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«Trump agisce, Xi e Putin assistono impotenti»

Federico Rampini, il Risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale quali sarebbero?
«Primo: in geopolitica i rapporti di forze contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati». 
Risiko è il titolo del tuo programma che dal 14 gennaio andrà in onda per sei mercoledì su Canale 5 in seconda serata, un ciclo di docu-film sul nuovo scacchiere mondiale. Come lo racconterai?
«Dalla mia casa di New York e dai luoghi iconici di una città che rimane il centro del mondo, spiego la geopolitica per il pubblico italiano. I potenti della nostra epoca e il Risiko con cui si contendono il mondo. Prima puntata: Trump e le guerre economiche globali. Parto da questo paradosso: Trump va al potere in un’America fortissima, all’apice della sua prosperità economica, eppure sembra voler sfasciare tutto. Come nasce il suo assalto alle regole dell’economia globale che l’America stessa aveva costruito? Seconda puntata, Xi Jinping, il dragone che è sicuro di dominarci. Con i piedi a Chinatown vi racconto la Cina di ieri e di oggi, attingendo alla mia esperienza di cinque anni da corrispondente a Pechino e ai miei viaggi più recenti. Descrivo un Paese da fantascienza, dove ho visto meraviglie tecnologiche che noi occidentali non ci sogniamo. Terza puntata, Putin “latifondista globale“. A seguire: la rinascita di un impero arabo sotto la guida di un principe quarantenne. L’Europa guidata da una Germania che si riarma. L’Africa che nessuno vuole vedere, un continente giovane e dinamico, pieno di problemi ma anche di vigore. Inchieste in movimento, con un ritmo cinematografico, grazie a quel set travolgente che è New York. Capitale globale: contiene letteralmente tutte le nazioni di questo mondo». 
L’arresto di Maduro in Venezuela, le mire sulla Groenlandia e il sequestro delle petroliere russe sono l’inizio di un nuovo imperialismo americano o siamo ancora nell’applicazione della dottrina Monroe, sostanzialmente difensiva rispetto all’espansionismo europeo?
«L’imperialismo americano da due secoli non era mai cessato nell’emisfero occidentale. Il progressista Kennedy inaugurò la sua presidenza nel 1961 lanciando un’invasione di Cuba per rovesciare il filosovietico Castro, fu un disastro ma l’ingerenza era plateale. Bush padre, moderato e multilateralista, mandò reparti militari a Panama per catturare il narco-dittatore Noriega. Trump si distingue solo perché non ha nessun pudore nel dichiarare che gli interessi economici guidano la sua politica estera, e che l’America non si fa condizionare dal consenso delle opinioni pubbliche altrui».
Queste azioni indicano un cambio di strategia o sono coerenti con gli annunci della prima ora?
«Nel recente documento della Casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale c’è scritto tutto. In certi casi c’è continuità rispetto a Obama-Biden: la decisione di procedere a un graduale divorzio dalla Cina, rispetto all’interdipendenza totale del trentennio precedente, cominciò a maturare verso la fine del mandato Obama». 
Panama, Venezuela, Groenlandia, Messico: si torna alla politica delle aree d’influenza?
«No. Non se con questa espressione si allude al fatto che l’America si accontenta di dominare l’emisfero occidentale e gli altri possono fare quel che gli pare altrove. Non si spiega come sia aumentata l’influenza Usa in Medio Oriente, ridimensionando Russia, Cina, Iran».
Molti ritengono che l’esfiltrazione del dittatore di Caracas, che comandava pur avendo perso le elezioni, finisca per legittimare l’aggressione russa all’Ucraina e le possibili azioni di Pechino contro Taiwan: è davvero così?
«Falso, è un teorema che ribalta la cronologia storica. Xi proclama la volontà di annessione di Taiwan dal 2012, quando c’era Obama alla Casa Bianca. Putin invade la Crimea nel 2014 sempre sotto il naso di Obama e invade l’Ucraina nel 2022 durante la presidenza Biden. Anzi, per Xi e Putin è motivo di preoccupazione e imbarazzo lo spettacolo di impotenza che hanno dato al mondo intero, non riuscendo a proteggere i loro alleati in Siria, Iran, Venezuela. Inoltre, è un problema per loro se l’America si conquista il ruolo di arbitro del mercato petrolifero mondiale». 
È più corretto pensare che il capo della Casa Bianca badi soprattutto ai suoi interessi economici e all’approvvigionamento di petrolio, gas e terre rare?
«L’America ha l’autosufficienza energetica, controllare il petrolio venezuelano, condizionare quello iraniano e russo, accresce il suo potere negoziale sui rivali strategici come la Cina. In quanto a terre rare: è passata inosservata la Pax silica con cui l’America coalizza alleati per affrancarsi dal semi-monopolio cinese. Certo che gli interessi economici sono dominanti nella visione di Trump».
La sua preoccupazione maggiore è contrastare l’espansionismo cinese.
«Per ora ci sta riuscendo, il deficit commerciale Usa-Cina continua ad assottigliarsi».
Che effetti ha sul fronte interno questo attivismo del tycoon?
«Salvo che nelle grandi guerre, gli elettori americani non si appassionano di politica estera».
Il mondo Maga avrebbe preferito un maggior impegno sul terreno economico?
«Sì, lo giudicheranno sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione del carovita, a novembre se non saranno soddisfatti manderanno in minoranza i repubblicani alle legislative».
È corretta la sensazione di un JD Vance in secondo piano?
«Sull’Ucraina e sul Venezuela ha avuto più peso Marco Rubio, che è un falco anticomunista in America latina, ma non vuole fare concessioni pericolose a Putin e quindi ha aiutato gli europei e Zelensky».
Queste ultime mosse, soprattutto il sequestro delle petroliere russe, possono compromettere la trattativa per la soluzione della guerra in Ucraina?
«Al contrario. Putin capisce solo il linguaggio della forza».
La trattativa per l’Ucraina ha infranto l’asse tra Londra e Washington su cui si reggeva la Nato?
«Starmer è debole, sfiduciato dagli elettori, quasi al livello di Macron. Sull’immigrazione ha finito per adottare una linea trumpiana. Per la cattura della nave petroliera russa ha messo a disposizione i suoi militari. Fa il possibile per mantenere un buon rapporto con Washington, sulle norme digitali Londra è più favorevole a BigTech di Bruxelles».
Sono realisti o velleitari gli appelli a un maggior protagonismo dell’Ue di fronte all’attivismo di Trump?
«L’Ue ha bisogno di leadership. Storicamente ebbe l’asse franco-tedesco ma con Macron la componente transalpina si è spappolata. Prevedo un ritorno di egemonia germanica. Merz ha le idee chiare su come ridurre la fragilità del suo paese e quindi dell’Europa: riarmo, protezionismo contro la Cina, crescita della domanda interna per non essere al traino dei consumatori americani».
La crisi prodotta dalla guerra in Ucraina poteva bastare a dimostrare che l’architettura dell’Unione europea è strutturalmente fragile e inadeguata?
«Qualcuno ha appreso la lezione ucraina: Germania, Polonia, Paesi Baltici, Svezia, Finlandia. Non è poco».
Che cosa pensi di ciò che sta accadendo in Iran? Da cosa nasce la ribellione al regime degli ayatollah?

