre. E così anche i miei fratelli. Forse la Commissione di Vigilanza è stata più realista del re. Ma qualche anno fa avevano già spostato la fiction su Paolo Borsellino perché si era candidata la sorella. Se avessi saputo prima che la serie sarebbe slittata forse avrei riflettuto di più sulla candidatura».

Qualche anno fa non si era lasciata benissimo con Mediaset o sbaglio?

«Se si riferisce a Forum è passato un po’ di tempo. Con Videonews ho sempre ottimi rapporti, Paolo Del Debbio e Mario Giordano m’invitano spesso. Sono arrivata a Mediaset chiamata da Arrigo Levi che allora dirigeva un settimanale di attualità su Canale 5. Non mi ha cooptata Berlusconi, come molti dicono».

Però l’ha voluta in Forza Italia candidandola in un collegio blindato in Puglia.

«Se i collegi sono blindati lo si vede al momento dello spoglio. Sicuramente quello pugliese può essermi amico».

L’ha coinvolta come candidata antimafia?

«Ne ho parlato anche con Licia Ronzulli, le mie battaglie sono sempre state contro la criminalità e in difesa delle forze dell’ordine. La mia famiglia ha pagato per la lotta alla mafia. Però sono una donna libera, ho sempre portato avanti idee che ritengo non debbano essere appannaggio solo della sinistra, come alcuni diritti civili, la difesa degli animali».

Ne ha parlato con suo fratello Nando?

«È la prima persona che ho chiamato. Nando e mia sorella Simona mi hanno detto la stessa cosa: “Se è una proposta che ti stimola e nella quale puoi rimanere te stessa, perché no?”. In Forza Italia tante persone la pensano come me. Sembra che alcune battaglie siano monopolio della sinistra, ma non è così».

Per esempio, quali?

«La difesa dei gay: per me non dovrebbe esistere neanche la parola. Esiste l’amore ed esistono le persone. Oppure essere di Forza Italia vuol dire essere razzisti e omofobi, come dicono certi soloni della sinistra?».

Su quali temi pensa di impegnarsi?

«Sono nata e cresciuta in caserma e vorrei promuovere la tutela delle forze dell’ordine. Conosco la fatica non solo fisica e la difficoltà di carabinieri, poliziotti, finanzieri, vigili del fuoco a mantenere le loro famiglie con stipendi miserrimi. Mancano i fondi e i mezzi per raggiungere i luoghi più sperduti del Paese. Spesso le divise devono comprarsele loro. Eppure vengono additati come il male. Mi batterò perché siano protetti dalla politica e dalla magistratura».

C’è un’emergenza sicurezza nelle città italiane?

«In alcune città sicuramente sì. Se non lasci intervenire le forze dell’ordine per timore di quello che potranno dire i giornali questa insicurezza durerà a lungo. Lo stesso se fai uscire dopo due ore un malvivente colto in flagrante. Ci vuole rispetto anche per il poliziotto che per arrestarlo ha lavorato e rischiato. In difesa delle donne vorrei una magistratura più vigile, che intervenisse alle prime denunce, non solo dopo che il violento ha colpito e magari ucciso, come abbiamo visto in questi giorni».

Come valuta i dati diffusi dal Viminale che parlano del 39% di reati di violenza sessuale commessi da extracomunitari?

«Quando li accogliamo dobbiamo dare loro anche la possibilità di una vita normale e civile. Se vivono in strada, da emarginati, si espongono alle opportunità offerte dalla criminalità, diventando potenzialmente violenti. Non credo che nei loro Paesi si comporterebbero così».

Purtroppo una vita normale è una possibilità per pochi di loro, ma sempre i dati del Viminale parlano d’ingressi in costante aumento.

«Ha assolutamente ragione Salvini, con lui ministro degli Interni gli sbarchi erano diminuiti. Purtroppo, molti di quelli che sono già qui non hanno trovato il riscatto sperato. Vivono nei container o in certi casermoni delle periferie dove l’unico modo per sopravvivere è lo spaccio e la malavita. Anche in questo caso una presenza più attiva delle forze dell’ordine aiuterebbe a contenere il problema».

