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«Il faro della satira 2023? Vedo bene Sangiuliano»

L’oroscopo della satira. Dopo un 2022 di cambiamenti radicali, proviamo a tratteggiare il 2023 della politica con Federico Palmaroli, sulfureo vignettista con l’account Le frasi di Osho (600.000 seguaci su Twitter),  collaboratore del Tempo e Porta a Porta e autore di «Come dice coso» (Rizzoli).

Con la destra al governo sta tornando prepotentemente la satira?

Sulla destra si è sempre fatto satira anche quando era all’opposizione. Adesso è prevedibile che ci si concentri sul governo, a meno che qualcun altro non attiri di più l’attenzione…

Copertina e titolo del suo nuovo libro dicono che Giorgia Meloni offre parecchi spunti.

Il governo è ancora giovane, ma è inevitabile che prima o poi ne offra. L’approvazione della manovra ha imposto tappe forzate. Come avvenne per il governo gialloverde, anche di questo impareremo a conoscere i vari componenti e i loro lati più bizzarri.

La premier è satireggiabile?

Con lei lavoro più sulle situazioni che sull’intercalare. Osho parla già in romanesco, metterlo in bocca a lei non aggiunge molto.

Che voto darebbe agli altri esponenti del governo, c’è qualcuno che spicca?

A Matteo Salvini un voto alto: agendo di pancia, incorre in infortuni utili a chi fa satira.

C’è un caso che l’ha ispirato?

Dopo il disastro di Ischia annunciò un numero elevato di morti quando ce n’era solo uno. Solo nei giorni successivi si è confermata quella triste e maldestra preveggenza.

Era una reazione di pancia o una ricerca di visibilità?

Era un’esternazione poco ponderata. Per motivi politici e di temperamento Salvini cerca di essere protagonista. Era una dichiarazione da ministro dell’Interno, quale lui aspirava a essere.

Silvio Berlusconi compensa con i videomessaggi sui social l’impossibilità a presenziare?

Non ho apprezzato la scelta di candidarsi ancora, mi pare soffra il protagonismo della Meloni. La satira su Berlusconi rischia di essere stucchevole, come quella sulla statura di Renato Brunetta o su Luigi Di Maio bibitaro. Su alcuni personaggi serve una renovatio salvifica.

A Ignazio La Russa che voto darebbe?

Gli do 7 perché se ne sbatte delle critiche che gli fanno. Non rinnega il suo passato e in un mondo di incoerenti, questo è inusuale. Però se fossi stato in lui avrei evitato il post per l’anniversario della nascita del Msi, perché è divisivo. E lui ora è Presidente del Senato…

E a Sergio Mattarella?

Un bell’otto. Le Quirinarie hanno segnato il ritorno alla politica dopo mesi di Covid e vaccini. Invece è stata solo una parentesi perché è arrivata la guerra in Ucraina. Mattarella sfogliava la margherita, resto, vado, resto…

Concorda con il suo collega, il vignettista Makkox, che dice che l’ignoranza è il concime della destra?

Credo sia bipartisan, soprattutto tra le forze populiste. Nei social è ben distribuita, ma in zona 5 stelle si raggiungono vette invidiabili.

La sinistra offre i dossier più voluminosi come il caso Soumahoro e il Qatargate?

Una vera pacchia, per usare un termine di moda, impossibile non trovare spunti comici. Ne forniranno ancora, con strascichi che valicano il dibattito tradizionale. Anche perché c’è chi continua a difendere Soumahoro.

Come per Mimmo Lucano, fenomeno creato da Roberto Saviano, anche per Soumahoro la svista è nel meccanismo mediatico.

Quando l’ho visto davanti alla Camera con le calosce infangate subito qualcosa non mi tornava. Per carità, lui non è indagato. Dopo un po’ è spuntata la moglie con la borsa Vuitton.

Potevano scegliere una… griffe comune?

O il lusso o il miserabile. Troppo in antitesi i due comportamenti per non pensare a qualcosa di strano.

Che 2023 sarà per la satira?

Un governo politico è sempre materia viva. Per ora è coeso, i contrasti nella maggioranza sono un invito a nozze. Anche esserci tolti dalle palle il Covid, le cabine di regia e il Cts è un bell’aiuto. Sono speranzoso.

Guardiamo il calendario, il 20 gennaio è fissata la prima udienza per l’inchiesta sui bilanci della Juventus: cosa le ispira?

Ho legato l’inchiesta sulla Juve al caso Soumahoro…

Andrea Agnelli e Pavel Nedved pensano di aprire una coop a Latina?

No, sostengono che la loro contabilità la gestisce la suocera di Soumahoro. Quando si sgretola un potere politico o sportivo come in questo caso, ci si tuffa a pesce.

Il 12 e 13 febbraio si vota nel Lazio e in Lombardia: ha già studiato i candidati?

Nel Lazio sono un po’ anonimi. Se chiediamo a un passante che faccia hanno Alessio D’Amato e Francesco Rocca penso che quasi nessuno sappia descriverli. Una figura storica del Pd avrebbe aiutato.

Con i candidati lombardi va meglio?

Letizia Moratti è già nota, Pierfrancesco Majorino un po’ meno, ma ci si può lavorare. Nel Lazio il Pd dà sempre soddisfazioni come si è visto con le dimissioni del capo di gabinetto di Gualtieri.

18 febbraio: che immagine le suscitano le primarie del Pd?

La comparsa di Elly Schlein, candidata senza essere iscritta, che ha costretto il partito a cambiare lo statuto è un buon inizio. Anche quando non governa il Pd è un partito di potere che non sta mai zitto: una fonte inesauribile.

Chi la diverte di più dei candidati?

Stefano Bonaccini, per la mimica e le pose che assume quando parla. Il suo viso si presta molto.

La stella di Giuseppe Conte continuerà a brillare o si spegnerà come quelle di Di Maio, Di Battista, Virginia Raggi e Davide Casaleggio?

Rivolgendosi a un target di persone che s’informano poco e sventolando la lotta ai privilegi continuerà a brillare. La promessa di ripristinare il reddito di cittadinanza una volta tornato al potere è un investimento elettorale. Conte non ha un programma suo, brilla di luce riflessa. Ora è a capo del partito dei poveri, ma potrebbe pure stare con i ricchi senza problemi. Come quando all’Onu difese il concetto di sovranismo e qualche mese dopo, alla guida del governo con il Pd, iniziò ad avversarlo. Segue il vento, come sulla guerra in Ucraina e l’opposizione all’invio delle armi.

Mario Draghi resterà a fare il nonno o troverà un nuovo lavoro?

Draghi lo vedo sempre come il jolly in attesa sullo sfondo, pronto per vari ruoli. Non credo sparirà. L’ho proposto mentre si congeda da Mattarella, che però lo invita a restare nei paraggi, non si sa mai…

Renzi e Calenda divorzieranno come Francesco Totti e Ilary Blasi?

Può darsi… E anche Renzi mi sembra che qualche rolex da parte dovrebbe avercelo…

Un’altra profezia facile facile: tra romanzi, saggi, gialli, pamphlet, documentari e film Walter Veltroni batterà la media di uno al mese?

Credo abbia dato molto, ma le nuove piattaforme aiutano a migliorare le prestazioni. Ha ancora margini di crescita, come si dice di certi calciatori.

Il 27 giugno è prevista la seconda udienza per la querela di Giorgia Meloni a Roberto Saviano.

Un po’ di tregua, vi prego. Fortuna che manca ancora un po’ perché sentirlo frignare tutti i giorni era diventato insopportabile. Uno che dà della «bastarda» a una persona si merita una querela. Non capisco come si possa difendere lui e non Chef Rubio che si è beccato una querela da Liliana Segre molto meno motivata.

Perché con la premier c’è una disparità di forze in campo?

Anche Liliana Segre sta nel palazzo, è senatrice a vita. Con Chef Rubio ho avuto scontri epocali, ma non capisco questa differenza di trattamento.

Il filone dei televirologi tramonterà definitivamente?

Sì, per evoluzione della specie. Sono tutti entrati nel Pd, spero che in tv gli cambino il sottopancia.

Dopo le virostar e i geopolitologi la nuova categoria da talk show saranno i meteorologi catastrofisti?

Ci sono già da un po’, ma non fanno presa quanto i virologi. I talk erano già noiosi prima, con loro si è aggiunta parecchia confusione…

Gualtieri riuscirà decinghializzare Roma?

La nuova finanziaria ci lascia andare a caccia sul Lungotevere. I cinghiali non sono un problema solo romano, ma lasciare la monnezza fuori dai cassonetti non aiuta.

Beppe Sala trasformerà il centro di Milano in una gimcana per piste ciclabili?

Temo di sì per i milanesi. A Roma non glielo permetterebbero, al massimo potrebbe fare una pista cinghiabile.

Faccia un augurio a qualche personaggio pubblico.

Spero che Di Maio torni in prima linea: con lui avrei ispirazione garantita.

Chi sarà la una nuova stella del 2023?

Salvini è una stella imperitura, ma a me piace tanto anche Sangiuliano.

 

Panorama, 11 gennaio 2022

«Costruiamo il futuro, no alla società del controllo»

Caro Giordano Bruno Guerri, per cominciare le chiedo un piccolo sforzo di fantasia: oggi che consiglio darebbe Gabriele d’Annunzio a Giorgia Meloni?

«Se parlasse ai suoi tempi direbbe di rifare grande l’Italia. Ma non credo che oggi D’Annunzio spingerebbe il nazionalismo, semmai l’innovazione: perché è questo il modo per difendere la nazione».

Invece lei, uomo contemporaneo, come valuta i primi due mesi del nuovo governo?

«Due mesi sono pochi, eppure leggo già molti giudizi taglienti. All’inizio un governo, per di più nato nelle condizioni che sappiamo, si deve organizzare com’è capitato a tutti gli esecutivi. La mia prima sensazione è positiva, Giorgia Meloni mi sembra solida ed essenziale. D’altra parte ravviso la tendenza a un conservatorismo che non mi piace».

Dove lo vede?

«Per esempio, sulla scuola. Il merito è certamente un criterio da valorizzare, ma non vedo ancora gli strumenti per farlo. Oppure la legge sui rave party, intendiamoci, una legge necessaria, ma all’inizio stesa molto male. Gli esempi non mancano».

Se non ho capito male, è contento di non essere diventato ministro.

«Ha capito bene. L’avrei fatto per senso del dovere e gusto della sfida. Sarei entrato in un mondo che non ho mai frequentato se non marginalmente. Ma la mia vita ne sarebbe stata devastata, soprattutto perché avrei dovuto lasciare il Vittoriale».

Presidente e direttore generale della Fondazione Vittoriale degli Italiani dal 2008, Giordano Bruno Guerri, scrittore, storico eminente e già direttore editoriale di marchi prestigiosi, è impegnato a rendere sempre più attraente e moderna la casa museo più visitata al mondo. Nell’anno che si sta chiudendo il Vittoriale ha superato i 260.000 visitatori, 19.000 in meno del 2019, anno record, ma 100.000 in più del 2021. Perciò si può dire che «si è messo alle spalle la crisi del Covid e la guerra e ora prepara nuove iniziative in occasione delle manifestazioni per Bergamo e Brescia Capitale italiana della cultura per il 2023 come GardaLo!, il primo festival culturale della sponda lombarda del lago di Garda».å

Oltre alla cura del Vittoriale, qual è la vita che da ministro sarebbe stata compromessa?

«Adesso, per fare un esempio concreto, sono all’estero con la mia famiglia…».

Come trascorrerà il Natale?

«Visiterò il Marocco. Ritengo sia un bene che i miei figli conoscano il mondo arabo. E poi mi depurerò dall’assalto di luci, presepi e babbi natale».

È una presa di distanza dal cristianesimo o dal consumismo?

«È un allontanamento dai riti e dalle abitudini di questo periodo, dalla finzione di armonia e dai pranzi eccessivi».

Tornando al governo, trova conferma l’idea che Meloni e il suo partito non dispongano di una valida classe dirigente?

«Credo che la classe dirigente la stiano preparando, ma non si forma né in un anno né in dieci. È un lavoro lungo e complesso, nel frattempo si opera con quello che c’è».

L’esecutivo ha perso compattezza sulla legge contro i rave party e sui temi economici?

«Credo ci sia una visione diversa fra i partiti della maggioranza che crea conflitti che si spera restino piccoli. Non vedo un difetto nel correggere alcune decisioni, ma la capacità di riconoscere gli errori e di porvi rimedio».

