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Giambruno resta a Mediaset ma lascia il video

Fine delle conduzioni. L’ex compagno del premier lascia il video del Diario del giorno e torna dietro le quinte, nel ruolo di coordinatore dello stesso programma. Lo si legge nella nota diffusa da Mediaset in serata. «Andrea Giambruno, dispiaciuto per l’imbarazzo ed il disagio creato con il suo comportamento, ha concordato con l’azienda di lasciare la conduzione in video del programma Diario del giorno, di cui continuerà a curare il coordinamento redazionale». È la soluzione più logica e plausibile alla quale si è arrivati al termine di una convulsa giornata di riunioni e verifiche. Nel comunicato è rilevante la sottolineatura del dispiacere per l’imbarazzo e il disagio creato all’azienda. Un’ammissione che verosimilmente eviterà al giornalista procedimenti disciplinari.

Non era facile trovare la quadratura del cerchio. Giambruno dietro le quinte è l’uovo di Colombo trovato dal direttore dell’Informazione Mediaset Mauro Crippa e da Andrea Pucci, responsabile dell’agenzia NewsMediaset, che per tutto il giorno hanno vagliato le varie ipotesi in campo. La soluzione che ha decongestionato il clima in azienda e anche, in qualche modo, il rapporto con il mondo della politica. È la decisione che rasserena un po’ tutti.

Da qualsiasi parte la si prendesse, le probabilità di rimanere scottati erano elevatissime. Lungi dal raffreddarsi, col passare dei giorni, la patata restava bollente. Giorgia Meloni era riuscita a voltare rapidamente pagina – fatto salvo che il suo ex compagno è il padre di sua figlia – rientrando nei panni del suo ruolo istituzionale. Si leggerà sul prossimo numero di Chi la versione di Giorgia, perché ha detto «addio a Giambruno». A Mediaset, invece, ci si trovava in mezzo al guado. Ieri mattina il conduttore del Diario del giorno che, d’accordo con la direzione di testata, si era autosospeso fino a venerdì, si era presentato a Cologno monzese per discutere la sua posizione. Archiviata la relazione con il premier, Giambruno voleva proteggere profilo professionale e rapporto con Mediaset. Possibilmente tornando a condurre il programma su Rete 4 già da lunedì. Si profilava un braccio di ferro imbarazzante per tutti. Anche perché il giornalista sembrava deciso a tenere il punto.

Ci si trovava davanti a un crocevia con parecchie strade. Il licenziamento da Mediaset, la più drastica e la meno probabile delle ipotesi. Il ritorno alla conduzione di un telegiornale, Studio aperto o Tg4, mansione che ricopriva fino a un anno fa. La scelta di restare dietro le quinte, al desk di un tg. La ripresa della conduzione del Diario del giorno. Infine, la quinta possibilità, forse la più vicina, togliersi dal video e continuare a lavorare al programma, dal coordinamento redazionale.

La strada meno probabile era il licenziamento. Ma bisognava vedere che piega avrebbero preso le diverse verifiche aperte dagli organismi professionali a carico di Giambruno. Sulla vicenda devono pronunciarsi il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e il relativo Consiglio di disciplina territoriale che valuterà eventuali sanzioni disciplinari. E deve esprimere una valutazione anche la Commissione pari opportunità della Fnsi che sarà mandata al presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi. Ecco perché, all’opposto del licenziamento risultava poco praticabile anche il ritorno alla conduzione del programma, quasi come se nulla fosse accaduto.

Anche perché, con buona pace delle narrazioni del giornalone unico nazionale che tifano per il naufragio del governo, i vertici di Mediaset non avevano alcuna intenzione d’inasprire il rapporto con Giorgia Meloni. Non era in atto nessuna resa dei conti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia tramite i fuori onda di Striscia la notizia. In un momento di complessa gestione del post Silvio Berlusconi Forza Italia non è certo interessata ad acuire i contrasti. Dovesse cadere il governo per un’azione di disturbo attribuibile al partito retto da Antonio Tajani, quando mai e alleato di chi potrebbe rientrarci? Le elezioni europee si avvicinano a grandi passi e nella maggioranza tutto sembra convergere a rinsaldare l’alleanza.

Qualche giorno fa Antonio Ricci aveva rivendicato piena e totale autonomia sui fuori onda. «La cosa che mi ha più stupito è che per il 90% dei giornali sembra impossibile che possa esistere qualcuno che prende iniziative di testa sua e non sia un mero ventriloquo», è sbottato per smontare le troppe «ricostruzioni mirabolanti».

Tornando a Giambruno, un trattamento non punitivo nei suoi confronti sarà visto come un segnale di distensione anche a Palazzo Chigi. Il suo ritorno alla conduzione sarebbe stato impossibile da gestire. Ogni sua smorfia sarebbe stata monitorata dai cellulari di colleghi e colleghe e dalle telecamere in bassa frequenza del circuito interno di Cologno. A precisa domanda se auspicasse questa soluzione «l’imperatore dei rompicoglioni» (copyright Fedele Confalonieri), aveva risposto: «Certamente». Stando a ciò che aveva fatto trapelare e contrariamente a quanto paventato da molti retroscenisti, «il frigo» è vuoto e solo così avrebbe potuto tornare a riempirsi. Invece…

 

La Verità, 25 ottobre 2023

Ricci: «Su Giambruno ricostruzioni mirabolanti»

Sto bene, sto molto bene, faccio il mio lavoro come sempre». A margine del vertice sulla pace in corso al Cairo, Giorgia Meloni risponde telegrafica a chi vuol sapere quanto le sia costato un viaggio diplomatico tanto impegnativo all’indomani della separazione da Andrea Giambruno. La questione è archiviata e il premier rientra interamente nel suo ruolo istituzionale: «Non so cosa non sia chiaro del fatto che non voglio più parlare di questo», ha tagliato corto. Nel post con cui ha annunciato la fine della sua relazione con il compagno «non c’è una parte politica». Insomma, storia chiusa e fine delle dietrologie.

Il giorno dopo il ciclone che ha scosso i palazzi della politica innescando la solidarietà al Capo del governo dei leader di tutti i partiti con la sola eccezione di Elly Schlein, il caso partito dai fuorionda di Striscia la notizia si raffredda e rientra nelle interpretazioni più realistiche. Nella missione di abbattere il governo delle destre di cui si sono auto investite le grandi firme del giornalone unico nazionale anche l’arma della vita privata può tornare utile. Purtroppo però non è in corso nessuna guerra tra Mediaset e Giorgia Meloni. Non c’è alcun pizzino inviato al premier per la decisione di tassare gli extraprofitti delle banche partecipate da Fininvest. Insomma, non esiste alcuna volontà di Marina e Pier Silvio Berlusconi d’indebolire il governo in carica. Retroscenisti e tessitori di fantasiose ricostruzioni se ne facciano una ragione.

«Non sapevo nulla di Striscia, altrimenti te l’avrei detto», ha confessato Berlusconi jr. a Meloni venerdì sera durante una conversazione telefonica definita «cordiale» e «di vicinanza». È tutta opera dell’incontrollabile Antonio Ricci. Il quale, ribattezzato per l’occasione «re dei rompicoglioni, anzi, imperatore dei rompicoglioni» da Fedele Confalonieri, ha provveduto a gettare definitivamente nello sconforto i tifosi della via gossippara alla crisi istituzionale. «Del caso “fuorionda” ho letto ricostruzioni mirabolanti, complottarde, a volte incredibili, ma tutte divertenti», ha premesso il padre del tg satirico di Canale 5 prima di fornire la sua versione «naturalmente senza nessuna pretesa di esser creduto, ci mancherebbe, ma solo per dare un contributo al dibattito», ha gigioneggiato. L’inventore di Striscia ha spiegato di aver letto un’intervista su Chi a Giambruno (quella in cui l’ex compagno adombrava la possibilità che lui e Giorgia si fossero già sposati in segreto) che corrispondeva a una sorta di «beatificazione». Così ha «pensato subito di utilizzare l’antidoto. Da una fortunosa pesca estiva avevo due fuorionda del giornalista in frigo». Ecco spiegato anche l’uso differito dei filmati in cui Giambruno parla dell’incidente di Casal Palocco e, sistemandosi la patta, fa avance volgari e sessiste a una collega del Diario del giorno. La beatificazione ha fatto da stura al dissacratore Ricci. Distanziato di quasi dieci punti di share da Affari tuoi di Amadeus il tg satirico del Biscione non primeggia negli ascolti e le gravi intemperanze del partner del premier potevano tonificarli. Così il padre di Striscia ha attinto alla miniera delle registrazioni in bassa frequenza o dai video girati col telefonino da qualcuno che non simpatizzava per lo strafottente Giambruno. Probabilmente ne aveva altri a disposizione, forse ancor più imbarazzanti: «Un giorno Giorgia Meloni scoprirà che le ho fatto un piacere», aveva buttato lì venerdì Ricci.

Quella dei fuorionda è una tecnica già adottata in passato colpendo, solo per citare i casi più memorabili, l’Emilio Fede arruffone alla direzione del Tg4, il Flavio Insinna furioso di Affari tuoi e lo stesso Silvio Berlusconi, protagonista involontario della serie del Cavaliere mascarato. Stavolta il caso Giambruno non ha smosso la colonnina dell’Auditel, lasciando lo share attorno al 15% (3 milioni di telespettatori circa). In compenso, Striscia la notizia e il suo fondatore hanno riconquistato visibilità mediatica globale, approdando sulle maggiori testate digitali e cartacee del pianeta. «La cosa che mi ha più stupito di tutto il dibattito», ha concluso, sardonico, Ricci, «è che per il 90% dei giornali sembra impossibile che possa esistere qualcuno che prende iniziative di testa sua e non sia un mero ventriloquo».