Il meccanismo della campagna elettorale è alimentare la paura dell’uomo nero?

«Non si parla di programmi. Il centrosinistra non mi pare proponga dei contenuti, l’unico scopo è tenersi la poltrona, a prescindere dal partito. Almeno la destra quella è e quella rimane. A sinistra, una mattina sono alleati in due, il giorno dopo in tre per paura di perdere. Anche se poi, come abbiamo visto, pure perdendo governano».

Cosa pensa del post di Chiara Ferragni sul pericolo di non poter abortire se vincerà la destra?

«La Meloni ha già risposto: c’è una legge approvata tanti anni fa. Raschiano il fondo del barile pur di attaccare la destra».

Spaventare i cittadini sa di paternalismo?

«Ma gli elettori non sono dei bambini e sanno valutare. Non sono spaventati da ciò che potrà arrivare, ma da quello che già c’è: la crisi economica, i costi, gli aumenti delle bollette… I cittadini devono vivere non sopravvivere».

Le piacciono i manifesti di Enrico Letta che dividono il mondo tra rossi e neri?

«Li ho trovati ridicoli. Mi meraviglio che nessuno lo abbia fermato prima».

Se il centrodestra non vincerà nettamente Forza Italia potrebbe puntellare una maggioranza Ursula, con dentro tutti salvo Lega e Fdi?

«È un’ipotesi che al momento non prendo in considerazione. Ci penserò se dovesse succedere».

È l’ipotesi auspicata da Carlo Calenda che ha assorbito due ministre di Forza Italia.

«È un’ipotesi sua. Non vorrei parlare di Mara Carfagna e Maria Teresa Gelmini. Penso che oltre la ricerca del potere ci sia la gratitudine e i problemi si possano sempre risolvere in famiglia».

Le è piaciuto il discorso di Mario Draghi al Meeting?

«Draghi è una persona che apprezzo. Ho visto un applauso caloroso, ma non ho capito se al Draghi che si congeda dalla politica o al Draghi che ci ritornerà».

Qualcuno ha sottolineato la sua insistenza europeista.

«Credo che l’Italia sia già abbastanza europeista di suo. Con tutto il rispetto per Draghi, non abbiamo bisogno di farcelo ripetere continuamente».

Chi sarà il candidato premier del centrodestra?

«Non ho la sfera di cristallo. Se dovesse essere Giorgia Meloni sarei contenta non perché è una donna, ma perché è una persona coraggiosa e corretta anche con gli avversari».

Il criterio è chi prende più voti?

«Sono lontana dalle alchimie della politica e spero di continuare a esserlo. Se il criterio fosse questo, probabilmente toccherebbe a lei».

Per Berlusconi sarebbe un boccone dolceamaro?

«Non sono nella sua testa, ma conoscendolo come un gran signore penso che le aprirebbe la porta».

 

La Verità, 27 agosto 2022

«Io, mio padre, Berlusconi e l’Mma con la vita»

Volto giovane dei talk show di Michele Santoro, writer nella Milano degli anni Zero, autore di Striscia la notizia per un decennio. Frequentatore di Silvio Berlusconi ad Arcore, candidato nella lista di Pisapia sindaco, regista con master a New York, praticante di Mma (Arti marziali miste). Il quarantunenne Francesco Mazza è tutto questo. Il suo rovello, però, è il padre. Lo si capisce da Il veleno nella coda (Laurana), sorta di doppia autobiografia, presentata al Premio Strega da Francesco Pacchiano, uno dei più autorevoli critici letterari in circolazione. Suo padre era il dentista di fiducia di Berlusconi, colui che gli rifece zigomi e sorriso dopo che Massimo Tartaglia lo colpì con una miniatura del Duomo di Milano. Era: perché il 4 settembre 2019 Massimo Mazza ha messo fine alla sua esistenza sulle montagne russe suicidandosi. È la prima scena di questo viaggio nel retrobottega del ventennio berlusconiano. Televisione, successo, donne, fama e politica in un corpo a corpo senza riserve con la vita.

Da dove mi risponde?

«Santo Domingo».

Perché si trova lì?