Un’altra obiezione della campagna elettorale riguardava il ritorno al potere del fascismo in caso di vittoria di Giorgia Meloni.

«Il fascismo è un fenomeno storico morto e sepolto. Credo che nessuno ai vertici di Fratelli d’Italia lo rimpianga. Piuttosto, ci potrebbe essere un ritorno al conservatorismo di Dio, patria e famiglia che non è una formula propria del fascismo, ma tipica anche dei governi democristiani. Personalmente penso che converrebbe puntare energie e risorse in altre direzioni».

Quali?

«Vigilerei sul dominio degli algoritmi e dell’economia digitale sulle persone. A questo proposito apprezzo il comportamento di Giorgia Meloni nei confronti dell’Europa. Che non è una chiusura pregiudiziale, ma la difesa del controllo nazionale di fronte alla pressione economica europea che spesso si configura come un secondo governo, potenzialmente schiacciante».

Con il movimento «Italiani liberi» fondato con l’antropologa Ida Magli avevate messo in guardia da questi pericoli.

«A metà anni Novanta denunciavamo la possibilità di una sopraffazione dei popoli in favore di un’omogeneità non realizzabile in tempi così brevi. Mi sembra che il governo Meloni stia muovendosi nella direzione giusta, collaborando con l’Unione europea ma, quando occorre, mantenendo una politica distinta come sulla gestione degli sbarchi e l’arrivo degli extracomunitari».

O come sull’adesione al Mes: si è detta pronta a firmare con il sangue la decisione di non prenderlo.

«Concordo nel merito della decisione, ma forse certe battute a effetto andrebbero evitate perché l’Europa non è spiritosa».

La cultura del politicamente corretto e l’avvento della pandemia hanno rafforzato la tendenza all’omologazione?

«La pandemia ha aperto un varco terribile all’estensione del controllo degli individui. La possibilità di chiudere tutti in casa, di dire a che ora uscire e a che ora rientrare è un precedente di gestione delle masse molto pericoloso. Se si verificasse una crisi economica di gravi proporzioni, chissà cosa potrebbe fare un governo per limitare l’indipendenza dei cittadini».

È il capitalismo della sorveglianza.

«Possiamo chiamarlo così ed è sempre più pressante. Non solo nella sorveglianza, ma anche nell’indirizzo del pensiero e dei comportamenti. Il politicamente corretto è già una componente e un risultato di questo indirizzo che non si limita al divieto di pronunciare la parola “negro”, ma tende a promuovere una forma di pensiero unico».

Qualcosa si è visto negli annunci di alcuni politici di vertice europei che si sono auto-investiti del compito di vigilare sul comportamento del governo italiano.

«Il pensiero unico avanza e si estende. Mi ha molto confortato sapere che in America alcuni intellettuali come Noam Chomsky stanno fondando nuove università per rompere questo accerchiamento».

L’emergenza sanitaria giustificava la richiesta di maggiore disciplina ai cittadini?

«Io non sono no vax e penso che la salute venga prima di tutto. Ma si è visto che si sono commessi degli errori e che la stretta dei governi italiani, al plurale, è stata inferiore solo a quella del governo cinese. Che ci siano stati eccessi è comunemente riconosciuto. È particolarmente grave che per proteggerci dal Covid si sia danneggiata la salute riguardo ad altre malattie più gravi, per esempio rinviando o cancellando gli esami preventivi per il cancro. Sembra sia stata un’esercitazione generale per un controllo strettissimo. Lo si vede anche oggi… La difesa a oltranza del pos e il rifiuto di alzare il tetto al contante potrebbero preludere a nuove forme di controllo».

Viviamo in una specie di distopia?

«Il timore è che questo sia l’inizio, non un episodio estemporaneo».

Ci vorrebbe un volo sopra Bruxelles come quello di D’Annunzio su Trieste?

«Non credo basterebbe. Probabilmente lo abbatterebbero».

L’accusa di ritorno al potere del fascismo è un’intimidazione preventiva prima che Meloni muova le sue pedine?

«Certamente. Il pericolo fascista viene usato come un manganello dalle sinistre. Che deve fare quella povera donna più che piangere durante la visita al museo ebraico di Roma?».

È stato un pianto un po’ tardivo?

«E quando doveva farlo, appena nata? Non mi sembra che abbia mai manifestato amore per il fascismo. C’è quella sua intervista a 16 anni… Ma lei si riconoscerebbe in ciò che pensava a 16 anni? È politicamente scorrettissimo rinfacciargliela, per altro da parte dei più strenui militanti del politicamente corretto».

È giusto che il nuovo governo estenda la sua influenza nei posti di comando o dovrebbe mostrarsi più liberale?

«A me sembra sia una cosa normale, sempre avvenuta e sia giusto che avvenga. L’esempio americano di spoil system è limpido e nessuno si scandalizza. Piuttosto dev’esserci attenzione affinché vengano scelti uomini di qualità perché se sostituisci un bravo avversario con un amico inetto ti giochi una fetta di credibilità».

Dopo decenni di egemonia culturale della sinistra è giusto puntare a una nuova mappa?

«Ho paura delle egemonie di sinistra come di quelle di destra. La cultura è un unicum in movimento e non ha colore… Non auspico che si passi dal rosso al nero, ma che si realizzi un processo di maturazione attraverso la scuola e nelle istituzioni, senza preoccuparsi di instaurare nuove egemonie».

Qualcuno osserva che Meloni è troppo timida, per esempio sulla Rai.

«Il governo è in carica da due mesi e sta affrontando la legge di bilancio e il Pnrr. Buttarsi sulla Rai sarebbe una mossa goffa e sbagliata. Credo sia una necessità da affrontare in un secondo momento, sempre se ci saranno gli uomini giusti per farlo».

Concorda con la decisione del ministro Giuseppe Valditara di vietare l’uso dei cellulari in classe?

«Certamente, il cellulare è uno strumento privato che permette attività che non c’entrano con il lavoro scolastico. Spero che verrà un momento in cui le classi saranno dotate di computer per favorire una didattica più adeguata e moderna. Una cosa è aiutare la ricerca, un’altra andare su TikTok. Finché non si potrà fornire tutti di i-pad è corretto proibire il cellulare. I miei figli li mando a scuola senza telefono senza che me lo dica il ministro».

Non legge Tolkien né Roger Scruton: che autore consiglierebbe a Meloni?

«Premetto che non detesto Tolkien, ma non ho interesse per Il Signore degli anelli. Personalmente trovo affascinante Yuval Noah Harari, l’autore di Homo Deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo».

Vorrebbe maggiore attenzione alla contemporaneità?

«Auspico una classe dirigente più vigile e progettuale sul futuro. Per esempio, il problema della denatalità è gravissimo perché si rischia la scomparsa di un popolo e di una cultura. Giustamente ci vantiamo del made in Italy, ma quando non ci saranno più persone in grado di realizzarlo sparirà. Servono misure energiche per favorire la natalità, uno dei problemi principali del nostro Paese».

Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo dice che nel 2070 ci saranno 11 milioni d’italiani in meno.

«Il cittadino comune se ne frega del 2070, ma è giusto che gli uomini di Stato si pongano questo problema come priorità assoluta. Progettare il futuro è il massimo compito della politica».

 

La Verità, 24 dicembre 2022

Il talento di Fiorello riporta alla goliardia del liceo

La cosa difficile sarà tenere il livello della puntata d’esordio. Qui, ogni mattina all’alba tocca ricominciare da zero e appellarsi al talento di Rosario Tindaro Fiorello. Che è enorme. L’idea di fondo è riproporre la goliardia di certe classi affiatate, capaci di cazzeggiare su tutto: non i fatti della scuola, ma le notizie del giorno. E, al di là di qualche puntata più o meno smagliante, Fiorello tornerà a essere il compagno che fa divertire…

Già nei primi minuti di Viva Rai2 ci sono tre o quattro gag che la Rai di solito ci mette 15 giorni. Dopo la finta assenza, troviamo Fiore a letto con Amadeus che, fra il detto e il suggerito, getta un paio di sassolini nell’attualità: «Sì, parlavi delle primarie del Pd e piangevi… E poi volevi pagare una caramella con la carta di credito. Io ti avevo detto che non si poteva fare… E tu piangevi. Ciuri! Non ho chiuso occhio tutta la notte». La sigla è by Lorenzo Jovanotti: «Viva Rai 2, c’è Fiore con il buonumore». Poi, dentro il Glass box, ecco la presentazione della classe, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari, poi Carolyn Smith («Complimenti per Ballando con le stelle! Sai cosa mi piace? L’atmosfera fra voi… un’atmosfera, amichevole. Sembra di stare a casa dei Soumahoro, con la moglie, la suocera…»), il pensionato Ruggiero Del Vecchio, «lo spoiler delle vostre vite». Apre l’agenda vera di Giorgia Meloni – «non posso dire come l’ho avuta» – e legge gli appunti. «Rimuovere Coletta e Fuortes» è un piccolo capolavoro, prestandosi a svariate interpretazioni.

Chiama Matteo Renzi. «No, in questo momento si parla solo della Meloni. Tu stai con Calenda, ok. Qual è la battuta che devo dire? Che siete i Jalisse della politica. Ma non fanno niente da 26 anni. Come voi…».

Fuori dal Glass, Lillo fa la caricatura degli ambientalisti puri e duri, ma non sanno l’inglese e scrivono Save the Heart con l’acca nel posto sbagliato. Rispunta Amadeus per annunciare Francesca Fagnani, co-conduttrice per una sera, in quota mainstream, com’è, del resto tutto il cast del Festival. Ma può non esserlo?

A mo’ di presa in giro dei fanatici dei social e dei critici improvvisati, scorrono in basso sullo schermo i finti messaggi: «Comunque a me Fiorello piaceva di più quando faceva Stasera pago io». E via con la lista dei successi del passato, per concludere con «a me piaceva di più quando non faceva niente». La chiusura è una riflessione ad alta voce dello stesso Fiore: «Avrei voglia di dire arrivederci tra una settimana». Già, sarà dura tenere il livello…

 

La Verità, 6 dicembre 2022

 

«Il suicidio di mio padre mi ha trasformato in filosofo»

Concerti, dischi, whatsapp con il premier Giorgia Meloni, apparizioni tv con vista sul ministero della Cultura… Tra cento cose che fa, Marco Castoldi, in arte Morgan, è riuscito a scrivere anche un libro di poesie: Parole d’aMorgan (Baldini+Castoldi). Per Vittorio Sgarbi è addirittura «il Carmelo bene di oggi». Intervistarlo vuol dire disporsi a qualche acrobazia. Ma ne vale la pena.

Si sente davvero il nuovo Carmelo Bene?

«Il paragone è oltremodo lusinghiero perché Carmelo Bene è l’ultima vera grande rockstar italiana. L’ultimo grande intellettuale dissidente, non allineato, antisistema. Un tesoro incompreso, se non da una ristretta cerchia. Oggi non è neanche pensabile un nuovo Carmelo Bene. Io sono molto meno controverso e trasgressivo, molto meno fuori di testa. Sgarbi fa questo paragone per scuotere il conformismo di questa Italia pavida. Per far capire che ci vogliono coraggio e audacia».

A lei non mancano. Ha appena pubblicato un altro libro di poesia: i cantautori sono poeti?

«No, assolutamente. La canzone e la poesia sono diverse in tutto. Il cantautore ha per la parola lo stesso interesse che ha per la musica. Oggi la canzone è ovunque, in ogni momento. Questo vuol dire che chi fa canzoni è il panettiere dell’anima perché il nutrimento che dà è come quello che il pane dà al corpo. Il poeta è più puro, non è mondano, non si mescola, si isola. Invece il cantautore è il medium tra generazioni ed epoche diverse. Per lui le folle scendono ancora in piazza: non lo fanno per la politica, ma per i concerti».

Quando ha capito di essere un poeta?

«Non l’ho capito. Non dico di me di essere un poeta perché è una parola troppo bella, devono dirlo gli altri. Sono uno che scrive, un compositore di parole, un verbale. Se lei dice che sono un poeta… lo dice lei».

I versi che leggiamo in Parole d’aMorgan riposavano in qualche cassetto o sono stati scritti apposta?

«Sono versi vivi, attuali, alcuni infilati all’ultimo momento. In quella storia, c’è dentro la mia vita, la vita del mio cuore e della mia mente».

Versi composti per l’occasione?