Dal canto suo, lungi dall’uscire indebolita dalla vicenda, Meloni continua a raccogliere la solidarietà di esponenti politici di schieramenti diversi come l’ex ministro delle Pari opportunità Elena Bonetti confluita in Azione: «Ha fatto chiarezza e dichiarato di voler tutelare la vita privata propria e di sua figlia, un gesto di dignità e una richiesta di riservatezza della sfera privata rispetto a cui tutti dovremmo attenerci»; e la sua collega di partito ed ex ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini: «Nella situazione di Meloni si possono riconoscere molte altre donne, le separazioni sono sempre passaggi dolorosi. E l’operato del Presidente del Consiglio lo si valuta da ciò che fa o meno per l’Italia, non dalla sua vita privata».

 

La Verità, 22 ottobre 2023

«Pier Silvio vuole riuscire dove Silvio non ha potuto»

Saggista, massmediologo, direttore di reti tv del servizio pubblico in Italia e in Francia, Carlo Freccero è l’uomo che ha realizzato la televisione di Silvio Berlusconi, il patriarca che non c’è più.

Che cosa pensa della nuova Mediaset nella prima stagione senza il fondatore e con il governo di destra? Che cosa pensa delle mutazioni introdotte dal figlio Pier Silvio, amministratore delegato dell’azienda?

«Premetto che la mia analisi è esclusivamente tecnica, da autore televisivo. Ben, c’è una tv prima della scomparsa del re Silvio è una tv dell’erede, Pier Silvio, che persegue un obiettivo: fare un network europeo di tv generaliste. Nel mondo non esiste un corrispettivo, ma è l’unica strada per reggere alla concorrenza delle piattaforme».

È una sfida possibile? C’è questo spazio per le tv generaliste?

«Se questo spazio non ci fosse, la tv generalista si sarebbe già estinta con l’avvento del digitale. Non solo la generalista è sopravvissuta, ma periodicamente, conosce momenti di ripresa come durante il lockdown per il Covid. L’Italia è un Paese in corso di impoverimento e di invecchiamento. E per un anziano è quasi un incubo la gestione della vita quotidiana, sottoposta alla cosiddetta semplificazione. Il rapporto con la banca, le bollette, il fisco, i pagamenti si svolgono oramai solo tramite il digitale. I cittadini meno aggiornati in casa vogliono staccare la spina, vogliono accendere la tv schiacciando un bottone. In Europa c’è una grande riserva di anziani che ha la tv generalista come medium di riferimento».

Quindi, quale può essere la strategia editoriale?

«La questione è controversa. L’editore vuole cancellare il trash, ma si osserva che, in realtà, lo si sostituisce con altro trash. A questo punto sorge l’esigenza di dare una definizione esatta di trash e la cosa si fa complicata. Io vedo tutto in modo più semplice».

Cioè?

«Se vuole affermare il suo modello di televisione, Pier Silvio deve renderlo esportabile. Vuole avere il passaporto in regola, soprattutto in Francia, ancora oggi il Paese più schierato in difesa della propria identità culturale».

L’esempio della Francia e del passaporto fa capire che la svolta di Mediaset non è solo in vista di un lasciapassare geografico, europeista, ma anche di una legittimazione culturale. Eliminare il trash vuol dire allinearsi al verbo politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è l’esperanto ideologico di questa Europa».

Torniamo alla definizione dell’oggetto: cos’è il trash, la tv spazzatura?

«La parola trash non designa qualcosa di deleterio. Il trash viene spesso scambiato con il kitsch, che è la degenerazione di modelli culturali alti tradotti in una versione volgare. Il trash è volgare tout court, anche senza bisogno di presupporre modelli alti. Ma volgare vuol dire popolare e il trash rappresenta anche la materia del pop».

E oggi cos’è trash?

«All’epoca della prima tv commerciale veniva identificato con l’arcitaliano, ma derivava comunque da modelli culturali popolari consolidati come il varietà e la commedia stracult degli anni Ottanta e Novanta. La morte delle grandi star tv ha chiuso un’epoca. Oggi il trash ha cambiato segno perché sono cambiati i programmi, sostituiti da format come reality e talent. In questi format il trash è il gossip: la tv si è corrotta nell’incrocio con i social media. Il trash è il selfie della casalinga di Voghera che diventa visibile. Non è un caso che Pier Silvio abbia iniziato l’epurazione degli influencer. I quali se ne sono lamentati. Ricordiamo che il gossip è autoreferenziale e, come tale, necessariamente provincialesco, di cattivo gusto».

Questa metamorfosi sta funzionando?

«I personaggi del Grande fratello non riescono a superare la dimensione del gossip per passare a uno storytelling che darebbe senso e seguito al programma».

Non è un passaggio semplice: il trash è più di impatto dello storytelling. È possibile che chi guarda il Grande fratello ne disprezzi gli eccessi, ma alla fine è ciò che vuole vedere, magari per sentirsi migliore.

«Non sono d’accordo che il trash sia più impattante: lo storytelling fidelizza, il trash no. Il trash si fa storytelling nel gossip, nelle storie dei vip, Belen e Stefano De Martino, Ilary Blasi, Francesco Totti e Noemi, Fabrizio Corona e Nina Moric. Invece, il pubblico del reality è attualmente quello che, sentendosi socialmente inferiore, gioisce a vedere qualcuno più maleducato, incapace e sfigato di lui. Lo sfigato vuole vedere altri prototipi di sfigati. Ma proprio questo conferma che l’intento dell’editore è selezionare un pubblico migliore».

Quindi come dovrebbe essere declinato il reality?

«Mi sembra che Pier Silvio abbia in testa un prototipo vincente, cioè Maria De Filippi. E voglia tradurre la sua tv in questa chiave. Prendiamo C’è posta per te, la parte che si svolge in studio è un reality nel senso letterale del termine perché è una realtà che si forma di fronte alla telecamera. Ma a differenza di altri reality come il Gieffe, che oggi è inconsistente perché i personaggi hanno poco da raccontare e quindi non fidelizzano il pubblico, De Filippi crea un impatto narrativo con una drammaturgia da feuilleton, che garantisce la partecipazione emotiva del pubblico. Lei lavora su dei topos (formule ndr) antichissimi. In particolare il tradimento del legame familiare. La miseria e la sopravvivenza, l’abbandono e il tradimento, la passione in conflitto con l’amore materno. È tutta una “matarazzata”, dai film di Raffaello Matarazzo».

Perché questo tipo di racconto è efficace?

«Perché desta stupore che esista ancora nel presente una società così arcaica, dove si soffre, si tradisce, si ama e non si fanno i selfie. Il Gieffe è un selfie collettivo, che scivola sulla superficie dell’immagine, ma non riesce a costruire storie. Gli ospiti della De Filippi sono del secolo scorso e ispirano anche la fiction di Mediaset».

Non sarà che il Grande fratello è un format datato?

«Purtroppo il Gieffe nasce come format psicologico. A questo proposito se dovessi scegliere un commentatore, chiamerei uno psicologo televisivo, un Paolo Crepet con i suoi maglioni colorati. Il Gieffe è nato come format psicologico in una fase in cui la psicologia era solamente individuale. Oggi la psicologia è soprattutto sociale e il controllo è ben superiore a quello immaginato da George Orwell».

Quindi per rifondare la linea editoriale basta eliminare gli influencer e assumere giornalisti prestigiosi? «Non basta sostituire gli influencer con i giornalisti affermati per rendere il programma più autorevole. Le prestigiose Cesara Buonamici e Myrta Merlino sono fuori contesto. In più, mi spiace dirlo, mancano di quella vocazione nazional popolare che fa scattare nei programmi generalisti l’identificazione del pubblico. Abbiamo detto all’inizio che la tv generalista commerciale ha un target medio/basso, la donna tatuata. Qualcosa di simile avviene con Nicola Porro che è sicuramente un eccellente conduttore turboliberista, ma stenta a imporsi perché differisce antropologicamente dal suo target».

Parlando di storytelling e giornalisti, cosa pensa di Giampiero Mughini concorrente del Grande fratello?

«È un aggiornamento al format, non più una bolla spazio temporale, ma un microcosmo connesso con il mondo che gli altri concorrenti non sono abituati a frequentare. È come portare i libri nell’isola dei naufraghi. Dopo il marciatore che si allena, lo scrittore senza pc. Manca solo il politico trombato».

Perché Bianca Berlinguer è sempre attaccata dalla critica e dal giornalismo benpensante?

«Bianca ha declinato il talk in una chiave che a Mediaset funziona meglio che a Rai 3. Berlinguer ha sempre utilizzato in alternativa alla predica una chiave leggera che le permette di trasformare la politica da informazione a infotainment. Però il suo infotainment non è mai Vanity Fair, ma attraverso il dialogo confidenziale con l’ospite ne esalta il tratto umano inedito. In un certo senso, è come se fosse un po’ stanca del carico ideologico portato dal suo cognome e preferisca far emergere piccole verità più che verità assolute. Come dimostrano i dialoghi con i due opposti. Mauro Corona è il vergine che rappresenta lo straniamento. Alessandro Orsini il professorone che rappresenta l’eretico, odiato dal mainstream. Proprio per questo le parti che funzionano meno sono quelle più tradizionali».

Facciamo una previsione: l’erede vincerà la scommessa? Ce la farà, mentre la Rai si sposta a destra, a riequilibrare Mediaset a sinistra arruolando Berlinguer, Merlino e Littizzetto?

«I due figli del primo matrimonio Marina e Pier Silvio hanno sempre anteposto l’azienda alla politica. Credo che a loro non interessi altro che il futuro di Mediaset. Che, per espandersi, deve esprimersi politicamente con la maggioranza europea. Vedremo se l’erede Pier Silvio riuscirà là dove il patriarca non è riuscito, cioè creare una tv europea, perché è entrato in politica».

Infine, non posso non chiederle il suo pensiero sullo spot di Esselunga.