«Lavoro per una società italiana attiva in Sudamerica».

Cosa fa di preciso?

«Sono chief strategy officer di un’azienda che si occupa di diritto all’oblio sul Web. La mia vita incasinata mi ha dato delle competenze in materia».

Tipo?

«Competenze legate alla sopravvivenza, apprezzate in campo finanziario. Argomento controverso».

Proviamo a sviscerarlo.

«Sono stato alcune volte vicino al punto di non ritorno, ma sono sopravvissuto. Questo può servire nel campo della finanza, dove ogni giorno si rischia di saltar per aria o di diventare miliardari. Le faccio un esempio».

Prego.

«Quando per disegnare i graffiti sui vagoni della metro si sfiorano i cavi dall’alta tensione basta poco per finire fulminato. Saper controllare quell’emozione torna utile nella gestione delle problematiche finanziarie».

Nella finanza c’è molta domanda di oblio?

«Per reazione all’ostentazione dei social si sta sviluppando una forte controtendenza a sparire. La privacy può essere un bene più prezioso del gas».

Parliamo di oblio virtuale o reale?

«È la stessa cosa. Se uno non esiste su Google non esiste nella vita reale».

Oblio per evasori?

«No. Non è mai esistito nella storia un posto dal quale in un nanosecondo si possono attingere tutte le informazioni su una persona. C’è gente che non ha piacere che questo accada e vuole iniziare una nuova vita. A brand new life, come dicono gli americani».

Persone che desiderano una nuova identità, uno pseudonimo?

«Persone che desiderano una neutralità di sguardo, che non ci sia un’idea precostituita su di loro. Molti lavorano per accumulare prove della propria esistenza su Google. Altri darebbero qualsiasi cifra per non comparire su Wikipedia».

Cancellare le tracce per nascondere qualcosa?

«Ci sono limitazioni legali. Il diritto alla non menzione è previsto dalle leggi, ma decade se la persona ha una funzione pubblica».

«Anti scrittore» è una definizione che le piace?

«No. Secondo me lo scrittore sono io e gli anti scrittori sono gli altri».

L’esatto contrario.

«Io scrivo per farmi leggere, la maggior parte degli scrittori italiani per compiacere il proprio circolino di riferimento».

Per esempio?

«I finalisti del Premio Strega».

Se il suo libro fosse entrato nella dozzina non direbbe così.

«Gli Amici della Domenica possono presentare dei libri e un signore molto rispettabile come Giovanni Pacchiano ha proposto il mio. Che entrasse nella dozzina aveva la stessa probabilità che io possa diventare un bramino indiano».

Mai dire mai. Non anti scrittore ma eccentrico al sistema?

«È la cittadella della cultura italiana a essere fuori dalla realtà. Perciò quando uno scrive cose realistiche diventa un anti scrittore. Dire che “è un libro di una sincerità estrema” ha senso in un mondo dominato dall’ipocrisia».

Come spiega che sia stato escluso sebbene alcuni addetti l’abbiano definito il miglior libro del 2021?

«Conta di più il fatto che questo libro non l’ha cagato nessuno. In America se ne sarebbe parlato, in Italia se un prodotto non è collocabile a destra o a sinistra finisce nel cono d’ombra».

Un libro caduto nell’oblio?

«Un libro che racconta una generazione condannata all’oblio non può che essere condannato all’oblio».

Nonostante la presenza di alcuni importanti personaggi pubblici?

«Anche ritratti in modo inedito. Per esempio, il mio racconto del presidente del Consiglio di allora maltrattato al telefono da una parlamentare del suo partito potrebbe avere una valenza storica».

Che conclusione trasse dalla richiesta che le fecero i consiglieri di Giuliano Pisapia di farlo fotografare con le veline nel bel mezzo della campagna «Se non ora quando» sul corpo delle donne?

«Che in politica non ci sono buoni e cattivi, ma un unico grande suk dove tutto è in vendita. Bande economiche che utilizzano qualsiasi arma per sovrastare l’altra, strumentalizzando tutto. Ero stupefatto che di queste manovre sui giornali non uscisse niente».

Era in lista con Pisapia provenendo da Mediaset.