«È una protesta economica che coinvolge i mercanti del bazar di Teheran, gli stessi che nel 1979 furono decisivi per cacciare lo Scià. La teocrazia sciita ha impoverito la popolazione e nel 2025 ha perso la credibilità del terrore internazionale che aveva quando Hamas, Hezbollah e Houthi erano all’apice. Però abbiamo visto altre proteste schiacciate nel sangue dal regime. Se la rivolta popolare non ha una leadership organizzata, l’apparato repressivo può prevalere. Forse bisogna sperare che ci sia una faida interna e ne emerga una classe dirigente meno fanatica, meno orientata alla jihad».
Il nuovo ordine mondiale ci fa stare tranquilli o ha un tratto inquietante essendo dominato da personalità come Trump, Xi Jinping, Putin e Netanyahu?
«L’ordine mondiale è sempre stato più caotico e violento di come ce lo raccontiamo. L’illusione che sia esistita una Età dell’oro è specifica all’Europa occidentale: è l’unica parte del mondo dove c’è stata una vera Pax americana per 80 anni. Grazie al deterrente Nato, cioè all’America, i soldati di Mosca potevano massacrare civili a Varsavia, Budapest e Praga, ma non a Berlino Ovest o a Trieste. In quanto all’abitudine di infilare Trump e Netanyahu tra gli autocrati insieme a Xi Jinping e Putin, nasce da un vizio: si scambiano i difetti personali per difetti sistemici. Non basta un leader illiberale per uccidere una democrazia se questa è abbastanza forte da contrastarlo. Lo spettacolo quotidiano dei contropoteri in America ce lo dimostra».  
Con il secondo mandato di Trump e la fine del pontificato di Francesco è tramontato l’ordine obamiano basato su politiche green, diritti Lgbtq, cultura woke e immigrazione: quali sono i cardini del nuovo scenario?
«L’ambientalismo apocalittico era insostenibile e si è fatto del male da solo. Sì, siamo in una fase diversa e questo riguarda anche la cultura woke. Però il quadro è complesso. Da una parte la rivolta contro la dittatura ideologica woke era cominciata nella società civile e nel mondo economico prima che arrivasse Trump. D’altra parte, nelle élite culturali il conformismo woke resta forte. Basta vedere il trattamento inflitto a un film coraggioso come Dopo la caccia di Luca Guadagnino».
Molti Paesi, anche in Sudamerica dal Cile al Perù, forse per reazione allo schema obamiano stanno spostandosi a destra: in forza di cosa i volenterosi europei, in crisi di consensi, resistono e si oppongono?
«Lo spostamento a destra in America latina è provocato dalle stesse cause che hanno fatto vincere Trump: immigrazione clandestina, narcotraffico, violenza criminale. In Europa se esistesse ancora il Partito comunista di Enrico Berlinguer sarebbe quello che era negli anni Settanta: un partito d’ordine, attento ad ascoltare la classe operaia e a tutelarne la sicurezza nei quartieri in cui vive».