«Le storie che racconta la pubblicità sono finalizzate al consumo. Infatti gli interpreti sono sempre sovratono e la finzione è manifesta. I dialoghi sono sempre perentori e impositivi rispetto al prodotto. Invece lo spot Esselunga è girato come un film e ha un linguaggio cinematografico anziché pubblicitario. Qui il prodotto è una pesca, che dà nome al film e compare al centro della scena sul binario che la trasporta alla cassa. È la protagonista del film. È un oggetto intriso di emotività. In quanto al fatto che, secondo i critici, un Presidente del Consiglio non debba cedere alla ricerca dell’empatia, mi risulta che i coach allenino i politici a mostrarsi umani. Basta ricordare l’algido Mario Monti che si presentava in televisione con un cagnolino in braccio. La verità è un’altra. In un’epoca in cui si procede col pilota automatico delle varie agende internazionali, la politica non esiste più. Una volta c’erano i programmi dei partiti, oggi si deve seguire un copione scritto altrove e le critiche al potere si spostano dal politico al privato che, invece, non c’entra per nulla. Non a caso, il mainstream non critica Giorgia Meloni perché porta avanti l’agenda Draghi, ma perché preferisce la famiglia alla liquidità woke».

 

La Verità, 30 settembre 2023

Un reality dei migliori per guarirli dalla «melonite»

A un certo punto, nel bel mezzo di una stagione intrisa di patologie incontrollate – dall’invasione dei migranti all’inflazione, dall’innalzamento ritmato del tasso sul costo del denaro ai blocchi del traffico orditi da Ultima generazione – una strana sindrome prese a diffondersi negli interstizi delle centrali del potere. Colpiva per contagio, attraverso la confermazione reciproca che si espandeva con la frequentazione del medesimo circuito mediatico. Gli stessi talk show, gli stessi editoriali, gli stessi siti d’informazione. Un gioco al rimbalzo che propagava il virus della melonite senza che chi lo contraeva se ne avvedesse, tanto era una patologia condivisa e aggravata dalla sicurezza di essere nel giusto. Sì perché essa attecchiva più facilmente sul terreno arato dal complesso di superiorità. All’inizio si era manifestata come un malessere a bassa intensità, un nervosismo serpeggiante del quale non si riuscivano a individuare le cause né a circoscrivere le fasce a rischio. Poi, a un anno dalle elezioni che avevano consegnato il Paese alle destre, pian piano la nebbia si era diradata. La melonite era la malattia delle élite. Il morbo dell’establishment. Una patologia ossessiva che colpiva le classi dei migliori, lasciando immuni gli strati umili.

Dopo decenni di controllo del potere, improvvisamente, si era andati a votare e Giorgia Meloni aveva inusitatamente vinto. Il maggior partito della sinistra, abituato a governare per diritto divino senza bisogno di primeggiare, aveva accusato il colpo e, pur con i suoi tempi, aveva sostituito il grigio segretario figlio della tecnocrazia post-democristiana, con una giovane militante cresciuta tra la Svizzera e i centri sociali, molto sensibile all’armonia dei colori.

Nel Paese occidentale dove, secondo alcuni autorevoli studi, gli operatori della comunicazione erano spostati più a sinistra rispetto all’orientamento dell’opinione pubblica, sembrava di vivere in una sorta di distopia. Fu così che la melonite prese a ramificare nelle sue diverse varianti. La variante Bilderberg, per esempio, aveva colpito la conduttrice del talk show più seguito nei salotti cool. Allorquando pronunciava il cognome del premier come in un rap compulsivo – allora la Meloni, intanto la Meloni, adesso la Meloni – l’inflessibile anchorwoman con un passato da europarlamentare ulivista, non riusciva a trattenere l’arricciamento del labbro superiore in una smorfia di ribrezzo che sembrava un tic nervoso. Era lo stadio più acuto. Pur avendo teorizzato la necessità di dare maggior potere alle donne per contrastare la politica del testosterone, ora che, per la prima volta, si era affacciato un premier donna, il talk della giornalista di sangue tedesco era divenuto il focolaio del contagio. Che, con l’abitudine a intervistarsi tra loro, si espanse rapidamente tra i conduttori della rete.

La variante livida aveva intaccato l’espressione facciale del direttore del giornale della più influente famiglia imprenditoriale il cui cognome identificava il capitalismo italiano per eccellenza. Ciò nonostante, sul quotidiano di sua proprietà si esibivano le firme più antagoniste e radicali del villaggio. Nel caso del megadirettore, un habitué del focolaio, la melonite si manifestava con un impercettibile digrignar dentale che alla lunga gli stampava in volto una piega di tristezza sabauda. Quando poi era costretto a pubblicare sondaggi che certificavano la popolarità del premier, lo stridore dei denti diventava ancora più fastidioso.

La variante più goliardica, insidiosa e paragura si esprimeva invece nella narrazione di uno dei siti più consultati dal bel mondo. Il suo era un caso da manuale perché proprio l’avvento del nuovo premier aveva determinato la svolta nelle cadenze del portale. Prima irriverente ai diktat della gente che piace, si era convertito al verbo quirinalizio, istituzionalizzandosi. Al mefistofelico fondatore del sito, ogni tre post ne partiva uno contro il premier e il suo cerchio tragico di cui prospettava l’imminente autodafé, l’isolamento interno e l’emarginazione internazionale. Fino ad attribuire al primo ministro certe crisi di panico e il ricorso a psicofarmaci.

Infine, l’ultima variante era quella nera. Una vecchia storia che affiorava limacciosa, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E colpiva alcune firme del giornalismo militante annidato nell’altro giornale di proprietà della solita famiglia di grandi imprenditori. A riassumerle tutte, quasi un prontuario sanitario vivente, c’era la variante iconografica che aveva infettato irreparabilmente un fotografo dal glorioso passato. Com’era nella sua estetica, egli non risparmiava sfumature e si abbandonava a insulti e sputacchi per esternare il disprezzo contundente. Rabbia, visceralità, saccenza, snobismo: gli ingredienti c’erano tutti. Ma i suoi toni erano talmente accaniti che pochi lo consideravano davvero mentre lui seguitava a invecchiare peggio.

L’espandersi del virus però qualche effetto l’aveva prodotto anche sul premier, a sua volta affetto dalla sindrome di accerchiamento. Così, anziché contornarsi di consiglieri competenti e collaboratori autorevoli, si era colpevolmente trincerato con poche persone fidate, principalmente famigliari.

Svelata anche dal sorprendente successo del pamphlet di un generale dei paracadutisti sfuggito alle maglie dell’editoria di regime, le conseguenze della distopia finivano per cristallizzarsi. Da una parte i migliori, colpiti dal virus. Dall’altra il premier, sempre più propenso ai compromessi per non inciampare sui poteri forti a ogni disegno di legge e arroccato con il clan, collezionista di gaffe. Sembrava una situazione irreparabile. Nessuno aveva un’idea. Nessuno coltivava lo straccio di un vaccino.

Finché un giorno accadde un fatterello all’apparenza marginale. Si sa com’è, a volte l’ispirazione viene da un episodio minore. Un giornalista e scrittore che viveva a Roma in una confortevole abitazione foderata di libri e opere d’arte, un intellettuale abituato a vagliare gli argomenti uno a uno, decideva di abbandonare i propri agi e di recludersi nella casa di un famoso reality show. Senza giornali e telefonino quanto sarebbe resistito? Chissà. Così a un grande produttore televisivo venne l’idea. Perché non proporre alle persone affette dalla melonite un periodo di detox? Sì, un reality show dei migliori. Più che un vaccino, il reality poteva essere la terapia della realtà parallela, la bolla nella quale gli ammalati erano immersi. L’idea divenne virale. Il produttore era sicuro e depositò il progetto. Male che andasse, sarebbe stato un interessante esperimento sociale, dai promettenti risvolti comici. Messe a punto tutte le precauzioni, dotata la casa di ogni comfort, si erano rotti gli indugi. Pur scettici e riluttanti, i colpiti dal morbo avevano accettato di entrare nella bella residenza dove sfogare tra loro le accuse contro il nemico. Allo scopo di disintossicarsi, avevano rinunciato a giornali, tv, siti, wifi e a tutte le tecnologie indispensabili per dettare la linea. Non era stata una passeggiata, tutt’altro. Il complesso di superiorità era duro a morire. Gli inquilini avevano dovuto superare pericolose ricadute e crisi di astinenza. Fu trovata anche qualche monografia giornalistica antipremier fatta entrare di soppiatto nella casa. Ma, alla fine, ce l’avevano fatta ed erano tornati rigenerati e ringiovaniti alla loro vita e alle loro professioni. Il sistema dell’informazione ne aveva guadagnato in equilibrio e capacità di valutare l’operato della politica senza pregiudizi. Il clima di tutto il villaggio aveva acquistato in serenità. E anche il premier si era tranquillizzato. Ora non aveva più alibi per rinviare la realizzazione del suo programma di governo. Nel Belpaese era iniziata una nuova èra. Certo, non che fosse tutto perfetto. Alcuni problemi persistevano sul fronte internazionale. Soprattutto a causa del comportamento dei poteri continentali e degli Stati fratelli, ingerenti in campo economico e invece latitanti quando si trattava di condividere le crisi sovranazionali. Ma i più ottimisti erano convinti che, ben presto, qualcuno avrebbe cominciato a mettere la testa anche su questo…

 

La Verità, 26 settembre 2023

«L’attualità ce la racconta l’establishment»

Buongiorno Peter Gomez, da vicedirettore a condirettore del Fatto quotidiano che cosa cambia?

«Resto direttore del sito e del mensile Millennium. Qui a Roma lavorerò all’integrazione tra giornale cartaceo e online. Le edicole chiudono e sempre più copie sono vendute in forma digitale».

Le edicole chiudono e i lettori calano?

«Quelli del Fatto quotidiano di Marco Travaglio stanno aumentando. Crescono le copie digitali e degli abbonamenti cartacei, oltre 50.000 in totale».

Da Milano a Roma, una bella sterzata…

«Mia figlia i miei affetti sono a Milano e quando le cose si sistemeranno spero di poterci rimanere di più. Ho sempre rifuggito Roma, che mi piace molto, ma è la città del potere. E ai giornalisti non fa bene star troppo vicino al potere, anche se per raccontarlo è necessario».