«Ero la foglia di fico che lo copriva a destra. Un estremista Pisapia? Ma se abbiamo anche l’autore di Striscia la notizia? La stessa offerta di candidatura mi era arrivata dagli ambienti vicini a Letizia Moratti».

Diceva dei quarantenni condannati all’oblio, una generazione alla ricerca del padre?

«Una generazione di sfigati perché ha formato il proprio immaginario e le proprie ambizioni in un mondo in via d’estinzione. Quello con il mito delle professioni, il giornalista, l’avvocato, il notaio… Oggi si gioca uno sport diverso. A un ventenne non frega niente di vedere l’articoletto sul giornale con il proprio nome».

I quarantenni presi d’infilata dalla rivoluzione digitale?

«Con tutto quello che ha significato, la smaterializzazione della società, la distruzione dell’industria culturale. Quando sento quelli che vogliono fare i critici cinematografici dico: ma vi siete accorti che il cinema non esiste più? Esiste Tik Tok».

Si può cercare il senso dell’esistenza fino all’autolesionismo?

«Se uno cerca la validazione di sé all’esterno è destinato a soccombere».

Sul lettino di Villa Certosa, pensando a ciò che ha costruito e conquistato, Berlusconi si interroga sul senso di tanta fatica.

«Non si trova mai all’esterno una pietanza così ricca da farti passare la fame. La salvezza avviene solo dentro di noi. Però, per certe persone, può essere impossibile».

Come suo padre, assente, inaffidabile…

«Cercavo figure paterne ovunque. La mia famiglia è stata un modello negativo».

Il codice genetico rimane.

«Da sei mesi sono padre anch’io. All’inizio ero nel panico: cosa combinerò? Poi ho capito che conviene fare il contrario di mio padre. Invece di seguire le orme, prendere la direzione opposta può essere la soluzione».

Definisca Berlusconi.

«Ininfluente. Non ha lasciato un erede politico. Quanto alla cultura e al costume che a noi, provinciali, sembravano innescati da lui erano in auge ovunque. A cominciare dall’America di Barack Obama».

«Sei sangue del mio sangue» fu il commento di suo padre dopo la prima ospitata da Santoro? Come definirebbe Michele Santoro.

«Un grande drammaturgo, il capo della compagnia teatrale. Faceva capire che lo spettacolo che metteva in scena era importante».

Ha imparato ad alzarsi tutte le mattine alle 8 come le consigliò Antonio Ricci?

«Anche prima».

Perché è importante quel consiglio?

«Perché il talento non basta. Se non ci si dà da fare con il solo talento non si va lontano».

Chi è Antonio Ricci?

«L’ultimo dei mohicani, l’ultimo intellettuale. Immune al clima di propaganda che ci avvolge».

Voleva fondare le Brigate Ssss: si può essere di sinistra senza essere stronzi.

«Un idealista».

Cioè, non ci crede più neanche lui?

«Credo che sottoporrebbe quella definizione a una severa revisione critica».

Non uno sport o le ragazze, «ci teneva insieme il vuoto che avevamo dentro, che riempivamo facendo casino per la città». Dove nascono le baby gang?

«Dalla completa mancanza di qualsiasi pensiero forte. Tutti i pensieri in circolo non sono solo deboli, ma totalmente inermi. Manca un’idea da seguire. Chi sta nelle baby gang non sono delinquenti, ma ragazzi che non si rendono conto di quello che fanno. Anche noi writer a un palmo dai cavi dell’alta tensione eravamo folli. Ma un’idea forte l’avevamo. Oggi non esiste, è tutto concesso».

Il writer è un modo di urlare la propria identità?

«È come il Cogito ergo sum di Cartesio, declinato in maniera moderna e birichina».

Affermare un’identità restando clandestini è un controsenso?

«No, è l’unica condizione per cui i graffiti hanno valore. Servono perché non ci sono spazi per affermarsi. Se ci fossero non avrebbero più senso. I graffiti legali come la street art mi fanno venire il vomito».

Banksy?

«Ha la forza dirompente di un boy scout. L’arte dovrebbe essere provocazione».

È furbo?