 

La Verità, 10 gennaio 2026

 

Rampini racconta il vero Trump oltre gli stereotipi

Ci sono la narrazione, la divulgazione e l’informazione. Da giornalista e scrittore, Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera, poteva scegliere fra le tre opzioni per raccontare L’America di Trump in due puntate su La7: la prima, martedì in prima serata, ha raggiunto 750.000 telespettatori e il 4,7% di share. Ha scelto la formula delle «Inchieste in movimento» per distinguerle dalle precedenti «Inchieste da fermo». Il conduttore abbandona lo studio televisivo e si sposta sul territorio, evidenziando su Google maps le tappe dell’indagine, da Manhattan, dove risiede da 16 anni, al Bronx, da Little Italy a Wall Street, dalla Trump Tower, simbolo dell’elezione del 2016, ad Harlem fino alla metropolitana obsoleta e infestata dalla ruggine. Ma, è noto, New York non è l’America, anzi, intrattiene con il Paese un rapporto di diffidenza se non di conflittualità (nella seconda puntata si andrà nella Silicon Valley). È una città cosmopolita, animata dagli emigrati provenienti da ogni parte del mondo, la città della globalizzazione, delle élite e dell’establishment. È anche una «città santuario», dove esiste un luogo come il Roosevelt hotel che accoglie immigrati irregolari che percepiscono il reddito di cittadinanza. Situazione contestata dai ceti popolari e dagli immigrati regolari, strati sociali rifiutati dalle élite della Grande mela, come rifiutato è anche lui, Donald Trump, il 47° presidente. Inevitabile che scattassero riconoscimento e complicità: chissà se resisteranno e per quanto. A fine giugno, intanto, il Roosevelt hotel chiuderà.
Rampini parla di contenuti che conosce, ma si fa aiutare da testimoni come la scrittrice Fran Lebowitz, l’ex sindaco Bill de Blasio, l’economista Jeffrey Sachs, padre Enzo Del Brocco che ha studiato insieme a papa Prevost. Forse si poteva scavare di più, ma il suo pregio principale è che non narra secondo l’antitrumpismo di moda e non divulga argomenti imparati per l’occasione. Confronta i fatti con la storia, smontando le troppe apocalissi imminenti. E oltrepassando i pregiudizi che dipingono Trump come autore di atti «senza precedenti». Come il ricorso alla Guardia nazionale per sedare i disordini in California contro le politiche anti immigrazione clandestina. Anche i suoi predecessori se ne servirono; nel 1963 il democratico John Fitzgerald Kennedy contro il governatore dell’Alabama, per esempio. Anche Barak Obama a Joe Biden hanno contrastato duramente gli irregolari, senza che i media se ne scandalizzassero. Trump non lo fa di nascosto, ma lo rivendica.
E Rampini ce lo dice senza giri di parole.

 

La Verità, 19 giugno 2025

«Kamala ha già vinto? Kalma, film già visto»