Altre novità professionali?

«Da lunedì sarò ospite due volte la settimana di Giù la maschera, il nuovo programma di Marcello Foa su Radio Uno».

Si era parlato di lei su Rai 3 al posto di Bianca Berlinguer.

«L’ho letto anch’io sui giornali, ma non c’è mai stato niente di concreto. A un certo punto Repubblica ha scritto che Giuseppe Conte voleva impormi per una sorta di ricatto. Qualche volta Conte l’ho intervistato, ma ci avrò parlato sei o sette volte in tutto. Poi il Corriere della Sera ha scritto che la mia partecipazione al programma di Foa è in quota 5 stelle».

Invece?

«Anche se la pensiamo diversamente su diverse cose, io e Foa siamo stati colleghi al Giornale di Indro Montanelli e trovo che in passato Marcello sia stato attaccato in modo ignobile. Quando mi ha proposto di collaborare a un programma pluralista e di qualità ho accettato di buon grado. L’unica cosa vera in questi anni è che, ai tempi del governo gialloverde, ho rifiutato la direzione del Tg1 per coerenza con il fatto che ho sempre scritto “fuori i partiti dalla Rai”».

È vero che potrebbe comunque approdare in Rai con La confessione?

«Purtroppo no. Sul Nove, dove il programma continuerà, ho sempre avuto libertà assoluta. Se arrivasse un’offerta la prenderei in considerazione perché la Rai è la Rai».

Perché al Tg1 no e un programma sì?

«Se il programma non funziona ti chiudono. Con la riforma voluta da Renzi la Rai è nelle mani del governo e la politica tormenta i direttori dei tg più di prima».

Come valuta gli abbandoni di alcuni professionisti all’arrivo della nuova dirigenza?

«Non ci sono epurati, ma persone che sono andate a guadagnare di più e con l’idea di sentirsi più libere. Fabio Fazio non è andato al Nove quando è arrivata la nuova dirigenza, è stato il cda di Carlo Fuortes a non aver avviato la trattativa per confermarlo».

Se ne sono andati anche Massimo Gramellini e Lucia Annunziata: se si è in dissenso con la nuova linea non è più da schiena dritta restare?

«Secondo me, sì. Però non riesco a biasimare chi pensa che il lavoro sarebbe stato impossibile. Mi ero fatto una cattiva opinione di Lucia Annunziata quando sembrava che si candidasse come europarlamentare del Pd. Ora che l’ha smentito l’ho rivalutata».

Quest’estate si è tornati a parlare della strage di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica.

«Sulla strage di Bologna ha fatto tutto Marcello De Angelis, giurando che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non c’entravano. È troppo comodo smorzare i toni quando scoppia il polverone. Su Ustica ho un atteggiamento diverso rispetto a quando fioccavano le tesi complottiste. Ora mi sembra una grande storia giornalistica, anche se vedo poche novità. Mi pare che i lettori guardino a Ustica come ai cold case italiani, tipo la scomparsa di Emanuela Orlandi o la fine di Simonetta Cesaroni».

I misteri del passato hanno riempito l’assenza di grandi gialli estivi?

«In parte, sì. Noto che i giornali di destra stentano un po’ ora che governa Giorgia Meloni. Varrebbe anche a parti rovesciate, se ci fosse Conte al suo posto. A me sarebbe piaciuto fare questo mestiere quand’era vincente il giornalismo british, ma oggi funzionano le testate di opinione. Non si possono più portare a esempio nemmeno i giornali americani che sono stati embedded durante la guerra in Iraq e non si sono accorti dell’ascesa di Donald Trump».

Di che cosa è sintomo il caso Vannacci?

«Di quanto stiamo dicendo. Premetto: il generale è libero di dire quello che vuole ma, al di là di quello che c’è scritto nei codici, chi è dipendente pubblico ha obblighi maggiori rispetto a chi non lo è. Se esprimi opinioni critiche sui gay, ai cittadini può venire il dubbio che con quella divisa non eserciti il tuo ruolo in modo imparziale. Per lo stesso motivo disapprovo che un magistrato entri in politica o che lo facciano i giornalisti. Prendiamo un fatto di attualità: il problema di Andrea Giambruno è che è il compagno di Giorgia Meloni e chi lo guarda in video può percepirlo come un ventriloquo».

Giorgia Meloni ha risposto a questa obiezione difendendo la libertà di stampa: vale pure per Giambruno, o no?

«Secondo me tutto dipende dal rapporto che si vuole avere con il pubblico. Credo che chi ha un ruolo di arbitro nella convivenza civile abbia un dovere in più. Quando Enrico Letta diventò premier, Gianna Fregonara smise di scrivere sul Corriere, mentre Cinzia Sasso si ritirò quando Giuliano Pisapia divenne sindaco di Milano».

Il pubblico è così ingenuo?

«Se Giambruno non fosse il compagno di Meloni le sue parole non sarebbero state così rilevanti. Per dire, Nunzia De Girolamo è brava ma, più in piccolo, lo stesso conflitto si presenterà anche per lei, ex ministra del governo Berlusconi e moglie del numero due del Pd. Se eviterà di parlarne qualcuno potrà pensare che non vuole litigare col marito».

Tornando a Vannacci, anche noi facciamo come i media americani e sottovalutiamo fenomeni importanti?

«C’è un mondo, non so quanto grande, che la pensa come Vannacci e sta a destra di Fdi e della Lega. Ma alle urne le forze che dovrebbero rappresentarlo di solito non sfondano. Il caso Vannacci è esploso perché Repubblica ne ha scritto osteggiandolo, perché l’autore è un militare e perché il ministro Guido Crosetto lo ha destituito. Non è vero che questa Italia non viene rappresentata, La Verità e Rete 4 lo fanno. La sinistra si limita a condannarla, mentre noi giornalisti dobbiamo anche raccontarla».

Cosa pensa delle forme di protesta di Ultima generazione?

«Sono non violente, imbrattano monumenti o fermano il traffico. Certo, si viola il codice penale e sono azioni fastidiose, ma in democrazia ci sta».

Ha letto i documenti svelati da Fuori dal coro che annunciano un’escalation nei prossimi mesi?

«Se commetteranno reati è giusto che vengano perseguiti. Al momento si tratta di proteste e annunci di un movimento presente, ma non così esteso. Perché non c’è lo stesso allarme per le commemorazioni dell’omicidio Ramelli col saluto romano?».

Non c’è differenza?

«Il blocco stradale è una forma di lotta dall’Ottocento, adesso è un reato come lo è il danneggiamento di monumenti. A me sembra che si guardi più al dito che alla luna. Dovremmo preoccuparci che i ghiacciai e le calotte artiche si stanno sciogliendo. Che l’uso massiccio delle plastiche aumenta l’inquinamento, e il numero e la gravità delle malattie. Dovremmo essere contenti che i nostri figli non si battono più per il comunismo o il fascismo, ma per preservare il pianeta».

Studi di geologi e climatologi smentiscono l’eco-ideologia per la quale la causa di tutti i mali è l’uomo.

«So che ci sono posizioni diverse, ma per me questa è una battaglia ideale che, finché non si commettono reati, non mi sento di condannare. All’epoca del G8 di Genova tutta la destra era contraria ai no global non solo per il modo in cui manifestavano, ma anche per quello che sostenevano. Adesso anche Matteo Salvini riconosce che avevano ragione».

Le piace la famiglia queer di Michela Murgia?

«La mia regola di vita è non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se loro stanno bene e sono felici, mi piace».

La famiglia si crea e si decide autonomamente come si vorrebbe fare con il sesso?

«La famiglia è espressione del tempo in cui si vive. Se fossi un musulmano di 400 anni fa avrei quattro mogli. Sarebbe sbagliato impedirlo se quello stato non ledesse i diritti di qualcuno e non comportasse reati».

Non si tratta di reati, ma di radice dell’essere: gli uomini non vengono al mondo per volontà propria, né come vogliono loro.

«Se cambiare sesso non danneggia qualcuno sono fatti di chi lo fa. Ciascuno ha diritto alla felicità e se la dà la famiglia queer o sentirsi oggi donna e domani uomo a me non cambia nulla».

C’è qualcosa da smascherare nella grande informazione?

«L’informazione serve agli scopi degli editori che, per esempio, guadagnano con le cliniche o con le autostrade. Oppure vogliono avere rapporti mirati con la politica. Così la realtà è raccontata con la lente dell’establishment. Quanti giornali stanno in ginocchio a pregare per rianimare il centro politico quando gli italiani non ne vogliono sapere?».

Quanto è credibile Giuseppe Conte come leader delle classi deboli?

«Secondo me, molto. La credibilità di un leader non dipende dal suo stato sociale, ma dalle sue battaglie e da quello che fa».

Elly Schlein è meno risolutiva di quanto gli elettori dem speravano?

«Temo di sì. I sondaggi danno il Pd sempre al 20% nonostante la campagna favorevole di cui ha goduto».

Cosa pensa delle sue ultime prese di posizione: «l’Italia ha diritto di sapere la verità su Ustica», «porteremo subito in aula una legge contro la propaganda fascista».

«Quando parla di propaganda fascista si rivolge a una parte del suo elettorato. Obiettivamente non vedo questo rischio in Italia. La verità su Ustica vorremmo conoscerla tutti, ma non dipende da lei».

Cosa pensa del decreto Caivano?

«Finora, in Italia la repressione penale non ha mai funzionato. Togliere il telefonino ai minori colpevoli è un provvedimento tecnicamente inattuabile».

E della tassa sugli extraprofitti?

«È giusta. Sbagliato sarebbe tassare chi guadagna grazie alla propria abilità. Chi trae profitto dalla fortuna perché la Bce alza i tassi può dare di più alla comunità. Stando ai grandi giornali, avrebbe dovuto crollare la borsa e salire lo spread, invece…».

Le manca Silvio Berlusconi?