«Un genio dal punto di vista economico».

I writer sono noti nello stretto giro come gli autori televisivi?

«Con la differenza che gli autori sono disposti a tutto per un po’ di fama. Sono incarogniti perché non hanno visibilità. Fare l’autore tv è contro natura».

Nella logica dell’apparire?

«L’autore tv vive sapendo che il più cialtrone dei comici sarà infinitamente più popolare di lui e deciderà il suo pane».

Corpo a corpo anche l’Mma?

«Mi sto preparando per un match professionistico. Anche qui a Santo Domingo mi alleno in palestra».

Cosa l’affascina?

«Intanto il rapporto con il coach… Poi che quando sei dentro la gabbia sei completamente da solo. Non ci sono parole amicizie scorciatoie, conta quello che sei tu, i sacrifici che hai fatto. Una bella scuola».

Un po’ brutale?

«Si prendono tante botte, uno shock. È qualcosa di completamente estraneo alla modernità, che ti obbliga a essere umile. I voli pindarici dell’ego sono vietati».

Lo scopo?

«Un documentario. S’intitola Il senso della lotta».

 

La Verità, 2 aprile 2022

Vespa avvisa i vertici Rai: se non mi trattate bene…

Felpato, felpatissimo, guardingo, circospetto, sensibile a ogni refolo che soffi nel triangolo Viale Mazzini, Saxa Rubra, Via Teulada dove ha sede lo studio di Porta a Porta. Bruno Vespa centellina le dichiarazioni, dosa le sillabe. Una parola è poca e due sono troppe. Non si resta per 25 anni titolari della cattedra Rai più seguita, dopo aver scalato la redazione del Tg1 fino ad arrivare a dirigerlo, se non si possiedono spiccate doti diplomatiche. In totale fanno sessant’anni nella tv pubblica. Di cui è «il padre nobile», ha scritto ieri il Messaggero, dando notizia che ci sarebbero contatti in corso con Mediaset per un suo trasferimento nelle televisioni del Biscione. Trattativa clamorosa e riservatissima che si starebbe svolgendo ai livelli più alti, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Fedele Confalonieri, riferisce sempre il quotidiano romano. Che aggiunge tiepide, anzi, tiepidissime conferme dell’entourage delle tv berlusconiane – «contatti ci sono stati», non si sa quando, però – e una misuratissima esternazione del conduttore giornalista scrittore: «Finché mi trattano bene in Rai, resto». Quanto a Mediaset «sono molto gentili». Un capolavoro di diplomazia, quello dell’anchorman. Un messaggio a chi di dovere, scolpito in quel «finché mi trattano bene».

Sia in Viale Mazzini che a Cologno Monzese il settore dell’informazione è fluido. Carlo Fuortes, il nuovo amministratore delegato della tv pubblica, ha deciso di applicare la riforma per aree produttive ideata dal suo predecessore Fabrizio Salini. Alla direzione degli Approfondimenti, da cui dipende anche Porta a Porta, si è appena insediato quel Mario Orfeo che nel 2017, direttore generale Rai con Matteo Renzi a Palazzo Chigi, deliberò una revisione al ribasso del contratto di Vespa: 300.000 euro in meno e durata di due anni con opzione per il terzo al posto dell’abituale quadriennale. Visti i precedenti, appare molto verosimile che il titolare della Terza camera del Paese abbia voluto far sapere che, finché lo trattano correttamente, dalla Rai non si muove. Di sicuro a Mediaset lo tratterebbero bene perché sono «molto gentili». Parlando di informazione, anche a Cologno si registrano assestamenti. Pur mantenendo testate e loghi ma razionalizzando le redazioni, Tg4 e Studio aperto passeranno sotto la gestione di TgCom24 di Andrea Pucci e Paolo Liguori. E non è escluso che qualche cambiamento avverrà anche sul fronte dei talk show. Da ultimo, ma tutt’altro che ultimo, Berlusconi ambisce al Quirinale e la vicinanza di un conoscitore delle stanze romane come Vespa, che il Cav stesso paventò di candidare al Colle, potrebbe rivelarsi utile.

 

La Verità, 23 novembre 2021