Enciclopedico. Anarchico. Infallibile. Mauro della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per la tendenza a correggere in punta di conoscenza gli errori della pubblicistica, è autore, appunto, di una Nuova enciclopedia americana (su Thescienceofwheremagazine.it), sorta di diario in preparazione alla rubrica sulle Elezioni Usa che tiene quotidianamente nel sito della Fondazione Italia-Usa di cui è presidente onorario.
In cosa consiste questa enciclopedia?
«Mandavo due o tre post al giorno, oltre 1500 in totale, sulla storia americana, i presidenti, i leader politici, gli uomini di spettacolo, i grandi attori, gli scacchisti… Lei sa che io so tutto, vero?».
Cosa vuol dire?
«Che posso spiegare, per esempio, perché la capitale amministrativa della Bolivia si chiama Sucre. Non perché significa zucchero, ma perché il condottiero degli indipendentisti che sconfisse gli spagnoli in territorio americano nella battaglia di Ayacucho del 9 dicembre 1824 si chiamava Antonio José de Sucre».
Da dove viene questa conoscenza?
«Dei miei 80 anni ne ho impiegati 78 a studiare perché ho imparato presto a leggere. E, siccome ricordo tutto quello che leggo, vedo e scrivo…».
Parliamo delle elezioni americane: Kamala Harris ha già vinto?
«Questo è ciò che dicono i sondaggi che non prevedono ciò che succederà il giorno delle elezioni, ma ciò che farebbero gli elettori nel giorno in cui vengono interrogati».
Danno vincente Kamala Harris anche Cnn, New York Times e Washington Post.
«I cui giornalisti sono come degli iscritti al partito democratico. Anzi, come dei sostenitori accaniti. Gli stessi che, fino a tre mesi fa, ne parlavano malissimo».
Attratti da New York e Los Angeles, rischiano di sottovalutare ancora una volta l’America profonda?
«È così. Non a caso gli Stati intermedi, con l’eccezione di Chicago e dell’Illinois, sono definiti fly over States, Stati sorvolati per andare da una costa all’altra. Gli europei vanno a New York e poi direttamente in California. Poi, quando gli Stati intermedi votano repubblicano, tutti rimangono sorpresi. Non basta documentarsi sul pensiero degli intellettuali nuovaiorchesi e delle star hollywoodiane».
Già nel 2016 sondaggisti e opinionisti ebbero questa svista.
«L’hanno sempre avuta. Il Partito democratico ha in mano i gangli del potere mediatico. L’inviato del New York Times e del Washington Post o della Cnn è un democratico. E, invece di informare, fa propaganda».
Però ci sono anche Fox News e Wall Street Journal.
«Che sono minoritari. Nessuno ascolta le radio conservatrici dell’Oklahoma o del Wyoming che sono molto seguite dalle persone in auto, sui pick-up… Indro Montanelli ripeteva che bisognava sintonizzarsi sull’opinione del lattaio dell’Ohio».
Uno degli stati decisivi.
«Io aggiungo che bisogna ascoltare la casalinga di Boise, capitale dell’Idaho, la quale, con ogni probabilità, è basca».
Perché è importante?
«L’Idaho è uno Stato completamente diverso dallo Stato di New York e dalla California. Dire che la casalinga di Boise è basca è uno sfizio, ma lì c’è una comunità di baschi molto numerosa».
Va bene, ma numericamente…
«Questa è la parola magica. Vincere a New York e in California porta molti voti. Ma non basta. Nel 2016 Donald Trump vinse prevalendo in Ohio, Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, cioè nella Rust belt, la “cintura della ruggine”, dove la crisi industriale del 2008 era stata pesantissima e i bianchi della classe media avevano perso il lavoro. Le aziende avevano chiuso e i macchinari erano rimasti fermi nei capannoni a fare la ruggine. Nel 2020, tre di questi Stati, tranne l’Ohio, votarono per Biden».
È vero che Harris è in vantaggio negli swing States, gli Stati in bilico?
«Sono praticamente alla pari perché stiamo guardando a una situazione drogata dal fatto che Harris è una novità e le novità hanno sempre grande seguito. Quindi, calma».
Come è riuscita a ribaltare l’immagine di pessima vicepresidente che l’accompagnava?
«Non ha ribaltato nulla. Mi dica un’azione concreta che abbia fatto dopo essere apparsa come una star. Non poteva nemmeno, fare qualcosa. Le decisioni continua a prenderle Joe Biden».
Tuttavia, si parla d’inversione di tendenza.
«Nella propaganda di coloro che prima rappresentavano Harris al peggio. La narrazione prende il sopravvento sulla realtà, ma non significa che sia la verità».
Alla convention di Chicago, Barak Obama ha cucito il suo slogan del 2008 su Kamala: «Yes, she can», mentre Michelle ha detto che «è tornata la speranza» suscitando grande entusiasmo.
«Cos’altro avrebbero potuto dire? Se si guardano i dati reali e non la propaganda, quando Obama diviene presidente nel 2008, il Partito democratico è al massimo e ha i governatori di tutti i maggiori Stati. Nel 2012 perde voti e nel 2016 il partito è distrutto, con la metà dei governatori del 2008».
All’inizio erano tiepidi sulla candidatura di Harris, cosa li ha fatti cambiare idea?