«Da giornalista sì, perché c’era parecchio da scrivere. Da cittadino no, perché ritenevo sbagliato che facesse politica il proprietario di un grande gruppo editoriale».

 

La Verità, 9 settembre 2023

«Vedo troppo draghismo, non solo sulla guerra»

Troppa continuità con l’agenda Draghi e troppa cedevolezza verso l’establishment europeo. Ma soprattutto: troppo allineamento all’America sulla guerra in Ucraina. Così, Gianni Alemanno, già ministro nei governi Berlusconi e sindaco di Roma, ha animato pochi giorni fa a Orvieto la convention del Forum dell’indipendenza italiana alla quale hanno partecipato il filosofo Diego Fusaro, il giurista Ugo Mattei e il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi.

Gianni Alemanno, come si sta giù dal carro del vincitore?

«Non è una situazione comoda, ma si sta bene con la propria coscienza e la propria storia».

Qual è stata la goccia che l’ha fatta scendere?

«La posizione del governo sulla guerra in Ucraina. Ho provato all’inizio del conflitto a collaborare con la Fondazione An per portare in Italia profughi ucraini… Ma poi, con la propaganda di guerra montante non ce l’ho più fatta».

Ritiene che il governo sia troppo allineato alle posizioni dell’Unione europea e degli Stati Uniti?

«Sì, perché questa guerra è contraria al nostro interesse nazionale. In realtà, è contraria anche all’interesse di tutta l’Europa. L’Italia dovrebbe avere un’influenza di pace. Se riuscisse a esprimere un punto di vista diverso potrebbe mobilitare certe sensibilità della Francia e della Germania ponendo le premesse per una posizione critica dell’Europa che conta».

La storia insegna che i discostamenti dall’Alleanza atlantica vanno dosati e spesso si pagano.

«Nessuno chiede che l’Italia esca dalla Nato, ma che richiami il suo scopo di alleanza difensiva e non ne assecondi la tentazione di essere il poliziotto del mondo. Anche a Berlusconi si fece questo ricatto per costringerlo a intervenire in Libia, eppure un anno dopo fu deposto con un colpo di Stato finanziario partito da Bruxelles».

Come valuta l’accoglienza della Casa Bianca a Giorgia Meloni?

«Non dobbiamo confondere l’orientamento dell’amministrazione Biden con gli interessi permanenti del popolo americano, il quale contesta certe scelte dell’agenda globale come possiamo fare noi. In altre parole, se fosse stato presidente Donald Trump la guerra in Ucraina non sarebbe mai scoppiata. Detto ciò, è ovvio che il premier italiano debba tenere buoni rapporti con il presidente americano. Poi bisogna capire quanto ci costa perché, ribadisco, la guerra in Ucraina ha effetti devastanti per l’Italia».

Come giudica l’iter per le rate del Pnrr?

«Positivamente. Il ministro Raffaele Fitto e il governo sono riusciti a raddrizzare la barca che sia Giuseppe Conte che Mario Draghi avevano messo su una rotta sbagliata».

Cosa pensa della sospensione e revisione del reddito di cittadinanza?

«Il reddito di cittadinanza era una misura sbagliata, questo non si discute. Ma non andava abrogato dall’oggi al domani, senza costruire un’alternativa credibile».

Era una riforma annunciata da tempo.

«I contratti hanno una durata di 18 mesi. Mi sarei aspettato che non se ne stipulassero di nuovi ma che fossero portati a termine quelli in itinere. È stato un errore sospenderli ad agosto, un mese di tregua nel rapporto tra cittadino e Stato. In ogni caso, bisogna sostituire il reddito con lavori socialmente utili».

Per esempio?

«C’è enorme bisogno di lavori sul territorio, per contrastare il dissesto idrogeologico e per manutenere le città. Ci sono aree del Paese e fasce anagrafiche in cui, anche con i migliori centri dell’impiego e i migliori percorsi formativi, che per altro non ci sono, il lavoro non si trova».

I percettori di Rdc accetteranno questi lavori?

«Se rifiutassero sarebbe giusto sospendere il sussidio. Ma bisogna verificare che questo accada e non sopprimerlo in base a un processo alle intenzioni».

I manifestanti di Napoli scandivano «Meloni a testa in giù, senza reddito mai più», ma La Verità ha rivelato la presenza in Campania di molti lavoratori in nero anche percettori di Rdc.

«Per questo bisogna collegarlo ai lavori socialmente utili che impediscono di fare lavoro nero».

La riduzione del cuneo fiscale e la detassazione per chi assume sono la strada giusta?

«Certamente, il governo Meloni sta facendo anche cose giuste. Il vero problema non è tanto la disoccupazione quanto il lavoro povero, una battaglia da non lasciare alla sinistra».

La quale continua a soffiare sul fuoco della «bomba sociale»: è il nuovo allarme dopo quello sul clima?

«Le opposizioni devono essere responsabili e non strumentalizzare i problemi. Però c’è una differenza fondamentale fra la costruzione dell’emergenza climatica voluta dalle multinazionali che puntano sulla transizione green e certi fatti di disperazione molto reali. Il Centro dell’impiego dove siamo andati era chiuso e sul cancello c’era una fotocopia con su scritto: “Noi del reddito di cittadinanza non sappiamo nulla”. Un comportamento da Terzo mondo».

La pandemia, la guerra e il cambiamento climatico favoriscono l’affermarsi di enti come l’Organizzazione mondiale della sanità o l’Organizzazione mondiale della meteorologia: come contrastare la globalizzazione?

«È la globalizzazione a determinare le politiche emergenziali. Fortissimi interessi economici hanno condizionato le scelte politiche di questi anni, cominciando dalla pandemia. È fondamentale recuperare una sovranità nazionale che è anche sovranità popolare, perché è l’unico scudo per difenderci da questi interessi e dagli organismi internazionali a essi soggiogati. Pensiamo all’Oms sempre più in mano a Bill Gates».

Si crede che siccome sono sovranazionali questi organismi siano indipendenti?

«Dall’esperienza come ministro ho tratto la convinzione che più i poteri sono distanti dai popoli e dai territori, più sono infiltrabili dagli interessi privati».

Si procede da un’emergenza all’altra?

«Il governo delle emergenze crea continue fobie nelle persone e cerca di condizionarle nei comportamenti e nei consumi».

Adesso c’è la nuova malattia dell’ecoansia.

«Invece di contrastare il cambiamento climatico facendo la manutenzione del territorio, ci obbligano a comprare le auto elettriche per accontentare le multinazionali. Vale il vecchio detto inglese «follow the money”: segui il denaro e capirai gli interessi in gioco».

Giorgia Meloni punta a durare, perciò cerca legittimazione dall’establishment italiano ed europeo?

«Ogni governo cerca di durare. Meloni pensa che si possa avere più aiuto facendo i primi della classe in Occidente e nell’Ue. L’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi ci dimostra che non è così. Henry Kissinger dice che “essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, essere amici è fatale”».

Governare avendo contro lo Stato profondo, la magistratura, il Quirinale, le agenzie di rating, le burocrazie europee è difficile o impossibile?

«È difficilissimo. Mi rendo conto delle enormi difficoltà che Giorgia Meloni deve affrontare, ma il problema, citando Carl Schmitt, è capire qual è “il nemico principale” per evitare di fare contemporaneamente guerra a tutto e a tutti. Penso che il primo nodo da sciogliere sia il vincolo esterno imposto dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Sono convinto che percorrendo coerentemente questa strada, con tutta la prudenza del caso, si troverebbero alleanze insospettabili e si spiazzerebbero molti dei nostri cosiddetti nemici interni».

La Rai e le grandi aziende partecipate restano sostanzialmente in mano al Pd?

«Non generalizziamo. In Rai mi sembra si stia tentando un cambiamento serio».

Nel governo c’è un problema di statura di alcuni ministri inclini ad allinearsi alle politiche precedenti o c’è proprio un errore di prospettiva?

«Secondo me si sta continuando troppo sull’agenda Draghi. Le discontinuità per adesso sono settoriali, non strategiche. È normale che in ogni governo ci siano ministri rivelazione e altri deludenti. Pensiamo a quanto è stato deludente il cosiddetto governo dei migliori».

Come vede l’avvicinamento di Renzi alla maggioranza?

«È la dimostrazione che la linea politica di fondo è sbagliata».

Non preferirà un governo a guida Pd e 5 stelle o del Presidente?

«Mai. Ho sempre detto che questo governo è in ogni caso preferibile a quelli imposti dall’alto. Le nostre critiche sono dure, ma sempre fatte con spirito costruttivo».

Qual è l’agenda del Forum dell’indipendenza italiana?

«Dalla nostra convention abbiamo lanciato il Manifesto di Orvieto sul quale raccoglieremo le adesioni per vedere se ci sono i numeri per costituire un movimento politico. Se il riscontro sarà positivo, a ottobre fonderemo questo movimento e vedremo come e quando affrontare le prove elettorali. Intanto continueremo a fare da pungolo al governo, nella speranza di vedere cambiamenti sostanziali che accoglieremmo con grande entusiasmo».

Di che cosa vi accontentereste?

«Il problema di fondo è la coerenza per costruire una vera indipendenza che è l’unico modo di servire l’interesse nazionale. Nei documenti allegati al manifesto ci sono 14 proposte, a partire dalla guerra in Ucraina. Vedremo come si comporterà il governo su questi punti».

Vera indipendenza significa Italexit?

«Non ho fatto mistero di averla votata alle ultime elezioni. Poi però sono rimasto deluso dal settarismo con cui viene gestita. Inoltre, il nome è sbagliato perché Italexit sembra chiedere un’uscita immediata dall’Ue che, messa così, sarebbe una scelta velleitaria».

Destra sociale ed estrema sinistra si alleano, complice il pacifismo e l’antiamericanismo?

«No. La prospettiva è diversa: ci sono problemi reali, trasversali ai vecchi schieramenti politici. Bisogna affrontare questi problemi con un approccio non ideologico, evitando di asserragliarsi nella destra della destra e cercando di parlare a tutti gli italiani».