«No, perché non scrivo su commissione. Questo lo fa chi programma l’uscita di un disco, o di un libro, a priori, non quando ci sono le canzoni pronte, non quando si ha qualcosa da dire. Così escono un sacco di dischi senza che se ne avverta una reale urgenza. L’arte va coniugata con la spontaneità».

E con l’ispirazione?

«Per quanto mi riguarda, sono sempre ispirato. Da Franco Battiato in poi, uno dei miei tanti padri, l’ispirazione è la nostra vita. Se sei così riesci a trasformare l’arte in un lavoro. Ti alzi al mattino e vai allo strumento. Nella quotidianità c’è l’ispirazione. Ovviamente, va allenata…».

Cosa vuol dire, come scrive: «Il mio amore è volontario»?

«Ci sono due tipi di sentimenti che chiamiamo amore: il desiderio e l’edificazione longeva di un rapporto. Il desiderio prima o poi cala, ma si è capaci di amare se si vive di amore volontario. Quello che si ha per i figli, o per noi stessi e per le promesse che abbiamo fatto. L’amore volontario è anche compatibile con la possibilità di innamorarsi di nuovo perché l’innamoramento non è l’amore. “Il mio amore è volontario” significa che può esser vissuto anche come scelta dopo che l’innamoramento ha fatto il suo corso».

Insomma, il «per sempre» è morto.

«Per me, nel tradimento ciò che distrugge davvero è la menzogna, non il rapporto sessuale extraconiugale. Che invece è tollerabile se non è accompagnato dalla menzogna».

Mmmh, non sono convintissimo.

«Una volta esaurito il tempo dell’innamoramento e del desiderio, alcune persone si eccitano nella fantasia immaginando il proprio partner con un’altra persona. Questo fa sublimare anche la gelosia, altro elemento distruttivo. Concordo: l’amore come scelta volontaria è indistruttibile. È questo il per sempre che dice lei. Personalmente, mi sono trovato spesso con donne che non sono state in grado di rinunciare ai loro cambiamenti d’umore: “La donna è mobile qual piuma al vento”».

Cosa vuol dire che il senso della vita è «somigliare alla morte»?

«Intendo la compresenza, in vita, della morte nelle sue diverse declinazioni. La morte della passione, di un sogno… La distruzione della mia casa-laboratorio è stata una morte. Anche dall’abbandono si possono trovare energie. In vita si vivono tante morti e si può uscirne rafforzati. Ci sono morti che generano vita. Il letame non piace, però genera vita».

La sua è una poesia nichilista?

«No. È una poesia grafo-linguistica, innanzitutto».

Cosa vuol dire?

«Che è una poesia che si legge e si guarda, anche. E non può essere nichilista perché afferma la vita».

In quello che fa s’intuisce fame di vita.

«Sento di morire di vita».

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi sono dei tutor, degli agenti, degli amici?

«Sono un fortunato accadimento della storia. La famiglia Sgarbi è un seme prolifico, una zona fertile della società, una meravigliosa conoscenza che è diventata amicizia. La prima è stata Elisabetta, presentata da Franco Battiato non certo come donna di potere. Era un’editor di Bompiani per la quale avevo pubblicato Dissoluzione, il primo libro di poesie. Vittorio lo conobbi perché venne a presentarlo, non sapeva chi fossero i Bluvertigo».

È una sorta di nuovo padre come lo è stato Franco Battiato?

«Ho avuto molti padri perché ho perso quello biologico da adolescente, quando se ne ha più bisogno e ti insegna a stare nel mondo. Sì, Sgarbi è una figura paterna, come Battiato. E parecchi altri, da Adriano Celentano che nel 2010, dopo che mi avevano escluso dal Festival di Sanremo, m’invitò a vederlo a casa sua. E qualche anno fa si è commosso quando andai ospite di Adrian su Canale 5 e gli dedicai Conto su di te, un brano che mi cantava mio padre. Poi Mauro Pagani, il primo di tutti, Franco Mussida, Massimo Ranieri, Sergio Staino del premio Tenco, Dominique degli Esposti, grandissimo genio figurativo… Tutta gente di 20 o 30 anni più vecchia di me. Tutti miei padri putativi».

Quello vero?

«Aveva difficoltà economiche che non voleva rivelare alla famiglia per non ammettere che non ce l’aveva fatta. Era pieno di debiti e non ha più retto questa maschera. Che però, con me, aveva già tolto. Io suonavo nei piano bar per guadagnarmi qualche lira e così gli davo del denaro che fingeva di aver guadagnato lui. Avevamo questa complicità segreta. Finché una notte mi ha infilato un centomila in un tubo dei negativi delle foto: “Ti restituisco quello che posso. Così non potrai dire che non ti ho reso quello che mi hai dato”. Il giorno dopo si è tolto la vita».

Cosa fa un ragazzo a 15 anni quando il padre si ammazza?

«Diventa un filosofo, perché nella sua testa cresce la domanda che si fanno i filosofi: perché, che senso ha tutto? I filosofi domandano, i teologi ascoltano. La mia filosofia, le mie domande, nascono nello scontro con il padre, che è l’istituzione, la regola, la giustizia, la patria. Se chi ti segna e ti precede implode attraverso un atto come il suicidio, tutto il sistema entra in discussione».

E quindi?

«Ho iniziato a coltivare la conoscenza insieme al bisogno di mantenere la famiglia. Ho fatto di necessità virtù, ho cercato di guadagnarmi il pane con il mio talento. Già a sei anni avevo iniziato ad abbozzare delle canzoni, quasi prima di imparare a scrivere. Al liceo andavo nei locali e tornavo al mattino per andare a dormire sul banco. Poi ho cominciato a coinvolgere i miei amici e a costruire le band, gli mettevo in mano gli strumenti: tu suoni la chitarra, tu la batteria… siamo una band. Al liceo mi hanno bocciato, ma ho venduto per strada i primi finti album, cassette amatoriali. Una è finita in mano a un produttore e a 16 anni ho avuto il primo contratto con una major discografica».

Che fine ha fatto l’idea di collaborare con il ministero della Cultura?

«A giudicare da quello che succede nella chat creata da Sgarbi, la gente vorrebbe il mio coinvolgimento».

Però il ministro Gennaro Sangiuliano ha nominato come suo personale consigliere per la musica il direttore d’orchestra Beatrice Venezi.

«Il ministro Sangiuliano si sta circondando di persone valide. Appena ho saputo della nomina di Beatrice Venezi le ho mandato un messaggio di congratulazioni e di auguri, offrendo la mia massima disponibilità a collaborare. Abbiamo già lavorato insieme e lo faremo ancora, per esempio a Taormina. Sono a disposizione per offrire la mia competenza al Paese, non chiedo niente. Se il ministro e il premier devono dare degli incarichi, a chiunque, me compreso, lo facciano in base a criteri di merito e non di riconoscenza».

Quindi non si sente fuori gioco?

«Ci sono tanti spazi, tanti ruoli. Il ministero si divide in tre grandi settori con altrettanti sottosegretari. Quello che si occupa di musica è un grande manager e un importante uomo di potere. Spero lo usi bene. Io vorrei dedicarmi alla tutela degli artisti, per rendere più produttivo il lavoro dei cantanti, dei cantautori, dei compositori, degli uomini d’arte. Sgarbi si occupa di tutelare le opere del passato e portarle nel presente. Io vorrei valorizzare le persone e le creazioni del presente per portarle nel futuro. Vorrei aiutare gli artisti vivi».

Il nuovo Carmelo Bene è troppo anarchico per stare dietro una scrivania in via del Collegio romano?

«L’uomo di cultura spende la vita a comprendere e perseguire la libertà. Libertà dell’uomo non libertà in senso astratto. Tutta la cultura, persino la canzone, scaturisce dalla cultura anarchica, dall’impegno politico e intellettuale contro i regimi. Basta pensare a Giuseppe Verdi e al suo Va’ pensiero che è una proto-canzone. O a Ulisse Barbieri che fu incarcerato a 16 anni dal regime austroungarico e quando uscì, quattro anni dopo, iniziò a scrivere canzoni».

Quale sarebbe il suo primo atto?

«Metterei la musica nel Codice delle belle arti che è stato aggiornato l’ultima volta nel 2004. Sarebbe utile per tutelare i teatri, incentivare la produzione, proteggere gli strumenti musicali come beni artistici. Poi bisognerebbe restaurare i nastri originali delle canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta che si stanno deteriorando».

Avrebbe molto da fare…

«Soprattutto non voglio far politica, ma spettacolo. Con un’attenzione particolare a ciò che va in onda nel servizio pubblico. Ma temo che il mio linguaggio divulgativo non sia amato dai dirigenti di questa televisione, a mio avviso troppo concentrata sugli ascolti».

Un incarico al ministero dovrebbe darle un ruolo più ecumenico?

«Sono abituato a misurarmi con ciò che conosco, non amo debordare. Mi basterebbe un ruolo relativo alla musica in televisione».

Adesso a che cosa sta lavorando?

«A un grande concerto per il 23 dicembre, in occasione del mio cinquantesimo compleanno. Parteciperanno tanti cantautori e amici come Gianna Nannini, Renato Zero, Subsonica, Vibrazioni, Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Michele Bravi e molti altri. Spero che un evento così possa interessare anche il direttore dell’Intrattenimento Rai, Stefano Coletta».

Com’è stato tornare a X-Factor, dall’altra parte del palco?

«Mi sono sentito a casa. Sul palco sto meglio che sul banco dei giudici».

Ha fatto pace con Sky?

«Non gli ho mai fatto guerra. Anche perché in questi anni, dopo X-Factor, ho fatto tante cose con Sky Arte».

Che cos’è la contemporaneità?

«Da musicista è creare ordine nel caos, un compito quasi da medico della musica. Riuscire a dare armonia al rumore che è la musica contemporanea».

Dal punto di vista estetico, contemporaneità non sarà cantare bistrati di rossetto?

«Effettivamente a X-Factor ho dato una mano di rosso di troppo. Dico la verità: spesso riguardandomi non mi accetto».

Complimenti per l’autocritica. Pare anche a lei che si esaltino fenomeni musicali più per il look che per i contenuti senza che in giro ci sia David Bowie.

«Non è il mio caso. Cerco di mantenere un certo equilibrio, consapevole che andare in scena è teatro».

Non è il suo caso, ma…

«Vogliamo parlare dei Maneskin? Hanno un sound strepitoso, che giustifica i loro pizzi e merletti».

M’inchino al suo magistero, ma a me sembra sound campionato.

«Se li confronta con la condizione miserrima del sound italiano contemporaneo i Maneskin sembrano i Creedence Clearwater Revival».

Con Giorgia Meloni dialogate ancora su whatsapp?

«Ogni tanto sì, la lascio libera perché immagino la pressione… Abbiamo in comune la passione per la storia politica. Ogni tanto c’è qualche scambio…».

Ce ne rivela uno?

«Siccome Macron usava tre aggettivi come si fa in poesia dicendo che gli italiani sono irresponsabili, cinici e vomitevoli, le ho suggerito di rispondergli in versi. Per dire che Francia e Italia si amarono e ora non si amano più. Ma noi chiediamo rispetto perché da noi i francesi hanno imparato la bellezza. Perciò, offendendo noi, offendono sé stessi e questo non piace a Dio: “Chiare, fresche et dolci acque ove le belle membra pose colei che solo a me par donna”…».

Crede che questo governo abbia sbagliato qualche mossa?

«Mi perdona se evito di parlare di politica».

La perdono, ma sui rave party poteva essere più preciso?

«Il provvedimento è così vago che sembra quasi non riguardare i rave. Serve più precisione. Innanzitutto i rave sono ambiti di diffusione musicale, perciò si dovrebbe partire dalla qualità della musica. Che può essere inquinamento acustico o piacere per le orecchie».

A proposito di rumore.

«Spesso fanno musica d’avanguardia. Però non dovrebbero essere clandestini o marginali. Invece quasi sempre la diffondono in modo disturbante, disfunzionale, disarmonico».

Dovrebbero essere razionalizzati?

«Dovrebbero essere considerati e gestiti come dei concerti. Perché la loro musica elettronica non è meno importante della classica».

Al governo c’è bisogno di qualche consigliere per la comunicazione?

«La destra è un po’ naif perché non è abituata a gestire grandi livelli di potere. Questo ha conseguenze positive e negative. Positive perché predispone a un atteggiamento di apertura, negative perché prelude a qualche ingenuità».

Quindi la risposta è sì?