«È ciò che ho detto finora: Kamala non è la stella nascente che viene rappresentata».
La sua è una candidatura veramente democratica?
«Una specie di successione dinastica. Come se il Partito democratico fosse una monarchia assoluta, nella quale Biden designa il successore».
Il collante dell’unità dei democratici è l’antitrumpismo?
«Ed è grave per un partito di questo livello. Nella convention di Chicago si doveva discutere la platform. Non basta dire: dobbiamo evitare che Trump diventi presidente, ma cosa si vuol fare una volta al governo».
Trump stenta a rimodulare la sua azione sulla nuova antagonista?
«Stenta perché è cambiato tutto. Stava affrontando un uomo in declino fisico e psichico invece ora c’è una donna; una persona di due etnie diverse, mentre Biden era bianco; un avversario più giovane. Infine, Biden era un cattolico sia pure a suo modo, e Kamala è di un’altra confessione».
È importante?
«In Europa siamo a-religiosi, mentre in America, soprattutto in certi Stati, la religione conta. Kamala Harris è protestante, con venature ancestrali indù. Queste componenti entrano nelle urne, soprattutto negli Stati con una forte presenza di evangelici».
I toni offensivi di Trump sono dovuti a questo spiazzamento e al nervosismo conseguente o sono le sue modalità abituali?
«Era gentile con Hillary Clinton nel 2016? È il suo modo di essere. Molti osservatori che seguono i comizi di Trump si scandalizzano, ma in campagna elettorale un candidato punta a consolidare i propri elettori e a tentare di convincere gli indipendenti. Non perde tempo a fare le fusa alla controparte. Anziché scandalizzarsi, l’inviato democratico del New York Times dovrebbe capire se lo slogan di Trump, che gli fa ribrezzo, è efficace a convincere il lattaio dell’Ohio».
Che peso ha la scelta dei vicepresidenti, JD Vance da una parte e Tim Walz dall’altra?
«Vance è un personaggio notevole, autore di Elegia americana secondo la titolazione italiana, ma “Elegia degli zoticoni”, da cui Ron Howard ha tratto un film, sarebbe stato più aderente all’originale. Insomma, Vance rappresenta i deplorables di Hillary Clinton, quei bianchi impoveriti della “cintura della ruggine”».
E Walz?
«È il suo contraltare, la rappresentazione del sogno americano come lo vogliono vedere. Proviene da una famiglia modesta, ha seguito la strada ideale del progressismo e del politicamente corretto diventando governatore del Minnesota. Naturalmente, nessuno dei due ha carisma presidenziale».
Parlando del programma di Harris, sono punti di forza reali la decisione di introdurre un tetto ai prezzi e di battersi per il diritto all’aborto?
«Tenere fermi i prezzi è un’ovvietà. Chi direbbe: voglio aumentare i prezzi? Invece, la questione dell’aborto è molto divisiva. Trump ha indicato che siano i vari Stati a decidere. C’è una scelta più democratica di questa? Le camere dei singoli Stati sono state elette dal popolo. È questo il senso anche della sentenza della Corte suprema del giugno del 2022 che confermò l’indicazione di Trump».
Che nella Corte suprema aveva nominato giudici conservatori.
«Durante la sua presidenza, il democratico Frank Delano Roosevelt ne nominò ben nove».
L’idea di detassare le pensioni di Trump è praticabile?
«Ci sono idee che hanno valenza elettorale e idee di efficacia governativa. Un grande politico sa gestire al meglio questa differenza, ma qui, in entrambi gli schieramenti non vedo grandi politici. La detassazione delle pensioni è un’ottima idea che gli economisti ritengono impraticabile. Se qualcuno trova una previsione degli economisti che si avvera me la segnali. Perciò, quando li sento dire che un’idea è impraticabile, per me diventa auspicabile».
Come può influire nel voto la questione dell’immigrazione alla luce dell’amministrazione Biden?
«Una dimostrazione della cattiveria di Biden è proprio la delega del dossier immigrazione a Kamala Harris. Il problema dell’immigrazione dal Messico esiste dagli anni Cinquanta, ai tempi di Eisenhower e in 70 anni non si è cavato un ragno dal buco. Ricordiamoci che l’America è nata dall’immigrazione. I repubblicani sono più severi riguardo all’immigrazione clandestina, direi giustamente. I democratici più liberali. Come influiranno questi orientamenti lo scopriremo il 5 novembre».
Altra variabile: lo schieramento sulle guerre in Ucraina e in Israele.
«Trump può dire che con lui alla Casa Bianca non c’è mai stata una guerra senza temere smentite. Ha cercato di dialogare persino con il bravo ragazzo che governa la Corea del Nord. I presidenti democratici non possono dire altrettanto, basta guardare la storia del Novecento e oltre. Eppure vengono presentati come pacifisti. Credo che questo argomento peserà perché molti elettori vedono che ingenti fondi sono impegnati su queste due guerre proprio mentre situazioni interne drammatiche non vengono affrontate per carenza di denaro».
Quanto potrebbe favorire Trump il ritiro di Robert Kennedy jr.?
«Robert Kennedy jr. si ritira ora che ha esaurito le scorte di denaro e il suo consenso è sceso ai minimi. Credo possa incidere pochissimo, quasi niente».
Quanto possono influire Taylor Swift ed Elon Musk?
«Anche loro molto poco. Nel 1964, John Wayne era all’apice del successo e si schierò apertamente con Barry Goldwater, il candidato repubblicano che sfidava Lindon Johnson. John Wayne era il re di Hollywood, ma Goldwater subì una delle sconfitte più sonore della storia delle presidenziali americane».

 

La Verità, 24 agosto 2024

Nell’apocalisse di Netflix siamo ostaggi di internet

Con Il mondo dietro di te e un cast di primissimo livello che comprende Julia Roberts, Ethan Hawke, Mahershala Alì e Kevin Bacon diretti da Sam Esmail, Netflix tenta di replicare il successo di Don’t look up, il film che preconizzava la fine del mondo con l’avvicinarsi di una meteora prodotta dal cambiamento climatico con Leo DiCaprio, Cate Blanchett e Meryl Streep che, uscito a sorpresa nel dicembre 2021, collezionò una miriade di candidature agli Oscar e ad altri premi senza tuttavia conquistarne uno. A firmare quell’operazione c’era Adam McKay, regista, sceneggiatore e autore, nonché membro e finanziatore del Climate emergency fund che, fra l’altro, sostiene le azioni degli ecologisti estremi sul pianeta, compresi quelli di Ultima generazione. Il mondo dietro di te ha un pedigree ancor più prestigioso vantando tra i produttori esecutivi nientemeno che Barack e Michelle Obama, ma sembra di poter escludere che il loro sia stato un sostegno oltre qualche vaga ispirazione.

Siamo nell’upper class di New York e i coniugi Sanford, lui un docente di comunicazione, lei una dirigente aziendale nelle pubbliche relazioni che pure confessa di «odiare le persone», decidono di trascorrere un lungo weekend in una villa sul mare. Non fanno in tempo a prendere possesso della splendida residenza e a stendersi in spiaggia che una serie di fenomeni inizia a susseguirsi attorno a loro. Un’enorme petroliera s’avvicina minacciosa senza timoniere sollevando tonnellate di sabbia. Nel parco della villa cominciano a comparire branchi di cervi sempre più numerosi. Aerei precipitano sul litorale nel più assordante frastuono. E mentre, ovviamente, s’interrompe ogni connessione elettronica e la famigliola resta ostaggio del blackout, suonano alla porta un padre e una figlia di colore che si presentano come i proprietari della casa. E, anche loro vittime del cyber-attack, chiedono curiosamente ospitalità ai loro ospiti. Insomma, la fantasia non manca. E nemmeno la qualità della sceneggiatura, dispiegata su ritmi lenti ma efficaci nel sottolineare i momenti di tensione.