Pensate davvero di potervi ritagliare una fetta del 10% dei consensi?

«Da questo bacino potenziale alla realtà c’è una bella differenza. Tuttavia, c’è un’onda di persone che chiede il cambiamento. Prima hanno votato Berlusconi e la sua rivoluzione liberale, poi Renzi quando faceva il Rottamatore, poi il M5s, la Lega e adesso Fratelli d’Italia. Se non vedranno il cambiamento, queste persone cercheranno altri sbocchi politici. E lì troveranno noi».

Ma anche voi troverete l’establishment?

«Ho fatto il ministro di due governi Berlusconi e conosco gli ostacoli, ma ne ho tratto due insegnamenti. Primo: bisogna prepararsi molto bene con una classe dirigente adeguata. Secondo: la via del compromesso è solo un modo per autodistruggersi».

 

La Verità, 5 agosto 2023

Rai, Mediaset, La7: nell’era Meloni la tv vira a sinistra

Presidente, non compra Mediaset, non entra in politica e non compra nemmeno La Verità: cos’è, la conferenza stampa dei no? Urbano Cairo è di buonumore, quest’anno è il decennale dell’acquisto di La7 da Telecom Italia «che perdeva 120 milioni» e, dunque, si fa presto a tirare le somme. «Con una rete stiamo in un sistema televisivo con Rai e Mediaset che hanno tre reti, poi c’è Sky che ha anche Tv8», premette l’editore del Corriere della sera. «Non produciamo chissà quali utili, ma neanche abbiamo perdite. Facciamo anche un po’ di servizio pubblico senza abbonamenti, canone, tax credit, proponendo una tv di qualità con i conti a posto. Una statuetta di polistirolo me la merito».

La presentazione dei palinsesti 2023-24 al Four Seasons di Milano chiude il trittico di upfront degli editori italiani ed è l’occasione per tirare le fila dei nuovi assetti della tv al tempo di Giorgia Meloni. Sarà anche per questo che le domande al patron di La7 spaziano dall’economia al calcio, dalla politica alla giustizia. Cairo guarda il bicchiere mezzo pieno e respinge l’impressione di giocare in difesa. Però alle ultime elezioni lo scenario è cambiato provocando ripercussioni sull’intero sistema, dagli addi di Fabio Fazio e Lucia Annunziata alla Rai che ora prova a essere più pluralista, fino alle acquisizioni di Mediaset di Bianca Berlinguer e Myrta Merlino. In questo scenario, avendo perso proprio Merlino e non avendo rinnovato Massimo Giletti, potrebbe sembrare che La7 giochi di rimessa. Ma Cairo non ci sta e sottolinea il ruolo di David Parenzo all’Aria che tira e l’arrivo di Massimo Gramellini che avrà sia la prima serata del sabato, con uno spazio fisso di Concita De Gregorio, sia un faccia a faccia con il personaggio della settimana la domenica, prima di cedere il testimone a In onda di Marianna Aprile e Luca Telese. Il resto del palinsesto poggia sulle pietre angolari: il Tg di Enrico Mentana, Otto e mezzo, DiMartedì, Piazzapulita e sui talk show del daytime, tutti confermati con l’eccezione dell’Aria che tira e del game preserale Lingo, alla ricerca del conduttore giusto per sostituire Caterina Balivo, tornata in Rai. Qualche novità si registra negli approfondimenti. Oltre alle conferme di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo e di Inchieste da fermo di Federico Rampini, è previsto uno speciale di Ezio Mauro all’interno di Atlantide e alcune prime e seconde serate affidate allo storico Alessandro Barbero che su TikTok «ha grande seguito anche trai giovani», sottolinea il direttore di rete Andrea Salerno. Infine, la novità forse più rilevante sarà Centominuti, 12 serate di inchieste sul territorio firmate da Corrado Formigli e Alberto Nerazzini in onda da gennaio 2024.

Lo scenario politico cambiato stimola i retroscena. Che ne è dell’idea di scalare Mediaset? C’era l’idea di prenderla e fare, d’accordo con Marina Berlusconi, la tv di Giorgia Meloni? «Non ci ho mai pensato, non sta né in cielo né in terra. Tutto è partito da un retroscena di Dagospia che ipotizzava una cordata italiana, per la quale io stavo accettando consigli da Walter Veltroni. Un’idea traballante, improponibile sul piano umano e commercialmente impossibile perché Mediaset non è contendibile. Piuttosto», ha proseguito Cairo, «ho letto le parole di Pier Silvio Berlusconi… Lo conosco da quando aveva 12 anni e gli voglio bene. Ma ha detto che rispetto all’ipotesi di una nostra scalata di Mediaset, <semmai saremmo noi che ci mangeremmo Rcs>. Dal suo punto di vista, per carità… Però, ho fatto un piccolo controllo e mi sono accorto che per le leggi italiane esistenti non è possibile per Mediaset scalare Rcs mentre è possibile per Rcs scalare Mediaset. Lo dico come caso di scuola, niente più. Ne Rcs né Mediaset oggi sono scalabili». Fine della fantaeditoria. Infine, la politica: dopo la televisione, i giornali e il calcio, è l’unica attività che lo differenzia da Berlusconi. La discesa in campo sta su Marte o mai dire mai? «Sono al vertice di un gruppo di aziende con 4500 dipendenti. È un’ipotesi molto molto difficile. Poi certo, c’è anche un film che s’intitola Mai dire mai. Ma è una cosa molto remota». Però con un paio di giornalisti si lascia andare: «Semmai entrassi in politica, figuratevi se lo dico qui. Non succederà. Ma se succede…». Fantapolitica. Quanto a quella attuale, di Giorgia Meloni dice: «Mi è simpatica, è tosta, decisa. Piuttosto, attorno a lei mi pare che combinino un po’ di guai».

Ma tutto finisce qui, nella pura simpatia. Perché, a chi gli chiede se vuole approfittare del presunto «smantellamento di Telekabul», il patron di La7 replica: «Non abbiamo intenzione di fare un’Opa su Rai 3, le Opa si fanno in borsa. Il riposizionamento di Rete 4 è cominciato già da qualche anno, quando Barbara Palombelli iniziò a condurre la striscia serale nel 2018. Sulla Settimana enigmistica si legge che è il giornale più imitato d’Italia. Ma alla fine rimane sempre quello che vende di più». Insomma, squadra che vince non si cambia. Caso mai le posizioni si radicalizzano. Perché se l’apprezzamento verso Meloni sembra accomunare i vertici di Viale Mazzini, Pier Silvio Berlusconi e Cairo, in realtà anche TeleMeloni rimane fantatelevisione. Perché in Rai lo spostamento a destra sarebbe rappresentato dal vacillante innesto di Filippo Facci, in Mediaset sono arrivate Berlinguer e Merlino e a La7 le novità sono Parenzo, Gramellini, Marianna Aprile, Alessandro Barbero, Mauro… È la solita differenza tra narrazione e realtà.

 

La Verità, 12 luglio 2023

«Il linguaggio dimostra che Meloni è laureata dentro»

Saggista, docente di Linguistica italiana all’Università di Cagliari, autore di studi sulla comunicazione dei maggiori leader politici (dopo il Renziario, il Salvinario e il Berlusconario, ecco il Melonario, sempre da Castelvecchi editore), Massimo Arcangeli è in prima linea contro le storture prodotte dal politicamente corretto nell’uso della lingua. Sarà forse per la petizione contro lo schwa scritta con lo storico Angelo D’Orsi e firmata da tanti intellettuali autorevoli, o perché collabora anche con testate non mainstream, fatto sta che la voce di Wikipedia che lo riguarda è sempre lacunosa e non registra le sue ultime iniziative pubbliche.

In questi giorni uscirà il dizionario del linguaggio parlato, scritto e postato di Giorgia Meloni realizzato con più ricercatori. Definirebbe il premier attuale erede o successore di Silvio Berlusconi?

«Se posso permettermi, né erede né successore perché tra loro esistono distanze rilevanti se non, per alcuni versi, abissali».

Lui era un imprenditore visionario, lei una militante da sempre.

«Meloni è stata fedele fino all’ultimo alla destra sociale, con una storia consolidata di opposizione. Berlusconi è stato un grande imprenditore e l’inventore della tv commerciale. Retroterra che non collimano. Ricordo situazioni in cui Meloni si espresse in modo critico su Maurizio Costanzo o Maria De Filippi. Poi c’è una distanza geografica, Meloni è espressione del mondo romano e Berlusconi di quello milanese. Con tutto quello che questo comporta nella cultura politica».

Elementi convergenti?

«Ci sono e coinvolgono anche Umberto Bossi. Mi riferisco al populismo come elemento positivo di base. Non nell’accezione deteriore che vediamo incarnata, per esempio, dai 5 stelle».

Berlusconi sapeva e Meloni sa interpretare le istanze popolari?

«Hanno la capacità di interpretare i bisogni della gente comune e di parlare alla pancia del Paese. È quella percezione nazionalpopolare della politica che la sinistra non ha saputo fare propria diventando radical chic e fallendo gran parte dei suoi obiettivi».

Vede elementi comuni nel linguaggio?

«Innanzitutto, la personalizzazione della leadership. Più nel caso di Berlusconi ma anche parlando Meloni, il punto di riferimento del partito e della coalizione sono loro. Nella Seconda repubblica ci hanno provato a esserlo anche Matteo Renzi, danneggiato dal suo superego, e Matteo Salvini, con gli esiti che abbiamo visto. La seconda componente comune è la spettacolarizzazione della politica. Anche se Meloni non è una donna di spettacolo, lo sa usare. E sa usare bene i social che, nell’epoca della promocrazia, è molto importante».

Della promocrazia?

«Della politica basata sull’autopromozione, sul marketing. Berlusconi era un simpatico imbonitore, lo dico in positivo. Meloni compete sui vari media. Entrambi sanno che nella politica 2.0 i media che interagiscono tra loro hanno un effetto moltiplicato».