«Credo di sì, che ci sia bisogno di qualche buon comunicatore. Ma si può imparare dal percorso di Giorgia Meloni che, invece, è una grande comunicatrice».

In Italia è più conformista la politica o la musica?

«La musica. In Italia domina la paura, per questo le canzoni sono costruite sempre sui soliti quattro accordi del giro di do. Come tu li metti, si tratta sempre di accordi tonali che già negli anni Quaranta sarebbero stati banali. Il Trio Lescano faceva canzoni più audaci di Ligabue».

Che fine ha fatto la casa gialla?

«È un meraviglioso libro che so stanno studiando al ministero. Lo avevo proposto sia ad Alberto Bonisoli che a Dario Franceschini: invano. Lì dentro ci sono le mie idee sulla tutela degli artisti vivi…».

Parlavo della casa-laboratorio come luogo fisico.

«È ancora disabitata. È stata sventrata e svuotata del suo contenuto che, ricordo, era incastonato nei muri… Pensi alla fretta di sbattere fuori una famiglia con una madre incinta e, a distanza di tre anni, non ci vive ancora nessuno».

Ora dove vive?

«In una casa in affitto dove non ci stanno i miei strumenti per lo studio che sto tentando di ricostruire».

Le manca solo riconciliarsi con Bugo?

«Prima che lo demoliscano potrei fare a San Siro la reunion con Bugo. A ingresso gratuito e al grido di Le brutte intenzioni, la maleducazione, la disobbedienza (titolo della canzone di Sanremo ndr). Così, finalmente, ci si renderà conto che lo stadio non va abbattuto. Ah ah ah».

 

La Verità, 19 novembre 2022

«Fuori da un incubo, per fortuna ho un’altra vita»

Della serie, donne toste. Ancora ben lontana dai cinquanta, Nunzia De Girolamo ha già preso d’infilata un paio di vite. Avvocato, parlamentare di Forza Italia, ministro dell’Agricoltura nel governo Letta, incarico dal quale si dimise per l’accusa di concussione e voto di scambio dalla quale è stata assolta anche in appello, ha saputo reinventarsi come conduttrice e opinionista televisiva (ora a Piazzapulita su La7). Con Francesco Boccia, già ministro Pd nel secondo governo Conte, compone la coppia più bipartisan della politica italiana.

Signora De Girolamo, come ci si sente ora che dopo nove anni è stata scagionata perché «il fatto non sussiste»?

«Mi sento finalmente liberata da un incubo. Una persona abituata a delinquere contempla i rischi del mestiere, ma chi non ha fatto nulla, quando viene indagato, sente crollargli il mondo addosso. Trascorso qualche giorno dall’assoluzione mi è montata dentro una strana rabbia…».

Come si convive con un’accusa così per tanti anni?

«Si impara a fingere con le persone che si amano per non farle soffrire. Si dorme poco la notte e ci si sforza di pensare che non si è la protagonista di quel film horror».

Auspica che una delle prime riforme sia quella del sistema giudiziario?

«Una delle prime, forse non la prima. Questa giustizia ci rende poco attrattivi come Paese perché i cittadini, intimoriti dalla magistratura, non riescono a essere intraprendenti».

Per quell’inchiesta lei si dimise da ministro dell’Agricoltura del governo Letta?

«In realtà, mi dimisi prima di essere indagata, a causa della campagna mediatica, perché avevo capito che Letta non mi avrebbe difesa. Decisi di tutelare la mia persona, così esposta, senza avvisare nessuno, a eccezione del presidente Giorgio Napolitano».

È da quell’inchiesta rivelatasi inconsistente che è iniziato il suo ritiro dalla politica?

«Da quel momento mi sono autolimitata, ma il distacco definitivo è stato favorito da Forza Italia e dalla manina notturna che ha deciso di non candidarmi nel mio collegio tradizionale, bensì in extremis a Bologna, dove avevo poche chance e non sono stata eletta per pochi voti».

A quel punto ha pensato d’iniziare una carriera televisiva?

«Quando, anche per volontà di Silvio Berlusconi, rappresentavo il mio partito in televisione, alcuni addetti ai lavori dicevano che ero molto portata. Quando la vita e Forza Italia hanno deciso per me, ho provato a sperimentare quello che tutti mi suggerivano».

È stato Massimo Giletti il primo a chiamarla?

«Sì, in contemporanea con Mediaset. Ma ho scelto Giletti perché non volevo che la nuova opportunità fosse un contentino per la mancata candidatura. Volevo farmi strada da sola…».

Nel 2019 ha partecipato anche a Ballando con le stelle: che voto darebbe a quell’esperienza?

«Undici. Quando me l’hanno proposta mi è sembrata una follia perché non avevo mai visto Ballando. Una mia amica autrice televisiva mi ha convinto dicendomi che se volevo fare televisione dovevo costruirmi una nuova immagine. Così, ho accettato di indossare abiti corti e trasparenti, cimentandomi in un programma nel quale ho coinvolto anche la mia famiglia e che si è rivelato salutare per me».

Perché battibeccava spesso con Selvaggia Lucarelli?

«Battibeccavo con tutti. Anzi, erano loro a battibeccare con me perché ero il primo politico a partecipare a Ballando… Tolta Carolyn Smith, avevo tutti contro, a cominciare da Selvaggia Lucarelli, una donna intelligente che gioca a fare la cattiva».

Crede nella sorellanza? Prima ancora, le piace la parola?

«Mi piace di più fratellanza, perché mi sembra una parola più neutra».

Le donne sono solidali tra loro o sono le prime nemiche di una donna di successo?

«Preferisco fratellanza perché, per me, il merito viene prima del genere cui si appartiene. Con le donne ho sempre fatto squadra. Con le mie sorelle siamo un gruppo molto coeso, perciò si può parlare di sorellanza. Inoltre, so che il modello femminile che incarno in tv piace alle donne. Detto questo, nella mia vita politica ho subito molte cattiverie dalle donne».

Me ne dica una.

«La mia eliminazione dalle liste di Forza Italia è opera femminile».

Di Mara Carfagna?

«Niente nomi, ho già fatto troppe transazioni. Non era una sola donna».

A metà gennaio partirà su Rai 1 la terza stagione di Ciao maschio. Di chi è stata l’idea?

«Mia, di Annalisa Montaldo e di Stefano Coletta, allora direttore di Rai 1».

Nell’ultima puntata della scorsa stagione ha ospitato Ignazio La Russa che si è definito autoironico e irritabile: queste caratteristiche lo aiuteranno nel ruolo di presidente del Senato?

«Conosco La Russa da tanti anni e so che si muove bene in ruoli istituzionali e di confronto con le altre parti politiche. In certe occasioni l’ironia può aiutare a gestire l’irascibilità».

Il primo anno il verdetto finale lo dava Drusilla Foer, il secondo le Karma B: in un programma di maschi è necessario che l’arbitro siano delle drag queen?

«Non lo è, ma noi abbiamo fatto la scelta, mi passi il termine, del terzo sesso».

Mmmh…

«Il patto era che in quello studio l’unica donna fossi io».

Il centrodestra ha vinto per meriti suoi o per demeriti dell’avversario?

«Innanzitutto, Giorgia Meloni e il suo partito hanno incarnato una grande speranza per gli italiani. Poi c’è stato l’autolesionismo del Pd che, dopo aver investito nell’alleanza con il M5s, non ha capito che la legge elettorale li obbligava a mantenerla. Il centrosinistra, unito nel governo Draghi, si è diviso davanti alle elezioni, il centrodestra ha fatto il percorso inverso».

Fa bene Giorgia Meloni a farsi chiamare il presidente del consiglio?

«Assolutamente sì, nella Costituzione si fa riferimento al ruolo e non al genere».

Potrebbe invitarla a Ciao maschio?

«No perché non lo è. Non sono le declinazioni che stabiliscono il genere. Quando venne Guido Crosetto, lei telefonò. Quindi, in qualche modo, ci è già stata».

Ha conosciuto molti dei nuovi ministri: è un governo di alto profilo?

«È un governo con un importante profilo politico e con dei tecnici in ruoli dove serve una competenza specifica. Poi tutto è migliorabile».

Anche la squadra dei sottosegretari?

«Forse sì. Qualcuno più discusso o discutibile si poteva evitare. Ma contano i ministri di riferimento e il premier».

Rave party, tetto al contante, gestione degli sbarchi: c’è un po’ d’inesperienza?

«Ritengo il provvedimento sui rave party giusto come idea, ma sbagliato nella formulazione. Quando lo si correggerà in Parlamento vedremo cosa farà chi si è stracciato le vesti sui giornali».

L’aumento del tetto al contante?

«Lo condivido. In questi giorni la Bce ha chiesto di evitare che altri Paesi facciano come in Grecia e Spagna dov’è a 500 e 1.000 euro».

Lo scontro con la Francia?

«Non mi è piaciuto il comportamento della Francia, perché a ogni azione deve corrispondere una reazione proporzionata. Abbiamo l’obbligo di trovare un’intesa in Europa, ma i numeri che ha dato il ministro Piantedosi sulla redistribuzione dei migranti sono inquietanti. Che questa strategia sia fallita lo dice anche Marco Minniti. L’Italia non può solo subire».

Matteo Salvini vuole oscurare Giorgia Meloni?

«Contano i voti e la Meloni ha preso tre volte quelli di Salvini».

Se si anticipano i temi in agenda poi bisogna correggerli, precisarli…

«Penso che Giorgia sia una purosangue. Ricordo quando è partita dal 2%… Chi pensa di ledere politicamente Giorgia Meloni non ha fatto i conti con Giorgia Meloni».

Questo governo durerà a lungo?

«Sì e credo che lo aiuteranno queste opposizioni sgarrupate».

Che rapporto ha con Silvio Berlusconi?

«Il ricordo di un affetto».

Un sentimento del passato?

«È una persona a cui sono grata per le opportunità che mi ha dato e alla quale ho voluto molto bene. Ma politicamente oggi non lo riconosco».

Subisce l’influenza del cerchio magico?

«Pur composto da persone diverse, ne ha sempre avuto intorno uno. Se il cerchio magico ti fa compiere un errore politico come lasciare l’aula al momento della votazione di La Russa, dovresti prendere una decisione. Se Berlusconi non l’ha presa vuol dire che è il capo del cerchio magico».

All’indomani delle elezioni ha dovuto consolare suo marito?

«In realtà, l’ho preso in giro».

Cantandogli Bella ciao?

«Esatto. Ci siamo conosciuti in Parlamento quando eravamo già su posizioni diverse. Diciamo che non si aspetta di essere consolato da me».

Suo marito appartiene all’ala filo 5 stelle del Pd, lei cosa pensa del campo largo?

«Fino a qualche tempo fa il Pd era attrattivo anche per il M5s tant’è vero che hanno votato insieme Ursula von der Leyen e fatto nominare David Sassoli e Paolo Gentiloni. Ultimamente, mi sembra destinato al campo isolato, con il risultato che si parla di Giuseppe Conte come potenziale leader della sinistra».

Come si gestisce una coppia con una moglie di centrodestra e un marito di sinistra?

«Il nostro rapporto ci ha insegnato ad avere rispetto delle diversità. Furbamente, Francesco evita di entrare in discussione con me. Ma se capita, per esempio a cena con amici, è molto divertente: siamo Sandra e Raimondo in salsa politica».

Evita di entrare in discussione perché lei è tosta?

«Per quieto vivere. Francesco è un moderato e su molte cose, come il tema dei diritti, non siamo distanti, mentre su altre ci dividiamo. Quando parla con persone del suo partito, si sposta sul terrazzo così io non m’intrometto. Il nostro è una specie di compromesso storico».

Le litigate sono furiose, rispettose o a lieto fine?

«Rispettose e a lieto fine. In una prima fase erano veementi, ora ho imparato a limitare la mia furia».

La più furiosa?

«A causa della mia gelosia, c’è stato un periodo in cui non mi fidavo molto. Oggi non è più così».

Il suo ritiro dalla politica ha giovato al matrimonio?

«Sì, ha giovato alla serenità del nucleo familiare. Ho potuto essere più presente nel periodo dell’inizio della scuola di mia figlia e supplire alle assenze di Francesco quand’era ministro».

Lei è una conferma che la destra vuole tenere le donne un passo dietro gli uomini?