A differenza di Don’t look up e dell’emergenza climatica, stavolta a palesare la fragilità della condizione umana è l’abbandono totale delle tecnologie, senza le quali siamo ostaggi di fronte all’ignoto. Così, sebbene nessuno individui una traccia utile, l’escalation dei fenomeni aumenta tra sette che governano il mondo, attacchi antiamericani e complotti sino-coreani e lotte per la sopravvivenza e solo un’idea semplice risolverà l’enigma. Fino a quel momento però, siamo fragili e precari e abbiamo bisogno di qualcuno che pensi per noi. Chi vuole può crederci.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

«Bezos e gli altri? Geniali, ma senz’anima»

Un produttore di vino con la fissa dei giornali. È Giancarlo Aneri da Legnago (Verona), 74 anni portati alla grande, inventore del premio «È giornalismo». Uno che fa dire a tanti che lo vedono per la prima volta: «O è matto, oppure…». Successe al portinaio della Ferrari a Maranello, quando si presentò senza appuntamento per incontrare il mitico Enzo. E a Tony Mantuano, ristoratore di Chicago, al quale fece giurare che Barack Obama avrebbe fatto il primo brindisi da vincitore con il suo Prosecco. Insomma, un genio del marketing. Scienza appresa e applicata da direttore delle relazioni esterne delle Cantine Ferrari di Trento, il marchio del più celebre spumante italiano. Poi lasciato per fondare la sua Aneri Srl.

Cosa racconterebbe ai nipoti per sintetizzare la storia dell’azienda che porta il suo nome?

«Racconterei la prima bottiglia bevuta con i miei tre maestri di vita: Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Quel brindisi ha portato fortuna».

Perché lo fece con loro?

«I momenti importanti si festeggiano con le persone che si stimano di più».

Che vino era?

«Prosecco. Eravamo a casa di Bocca, 1997. Montanelli si complimentò, ma da toscano disse che adesso aspettava un buon rosso. Due anni dopo avrebbe assaggiato il primo Amarone».

I suoi sono vini per presidenti, star e grandi marchi?

«Siccome il mondo non è solo dei ricchi, se l’Amarone è l’eccezione, il Prosecco è la normalità. Penso di rappresentare una delle poche cantine al mondo che in 25 anni ha fatto bere i suoi vini a tutti i Capi di stato».

Come ha fatto?

«Ero da vent’anni alla Ferrari spumanti quando mio figlio mi disse: “Papà, io non lavorerò mai con te, perché voglio costruire qualcosa di mio”. Da quel momento ho iniziato a pensare a un’azienda di famiglia».

I presidenti e le star?

«Mia moglie dice che sono un po’ montato. Invece, ho avuto fortuna, non ho fatto il fighetto, ma il piazzista».

Un aneddoto da piazzista.

«Dopo aver visitato il Senato, ospite di Ted Kennedy, al momento della foto gli ho messo in mano la bottiglia: “Insomma, scrivono già che bevo troppo”, brontolò. Ma io ero così contento che non mi accorsi di fare qualcosa d’inopportuno».

A Ted Kennedy e al Senato americano bisogna arrivarci.

«Da sempre, quando vado in una città, m’informo sui migliori alberghi e ristoranti. Ted Kennedy me l’ha presentato un grande ristoratore italiano di Washington. Sono stato ospite con mia moglie di Ronald Reagan, ho visitato la Casa Bianca con una sua assistente. Non mi sono mai fatto troppi problemi. Sa chi mi ha insegnato a essere sicuro di me stesso?».

Dica.

«Enzo Ferrari. La prima volta che sono andato in America ho chiesto consiglio a lui che non aveva mai preso un aereo: “Se hai un prodotto che consideri buono ma vedi che non ti ascoltano, alzati e va’ via”».

Alla Ferrari auto si arriva passando dalla Ferrari spumanti?

«Vedevo che quando il Cavallino rampante vinceva i Gran premi brindava con lo champagne… Ma perché, se è il simbolo dell’Italia? Un giorno mi presentai a Maranello con sei bottiglie… “Sono Giancarlo Aneri, vorrei parlare con il commendator Ferrari”. Il portinaio era basito: “Ha un appuntamento?”. “No, però vorrei incontrarlo”. “Guardi che l’ingegnere ha l’agenda piena per i prossimi sei mesi”. “Io vengo da Legnago, in provincia di Verona, e ho portato un piccolo presente che vorrei consegnargli personalmente”. Allora spunta Valerio Stradi, il segretario personale: “Se mi dà il pacchetto glielo consegno io”. “No, guardi, posso aspettare anche tutta la giornata, mi metto qui…”. Stradi si allontana e ritorna: “L’ingegnere può dedicarle un minuto”. Rimasi con lui un’ora e mezza».

Diceva che la Aneri è nata per dare un futuro a figli e nipoti.