Lei è più multitasking di lui?

«Pur non essendo nemmeno lei nativa digitale».

Entrambi politici pop?

«Se dovessimo redigere un vocabolario delle nuove parole o dei tormentoni inventati da politici nell’ultimo ventennio il primato spetterebbe a loro. Con “cribbio”, “mi consenta” e “l’Italia è il Paese che amo” abbiamo tutto Berlusconi. Per rappresentare Meloni citerei l’avverbio “sommessamente”, che usa spesso e in varie sfumature, oppure il neologismo “nomadare”, in riferimento all’azione dei nomadi, i rom, entrato nella Treccani».

C’è molta differenza dal linguaggio della Prima repubblica?

«Come per Berlusconi che aveva un linguaggio doubleface, sia famigliare che volgare, dalla “patonza” al gesto delle corna, espressioni che tutti abbiamo, anche Meloni alterna il romanesco ai tecnicismi anglosassoni, per esempio in materia economica. Questa è una differenza, ma ci sono anche affinità con la Prima repubblica».

Quali?

«Ho ascoltato centinaia di discorsi a braccio di Giorgia Meloni verificandone la capacità di tenere il filo del discorso. Ecco: lei sa controllare l’esposizione per un tempo molto più lungo degli altri politici contemporanei. Per trovarne qualcuno con la stessa capacità bisogna risalire a Bettino Craxi, Enrico Berlinguer o Aldo Moro. Inoltre, ho trovato una memorizzazione formidabile dei contenuti. Pur parlando a braccio, riesce a riproporli con le stesse parole usate diversi anni prima, fatti salvi i cambiamenti del contesto».

Questo ne accentua la percezione di coerenza e lealtà?

«La lealtà è un elemento fondamentale del suo discorso, al punto che si sono individuate espressioni tratte dalla cultura cavalleresca che, per qualcuno, erano di derivazione fascista. In realtà, sono eredità della cultura risorgimentale e, andando più indietro, dell’immaginario letterario e cinematografico di Tolkien e del fantasy che Meloni ha fatto proprie».

Cosa pensa del ricorso all’inflessione romanesca vuol dire questo?

«È un vezzo».

Da correggere in un ruolo istituzionale?

«Avrebbe potuto fare dei corsi di dizione, se non l’ha fatto è perché il romanesco le è caro. Da premier mi pare vi ricorra di meno».

Cosa significa, come scrive, che è «laureata dentro»?

«Che non ha bisogno di avere una laurea per dimostrare di saper scrivere e parlare bene. È sufficientemente colta, ha le sue letture evidenziabili, parla inglese e spagnolo in modo più che accettabile. Anche Renzi e Berlusconi parlano bene. Lei parla e argomenta meglio. Ha anche capacità di accelerare e decelerare efficacemente i ritmi del discorso».

Il linguaggio deriva dalla vita concreta e lei ha fatto tanti mestieri, dalla barman alla baby sitter, perché il padre non c’era e la madre aveva perso il lavoro… Ha ragione Pietrangelo Buttafuoco a dire che ha una storia di sinistra?

«Paradossalmente sì, una storia di sinistra vissuta sul versante opposto».

«Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana»: questo linguaggio è vincente rispetto alla comunicazione della sinistra abituata ai continui distinguo millimetrici?

«Se dicessi che sono uomo, sono padre, sono cristiano criticherebbero pure me. Siccome c’è la moltiplicazione dei generi, dobbiamo stare attenti a declinare la nostra identità. Ma mi sembra un problema falso e intellettualoide. Nessuno deve temere di dire chi è, purché rispetti l’identità altrui. Il politicamente corretto vorrebbe che il neutro si imponesse anche in questo. Io non voglio assistere all’affermarsi della tirannia del neutro».

Parlando di leaderizzazione e storytelling, due anni dopo Io sono Giorgia sta per pubblicare un nuovo libro: non sarà troppo?

«Ha capito che deve mantenere un contatto forte con i suoi lettori, follower e potenziali elettori. Se fossi in lei farei un libro l’anno».

Appartenevano a questa filosofia anche «Gli appunti di Giorgia»?.

«Quell’idea nacque in occasione della scelta dei ministri, quando Berlusconi le attribuì comportamenti scorretti. Allora lei s’inventò “Gli appunti di Giorgia”. Gli appunti si usano prima di metterli in bella forma per la divulgazione. In quel modo mandò un messaggio di trasparenza: non ho niente da nascondere, vi mostro la mia agenda, come sono realmente».

Com’è cambiata la sua comunicazione da presidente di Fdi a presidente del consiglio?

«Si è istituzionalizzata, a partire dagli abiti che sono, giustamente, meno scanzonati di un tempo. Costruisce i discorsi in modo più ecumenico, smussando i toni del primo decennio del Duemila che, secondo me, è stato il più efficace. Usa maggiormente termini angloamericani, in una proiezione più internazionale e di attenzione ai mercati».

Come giudica la modifica delle intestazioni dei ministeri, per esempio dell’Agricoltura e della sovranità alimentare, dell’Istruzione e del merito…

«Mi sembrano modifiche di facciata. Ho trovato inutile la specificazione del merito per un Paese che fonda il suo futuro sull’istruzione. Sarebbe stato innovativo se, oltre al merito, avesse aggiunto l’inclusione, rubando il monopolio di questo tema alla sinistra».

Non sarebbe stato un cedimento al mainstream?

«Non credo. Da docente universitario dico che, forse a causa della pandemia, c’è un’esplosione della fragilità giovanile che non ho mai riscontrato in trent’anni d’insegnamento. Rischiamo di far crescere tanti soggetti anomali, instabili. Su questo non c’è né destra né sinistra. Perciò, mi batto per l’adozione dello psicologo in ogni plesso scolastico e università. Come già avviene nelle scuole del Nordeuropa e americane».

Perché si critica il ricorso a termini come nazione e patria?

«Altro falso problema. Nazione compare nella nostra Costituzione e anche patria è un termine di alveo risorgimentale. Chi insiste sugli echi fascisti di questi vocaboli non conosce la storia».

Intravede dei punti deboli nell’azione del premier? Quali consigli le darebbe nella comunicazione?

«L’unico punto debole di Giorgia Meloni è Giorgia Meloni. Se vuole durare deve basarsi davvero sul merito delle persone giuste».

Invece?

«Ci sono ministri, sottosegretari e parlamentari non all’altezza».

Qualcuno in particolare?

«Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Un anno fa si è consumato il più scandaloso concorso scolastico ordinario della storia della Repubblica con decine e decine di quiz sbagliati o mal formulati come hanno documentato le perizie di docenti specializzati. L’ex ministro Patrizio Bianchi non ha fatto quasi nulla e Valditara nulla».

Tornando alla comunicazione, cos’ha pensato dello speech dopo l’incontro con il presidente tunisino Kaïs Saied senza giornalisti davanti?

«Che non è meloniano e non doveva essere così. Si è lasciata convincere da qualcuno».

Ha un rapporto ancora conflittuale con i media e preferisce la disintermediazione, rivolgersi alla gente senza la mediazioni dei giornalisti?

«Sì. Sa bene che i contenuti possono essere manipolati e ricuciti in modi non sempre consoni. Se potesse opterebbe per la disintermediazione totale».

Il confronto linguistico con Elly Schlein?

«Se devo prendere appunti di quello che dice Giorgia Meloni trascrivo poco perché capisco gli snodi del ragionamento. Se parla Elly Schlein sono costretto a trascrivere tutto e poi, alla fine, rileggendo, stento a fare la sintesi. Lo ha detto anche Concita De Gregorio: rileggi, ma il titolo non salta fuori. Ma purtroppo, questo non è solo un problema di vocabolario».

 

La Verità, 17 giugno 2023

«L’uomo che ha portato il sorriso nella politica»

Pietrangelo Buttafuoco, mi dice la sua prima reazione alla morte di Silvio Berlusconi?

«Mi è tornata in mente come un presagio un’immagine che ho visto poco fa. Scendevo le scale di Palazzo Grazioli dove c’è il mio ufficio e, giunto sul pianerottolo dove si trova l’appartamento nel quale ha abitato Berlusconi, ho visto il portone spalancato. Mi ha subito ricordato il rituale di addio dei santi tipico del Sud».

Com’è questo rituale?

«Quando muore qualcuno in casa, il primo gesto dei famigliari è spalancare porte e finestre e mormorare le formula del viatico: “Va a buon luogo”. È il modo in cui si accompagna l’anima del defunto verso il cielo».

Una casualità premonitrice o a Palazzo Grazioli già sapevano?

«No, oltretutto non è più il suo appartamento. I misteri dell’invisibile sono imperscrutabili. Col senno del poi ha confermato quanto fosse forte la sua natura sciamanica».

Proviamo a descriverla?

«Berlusconi ha introdotto nella politica, intesa come polis, il sorriso. A questo riguardo, l’immagine che era solito usare, “abbiamo il sole in tasca”, è più che mai emblematica. Come Mary Quant con la sua minigonna ha cambiato il costume, così lui ha cambiato per sempre la nostra contemporaneità».

Il linguaggio, la politica, la possibilità di sognare…

«Solo studiandolo nella distanza potremo capire l’unico personaggio che l’Italia consegna alla storia e alla memoria. Pensiamo a quante nuove parole sono state coniate a causa sua. Anche chi l’ha osteggiato ha sempre trovato la sorpresa di vedersi ricambiare con un sorriso».

Lei non è mai stato suo collaboratore, ma gli porta affetto.

«L’ho studiato perché, come tutti, mi sono trovato immerso nell’Italia disegnata e costruita da lui. La mia formazione e i miei gusti non rientrano in quelli che sono i suoi prodotti culturali. Ma riconoscerne la grandezza coinvolge tutti noi suoi contemporanei, compresi coloro che lo avversavano. Le giovani generazioni che non conoscono gli altri protagonisti della politica italiana lui lo riconoscono immediatamente. Anche la nostra memoria, diciamo così, di addetti ai lavori, ne resterà segnata mentre non conserverà nulla di coloro che ci sembravano fondamentali».