«Il ritiro dalla politica non è ritiro dalla vita professionale. E, soprattutto, non l’ha deciso mio marito. Anzi, lui sarebbe felicissimo se tornassi in politica, perché tra noi c’è grande complicità. Infine, su questo, dalle donne di sinistra non accetto lezioni perché la sfida femminile noi del centrodestra l’abbiamo già vinta con Giorgia Meloni».

I suoi amici sono dentro o fuori dalla politica?

«Quelli che si contano sulle dita di una mano sono fuori».

 

La Verità, 12 novembre 2022

«Le battaglie della sinistra ora le fa la destra»

Ogni suo libro è una piccola «bibbia». Un testo definitivo della materia di cui si occupa. Presidente e responsabile scientifico della Fondazione Hume, Luca Ricolfi è docente di Analisi dei dati all’università di Torino. Probabilmente proprio il fatto che il suo punto di vista siano i dati – i numeri, i fatti – e non l’ideologia, ne fanno uno degli intellettuali più indipendenti e autorevoli del panorama scientifico italiano. Leggere La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, appena uscito da Rizzoli e già tra i più venduti su Amazon, è come puntare il phon contro uno specchio appannato.

Professore, il vizio della sinistra ufficiale sta nell’ambizione originale del partito democratico di «rappresentare la parte migliore dell’Italia»?

Sì, anche se non è l’unico. C’è anche, fin dai tempi del partito comunista, l’incapacità di analizzare la realtà in modo scientifico, e quindi spregiudicato. Di qui la tendenza a chiedersi, di qualsiasi proposizione empirica, non se sia vera o falsa, ma se sia utile o dannosa alla causa. La conseguenza è stata una sorta di cecità progressiva, nel doppio senso della parola: crescente e progressista. Con un esito finale: la totale incapacità di guardare la realtà con lenti non ideologiche.

Cosa nasconde la convinzione che la destra parli alla pancia del Paese?

Uno strano modo di pensare: se abbiamo ragione, e il popolo non ci capisce, allora vuol dire che il popolo non usa la ragione.

Spesso i politici progressisti denunciano la crescita del populismo: come va interpretato l’uso di questo termine?

Le rispondo con la definizione della parola «populista» proposta da Jean Michel Naulot: «Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle». Una definizione interessante anche perché risale al 1996, quando pochi vedevano il problema del divorzio fra la sinistra ufficiale e i ceti popolari.

La sinistra ufficiale si accorgeva dello scambio delle basi sociali in atto fra i due schieramenti?

Alcuni studiosi avevano segnalato il problema all’inizio degli anni Novanta, quando in fabbrica fece la sua prima comparsa la doppia tessera: operai iscritti alla Cgil & militanti della Lega. Poi ci sono stati diversi studi che hanno mostrato che la base del Pci-Pds-Ds stava diventando sempre più borghese. Infine, le analisi dei flussi elettorali hanno evidenziato il paradosso della Ztl che vota a sinistra e delle periferie che votano a destra.

A quel punto la sinistra ha scelto consapevolmente l’establishment?

Ha preferito non vedere. Sapevano, ma non volevano prendere atto. Sempre per il motivo che dicevo poco fa: l’incapacità di guardare la realtà con un atteggiamento scientifico, ossia il primato dell’utile sul vero.

Il fatto che Giorgia Meloni nel primo discorso in Parlamento si sia presentata come underdog che rappresenta gli sfavoriti è la certificazione di questo scambio?

In un certo senso sì, anche se il termine underdog, di solito, designa gli sfavoriti in una competizione elettorale, cosa che Giorgia Meloni e il suo partito sono stati in passato, non certo nell’ultimo anno. Io piuttosto noterei una cosa: la novità di Giorgia Meloni non è solo che è la prima donna premier, ma che è il primo premier di umili origini. Tutti i premier della seconda Repubblica, oltre a essere maschi, erano di origine sociale elevata, talora elevatissima o nobiliare. Per trovare un premier di origini modeste dobbiamo risalire al 1988, quando venne eletto Ciriaco De Mita, nato a Nusco, un piccolo comune montano dell’avellinese, con un padre sarto e portalettere, e una madre casalinga. Credo che il carisma di Giorgia Meloni – oltre che alla sua bravura, alla sua integrità e alla sua passione – sia dovuto all’ampiezza dei segmenti sociali per i quali può risultare naturale specchiarsi in lei.

Quali segmenti ha in mente?

Le donne, ovviamente, ma anche gli strati popolari, ossia le persone che non possono contare su una famiglia di origine ricca, benestante, protettiva.

Persa la rappresentanza dei deboli, la sinistra si è concentrata sui diritti delle minoranze Lgbt+ che coinvolgono i ceti medio alti. Perché, al contempo, è così intransigente nella difesa degli immigrati?

Proprio perché ha abbandonato i ceti popolari. La difesa degli immigrati è una sorta di polizza di assicurazione contro la perdita della propria identità. Grazie agli immigrati, la sinistra può ancora pensare sé stessa come paladina degli ultimi. E grazie alla difesa delle rivendicazioni Lgbt+ può pensarsi come campionessa di inclusione.

Perché la sinistra liberal appare tendenzialmente individualista, mentre la destra mantiene una tiepida dimensione comunitaria?

Perché la sinistra liberal, ovvero la sinistra ufficiale, crede che l’aumento senza limiti dei diritti individuali sia l’essenza del progresso, mentre la destra – e una parte del mondo femminile – vede il lato oscuro del progresso, a partire dalla distruzione dei legami comunitari e familiari.

Perché oggi la sinistra ufficiale parla più di inclusione che di eguaglianza?

Lo spiegò Alessandro Pizzorno una trentina di anni fa: parlare di inclusione rende più facile conferire un valore morale alla scelta di essere di sinistra, e assegnare un disvalore all’essere di destra: noi buoni vogliamo includere, voi cattivi volete escludere…

Il giudizio di Enrico Letta sul risultato elettorale del Pd è che «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa»: quanto tempo gli servirà per tornare a farlo?

Non è un problema di connessione con chi non ce la fa, è un problema di comprensione della realtà.

Prima che completi il processo di revisione, può perdere ancora consensi? E a vantaggio del Terzo polo o del M5s?

I consensi li sta già perdendo. Secondo i dati che ho potuto analizzare, l’emorragia è bilaterale, ma un po’ più grave verso i 5 stelle che verso il Terzo polo.

Il catechismo politicamente corretto rende la nostra società più illiberale?

Sì, nella nostra società vengono predicate tolleranza e inclusione, ma il dissenso verso il politicamente corretto non è tollerato.

Come mai gli intellettuali, che fino agli anni Settanta erano contro la censura e per la libertà di espressione, oggi sono in gran parte schierati a difesa dell’establishment?

Perché ne fanno parte, specie nelle istituzioni culturali e nel mondo dei media. Difendendo l’establishment difendono sé stessi.

In Italia la battaglia sul politicamente corretto si è applicata al ddl Zan: perché nonostante il parere contrario di giuristi, femministe e intellettuali progressisti il Pd ne ha fatto un simbolo intoccabile?

Per il solito motivo, l’incapacità di accettare la realtà quando va contro l’utile di partito. In questo caso: l’incapacità di ammettere il fatto che il ddl Zan limita la libertà di espressione.

Perché l’introduzione del merito tra le competenze del ministero della Pubblica istruzione ha destato scandalo?

Un po’ per il mero fatto che ne ha parlato la destra, un po’ perché nella mentalità della sinistra c’è l’idea che premiare il merito di qualcuno significa umiliare il non-merito di qualcun altro. È questa mentalità che, negli ultimi 50 anni, ha distrutto la scuola e l’università.

Nel Novecento l’istruzione era considerata uno strumento di elevazione sociale, oggi non è più così?

No, la trasmissione del patrimonio culturale, cara ad Antonio Gramsci e a Palmiro Togliatti, non interessa più.

Sta passando a destra anche l’idea di emancipazione dei deboli attraverso la cultura?

Più che a destra, sta passando nel partito di Giorgia Meloni, secondo cui «eguaglianza e merito sono fratelli».

In questo contesto, che cosa può significare la nascita del primo governo di destra in Italia?

La fine dell’egemonia culturale assoluta della sinistra.

Se dovesse dare un solo consiglio non richiesto alla premier cosa le suggerirebbe?

Dica che vuole, finalmente, che venga applicato l’articolo 34 della Costituzione, e vari un grande piano di borse di studio per «i capaci e meritevoli» privi di mezzi.

 

Panorama, 9 novembre 2022

 

 

«Adesso sto buona buona, ma vedrete cosa oserò…»

Tango e politica, talent e talk, Ballando con le stelle e Cartabianca. Sempre spericolata, Iva Zanicchi fa discutere di qua e di là. Soprattutto nel talent ballerino di Rai 1. La scorsa settimana prima ha bonariamente rimproverato Samuel Peron, il suo partner, per averle rovinato il finale del boogie-woogie; poi, raccontando una barzelletta sconcia, ha finito per gelare lo studio. Prezzi che si pagano alla spontaneità. Ma l’Aquila di Ligonchio, concerti nei teatri di mezzo mondo, vincitrice di tre Festival di Sanremo, attrice, presentatrice e opinionista tv, già europarlamentare di Forza Italia, tira un bel respiro e riparte, «ma tenendo di più i remi in barca», promette.

Signora Zanicchi, lo sa che le interviste sono come il ballo?

«Non lo sapevo, perché durano poco e sono divertenti?».

Perché ci sono interviste valzer e interviste rock’n’roll.

«Ci sono anche le interviste marcia funebre?» (ride).

Speriamo di no. Stasera su che ballo si cimenterà?

«Affrontiamo il foxtrot, un ballo americano che mi piace molto e va anche nelle balere italiane. È una danza elegante, indosserò un bell’abito da sera come le ballerine vere. Spero che vada tutto bene e di non fare la pagliaccia, come al solito».

Accettando l’invito di Milly Carlucci sapeva di rischiare e di mettersi alla prova?

«L’ho preso come un gioco da fare seriamente».

Le ho visto eseguire il casqué nel tango argentino e il ponte nel boogie-woogie: come fa alla sua tenera età?

«La settimana scorsa dopo che ho fatto il ponte ho ricevuto una marea di telefonate. Erano tutti stupiti per i miei 82 anni, l’età l’ho sempre sbandierata… Da ragazza facevo ginnastica e sport, perciò il corpo è ancora abbastanza flessibile, non ho avuto neanche mal di schiena. Vedrà questa sera cosa oserò…».

Quanto si allena?

«Questa è la disperazione di Samuel. Però lui che è un ragazzo intelligente capisce che non posso allenarmi sei o sette ore al giorno come i più giovani. “Fai un po’ di cyclette”, mi dice. Io gli dico di sì ma poi non la faccio. Gli attrezzi mi annoiano, a me piace camminare, ma dove vado da sola per Roma? Mi alleno un’ora al giorno e va bene così».

Come diceva quella canzoncina: di belli come noi la mamma non ne fa più…

«S’è rotta la macchinetta…».

Invidia qualcosa ai giovani di oggi?

«Quello che io non ho mai avuto, la leggerezza, un certo menefreghismo. Hanno la sfrontatezza di voler arrivare a una metà senza soffrire. Noi facevamo la gavetta, ci hanno insegnato a lavorare e studiare per anni… Oggi partecipano a un talent e dopo sei mesi sono in tour negli stadi o a Sanremo. Magari subito dopo spariscono».

Hanno vita troppo facile?

«Sicuramente. Non dico che ai miei tempi si considerasse necessaria la sofferenza, ma un certo spirito di sacrificio sì. Una meta te la devi sudare… Oggi è tutto più facile, si va a studiare all’estero, una cosa che negli anni Sessanta e Settanta era impossibile. Anche se essendoci tanta concorrenza ci vuole molto impegno».

Da ragazza andava a ballare?

«Qualche volta in agosto, alle sagre. Mentre papà era negato, mia mamma adorava il ballo e ci insegnava il liscio nell’aia di casa».

Invece alle sagre ballava i lenti e il rock’n’roll?

«Il rock no. La mazurka, il valzer, il tango romagnolo, non quello argentino. Sono arrivata fino al twist».

Niente rave party?

«Per l’amor di Dio».

Con chi va più d’accordo del cast?

«Ho un bellissimo rapporto con tutti, anche con le donne… Paola Barale la conosco da quando era ragazza. Mughini è molto dolce, diverso da come lo immaginavo».

Discutete mai di politica?

«Mai, né dietro le quinte né in camerino. La politica è bandita».

Neanche un commento sulle elezioni?