«Il Pinot bianco porta il nome di mia moglie Leda, l’Amarone di mia figlia Stella, il Pinot nero è intitolato a mio figlio Alessandro. I quattro prosecchi alle mie nipotine e al nipotino, Lucrezia, Ludovica, Giorgia e Leone. C’è una storia dietro e un futuro roseo davanti».

Com’è riuscito a portare i suoi vini sulle tavole del G20?

«Il merito è di Silvio Berlusconi, il primo premier che ha usato l’Amarone Aneri come biglietto da visita del made in Italy. Il giorno della firma della Costituzione europea nel 2004 ne ha regalato una bottiglia a ogni capo di governo con il loro nome inciso. Invece, il Prosecco è arrivato sulla tavola di Barack Obama».

Come?

«Sei mesi prima delle elezioni, lessi sul New York Times che, in caso di vittoria, Obama avrebbe festeggiato con Michelle alla Spiaggia, il suo ristorante preferito di Chicago. Presi un aereo e andai a trovare il ristoratore Tony Mantuano per farmi promettere che il primo brindisi sarebbe stato con il mio Prosecco. Mantuano mi guardava interdetto: “Questo qui è più sicuro di Obama”. Conservo la mail arrivata nella notte che dice che Obama e sua moglie hanno brindato con il Prosecco Aneri».

Tutto merito della sua fissa per l’informazione?

«Il vino si apprezza prima di tutto con il profumo, ma ha un suo profumo anche l’inchiostro dei quotidiani. Ne compro sei al giorno: Corriere della Sera, Sole 24 ore, Il Giornale, Libero, La Verità e L’Arena».

Qualche giorno fa su una pagina del Sole 24 ore un tale G. A. chiedeva al filantropo Jeff Bezos di annullare il licenziamento di 10.000 dipendenti pensando prima all’uomo che al pianeta. Ne sa qualcosa?

«Sì perché l’inserzione è mia. Bezos aveva annunciato l’intenzione di donare metà del suo patrimonio per salvaguardare il pianeta, ma quello stesso giorno il New York Times informava che Amazon licenziava 10.000 dipendenti. Mi sono detto: perché prima di salvaguardare il pianeta non difende subito 10.000 persone rinviandone il licenziamento di un paio d’anni?».

È l’ultimo di una serie di messaggi affidati ai giornali?

«I cinesi usavano i tazebao, io uso una pagina di giornale per lanciare un messaggio o dire grazie».

Altri tazebao?

«Quando Mario Draghi lasciò la Bce feci pubblicare un ringraziamento sul Sole 24 ore per il buon lavoro svolto. Era firmata “È giornalismo, Aneri”. Il giorno dopo i membri della giuria mi chiamarono per ringraziarmi. Poi al momento dell’incarico a Draghi ho fatto pubblicare sul Corriere una pagina anonima con “Grazie presidente Mattarella. Grazie presidente Draghi”».

Qualche tazebao rimasto anonimo?

«Quando in piena pandemia la tv francese Canal+ mostrò un pizzaiolo italiano che, cantando tossiva sulla pizza, ho fatto pubblicare una pagina sulla Verità che recitava “Viva la pizza. Abbasso lo champagne”, firmata con le iniziali di nipotine e nipotino».

Per l’incarico a Giorgia Meloni, niente tazebao?

«Sono felicissimo che una donna in gamba come lei abbia in mano le sorti dell’Italia per i prossimi anni. La guardo con gli occhi di chi vuole farsi un’idea più precisa nei prossimi sei mesi».

Cosa pensa dei big dell’economia digitale come Bezos, Bill Gates e Mark Zuckerberg?

«Sono dotati di grande genialità e hanno creato un modo di vivere e di comunicare più veloce ed efficiente. Ma non vedo l’anima. Mi sembra che le donazioni servano a promuovere la loro immagine. La persona che mi convince meno è il banchiere filantropo George Soros. Ha fatto guerra per anni alla sterlina e alla lira, complicando la vita a milioni di famiglie inglesi e italiane. Non basta finanziare il restauro di un monumento per compensare tante speculazioni».

Com’è nato il premio «È Giornalismo»?

«Avevo l’ambizione di avvicinare Montanelli, Biagi e Bocca che si stimavano molto, ma si frequentavano poco. Oggi la giuria è composta da Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Gianni Riotta, Gian Antonio Stella e Mario Calabresi. Ma il premio è stato fondato dai tre giganti del giornalismo e da un loro amico sincero. Ne parlo al presente perché per me sono ancora vivi».

Un aneddoto su Montanelli.

«Qualche volta andavamo in vacanza insieme. Un anno m’incarica di scegliere un albergo sulla spiaggia di Punta Ala. Individuo l’Alleluia e ragguaglio la padrona su esigenze e orari dell’illustre ospite. Quando arriva il momento, scendo in un altro hotel due giorni dopo di lui e gli chiedo se vada tutto bene. “Insomma, sono tutti vecchi in questo albergo”. Immagino pullman d’inglesi novantenni… La sera m’invita a cena: il più vecchio avrà avuto 65 anni, lui ne aveva 84. Questo era Indro, come si fa a non volergli bene?»

Enzo Biagi?