Che epoca era quella che ora si dice finita?

«Berlusconi è stato il nuovo capitolo della grande commedia italiana. Intendo l’opera che descrive la nostra identità, e alla quale si aggiunge l’aggettivo divina».

In che senso?

«Se si va a sfogliare il capolavoro di Dante si troveranno tanti personaggi sovrapponibili ai vari Paolo Bonolis, Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Maria De Filippi, Antonio Martino, Giulio Tremonti, Antonio Ricci, Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Adriano Galliani, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello… E poi nel Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, si possono trovare tutti i seminatori di discordia, i fraudolenti e i profittatori che non sono mancati».

Una personalità più grande di tutti i moralismi?

«Assolutamente. Uso apposta la categoria della commedia perché in lui si compendiano Carlo Goldoni, Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti, quella vena viva che fa dell’Italia il luogo specialissimo della commedia come romanzo universale».

Ora si comincerà a dividere la biografia tra l’imprenditore, il tycoon, il presidente del Milan e il politico un po’ pasticcione?

«È un’unica performance perché incarna un affastellarsi di scene, la verità e il suo esatto contrario».

È sbagliato frazionarlo?

«Certo, se dobbiamo raccontarlo attraverso il metro della critica letteraria, il suo riferimento è Niccolò Machiavelli che è contemporaneamente l’autore sì del Principe, ma anche della Mandragola. Che è la satira più acre della corruttibilità dell’anima umana».

Negli ultimi anni l’hanno rivalutato anche i suoi più feroci detrattori.

«C’è più sincerità d’affetto nei suoi nemici che in molti suoi finti amici, quelli che lo abbracciavano come si abbraccia una cassaforte».

Soprattutto le donne?

«Gran parte delle donne s’innamoravano sinceramente perché non era certo un Dominique Strauss-Kahn, ma il Paride vezzoso dell’Elisir d’amore di Donizetti che della seduzione possedeva tutte le alchimie».

Tutti argomenti per un grande libro che lei, se non ricordo male, sta scrivendo.

«Si è provato a raccontarlo con la politologia, la cronaca giudiziaria, la sociologia e col cinema, dove non si contano i fallimenti, compresi quelli di venerati maestri come Paolo Sorrentino e Nanni Moretti. L’unico che è riuscito a renderlo nel suo essere sia popolo che nicchia è Franco Maresco con Belluscone».

Il suo libro?

«È un saggio di critica letteraria. S’intitola Beato lui – Panegirico dell’arcitaliano Silvio Berlusconi ed esce la prossima settimana da Longanesi. Era già in distribuzione ad aprile quando lui entrava in ospedale e nessuno poteva sapere come sarebbe uscito. Abbiamo quindi deciso di posticiparlo e proprio perché mi sono avvalso della verità letteraria, mi sono trovato delle pagine che raccontavano ciò che non osavo immaginare: laddove c’era una folla che lo abbracciava nell’addio di un funerale, ho ricostruita la moltitudine che lo applaudiva nell’ingresso al Quirinale, finalmente eletto Capo dello Stato».

Qualche difetto ce l’aveva, però?

«Una cattiveria geometrica che, però, sapeva trasferire nell’intelligenza».

Per esempio?

«Quando gli proposero di fare il libro delle barzellette di Berlusconi dopo quello di grande successo delle barzellette di Totti si chiese: “E se poi vendo meno di Totti?”. E fermò le rotative».

Che cosa mi dice della sua generosità?

«Vorrei dire soprattutto dell’ingenuità. Nell’Italia che si spertica in elogi della doppiezza gesuitica lui aveva l’ingenuità gioiosa dell’allievo salesiano. Basta ricordare la sua espressione immediatamente dopo essere stato colpito al volto dalla statuina del modellino del Duomo. Era l’espressione di un interrogativo attonito: come posso non essere amato?».

Sapeva scegliersi i collaboratori?

«Mi è capitato di ascoltare il pianto di tanti e tante».

Molti bracci destri amputati perché non sapeva e voleva preparare la successione?

«Quella non la poteva preparare. Tra i tanti possibili eredi lui guardava senza dubbio con simpatia a Matteo Renzi».

Che si è suicidato.

«E la vecchia talpa della storia gli ha apparecchiato la sorpresa di trovare l’unico successore in una donna, quella Giorgia Meloni presso la quale la maggioranza silenziosa ha trovato casa».

Forza Italia rischia di sparire?

«Sicuramente domani resteranno e si studieranno Mediaset e Milano 2 che sono il frutto dell’ingegno. Mentre il frutto del genio è la sua avventura politica che si chiude con lui. I voti di Forza Italia erano i voti per Silvio Berlusconi».

 

La Verità, 13 giugno 2023

Il pubblico tv vede arrivare la Schlein… E scappa

Anche i telespettatori non l’hanno vista arrivare. Anzi sì, e sono scappati. L’ospitata di Elly Schlein a Cartabianca dell’altra sera è stata un flop su tutta linea. Come o addirittura peggio delle ultime amministrative, nelle quali la sinistra ha vinto solo dove non ha partecipato alla campagna elettorale. In televisione, «Elly Nein», come l’ha rinominata il direttore Maurizio Belpietro, fa lo stesso effetto di un break pubblicitario. Uno smottamento di ascolti. Una frana di audience. Un precipizio dello share. Come quelli delle urne – dopo i quali Schlein ha invitato i suoi detrattori tramite un video su Instagram a mettersi comodi perché lei è arrivata per restare – anche questi sono numeri incontrovertibili. Cifre inconfutabili anche a colpi di supercazzola.
Con il derby dei talk show tutto interno alla sinistra, la tenera Elly su Rai 3 e Pier Luigi Bersani su La7, la serata di martedì 6 giugno è un ulteriore colpo di maglio sull’autostima della segretaria multigender e multipassaporto. Nel segmento del programma di Bianca Berlinguer aperto dal ping pong con Mauro Corona si è registrato il picco di 1,65 milioni di telespettatori, share dell’8,4%. Ma quando è comparsa Schlein la colonnina dell’Auditel è precipitata al 5,5% con un’emorragia di mezzo milione di persone, quasi un terzo della platea, prima di inabissarsi a 950.000 ascoltatori (700.000 in meno). Insomma, un esodo. Entra lei ed esce il pubblico. Arriva Elly, fuga da Rai 3. Il dato risulta particolarmente significativo perché fotografa il comportamento di un bacino di telespettatori già orientati a sinistra.
La platea della Terza rete Rai che ascolta più volentieri lo scrittore montanaro, privo di armocromista, della leader del Pd fa venire in mente la campagna pubblicitaria di quel marchio di telefonia che invita a evitare le consulenze dei Vip – sportivi, rockstar, attori delle soap, persino una regina – e a fidarsi invece della persona comune che il prodotto in questione già lo usa. È una questione di credibilità, di attendibilità. Giusto quella che inizia a difettare alla tenera Elly da quando ha concesso la sua prima intervista a Vogue. Non tanto per l’inciampo dell’armocromista enfatizzato dai critici, quanto per la scelta stessa della testata. Se nella tua prima intervista pubblica ti rivolgi ai lettori di una patinatissima rivista di moda e design, con quale credibilità, poi, puoi parlare di salario minimo e di battaglie ugualitarie? Domande legittime che forse gli elettori e i telespettatori di riferimento cominciano a porsi. Per restare all’esibizione televisiva dell’altra sera, legittimo è anche il confronto ravvicinato con i numeri dell’intervista a Giorgia Meloni, il giorno prima ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, che ha portato il programma di Nicola Porro dal 3,2 (del break pubblicitario) al picco dell’8,9% di share. Insomma, il percorso contrario.

Per quanto si sforzi, e rafforzi il suo burocratese con quella mimica manuale molto convessa, la neosegretaria dem non riesce a bucare la nebbia di un linguaggio da agenda della globalizzazione, farcito di «conversione ecologica», «trasformazione digitale», riduzione «delle diseguaglianze sociali, territoriali e di genere». Il confronto con le metafore di Pier Luigi Bersani, ospite a Dimartedì, è risultato impietoso non solo per l’originalità espositiva («togliere le intermediazioni come i giornalisti per rivolgersi direttamente al popolo è come voler prendere l’acqua con le mani»), ma pure in termini numerici. La sovrapposizione tra Schlein e Bersani è durata solo pochi minuti, subito dopo le 22. Ma a quell’ora l’ex segretario e più volte ministro, esponente di una sinistra riconoscibile pur se ormai d’antan, parlava a 1,7 milioni di spettatori (9% di share), picco del talk di Giovanni Floris e audience quasi doppia di quella della povera Elly. Per la cronaca, va precisato che Dimartedì supera abitualmente di un paio di punti di share Cartabianca. Perciò è il caso di dire che l’avvento della segretaria multigender non ha portato aria nuova nella ripartizione delle platee dei talk show, anzi. Tuttavia, la sua disfatta si fa ancora più rotonda per la sconfitta a distanza con l’imitazione di lei stessa proposta da Paolo Kessissoglu (6%) che la dipinge incerta, stralunata e alla perenne ricerca di pause rigeneranti dalla stressante vita di segretaria. Anche Berlinguer ha provato a metterla a suo agio, evitandole le domande ch’ella aveva già espunto da precedenti interviste su maternità surrogata, diritti Lgbtqia+ e la compagna Paola, nonostante fosse appena esploso il caso del ritiro del patrocinio della Regione Lazio al Roma Pride. Ma Schlein è parsa ugualmente in affanno, protesa nello sforzo di risultare persuasiva. Il suo è già diventato un cammino in salita e ogni giorno di più dà l’impressione di essere capitata in un gioco più grande di lei. Per questo i più feroci detrattori sostengono che sia già finita. Forse dobbiamo ascoltare il suo consiglio e metterci comodi e attendere che anche lei se ne accorga.

 

La Verità, 8 giugno 2023