«Ballando è iniziato dopo, prima ci vedevamo solo per le prove. Lasciamo fuori tutto, siamo concentrati sulla preparazione e su quello che dobbiamo fare. Anche nelle pause non si parla di cose  extra ballo».

E con gli autori va d’accordo?

«Ho un autore che mi segue, un ragazzo dolcissimo che mi fa le interviste prima delle esibizioni. C’è un rapporto come tra mamma e figlio. È affettuoso, io lavoro bene solo se ho attorno persone carine, è un mio punto debole».

Ogni tanto la rimproverano?

«No, perché sono abbastanza autocritica. Nella prima puntata ho fatto una piccola scivolata (una parolaccia sfuggita, rivolta a Selvaggia Lucarelli ndr), nell’ultima ho raccontato una barzelletta un po’ piccante. Adesso devo stare buona buona» (sussurrando).

Quindi, un po’ le hanno tirato le orecchie.

«Mi sgrida molto Samuel. Dice che la butto in caciara perché quando sbaglio un passo, un movimento, rido. È il mio modo di scaricare la tensione, cosa devo fare, mettermi a piangere? Comunque, ci vogliamo bene, c’è un affetto straordinario…».

Con Milly Carlucci che rapporto ha?

«Ottimo. Non la conoscevo bene, ed è una sorpresa unica, non so come faccia. Tutti i santi giorni è la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via. È una macchina da guerra, un po’ com’era Raffaella Carrà, persino di più, oserei dire. Segue tutto, dalla musica alle interviste, dalle prove ai costumi».

Una grande professionista.

«Anche di più, una grande manager. Io non potrei mai…».

È vero che le ha chiesto di fare la giurata del Cantante mascherato in primavera su Rai 1?

«Ma… sì, è vero. Me l’ha proposto, è stata molto carina. Vedremo, manca ancora un po’».

Ha più feeling con Samuel Peron a Ballando o con Mauro Corona a Cartabianca?

«Vorrei rispondere Corona, ma non è così. Ne ho di più con Samuel anche se Corona mi diverte. Quando vado a Cartabianca mi sincero che ci sia anche lui perché è intelligente e mi diverte».

È un irregolare come lei?

«Un po’ mi somiglia. L’ultima volta ho promesso che andrò a trovarlo e faremo una diretta con “Bianchina” dalla sua casa di montagna».

Andate d’accordo perché siete entrambi montanari?

«Oddio, forse un po’. Ma non solo quello. Lui si presenta come un vecchio pastore, ma è un uomo colto, ironico e dissacratore. In questo ci somigliamo, ma lui è più dissacratore di me».

Entrambi simpatizzate per Giorgia Meloni?

«Non conosco il pensiero di Corona, io sicuramente sì. L’ho sempre ammirata e tifo per lei. La seguo da anni e quando ho avuto degli incontri casuali sono stati sempre cordiali».

Che cosa la convince della Meloni?

«È coraggiosa, capace e coerente. La coerenza gliela riconoscono tutti».

Se dovesse darle un consiglio non richiesto cosa le direbbe?

«Posso augurarle buon lavoro, che altro? Spero non si scoraggi perché incontrerà molti ostacoli e molte difficoltà a governare, con tanti oppositori che ci sono».

Questi primi 15 giorni non sono filati proprio lisci.

«Credo che abbia la capacità di governare questo Paese. Noi italiani siamo meravigliosi, amiamo il bello, l’arte e il buon vivere. Ma spesso non ci piacciono le persone di successo, siamo un po’ invidiosi. Le opposizioni fanno il loro lavoro e con tutti i problemi che ci sono nel mondo, in Italia ce ne sono anche di più… Non sarà facile. Ma dico: se la gente le ha dato fiducia, lasciamola lavorare».

Secondo lei Berlusconi resisterà nel ruolo di padre nobile un po’ defilato o cercherà di riprendersi la scena?

«Direi che la scena non l’ha mai persa: pur non avendo vinto le elezioni è sempre in primo piano. Ma dato che è molto intelligente, e che gli voglio bene, sono sicura che sarà capace di ragionare senza ascoltare nessuno. E, nonostante non sia il premier, sarà pronto a collaborare con lei. Lui rimarrà sempre Berlusconi, però le elezioni le ha vinte lei».

Chi è stata la più grande cantante italiana fra lei, Ornella Vanoni, Mina e Milva?

«Guardi, tutti dicono Mina e può essere giusto. Anche perché ha avuto tante occasioni che le altre non hanno avuto. Per 15 anni era in televisione tutti i sabati sera. Però effettivamente è la più brava, ha grande musicalità, praticamente è una jazzista, con una voce molto duttile. Lo scettro è suo, ma non dimentichiamo le altre».

Ornella Vanoni?

«È una grande interprete, che muove i sentimenti. Se Mina è capace di grandi virtuosismi, la Vanoni tocca il cuore. Quando canta Mi sono innamorata di te ti arriva dentro».

Milva?

«Anche lei era una grandissima interprete. Possedeva una voce scura, profonda, diversa da quella di Mina. Poteva cimentarsi in generi preclusi alle altre, il tango argentino con Astor Piazzola, il repertorio di Kurt Weill».

E Iva Zanicchi?

«Io racchiudo le qualità di tutte e tre» (sonora risata).

Qualche volta l’ho sentita un po’ tagliente nei confronti di Mina…

«Lo so, con questa boccaccia… Mina ha la stessa mia età, ma io ho iniziato cinque o sei anni dopo. Lei si era già affermata con le prime canzoni, Una zebra a pois, Prendi una matita… Era dirompente, prima di lei le cantanti non parlavano in televisione. Adesso, quando mi capita di riascoltarla, la ammiro più di allora».

Invece tra le cantanti giovani chi le piace?

«Le giovanissime le conosco poco, conosco più quelle di mezzo. Giorgia, potrebbe essere la Mina di questa generazione, ha una grande estensione vocale. Laura Pausini è famosa in mezzo mondo, quindi chapeau, è una grande manager di sé stessa. Emma Marrone ha grinta e grande determinazione sul palco. Arisa è un’altra grandissima voce, Elisa è una brava interprete e anche cantautrice, è molto completa».

L’anno scorso è andata a Sanremo, quest’anno dopo Ballando e oltre a Cartabianca ha altri progetti?

«Ne ho uno, a parte il Cantante mascherato. Lo sto proponendo e mi auguro si possa realizzare. Il titolo è Vacche grasse».

Un titolo ottimista.

«Esatto, dopo le sette vacche magre… Ho un mito televisivo che si chiama Renzo Arbore e non mi vergogno a dire che m’ispiro a lui. Basta così, non posso dire altro».

Intanto, questa sera niente barzellette?

«Vediamo, sa come succede: quando finisco di ballare il pubblico in sala comincia a tifare. Si figuri se mi faccio pregare. Però, d’ora in poi, solo barzellette risciacquate nell’Arno».

 

La Verità, 5 novembre 2022

«Le battaglie della sinistra spopolano il pianeta»

Buongiorno Carlo Freccero, l’avvento di Giorgia Meloni è oggettivamente un fatto spiazzante per la politica italiana. Come lo definirebbe, con una formula?

«Contrariamente all’entusiasmo generale io ancora non mi fido del cambiamento annunciato».

Perché?

«Ho talmente somatizzato il fatto che il potere abbia imparato a interpretare sia il ruolo istituzionale che quello dell’opposizione che mi servono prove di discontinuità maggiori rispetto al recente passato».

Cosa la fa essere così scettico?

«Come il governo gialloverde, non vorrei che anche questo fosse un ribaltone ribaltato».

In che senso?

«Nel senso che Meloni sembra Draghi con la parrucca bionda di Maurizio Crozza».

Anche per lei è una draghetta in continuità con Super Mario?

«Non dico assolutamente che sia in malafede, ma è stata scelta dal potere con gli stessi criteri con cui nel 2018 aveva scelto i 5 stelle. Ora Meloni ha due possibilità: obbedire o, a differenza dei grillini, usare a suo favore le regole del sistema».

Cosa intende per potere?

«Il deep State dell’America e dell’Europa».

È la tesi dei complottisti.

«Io studio e leggo i documenti. Se siete ignoranti, affari vostri».

Eccolo qua, Carlo Freccero: studiare lo fa sentire giovane e attivo. Perciò, sempre con la sua indole vulcanica, frequenta anche temi distanti dalla zona di conforto di grande autore televisivo come la pandemia, la finanza e la politica internazionale.

La sua sensazione sul nuovo governo ora qual è?

«Meloni è stata molto efficace nel discorso della fiducia alla Camera perché è riuscita a essere motivazionale in un momento di forte depressione. Ma questo non basta per marcare la discontinuità».

Sospetta che sia collusa con il potere?

«Sto a guardare. È come la Audrey Hepburn di My Fair Lady che da povera ragazza di borgata arriva al gran ballo dell’Aspen, il salotto buono e meno volgare del potere. Ormai oggi è impossibile fare politica da underdog o da outsider, fuori da certe scuole o da certe istituzioni che formano i leader come, per esempio, quelle frequentate da Roberto Speranza e Matteo Renzi».

Perché Meloni ha vinto?

«Perché era l’unica a non aver partecipato al governo Draghi. Ma non mi sembra una ribelle del sistema, non a caso va spesso in America ed è la leader dei conservatori al Parlamento europeo».

Perché ha vinto?

«Ha ereditato da Matteo Salvini l’elettorato imprenditoriale del Nord, costituito da piccole e medie imprese e degli operai che ci lavorano, difendendoli dalle élite economiche che promuovono gli interessi delle multinazionali e che, a loro volta, rappresentano la fine della piccola imprenditoria. La detassazione alle aziende che assumono è la difesa del sovranismo produttivo e l’espressione di una politica che crede ottimisticamente nel libero mercato».

Giorgia Meloni riuscirà a guidare il governo senza mettersi contro le élite e i poteri forti?

«La sua unica possibilità è ritagliarsi spazi all’interno delle regole che ci sono imposte».

A una settimana dall’insediamento è già alle prese con parecchi problemi, il primo dei quali sembra la gestione del tetto ai contanti. È un tema che era in agenda o le esploso in mano?

«È un provvedimento che dopo due anni e mezzo di austerità vuole favorire la circolazione del denaro. Con la pandemia si è affermata una forma di controllo che ha usato come dispositivo la moneta digitale. È il capitalismo della sorveglianza. Innalzare il tetto a 5.000 euro vuol dire rompere in minima parte questo controllo e questa sorveglianza. La Germania e l’Olanda, i cosiddetti Paesi virtuosi, non hanno il tetto al contante: come può l’Ue chiedere all’Italia di mantenerlo ai livelli più bassi?».

Alzare il tetto, si dice, favorisce l’evasione, nessun povero gira con 5.000 euro in tasca: perché è così centrale questo provvedimento?

«Alberto Bagnai sostiene che quando parliamo di contanti non c’entra solo l’evasione, ma l’affermazione di un principio di libertà. In caso di disobbedienza, al cittadino potrebbe essere impedito l’accesso ai suoi stessi soldi per la vita quotidiana, come accaduto ai camionisti canadesi, ai quali, per sedare la loro protesta il governo ha bloccato i conti bancari».

E come si combatte l’evasione?

«È vero che c’è la piccola evasione dei ristoranti o dell’idraulico che viene a fare la riparazione in casa. Ma dobbiamo perseguire innanzitutto questo nero che spesso è uno strumento di sopravvivenza dei piccoli commercianti, oppure le grandi evasioni della Pfizer, ora sotto indagine per 1,2 miliardi di euro, e di tutte le altre multinazionali dell’hi tech?».

Non era meglio partire dal caro bollette?

«Assolutamente sì. È il tema principale che fa venire a galla la povertà diffusa del nostro Paese. Non ho ricette, spero che le abbia il governo».

Un forte elemento di discontinuità rispetto ai precedenti è che Roberto Speranza non è più ministro della Salute.

«In Speranza c’è qualcosa di geneticamente modificato che lo induce a reiterare il suo mandato: mantenere in vita la pandemia anche e nonostante la morte della pandemia».

Addirittura?

«In un Parlamento finalmente liberato dalla mascherina, Speranza mascherato spicca come un monito, un memento mori, tipico dell’iconografia seicentesca che ci ricorda la fragilità umana: la minaccia c’è ancora e non possiamo cedere all’euforia del presente».

Anche Mattarella lo ribadisce.