«Le riunioni si facevano da Bocca, ma una volta lui arrivò in ritardo subendo i rimproveri del padrone di casa. “Sono andato a fare le analisi, oltretutto sono tutte sballate”, confidò Biagi. “Anch’io le avevo sballate”, replicò Giorgio. “E come hai fatto a guarire?”. “Ho smesso di farle”».

Il premio si sta aggiornando ai nuovi media?

«Nel 2013 abbiamo premiato Hal Varian, capo della sezione economica di Google, chiedendogli di aiutare i giornali con la pubblicità».

Intanto vi siete allargati ai volti televisivi.

«Sempre in rapporto all’informazione. Già nel 2003 avevamo premiato Antonio Ricci come capo del vero tg della televisione italiana. Nel 2015 è toccato a Fiorello per Edicola Fiore, un programma che aiuta il giornalismo come piace a me».

Altri premiati: Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Mario Calabresi, vince il mainstream?

«Feltri ha ribattezzato “È giornalismo” come il “Premio Stalin”. Ma guardando l’elenco troviamo anche suo figlio Mattia, Milena Gabanelli, Natalia Aspesi, Sergio Romano. Io non interferisco sulle scelte della giuria perché sono contento di essere il patròn».

Forse bisogna cambiare la giuria?

«Qualche anno fa Natalia Aspesi chiese di farne parte, ma Montanelli suggerì di aspettare un po’ perché aveva appena vinto. Conservo la sua mail: “Caro Aneri, si ricordi che noi donne siamo più brave degli uomini ed è un peccato che in giuria non ce ne siano”. Forse ora i tempi sono maturi. Dopo un paio d’anni di sospensione, mi piacerebbe che il premio tornasse per festeggiare la ripresa di una vita serena come quella foto del bacio in Times Square dopo la Seconda guerra».

Oggi i giornali sono in crisi e le edicole chiudono: lei è l’ultimo romantico?

«Sicuramente sono uno dei pochi ottimisti rimasti. Prendo la lezione che viene dal mio mondo: c’è stato un momento in cui si parlava solo dei ristoranti stellati e si diceva che le trattorie stavano morendo. Oggi in Italia sono i locali in maggior espansione. Perciò, spero che si possa superare il momento difficile e, magari con un aiuto pubblico per le edicole, riportare i giovani a frequentarle».

 

La Verità, 3 dicembre 2022

Su Rai 3 a caccia di vaccini nell’Eden di Fazio e Obama

Menù corposissimo, fin troppo, nell’ultimo episodio di Che tempo che fa (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,1%, 3,5 milioni di telespettatori). Mondiali di sci, vaccini, Draghi, Obama… Dopo l’epica piagnucolosa del «nostro editorialista» Roberto Saviano, che ha condito con Bella ciao il caso di Patrick Zaki, si è aperta la «lunga pagina politica» con ospiti d’eccezione: Giovanna Botteri fresca di tinta, il direttore del Foglio Claudio Cerasa, l’immancabile Carlo Cottarelli e il direttore della Stampa Massimo Giannini, collegato da Roma. In una settimana è cambiato tutto, oibò, ma noi siamo pronti ad allinearci con una una fragrante elegia del premier incaricato da Mattarella. Purtroppo c’è un problema che si chiama Matteo Salvini, convitato di pietra non solo di questo talk. Alla sua «conversione manca che inviti Carola Rackete a un congresso della Lega o che diventi interista. Però non si deve ironizzare», ha chiosato Cerasa dopo averlo fatto in abbondanza. Invece, «bisogna incassare il risultato della svolta», ha esortato Giannini, dando per scontata l’identità del padrone della cassa. Vaccinato Draghi dai «sovranisti», è toccato ai vaccini veri e propri con Roberto Burioni e Franco Locatelli, presidente del Cts. Intanto, il ritardo si accumulava e Fazio fremeva per la presentazione dell’autobiografia di Obama edita da Garzanti: Una terra promessa («come una canzone di Eros Ramazzotti», Littizzetto). E qui ha preso corpo il capolavoro della serata, le domande di Fazio. In questo libro «si raccontano le ansie, le attese, le soddisfazioni, le delusioni, la quotidianità e, se mi posso permettere, i suoi dubbi», ha argomentato con perspicacia il conduttore, «e a me è piaciuto molto pensare che il dubbio non sia una debolezza, ma un necessario tempo di riflessione». Càspita. Obama ringraziava, mentre Fazio riprendeva a leggere da un foglio… «Ciò che è giusto è stato sostituito da ciò che è conveniente, la complessità dall’istantaneo…». Il distillato luogocomunista diventava zibibbo con la parola chiave: «Esiste un vaccino contro le diseguaglianze?». Obama annuiva educato, nella speranza che non gli si chiedesse di svelare la formula della pace nel mondo. Ma, purtroppo, anche nell’Eden del conduttore italiano e dell’ex presidente americano, il tempo scorreva inesorabile e Fazio era costretto a sbrigare in un crescendo ansiogeno i successivi collegamenti con i corrispondenti Rai sulle vaccinazioni all’estero, l’intervento di Burioni su Sputnik e la presentazione di Lei mi parla ancora con Renato Pozzetto e Pupi Avati…

 

La Verità, 7 febbraio 2021