«Lo smantellamento delle restrizioni è in atto da tempo in tutto il mondo. Ma temo sia uno smantellamento temporaneo, come dice Matteo Bassetti: “Questa pandemia è finita, ma pandemie future sono già in agenda, come ci illustra Bill Gates”. Discontinuità significherebbe uscire da una gestione della pandemia in chiave igienico-sanitaria in cui passano i provvedimenti repressivi della politica e dello stato di eccezione».

L’istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia è davvero indispensabile?

«Il presidente della Repubblica ha già manifestato la sua contrarietà. Per conto mio, commissione d’inchiesta non significa nulla. In primo luogo perché può riguardare il penale per le responsabilità sanitarie, ma anche il civile per i conflitti d’interesse. Inoltre può criticare la gestione sanitaria con le sue violazioni dei diritti umani o, al contrario, sancire che tali violazioni sono state troppo poche. In questa direzione andava l’inchiesta sui fatti di Bergamo. Troppo spesso la commissione d’inchiesta è una parola magica per colmare l’insoddisfazione popolare».

Un’altra discontinuità radicale si registra sulla problematica gender. Anche su questo terreno dobbiamo aspettarci un inasprimento del dibattito politico?

«Personalmente, ho sempre odiato diktat e divieti. Il mio mentore è stato Michel Foucault il quale, studiando la morale vittoriana, denunciava l’interdetto che colpiva l’omosessualità. Ho sempre difeso la diversità in ogni sua forma, non a caso sono stato stigmatizzato per aver mandato in onda la serie tv Chimica e fisica in cui erano rappresentate scene di omosessualità. Tuttavia, viviamo oggi immersi nell’ideologia radical che trasforma il gender in un’imposizione e colpevolizza l’eterosessualità. Alla luce di questa premessa, ritengo che la Meloni sia stata pacata e si sia ancorata a una visione tradizionale e conservatrice».

È bastato aggiungere la natalità tra le competenze del nuovo ministro della Famiglia perché si scatenasse un putiferio. Perché la sinistra non si preoccupa del fatto che siamo il Paese con la più grave crisi demografica al mondo?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, ma pongo io una domanda. Quali sono attualmente i valori della sinistra? Aborto, eutanasia, gender: tutti diritti che sottoscrivo, ma che dialetticamente hanno un minimo comune denominatore distopico».

Qual è?

«Il depopolamento del pianeta».

Altra parola scandalo è merito, la tutela del quale un tempo era fiore all’occhiello della sinistra perché via privilegiata per superare la supremazia delle classi agiate. Invece oggi?

«Il merito non è un valore né di destra né di sinistra, ma del neoliberismo che a vario titolo destra e sinistra condividono. Cosa significa? Che le differenze economiche non sono scandalose perché giustificate dal merito. Il Sessantotto ha avuto tra i suoi testi di riferimento la Lettera a una professoressa di don Milani. Per questo trovo infelice che Meloni abbia aggiunto la voce merito vicino a Pubblica istruzione. La scuola deve esserci proprio per i più deboli».

L’articolo 34 della Costituzione prevede la tutela «dei capaci e meritevoli privi di mezzi» affinché possano raggiungere i gradi più alti dell’istruzione.

«Concordo, ma non voglio creare esclusi».

L’unico elemento di continuità con i precedenti governi è l’appartenenza europeista e atlantista: intoccabile?

«È un limite e insieme una chance. Siamo alla vigilia delle elezioni di midterm in America. La guerra la vuole Joe Biden che in Ucraina ha un forte conflitto d’interessi, come dimostrano le attività di suo figlio Hunter. Se i repubblicani ottenessero la maggioranza al Congresso si capovolgerebbe la politica americana in chiave patriottica e non più globalista. E anche Meloni, secondo me, potrebbe seguire questo ribaltamento».

 

La Verità, 1 novembre 2022

«La Cappa dei media in tilt per una premier donna»

S’intitola It’s the ideology, stupid! la ricerca sul rapporto tra l’orientamento dei giornalisti e quello degli italiani realizzata dal professor Luigi Curini, politologo, analista dei media e docente di Scienza politica alla Statale di Milano. È una ricerca del 2019 che Curini aggiorna costantemente e che, come conferma il Reuters institute digital news report di quest’anno, attribuisce all’Italia il più basso livello di fiducia riposto dagli italiani nei giornali (35%) rispetto alla media europea (42%). Il titolo cita l’espressione di Bill Clinton «It’s the economy, stupid!» durante la campagna elettorale del 1992. Ma, trattandosi di giornali, fa venire alla mente anche «È la stampa, bellezza!» di Humphrey Bogart in L’Ultima minaccia (1952).

Professore, il varo del governo Meloni cambia il rapporto tra informazione e politica?

«Negli ultimi anni stampa e televisione sono state molto condiscendenti verso i governanti. Con l’arrivo di Giorgia Meloni questo allineamento è destinato a sparire, facendo tornare i giornalisti ciò che devono essere, “i cani da guardia del potere”. Ultimamente, più che cani erano cagnolini pronti a scodinzolare per le decisioni prese dai potenti».

In questi primi giorni a che tipo di narrazione assistiamo?

«Vediamo due tendenze. Rispetto all’atteggiamento non simpatetico durante la campagna elettorale verso il centrodestra e Giorgia Meloni in alcuni giornali è in atto un riposizionamento. Segnalo a titolo esemplificativo le aperture di credito di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa. Vanno registrate a prescindere che si tratti di aperture genuine o dettate da interessi. La seconda tendenza, invece, è la conferma di una chiusura dovuta soprattutto all’allarme su alcuni diritti cari alla sinistra».

Si riferisce a una possibile ridiscussione della legge 194?

«Per esempio. Su alcune tematiche identitarie questo governo potrebbe favorire una narrazione diversa da quella politicamente corretta finora in auge».

Restando all’atteggiamento di giornali e tv nota qualche eccezione al fuoco di sbarramento?

«Da anni nei media è in atto una polarizzazione affettiva che va oltre lo schieramento ideologico. È la logica dell’appartenenza tribale, dello schema amico contro nemico. Questa prospettiva non si modifica nel breve periodo. Non bastano ravvedimenti episodici per mutare lo scenario».

Pur dissentendo su gran parte dei contenuti, Concita De Gregorio ha scritto che «è nata una fuoriclasse» e Michele Serra ha parlato di «rispetto».

«Un aspetto dirompente è che Giorgia Meloni è donna. Dopo che per decenni si è denunciata la sottorappresentazione femminile, davanti a una premier donna sebbene di un altro schieramento, è impossibile rinnegare ciò che si è detto finora. Questo produce un drammatico corto circuito nei politici e nei media di sinistra. Non possono avere un approccio sprezzante come avrebbero di fronte a un uomo».

Se alcuni opinionisti si mettono in discussione anche la sua ricerca sottotitolata «Cittadini, giornalisti e il calo della fiducia nella stampa» necessita di un ricalcolo?

«La posizione dei giornalisti italiani è costante da trent’anni. Giornalisti politicamente orientati quando scrivono potrebbero essere oggettivi. Invece l’italiano medio continua a percepire una distanza tra il suo pensiero e il modo di esprimersi in tv o sui social degli operatori dell’informazione. Se ora lo faranno in modo meno partigiano questo potrebbe aumentare la fiducia verso i giornali. Vedremo».

Abbiamo citato Ferrara, De Gregorio, Serra: è troppo ottimistico dire che quella che Marcello Veneziani chiama la Cappa inizia a incrinarsi?

«Direi di sì. La densità della Cappa deriva da fattori prima internazionali che nazionali. Ora abbiamo un governo politico differente, con un mandato chiaro deciso dagli elettori. Osserviamo cosa farà nei primi 100 giorni e se questo potrà ridurre lo spessore della Cappa. La quale, però, non sarà di certo spazzata via perché gli elementi internazionali non muteranno fino alle elezioni americane del 2024».

Quelle imminenti di midterm non potranno modificare questo scenario, per esempio sulla guerra in Ucraina?

«La situazione in America riguardo all’invasione dell’Ucraina è particolarmente fluida. Ci sono posizioni eterogenee in entrambi gli schieramenti. Ma pur ipotizzando che i repubblicani ottengano una larga vittoria al Senato, e non è scontato, un cambiamento di linea potrebbe avvenire solo fra cinque o sei mesi».

Tornando in Italia, nei confronti di Giorgia Meloni si sta riproducendo lo schema visto con i governi di Silvio Berlusconi?

«La vera differenza è proprio la Meloni. Indipendentemente dalla statura politica, avere una donna premier cambia le carte in tavola. È triste dirlo: non possono attaccare Giorgia Meloni come facevano con Berlusconi proprio perché è donna. Questo mette in parte al riparo il governo stesso. Verosimilmente i media mainstream sarebbero altrettanto clementi davanti a un premier uomo, chiaramente gay. Mentre lo sarebbero di meno davanti a un cinquantenne eterosessuale, magari cattolico e con diversi figli».

Secondo l’ultima indagine di Worlds of journalism study in una scala sinistra-destra i giornalisti italiani sono quelli più a sinistra. Perché, secondo lei?

«Per un mix di due ragioni. La prima riguarda la caduta del Muro di Berlino, cioè la fine del comunismo inteso come minaccia alla libertà. Fino al 1989, l’esistenza del Muro creava una maggiore eterogeneità di posizioni perché anche coloro che avevano simpatie di sinistra erano comunque anticomunisti. Pensiamo, in Italia, alle differenze tra socialisti e comunisti. Caduto il Muro, ovunque cresce la tendenza a omogeneizzarsi. Su questo scenario si innesta in Italia la presenza del più grande partito comunista occidentale che, grazie alla strategia gramsciana dell’egemonia culturale, riesce a coinvolgere intellighenzia e mondo dell’informazione».

Negli altri Paesi occidentali il giornalismo è meno schierato?

«Se si confronta il giornalismo italiano con quello anglosassone si riscontrano due differenze. In primo luogo, una minor capacità d’interpretazione dei dati. In Italia il data journalism non si è ancora affermato e i giornalisti, in possesso di una formazione prevalentemente umanistica, sono meno efficaci nell’interpretare i dati. In secondo luogo, il giornalismo anglosassone ha una maggiore propensione investigativa, finalizzata alla costruzione del racconto e non legata allo sfruttamento immediato. Questo implica un impiego di risorse di cui i media italiani raramente dispongono».

I media sono prodotti o produttori di establishment?

«Entrambe le cose. Sono prodotti della narrazione dominante, univoca e omogenea, la varietà di opinioni è scomparsa. Una sola narrazione è legittima e i media, per isteresi organizzativa, ovvero la difficoltà di un’organizzazione complessa a modificarsi, continuano a riprodurla. Come una profezia che si auto-adempie e si auto-rafforza. Spiega bene questa situazione la parabola dei ciechi e dell’elefante».

In due parole?

«Un cieco tocca la proboscide, un altro tocca le zanne e ognuno di loro si fa un’idea parziale di come sia l’elefante. Quando ritrovano la vista, ovvero fuor di metafora, ci sono le elezioni, si scopre com’è davvero l’elefante e si resta spiazzati».

È ciò che è successo con l’elezione di Donald Trump nel 2016?

«E anche con la Brexit: questi due eventi hanno sconfitto la narrazione dominante. Altrimenti nella propria bolla si sentono ripetere solo gli argomenti in cui si crede. Tuttavia, quando il pensiero unico scopre che i cittadini votano diversamente non mette in dubbio la propria narrazione, ma dà la colpa agli elettori ignoranti».

Come considerare il fatto che l’informazione tv è in larga parte gestita da giornalisti di formazione progressista?

«È una questione di offerta: se la maggioranza delle palline dentro la boccia è rossa è probabile che quella estratta sarà rossa. Ma è anche un fattore di domanda. Siccome la narrazione ha propensione all’auto-affermazione, la richiesta dei produttori televisivi sarà in linea con il mainstream. Anche questo è un meccanismo destinato a riprodursi. Romperlo è costoso, rischioso e richiede molto coraggio»

Sulla pandemia chi dissentiva dalla linea ufficiale lockdown e vaccini è stato etichettato come i deplorable di Hillary Clinton?

«Siccome il mainstream è la verità, chiunque dissenta ha torto per definizione. E se continua a farlo è un analfabeta funzionale, un deplorevole. Se ha credenze forti invece è un complottista. È la teoria del capro espiatorio. Targarlo come complottista serve a escluderlo dall’arena della discussione».

Anche la maggioranza degli italiani contraria all’invio di armi all’Ucraina non è rappresentata nei telegiornali.

«La dinamica è la stessa. Chi ha una posizione critica sulla guerra frutto dell’aggressione della Russia o è escluso o viene rappresentato come una macchietta. Si concede spazio sempre alle stesse persone, delegittimate dal pensiero unico».

La frase di Humphrey Bogart «È la stampa, bellezza!» si concludeva con «E tu non ci puoi fare niente»: una sentenza. Dobbiamo rassegnarci a un’informazione partigiana?

«Nel breve periodo temo non si riesca a fare nulla. Gli incentivi a cambiare possono venire dal mercato editoriale. Se gli italiani che non comprano i giornali iniziassero a comprare quelli che rappresentano idee diverse sarebbe un segnale che qualcosa può cambiare».

È ancora attuale Bertolt Brecht del 1953: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo»?

«Chi è convinto della propria verità non ammette compromessi. E se il popolo non lo capisce peggio per lui: lo dovrà imparare perché le élite non cambiano idea».

Neanche con questo nuovo governo si smuoverà qualcosa?

«In un paio di legislature qualcosa potrebbe cambiare, magari per interessi. Ci sono i fondi pubblici per l’editoria e i posti da strappare in Rai… Si spera sempre in ravvedimenti sinceri, ma per cambiare il sistema possono andar bene anche quelli dettati dal tornaconto».

 

La Verità, 29 ottobre 2022

«Il Cav non resterà defilato Il futuro? Poche luci»

L’ultimo berlusconiano rimasto. Si definisce così, Piero Sansonetti, direttore del Riformista, giornalista di sinistra di mille battaglie. Garantista, pacifista e frequente ospite dei talk show di Rete 4.

Sansonetti, la rapidità dell’incarico a Giorgia Meloni e l’unità manifestata dalla delegazione di centrodestra al Quirinale sono buoni segnali?

«Non credo che la rapidità sia sinonimo di efficienza. L’unico governo possibile è con questa maggioranza. Quanto sarà forte e duraturo è un altro discorso. Non sono molto ottimista».

La linea essenziale della premier incaricata comincia a pagare? Silvio Berlusconi ha rispettato il protocollo senza prendersi la scena.

«Rimanere senza governo adesso non è possibile. Ma penso che Berlusconi possa restare in seconda fila dieci minuti, un quarto d’ora al massimo. È uno che pensa spesso qualcosa che gli altri non vorrebbero pensasse».

In seconda fila può fare il padre nobile?

«Vediamo».

Quindi, non si può mai stare tranquilli?

«No, perché la politica è una cosa complicata. Non è che bastano due numeri o un algoritmo per risolvere le crisi. Neanche la vittoria elettorale elimina la battaglia politica».

Quale battaglia?

«Quella fra le due destre. Come ci sono tante sinistre, ci sono anche due destre. Quella liberale di Berlusconi e quella radicale di Meloni. Che su tante cose non vanno d’accordo».

Per esempio?

«Meloni è statalista, Berlusconi è liberista. Sulla guerra non c’è bisogno di sottolineare quanto siano divisi. Come pure sulla giustizia. Non tanto per la scelta del ministro, quanto per il fatto che Berlusconi è garantista e Meloni no. Il garantismo è più complicato del rispetto delle regole. È una filosofia che Berlusconi ha e la Meloni non ha».

Dopo anni di governi tecnici o del presidente, stavolta c’è una maggioranza solida.

«È solida in Parlamento, non nel Paese. I voti raccolti dal centrodestra sono meno della metà di quelli espressi. Naturalmente, dal punto di vista politico, non cambia nulla perché ha vinto in maniera netta le elezioni in base alla legge vigente. Dopodiché ha preso 12 milioni di voti, ma ce ne sono altri 13 milioni andati altrove. Quindi c’è un’Italia abbastanza spaccata e il governo che sembrava lanciato su un’autostrada si fa lo stesso, ma dovrà arrancare su un vicolo di campagna».

Si stava celebrando il ritorno della politica.

«Che invece è faccenda complessa. Ci vogliono pensiero politico, cultura politica, tradizione politica. Bisogna conoscere tattiche, strategie, compromessi».

Sta dicendo che i componenti di questo governo sono ignoranti?

«Ricordo Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Bettino Craxi: vogliamo fare un paragone o lasciamo stare? In Italia negli ultimi trent’anni ho conosciuto solo due statisti, che non ho mai votato perciò posso dirlo: sono Romano Prodi e Silvio Berlusconi».

Stavamo celebrando anche la rivoluzione femminile a Palazzo Chigi.

«Questo lo apprezzo, chiunque la incarni. È un fatto positivo, di rottura del senso comune e dei pregiudizi».

È uno smacco per la sinistra che la prima donna premier sia di destra?

«La sinistra non s’è mai posta questo problema. Non tanto di promuovere le donne che lo meritano, quanto di avere un metodo di selezione che non sia maschilista».

L’egocentrismo di Berlusconi è una mina vagante nella coalizione?

«Dobbiamo partire dal fatto che la destra in Italia non è mai esistita. Sì, ci sono stati Luigi Einaudi e Giovanni Malagodi, che erano due personaggi abbastanza isolati. La destra l’ha fondata Berlusconi, come si può prescindere da lui?».

Gli elettori cominciano a farlo, cambiando i rapporti di forza.

«È così, però la politica si fa con il pensiero e le idee».

A un certo punto bisogna cedere il testimone?

«Se si vuole liberare la destra da Berlusconi, bisogna inventarne una nuova. Dubito fortemente che sappiano inventarla Meloni e Salvini? E anche sui numeri, senza Forza Italia non possono governare, quindi non si può prescindere».

Le inquietudini di Berlusconi vanno lette alla voce psicodramma o alla voce tattica?

«Alla voce mancanza di programma comune. Sulla guerra la Meloni è atlantista, mentre il resto della coalizione non lo è altrettanto. Poi ci sono differenze sulle tasse e sulla giustizia. Se si fa un governo di coalizione si tratta, ma se Meloni non vuole trattare rischia di andare a sbattere. La Dc trattava con gli alleati anche quando aveva il 40 per cento».

I criteri però erano chiari: autorevolezza, competenza, alto profilo. Invece ci si stava incagliando sul ministero di Licia Ronzulli.

«Non vedo molti che spiccano sul livello della Ronzulli. Anzi, vedo che chi spicca non può entrare, come Vittorio Sgarbi che poteva essere un ottimo ministro, forse l’unico conosciuto in Europa».

Ha informazioni su chi ha fatto uscire gli audio di Berlusconi su Zelensky?

«Credo che non si saprà mai. Forse qualcuno a cui Berlusconi ha fatto qualche sgarbo».

Non sarà stato lui stesso?

«Questo non credo. Sicuramente metteva in conto che, parlando a 50 persone, quelle parole potevano uscire. Lo stesso dicasi per il foglio con gli appunti sulla Meloni. Berlusconi può essere tutto, ma è difficile che abbia paura delle sue opinioni».

Certo che no. Sta di fatto che l’alleanza, e vedremo il governo, è sottoposta a uno stress test bipolare: un giorno il Cavaliere è filoputiniano un altro è euroatlantico?

«Non c’è dubbio. E con questi contraccolpi bisogna affrontare la più grave crisi economica dal dopoguerra. Capisce perché non sono ottimista?».

Berlusconi non si rassegna a vedere un altro, anzi, un’altra a Palazzo Chigi?

«Non credo lo disturbi la Meloni premier. Credo sia convinto che oggi in Italia non esista una destra non berlusconiana. E lo penso anch’io».

Non gli elettori, però.

«Ogni elettore pensa con la testa sua e vota per la sua opinione. Qui parliamo sempre di numeri modesti, nessuno ha il 40 per cento del 90 per cento degli elettori come aveva la Dc. Il Pci da solo prendeva 13 milioni di voti».

Tuttavia, rispetto alle elezioni degli ultimi anni, a cominciare da quelle del 2013 quando centrodestra, centrosinistra e 5 stelle pareggiarono, stavolta c’è una maggioranza chiara.

«Però con meno voti di quelli che prese ognuno di quegli schieramenti. Quello che io non capisco è cosa vuole esattamente Meloni. Nel 1994 Berlusconi voleva smantellare il cattocomunismo e favorire la rivoluzione liberale. Così superò Achille Occhetto che rappresentava la conservazione. Oggi non mi pare sia così. Meloni è stata scelta perché è rimasta all’opposizione tanti anni, ma Draghi non è la conservazione. Infine, Liz Truss non è Margaret Thatcher e la nuova destra europea non si vede. Meloni dovrebbe far tesoro del caso Truss».

Di fronte alle turbolenze Meloni ha fatto bene a tirare dritto?

«E che doveva fare? È stata molto prudente all’inizio, poi si è un po’ irrigidita, sbagliando».

Quando?

«Nell’elezione dei presidenti delle camere. Capisco l’intenzione di volersi dimostrare forti, ma lasciando una presidenza all’opposizione avrebbe mandato un segnale di distensione. Ha compiuto un doppio gesto di sfida scegliendo Ignazio La Russa, il più simpatico dei fascisti, e Lorenzo Fontana, un clericale sconosciuto. Inoltre, non è che l’alternativa alla Ronzulli fosse Winston Churchill. I compromessi si fanno».

La sua forza non è proprio il rifiuto di compromessi?

«Sul piano dell’immagine sì. A volte ha dei riflessi un po’ fascisti. Uso questa parola perché so che non si offendono come non mi offendo io quando mi dicono comunista».

La riforma della giustizia è più facile con Carlo Nordio o con Maria Elisabetta Casellati?

«Dal punto di vista della persona credo con Nordio. Sul piano della politica con la Casellati, perché Forza Italia è l’unico partito garantista che c’è in Italia».

Si è appena fatta la riforma Cartabia, la giustizia è una priorità di questo momento?

«È evidente che la priorità è frenare la povertà e impedire una recessione travolgente, perché la recessione ci sarà comunque. La riforma della giustizia non è un’emergenza, ma è la più importante e urgente riforma dello Stato perché in questi anni la magistratura ha assunto un potere non democratico devastante».

Che voto darebbe alla squadra di governo, stando ai nomi che si conoscono?

«Darei un cinque. Ripeto, non ho capito il no alla Ronzulli e a Sgarbi. Molti dei ministri che sono stati indicati sono persone non note e quindi somiglia un po’ a un governo 5 stelle».

Parliamo della sinistra: c’è ancora in Italia?

«In tutta Europa le maggioranze tra destra e sinistra si giocano su 2 o 3 milioni di voti. In Italia la crisi della sinistra è molto grave a causa dell’irruzione dei 5 stelle, un movimento qualunquista che non c’entra con la sinistra, ma che le ha rubato casa».

Il sorpasso sul Pd è imminente?

«Può darsi che lo sia nei sondaggi, ma a mio avviso il M5s è destinato a morire. Oltre ai voti del reddito di cittadinanza non ha nient’altro».

A sinistra la via maestra per affrontare la povertà è l’assistenzialismo?

«No, il lavoro e il welfare. Fra assistenzialismo e diritti sociali c’è un abisso».

Qual è il suo giudizio sulla segreteria di Enrico Letta?

«In campagna elettorale è stato molto debole. Da democristiano non ha capito che stava guidando un partito di sinistra. La sua sola proposta di sinistra, la cosiddetta patrimonialetta, una tassa sui redditi sopra i 5 milioni per favorire iniziative in favore dei giovani, l’ha subito ritirata. Dopo la sconfitta, invece l’ho visto più sicuro. Credo che il Pd debba ricordarsi di essere un partito socialdemocratico».

Il momento di maggior sincerità è stata un’ammissione d’impotenza quando Letta ha detto: «Non siamo riusciti a connetterci con chi non ce la fa»?

«Non è stata un’ammissione d’impotenza. Nel numero dei voti raccolti il Pd non ha subito un tracollo, anzi. Ha perso ben prima, quando ha deciso di non essere più un partito socialista, ma dopo la fine della Dc ha cercato di legittimarsi rappresentando la borghesia. Non funziona. Può funzionare nella raccolta del potere, ma non per un partito politico che ha all’origine un’idea socialista».

Quanto tempo ci vorrà perché ristabilisca quella connessione?

«Il non essere al governo lo aiuterà molto, il caso Meloni insegna. Aiuta tutti i partiti, in particolare aiuterà un partito di sinistra».

Che mesi ci aspettano?

«Di guerra, in senso reale e metaforico. Per il momento non riesco a vedere luci».

 

La Verità, 22 ottobre 2022